13.8.02

OGM


ARTICOLO SUL MANIFESTO



Ricordo della notizia riportata dagli ambientalisti americani che il gene della resistenza all'erbicida gliphosate introdotta sulla soja della Monsanto, non è ormai più quello originale e dichiarato dalla Monsanto ma diverso; si tratta quindi di una mutazione già avvenuta nel giro di pochi cicli di produzione del seme transgenico.
Dal manifesto del 18 luiglio si legge che una ricerca ha dimostrato che il dna dei vegetali geneticamente modificati resiste nell'intestino umano. Però.....
Lo studio condotto dai ricercatori dell'Università di Newcastle, pubblicato ieri sul quotidiano inglese The Guardian, ha dimostrato che il dna geneticamente modificato di alcuni vegetali può trasmettersi all'uomo attraverso i batteri dell'intestino.


E siccome la verdura biotech contiene alcuni geni che resistono agli antibiotici, questo il rischio per la salute, anche la resistenza degli esseri umani a questi farmaci potrebbe venire alterata. Si tratta della prima ricerca al mondo che ha testato gli effetti del cibo geneticamente modificato su alcuni volontari umani.


La Food standard agency (Fsa), che ha commissionato lo studio, ha cercato di ridimensionare la portata di questa scoperta sostenendo che il passaggio di materiale transgenico non è avvenuto in condizioni normali. I ricercatori, infatti, hanno nutrito con burger alla soia e un frullato sette volontari che erano stati sottoposti alla rimozione del basso intestino.


Una volta confrontate le loro feci con quelle di dodici persone sane che non presentavano alcuna anomalia genetica, si è scoperto che «una proporzione relativamente ampia di dna geneticamente modificato era sopravvissuta al primo passaggio nello stomaco». Per scoprire se il dna modificato era trasmigrato «via batterio» all'intestino, gli studiosi hanno prelevato i sette campioni per coltivarli in laboratorio: e in tre casi sono stati scoperti geni resistenti agli erbicidi. Eppure, minimizza la Food standard agency, questa ricerca dimostrerebbe solo che negli esseri umani nessun materiale geneticamente modificato sopravvive al passaggio attraverso l'intero apparato digerente: «I transgeni, benchè sopravvivano al passaggio dell'intestino umano, appaiono completamente degradati nel colon». Ma proprio a partire dal quel «benchè», attorno alla ricerca si è accesa una disputa destinata a fare rumore.


«E' pura dinamite», sostiene l'associazione inglese Friends of the earth. «L'industria, la scienza e i governi - ha commentato Adrian Bebb - hanno sempre minimizzato il rischio di questa possibilità e adesso, al primo tentativo di verifica degli scienziati, questo rischio è stato confermato».


Ugualmente preoccupanti le osservazioni di Michael Antonio, il genetista molecolare della King's College Medical School di Londra che ha parlato di un lavoro importante: «Dimostra che si può modificare la resistenza agli antibiotici, anche se a livello molto basso, con un solo pasto. Ha dimostrato chiaramente che il gene modificato del dna si può trasferire nei batteri dell'intestino: tutti hanno sempre negato questa possibilità». In Italia, il verde Alfonso Pecoraro Scanio ha immediatamente preso carta e penna per scrivere a Silvio Berlusconi e Romano Prodi: «I risultati dimostrano che gli ogm si trasmettono all'uomo. Lo avevano escluso esattamente come per il prione sulla Bse. Ripetere quell'esperienza in modo enormemente più esteso sarebbe una scelta criminale. Bisogna fermarsi in tempo».

SOTTO IL VESTITO NIENTE MUTANDONI


di Mitì Vigliero



Mentre il sesso maschile, appena iniziò a coprirsi per ripararsi dal freddo, inventò sin di primordi della civiltà sorte di patelli via via sempre più lunghi, che diedero poi origine a pantaloni prima e mutandoni poi, quello femminile per secoli interi non fece uso dell’intimissima biancheria ; ad esempio, spulciando i minuziosi elenchi dei capi di corredo che le italiane nobili, borghesi o popolane portavano in dote, sino al 1845 di mutande non v’è cenno. Il perché è dovuto alla moda dei lunghi vestiti femminili; se erano strettissimi e a tubo, nessun colpo di vento malandrino avrebbe potuto giocar brutti scherzi; se erano dotati di larghissime gonne, le tonnellate di sottovesti e crinoline che le sorreggevano erano ugualmente un buona difesa, anche se talvolta accadevano incidenti come quello narrato da Rousseau nelle Confessioni : “Potrei raccontarvi l’aneddoto di Mademoiselle Lambercier che, per un’infelice caduta in fondo al prato, finì lunga e distesa mostrando en plain air il suo posteriore al re di Sardegna” . I mutandoni comparvero come biancheria comune solo agli inizi dell’Ottocento grazie alle studentesse figlie d’Albione appassionate di gare di salto in alto; venivano chiamate “sottabiti a tubo”, due cannoni di stoffa fermati alle caviglie da un volant più o meno elaborato. Ma il loro uso, anziché essere apprezzato nell’Europa e soprattutto nell’Inghilterra vittoriana, scatenò scandalizzate proteste. I medici dicevano che la stoffa avrebbe impedito il regolare passaggio d’aria nelle nascoste zone, favorendo malattie e conseguenti disturbi alla procreazione; i benpensanti contestavano il fatto che le donne osassero indossare indumenti fino ad allora riservati ai maschi; i moralisti facevano notare che, con quelle “robe” addosso, le donne avrebbero avuto più libertà di movimento, perdendo così la classica compostezza femminile; i bigotti sottolineavano che non per nulla le prime a utilizzare con entusiasmo i “pantalons de femmes” erano state proprio le ballerine e le meretrici d’alto bordo e Jean Commerson chiosava: “Diffido sempre delle donne che portano i mutandoni: è il pudore con una bandiera” Tutto questo pandemonio era in realtà scatenato dal fatto che gli uomini furono immediatamente e piacevolmente attratti dal femineo nuovo indumento; ricordiamo che era il periodo in cui le cosce di pollo venivano lasciate ai domestici pur di non mostrarle a tavola. Ma in seguito, il pattinaggio, l’equitazione, i vari sport sempre più esercitati dalle donne, nonché balli in voga come il valzer e la polka, convinsero gran parte delle signore dell’alta società a impiparsene del giudizio maschile e indossare disinvolte “gli innominabili”, che venivano sempre più abbelliti nell’aspetto con merletti vezzosi. Poco per volta, seguendo sempre la moda e relativa lunghezza dei vestiti, i mutandoni si accorciarono: prima a metà polpaccio, poi sotto al ginocchio, poi a metà coscia. Però il loro utilizzo quotidiano rimase sino ai primi decenni del Novecento una prerogativa di nobili e borghesi, mentre popolane e contadine continuavano a considerarle un optional, un lusso senza senso. Poi finalmente, tutte si convertirono. Oggi i mutandoni non s’usano più manco per andare in alta montagna; si chiamano culotte, slip, tanga, fili interchiappali: ma ci sono (quasi) sempre, anche se spesso solo sottoforma d’idea.

LA FORTUNA DI CHIAMARSI VARENNE


di Miti Vigliero




Poco tempo fa vi fu una buona notizia; secondo un sondaggio Internet compiuto attraverso le varie anagrafi nazionali, all’Italia venne annunciato che i genitori battezzavano di nuovo i figli con i classici nomi italiani. Ritornavano in auge, insomma, le Marie, i Giuseppe, i Luca e le Giulie a scapito dei tanti Jessica o Denis fino ad ora imperversanti. Oggi la notizia del bambino chiamato dal padre amante dei cavalli Varenne (in fondo Ribot sarebbe stato peggio...). Non vedo perché scandalizzarsi. Anche senza l’equitazione di mezzo, di nomi bizzarri e pure lievemente inconsulti ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno. Continua, ad esempio, l’usanza di affibbiare al pargolo i nomi dei nonni; ma forse a causa delle famiglie moderne allargate, per non fare torti a nessuno dei tre nonni, ci ritroviamo oggi con un Gianantonandrea a Sassari e una Rinapianna a Roma: oppure i genitori ne scelgono uno del tutto diverso, ma sempre sobrio e soprattutto non “esotico”. Però basta sfogliare degli elenchi telefonici di qualunque città per rendersi conto che i nomi dei nostri concittadini sono in generale ancora un po’ particolari…Secoli fa la gente chiamava i figli come diavolo le pareva; ciò spiega la presenza nella nostra letteratura di nomi romantici come Cazzutoro; ma col Concilio di Trento (1545-1563) la Chiesa mise dei vincoli, stabilendo per legge che ai neonati dovessero essere dati esclusivamente nomi di Santi, personaggi dell’Antico Testamento o comunque ispirati alla religione cristiana; da qui i vari Natalina, Pasquale, Salvatore, Assunta, Quaresimina, Rosario o Resurrezione. Ma dal 700 in poi, mossi da smanie rivoluzionarie, molti genitori si ribellarono alla legge clericale raggiungendo spesso nella scelta dei nomi livelli di lieve follia, soprattutto in Emilia Romagna, terra anarco-socialista per eccellenza; sino al 1950 era facile trovare pargoli col ciuccio che si chiamavano Ribello, Ateo, Collettivo, Comunarda e Molotov. Un operaio di Rimini, a cui il padre aveva imposto il nome Sciopero, forse per vendetta volle continuare la tradizione sui suoi 3 figli chiamandoli Scintilla, Ordigno, Avanti ed Emilia Libera fu il nome di una brigatista della prima ora. I genitori clericali rispondevano a queste provocazioni battezzando la prole Santafede, Confessione, Chierieleison, Litania, Dedeo, Diesire (dies irae), Pronobi (ora pro nobis) e Purif, mite casalinga di Massalombarda che deve il nome a una ricorrenza segnata su tutti i calendari: “Purif.(purificazione) di Maria Vergine”.



Fabio Castellano, raffinato esperto in analisi del costume e della società, così commenta: “Nei nomi c’è la storia di un popolo con le tracce delle sue idee, credenze, opinioni, desideri, paure, valori. Non a caso negli anni i nomi politici come Benito o Michail Aleksandrovic (Bakunin), quelli della grande musica come Aida o Adelchi e quelli storici come Paride o Achille, sono stati sostituiti dai Geiar, i Maicol (sic), le Naomi o Deborah-con-l’h; questi sono d’altra parte i valori della moderna civiltà occidentale. Dopo i valori valutari, ovvio”.



Infatti nomi di battesimo sono lo specchio della società e della cultura del periodo in cui uno nasce: quelli che si chiamano Rachele o Adolfo non potranno mai nascondere la loro età, così come i vari Palmiro/a, Lenin o Nikita. Anche la moglie di Cuccia fu vittima dell’amore politico del padre che la nomò Idea Socialista; poi lui, durante il fascismo, cambiò opinione: ma a lei il nome rimase, anche se mitigato in par condicio dal cognome: Beneduce. In compenso ora, se nessuno si sogna di chiamare una figlia Casalibèrta o Diessina, tra i musulmani residenti in Italia nascono parecchi Osama.



La passione per la letteratura ha ispirato molti genitori nel modenese facendoli chiamare i bimbi Athos, Portos, Aramis; e sempre in zona la S finale ha preso la mano una trentina d’anni fa creando Amos, Neris, Nolis e Meris. A Bo c’è il signor Foscolo Maria mentre a Ferrara vi sono due fratelli fabbricati da scatenati fans di Sir Conan Doyle, che si nomano rispettivamente Holms e Uotzon (ri-sic). Sempre in Emilia la passione per l’opera lirica ha prodotto moltissimi Gioconda, Azucena, Violetta, Falstaff, Otello, Radames, mentre in casa di Giovannino Guareschi lavorava una colf che si chiamava Luisamiller.



Se non sono storia e arte a suggerire nomi per bambini, ci pensano sport, cinema e tv. Nel giugno 1984 a Napoli, quando era ancora incerto l’ingaggio di Maradona, furono ben 118 i neonati che vennero chiamati Diego o Diego Armando, così come molti furono i bimbi battezzati nell’estate ’82 Pablo o Pablito, in omaggio a Paolo Rossi: in compenso a Genova c’è una ragazzina 15 enne che si chiama Doriana , che potrebbe essere nome normale se gli amici di famiglia non sapessero che si tratta del diminutivo di Sampdoriana... Indubbiamente nate intorno agli anni ’70 tutte le Sabina (in omaggio alla Ciuffini del Rischiatutto), così come Lara furoreggiò dal 1966 alla fine degli anni 70 a causa della celebre colonna sonora del Dottor Zivago, mentre la maggioranza delle Sabrine è annata 1954, grazie all’omonimo film con Audrey Hepburn: in compenso, per la sindrome da rotocalco, nel cosentino oggi c’è una infelice bimba che si chiama Ledidiana (sic). Le telenovele nell’ultimo ventennio hanno rimpinzato i nostri asili di Dilan , Gessica , Geiar (sic, sic e sic), Suellen (tùrna sic, spesso italianizzato in Suella) e Samantha. Talvolta, al ridicolo, si aggiungeva l’accento regionale di chi andava a registrare in neonato in municipio. Ciò spiega ad esempio perché nelle Marche, dove la pronuncia è un po’dura (Lugìa, gampagna ecc) vi siano ragazze nomate Samanda, o che a Monterotondo (Rm) una leggiadra Ortensia sia diventata Ortenza . E se la smania dell’esotico ha recentemente creato mostri quali Jacaranda, Bramina, Volmer, Siron, Aliosha e Cocis, in Sardegna pochi anni fa, causa la caratteristica di alcuni cognomi tipici del loco, si diffuse la moda di creare nomi hollywoodiani; e così, come in una barzelletta, oggi possiamo trovare Sofia Loriga, Alain Delogu, Bruce Ligas e Demi Murgia.



Lo storiografo Thomas Carlyle diceva “dare il nome a qualcuno è in realtà un’arte”; certo occorre molta ispirazione per chiamare un indifeso neonato Canzianilla , Amelberga, Osmundo, Volusiana, Eroteide, Godeardo, Eliconide, Valdetrude, Olibrio, Filigonio (tutti nel bolognese) o Ademara, Serrana, Ardelio, Foresto, Argene, Dardaco e Drusiana (Toscana). Gli industriali Migliorati (bambole) e Borletti (punti perfetti) si chiamavano rispettivamente Sostene e Senatore. A Biella c’è un signor Edile; a Bo Manilio, Manlisco, Divo; a Reggio Emilia Arto (papà ortopedico?); a Forlì Decio, Norcio, Edel e, giuro, i fratelli Salito e Disceso. A Ferrara Araldo e Anronio; a Recanati Euticchio, e Marchiano (gravidanza indesiderata?). A Roma ho trovato un Esubero (figlio probabilmente di un’esasperata pluripara) e una Eclide; a Barletta Sterpeta e a Padova la signora Ema, sperando non sia un diminutivo, strumento utilissimo ad esempio alla giornalista Gruber per celare sotto il vezzoso Lilly un teutonicissimo Dietlinde; all’ex signorina buonasera Aba Cercato un coloniale Addis Abeba e infine a Nilla Pizzi un terrificante Adionilla.


OGM


da Sergio Palazzi


Io non ho sentito le testuali parole di Sirchia sugli Ogm, la frase "fanno solo bene" non può essere vera per nulla che esiste nell'universo, e credo che Sirchia, avendo studiato almeno un po', lo sappia, per cui o l'espressione è stata decontestualizzata o risintetizzata, o più verosimilmente è stata usata testualmente ma in modo paradossale e spazientito in risposta a qualche osservazione sconclusionata.

No agli OGM perché "si interviene così pesantemente sui processi naturali", dice: ma no, si interviene molto più blandamente di come si è sempre intervenuti con gli incroci e la selezione "naturale". Piantiamola con le pagliacciate sui maiali con orecchie da aringa e coda di fragola. Parliamo invece del Golden Rice, che nei pochi posti dove viene usato è considerato la più bella invenzione della storia, da chi non ha altra via per curarsi dalle ipovitaminosi.



E delle baggianate vetero-vetero sulle multinazionali che vendono i semi sterili solo per obbligare il contadino a ricomprarli da loro. A meno di credere che i muli, ibridi genetici sterili da sempre deliberatamente prodotti dal capitalista proprietario di cavalle ed asini, e ceduti a caro prezzo al proletario che di nuovo era obbligato a rifornirsi da lui, siano moralmente più tollerabili dei semi ibridi sterili (per la cronaca: che cosa sia il mais ibrido me l'hanno spiegato quando facevo le medie, una trentina d'anni fa, e allora veniva ottenuto con normali incroci "alla come viene viene"). E che il contadino vada a comprare le sementi piuttosto che usare quelle dell'anno prima è ovvio per chiunque conosca espressioni come "imbastardire", "perdere la razza" etc, che è quello che succede naturalmente a qualsiasi coltura per le modifiche genetiche naturali che spontaneamente avvengono nelle colture non controllate.


Quanto ai danni per la salute dovuti agli interventi sul DNA: agli alpini non sono mai spuntate le orecchie da mulo pur restando per anni a contatto del loro sudore e del loro fiato, ai montanari non spuntava la coda e non diventavano sterili (o più testardi di quanto naturalmente fossero) se a fine carriera il quadrupede finiva nelle loro pentole.
La tecnologia genetica sta all'impollinazione d'orchidee di Nero Wolfe (o alle pratiche di qualsiasi contadino-bricoleur premendeliano) come la microchirurgia sta alle amputazioni col segaccio: si cerca di ottenere un risultato migliore intervenendo nel modo meno invasivo, toccando solo quel che va toccato, e non anche tutto il resto. Quanto alle allergie, alle contaminazioni, alle intolleranze che secondo alcuni dovrebbero nascere a causa di questi interventi, diciamo piuttosto che l'uso di tecniche rudimentali porta molto più spesso a ibridi nocivi non OGM che solo dopo anni vengono scoperti essere causa di allergie. Lo fanno certe verdure e certa frutta. E in questo caso nessuno ha mai fatto studi preventivi di valutazione di impatto ambientale e di qualsiasi altra cosa. Anzi, te le fa pagare il doppio perché "so' biolloggiche"



"Non siamo alla retroguardia ma all'avanguardia" perché non sperimentiamo gli OGM: ma dai! Diciamo piuttosto che se i paesi all'avanguardia negli OGM sono la Cina, i paesi del sudest asiatico e Cuba, nei quali il rispetto dei diritti umani e le valutazioni ambientali sono preoccupazioni totalmente inesistenti, per cui ho una scarsissima fiducia sul fatto che si realizzino controlli almeno di buon senso o si spenda una lira in più per cautelarsi, è veramente folle che non facciamo ricerca noi che per questi valori abbiamo qualche rispetto in più.



Non so se ha letto, lo scorso anno, uno dei libri più terrificantemente documentati in materia, quello di A. Meldolesi uscito da Einaudi: era di una chiarezza spaventosa e arrivava alle stesse conclusioni a cui si possa arrivare con un minimo di ragionamento equilibrato, conclusioni che ahimè sono opposte alle sue e a quelle di Biancamaria.



E, come insegnante di chimica della scuola italiana, per dimostrare che la scuola va ribaltata da cima a fondo mi basterebbe il fatto che anche gente diplomata se non laureata (magari in medicina: ho ben presente i corsi di biologia e di chimica "per i medici"!) non trovi palesemente assurdo quel che avete detto ancora oggi in trasmissione. Dovrebbe apparire assurdo a chiunque abbia studiato correttamente, a livello di scuola media superiore, un minimo di chimica e di biologia tradizionale.



La ritengo una persona particolarmente brillante ed intelligente, la leggo sempre volentieri e quando posso la ascolto per radio: a questo punto, trascurando le opinioni da pastorelle arcadiche dell'amico che le parla da Bolzano (visto che sono in diretta? e bella la risposta di quello da Novate Milanese!), le chiedo: è mai possibile che se una persona dovesse sostenere che Ronaldo è un capellone bianco che fa il difensore di pallanuoto verrebbe sbertucciato sulla pubblica piazza da chiunque, e non solo da Trapattoni o Cannavò, mentre chi dice cose assolutamente meno ragionevoli e meno documentate in materia scientifica si ritiene in diritto di ergersi a paladino dell'umanità, mettendo in dubbio qualsiasi cosa venga detta da un esperto in materia? magari in nome di quel principio di precauzione che a tutti sembra un'ottima cosa, salvo il fatto che mai due persone si sono messe d'accordo su quale ne sia la formulazione corretta, e soddisfacente per entrambe?



O il ciabattino di Apelle non si insegna più neanche al Classico?



Chiudo qui prima che magari qualcuno tiri fuori le follie sui campi elettromagnetici dell'ENEL che fanno bollire il cervello o strinare il *ello (il termine "elettroiate" con cui commento questi dibattiti è mio, e lo può usare solo con citazione dell'autore :-) ).

Sergio Palazzi

NEWSLETTER DI PAOLO ATTIVISSIMO (topone@pobox.com)



Ho trovato un sito che mostra in dettaglio le immagini dei pezzi d'aereo sul prato del Pentagono, quelli che secondo i bufalari complottisti di Asile.org non esistono. Ho aggiornato l'indagine antibufala di conseguenza: la trovate presso



http://www.attivissimo.net/antibufala/pentagono_boeing_fantasma.htm





_Antibufala: la truffa nigeriana_




Avrete probabilmente già ricevuto un misterioso e-mail in inglese di un funzionario di un paese africano che promette di spartire con voi alcuni milioni di dollari, e magari vi siete chiesti cosa c'è dietro. L'indagine antibufala (o meglio antitruffa) è disponibile presso



http://www.attivissimo.net/antibufala/soldi_nigeria.htm




Magari vi siete chiesti se c'è davvero qualcuno così cretino da abboccare all'invito di un perfetto sconosciuto che offre milioni di dollari in cambio di niente. Ebbene, se volete un esempio di caso specifico, con tanto di nomi e cognomi, c'è un recente articolo della CNN:



http://www.cnn.com/2002/TECH/internet/08/11/nigeria.scam/index.html



che fa per voi: la signora Shahla Ghasemi e suo marito, un medico, si sono fatti spillare quasi quattrocentomila dollari da un imbroglione che si spacciava via e-mail per un funzionario del governo nigeriano. La signora ha abboccato perché l'imbroglione conosceva molte informazioni personali sulla coppia (informazioni peraltro facilmente reperibili in Rete). Ai Ghasemi fu detto che i soldi spettavano loro come eredità. La signora non ha pudore nel dire che si è chiesta “Se qualcuno non ci conosce, come
può averci lasciato dei soldi?”. Nonostante questo dettaglio non proprio trascurabile, la signora si è convinta che l'invito era autentico (non c'è come l'avidità per superare le esitazioni) e ha inviato 7500 dollari richiesti come “parcella del notaio”. Ha poi continuato a inviare soldi per coprire le nuove spese che (guarda un po') si presentavano, fino a raggiungere la ragguardevole somma di 400.000 dollari.

10.8.02

DUELLI



di Filippo Facci per il Giornale



Londra contro Parigi. Paperino contro Topolino. Bagno contro doccia. Slip contro boxer. Nei salotti e nei tinelli e finalmente sulle spiagge ci si scanna anche su queste cose. Caccia contro pesca. Maccheroni contro spaghetti. Il gioco degli schieramenti non ammette sfumature, si è trasferito anche nel vivere civile e soprattutto nel verbo degli opinionisti che dirimono ogni questione senza incertezze: o di qua o di là. Si vivacchiava impaludati nei distinguo consociativi e nel giro di qualche anno siamo stati travolti dal bipolarismo all¹italiana e poi dal bipolarimo planetario in salsa 11 settembre: e allora Occidente contro Islam, bene contro male, Israele contro Palestina, America contro Afghanistan, tutto personalizzato e quindi demonizzato: gli Usa non hanno invaso l¹Afghanistan, hanno bombardato Osama; e prima non avevano sconfitto i serbi, avevano fermato Milosevic. E via a scendere, Cogne, colpevolisti contro innocentisti, Ferilli contro Arcuri, cani contro gatti, bionde contro more: e se menzioni le rosse sei un disimpegnato. Una volta si leggeva Montanelli e si diceva: non ci avevo pensato. Adesso si legge la Fallaci e si dice: ce l¹avevo sulla punta della lingua.
Ora sta per cominciare Usa-Irak per quanto il pubblico non senta ancora la partita. Ma il clima si sta scaldando e gli opinionisti pure, stanno smussando e plasmando ogni propria e segreta opinione per restituirla squadrata e inattaccabile. Ci siamo quasi. Guerrafondai contro pacifisti. Foglio contro Manifesto. Tuttosport contro Gazzetta. Panettone contro pandoro.

8.8.02


Surace: il mio scoop diventato incubo «Dimenticato in carcere da otto mesi»



Il giornalista: «Credevo di restare dentro solo il tempo di scrivere un servizio



di Giuseppe Guastella per il Corriere della Sera



MILANO - Si era costituito alla vigilia di Natale pensando che per una condanna a due anni e mezzo di carcere per diffamazioni di più di 30 anni fa non lo avrebbero lasciato in cella che pochi giorni. Invece, da otto mesi Stefano Surace, 68 anni, giornalista pubblicista e maestro di arti marziali tra l’Italia e la Francia, è ancora dietro le sbarre. Ora protesta contro giustizia e magistratura. Mentre il suo caso è seguito da avvocati, parlamentari e giornalisti, confessa: «Volevo fare uno scoop, raccontare le carceri da detenuto. Mi sembra di essere tornato ai vecchi tempi e mi sento giovane ancora». Surace da martedì è rinchiuso nel carcere milanese di Opera dove, anche su sua richiesta, è stato trasferito da quello di Ariano Irpino per un’udienza davanti al tribunale di Milano. Polo blu e jeans neri, occhiali spessi da miope che pendono con una cordicella al collo, un metro e settanta circa, entra sicuro nella saletta colloqui del carcere. Nonostante la calvizie, sembra più giovane dei suoi anni.
Parla Surace e racconta di quando negli anni ’50 divenne giornalista pubblicista per caso, «perché - spiega - un professore mi invitò a rispondere per iscritto a dei giornalisti che chiedevano informazioni sulle bombe nucleari».



Nel ’65 la prima «indagine» per l’agenzia di stampa, così la definisce, che aveva fondato a Napoli con il nome L’inchiesta .



«Scrissi di un negoziante finito in una clinica psichiatrica. Dicevano che era pazzo ma i medici stabilirono che era sano. La cosa non piacque al titolare della clinica, che non solo mi querelò, ma riuscì a farmi sottoporre a una perizia psichiatrica. Quando mi dissero che mi avrebbero mandato in manicomio se non avessi smentito, ebbi l’idea del primo scoop. Mi dichiararono matto ed entrai in manicomio e il processo per diffamazione si fermò». Anche allora credeva che sarebbe uscito quando i medici si fossero accorti che era sano. «Rischiai di restarci anni». Approfittò di un permesso per fuggire. Mentre era latitante, i suoi difensori ottennero una nuova perizia che poi lo dichiarò sano. Ne parlarono i giornali. Il processo per diffamazione riprese e fu condannato a un anno.



La seconda condanna, anche questa a un anno, arrivò per un articolo del ’65 su un ufficiale dei carabinieri coinvolto in una torbida vicenda di donne. «Il processo andò per le lunghe e me ne dimenticai -dice Surace -, proseguì con un avvocato d’ufficio. Non ne seppi nulla, mentre gli atti venivano notificati a un indirizzo che non era il mio. Eppure tutti mi conoscevano, compresa la polizia, ma nessuno mi trovò». Quel caso durerà «una decina di anni».



Da altri due processi per diffamazione uscì assolto, ma le condanne tornarono più tardi, quando, negli anni ’70, diventò direttore del periodico Le Ore , che allora muoveva i primi passi nel mondo della pornografia. Stefano Surace veniva pagato bene per la direzione, ma lui dice che l’aveva accettata perché voleva «fare gli scoop». Come? «A quel tempo si veniva arrestati per pubblicazioni oscene. Rimanevi in cella qualche giorno. Pensai che così avrei potuto conoscere il carcere. Visitai 8 istituti diversi in 19 arresti». Nel ’75 tentò di sfuggire a un posto di blocco. Lo arrestarono dopo un inseguimento in auto. «Dirigevo molti periodici erotici. Li lasciai e diventarono pornografici».
Era il 1976 quando Surace si trasferì in Francia, anche per sfuggire alla giustizia italiana. «Sapevo che qualcosa era passato in giudicato e che se fossi rientrato in Italia avrei avuto problemi». Aveva accumulato condanne per 18 anni di carcere. Oltre a quelle per diffamazione (ce ne furono anche due per articoli fatti da altri giornalisti sui periodici), c’era una condanna dell’85 a un anno (condonata) per una tentata estorsione legata alla distribuzione delle riviste. A quella vicenda è connessa, riferiscono i familiari di Surace, una speculare causa civile che ha vinto. Poi tante condanne, amnistiate, per le pubblicazioni oscene, mentre quelle che rimasero furono «cumulate» in 2 anni, 6 mesi e 12 giorni. In Costa Azzurra lo seguì la nuova compagna, mentre a Napoli rimasero la moglie e due figlie.



Scrisse sei libri. Il primo, Lettera a Pertini , riguardò proprio le carceri e gli valse nell’82 un premio letterario napoletano. «Furono anni di vacanza, bellissimi - ricorda -. Avevo tanti soldi che avevo guadagnato con le riviste e con il mio lavoro di giornalista. Mi stufai. "Sono un uomo", dissi. Mi trasferii in un appartamento nel centro di Parigi». Nella capitale, Surace trovò anche una nuova occupazione.



Fondò una nuova agenzia di stampa, la Abc news , ora è diffusa attraverso Internet, e cominciò a insegnare lo ju jitsu, un’arte marziale orientale che aveva appreso dal padre, diventandone anche «un’autorità». «Ho avuto il riconoscimento del decimo dan, la più importante onorificenza del massimo organismo ufficiale mondiale delle arti marziali», spiega con orgoglio.



A Parigi lo raggiungeranno anche le altre due figlie. Di questo arrivo, turbolento per i dissidi con la moglie, si interessò anche la magistratura francese: «Mi diede ragione e le bambine restarono a me». All’ombra della Torre Eiffel, il menage familiare scorreva tranquillo mentre lui riceveva onorificenze francesi.



Surace tornò anche un paio di volte in Italia, da semiclandestino. Nessuno se ne accorse o forse «fecero finta», commenta adesso. Fino al 2000. «Mi chiamò mia madre. Aveva 92 anni, mi disse che non ce la faceva più ad accudire mio fratello invalido civile. Mi recai a Napoli. Feci le pratiche per la pensione di mio fratello, attivando qualche conoscenza, e tornai in Francia. Quando mia madre morì, dovendo nominare un tutore per mio fratello, mi resi conto della lentezza e dell’assurdità della giustizia italiana. Si poteva risolvere in un mese, passò più di un anno. Scrissi tutto sull’agenzia dalla Francia. Un giorno, a settembre 2001, un vicino mi disse che la polizia mi stava cercando.



«Tutti davano per scontato che sarei rimasto a Parigi. Come al solito ho approfittato di quest’occasione per fare uno scoop. "Torniamo ai vecchi tempi", mi sono detto. Rientrai in Italia e il 24 dicembre andai a bussare alla Procura di Torre Annunziata, la città del mio avvocato. Dissi che ero ricercato, mi risposero che avrebbero controllato e mi fecero andare. Lasciai il mio numero di telefono. Mi chiamarono e mezz’ora dopo due poliziotti mi misero le manette».



Surace non ha chiesto la grazia, come vorrebbero i suoi difensori. Vuole che siano riaperti i termini per la presentazione degli appelli in quei processi per i quali è stato condannato definitivamente in contumacia e dei quali non sapeva nulla. E’ sicuro che sarebbe assolto portando le prove che ancora conserva, ma si «accontenterebbe» anche della prescrizione. A settembre, comunque, il tribunale di Milano potrebbe decidere di rideterminare la pena oppure di concedergli qualche beneficio.



Un agente si presenta per riportare Surace nella cella numero 1 che divide al secondo reparto con un bancarottiere settantaduenne. «Cosa mi resta? La soddisfazione di aver messo alla luce una situazione aberrante e che tutti si interessano del mio caso. Nessuna preoccupazione, ne ho viste di peggio».

Lettera dell’avvocato Pecorella all'Unità



Egregio direttore,
poiché ella ha ritenuto di dedicarmi un’intera pagina sul suo giornale, grazie ad un articolo di Federica Fantozzi (e a un «necrologio» di Susanna Ripamonti, di cui si occuperà il tribunale), mi affido, se non alla sua correttezza, alla legge sulla stampa perché voglia pubblicare questa mia replica: che non sarà breve, perché è necessario liberarsi dai fantasmi che si stanno agitando attorno a questa vicenda. Anzitutto le chiederei di spiegare alla sua collaboratrice, la signora Ripamonti, cos’è la democrazia, rispetto al ruolo dell’avvocato. Perché, stando a costei, avrei perso il senso della democrazia dal giorno in cui assunsi la difesa di Tassan Din: la democrazia, viceversa, sta proprio nel garantire a tutti un giusto processo; quanto più l’accusa è grave, tanto più il processo deve essere giusto. Questo ho insegnato per anni all’Università, seguendo le orme di Montesquieu, e non quelle di Vishinskj che la predetta giornalista sembra prediligere. Ma torniamo alla questione del conflitto di interessi, che il suo giornale propone in relazione alla Presidenza della Commissione giustizia.
Anche su ciò dimostrate di avere la memoria corta, o comunque di avere una visione strabica delle cose. Vi scordate che ci fu un ministro del centrosinistra che, sino a poco tempo prima, era stato il difensore del suo stesso presidente del Consiglio, in una vicenda lambita da tangentopoli, e che quell’avvocato, peraltro degnissimo, è stato ritenuto così «apolitico» da poter accedere alla Corte Costituzionale. Non ricordate che, governando il centrosinistra, fu presentata ed approvata una norma su misura per far sì che non mutasse il giudice che stava esaminando il caso Sme-Ariosto: presidente della Commissione giustizia era un deputato Ds, dell’imparzialità della quale nessuno ha dubitato, benché sicuramente quella legge fosse scritta in odio al capo della opposizione. Del resto, perché, oggi, si è scatenata la piazza, i Senatori si sono trasformati in capopopolo, c’è chi fa i girotondi, se non per far sì che, come allora, non si muti il giudice che sta bene a coloro che vorrebbero andare al governo, non per il consenso degli italiani, ma per le tortuose vie dei processi politici? Cerchiamo, allora, di ragionare assieme su questa legge, per farne una valutazione serena, in relazione al solo dato che conta: stiamo garantendo una giustizia migliore, o no? Spazziamo il campo da alcune sciocchezze. Anzitutto non è una novità per il nostro codice; questa formula - il legittimo sospetto - è stata in vigore per quarant’anni, e cioè dal 1930 al 1990, senza che si verificassero tutti quegli sfracelli che gli iettatori hanno preconizzato (scarcerazioni, prescrizioni, intasamenti della Corte di Cassazione): la cd. Legge Cirami, d’altronde, possiede in più, rispetto al passato, anche la sospensione della prescrizione. Fu la Cassazione, nel 1988, a rilevare come il decreto legislativo non aveva rispettato la volontà del Parlamento, visto che nella legge delega veniva indicato come uno dei due casi di remissione proprio il «legittimo sospetto»; una posizione, dunque, nient’affatto determinata da eventi occasionali. Del resto, lo stesso Consiglio superiore della magistratura aveva ritenuto del tutto esatti i rilievi della Corte di Cassazione aggiungendo che la formula «legittimo sospetto» è di ampiezza tale che «mal si concilia con la tipizzazione operata dal legislatore delegato». In sostanza la volontà del Parlamento, già con la legge delega del 1974, e poi quella del 1987 è sempre stata nel senso di sottrarre al giudice sospetto di parzialità il processo per affidarlo a un giudice imparziale: fu l’esecutivo con il decreto delegato a tradire gli intenti più garantisti del potere legislativo. C’è poi chi parla di norma incostituzionale. Il problema fu posto sotto la vigenza del codice del 1930 e la risposta della Corte Costituzionale fu netta. Si legge nella sentenza 27 aprile 1963, che reca le firme di alcuni tra i più illustri giuristi di questo secolo, che la rimessione per legittimo sospetto risponde «ai princìpi costituzionalmente rilevanti, cioè l’indipendenza e, quindi, l’imparzialità dell’organo giudicante e la tutela del diritto di difesa». «È indubitabile, infatti, che la mancanza, o la menomazione di siffatte garanzie non può non incidere gravemente sull'amministrazione della giustizia, deviandola dalle sue fondamentali finalità, inerenti alla vita dello Stato». Come vede, direttore, si tratta di una legge che ha radici lontanissime, che il Parlamento volle, più volte in passato, che la Corte Costituzionale già dichiarò legittima, e che le Sezioni Unite hanno sollecitato affinché il Legislatore provvedesse a rispettare una garanzia che è oggi imposta dall’art. 111 della Costituzione che mette l’imparzialità del giudice tra i valori fondanti la Repubblica. Questo è il mio punto di vista: la ricerca di un giudice imparziale. Ma questa mia idea conta poco perché, come forse lei dovrebbe sapere, le leggi le vota il Parlamento e non le impone certo il presidente di una Commissione; al quale non spetta neanche di determinare l’ordine dei lavori, perché c’è un ufficio di Presidenza che ha questo compito. Credo che stiate commettendo un errore politico sperando di fermare le riforme denigrando coloro che occupano incarichi costituzionali, dei quali la stessa opposizione in Parlamento ha dovuto riconoscere la correttezza. Mi sarebbe facile rammentarle che, mentre ero impegnato a difendere i diritti, in questi anni, nell’interesse di chiunque, di destra o di sinistra, ella era al soldo di chi non stava, né poteva stare, dalla parte dei lavoratori. Mi sarebbe facile ricordare a Claudio Rinaldi, che oggi sull’Unità parla di cose che non conosce, il giorno in cui era seduto davanti alla mia scrivania chiedendomi di intercedere presso Tassan Din, amministratore della Rizzoli, perché gli fosse dato un prestigioso incarico. Potrei farlo, ma preferisco che il confronto, tra lei e me, sia su questa domanda: perché vi state battendo (è il caso di dire: senza esclusione di colpi) affinché non sia tutelata pienamente la imparzialità del giudice? La prego di una cosa: non mi faccia rispondere dalla signora Ripamonti che mi pare che di diritto ne capisca assai poco e che comunque non conosca né il codice voluto dal mio maestro, né le leggi approvate in Commissione giustizia, quasi tutte all’unanimità. Abbia, con l’occasione, i miei saluti più cordiali.



Avv. Prof. Gaetano Pecorella

5.8.02

SGRADEVOLI SENSAZIONI


di Ferruccio de Bortoli


Due o tre cose in margine all’indecoroso spettacolo di scena in questi giorni al Senato. La maggioranza tenta di far approvare, prima della pausa estiva, un provvedimento sul legittimo sospetto, ovvero sul diritto (sacrosanto) di ogni cittadino di essere giudicato da magistrati imparziali. Inutile girarci intorno: nonostante si tratti di un essenziale principio di legalità, è difficile, vista la fretta, dissolvere il sospetto, anche questo legittimo, che siano norme scritte su misura. Un’eventuale legge potrebbe influire, rendendo più agevole il trasferimento in altra sede, sul processo di Milano che vede imputati Berlusconi e Previti. Profonda tristezza e preoccupazione per la legalità e la fiducia nelle istituzioni del Paese suscitano in noi, come scriveva bene ieri Stefano Folli, le immagini del confronto (chiamiamolo così) fra gli ineffabili pretoriani della Casa delle Libertà e gli scatenati girotondisti dell’opposizione. Gli appelli e le mediazioni di Casini e Pera sono finiti, come carta straccia, nei cestini. Questa legge è veramente un’emergenza del Paese? Sì? Allora avremmo voluto vedere in tante altre occasioni sedute notturne, ferie saltate, lavoro supplementare di deputati e senatori sui tanti temi che toccano da vicino i cittadini, dalla scuola alla sanità all’ordine pubblico. Invece, è ancora vivo in noi il ricordo del desolante spettacolo, in aule semivuote, della discussione sul messaggio di Ciampi, il primo del suo settennato.

Non abbiamo particolare simpatia per la Procura di Milano, anche se le va riconosciuto il merito di aver sollevato, a suo tempo, il velo del malaffare; abbiamo disapprovato le infelici espressioni di Borrelli («Resistere, resistere, resistere») e lo sciopero delle toghe. I magistrati milanesi non sono esenti da critiche, anzi, e quando qualcuno, garbatamente, le rivolge loro, reagiscono alla pari dei legali del premier: lo scambiano per un pericoloso e prezzolato nemico. Questo è l’amaro destino di ogni discussione sulla giustizia (e sull’informazione): o si sta con la Procura di Milano o si sta con la difesa di Berlusconi. Un Paese moderno? No, un insieme di tribù, di tifosi e di clientes. Che la giustizia sia da riformare non c’è alcun dubbio, che la corruzione sia ripresa insieme al decadimento del tasso di legalità è ugualmente vero. E che il tasso di legalità si abbassi ogni volta che una legge dà l’impressione di essere stata fatta a uso immediato di qualcuno e non di tutti è, purtroppo, un’altra amara verità.

Siamo convinti che il processo di Milano si stia svolgendo in un clima tutt’altro che sereno e che alcune preoccupazioni della difesa (che farebbe bene a presentarsi alle udienze, anziché accampare ogni sorta di giustificazione) abbiano fondamento, così come riteniamo che Silvio Berlusconi, anche se condannato (non ce lo auguriamo), debba continuare a governare legittimamente, attuare il suo programma (che ha diverse cose buone, alcune già fatte) dicendo sinceramente agli italiani quali promesse si possono mantenere e quali no. Gli elettori poi giudicheranno. Proprio per questo ci aspetteremmo che il Cavaliere, come ha fatto già qualche giorno fa per un analogo e scandaloso provvedimento sull’immunità parlamentare, faccia sentire la sua voce autorevole. Richiami i suoi pretoriani che poco onore fanno, insieme ai giacobini da strapazzo, alle Camere; ascolti i suggerimenti di Pera e Casini e dei tanti moderati e liberali che militano nella Casa delle Libertà; tolga ai cittadini la sgradevole sensazione che il Parlamento venga usato come un maglio sulla magistratura e mandi in ferie, ne hanno bisogno, quegli onorevoli avvocaticchi preoccupati più per i loro onorari che per le sorti del Paese.



Ferruccio de Bortoli

3.8.02

CHE COSA E' LA ROSA BIANCA


da Domenico Manaresi



Ricevo dall’amico Giovanni Colombo (Presidente nazionale della Rosa Bianca) e invio a tutti gli amici.Quando i giovani della Rosa Bianca tedesca scrivevano queste parole, il sottoscritto aveva 4 anni: a sessant’anni di distanza (la Storia si ripete?) faccio mie queste parole e le diffondo anche nella speranza che siano molte le persone, specie fra i più giovani, a pronunciarle e viverle con sempre maggiore insistenza. Le leggi che si stanno emanando sono veramente incredibili… l’ultima poi appena "passata" in Senato (ma il presidente della Repubblica la firmerà?…) sul "legittimo sospetto" (grazie alla quale si potrà rinviare sine die certi processi e così "salvare" così vari personaggi potenti ed eccellenti) quest’ultima è veramente vergognosa. Decido di trascrivere e allegare qui di seguito, anche tutto il testo del "quarto volantino", la cui lettura credo potrà aiutarci tutti a "fare memoria", a non dimenticare .






DA GIOVANNI COLOMBO


Stasera ho visto in tv che molti senatori dell'opposizione portavano sul petto una rosa bianca.

Puri e pungenti, così va molto bene.

"Noi non taceremo, noi siamo la voce della vostra cattiva coscienza.

La Rosa Bianca non vi darà pace".

(dal quarto volantino dei giovani tedeschi)








Dal libro di Paolo Ghezzi (attuale direttore dell'"Adige", aderente all’associazione Rosa Bianca fondata nel 1989)




LA ROSA BIANCA –



un gruppo di resistenza al nazismo in nome della liberta’ (Edizioni Paoline – 1993)




(dal retrocopertina):





Il libro narra le vicende della "Rosa Bianca", nome con cui si firmava, durante la seconda guerra mondiale, un gruppo di giovani tedeschi di diversa estrazione sociale, culturale ed ecclesiale. Accomunati dal medesimo desiderio di libertà e dalla forte tensione morale, si opposero al regime nazista con pericolose azioni clandestine. Nel giugno del 1942 diffondono un volantino ciclostilato che incita alla ribellione e alla resistenza al nazismo in nome della libertà, della giustizia e della concordia tra i popoli. A questo volantino ne seguiranno altri cinque, fino a quando, il 18 febbraio 1943, due dei giovani vengono arrestati all'interno dell'università di Monaco. La Gestapo, che aveva già incominciato a indagare, riesce a individuare anche gli altri componenti del gruppo. All'arresto seguirà il processo e l'esecuzione capitale.




Scritta con stile avvincente e tensione narrativa, la presente opera alterna al racconto delle vicende del gruppo la dettagliata ricostruzione del profilo biografico dei protagonisti e del loro "itinerario sovversivo". Testimoni dell'amore alla libertà, i giovani della "Rosa Bianca" sono un esempio credibile di quell'impegno civile al servizio dei più alti valori umani, oggi più che mai necessario alla nostra società. A questi valori si ispira la "Rosa Bianca", un'associazione fondata in Italia nel 1989, che, nel cinquantesimo anniversario del sacrificio di quei giovani, ne ripropone il messaggio.








Quarto volantino (pag.278)




È una massima antica alla quale si usa richiamare spesso i bambini: colui che non vuole dare ascolto, deve poi provare di persona. Ma un bambino accorto si brucerà soltanto una volta le dita alla stufa accesa.




Nelle settimane passate Hitler ha avuto sia in Africa che in Russia dei successi. Ne conseguì il fatto che l'ottimismo di una parte del popolo, ed il turbamento e il pessimismo dell'altra, si accrebbero con una rapidità insolita. Dappertutto si sono uditi da parte degli oppositori di Hitler, ovverosia dalla parte migliore del popolo, dei lamenti, delle parole di delusione e di scoraggiamento, che non di rado terminavano con l'interrogativo: "E se Hitler davvero...?".




Frattanto l'offensiva tedesca in Egitto si è arrestata; Rommel è costretto a rimanere in una posizione pericolosamente esposta; ma l'avanzata sul fronte orientale procede ancora. Questo apparente successo è stato però pagato con i più tremendi sacrifici, cosicché esso non può più essere considerato tale. Mettiamo quindi in guardia da un ottimismo di qualunque genere. Chi ha contato i morti? Hitler o Gobbels? Probabilmente nessuno dei due. Ogni giorno in Russia ne cadono a migliaia. È il tempo del raccolto e la falce colpisce con pieno vigore nella messe matura! Il lutto penetra nelle case della nostra patria, e nessuno viene ad asciugare le lacrime delle madri; ma Hitler inganna coloro a cui ha rapito il più caro dei beni, e lo ha gettato verso una morte senza significato.




Ogni parola che esce dalla bocca di Hitler è una menzogna. Quando egli parla di pace pensa alla guerra, quando egli in modo blasfemo pronuncia il nome dell'Onnipotente, si riferisce invece alla potenza del Male, agli angeli caduti, a Satana. La sua bocca è come l'ingresso fetido dell'inferno ed il suo potere è corrotto nel più profondo. È ben vero che si deve portare avanti con metodi razionali la lotta contro lo stato terroristico; ma chi oggi dubita ancora sulla reale esistenza di forze demoniache, non ha assolutamente capito lo sfondo metafisico di questa guerra. Dietro al concreto, che è afferrabile con i sensi, dietro ogni riflessione obbiettiva e logica, sta l'irrazionale, è cioè la lotta contro il demonio, contro il messaggero dell'Anticristo. Ovunque ed in ogni tempo, i demoni sono stati in agguato nelle tenebre in attesa dell’ora in cui l'uomo diviene debole, in cui esso abbandona volontariamente la sua posizione fondata sulla libertà donatagli da Dio e cede alle pressioni del Male, si distacca dall'ordine divino: così, dopo aver fatto liberamente il primo passo, viene spinto al secondo, al terzo, ed ancora innanzi con sempre più turbinosa velocità. Allora, dovunque e nell'ora estrema del bisogno, sono sorti uomini, profeti, santi, che avevano conservato la loro libertà, che hanno richiamato il popolo al Dio unico, e con il suo aiuto lo hanno incitato a tornare indietro. L'uomo è bensì libero, ma senza il vero Dio è indifeso contro il male, come un neonato senza madre, come una nube che si dissolve.




Vi è forse, chiedo a te che sei cristiano, in questa lotta per mantenere i tuoi beni più preziosi, una possibilità di esitare, di trastullarsi con intrighi, di rimandare la decisione in attesa che altri prendano le armi per difenderti? Non ti ha forse Dio stesso dato la forza ed il coraggio per combattere? Dobbiamo attaccare il male là dove esso è imperante, ed esso è imperante proprio nel potere di Hitler.





"Mi voltai e vidi tutto il male che è stato commesso sotto il sole; ed ecco, vi erano lacrime di quelli che soffrivano ingiustizia e non avevano alcun consolatore; coloro che gli arrecavano ingiustizia erano così potenti che essi non potevano avere nessun consolatore.




Ed allora considerai felici coloro che erano morti, più dei vivi, che possedevano ancora la vita..." (Ecclesiaste 4,12).





Novalis: "La vera anarchia è l'elemento che genera la religione. Dalla distruzione di tutto ciò che vi è di positivo essa solleva il suo capo vittorioso come nuova creatrice del mondo... Se l'Europa volesse svegliarsi, se esistesse nel nostro futuro uno stato degli stati, una dottrina scientifica della politica! Sarà forse di tipo gerarchico... il fondamento di questa unione di stati?... Il sangue scorrerà sull'Europa fino a che le nazioni non saranno consapevoli della spaventosa follia che le trascina in un vortice e, colpite e rappacificate da una musica celeste, non si avvicineranno ai vecchi altari, tra di loro frammiste, non udranno opere di pace, e non sarà celebrata una grande festa di pace con lacrime ardenti, sui fumanti campi di battaglia. Solamente la religione può svegliare l'Europa ed assicurare i diritti dei popoli instaurando visibilmente il cristianesimo sulla terra con un nuovo splendore, nella sua funzione di apportatore di pace...".





Avvertiamo espressamente che la Rosa Bianca non è al soldo di nessuna potenza straniera. Pur sapendo che il potere nazionalsocialista deve essere spezzato militarmente, noi cerchiamo un rinnovamento dall'interno dello spirito tedesco, così gravemente ferito. Ma questa rinascita deve essere preceduta da un chiaro riconoscimento di tutte le colpe di cui il popolo tedesco si è macchiato, e da una lotta incondizionata contro Hitler ed i suoi collaboratori, membri del partito, Quisling ecc. Dobbiamo aprire, nettamente e con brutalità, un abisso tra la parte migliore del popolo e tutto ciò che è legato al nazionalsocialismo. Per Hitler ed i suoi sostenitori non vi è sulla terra una punizione adeguata alle loro azioni. Comunque, per amore delle future generazioni, si deve dare, alla fine del conflitto, un esempio tale che nessuno abbia più la minima voglia di ritentare una simile avventura. Non dimenticate neppure i colpevoli meno importanti di questo sistema, ricordate i loro nomi, perché nessuno sfugga! Non devono riuscire, dopo una tale atrocità, a cambiare bandiera all'ultimo minuto e a fare come se nulla fosse accaduto!




Per la vostra tranquillità aggiungiamo ancora che gli indirizzi dei lettori della Rosa Bianca non sono annotati in nessun luogo; essi sono presi a caso da elenchi di indirizzi.




Noi non taceremo, noi siamo la voce della vostra cattiva coscienza; la Rosa Bianca non vi darà pace.

I RACCONTI DI COELHO /3

Scoprii i requisiti per far lo scrittore occhiali, testa spettinata e paroloni


Ma allora è più facile fare l’ingegnere come tuo padre, mi disse mia madre




Quando avevo quindici anni, dissi a mia madre: «Ho scoperto la mia vocazione. Voglio fare lo scrittore».
«Figlio mio - rispose lei con un'aria triste -, tuo padre è ingegnere. E' un uomo logico, ragionevole, con una visione precisa del mondo. Sai cosa vuol dire essere uno scrittore?».
«Qualcuno che scrive libri».
«Anche tuo zio Haroldo, che è medico, scrive libri e ne ha pubblicati alcuni. Iscriviti alla facoltà di ingegneria e avrai tempo per scrivere nei momenti liberi».
«No, mamma. Voglio fare solo lo scrittore. Non voglio essere un ingegnere che scrive libri».
«Ma tu conosci qualche scrittore? Qualche volta hai visto uno scrittore?».
«Mai. Solo in fotografia».
«Allora perché vuoi fare lo scrittore senza sapere bene che cosa sia?».
Per poter rispondere a mia madre, decisi di fare una ricerca. Ecco quello che scoprii su cosa volesse dire fare lo scrittore all'inizio degli anni sessanta: uno scrittore usa sempre gli occhiali e non si pettina. Trascorre metà del suo tempo arrabbiato per tutto e l'altra metà depresso. Vive nei bar, discutendo con altri scrittori con gli occhiali e spettinati. Parla un linguaggio difficile. Ha sempre idee fantastiche per il suo prossimo romanzo e detesta quello che ha appena pubblicato.
Uno scrittore ha il dovere e l'obbligo di non essere mai capito dalla sua generazione - o non sarà mai considerato un genio, perché è convinto di essere nato in un'epoca dove impera la mediocrità. Uno scrittore fa sempre varie revisioni e modifiche per ogni frase che scrive. Il vocabolario di un uomo comune è composto da 3.000 parole; un vero scrittore non le usa mai, perché ne esistono altre 189.000 nel dizionario, e lui non è un uomo comune. Solo gli altri scrittori capiscono cosa voglia dire uno scrittore. Anche così, egli detesta segretamente gli altri scrittori, perché si stanno disputando gli stessi posti liberi lasciati dalla storia della letteratura lungo i secoli. Allora lo scrittore e i suoi pari si disputano il trofeo del libro più complicato: sarà considerato il migliore quello che sarà riuscito ad essere il più difficile.
Uno scrittore capisce gli argomenti i cui nomi sono spaventosi: semiotica, epistemologia, neoconcretismo. Quando vuole scioccare qualcuno, dice cose come: «Einstein è un asino» o «Tolstoij è un pagliaccio della borghesia». Tutti si scandalizzano, ma cominciano a ripetere gli uni con gli altri che la teoria della relatività è sbagliata e che Tolstoij difendeva gli aristocratici russi.
Per sedurre una donna, uno scrittore le dice: «Sono uno scrittore» e scrive una poesia sopra un tovagliolo. Funziona sempre.
Grazie alla sua vasta cultura, uno scrittore riesce sempre a trovare un impiego come critico letterario. E' in questo momento che egli dimostra la sua generosità, scrivendo la propria critica sui libri dei suoi amici. Metà della critica è composta da citazioni di autori stranieri; l'altra metà, da quelle analisi di frase in cui impiega sempre termini come «il taglio epistemologico» o «la visione integrata su un asse corrispondente». Chi legge la critica, commenta: «Che tipo colto!». E non acquista il libro perché non sa come continuare a leggerlo dopo che apparirà il «taglio epistemologico».
Quando uno scrittore viene invitato a pronunciarsi su quello che sta leggendo in quel momento, cita sempre un libro di cui nessuno ha mai sentito parlare.
Esiste soltanto un libro che suscita l'ammirazione unanime dello scrittore e dei suoi pari: Ulisse di James Joyce. Lo scrittore non parla mai male di questo libro, ma, quando qualcuno gli chiede di che cosa si tratti, non riesce mai spiegare bene, lasciando negli altri il dubbio se l'abbia realmente letto.
Munito di tutte queste informazioni, tornai da mia madre e le spiegai esattamente cosa fosse uno scrittore. Rimase un po' sorpresa.
«E' più facile fare l’ingegnere - disse - e inoltre tu non porti gli occhiali».
Ma io ero già spettinato, con il mio pacchetto di Gauloises in tasca, un testo di teatro sotto il braccio ( Limiti della resistenza che, per mia grande gioia, il critico Yan Michalski ha definito «lo spettacolo più folle che io abbia mai visto»), studiavo Hegel ed ero deciso a leggere Ulisse in ogni modo. Fino al giorno in cui apparve Raul Seixas (noto cantante brasiliano, ndr ) mi tolse dalla ricerca dell'immortalità e mi mise di nuovo sulla strada delle persone comuni.

(traduzione di Paola Mutti)


I precedenti racconti inediti di Paulo Coelho sono stati pubblicati il 17 e 26 luglio

2.8.02

BERLUSCONI
Legittimo sospetto




di STEFANO BENNI per il Manifesto




Cara metà Italia, il vostro tirannello miserabile non è felice. La strada
verso l'Eternità della Storia è lastricata di dubbi, interim e sospetti.
Cosa mi serve avere cinquanta ville sparse in Italia se non posso
permettermi nemmeno una vacanza, assediato dai nemici e dai traditori? Ad
esempio, in quanto ministro degli Esteri, sono in grande difficoltà. Il mio
amico Bush è diventato improvvisamente freddo con me, mi ha escluso
dall'attacco all'Iraq, vota leggi forcaiole sul falso in bilancio e non mi
ha nemmeno ringraziato per l'orologio d'oro da mezzo miliardo che gli ho
regalato. Su consiglio di Letta, gli ho spedito un pacco-regalo sobrio ed
elegante. Contiene una cravatta di platino, con fiamma ossidrica per fare il
nodo. Poi un pezzetto del Cenacolo, un apostolo solo, tanto ce n'è altri
undici. Infine un video con le prove che Cofferati sta costruendo l'atomica
nella sede della Cgil. Le telecamere nascoste lo inquadrano mentre in una
trattoria scambia un sacchetto di uranio con Bertinotti. Sono sicuro che non
è cocaina perché sulla confezione non c'è la marca da bollo governativa che
abbiamo introdotto di recente. Ho anche comunicato al mio adorato George che
farò ambasciatore in Usa l'armaiolo bresciano Beretta, ma non ho ricevuto
risposta né encomio. Ho il legittimo sospetto che questi scandali abbiano
fatto diventare Bush comunista: in queste condizioni devo assolutamente
mantenere l'interim degli esteri.

altan



Poi c'è la legge Salvacesari -Salvasilvi. L'opposizione ha ragione, forse
abbiamo un po' fretta di approvarla. Ma fuori dal cancello di Arcore c'è un
Tir con la scritta Previti International Transport. E' pieno di dossier,
fatture e documenti contro di me, e ogni dieci minuti suona il clacson.



Ho il legittimo sospetto che sia una cortese ma decisa forma di ricatto.
Anche Dell'Utri è terrorizzato. Ha trovato una testa di cavallo nella
macchina e il cavallo sul marciapiede con una multa nel culo. Mi ha detto
che è l'avvertimento mafioso più terribile. Per finire, tutte le volte che
Lunardi entra a Montecitorio, si vuota la tasche da manciate di terriccio.
Il diavolo sa dove sta scavando. Ho il legittimo sospetto che dovrò fare
altre leggi sul legittimo sospetto. Poi c'è l'annoso problema di Ciampi. Si
è offeso perché nelle questure ho sostituito la sua foto con quella di
Rivaldo. Inoltre gli ho tolto dall'ufficio il ficus, la segretaria e la
scrivania (tanto, per quello che deve fare!). Ho il legittimo sospetto che
dovrò accelerare i tempi del mio sacrificio.

altan

E come se non bastasse, presto torneranno i Savoia. Un esercito di paparazzi
sta per innestare milioni di baionette di teleobiettivi . La famiglia reale
occuperà il cinquanta per cento dei miei palinsesti, e ho il legittimo
sospetto che potrebbero essere dei concorrenti pericolosi. Farò approvare
una legge che in Italia è abolita la Monarchia sopra il metro e settanta.



L'ordine pubblico mi inquieta. Dopo gli spacciatori di cocaina che fanno la
spola davanti a Montecitorio, e il video con gli agenti che preparano la
molotov per la Caserma Diaz, stanno circolando altri filmati compromettenti.
In uno si vede Fini che sgrida La Russa perché sopra il costume da black
block si è messo un foulard di Saint Laurent. Su Internet c'è addirittura un
sito che spiega come suicidare gli esperti di Internet che scoprono i
segreti su Internet. Ho il legittimo sospetto che qualcosa non vada nella
polizia, forse è quel De Gennaro, o forse la Pidue mi nasconde qualcosa, ma
ho il legittimo sospetto che contro questi filmati velenosi dovrò assumere
l'interim del Comando Carabinieri e forse del Festival di Venezia.



Poi c'è Superpartes Pera. Sta lavorando bene come presidente del Senato, ma
ieri gli si è staccato l'auricolare con cui siamo collegati e si è messo a
gridare: «Silvio cosa devo fare, Silvio attendo istruzioni» proprio in mezzo
a palazzo Madama. Uno spettacolo indecoroso. E' stanco e stressato, rifiuta
l'Eukanuba e non gioca più con l'osso di gomma. Dovrò sobbarcarmi anche
l'interim della presidenza del Senato.



Ormai ne sono sicuro: Il Senato e la Camera rallentano le mie riforme. Ho il
legittimo sospetto che tra gli onorevoli recentemente eletti ci siano
parecchi comunisti. L'ho chiesto all'onorevole D'Alema, ma lui ha fatto una
faccia strana ed è scappato. Ci vuole una riforma del parlamento,
specialmente riguardo al ruolo dell'opposizione. Non è obbligatorio, ad
esempio, che stia sempre dentro Montecitorio, potrebbe avere una sede
separata. Ho il legittimo sospetto che ci voglia uno snellimento. Sto
studiando con attenzione Toqueville, Messeguè e Dumini.



Il Nord mi ha deluso, ha preso a votarmi contro. Ma quello che mi fa più
arrabbiare è il Sud. Ora sbraitano che non vogliono più il ponte di Messina,
ma acquedotti e ferrovie. E io cosa inauguro, un rubinetto? Ho il legittimo
sospetto che stiano diventando tutti isolano-bolscevichi. Ho deciso di
prendere l'interim della Regione Sicilia, e di trasferire lì le mie ville
sarde. Lunardi ha detto che con seicento miliardi di euro e un tunnel
sottomarino si può fare e che sarà un'opera grande e utile al Paese. (Paese
è la sua ultima ditta, Perforazione Autostrade E Scavi Europei ).



Per finire, mi ha telefonato Licio Gelli. Ha detto che questa legge
Salvasilvi -Salvacesari è ottima anche come Salvalici, e lui è pronto a
usarla per tornare in Italia a darmi una mano. Ho sentito un coro di clacson
e adesso, fuori dal cancello di Arcore, vicino al camion di Previti, ci sono
tre nuovi Tir coperti da un telo nero. Ho il legittimo sospetto che Licio
potrebbe essere un rivale molto temibile, e ho chiesto una riunione speciale
della Pidue. Sono preoccupato, sospettoso e stressato. Ho il legittimo
sospetto che, disprezzando metà degli italiani, vivendo di bugie e di
ricatti e chiamando riforme i miei interessi personali, sto tirando troppo
la corda. Ho paura che, se l'opposizione farà almeno metà del suo lavoro, il
mio regime prima o poi farà una brutta, bruttissima fine.



Perciò, tirando le somme, ho il legittimo sospetto che dovrei liberarmi di
quel Berlusconi. Sicuramente non è comunista, ma è un incapace, un
pataccaro, e sta rovinando ogni forma di convivenza civile nel paese. Ne
parlerò con il mio staff personale, il solo di cui mi fido, e cioè il
presidente del consiglio, il leader di Forza Italia, il ministro degli
Esteri, il padrone della Fininvest, il proprietario del Milan e un
imprenditore di Arcore che ha finanziato la mia campagna elettorale. E non
dite che sono pazzo e che sto perdendo colpi . E se mi rompete ancora le
palle, prendo un mitra, mi metto la bandana da Rambo e sgombero il
parlamento a raffiche. E guai a voi se parlate di regime.

25.7.02

pestaggi



LETTERA DI FAUSTO CARULLI



A proposito di pestaggi da parte della Polizia....Mi trovavo vicino alla Stazione Termini, in attesa di prendere il treno per Orvieto.Ad un tratto notai che un gruppo di poliziotti stava malmenando nella più assoluta indifferenza della molta gente presente un uomo che oltretuttto era privo di una gamba. Mi avvicinai mostrando scioccamente il mio tesserino di avvocato per chiedere spiegazioni. Mi caricarono su una Volante e mi portarono al commissario Esquilino. Fui trattenuto senza spiegazioni pee circa tre ore; quando provai a protestare un poliziotto mi immoblizzò tenendomi le braccia dietro la schiena, mentre due suoi colleghi mi schiaffeggiavano a turno, Alla fine fui portato dinanzi ad un funzionario il quale si rifiutò di verbalizzare l'aggressione da me subita. Dpo qualche giorno seppi dal Consiglio dell'Ordine che ero stato denunciato per resistenza, oltraggio e rifiuto di declinare le mie generalità .....


allora mi decisi a sporgere una controdenuncia. Il caso fu affidato al PM La Speranza, quello del caso Marta Russo.

Poichè
il pm non si decideva a prendere una decisione, passato qualche mese andai a reclamare dal Procuratore Aggiunto dr. Torri.


Dopo qualche giorno La Speranza si mosse; per chiedere l'archiviazione della denuncia da me presentatam insieeme a quella
presentata contro di me. Il caso volle che la richiesta di archiviazione capitasse per la decisione sul tavolo del Gip Raffaele De Luca Comandini. Il quale, conoscendomi, si incuriosì e si fece premura di sfogliare il fascicolo; si accorse che un poliziotto del commissariato Esquilino aveva dichiarato di aver visto che due suoi colleghi mi avevano affibbiato, uno alla volta, quella che lui definiva una "manata". Particolare che evidentemente era sfuggito al PM, che aveva fama di essere un PM vicino al Viminale.


Il Gip De Luca Comandini, ovviamente, rifiutò di firmare l'archiviazione e miPOLse sotto processo i poliziotti maneschi. All'udienza preliminare i poliziotti si difesero negando l'accaduto, e in subordine dicendo che li avevo provocati. Il Gup dispose per il rinvio a giudizio dei poliziotti, Il procedimento è pendente dinanzi alla Pretura Penale di Roma. Da molto tempo. Probabilmente in attesa che arrivi un'amnistia. Di tutto questo esiste ampia documentazione. Il collega che ha seguito il mio caso è il compagno
Paolo Angelo SODANI, che ha rilevato lo studio dell'avv, Ventre, che fu anche il mio studio; e insieme a Ventre fui per qualche annp difensore del Manifesto in numerosi procefimenti penali. Prima che venisse l'era di Maria Grazia Volo.


Ho sentito il bisogno di racconatarvi quanto precede perchè nessun giornale, ovviamente neppure quello al quale ho collaborato per un anno, DA COMUNISTA, e cioè Libero di Feltri ( che ho lasciato perchè sgradito all'ala dura della Redazione. Feltri che fino ad allora mi aveva difeso, scrivendoo ad un lettore che gli rimprovrava di far scrivere un marxista come Cerulli che preferiva perdere un lettore e tenersi il marxista Cerulli, ha dovuto cedere all'ala dura della redazione che a quanto mi risulta aveva posto un veto durissimo sul mio nome) ha voluto occuparsi della faccenda.


E il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati mi ha fatto mancare qualsiasi normalissima solidarietà; limitandosi, perchè non poteva
farne a meno, ad archiviare il procedimento disciplinare promosso a seguito della denuncia sporta nei miei confronti dai poliziotti dell'Esquilino.

Un volo per Scajola




INCHIESTA DI RADIO CAPITAL




L'Alitalia è in crisi e taglia. Ma ha inaugurato la linea giornaliera Roma-Albenga: perché?



24 luglio 2002 - L’Alitalia è in crisi. Nel bilancio 2001 sotto la voce perdite sapete che cifra c’è scritta?



907 milioni di euro



Più di mille e settecento miliardi di lire... E sapete quanti sono gli esuberi? Cioè i lavoratori giudicati di troppo?



2500



E sapete nei primi tre mesi del 2002 quanto è stata ridotta l’offerta di traffico passeggeri rispetto all'anno precedente?



· meno 32 per cento di traffico intercontinentale



· meno 16 per cento di traffico internazionale



· meno 9,7 per cento di traffico nazionale Insomma c’è crisi, e quando c’è crisi si tagliano i rami secchi. Nel caso di una compagnia aerea: si tagliano i voli improduttivi. Ma l’Alitalia fa di più!!! Cerca nuove tratte, nuovi segmenti del mercato...



Ecco il comunciato ufficiale diffuso dall’Alitalia il 17 maggio


"È stata inaugurata venerdì 17 maggio alla presenza del ministro dell’interno Claudio Scajola la nuova linea dall’Alitalia tra Roma Fiumicino e Villanova d’Albenga






Albenga? una linea Roma-Albenga e perché??? A 60 km da Albenga c’è l’aeroporto di Genova, che è frequentatissimo!!! E' possibile che l’Alitalia abbia introdotto una linea giornaliera Roma-Albenga?



Con questa crisi???



Leggiamo la dichiarazione alla stampa di Pietro Balestra, presidente della società che gestisce l’aeroporto ligure nonchè sindaco del comune di Villanova...



"La linea per Roma con Alitalia è il risultato di una serie di interventi tesi ad ottimizzare le condizioni di volo sull’aeroporto realizzate dalla nostra società negli ultimi due anni" (... SOLO QUESTO???) E in ultimo dall’interessamento del ministro degli intreni Claudio Scajola.



Ah!!! Ecco cosa c’è! L’allora ministro degli interni Claudio Scajola si è interessato! Certo che coincidenze: Scajola abita a Imperia la sua villa dista solo 20 km dall’aeroporto di Albenga...



Che comodità!



Il collegio di Scajola è a Imperia



Oh! Che caso!



Le camere di commercio liguri partecipano all’azionariato dell’aeroporto



Che c’è di male



Il segretraio generale delle camere di commercio è Maurizio Scajola Il fratello!



Anche i privati partecipano alla proprietà dell’aeroporto, tra questi l’azienda “Riviera Trasporti”



È normale!



Dal 1996 al 2001 presidente della Riviera Trasporti è stato... No! L’ex ministro Claudio Scajola No!



Ma è sempre lui!



D’altronde nessuno lo nasconde: ecco cosa dichiara Pietro Balestra, il sindaco di Villanova e il presidente della società che gestisce l’aeroporto alla Padania: “Grazie a Scajola è stato possibile ottenere il finaziamento statle per la costruzione della nuova aerostazione il cui progetto sarà esecutivo entro il 20 dicembre”



E leggiamo il comunicato del ministero dell’interno del 16 gennaio 2002 (allora il ministro era Scajola)



· Il ministro dell’interno Claudio Scajola ha dato il via entro il gennaio 2002 alla creazione di una struttura aerea operativa permanete per le operazioni antincendi boschivi presso l’aeroporto di Villanova Albenga.



Beh il dubbio che c’è venuto è questo: ma non è che il volo è stato introdotto per motivi politici? Qui ci vuole un giro di opinioni:



Paolo Bontempi, vicepresidente dell’unione piloti:



"Sicuramente Alitalia, se non spinta da forze esterne non avrebbe mai attivato quel collegamento"



Paolo Maras, coordinamento nazionale Sulta-Cub:



"Mentre io taglio una serie di linee, si decide di aprire una linea 6 giorni su 7 per Albenga... va bene... buon lavoro e tanti auguri!



Sentiamo anche il comandante Giuliano Mansutti, pilota per trent’anni, adesso in pensione, direttore del Centro studi Aerohabitat
:


"La sicurezza delle operazioni di volo è un punto interrogativo... la pista è corta, ci sono rilievi, voli di linea non ci sono mai stati. Il volo può essere operato solo di giorno e con certe condizioni esclusive. Non si capisce come siano riusciti ad ottenere il permesso... E' un aeroporto superdeclassato..."



Allora abbiamo chiamato l'aeroporto, ecco i dati che ci sono stati forniti:



"Abbiamo aumentato i passeggeri, da 140 a 220 alla settimana... Che folla! I dubbi sul volo restano! L'unico che resta convinto è il presidente dell'aeroporto, nonché sindaco della città di Villanova d'Albenga, il già citato Pietro Balestra









LA TELEFONATA




Pronto?

Pronto, Pietro Balestra?

Sì, la sento...

Senta, volevamo parlare di questo aeroporto...

Mi fa piacere...

E' diventato uno degli aeroporti più importanti d'Italia... E' rimasto male quando Scajola ha smesso di fare il ministro?

Eh sì, perché è un uomo del territorio e la Liguria ha avuto un grosso vantaggio da questa situazione

Certo che per questo aeroporto, se non c'era lui...

Quello che dice lei è verissimo... certo dispiace che ci debba essere la presenza di una persona influente per dare a questo territorio l'aeroporto che gli spetta

Ma noi abbiamo sentito alcuni esperti che ci hanno detto che lo scalo non è sicuro...

Non è vero! Io non sono un tecnico. Ma so che è un aeroporto che ha bisogno di procedure di avvicinamento particolari e c'è bisogno di piloti esperti e qualificati...

Cosa c'è di diverso rispetto ad altri aeroporti?

Non esiste la strumentazione che porta il pilota direttamente sulla pista...

Si è detto che il ministro e la sua famiglia avevano bisogno di tornare a casa...

Ma la moglie e i figli viaggiano con lui, abbia pazienza!

Con l'aereo di stato?

Sì, volano ancora adesso con l'aereo di stato... Comunque è una persona che per la Liguria ha fatto e farà tantissimo... Io a Scajola non ho mai chiesto niente, è una cosa che la gente immagina... Sotto non c'è niente...


Sì, magari sotto non c'è niente... E' in aria che bisogna guardare...


(L’inchiesta è stata curata da Gianni Bianco)

carita' cristiana



LA LETTERA DI SERGIO DE VITO SUL CARDINALE DI PALERMO



Stasera il signor cardinale De Giorgi, arcivescovo di Palermo, ha sollecitato la Questura per sgombrare con la forza la Cattedrale, occupata ieri per l'ennesima volta da un gruppo di famiglie senza casa, che da mesi chiedono ancora e di nuovo l'esercizio di un diritto elementare e fondamentale perche' una citta' possa chiamarsi tale: civitas, civilta'.


Risultato: 4 ricoverati in ospedale per malore (sapete, i senza casa hanno il cattivo gusto di essere anche malati, vecchi, bambini), due fermati, e un ulteriore colpo debilitante a un movimento ridotto allo stremo delle forze.


Ma Lui, il nostro Cardinale Arcivescovo, era Preoccupato di ben altro: sapete, in questi giorni a Palermo c'e' il Festino, la celebrazione annuale in pompa magna della Santa Patrona che 4 secoli fa, morta da altri 4 secoli, salvo' la citta' dalla peste (non ci credete?). Dura molti giorni, e culmina la notte tra il 14 e il 15 luglio: sfilate sfarzose, spettacoli grandiosi, fuochi d'artificio, il piu' grande "panem et circenses" d'Italia.


Cosi' ogni anno, per il nobilissimo fine di migliorare l'umore del popolo, emigrano dal bilancio comunale una carrettata di miliardi.


Il Nostro si sara' detto: "la Cattedrale occupata, suvvia! nei giorni del Festino. Che dira' la gente, i turisti, il Sindaco. No, via, via." La Santa Patrona va onorata, costi quel che costi.


Quest'anno, oltre ai miliardi, questo onore costa anche la repressione brutale di una lotta civile, composta e sacrosanta, una lotta totalmente nonviolenta per un bene primario.


ALLA FACCIA DEL VANGELO E DELLA CARITA' CRISTIANA.


La cattedrale non e' il feudo privato dell'arcivescovo di turno, ma la casa del popolo di Dio.


Da "miscredente", quindi formalmente fuori dalla "casa" Chiesa, non posso certo sollecitare il popolo di Dio palermitano a correggere il suo rappresentante e se' stesso rispetto alle proprie tiepidezze e dimenticanze del messaggio evangelico, ne' suggerire alcuni passi del suddetto Libro che chiedono agli uomini comportamenti ben diversi: di accoglienza, di com-passione, di solidarieta' con gli ultimi (e il primo a dare l'esempio dovrebbe essere proprio il vescovo, figuriamoci, fantascienza!).


Percio' mi limito a pensare e sperare che sempre piu' uomini e donne, in questo popolo, sia che si riconoscano o no in una chiesa, alzino la testa, guardino dentro se' stessi, e vi ritrovino questi valori che appartengono a TUTTI, e provino ad unirsi con tutti gli sforzi necessari, per difendere gli ultimi di questa citta' dall'INDIFFERENZA, dalla DISTRAZIONE, dall'EGOISMO, dal FARISAISMO.


Diamo voce alla nostra coscienza (non di cattolici, o di qualunque altra religione, ma di esseri umani e tanto basta), e troviamo collettivamente la spinta per la costruzione intelligente, fantasiosa, coraggiosa di un movimento che si stringa attorno agli ultimi di questa citta', e non per pietismo o per assistenzialismo, ma per riconoscimento naturale dei diritti fondamentali, troppo calpestati e ignorati.


LA CASA E' COME IL PANE


viva santa Rosalia (che, se e' santa e ammesso che sia mai esistita, capira')




Viaggio intorno al mondo in difesa della libertà di stampa.


ROBERTO DI NUNZIO

8/HO RIMANDATO LAPARTENZA DI TRE GIORNI


"Intanto una notizia: non parto più il 28 ma il 31 di questo mese. La "colpa" è del mio (generoso) amico Marco che si era preso la briga di organizzare la conferenza stampa di presentazione. Marco si è fidato troppo della semplice parola che gli aveva dato il gestore (o non so chi) di una manifestazione dell'estate romana dedicata ai bambini. Ci sembrava una bella idea ed un gran bel posto: una pineta ai margini del fiume, un tavolo, dieci sedie, succhi di frutta, qualche bottiglia di prosecco ed una grande carta geografica. Ma il gestore con il quale aveva parlato Marco ora non c'è più, e qualcuno gli ha detto che certo si può fare, ma servono non so quante e quali autorizzazioni.
Insomma ho passato la giornata a consolare Marco (che sarà il super tecnico del sito).
Sostanzialmente non cambia nulla, anzi sono sicuro che molti di quanti mi avevano assicurato la presenza hanno tirato un sospiro di sollievo sentendosi liberati da un (affettuoso) impegno alle 11.30 del mattino.
Grazie ad internet stiamo risolvendo tutti i problemi di comunicazione e la decisione di spostare di tre giorni tre la partenza è stata presa solo per scrupolo iperorganizzativo di controllare tutto per l'ennesima volta (soprattutto il funzionamento del mio sito web che è particolarmente complesso, e che dovrebbe consentirmi di "caricare" testi e foto autonomamente e da qualsiasi latitudine io mi trovi (ma sempre sotto la supervisione di Marco da Roma).
Itinerario: siamo approdati a Cuba, da lì ad Haiti, passaggio aereo per il Messico e poi giù per il centro america: Guatemala, Salvador, Honduras, Nicaragua, Costarica e Panama.
Tappe queste del viaggio a me particolarmente care e conosciute, dove conservo molti amici che mi aspettano per bere un bicchiere insieme seduti nelle verande delle loro case di legno, in una atmosfera sospesa nel tempo, ricordando e ridendo a schiacciare mosquitos. Avrò qualche problema di connessione alla rete e dovrò risolvere in un battibaleno molti imprevisti legati ai trasporti. Ma sarà un periodo piacevole.
Torno a consolare Marco che accartocciato sul pc traffica con i suoi software per definire il sito.

24.7.02

GERMANIA 2006: UN MONDIALE PULITO


Dalla Gazzetta dello Sport del 30/6/2006


Gialappa's

Giustizia è fatta! Dopo i torti arbitrali subiti 4 anni fa in Corea,l'Italia si è presa la tanto agognata rivincita ed è pronta a giocarsi la finale col Brasile. Siamo ormai al termine di quello che, citando le parole del vicepresidente della Fifa Luciano Moggi, verrà ricordato come "il mondiale più pulito della storia". Ripercorriamo il trionfale cammino degli azzurri: alle prese con un girone eliminatorio veramente proibitivo (Arabia Saudita, Isole Far Oer, Siberia orientale) e nonostante le maligne insinuazioni sul fatto che il bambino bendato che ha sorteggiato i gironi si è scoperto essere un nano di 42 anni di Forcelle soprannominato "Peppino mani di fata", L'Italia si è qualificata a punteggio pieno grazie a tre rotonde vittorie per 1-0. La prima grazie a un sacrosanto rigore al 97' (la moviola ha svelato il netto fallo su Inzaghi al quale, proprio mentre stava per calciare a rete, il difensore avversario ha urlato "buh!" sbilanciandolo). La seconda con un gol più che regolare all'88' (è vero che Vieri era in fuorigioco di 8 metri, ma la leggera svista arbitrale andava a compensare un evidente fallo laterale a centrocampo negato agli azzurri al 3' del primo tempo). La terza con uno splendido colpo di testa in mischia di Cannavaro (irrilevante la coltellata all'addome inferta da Gattuso al portiere avversario: di falli così in area ce ne sono mille a partita,il calcio non ègioco da signorine). Ironia della sorte, negli ottavi di finale l'Italia si è trovata di fronte la Corea del Sud, ma grazie ad un arbitraggio impeccabile dello statunitense John Gotti junior, la compagine asiatica è stata travolta per 3 a 0. Inutili ed infantili le recriminazioni dei coreani, che sono arrivati all'appuntamento privi di ben 9 titolari, ritrovati peraltro 48 ore dopo impiccati sotto un ponte di Londra. Il duplice 2 a 0 con cui gli azzurri hanno eliminato poi Danimarca e Inghilterra nei quarti e in semifinale, ci fanno ben sperare sull'esito finale di questo mondiale. Ai soliti maligni che sottolineano come i 4 gol di queste 2 partite siano arrivati grazie a 4 papere dei portieri definite "sospette", rispondiamo dicendo che i familiari degli estremi difensori di Danimarca e Inghilterra, che erano stati rapiti alla vigilia delle partite con l'Italia, sono stati liberati oggi e godono tutti di ottima salute, orecchio più, orecchio meno. A questo punto niente ci può fermare, il Brasile ci teme a tal punto che stanotte i giocatori carioca non hanno chiuso occhio per la tensione (e non certo perché l'albergo che li ospitava ha preso fuoco per cause ancora da accertare). A quella che si profila essere una vittoria annunciata assisteranno oggi sia il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, sia il presidente della repubblica ad interim Silvio Berlusconi.

23.7.02

Viaggio intorno al mondo in difesa della libertà di stampa.


ROBERTO DI NUNZIO


7/PERCHE' NON HO PARLATO DI ILARIA ALPI


"Enza Panebianco di Indymedia, lettrice di questo diario e aspirante lobbista del sito di Claudio, persona gentile e sensibile, che ho il piacere di annoverare tra i "sostenitori" del mio viaggio, mi chiede ragione (con tono di rimprovero) del perchè nella terribile lista dei giornalisti uccisi nei soli primi sei mesi di quest'anno, che è possibile leggere in questa stessa sezione del sito, non cito Ilaria Alpi.


Ora la vicenda di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994, non poteva essere citata tra i 24 omicidi descritti proprio perchè è avvenuta nel '94 e non nel 2002.


L'omicidio di Ilaria e Miran ha fatto parte in questi anni della mia vita professionale. Dopo aver raccolto e pubblicato moltissimo materiale sul traffico internazionale di rifiuti radioattivi e di armi che coinvolge molti paesi del sud del mondo, in particolare quelli dell'Africa Costiera, e specificatamente la Somalia, sono stato citato come testimone della parte civile (i genitori di Ilaria, Giorgio e Luciana)durante il processo in corte d'assise. Per un articolo del 98 scritto con Gianni Perrelli su L'Espresso fummo querelati da Giancarlo Marocchino (un imprenditore/faccendiere da sempre residente a Mogadiscio)per averlo indicato come persona molto ben "informata" sull'omicidio. Venimmo assolti a mani basse.


Insomma, cara Enza, la mia non è stata una dimenticanza, anzi Ilaria e Miran insieme ad Antonio Palmisano, Raffaele Ciriello, Maria Grazia Cutuli, Antonio Russo sono stati in questi anni ed in questo mesi un altro dei motivi che hanno contribuito alla realizzazione del viaggio.


Torniamo a noi, che siamo appena arrivati a Chicago. Quindi New York e poi ancora giù lungo la costa est degli Usa fino a Miami utilizzando questa volta le ferrovie americane. Un passagio su una nave postale, grazie alla "normalizzazione" di alcuni rapporti tra la Casa Bianca e Fidel, mi porterà a Cuba.


Intanto fervono i preparativi: piccola farmacia (novalgina, bimixin, aspirina, velamox, fargan, fitostimoline,cerotti); qualche amuleto (un bracciale d'argento del Madagascar); fotocopie dei documenti; lucchetti per lo zaino ed il borsone; pulizia delle macchine fotografiche; trasferimento di alcuni documenti e dati dal pc portatile ai floppy
(non si sa mai..); la scelta di un paio di libri".

NAZISMO E COMUNISMO



L'amaca di MICHELE SERRA




A Bologna, su invito dell’Amministrazione comunale, si è esibita in piazza una band neonazista viennese. Gli organizzatori, replicando alle rimostranze, si meravigliano che non sollevino analogo scandalo "artisti che si esibiscono tra le bandiere rosse" essendo "nazismo e comunismo la stessa cosa".




Il concetto, specie se espresso a Bologna e magari da bolognesi, non è nemmeno scorretto e sfrontato. E’ semplicemente, totalmente idiota, tanto evidente, nella storia della città, è il segno di urbanità e di moderazione che il comunismo ha lasciato.




I difetti del comunismo emiliano furono, semmai, gli stessissimi difetti della democrazia italiana, e forse di tutte le democrazie: favori agli amici degli amici, vizi di sottogoverno, pratiche disinvolte nelle nomine pubbliche. Ma sentir dire da un tizio, in quel di Bologna, che Dozza e le Esse Esse sono una roba equivalente, non fa neanche incazzare, Fa pena, la pena che merita una comunità nella quale la polemica politica è ridotta a frottola infantile.




Non è neanche revisionismo. E’ proprio fesseria.


Zimbabwe, nell' ex granaio d' Africa l' unica speranza è il treno degli aiuti

Lo Zimbabwe: un Paese fino a cinque anni fa florido, ora rischia di essere distrutto dalla corruzione e dalla carestia


di Massimo A. Alberizzi

(malberizzi@corriere.it)



Il supermercato nel centro di Harare è misero. Molti banchi sono vuoti. Non c'è zucchero, non c'è farina, manca il latte.
Nel frigorifero della carne quattro pezzi sembrano in stato di avanzata decomposizione. I prezzi, al contrario, sono altissimi.
Un chilo di pomodori raggrinziti poco più di 2 euro. Jonas, uno dei cassieri, non potrebbe accettare i dollari. Ma fa un cenno con
la bocca,apre un cassetto lentamente mentre con la coda dell'occhio sorveglia i movimenti della guardia sulla porta d'entrata. Afferra con abilità e senza farsi vedere il pezzo da cento, lo nasconde tra le pagine di un vecchio giornale e sorride compiaciuto. Si sente fortunato. In Zimbabwe la moneta americana è rarissima e al mercato nero il pezzo da uno viene pagato 500 dollari locali. In banca per la stesso biglietto verde ti danno quasi dieci volte di meno, 52 zimdollars. Le transazioni private sono vietatissime e le spie sono sempre in agguato. Oggi Jonas ha comprato i dollari a 300. Un ottimo affare per lui. L'inflazione galoppante sta distruggendo un Paese che fino a 5 anni fa era florido e considerato il granaio della regione. Oggi le cose sono cambiate e l'Onu stima che 600 mila dei 12 milioni di abitanti rischino di morire di fame. Certo l' anno scorso ci sono state alluvioni seguite da siccità, ma il problema della penuria di cibo - mais bianco, soprattutto, l' alimento più popolare - non è dovuto alle bizze climatiche, ma piuttosto a una gestione scellerata del regime guidato da Robert Mugabe, un uomo che da combattente per la libertà si è trasformato in dispotico tiranno.


Il presidente, violando la costituzione, ha sottratto i latifondi ai bianchi che con 3500 fattorie controllavano il 78 per cento delle terre coltivabili. Una riforma forse comprensibile sul piano della giustizia sociale ma adottata con voracità, violando i diritti umani e nel segno della corruzione più sfrenata. I possidenti, cacciati con prepotenza, non sono stati risarciti e le campagne confiscate sono finite in mano a notabili del regime che le hanno occupate ma non coltivate: non sanno neppure come si fa. L'anno scorso erano state prodotte 330 mila tonnellate di grano. Quest'anno il raccolto scenderà a 120 mila a causa degli espropri.


In Zimbabwe la carestia non è dunque solo un'emergenza umanitaria, ma un disastro politico esplosivo. Ogni giorno arrivano 6000 tonnellate di mais dal Sudafrica Ma l'Onu ne sta cercando 1,4 milioni entro settembre. L'allarme cibo ha messo ancora di più in evidenza il cinismo del regime. La gente sta per morire ma Mugabe, ha rifiutato il mais americano: «E' trasgenico», ha urlato alla radio. La crisi alimentare, tra l'altro, è stata causata anche dalla cessione incontrollata delle riserve:
«Avevamo 2 milioni di chili di provviste di mais. Vendute e i soldi spariti - racconta Sam, un ex coltivatore la cui terra è stata confiscata -. Kangai, ex ministro dell'agricoltura, è stato inquisito , ma solo per salvare la faccia: il processo è stato rinviato sine die e lui è libero». Secondo Sam la situazione in Zimbabwe è gravissima anche per il crollo delle strutture, una volta efficientissime: «Nel 1992 c'è stata una seria carestia - denuncia -. Ma le terre dove la produzione era stata normale hanno provveduto a nutrire quelle colpite. Gli aiuti erano portati con sette treni al giorno. Ora il cibo arriva dall'estero ma ci sono solo sette treni al mese per trasferirlo nelle zone più compromesse». Secondo alcuni diplomatici ad Harare, un dato significativo prova che l' emergenza è stata provocata dalla cattiva gestione politica (comprese la malversazione e la corruzione). Nell'Africa australe, Sudafrica e Botswana hanno avuto alluvioni e siccità, ma i loro raccolti sono stati eccellenti. Ma sono Paesi gestiti in un modo diverso, dove nessuno si permette di espropriare, senza una politica alternativa, fattorie che vanno a gonfie vele.



Il Paese ZIMBABWE Lo Zimbabwe ha 11 milioni di abitanti: il reddito medio pro capite è di appena 630 dollari all'anno. Quasi un bambino su 10 (8,9%) muore prima di aver compiuto 5 anni e la speranza di vita media è 44 anni. Secondo le stime ufficiali, l'85% della popolazione sa scrivere, ma solo un bambino su due (52%) va oltre l'istruzione elementare

22.7.02

>

Viaggio intorno al mondo in difesa della libertà di stampa.


ROBERTO DI NUNZIO


6/PERCHE' QUESTO VIAGGIO


"Se avete letto la lista dei giornalisti uccisi nel mondo nei primi sei mesi del 2002, e che Claudio ha messo in rete in questa sezione del sito, sarà più facile spiegarmi quando mi riferisco agli "scopi" che mi hanno mosso nell'organizzare il viaggio intorno al mondo in difesa della libertà di stampa.


Dunque, 24 colleghi assassinati, 106 attualmente imprigionati, 450 in attesa di processo per reati di opinione.


Da quando ho incominciato questo mestiere, giovanissimo, nella "mitica" redazione romana di Panorama, a fianco di Gianni Farneti, Emilia Granzotto, Chiara Beria e tanti altri, sono passati un diluvio di anni. Sono accadute mille vicende e mille casini ma sono ancora quì a fare stò lavoro che è l'unica cosa che so fare.


Storie belle ed aneddoti buffi, rotture di coglioni memorabili, pezzi scritti bene ed altri con i piedi, ma non ho mai vissuto con la paura di morire pensando che ciò che scrivevo mi avrebbe potuto procurare una revolverata, anni di galera, torture.


Neppure quando ha lavorato all'estero: Madagascar, Messico, ex Zaire, Brasile, Costarica, Spagna, Croazia........


Dopo quasi 25 anni di lavoro ho voglia di entrare nelle case dei colleghi che rischiano la vita ogni giorno per ogni articolo, nelle redazioni che hanno visto morire i propri colleghi, nelle piccole case editrici indipendenti che lavorano sotto il tacco delle polizie, dei regimi e delle mafie locali.


Ho voglia di raccogliere le loro storie e renderle visibili al di fuori del loro paese. Ed i paesi dove la libertà di stampa è (sostanzialmente) reato sono così tanti che solo l'idea di un giro del mondo avrebbe potuto rendere (quasi) completo il mio progetto.


Le fonti di informazione delle quali mi servo per conoscere queste notizie sono quì in rete, alla portata di tutti: "Informazione senza Frontiere" (www.italian.it/isf), "Reporters sans Frontieres" (www.rsf.org), "Stringer" (www.stringer.it), "Libertes Immuables" (www.enduring-freedoms.org).


Ecco, questi sono i motivi che sinteticamente sono alla base del mio viaggio, miei scopi. Altri non ne ho.


Scriverò reportages, articoli, interviste, farò foto che (mi auguro) venderò ai media italiani ed europei, tornerò con moltissimo materiale che diventerà un documento/rapporto sullo stato della libertà di stampa nel mondo, attraverso le storie che raccoglierò dalla voce dei colleghi.


Scriverò poi un secondo libro, "soggettivo", una specie di diario, su come ho vissuto "io" questa straordinaria esperienza in giro per 400 giorni intorno al mondo.


E' per questo che ringrazio molto Claudio per lo spazio che mi da, perchè le storie che conoscerò le riporterò subito in queste pagine, esattamente come si fa con un diario.


Ho gia l'agenda piena di nomi e di indirizzi di giornalisti con i quali sono in contatto, e domani ne "svelerò" qualcuno, come ad esempio, Thais Corrai, creatrice di programmi d'informazione per 359 radio sparse per tutto il Brasile, oppure Mohamed Bakri regista e reportagista palestinese, o ancora Shaidh Rashid, indiano,direttore del "State Reporter", quotidiano di lingua urdu diffuso nel Kashmir, e attualmente ricoverato in ospedale dopo essere stato raggiunto da tre proiettili di pistola all'uscita del suo giornale.
Intanto, per tornare al mio itinerario, sono sbarcato all'aereoporto di Los Angeles e, con una lunga traversata in pullmann (i famosi "Greyhound") percorrerò la "Route66" dalla California a Chicago, attraverso il cuore degli states.

21.7.02

Viaggio intorno al mondo in difesa della libertà di stampa.


ROBERTO DI NUNZIO


5/BASTANO 200 DOLLARI AL GIORNO



"Ho accennato ai costi del viaggio, nella pagina di ieri, ed al famigerato budget da programmare e (in qualche modo) gestire.
I paesi attraversati sono tanti, con stili di vita e costi assai diversi tra loro. L'unico comune denominatore, che unisce ogni diversità, rimane il dollaro. Il biglietto verde è accettato ovunque, per qualsiasi cosa e per ogni emergenza. Quindi il famoso budget è stato calcolato in dollari, considerando le priorità assolute da affrontare quotidianamente; le spese fisse, cicliche e ripetitive; qualche imprevisto ed un pizzico di qualità della vita.La somma che ne è scaturita è quella "base" di 200 dollari al giorno.E così suddivisa: tra i 35 e i 50 dollari per dormire (in una camera senza particolari pretese ma almeno con una presa telefonica indipendente per collegarmi in rete tutti i giorni); tra 35 e 50 dollari tra prima colazione, un panino e una birra a pranzo, una cena appena più tradizionale, qualche bottiglia d'acqua, gli indispensabili caffè; ciò che ne rimane servirà per gli spostamenti (pullmann, treni, traghetti, altro....), sigarette (si, confesso, sono un fumatore), magari qualche giornale, pellicole fotografiche. In più le spese che ho definito fisse, cicliche e ripetitive: dentifricio, shampoo, sapone per il viso, qualche rasoio bic, francobolli...Questo come budget "generale".


Dalla mia ci sarà che in alcuni posti sarò ospitato da amici (o da amici degli amici, e così via), che non rifiuterò qualche saporito invito a pranzo (meglio se a cena) e che, arrivando nelle capitali dei paesi attraversati, mi presenterò nelle nostre ambasciate (o uffici consolari), tanto per avere un'opinione (non indipendente) sullo stato della libertà di stampa del paese nel quale mi trovo, quanto per sfruttare la capacità straordinaria dei nostri funzionari diplomatici nell'allacciare "convenzioni" con alberghi (in genere di buon livello) e spuntare così una buona sistemazione ad ottimo prezzo.< BR>

Di contro avrò la necessità di 6 passaggi aerei, indispensabili per poter "chiudere" l'itinerario che mi sono dato e che in genere sono costosi. In più cercare di limitare il più possibile gli imprevsiti (quindi avere la capacità di trovare sempre soluzioni alternative all'imprevisto che si presenta), e augurarmi di non perdere di vista il mio angelo custode per evitare le temute emergenze. Invalutabili per definizione. Ed allora, non avendo trovato alcun sostegno economico per i motivi che spiegavo ieri, conservo nel cuore i sostegni morali che ho ricevuto, tanti e da persone che stimo, a partire da Claudio Sabelli Fioretti che ospita questo diario, e parto (anzi partirò il 28 luglio) con la spinta insostituibile e preziosa di tante mani amiche.


Nel frattempo sono arrivato ad un punto cruciale dell'itinerario: a sud l'Australia, a nord Cina e Giappone, davanti a me il Pacifico e gli Usa.
Un primo passaggio aereo sarà necessario per raggiungere Sidney e da lì un secondo viaggio aereo diretti a Manila. Dalle Filippine a Taiwan, Hong Kong e Cina (Canton, Nanchino, Shanghai), Corea e Giappone. Prima del grande salto (e terzo volo aereo) verso Los Angeles.


In California dovrei arrivare a fine gennaio 2003, quindi essere circa alla metà del viaggio.
Domani, però, voglio parlare degli scopi che mi muovono e che sono stati il propellente indispensabile per progettare ed organizzare questo viaggio intorno al mondo in difesa della libertà di stampa e di informazione.