14.11.02
CHI L'HA DETTO?
"Non è la morte la cosa peggiore, ma la cattiveria umana. Il male non è stare male, ma fare male. Così come il bene non è stare bene, ma essere buoni. Io credo che questo sia l'eterno ritornello della vita. Se riusciamo ad affrontarlo, ne usciamo tutti quanti arricchiti"
Chi l'ha detto? Martin Luther King? Ghandi? Marco Pannella? Suor Teresa di Calcutta? Gino Strada? Santa Maria Goretti? Padre Pio? Papa Giovanni XXIII? Per scoprirlo andare su Documenti.
No, l'ha detto Marcello Dell'Utri a Marco Marozzi di Repubblica ed è stato pubblicato sul quotidiano di Ezio Mauro l'11 settembre 2002
12.11.02
Operazione Mao Donald
di STEFANO BENNI
GRANDE impressione in tutto il mondo per l´attacco preventivo che la Cina ha sferrato agli Stati Uniti. Una ventina di missili nucleari ha colpito alcune delle più grandi città americane, New York, San Francisco, Chicago e Boston, centri militari come il Pentagono e la base di Guantanamo, monumenti come il monte Rushmore e la casa di Elvis Presley, oltre a obiettivi industriali come la Microsoft, Cosa Nostra, Disneyland e naturalmente la Casa Bianca. Il missile impiegato è il Fang Zhi, il cui nome poetico significa più o meno «cogli il fiordaliso prima che lo colga qualcun altro».
Il Fang monta una testata nucleare intelligente che uccide soltanto gli esseri umani lasciando vive le aiuole. Il presidente Bush è stato subito caricato sull´aereo presidenziale che vola ormai da otto ore nei cieli americani. Finora ha rilasciato solo una breve dichiarazione: «Cazzo, sono stati più preventivi di noi».
Il ministro della Difesa cinese, generale Huo, durante un briefing con tè e inchini, ha spiegato ai giornalisti occidentali lo scopo e i risultati dell´operazione "Mao Donald", come è stata subito battezzata. «Abbiamo studiato attentamente la teoria di Bush sull´intervento preventivo contro nemici dotati di armi da distruzione totale - ha detto il generale - e abbiamo convenuto che l´America era un pericolo molto concreto per il futuro del nostro paese. Perciò, per salvare la pace in Oriente e nel mondo abbiamo attaccato. Come diceva Confucio: «Prevenire la prevenzione è ancor meglio che prevenire».
Dopo lo smacco, in America divampano le polemiche. La Cia ha ammesso che aveva avuto la segnalazione di qualcosa di insolito. Nei giorni scorsi dieci milioni di cinesi avevano abbandonato le Chinatown di New York e San Francisco e si erano trasferiti in Alaska, «Credevamo fosse una moda turistica» ha detto il generale Lier, quello delle Torri gemelle. Ha poi smentito le solite voci su incapacità e complicità dei servizi segreti. «Sapevamo da tempo - ha rivelato - che si stava preparando un attacco preventivo contro di noi. Una alleanza tra estremisti arabi e cinesi dovevauccidere un noto investigatore americano e affondare tre unità della nostra marina, di nome Nina, Pinta e Santa Maria. Non abbiamo saputo rintracciare queste unità, e i cinesi hanno dovuto cambiare obbiettivo».
Ora si attende la reazione del gigante ferito. Sull´aereo Bush è infuriato, non solo perché il potenziale bellico americano è ora pari a quello del Lussemburgo, ma soprattutto perché dopo trenta ore di volo, per un problema di toilette intasate, il presidente deve pisciare dall´ala. «E´ colpa dell´Onu ha dichiarato Bush - se mi avessero lasciato attaccare subito l´Iraq, avrei potuto preventivare la Cina. L´Europa è ferma a Klausewitz, sulla guerra preventiva il mio stratega preferito è Erode. La nostra risposta sarà durissima».
Malgrado la rabbia del presidente gli esperti militari sono perplessi. Il potenziale bellico degli Usa è miniaturizzato, e gli americani dovranno prepararsi a essere un paese come gli altri. Saddam ha già chiesto un ispezione sugli arsenali chimici Usa. Putin ha dato l´ordine di riparare tutti i sottomarini russi, stanziando una grossa cifra in nastro adesivo. Osama è vivo, anche se in condizioni mentali precarie, infatti ha ripreso a giocare in borsa comprando azioni Fiat.
L´attacco cinese sta ovviamente causando una reazione a catena. Con gli ultimi missili gli americani hanno attaccato il Brasile e Cuba. Blair è stato preventivamente bombardato dall´India che teme una nuova colonizzazione. Fortunatamente il potenziale nucleare indiano era stato decimato da un preventivo attacco pakistano. La Corea del Sud ha preceduto di pochi secondi quella del Nord in un attacco chimico. Saddam ha spazzato via il Kuwait e gli oleodotti norvegesi. Misteriosi i motivi che hanno portato l´Australia a polverizzare preventivamente la Nuova Zelanda. Alla base di tutto, secondo gli esperti, non ci sarebbero motivi politici, ma una vendetta interna al mondo del rugby.
In quanto all´Italia, Berlusconi non ha rilasciato subito dichiarazioni in quanto era al raduno dei No Process, ovvero della maggioranza chiusa in aula per votare la legge sul Legittimo Dolcetto, o legge Moreno-Previti. Secondo questa legge è lecito corrompere giudici e comprare sentenze, basta che non si paghi in contanti, ma con pacchi dono e strenne contenenti dolci, cotechini, diamanti e orologi. Informato dell´attacco cinese, Berlusconi si è detto solidale con l´amico George. Sapendo che Bush vive sull´aereo ormai da tre giorni, il premier ha pensato di fargli l´ennesimo regalo: un paracadute di visone Yves Saint Laurent modello "descente rapide". Poi ha presieduto una riunione speciale del Consiglio dei ministri, rassicurando che non sono previste azioni catastrofiche nei confronti del nostro paese, anche perché Tremonti è in ferie. Ma sicuramente, ha aggiunto il premier No Process, c´e da temere che i No Global stiano preparando qualcosa di subdolamente preventivo.
«Il fatto che non abbiano distrutto le bellezze di Firenze come il David di Raffaello, i Pastelli di Giotto e le gallerie d´arte scavate sotto Pittimoda, non deve farci abbassare la guardia. A questo proposito ho sostituito Pisanu con Borghezio».
Purtroppo, mentre il presidente stava parlando con i giornalisti, è giunta la notizia che truppe corazzate austriache e tedesche hanno invaso la Padania. «Non abbiamo niente contro l´Italia - ha detto Schroeder - ma con questo clima politico, prima o poi la questione del Tirolo sarebbe esplosa». Attualmente gli esperti definiscono la situazione molto grave. Ci son ben settanta punti di prevenzione in vari punti del mondo.
La Lega e An hanno minacciato di togliere la fiducia a Berlusconi se il nostro paese non si impegna subito in una guerra preventiva. E´ stata individuata una serie di possibili obiettivi. E´ di stamattina la notizia che sarebbero in corso scaramucce tra gli irriducibili della Lazio e le guardie svizzere vaticane.
Mentre volano missili preventivi da un oceano all´altro, e la stratosfera sembra una pista di autoscontri, George Bush non tocca terra ormai da nove giorni.
Anche se il suo Jumbo viene continuamente rifornito in volo di carburante e hamburger, le condizioni del presidente sono pessime: per un blocco psicologico non piscia da quarantotto ore. Che la situazione sia critica, lo dimostra la sua ultima dichiarazione. «La Cina deve cessare il suo attacco - ha detto - se no ci rivolgeremo all´Onu».
Poche ore fa, la notizia che risolve tutto. Un osservatorio canadese ha captato un messaggio in onde interparsec astrocriptate fonofibrillanti. Praticamente, un Sms spaziale. Dice testualmente. «Qui gli Stati Supremi di Andromeda, la federazione di pianeti più armata e potente dell´universo. Abbiamo osservato con preoccupazione l´evolversi della situazione sul geoide chiamato Terra, e la progressiva sostituzione dei rapporti politici con la superiorità militare e i ricatti dei potentati economici. Abbiamo
rilevato il dilagare del virus Sgp, ovvero sindrome della guerra preventiva. Questo sindrome, secondo gli archivi storici cosmici, ha già portato all´estinzione il novantotto per cento dei pianeti colpiti. Non abbiamo certo paura di un vostro attacco, siamo cento volte più armati e tecnologicamente avanzati di voi, e la nostra civiltà è superiore alla vostra. Ma il continuo proliferare di guerre, attentati e sconvolgimenti climatici sul vostro geoide porterà quanto prima a un collasso della vostra struttura, con probabile deflagrazione, deviazioni di orbita, modifica dei campi gravitazionali e conseguenze su tutto il sistema solare, e dintorni. Per questo motivo siamo costretti a mandarvi Bambi, ovvero un provvedimento preventivo per evitare che possiate pregiudicare l´ordine dell´Universo Occidentale.
Bambi è un meteorite di dodicimila chilometri di diametro carico di gas roventi e lava piccante. Colpirà la Terra entro due ore. Se avete abbastanza astronavi per salvarvi, fate in fretta, se no ci dispiace, ma la legge del più forte vale anche nel cosmo».
Ps. Se in queste due ultime ore volete cambiare la suoneria del vostro telefonino vi ricordiamo che il servizio Spazio Sms di Andromeda, può fornirvi i suoni di centosedici pianeti del cosmo, compreso l´urlo del Kramkurkur e tutti i successi delle hit parade siderali. Chiamate il... (seguono trecento numeri).
Alla notizia dell´attacco alieno, ci sono state scene di panico e disperazione in tutto il mondo. L´aereo di Bush è atterrato a Canton (Ohio) unica città americana non attaccata dai cinesi, ove è in corso una riunione mondiale di emergenza per trovare rimedio a Bambi. La riunione è attualmente sospesa perché il presidente sta pisciando da vari minuti. Sono presenti tutti i paesi del mondo meno l´Italia. Al Senato, infatti, la maggioranza, approfittando del caos, cerca di far passare una legge che concede l´immunità parlamentare per i prossimi cento anni. I pianisti della Casa della Libertà si sono scatenati e hanno portato in aula una gigantesca piovra in grado di azionare fino a centoventi bottoni. Il presidente Pera ha detto che non c´è niente di irregolare, basta che abbia la cravatta.
Bossi dichiara: temo che col meteorite possano entrare in Italia extracomunitari di varie galassie. Nella Rai deserta, i giornalisti di An si scannano per le scrivanie lasciate vuote. D´Alema invita i compagni a pregare, il Papa fuma un sigaro. Arriva la notizia che Osama è vivo, peggio per lui. Bambi, il meteorite preventivo degli Stati Supremi di Andromeda è ormai a pochi minuti dalla Terra. Finalmente il Bene trionferà.
La guerra al fumo
di Miti Vigliero Lami per Libero
I sacerdoti degli Atzechi per invocare la pioggia soffiavano verso il Sole e i quattro punti cardinali nuvole di fumo prodotto da foglie di tabacco tenute fra le labbra arrotolate e accese all’estremità; ben presto scoprirono che aspirare queste nuvole fittizie era assai gradevole: in tal modo inventarono il vizio del fumo. Il primo europeo che iniziò a fumare fu nel 1492 un compagno di Cristoforo Colombo, Rodrigo de Jeréz, il quale imparò subito dagli indiani Arawak l’arte di aspirare i primi sigari; tornato in Spagna nel 1493, egli divenne anche la prima vittima della guerra al fumo: gustandosi in pubblico il suo sigaro venne immediatamente processato dall’Inquisizione come indemoniato (causa il fumo che usciva dalle sua bocca e dalle sue nari manco fosse Belzebù) e sbattuto in galera.
Nel 1560 Jean Nicot de Vellemain, ambasciatore francese in Portogallo, spedì dei semi di tabacco a Francesco II e Caterina de’ Medici, assicurando che si trattava di un’efficace pianta medicinale (“erba santa”) in grado di curare moltissime malattie. In Italia in tabacco arrivò nel 1561 grazie al cardinale Prospero di Santa Croce, nunzio apostolico a Liscona, il quale spedì i semi della pianta a vari ordini religiosi con l’ordine di coltivar la pianta medicinale in tutti gli orticelli dei conventi. Poco per volta l’abitudine di fumar tabacco invase tutto il mondo, e i francesi e gli inglesi furono i primi, nel 1600, ad inventare il Monopolio Statale dei tabacchi.
Ma non tutti erano entusiasti della cosa; se il cardinal Richelieu si limitò a imporre tasse elevatissime sul tabacco, il re inglese Giacomo I (1566-1625), definiva il fumare “deplorevole abitudine disgustosa per gli occhi, sgradevole per il naso, pericolosa per il cervello” e promulgò il primo decreto ufficiale anti-fumo: per mera curiosità, il re Giacomo detestava la Spagna, nazione sua storica nemica, e allora gli spagnoli erano i più grandi importatori di tabacco.
Nel 1642 papa Urbano VIII scomunicò i fumatori come “seguaci di diaboliche pratiche” e nel 1650 Innocenzo X proibì ai fedeli di fumare pena l’Inferno (si era leggermente seccato perché un fumatore distratto un giorno in San Pietro gli aveva dato fuoco all’abito).
Nel 1645 in Russia, mentre Pietro il Grande fumava ininterrottamente e beatamente chili in tabacco in lunghe pipe d’argilla, contemporaneamente dava l’ordine che chi veniva pescato a fumare in pubblico o in privato, fosse condannato al taglio del labbro superiore; in compenso lo zar Alessio Michajlovic faceva bastonare e torturare tutti quelli che erano trovati in possesso di tabacco fino a quando non ne confessavano la provenienza, e le donne russe asserivano che fosse meglio “baciare il deretano del diavolo che la bocca dei nostri mariti”, causa l’alito maleodorante dato dal tabacco masticato. In Persia, lo scià Abbas, obbedendo al Corano, faceva mozzare il naso a chi il tabacco lo annusava e tutte e due le labbra a chi lo fumava.
Nel 1670 nell’Impero Ottomano i trafficanti di tabacco venivano condannati a morte tramite piombo fuso versato nella loro gola mentre il sultano Amurat IV, democraticamente, lasciava loro la scelta se esser impiccati con la pipa in bocca o arsi vivi su un rogo alimentato con foglie di tabacco. Ergo non lamentiamoci se oggi, al massimo, ci impediscono di fumare in un luogo pubblico.
CASO SOFRI
Il cavaliere di grazia (e disgrazia)
di Francesco Merlo (Corriere della Sera)
embra una barzelletta, ma adesso che anche Berlusconi vuole la grazia per Adriano Sofri, sono gli altri, i suoi avversari più ideologizzati, i presunti amici politici di Sofri che non la vogliono più, e anzi temono la grazia come una disgrazia. E difatti i fantasmi di quella che fu l’orgogliosa sinistra, le larve della nostra Utopia, i fraticelli dei girotondi e dell’indignazione pubblicano sull’Unità un appello a Sofri, firmato da Gianni Vattimo e non da un autore di testi comici demenziali, affinché, se graziato, il detenuto Sofri rifiuti - proprio così - di uscire di galera, si aggrappi alle sbarre, si barrichi nella cella. Insomma, per far contento Vattimo che lo «ammira tanto», definitivamente Sofri marcisca nel carcere di Pisa «per difendere la democrazia calpestata». Dia retta e non si faccia liberare da questi liberatori «perché questa volta ne vale la pena».
E Vattimo persino minaccia col dito alzato: «Per quello che sei e rappresenti ne hai quasi un imperativo dovere». Vattimo capirebbe infatti se Sofri scappasse, come il conte di Montecristo; dice d’essersi addirittura augurato che Sofri finisse con «l’ammettere una colpevolezza che sapeva non appartenergli».
Tutto Vattimo accetterebbe da Sofri e per Sofri, ma non che uscisse di galera con l’aiuto di Berlusconi. E’ infatti dovere di Sofri custodire la propria cella come la tomba della libertà e della «severa regola etica e politica»: la prigione di Sofri diventi il patibolo di Berlusconi.
Così, nelle salde mani di Vattimo e di Pancho Pardi, che firma sullo stesso numero de l’Unità un lungo articolo d’appoggio, anch’egli intonando con passione un inno alla galera (altrui), la detenzione di Sofri diventa necessaria per «resistere a Berlusconi, al suo giornalista di servizio Giuliano Ferrara», «a questa intollerabile immondizia».
Vattimo non sopporta che l’iniziativa di Berlusconi a favore di Sofri passi attraverso una lettera scritta al Foglio , che è il giornale appunto diretto da quel Giuliano Ferrara verso il quale «un po’ di razzismo delle idee e delle convinzioni politiche mi sembra indispensabile: non sono Dio e ho giustamente paura di contaminarmi». E qui, scoprendo la sua natura umana a chi lo aveva confuso con Dio, Vattimo mostra chiaramente dove portano l’indignazione e l’invettiva; e quanto abbassi il tasso di civiltà questa letteratura politica, questo trasloco della ragione dalla testa allo stomaco, dal cervello alle viscere.
Non sappiamo a che cosa mirava Berlusconi, non sappiamo se voleva mettere in difficoltà la sinistra, come sta accadendo. Tutti sappiamo però che Ferrara si è sempre battuto per Sofri, molto prima che Berlusconi inventasse Forza Italia. E si è battuto anche contro il realismo e qualche volta contro il rispetto delle istituzioni, animato dall’affetto sincero e dalle sue personali opinioni. Sospettiamo perciò che la lettera al Foglio sulla grazia a Sofri non sia un servizio di Ferrara a Berlusconi, ma al contrario che sia stato Berlusconi a fare un servizio a Ferrara, e, di conseguenza, a tutti quelli che non sopportano più Sofri in galera. Non tanto a quelli che credono nella sua «non colpevolezza penale» (che è materia affidata e già risolta dai giudici), ma soprattutto a quelli che non vogliono fermare la storia a trent’anni fa, magari perché sanno che i propri pensieri di allora erano gli stessi pensieri di Sofri, e che lui sta in prigione in rappresentanza di una generazione, sicuramente al posto di un altro, perché il Sofri di oggi non è il Sofri di una generazione fa.
Paradossalmente, chi somiglia al Sofri di trent’anni fa è proprio il Vattimo di oggi, che lo vuole in galera «per ammirazione e per affetto» mentre denuncia che la Lega lo vuole dentro «per idiozia» e Fini «per faziosità». E chissà la differenza tra un calcio alle gengive ricevuto per affetto e uno ricevuto per idiozia o per faziosità. E’ vero che come attenuante (aggravante?) Vattimo, senza volerlo, confessa di non sapere di che cosa parla, visto che in prigione non c’è stato mai, professore di una materia che non professa, cavaliere che suona la carica stando a cavallo di un cavallo a dondolo, viso truce e spada di carta: «Io certo non lo saprei fare, confesso che al tuo posto avrei ammesso qualunque cosa».
Si potrebbe ridere di questa prosa se l’indignazione e l’invettiva non fossero, e non da oggi, la colonna sonora dell’Italia politica. E sarebbe giusto cominciare a ricordare. Fu proprio l’indignazione ad armare la mano degli assassini del commissario Calabresi. E anni di indignazione accumulata contro la Dc prepararono il delitto Moro. L’indignazione, quando diventa letteratura politica, sempre degrada la mente. Non c’è alcun coraggio nell’oltranza dell’indignazione e Sofri è abbastanza intelligente per capire che questi sragionamenti moralistici contro di lui hanno il merito di chiarire definitivamente il rapporto di ambiguità che, purtroppo, una certa parte della sinistra, la peggiore, ha con la sua galera, e quanto sia necessaria a quel che rimane del marxismo e del cattolicesimo sociale la sventura dell’eroe.
In siciliano Sciascia inviterebbe Vattimo «a non futtiri ccu pisci di nautru» e a trovare, dunque, il modo (non manca a lui) di accomodarsi in prigione e di chiedere come riscatto della propria liberazione quel che egli pretende da Sofri, e cioè «che Previti abbia assaggiato almeno un giorno di galera». Intanto, nell’attesa, noi, liberi e belli, apriremo un gran dibattito politico, culturale ed etico, appassionato e indignato, sul fenomeno Berlusconi, e se siano o no regime «tutte le turpitudini che ci fanno digerire e che ci fanno vergognare di essere italiani».
CASO SOFRI
Se Berlusconi chiede la grazia a Ferrara
di Gianni Vattimo (l'Unità)
Caro Sofri, ho sempre creduto che tu (posso? La sola volta che ti ho visto a Torino, nell'altro secolo, si usava il tu) stessi subendo una grave ingiustizia, data l'inconsistenza delle prove e la contraddittorietà delle testimonianze sulla cui base alla fine sei stato condannato in via definitiva. Forse non sono stato tra i più attivi sostenitori della tua causa, non so se ho firmato appelli a tuo favore, spero di sì ma non me lo ricordo; e comunque, se non ho fatto tutto quello che tu ti potevi legittimamente aspettare, era spesso perché non volevo mischiarmi con iniziative prese da Giuliano Ferrara (sì, un po' di razzismo delle idee e delle convinzioni politiche mi sembra indispensabile, non sono Dio e ho giustamente paura di contaminarmi). Ma mi sono sempre augurato che tu, addirittura, venissi meno alla severa regola etica e politica che ti eri imposto: non ammettere una colpevolezza che sapevi non appartenerti.
Nemmeno se questo ti sarebbe costato, come ti sta costando, anni di galera, di separazione dai tuoi - familiari, amici, sodali politici. Confesso che io al tuo posto avrei ammesso qualunque cosa, anche se spero che, quando dovessi trovarmi in carcere ingiustamente, qualcuno o qualcosa mi dia la forza di fare come te. Non ti sei mai piegato a nessuna soluzione machiavellica, come quelle che in tutti i campi sembra prediligere il tuo «realista» amico Giuliano Ferrara.
Confesso che anch'io mi sono rallegrato della prospettiva nuova che è sembrata aprirti la lettera di Berlusconi dell'altro giorno. Ero contento per te e per la giustizia, anche se con un certo disagio: timeo Danaos - Berlusconi e il suo giornalista di servizio Ferrara non mi sembrano promettere nulla di buono, anche quando fanno la cosa giusta.
Ma adesso mi rendo conto che ciò che mi aspetterei da te - se mai il Cavaliere vincesse le resistenze faziose di Fini e quelle semplicemente idiote della Lega, e ti facesse ottenere la grazia (del resto, è persino riuscito a far firmare a spron battuto la legge Cirami a Ciampi) - è che tu rifiuti, sulla base degli stessi principi «eccessivi» che hai rispettato finora, di accettare questa grazia. Se in passato avevi ragioni anche personali - di coerenza, di rispetto per te stesso - per rifiutarti alla mossa realistica che noi desideravamo da te, oggi le ragioni sono molte di più, non riguardano più soltanto la tua personale coerenza, ma le condizioni della democrazia calpestata nell'Italia berlusconiana. Non ti sarà sfuggito che la lettera «clemente» di Berlusconi segue di pochi giorni lo scempio dell'approvazione della legge Cirami; e che i suoi famigli inquisiti, condannati, indagati a vario titolo, liberi per prescrizione, per esempio Cirino Pomicino (sul Giornale di famiglia, cfr.
Travaglio su l'Unità del 10 novembre), hanno già cominciato a utilizzare questa (promessa, del resto, come le tante altre del cavaliere) grazia come un primo passo verso una pacificazione che cancelli il decennio di Mani pulite - e dimentichi i reati di Previti, quelli, alcuni solo prescritti, di Berlusconi stesso, e tutte le altre turpitudini che oggi siamo costretti a digerire e che ci fanno vergognare di essere italiani.
Se hai sopportato per anni il carcere ingiusto - del resto, facendo in modo esemplare di necessità grande virtù - ti chiedo di resistere ancora, perché questa volta, io credo più di prima, ne vale la pena. Io certo non lo saprei fare, ma tu ormai, per quello che sei e rappresenti, ne hai quasi un imperativo dovere.
Aspetta almeno che Previti abbia assaggiato anche un solo giorno di galera, e che Berlusconi si sia lasciato almeno processare una volta dai suoi giudici naturali. Forse, in un futuro meno lontano di quello che Ferrara pensa, potrai avere una grazia più piena, non condizionata da Fini, Bossi e Borghezio, in un'Italia finalmente ripulita da questa intollerabile immondizia.
Con ammirazione e affetto
9.11.02
MAI COSI' ORIANA
Show di Sabina Guzzanti, travestita da Oriana Fallaci, davanti a migliaia di delegati del Social Forum di Firenze. Che la scambiano per quella vera ( a cura di Stefano Porro)
Ecco la trascrizione integrale dell'intervento-show di Sabina Guzzanti, alias Oriana Fallaci, durante lo svolgimento del Firenze Social Forum. Prima seduta, e poi in piedi su di un improvvisato palco, con al suo fianco il giornalista di Repubblica Curzio Maltese, la Guzzanti le spara talmente grosse da sembrare la vera Oriana Fallaci.
"Fate silenzio sennò vi stacco le palle e poi ci gioco a tennis contro il muro della Mecca! E, a proposito, oggi sono venuta qui per dire a voi, falsi pacifisti, che state qui giovani e belli, che vi baciate e vi abbracciate, quanto è faticoso abitare al 38simo piano di un attico di Manhattan, per non parlare dello scrivere romanzi per anni e anni senza esserne capaci, con trecento personaggi tutti uguali che poi son sempre tutti uomini tranne una cavalla, che alla fine son sempre io stessa e vi confesso che non ne posso più".
Voce dal pubblico: "Che ti venisse un cancro!"
"M'è già venuto e che ti venisse a te e pure alla tu' mamma. E voi sareste no global? Ma se non avete neanche avuto le palle di sfasciare un bancomat! Siete una massa di smidollati, e state zitti che vi conviene!"
"Voi venite qui a parlare di pace e non sapete che io amo la pace, la amo forse più di voi, e la porterei in tutto il mondo, anche a costo di bombardarlo e raderlo al suolo e poi spargere il sale sulle rovine. Anche se certo, devo dire la verità, io non mi sono mai sentita tanto viva quanto in guerra, con tutti quei bombardamenti che fanno patapim, patapum, patapam, e tu ti senti tutta l'adrenalina che ti sale! Eppoi dicono che la guerra è pericolosa e non è assolutamente vero. Sei stai con l'esercito non ti succede nulla, perché nelle guerre ormai muoiono soltanto i civili, e lo sanno tutti che al giorno d'oggi andare in guerra è meno pericoloso che sull'autostrada Firenze-Bologna.
E, anche quando torno a casa, io continuo a comportarmi come un soldato perhcé amo la guerra, mi fa sentire viva. Io mi metto l'elmetto in testa e adoro la mia sveglia che fa peperepè come una tromba. Poi mi addormento sotto la mia tenda da campo in salotto, e mi metto a scrivere sempre alla stessa ora perché quello che conta è la disciplina non quello che si scrive. E mi calo l'elemetto sopra gli occhi e non m'importa nulla perché tanto a me piace sentire solo il rumore dei tasti". "Ecco, vedete, quelli che non capisco siete voi pacifisti. Io sono venuta qui per parlarvi, per sentire le vostre ragioni. Ma, più vi guardo, più mi piglia una gran rabbia e mi viene voglia di prendervi a calci nelle gengive. Gliel'avevo detto io a Ciampi di non farvi venire qui a Firenze... perché voi non capite la mia fatica, la fatica di scrivere romanzi senza saperli scrivere. Pensate che quando mangio mi faccio servire dal cameriere il pranzo nell'elmetto, e anche quando lo pulisco bene bene e lo metto in testa poi mi tocca sempre andare dal parrucchiere che mi dice: Mrs Fallaci, you always has beautiful maccheroni in your hair! "
"Voi dovete capire la mia fatica, di vivere in un attico a New York che mi costa 5.000 dollari al mese solo di spese condominiali, e la fatica di non aver scritto romanzi per più di dieci anni, e senza mai poter parlare. Poi, alla fine, quando si parla si parla e ce la si prende col primo che capita. Questa volta è toccato ai musulmani, la prossima volta saranno i cinesi e la prossima ancora i marziani. Questi piccoli omuncoli verdi io li vedo girare sopra le nostre teste con le loro astronavi, e vi dico che devono smetterla di cagare sui monumenti di Michelangelo e Donatello con la complicità della sinistra italiana."
DIETROLOGIA
lettere a Paolo Mieli
In un articolo sul Corriere a proposito della morte del colonnello dei carabinieri Umberto Bonaventura (che si occupò del dossier Mitrokhin, del pentimento di Leonardo Marino, del ritrovamento delle carte di Moro), Flavio Haver riferisce dei «dubbi angosciosi» di Paolo Guzzanti il quale, nella migliore tradizione «dietrista», lascia intendere che Bonaventura possa essere stato ucciso da chissà chi. Eccole servito su un vassoio d’argento un caso da manuale di «due pesi e due misure»: allorché, per eventi simili, dubbi quasi identici li avanzava la sinistra, il giornalista Guzzanti ironizzava con perfidia; adesso che («per cause naturali», sostiene il medico legale) se ne va il colonnello che forse avrebbe potuto dargli una mano, il senatore Guzzanti dubita. Doppiopesismo!
Gerardo Onori
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Caro signor Onori, la «dietrologia« (o «dietrismo») - cioè il sospetto che «dietro» un qualche evento che può essere casuale o naturale si nasconda immancabilmente una macchinazione dei cattivi a danno dei buoni - è la tentazione più forte per giornalisti e investigatori. Intendiamoci: mettere in dubbio che le cose siano andate così come può apparire a prima vista è doveroso per chi fa questo mestiere. Ma prima di rendere esplicito il dubbio ancorché ammantato dall’auspicio «che la magistratura lo dissipi rapidamente» (ciò che lei, non a torto, definisce una tipica insinuazione «dietrista») si dovrebbero avere elementi formidabili - mai di origine induttiva - che diano corpo alle ragioni del dubbio stesso.
In questi giorni sto leggendo un libro, «Professione spia» (Marsilio), scritto da uno dei più bravi giornalisti della Stampa , Francesco Grignetti. Vi si racconta la storia di Giorgio Conforto, un uomo che fin dall’inizio degli anni Trenta ebbe rapporti molto intensi con i servizi segreti dell’Unione Sovietica (non so se lo si sarebbe potuto definire 007 o spia, ma siamo lì...); un signore che per quella sua amicizia con il Kgb a Mosca ebbe appuntata sul petto un’importante decorazione, l’Ordine della Stella Rossa; una persona che ricevette un regolare compenso in rubli per i suoi atti amichevoli nei confronti dell’Urss. E che, particolare decisivo, aveva una figlia, Giuliana Conforto, a casa della quale nel 1979 furono arrestati due brigatisti rossi, Valerio Morucci e Adriana Faranda, non estranei al sequestro di Aldo Moro. Di più: nella dimora della Conforto fu trovata, assieme ad altre armi, addirittura la mitraglietta da cui erano partiti i proiettili che avevano ucciso il leader democristiano. Ed è agli atti che il padre, cioè l’uomo del Kgb, frequentava abitualmente l’abitazione di sua figlia nei giorni in cui erano presenti quei due ingombranti ospiti. Financo nelle ore precedenti e immediatamente successive al loro arresto. Mentre leggevo, mi domandavo cosa sarebbe accaduto se Giorgio Conforto avesse avuto quel genere di rapporti, invece che con il Kgb, con la Cia. Apriti cielo! Quel legame padre-figlia sarebbe stato presentato come la prova provata che lo statista Dc era stato ucciso da Kissinger in persona. E sarebbe stato trattato da gonzo (o peggio) chiunque avesse dubitato della possibilità che i servizi segreti statunitensi non sapessero quel che avveniva in casa della figlia di un loro uomo a Roma. Invece il bello del libro di Grignetti è che, pur mettendo a nudo una serie di stranezze che ancora avvolgono l’affaire, non parte lancia in resta a far tornare i conti per dimostrare che il Kgb fu nella cabina di regia del sequestro Moro. Anzi. Mette in risalto il fatto che, con ogni probabilità, Giorgio Conforto si recava da sua figlia per prendersi cura dei nipoti quando lei era in procinto di assentarsi; che non è detto conoscesse l’identità dei due appartenenti alle Brigate Rosse ospitati in casa di Giuliana (né quella di Franco Piperno e Lanfranco Pace, i quali avevano a lei indirizzato Morucci e Faranda in fuga dalle Br dopo la loro obiezione all’uccisione di Moro); che potrebbe essere del tutto casuale l’amicizia di Giuliana Conforto e Luciana Bozzi, colei che aveva affittato al misterioso «ingegner Borghi» il celeberrimo «covo brigatista» di via Fani e altrettanto casuale la circostanza che una sua zia, Anna Maria Conforto, avesse un appartamentino dirimpettaio di pianerottolo di un altro rifugio dei terroristi. Finito di leggere il libro di Grignetti, ne ho tratto due insegnamenti che giro al senatore Guzzanti. Primo: il caso può essere la spiegazione di alcuni misteri. Secondo: quando si affaccia la «tentazione dietrologica», l’imperativo deve essere uno e soltanto uno: resistere, resistere, resistere.
5.11.02
LA BARZELLETTA SULLA DIPENDENZA DA INTERNET CHE GIRA IN RETE
ripresa da Eden News
PRINCIPALI SINTOMI DI DIPENDENZA DA INTERNET:
1. Ti svegli alle 3 di notte per andare in bagno e quando torni a letto ti fermi a controllare la posta.
2. Ti fai fare un tatuaggio che dice: "Questo corpo si apprezza meglio con Internet Explorer 4.0 o superiore".
3. Chiami i tuoi figli Eudora, Mozilla e Outlook.
4. Spegni il modem e provi quell'orribile sensazione di vuoto, come se avessi appena staccato la spina a una persona che ami.
5. Trascorri metà del viaggio in aereo con il portatile sulle ginocchia... e tuo figlio nel comparto bagagli.
6. Decidi di rimanere all'università ancora per un anno o due, solo per avere una banda di 70 kbps.
7. Ridi delle persone con modem a 33.600 baud.
8. Cominci a usare "faccine" nella tua posta ordinaria.
9. Ti si fotte il disco fisso. Non ti sei connesso per due ore. Cominci ad agitarti... prendi il telefono e fai il numero del tuo provider. Ti metti a fare fischi per comunicare con il modem. E ci riesci.
10. Stai leggendo queste righe e farai il forward di questo messaggio ai tuoi amici.
E' nata una psicopatologia dovuta all'abuso del Web. Nella sindrome da Rete gli stessi sintomi dei tossicodipendenti
di UMBERTO GALIMBERTI
Se ti svegli alle 3 di notte per andare in bagno e ti fermi a controllare la tua e-mail sulla via del ritorno, se spegni il tuo modem e provi un vuoto terribile perché per te il mondo reale non ha ormai più alcuna consistenza, se passi metà del tuo viaggio in treno o in aereo col portatile sulle gambe, se ridi delle persone che hanno un modem 2400 baud di velocità, se chiami i tuoi figli Eudora, Mozilla, Puntocom, allora è arrivato il momento di farsi curare perché evidenti si sono fatti i segni di quella vera e propria patologia che ricerche americane hanno etichettato Internet Addiction Disorder (disturbo da dipendenza da Internet).
La dipendenza implica tre meccanismi: la tolleranza (per cui si è costretti ad aumentare le dosi di una sostanza per ottenere lo stesso effetto), l'astinenza (con comparsa di sintomi specifici in seguito alla riduzione o sospensione di una particolare sostanza), in "craving" o smania che porta a un fortissimo e irresistibile desiderio di assumere una sostanza, desiderio che, se non soddisfatto, causa intensa sofferenza psichica e a volte fisica, con fissazione del pensiero, malessere, alterazione del senso della fame e della sete, irritabilità, ansia, insonnia, depressione e, nei casi più gravi sensazioni di derealizzazione e depersonalizzazione.
Questi tratti, che sono tipici della tossicodipendenza, del tabagismo, dell'alcolismo, del gioco d'azzardo, dell'attività sessuale irrefrenabile, dell'assunzione di cibo seguita da vomito, oggi sono riconoscibili in quanti fanno un uso eccessivo di Internet per soddisfare sul piano virtuale quel che non riescono a ottenere sul piano della realtà, fino al punto di percepire il mondo reale come un semplice ostacolo o impedimento all'esercizio della propria onnipotenza che sperimentano con immenso piacere nel mondo virtuale.
In riferimento alle patologie sopraelencate, la dipendenza da Internet ha in comune il tratto ossessivo-compulsivo che tende ad aumentare la propria capacità di controllo della realtà. E non c'è dubbio che Internet rappresenti in questo senso il mezzo tecnologico più avanzato, rispetto al quale le crudeli pratiche di controllo (del proprio peso) messe in atto dalle anoressiche appaiono rituali medioevali. Con una differenza però: che la compulsione da Internet si basa sul "piacere" anziché sulla "fobia". E proprio perché si basa sul piacere, anziché sul disagio e la sofferenza, eliminarla risulta molto difficile.
Si prenda ad esempio lo shopping compulsivo online dettato non tanto dal bisogno di eliminare una sensazione spiacevole, quanto dal piacere di catapultarsi in qualsiasi centro commerciale del mondo, frugare incuriosito senza essere visto da nessuno, entrando e uscendo dal negozio in corrispondenza alle proprie esitazioni dettate dall'ansia e dal desiderio, senza suscitare il riso del commesso che, nella realtà, osserverebbe divertito lo svolgersi di questo rituale.
Lo stesso dicasi per il trading online a cui si applicano quanti giocano in Borsa attraverso Internet. Il trader oscilla solitamente tra due estremi: la paura e l'avidità che, quando entrano in cortocircuito, minano le capacità di controllo dell'investitore, spinto da una sensazione di invincibilità a correre rischi sempre più grandi e a prendere decisioni più frettolose. Questo processo viene esaltato da Internet, perché la Rete dà la sensazione di poter tenere sotto controllo la situazione, in quanto permette di conoscere l'andamento dei mercati a qualunque ora del giorno e della notte con la contemporanea possibilità di operare online.
Questa patologia ha un doppio profilo: uno legato alla piacevole perversione angoscia-eccitazione, comune tanto ai giocatori d'azzardo che agli investitori in Borsa, l'altro, tipico degli investitori, legato al bisogno di mantenere un controllo che, non essendo mai sufficiente, porta alla perdita dello stesso. Rispetto al gioco d'azzardo, il gioco in Borsa online è molto più pericoloso perché, grazie alla legittimità che gli viene attribuita, non è attraversato dai sensi di colpa di chi in Rete si accosta ai 700 casinò virtuali oggi esistenti, e quindi manca quel leggero freno che il senso di colpa può indurre in chi perde per aver "giocato", rispetto a chi perde per aver "investito".
E poi le chat, dove uno è libero di usare la fantasia nel presentarsi agli altri e nell'immaginarli. Non è difficile incontrare persone che dichiarano un'identità sessuale diversa da quella reale, così come caratteristiche fisiche, età, occupazione, stato civile. Qui mentire fa parte del gioco perché dà a ciascuno l'euforia di una libertà illimitata e forse, per la prima volta in vita, l'ebbrezza di essere affascinanti, mostrando lati della propria persona che solo in un contesto privo di riscontri visivi, si sente di poter esaltare. In questo modo chi chatta ha la possibilità di realizzare in modo virtuale il proprio ideale dell'io, e di riflesso sentirsi finalmente ideale.
Con queste sensazioni a portata di mano, come fa costui a spegnere il modem e tornare in famiglia o tra gli amici dove nessuno lo crede davvero ideale? A questo punto le ore al computer dedicate allo scambio di informazioni, sensazioni ed emozioni aumentano e diventa difficile passare troppo tempo senza connettersi. Se poi scatta la tentazione di incontrarsi, spesso la realtà non rispecchia le aspettative, allora l'illuso insoddisfatto diventa disilluso, e quello soddisfatto, ma respinto, diventa un depresso. Eppure, nonostante la realtà smentisca il virtuale, non per questo ci si astiene, perché se solo il virtuale dà quello che il reale nega, allora si prende casa nel virtuale, riducendo i contatti reali, quelli a tu per tu, ormai divenuti fonte d'ansia e quindi da evitare il più possibile.
Resta da ultimo il cybersesso, vera e propria dipendenza da sesso virtuale, dove la masturbazione individuale si arricchisce di una rappresentazione condivisa. La possibilità di essere espliciti, offerta dall'anonimato, porta l'utente a scoprire forme di eccitazione prima a lui stesso ignote e accogliere nelle proprie perversioni la loro valenza seduttiva. Giocando con la perversione e l'allucinazione del desiderio si allontana dai rapporti sessuali reali perché, rispetto a quelli virtuali, appaiono troppo insignificanti, troppo limitati dall'opacità della materia.
Per chi vuol saperne di più sulle psicopatologie da Internet e il loro possibile trattamento, consiglio la lettura di Perversioni in rete (Ponte alle Grazie, Milano, euro 13,50) da cui a mia volta ho tratto tutte queste informazioni. Gli autori, Giorgio Nardone e Federica Cagnoni, sono due psicologi cognitivo-comportamentali. Nardone ha lavorato alla scuola di Palo Alto con Paul Watziawick e con lui ha scritto L'arte del cambiamento e Paura, panico, fobie, editi sempre da Ponte alle Grazie. Leggo inoltre sul risvolto di copertina che Nardone ha fondato un Centro di terapia strategica ad Arezzo dove si sono cominciate a curare anche le dipendenze da Internet.
Ma per accedervi penso sia necessario che chi è preso nella "rete" di questa dipendenza si renda conto di essere come un pesce nella rete del pescatore, dove non è possibile salvarsi sbattendo le pinne. E allora la mia domanda è: come può chi accede alla Rete per soddisfare il piacere della propria onnipotenza percepire la propria impotenza e decidere di farsi aiutare? Qui resta ancora qualcosa da pensare. D'altra parte questo tipo di dipendenza è così recente che un po' di tempo ai ricercatori bisogna lasciarlo. L'invito è non pregiudicare la scoperta della specificità di questa dipendenza, appoggiandosi alle conoscenze che già si possiedono sulle sindromi ossessivo-compulsive.
Qui qualcosa di nuovo, che non so identificare, ci deve essere e, visto il numero crescente di persone imprigionate da questa dipendenza, bisogna far presto a trovarlo, anche a costo di andare oltre l'impalcatura teorica su cui oggi si basa la psicologia cognitivo-comportamentale a cui i nostri autori fanno riferimento.
I malati di Internet
di UMBERTO GALIMBERTI
Se ti svegli alle 3 di notte per andare in bagno e ti fermi a controllare la tua e-mail sulla via del ritorno, se spegni il tuo modem e provi un vuoto terribile perché per te il mondo reale non ha ormai più alcuna consistenza, se passi metà del tuo viaggio in treno o in aereo col portatile sulle gambe, se ridi delle persone che hanno un modem 2400 baud di velocità, se chiami i tuoi figli Eudora, Mozilla, Puntocom, allora è arrivato il momento di farsi curare perché evidenti si sono fatti i segni di quella vera e propria patologia che ricerche americane hanno etichettato Internet Addiction Disorder (disturbo da dipendenza da Internet).
La dipendenza implica tre meccanismi: la tolleranza (per cui si è costretti ad aumentare le dosi di una sostanza per ottenere lo stesso effetto), l'astinenza (con comparsa di sintomi specifici in seguito alla riduzione o sospensione di una particolare sostanza), in "craving" o smania che porta a un fortissimo e irresistibile desiderio di assumere una sostanza, desiderio che, se non soddisfatto, causa intensa sofferenza psichica e a volte fisica, con fissazione del pensiero, malessere, alterazione del senso della fame e della sete, irritabilità, ansia, insonnia, depressione e, nei casi più gravi sensazioni di derealizzazione e depersonalizzazione.
Questi tratti, che sono tipici della tossicodipendenza, del tabagismo, dell'alcolismo, del gioco d'azzardo, dell'attività sessuale irrefrenabile, dell'assunzione di cibo seguita da vomito, oggi sono riconoscibili in quanti fanno un uso eccessivo di Internet per soddisfare sul piano virtuale quel che non riescono a ottenere sul piano della realtà, fino al punto di percepire il mondo reale come un semplice ostacolo o impedimento all'esercizio della propria onnipotenza che sperimentano con immenso piacere nel mondo virtuale.
In riferimento alle patologie sopraelencate, la dipendenza da Internet ha in comune il tratto ossessivo-compulsivo che tende ad aumentare la propria capacità di controllo della realtà. E non c'è dubbio che Internet rappresenti in questo senso il mezzo tecnologico più avanzato, rispetto al quale le crudeli pratiche di controllo (del proprio peso) messe in atto dalle anoressiche appaiono rituali medioevali. Con una differenza però: che la compulsione da Internet si basa sul "piacere" anziché sulla "fobia". E proprio perché si basa sul piacere, anziché sul disagio e la sofferenza, eliminarla risulta molto difficile.
Si prenda ad esempio lo shopping compulsivo online dettato non tanto dal bisogno di eliminare una sensazione spiacevole, quanto dal piacere di catapultarsi in qualsiasi centro commerciale del mondo, frugare incuriosito senza essere visto da nessuno, entrando e uscendo dal negozio in corrispondenza alle proprie esitazioni dettate dall'ansia e dal desiderio, senza suscitare il riso del commesso che, nella realtà, osserverebbe divertito lo svolgersi di questo rituale.
Lo stesso dicasi per il trading online a cui si applicano quanti giocano in Borsa attraverso Internet. Il trader oscilla solitamente tra due estremi: la paura e l'avidità che, quando entrano in cortocircuito, minano le capacità di controllo dell'investitore, spinto da una sensazione di invincibilità a correre rischi sempre più grandi e a prendere decisioni più frettolose. Questo processo viene esaltato da Internet, perché la Rete dà la sensazione di poter tenere sotto controllo la situazione, in quanto permette di conoscere l'andamento dei mercati a qualunque ora del giorno e della notte con la contemporanea possibilità di operare online.
Questa patologia ha un doppio profilo: uno legato alla piacevole perversione angoscia-eccitazione, comune tanto ai giocatori d'azzardo che agli investitori in Borsa, l'altro, tipico degli investitori, legato al bisogno di mantenere un controllo che, non essendo mai sufficiente, porta alla perdita dello stesso. Rispetto al gioco d'azzardo, il gioco in Borsa online è molto più pericoloso perché, grazie alla legittimità che gli viene attribuita, non è attraversato dai sensi di colpa di chi in Rete si accosta ai 700 casinò virtuali oggi esistenti, e quindi manca quel leggero freno che il senso di colpa può indurre in chi perde per aver "giocato", rispetto a chi perde per aver "investito".
E poi le chat, dove uno è libero di usare la fantasia nel presentarsi agli altri e nell'immaginarli. Non è difficile incontrare persone che dichiarano un'identità sessuale diversa da quella reale, così come caratteristiche fisiche, età, occupazione, stato civile. Qui mentire fa parte del gioco perché dà a ciascuno l'euforia di una libertà illimitata e forse, per la prima volta in vita, l'ebbrezza di essere affascinanti, mostrando lati della propria persona che solo in un contesto privo di riscontri visivi, si sente di poter esaltare. In questo modo chi chatta ha la possibilità di realizzare in modo virtuale il proprio ideale dell'io, e di riflesso sentirsi finalmente ideale.
Con queste sensazioni a portata di mano, come fa costui a spegnere il modem e tornare in famiglia o tra gli amici dove nessuno lo crede davvero ideale? A questo punto le ore al computer dedicate allo scambio di informazioni, sensazioni ed emozioni aumentano e diventa difficile passare troppo tempo senza connettersi. Se poi scatta la tentazione di incontrarsi, spesso la realtà non rispecchia le aspettative, allora l'illuso insoddisfatto diventa disilluso, e quello soddisfatto, ma respinto, diventa un depresso. Eppure, nonostante la realtà smentisca il virtuale, non per questo ci si astiene, perché se solo il virtuale dà quello che il reale nega, allora si prende casa nel virtuale, riducendo i contatti reali, quelli a tu per tu, ormai divenuti fonte d'ansia e quindi da evitare il più possibile.
Resta da ultimo il cybersesso, vera e propria dipendenza da sesso virtuale, dove la masturbazione individuale si arricchisce di una rappresentazione condivisa. La possibilità di essere espliciti, offerta dall'anonimato, porta l'utente a scoprire forme di eccitazione prima a lui stesso ignote e accogliere nelle proprie perversioni la loro valenza seduttiva. Giocando con la perversione e l'allucinazione del desiderio si allontana dai rapporti sessuali reali perché, rispetto a quelli virtuali, appaiono troppo insignificanti, troppo limitati dall'opacità della materia.
Per chi vuol saperne di più sulle psicopatologie da Internet e il loro possibile trattamento, consiglio la lettura di Perversioni in rete (Ponte alle Grazie, Milano, euro 13,50) da cui a mia volta ho tratto tutte queste informazioni. Gli autori, Giorgio Nardone e Federica Cagnoni, sono due psicologi cognitivo-comportamentali. Nardone ha lavorato alla scuola di Palo Alto con Paul Watziawick e con lui ha scritto L'arte del cambiamento e Paura, panico, fobie, editi sempre da Ponte alle Grazie. Leggo inoltre sul risvolto di copertina che Nardone ha fondato un Centro di terapia strategica ad Arezzo dove si sono cominciate a curare anche le dipendenze da Internet.
Ma per accedervi penso sia necessario che chi è preso nella "rete" di questa dipendenza si renda conto di essere come un pesce nella rete del pescatore, dove non è possibile salvarsi sbattendo le pinne. E allora la mia domanda è: come può chi accede alla Rete per soddisfare il piacere della propria onnipotenza percepire la propria impotenza e decidere di farsi aiutare? Qui resta ancora qualcosa da pensare. D'altra parte questo tipo di dipendenza è così recente che un po' di tempo ai ricercatori bisogna lasciarlo. L'invito è non pregiudicare la scoperta della specificità di questa dipendenza, appoggiandosi alle conoscenze che già si possiedono sulle sindromi ossessivo-compulsive.
Qui qualcosa di nuovo, che non so identificare, ci deve essere e, visto il numero crescente di persone imprigionate da questa dipendenza, bisogna far presto a trovarlo, anche a costo di andare oltre l'impalcatura teorica su cui oggi si basa la psicologia cognitivo-comportamentale a cui i nostri autori fanno riferimento.
4.11.02
cazzate storiche
"Oggi niente di nuovo."
Luigi XVI nel suo diario il 14 Luglio del 1789, giorno della presa della Bastiglia.
"Stupidaggini. A questa distanza non riuscirebbe a colpire nemmeno un elef..."
v
John B. Sedwick durante la battaglia di Spotsylvania nel 1864, un attimo prima di morire, colpito da un cecchino.
"Internet... ben presto esploderà in modo spettacolare, come una supernova, e nel 1996 collasserà catastroficamente."
1996 Robert Metcalfe, fondatore della 3Com, inventore dello standard Ethernet per le reti informatiche locali. Metcalfe era così sicuro della propria previsione che promise di "rimangiarsi le proprie parole" se non si fosse avverata. Molto sportivamente, lo fece, letteralmente il 10 aprile 1997, alla Sixth International World Wide Web Conference (WWW6): sul palco prese un frullatore e vi mise dentro una copia del proprio articolo e un po' d'acqua, poi accese il frullatore, mangiandosi la pappina risultante con l'aiuto di un cucchiaio.
"Ma che bisogno avrebbe una persona di tenersi un computer in casa?"
1977, Kenneth Olson, fondatore della Digital Equipment Corporation.
"Penso che ci sia richiesta mondiale per circa cinque computer."
1943, Thomas J. Watson Jr., in seguito diventato presidente dell'IBM.
"Una unità di calcolo sull'ENIAC è dotata di 18.000 tubi elettronici a vuoto e pesa 30 tonnellate, ma può darsi che in futuro i computer abbiano soltanto 1000 tubi e pesino soltanto una tonnellata e mezza."
1949, la rivista Popular Mechanics.
"Abbiamo un computer qui a Cambridge, ce n'è uno a Manchester e uno al laboratorio nazionale di fisica. Immagino che sarebbe giusto averne uno anche in Scozia, ma non di più."
1951, autore il fisico inglese Douglas Hartree.
"Questo cosiddetto 'telefono' ha troppi difetti per poterlo considerare seriamente come mezzo di comunicazione. Il dispositivo è intrinsecamente privo di valore, per quel che ci riguarda."
1876, comunicazione interna della Western Union
"Non è pensabile che la cosiddetta 'scatola musicale senza fili' abbia valore commerciale. Chi mai pagherebbe per un messaggio che non è inviato a una persona specifica?"
I colleghi di David Sarnoff, pioniere della radiofonia e direttore generale della Radio Corporation of America (RCA) e della National Broadcasting Corporation (NBC), nonché primo al mondo a trasmettere via radio la notizia dell'affondamento del Titanic (aprile 1912).
"Benché la televisione sia forse realizzabile dal punto di vista teorico e tecnico, dal punto di vista commerciale ed economico è impraticabile."
Lee DeForest, inventore.
"Ritengo che il cinema sia destinato a rivoluzionare il nostro sistema scolastico e che in pochi anni soppianterà in gran parte, se non del tutto, l'uso del libro di testo."
1922, Thomas Edison, inventore della lampadina.
"A chi diavolo vuoi che interessi sentir parlare gli attori?"
1927, H. M. Warner, della Warner Bros.
"Gli americani hanno bisogno del telefono; noi no. Abbiamo fattorini in abbondanza."
1876, Sir William Preece, ingegnere capo delle Poste Britanniche.
"Ho percorso questo paese in lungo e in largo, e ho parlato con i migliori esperti: posso assicurare che questa 'elaborazione dei dati' è una moda che non durerà neppure fino alla fine di quest'anno."
1957, il capo redattore del settore libri per le aziende della Prentice Hall.
"Non esiste il benché minimo indizio che faccia pensare che l'energia nucleare diverrà mai accessibile, perché questo comporterebbe essere in grado di spaccare l'atomo a comando."
Albert Einstein, 1932.
"La bomba [atomica] non esploderà mai. Lo dico come esperto in esplosivi."
Ammiraglio William Leahy, membro del progetto statunitense per la realizzazione della bomba atomica.
"Gli aeroplani sono giocattoli interessanti, ma di nessun valore militare."
Ferdinand Foch, Professore di Strategia, Ecole Superieure de Guerre, nonché comandante in capo degli eserciti alleati in Francia durante le fasi finali della prima guerra mondiale, primi del Novecento
"La teoria dei germi di Louis Pasteur è una fantasia ridicola."
1872, Pierre Pachet, professore di fisiologia a Tolosa.
"Dodici? Sono troppi! Non si può fare sei?"
Il produttore di Gesù di Nazareth voleva risparmiare sui costi riducendo il numero degli Apostoli
by Franco Baldisserri. Fonti: Paolo Attivissimo di attivissimo.net; , Inaccurate Media Forecasts from the Past; Bad Predictions, BBC, mensile Focus
SALVERO' IL MONDO/7: "SCUSA CHE COSA HAI DETTO?"
di Martino Pinna
Lei parla animatamente con quello che presumo sia un suo amico (ma per quello che ne so può anche essere Vladimir Putin) e io cerco di ascoltare
quello che si dicono, non riuscendoci perché c'è chiasso. Poi lei si gira verso di me e io penso che forse si è accorta che io, molto
poco educatamente, ascolto i suoi discorsi. Dunque mi paro il viso con le mani. Ma lei non vuole punire la mia maleducazione: semplicemente mi ha detto
qualcosa e aspetta una mia risposta.
Però succede che io non ho capito esattamente cosa ha detto.
Dunque. Diciamo che quello che ha detto finiva in amo.
Penso che potrebbe essere "Ti chiamo", ma penso anche che io, ormai è noto,
non ho il cellulare, quindi è difficile che lei voglia chiamarmi, perché
quando si dice "Ti chiamo" si dice intendendo chiamare al cellulare, ovvio.
In una versione abbastanza ottimista lei potrebbe avere detto "Ti amo" e in
una ancora più ottimista addirittura "Ti chiavo". Ammetto che quest'ultima è
un po' strana. Lei parla con un altro e di colpo si gira per annunciarmi che
ha deciso di unirsi sessualmente con me. Dall'11 Settembre è cambiato tutto,
ma non esageriamo.
Ti amo... Ora mi rendo conto che anche questa possibilità è del tutto
assurda, ma al momento il mio cervello non ha dubbi: "Sì, potrebbe essere ti
amo".
Ora, voi la fareste semplice. Direste: non hai sentito, allora chiedile di
ripetere quello che ha detto, basta dire un semplice "Come, scusa?" e lei
ripete, semplicissimo. Un cazzo. Mettiamo che ha detto ti amo. Se io le
chiedo di ripetere ovviamente sarà colta dall'imbarazzo e dirà una cosa tipo
"No, niente, niente", ovvio. E' un rischio che non posso correre.
Quindi o rispondo ti chiavo, ma sarebbe veramente brutto rispondere così se
lei ha detto un'altra cosa (ad esempio "Ti chiamo"), oppure rispondo "Ti amo
anch'io".
Sì, mi sembra la cosa più intelligente da fare.
"Ti amo anch'io", dico.
Lei sembra sorpresa. Merda. Mi guarda negli occhi, forse per capire se sono
commosso o se mi sono fatto un canna, poi chiarisce che non ha capito cosa
ho detto, e lo fa con un semplice "Come, scusa?".
"Niente, niente", dico demoralizzato. "Scusa ma vado a farmi una canna". Me
ne vado a casa a rilassarmi, lasciando lei e Putin abbastanza stupiti.
Mica si scherza, con i sentimenti.
2.11.02
SALVERO' IL MONDO/6: "UNA STAGIONE PER I NO-GLOBAL"
di Martino Pinna
Per salvare il mondo ci vuole preparazione intellettuale, certo, ma anche preparazione fisica. Sette giorni su sette si è impegnati: marce della pace e marce di tutti i tipi; manifestazioni varie a favore di qualcuno o contro qualcosa; sit-in e cose così. Una vita di sacrifici.
Il boicottaggio, poi, tiene tutti a dieta. Evito il Nesquik e ora anche la Nutella. La Nutella è della Ferrero e quindi, mi hanno detto, va boicottata.
Ora, chi come me ama la Nutella (e siamo molti) può capirmi. E' quasi impossibile resistere alla Nutella. Io ci ho provato all'inizio, ma dopo due giorni mi sono trovato nascosto a sciogliere una barretta di cioccolato fondente in un fornello da campo e poi ad aggiungere zucchero.
(Il risultato
è stato incredibilmente deludente, nel senso che non è venuta la Nutella, però era buono.) Evitando qualsiasi tipo di zucchero (le cose da boicottare sono quelle più buone, come sono quelle più buone quelle che fanno male eccetera, e insomma, sono le stesse cose) sono diventato ancora più magro di
quello che ero e durante le estenuanti marce contro qualcosa o a favore di qualcuno, spesso, ho difficoltà a sopravvivere.
Sì, una vita di sacrifici: ed è giusto così.
Ma essere un no-global d'estate, proprio d'estate, è da matti o da coglioni.
Come dicevo è faticoso tutto l'anno, ma d'estate bisogna essere folli oppure sotto i vent'anni, per fare certe cose. Loro, gli altri, vanno incontro alla morte per andare contro qualcosa. Io, accidenti, proprio non li capisco. Mi è successo proprio l'altro giorno. Non mi ricordo perché marciavamo sotto un
sole che avrebbe squagliato una battuta di Pippo Franco, ma io soffrivo, esageratamente soffrivo.
Ah si, ricordo: era una marcia per l'acqua.
Voi lo sapete che l'acqua ci sommergerà? Se aumenta di altri cinque centimetri, ad esempio, Venezia sarà sommersa. E stessa cosa per New York (ora capisco perché quei palazzoni così alti, io pensavo servissero per essere colpiti dagli aerei). Allo stesso tempo l'acqua sta finendo in molte altre parti del mondo, in Africa non bevono. E' una cosa che mi terrorizza.
In Africa non ce n'è e Venezia rischia di essere sommersa. Giuro che non ci dormo la notte. Ho il terrore di svegliarmi ed essere sommerso dall'acqua, oppure di svegliarmi e scoprire che non c'è più nulla da bere, o di svegliarmi ed essere un nero che parla in veneziano.
Comunque marciavamo per
queste cose.
A un certo punto, immerso nel mio sudore sotto il sole rosolante, interrompo la marcia e mi fermo.
"Che c'è?" mi fanno gli altri.
Spiego che vado avanti per comprare una bottiglia d'acqua (c'è un bar a qualche chilometro), poi torno indietro e salvo tutti. Chi ha un minimo di cervello dovrebbe capire, guardandomi in faccia, che è impossibile che io faccia chilometri sotto il sole, correndo, per comprare dell'acqua da portare poi indietro per darla a persone che non sono il sottoscritto.
Comunque vado, con gli auguri di tutti. Niente lacrime.
Dopo venti minuti arrivo al bar. Ombra. Tavolino. Tavolino con Gazzetta. Gelati. La tentazione è forte. Il mio diavoletto dice "Fermatiii, fermatiiii" e il mio angioletto "Fermati cazzo! Ti prego fermati!" perché
lui soffre il caldo più del diavoletto, che quello è abituato a certe temperature.
Ma sì, mi fermo. Chi se ne fotte dell'acqua, penso, riferendomi sia a quell'acqua che a quell'altra.
Mi lascio cadere sulla sedia e mi faccio un tè freddo alla pesca, poi un ghiacciolo e poi un cornetto.
Dopo un po' arrivano gli altri, a occhio sono vicino a un colpo di calore e a un'incazzatura totale.
"Cosa diavolo stai facendo qui?" dice Federica.
Già, cosa sto facendo? Devo scusarmi e unirmi a loro o rimanere in quel paradiso di bar? Ci penso quei due o tre secondi e poi mi alzo in piedi, poggio la mano sinistra sul braccio destro - il tipico gesto dell'ombrello - e solennemente declamo: io non continuo, no! Incrocio le braccia!
SCIOOOOPEEEERO.
Il primo sciopero ufficiale di un no-global.
Le reazioni sono di meraviglia e di machecazzfa. Non perdo la calma; io, novello Cofferati dei ghiaccioli, salgo sul tavolino e mi preparo ad esporre i miei NO, NON CI STO. La cameriera mi fa scendere, minaccia di chiamare la polizia. Scendo, espongo dal basso, livello metaforico più alto.
Spiego che voglio una stagione per i no-global. Fino a giugno ok, da giugno in poi troviamo qualcos'altro. Che so, il massimo della protesta potrebbe diventare stare in una piscina per tre ore, oppure in un bar (con l'aria condizionata) a mangiare gelato. Preciso anche i gusti. E dico che voglio
continuare a mangiare la Nutella. Il sole in quel momento mi aiuta e diventa più forte, i maschi del gruppo dei marciatori per l'acqua inoltre sentono il richiamo irresistibile della Gazzetta sul tavolino all'ombra. Faccio notare che dentro c'è pure un Tuttosport e ho quasi tutti dalla mia parte. Sono
pronto a diventare un leader, non può andare meglio, anche se qualcuna non è convinta dalla Nutella d'estate.
Comunque ormai è fatta, ho tutti nelle mie mani. Lo sciopero ha funzionato. Ma si mette a piovere. Tipico diluvio estivo. Quindi non c'è più caldo, anzi, ora si sta bene. Dario legge questo diluvio come un messaggio a continuare la marcia per l'acqua. Ma un messaggio di chi, chiede qualcuno.
Appunto, questa è la domanda che ci facciamo, e la risposta la sapremo quando finiremo la marcia, risponde Dario.
Tutti, affascinati, lo seguono e continuano la marcia.
Marketing del cazzo.
NO PROCESS: Attenti agli estremisti
di STEFANO BENNI dal Manifesto
Un pericolo mortale grava sul nostro paese, su monumenti e panorami, su fiumi e maggesi, su ricchezze naturali, artistiche e patrimoniali. Un manipolo di estremisti esagitati, i No process, da tempo sta attuando il suo disegno eversivo con fredda determinazione. Sbucati dai loro covi, cantine di logge, sedi democristiane franate, consigli di amministrazione e assoluzioni con condizionale, sono apparsi sulla scena mascherati da moderati e riformisti e hanno invaso i patrii confini facendo scempio di tutto. Attentati alla costituzione, scippi di leggi, stupro di bilanci, corruzione di giudici, collusioni mafiose, assoli di piano alla Camere, saccheggio di televisioni, spaccio di inflazione, non c'è schifezza che non abbiano commesso. Ma c'è di più: in nome del loro estremismo maggioritario, essi non accettano più nessuna legge dello stato.
La loro ferrea ideologia nonprocessista sostiene che chi ottiene la muscolatura del cinquantun per cento dei voti, prende tutto. Anche ora che metà e più del paese si sta ribellando ai loro assordanti slogan e alle loro tronfie sfilate, anche ora che è evidente la loro sconfitta politica e ideale, questi attempati giovinastri usano l'arroganza del maggioritarismo estremista per non rendere conto del loro fallimento. Tremiamo a pensare che la bella Roma dei resti imperiali, il Piemonte della scomparsa civiltà agnellica, la Padania dai virili e nebbiosi panorami, il Nord-Est etilico e laborioso e la Sicilia erede della Magna Grecia siano percorse dai cortei delle auto blu e degli elicotteri rombanti di questi ultrà, ridicolmente bardati con doppiopetti blu, riporti, ciprie e siliconi. Per non parlare del loro leader, un bugiardo matricolato, un estremista nostalgico che conserva ancora in camera i poster di Ceaucescu e Amin Dada. E della sua ghenga ricattante, incalzante e avida di immunità parlamentare.
Questo paese è stanco delle loro prepotenze, del loro lusso ostentato, delle loro finanziarie sghembe, degli avvocati bercianti, delle mazurche pianistiche e dei ricatti piduisti. Ma a chi chiedere un severo provvedimento contro questi teppisti in ghingheri? Non al ministro dell'interno Pisanu, che per quarant'anni ha fatto parte della congiura comunista che ha guidato il paese, ma ultimamente ci sembra aver cambiato bandiera e busta paga. Non al benzinaio più potente del mondo, George Bush, che deve fare subito una guerra per non scomparire e tornare quello che effettivamente è, un omuncolo che nessun sopratacco berlusconiano può elevare. Non i miliardari arabi che speculano in borsa sui loro attentati, e per i quali l'Italia è una manciata di spiccioli. Non può aiutarci Vladimir Baygonovic Putin, la cui enfasi di disinfestatore ha spesso fastidiosi effetti collaterali. Non basta il coraggioso compagno Tremonti, il cui metodico sabotaggio dell'economia governativa è la prova che il suo cuore batte ancora a sinistra. Non possiamo sperare nel ministro Celebbiduro Bossi, che a mollo nella sua piscina recintata ha barattato le vecchie sparate antifasciste con una comoda vita padano-matriciana da clone di Silvio. Non Fini, in agguato aspettando che gli si aprano le porte di qualche sala operativa della polizia. Non il portinaio del Senato, Pannolone Pera, uno che ormai si delegittima addosso a ogni seduta. Non suor Letizia Moratti dell'Opus Dei, che sogna una scuola di piersilvi e piersilvie. Non Ciampi, presidente straparlante e strafirmante. Non Casini e i Savoia. Nemmeno quei dirigenti della sinistra, il cui lodevole sforzo di dimostrarci che i No Process non sono un regime è ormai la sola speranza di questo regime. Non gli artisti e intellettuali che senza battere ciglio hanno traslocato i loro privilegi dalle Piazze del Popolo alla Casa della Libertà. Eppure si può ancora salvare il patrimonio italico, e nobili antichità quali marmi, affreschi e articoli della costituzione.
Si può impedire che il raduno dei No Process diventi ventennio. Può farlo la metà degli italiani che non ha più alcuna rappresentanza né voce che non sia conquistata e faticosa. I cittadini la cui sacrosanta voce critica viene disprezzata, e che ridono, ma con molta amarezza, nel sentir parlare di legalità da parte di un regime che ha fatto di una continua, arrogante erosione della legalità il miserabile strumento della pochezza politica e dell'accumulo di potere. Un regime che militarizza l'informazione e semina paura, confezionando gas per intossicare ogni futuro e speranza.
Potrebbero fare molto i dirigenti della sinistruzia, se da oggi cominciassero a chiamare i No Process e le loro azioni col vero nome, se dessero più ascolto alla protesta operaia che ai dubbi della Confindustria, se avessero un po'meno sospetti sulla Cgil e qualcuno di più sull'Opus Dei.
E soprattutto se qualcuno la smettesse di lamentarsi dello scippo della Rai e rischiasse soldi e faccia per fare qualche nuova piccola televisione di sinistra, lanciandosi in questa impresa per dovere civico e non solo per guadagnarci. Beato e felice chi continua a credere che il pericolo per la democrazia italiana siano i no global , imparerà a sua spese che i No Process sono molto più potenti, meglio armati e malintenzionati. E' improbabile, ma è doveroso temere che qualche cialtrone o provocatore abbia intenzione di esibirsi a Firenze, e gli organizzatori devono essere più che pronti a affrontare il problema. Ma è doverosissimo e necessario gridare che questo regime di incapaci e mentitori fa ogni giorno i danni che centomila no global non potrebbero fare in un mese.
Non siamo tra quelli che esaltano le grandi adunate, né i riflettori accesi sui grandi eventi, pensiamo che Genova o Firenze possano essere grandi occasioni e dinamo di energia politica, ma non le tappe fondamentali di una lotta che è quotidiana, lenta, diffusa. Non solo da questi grandi palcoscenici mediatici, ma da ogni piccolo teatro di resistenza la sinistra dovrebbe saper gridare, dimostrare, diffondere questa semplice verità: che i No Process non sono più maggioranza nella coscienza del paese, sono già politicamente falliti. Solo la truffa che ha sponsorizzato il maggioritario come garanzia di maggior democrazia, solo un patto disperato tra speculatori in rovina, solo la farsa della silvioinformazione italiana tiene in vita questi bugiardi. Saranno spazzati via, senza vendette e senza rimpianti, perché il nostro paese, e il mondo intero, devono affrontare prove terribili, per cui serve gente migliore. Ma se qualcuno a sinistra crede davvero che il pericolo alla democrazia italiana venga dai no global e dalla Cgil e non dai No Process e dai Blackbloc delle eterne logge segrete patrie, allora prepari subito teloni di salvataggio, salvacondotti, stampelle, inciuci e rattoppi. Ma non si chiamerà salvare la democrazia. Si chiamerà, una volta per tutte, complicità.
Io, pacifista alla Gino Strada
intervista a Gino Strada di Vauro pubblicata sul Manifesto del 30 ottobre
Raggiungiamo Gino Strada ad Islamabad. In quest'ultimo periodo si sono fatte da più parti molte polemiche sul suo nome e su Emergency, molte sono le illazioni riguardo a un suo diretto impegno in politica a fianco di questa o quella formazione o addirittura come promotore di un nuovo schieramento.
Allora Gino, sto intervistando un chirurgo, uno dei fondatori di una organizzazione umanitaria, oppure il leader politico di un nuovo schieramento?
Non scherziamo, io faccio il chirurgo, e intendo continuare a farlo. D'altra parte non c'è alcuna legge, almeno per ora, che impedisca a un medico di pensare, e di esprimere le proprie opinioni, anche riguardo a questioni fondamentali come la pace e la guerra. Faccio questo mestiere da quindici anni, e mi sono trovato ad operare a più riprese in almeno dieci conflitti: ho visto la stessa cosa ovunque, il massacro dei civili a causa di guerre dichiarate per ragioni diverse. Le opinioni che noi di Emergency abbiamo sulla guerra nascono dall'aver conosciuto le sue vittime, dal vederle ogni giorno nei nostri ospedali, dal vivere la guerra da vicino. Chi giustifica la guerra, chi esalta le «belle cose» prodotte dalla guerra mente spudoratamente.
Un esempio?
Prendiamo la guerra in Afghanistan. «Adesso le donne sono libere dalla schiavitù del burqa» ha sentenziato qualcuno. E' per questo che è stata fatta la guerra? Si bombarda un Paese perché il burqa diventi una libera scelta anziché un obbligo o una tradizione? In ogni caso, ti assicuro che molte più donne sono state ferite o uccise dalle bombe americane in Afganistan, di quante si siano tolte il burqa dopo l'arrivo dei marines, semplicemente perché il 99 percento delle donne afgane pensa che quella del burqa sia una ossessione occidentale. «Adesso, almeno, le bambine possono studiare» pontificano molti che in Afganistan non hanno mai messo piede. L'istruzione femminile è un problema che non nasce con l'11 settembre, né con i talebani. Emergency sta costruendo scuole femminili in alcune zone rurali dove le bambine non sono mai andate a scuola, e ancora oggi non tutti i genitori sono d'accordo che ci vadano. Che cosa si dovrebbe fare, mandare altri B-52 per convincerli? Qualcuno non crede che sia così? Prenda un aereo e venga a vedere: possiamo anche fornirgli supporto logistico e ospitalità.
Credo che le illazioni sul fatto che Emergency sia una organizzazione politica siano iniziate all'indomani della vostra scelta di rifiutare «il denaro della guerra» cioè i finanziamenti del governo che aveva deciso, forte di una larga e trasversale maggioranza parlamentare, la partecipazione italiana alla guerra in Afghanistan. In effetti non si può dire che quel rifiuto non fosse una scelta politica. O sbaglio?
Direi piuttosto che é stata una scelta etica. Emergency non accetta di fare il «reparto cosmesi» della guerra, non accetta il danaro offerto con una mano sinistra da chi spara con l'altra. Per gli stessi motivi, rifiuteremmo i soldi della Fiat per curare le vittime delle mine antiuomo da loro prodotte, o quelli della Nestlé per curare i neonati che rischiano di morire per il suo latte in polvere. Se può tranquillizzare qualcuno, vorrei aggiungere anche che Emergency ha mantenuto la stessa posizione nel caso della guerra in Kosovo, rifiutandosi di partecipare al banchetto della famosa Missione Arcobaleno.
Va bene, però c'è chi dice che quelli che voi avete rifiutato erano soldi dei contribuenti, non del governo...
So che su questo problema ci sono opinioni diverse. L'Afghanistan è pieno di organizzazioni pronte ad accettare i soldi della guerra: se ne sono andate dopo l'11 settembre, per rientrare qualche mese dopo nella «Kabul liberata», e molte altre sono arrivate per la prima volta nel paese solo dopo i marines. E' un loro problema, noi abbiamo la nostra etica, e abbiamo il diritto di averla. Peraltro, crediamo sia largamente condivisa, visto il crescente sostegno, anche economico, ad Emergency. Inoltre, non si può dimenticare che sono nostri anche i soldi per fare partecipare i nostri alpini a Enduring Freedom, che potrebbe trasformarsi in una operazione di caccia all'uomo. Anche i soldi per le operazioni belliche che uccidono esseri umani sono danaro dei contribuenti: questo li rende forse puliti?
Emergency è stata praticamente l'unica organizzazione sanitaria presente in Afghanistan durante la guerra, e questo ha indubbiamente favorito la sua visibilità. Non credi che il grande consenso che è cresciuto e sta crescendo intorno alla vostra sigla sia anche determinato dalle posizioni di denuncia contro la guerra che avete preso e che quindi lo si possa considerare un consenso «politico»?
E' probabile, se si restituisce alla parola «politica» il suo significato originario di ricerca di principi e regole del nostro stare insieme collettivo. E non mi sorprende: la grande maggioranza degli italiani è contraria alla guerra. Questo non vuol dire che Emergency sia una organizzazione schierata con qualche partito o coalizione. Abbiamo sempre denunciato la guerra come una barbarie, sia quando è stata voluta da governi di centro-sinistra sia quando a proporla sono stati governi di centro-destra.
Non ha forse un valore politico la campagna «Fuori l'Italia dalla guerra» che avete lanciato con un appello via Internet sul quale avete già raccolto 300mila firme? Se sì, quale?
In Italia, anche se molti sembrano averlo scordato, esiste una Costituzione, è stata scritta con l'idea di garantire un mondo più giusto alle generazioni future. L'articolo 11 inizia con «L'Italia ripudia la guerra». È tra i «princìpi fondamentali». Che cosa vuol dire? Semplicemente che la pace è un bene che ci appartiene in quanto comunità, è un valore di tutti e di ciascuno di noi. E questo va rispettato. Quando siamo andati a votare, nessuna coalizione o partito hanno detto di essere pronti a toglierci il bene della pace: comunque ciascuno di noi abbia votato, questo non era in gioco. E invece, in poco più di un decennio, il nostro paese è stato portato in guerra per ben tre volte, da governi di colore politico diverso. Noi vogliamo che sulla questione fondamentale della guerra siano consultati i cittadini, perché non siamo pronti a farci togliere da nessuno il bene della pace. Non si tratta solo, anche se la cosa è estremamente importante, di non renderci corresponsabili di nuovi lutti e di nuovi crimini. Bisogna anche capire che o si riesce a tenere l'Italia fuori dalla guerra, o non si riuscirà a tenere la guerra fuori dall'Italia. E i cittadini italiani questo non lo vogliono, ne siamo assolutamente certi. Per questo è nata la campagna «Fuori l'Italia dalla guerra», promossa, oltre che da Emergency, da Libera, da Rete Lilliput e dalla Tavola della Pace. Come vedi, un grande schieramento di realtà con culture diverse: vi sono laici e cattolici, senza connotazioni "di partito". L'appello su Internet é stato firmato da molti che non avevano mai firmato alcun appello prima di questo. Perché? Per l'importanza della posta in gioco. C'è chi ha detto che «la guerra é una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai militari». Crediamo che la pace sia una cosa troppo importante per lasciarla in mano ai politici. Bisogna sentire l'opinione dei cittadini, e rispettarla.
Nella conferenza stampa al Campidoglio che annunciava questa campagna insieme a te ed ad altri esponenti del mondo umanitario, del volontariato e della cultura, da padre Zanotelli a don Ciotti, a Terzani, c'era anche Sergio Cofferati che scelse proprio quella sede per la sua prima apparizione pubblica dopo avere lasciato la segreteria della Cgil. Molti hanno voluto vedere, nella presenza di chi viene considerato come un prossimo possibile leader della sinistra, una conferma del delinearsi di una nuova organizzazione politica. Che rapporto c'è tra Cofferati ed Emergency?
La carta stampata, di questi tempi, non mi sembra lo specchio della verità. Hanno scritto che io avrei proposto a Cofferati la vicepresidenza di Emergency - un modo di procedere tipico di una certa politica che non ci appartiene per nulla . Poi hanno dato lo «scoop» del rifiuto da parte di Cofferati, precisando però che siamo rimasti amici. C' è a chi piace lavorare di fantasia, a meno che non abbia altre finalità. Pazienza. Emergency non é un partito, né una setta: Sergio condivide questa battaglia per la pace e la porta avanti insieme con noi e con tanti altri. Mi fa molto piacere, perché gli sono amico e lo stimo molto, per la sua attenzione all'etica e ai diritti.
Molti giornalisti, dalla Mafai a Pirani, da Sofri a Sartori, fino ad Ostellino si impegnano a fondo ad argomentare la tesi che il pacifismo è rispettabile (a volte) sul piano morale, ma che non ha nessun valore sul piano politico. Anzi, sostengono, può addirittura essere complice del terrorismo. Non esitano ad accusarti di strabordare dal tuo ruolo di chirurgo di una organizzazione umanitaria. Stai strabordando?
C'è chi ritiene l'etica separabile dalla politica, e non mi sorprende visto che é proprio quello che sta succedendo, e in misura sempre crescente. Ci sono migliaia di bambini iracheni ammalati di tumori e leucemie, molti di più di quanti sarebbe prevedibile in base a considerazioni epidemiologiche, perché il loro territorio é stato bombardato a lungo con armi inquinanti. E' un fatto, una tragedia facilmente verificabile, non una speculazione ideologica. Basterebbe, anche in questo caso come per l'Afganistan, prendere un aereo e andare a visitare qualche ospedale di Baghdad o di Bassora. Che cosa diciamo a quei bambini, e ai loro genitori? Che non è per ragioni etiche che neghiamo loro la possibilità di essere curati? Dovremmo spiegare loro - secondo molti "opinionisti" e politici - che se i farmaci non gli possono arrivare è per ragioni politiche, cioè per l'embargo imposto da più di un decennio. Tutto a posto? E se fossero i figli degli opinionisti a morire perché qualcuno non consente l'arrivo delle medicine, che articoli di fuoco scriverebbero sui loro giornali? E se qualcuno, sulla porta di casa di qualche politico, impedisse di far entrare morfina per lenire il dolore delle loro madri morenti di cancro? Non ho dubbi, accuserebbero immediatamente quel 'qualcuno' di essere un criminale e un terrorista. I risultati della politica separata dall'etica sono questi, sotto i nostri occhi, se vogliamo tenerli aperti: un mare di ingiustizie e di atrocità che attraversano il pianeta, al solo fine di far guadagnare miliardi (di dollari e di euro) a qualche migliaio di persone. Il pacifismo complice del terrorismo? Smettiamola con queste stupide provocazioni. Il terrorismo - l'uso sistematico della violenza su popolazioni inermi - non é altro che la forma moderna della guerra, delle guerre degli ultimi decenni, ed é stato praticato su larga scala. Non solo a New York. E non solo da individui o gruppi armati. E' stato ed é praticato anche, anzi principalmente, da stati. Chi ne é stato complice? i missionari comboniani o le multinazionali del petrolio? le industrie belliche o i frati francescani? Nei decenni scorsi, non sono stati i movimenti per la pace a far andare al potere le decine di dittatori che hanno massacrato popolazioni in Africa e in Asia e in America latina. E Hitler? E' tornato di moda citarlo: chi l'ha aiutato a salire al potere? Pacifisti non meglio identificati oppure gli Junker feudali, i magnati dei grandi trust industriali tedeschi e la casta militare del Kaiser? Ci si riferisce alla capitolazione anglo-francese a Monaco che acconsentì alla invasione della Cecoslovacchia? Si vuol far passare don Ciotti per Daladier, e padre Zanotelli per Chamberlain. Quanto siano strumentali queste accuse, lo si capisce ponendoci una semplice domanda: quali sono le analogie con la situazione attuale? Si critica chi vuole che l'Italia non partecipi ad una aggressione contro l'Iraq, rievocando la guerra al nazifascismo. E chi sarebbe, oggi, l'uomo forte che vuole conquistare il mondo? Già, proviamo a chiederlo ai cittadini del mondo: "Chi pensate si consideri al di sopra della legge? Chi secondo voi teorizza il diritto a bombardare chiunque altro per proteggere i propri interessi nazionali?" Un bel sondaggio nel pianeta, i risultati sarebbero davvero interessanti...
Politici assertori della necessità di «guerre umanitarie» come quella in Kosovo (D'Alema) o pronti a combattere quella in Iraq se l'Onu da il proprio consenso (Fassino) ribadiscono l'importanza di distinguere tra ragioni morali e politiche, optando - ovviamente «con sofferenza» - per le seconde. Ti considerano un moralistica utopico ma poi ti trattano da avversario politico, arrivando a coniare definizioni dispregiative come «pacifismo alla Gino Strada» (ancora Fassino). Non ti sembra una contraddizione? Come te la spieghi?
Non so se ci sia contraddizione, e mi interessa poco. "Si decise - scrive D'Alema nel suo libro Kosovo - di continuare con l'azione aerea integrata dall'intervento umanitario" Il problema è in buona parte qui. C'è chi pensa che i bombardamenti possano andare a braccetto con gli aiuti umanitari, che addirittura possano integrarsi. Per Emergency, organizzazione laica, questa è una bestemmia. Non vogliamo aver nulla a che fare con chi bombarda, né siamo disposti a lavare loro la coscienza partecipando ai loro "interventi umanitari". Per quanto riguarda l'Onu, vorrei solo dire che le Nazioni unite nascono con l'obiettivo primario di mantenere la pace mondiale. Più di trenta conflitti insanguinano oggi il pianeta. Macellai e dittatori, e dittatori trasformatisi in presidenti, e presidenti macellai massacrano con i loro eserciti milioni di esseri umani ogni anno. Almeno tre quarti delle loro armi provengono dai cinque paesi membri permanenti del consiglio di sicurezza dell'Onu, Stati Uniti, Cina, Russia, Francia e Gran Bretagna. Sono davvero neutrali, super partes, credibili nel promuovere la pace?
Il percorso della pace deve essere intrapreso anche con le gambe della politica? Di quale politica?
La pace si può costruire, la si può praticare. Per esempio promuovendo la giustizia. E' giusto un mondo dove il 20 percento degli uomini possiede e consuma l'83 percento delle risorse di tutti? Incominciamo a leggere (per molti politici sarebbe la prima volta) la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Diritti, prinicipi, valori sottoscritti e poi gettati nell'immondizia. Chiediamoci come praticarli, come tradurli in "politica". Finché non sarà vero che "Tutti gli uomini nascono liberi e eguali in dignità e diritti..", finché individui e comunità non agiranno "gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza", come proclama il primo articolo della Dichiarazione, continueremo a vivere in un mondo pieno di guerre, e ci sarà spazio per chi, con l'arroganza tipica del più ricco e del più forte, e servendosi della "libera" informazione, continuerà a chiamare pace le bombe, a chiamare giustizia Guantanamo, a chiamare "vittime del fuoco amico" o semplici effetti collaterali i bambini afgani bombardati durante un matrimonio. A proposito, secondo uno studio sulla libertà di stampa nei vari Paesi condotto da Reporters Without Borders e ripreso dall'Economist, l'Italia figura al quarantesimo posto, appena sopra il Mali. Sono utopie i diritti dell'uomo esposti nella Dichiarazione universale? Assolutamente no, se ci si impegna a trasformarli in progetti, e nel nostro Paese sono in molti a volerlo fare.
1.11.02
SALVERO' IL MONDO/5: "FEDERICA E' MORTA"
di Martino Pinna
Non è corretto, forse, da parte mia darvi una notizia così triste. Ma vi assicuro che non potrei tenervela nascosta. Federica è morta. E' morta ieri sera, un ictus fulminante mentre si baciava con il Bastardo. Una cosa molto rara alla sua età, ma si sa, la morte è assurda.
Vabbè, no, non è vero. Federica non è morta, però basta: mi sono incazzato..
Si, è così, non ne posso più di fare la parte del rincoglionito d'amore, quella lì vale la metà della metà della mia metà, e il Bastardo mettetelo pure sotto radice! (Elevate anche a meno ottanta e poi dividete per dieci elevato N.).
Matematica a parte, da oggi cambio vita. Federica non sarà più nei miei pensieri. E' irraggiungibile? Lei se ne sbatte completamente di me? Benissimo! Io ho altre cose da fare. Non ho più quindici anni (né sedici o diciassette), non ho il tempo di stare dietro a quella, ho il giornale da leggere e i denti da lavare, sto anche seguendo un corso di bird-watching. E poi devo scrivere..
Scrivere. Certo, Petrarca, Dante e gli altri non l'avrebbero mai fatto, decidere così di rinunciare anche solo a pensare a lei. Direbbero che ho mollato, che non ho più fede, cazzo, ho addirittura detto che lei è morta!.
Io volevo fare come fa Berlusconi con la Sinistra, cioè far finta che non esiste. Però la Sinistra aiuta in questo Berlusconi. Invece a me, Federica, non m'aiuta manco per niente. Anzi, da quando ho preso la decisione che è morta, lei, maledetta, ostenta il suo essere viva!.
Ahhh ma ora vedrà, ora vedranno, ora vedrete! E' l'età dei divertimenti, delle tipe rimorchiate in discoteca, delle ubriacature e poi sveltine sotto la luna in spiaggia, delle storie senza perché e senza mutande, del divertimento senza fine!.
Certo, non sono mai andato in discoteca né mai ci andrò, quando tento di rimorchiare succede sempre che arriva la polizia (soprattutto se si tratta di automobili). Ubriacature e poi sveltine sotto la luna in spiaggia un beneamato cazzo, quando mi ubriaco poi faccio schifo e la gente mi guarda
come se fossi merda, e in spiaggia sotto la luna o fa freddo o ci sono zanzare. Ma io avrò fede. Finché non avrò fede in qualche altra cosa. .
Si sa che alla mia età si fa così.
Magari potrei buttarmi sui libri. Di testa, ovviamente. Oppure potrei fondare una band e pensare solo a suonare. Solo che non so suonare niente, busso sempre anche se la persona che cerco abita all'ultimo piano di un grattacielo e poi se divento una rock-star, passata l'era dei veloci accoppiamenti nei camerini con le fans, finirei sicuramente per diventare poetico e romantico o qualcosa di simile, insomma finirei per innamorarmi di nuovo, maledizione. Quindi rimane tutto così. Come sempre. Si
sa che alla mia età si fa così..
***.
Naturalmente, come si poteva prevedere, l'incazzatura con Federica non è durata molto. Dopo la mia importante decisione lei ha avuto il coraggio di incontrarmi (però non l'ha fatto apposta), ma l'incontro non è stato come io me l'ero immaginato. Innanzitutto io non avevo una frusta e lei non era nuda e in ginocchio a gridare "Scusa!!!". E poi lei era sola, non c'era Quello..
Avevo pensato di fare chissà che cosa, ma non sarei capace di fare male a uno svizzero, e quindi l'incontro è terminato con un saluto tipo evviva-siamo-amici. Sorrisino; timido ciao, e stop.
A volte mi sento troppo generoso. A volte passo le giornate a essere incazzato con tutto e tutti; triste, di quella tristezza tipicamente adolescenziale che - da quanto vedo in giro - credo mi porterò fino ai
quaranta; però poi incontro una persona, magari anche una che ha votato Berlusconi, magari una che ha appena parcheggiato in un parcheggio riservato ai disabili e non è disabile (ma qualcuno dovrebbe rimediare), e sorrido.
Ditemi voi se questo non è essere generosi. Dovrei ficcargli una spada nello sterno, e invece sorrido!
Insomma, è andata così anche quel giorno. Incontro Federica e sorrido, anche lei entrava là, al circolo culturale non mi ricordo il nome, per la presentazione di un cortometraggio. Il cortometraggio è presentato da una rivista di quelle underground; la rivista, a sua volta, è presentata dal responsabile del circolo culturale, un tipo con gli occhiali e i baffi, a cui va riconosciuta l'abilità nell'essersi presentato da solo. Sorrido.
Il tipo con i baffi e gli occhiali presenta la rivista con due o tre parole; poi dà la parola al direttore della rivista, un tipo con occhiali ma senza baffi. Una rivista aperiodica underground di contro-informazione e di cultura alternativa contro il pensiero unico, addirittura alternativa alla cultura alternativa già esistente, dicono, dato che la cultura alternativa è omogeneizzata in un pensiero unico di massa, alternativo.
La cosa m'interessa.
Ogni quanto esce? Il direttore della rivista spiega che escono quando cazzo vogliono, e non hanno una linea editoriale, ma di volta in volta decidono di cosa parlare e come.
Redazione? No, non ne hanno. Collaboratori? Non fissi, non pagati. Dove si può trovarla? E' difficile trovarla. Forse in qualche centro sociale, circoli culturali e in qualche cestino della spazzatura, urlano dal fondo della sala.
Adesso è la volta del cortometraggio. Il direttore della rivista con gli occhiali (il direttore, non la rivista) presenta l'autore del cortometraggio senza occhiali e senza baffi (l'autore, il cortometraggio non so perché non l'ho ancora visto). Sebbene ogni tanto qualcuno urli, è un pubblico di cinefili e intellettuali. Un pubblico coi controglioni, diciamo. Sì, in mezzo ci sono pure io che aspetto l'arrivo del Buddha, che è uno di quelli che ti puoi fidare, viene sempre ovunque tu voglia, sta zitto e non commenta, non sporca e se sporca pulisce.
Arriva. Però - oh oh - non è solo. E' con Checco.
Chi è Checco?
Secondo alcuni (secondo me, ad esempio) è uno dei peggiori esseri umani che abbia mai avuto la sfortuna di nascere su questo pianeta. Rasato alla naziskin; borchie alla metallaro; pantaloni alla discotecaro; maglietta alla hippy; e per fortuna ci risparmia la kefiah alla no-global. Dio ringrazi il
caldo. A Checco non gliene frega niente di niente. E' uno di quelli che per tutta la vita vive così, fregandosene, e tu pensi "Magari ha ragione lui...". Apartitico, apolitico, disinteressato, menefreghista, non ha neppure un colore preferito.
Checco però piace. E' uno figo. Bono. Ganzo. Credo rappresenti per le ragazze quello che Manuela Arcuri rappresenta per i giovani soldati impegnati nell'Hormon Storm. E non sono certo attratte dalle sua cultura o dalla sua intelligenza (qualcuno è attratto dalla cultura o dall'intelligenza - sempre che esista - dell'Arcuri?), dato che, quando parla, è come una versione sonora di un libro di Joyce, un sms scritto da Totti. Inoltre ripete spesso e inutilmente alcune frasi e parole, come "se non che", "appunto", "minchia", "porca madonna" e soprattutto "anche". Ha un uso dell'anche che farebbe invidia a una ballerina brasiliana.
Piace perché, oltre ad avere due spalle tipo Vieri, è uno che fa battute in continuazione. Roba che non farebbe ridere manco il mio amico Fabrizio del tutto ubriaco, ma quando le dice lui le battute hanno l'effetto di aforismi fulminanti. Il segreto delle battute è la velocità.
Il fatto è che Checco me ne ruba molte, di battute. Quando succede qualcosa e io sto per dirne una, lui l'ha già detta. A volte ho la sensazione che lui lo sappia, di avermela rubata, e che poi mi guardi con un sadico sorriso di soddisfazione e alzi il dito medio sussurrando "fottiti". E' incredibile cosa si riesce ad immaginare con la mente. Ho anche iniziato a pensare che quando tutti ridono per una battuta di Checco, in realtà ridono per una battuta detta da me. E finisce che sono talmente contento dell'immaginario goal umoristico che mi si stampa un sorriso in faccia (tanto per cambiare).
Così tutti pensano che anch'io sto ridendo per la fottuta battuta di Checco, e tutto sembra normale. Tutto è ok.
Come lo vedo entrare nella sala del circolo culturale assieme al Buddha, sorrido ma rabbrividisco. E' come incontrare Jessica Fletcher o Claudio Scajola: succederà sicuramente qualcosa. Una figuraccia, due morti, qualche ferito. Cerco di nascondermi ma mi vedono e si dirigono verso di me.
Nell'ordine: Checco inciampa in una sedia, grida "Porca madonna" e sbatte contro il responsabile del circolo culturale, il tipo con baffi e occhiali a cui cadono gli occhiali, per fortuna non i baffi; si poggia a una ragazza e ne approfitta per palparle il culo, con disapprovazione di quello che sembra essere il fidanzato della ragazza; poi ride come un matto per il casino e guarda me che, come vi ho già detto, non resisto al sorriso, quindi sembra che pure io mi diverta.
Conclude lo show con un telefonino che squilla indecentemente. Ci manca poco che chieda gli applausi.
Finalmente si siede (non a fianco a me: il Buddha - che intuisce la mia incazzatura - saggiamente si mette fra me e il cellulare vagante), e io gli dico di stare fermo e di spegnere quell'accidenti di telefono. Un altro squillo - e magari durante la proiezione del film - sarebbe una cosa imperdonabile.
Il cortometraggio parte e tutto sembra tranquillo. Ho intimato a Checco di togliere la suoneria, e lui sembra averlo fatto. Non dovrebbe succedere nulla. Mi sbaglio. Di colpo la piccola sala viene illuminata da una luce accecante: è il display del cellulare di Checco (non c'è la suoneria e quindi si illumina). Federica trova tutto questo molto divertente (e come lei tutte le altre persone, tranne l'autore del corto) e ogni tanto mi guarda.
E sorride.