25.11.02

“ANDREOTTI: TRAGEDIA E VERGOGNA E’ LA POLITICA IMPAZZITA”


di Vincenzo Passerini



(articolo pubblicato sul quotidiano “L’Adige” giovedì 21 novembre 2002)




“Vi sono in cielo e in terra, Orazio, assai più cose di quante ne sogna la tua filosofia”
(Amleto, atto I, scena V)

***


Siamo tutti pieni di amletici dubbi sulla condanna di Andreotti. Ma poi, alla fine, c’è chi ha più certezze di altri. E la certezza dominante, perfino asfissiante, è che è impossibile che Andreotti sia il mandante dell’omicidio Pecorelli. Non solo. Gli attestati di stima, di simpatia, di fervida solidarietà (come quelli dei vertici politici e dei vertici ecclesiastici) trasformano il senatore a vita in una vittima innocente, lui che è così saggio, così ironico, così religioso, così colto, così distaccato. Così diverso da tutti gli altri. Così superiore. E allora sotto accusa si mette la giustizia, in un coro unanime che ha dell’agghiacciante. Dove risorge lo spirito funesto della Bicamerale, dell’accordo D’Alema-Berlusconi per zittire definitivamente i giudici, sacrificati per consentire ai nuovi vincitori di riscrivere il patto costituzionale. Spirito funesto che ammorba l’aria, la rende irrespirabile, tanto che ti vien da dire che in questo infelice paese la verità non la troveremo mai.
Untorelli da quattro soldi, siamo noi, niente di più. Voci stonate in un coro intonato. Non diciamo che è colpevole: c’è una sentenza da leggere, c

e n’è un’altra da attendere. E comunque non ne abbiamo né l’autorevolezza che derivi da una qualche certezza, né il desiderio. Ma rifiutiamo il coro che grida: è impossibile! è assurdo! è folle!


Come se la realtà della storia italiana non fosse superiore, nelle cose folli, impossibili, assurde che l’hanno tragicamente segnata, a qualsiasi fantasia. Come se la vicenda Andreotti spuntasse da un prato verde e fiorito, dove ci si scazzotta innocentemente nel gioco del potere. E non, invece, da un campo solcato dalle terrificanti stragi di piazza Fontana a Milano, di piazza della Loggia a Brescia, del treno Italicus, della stazione di Bologna; dal terrorismo che uccise Moro e con lui tanti dei migliori: magistrati, giornalisti, generali, carabinieri e poliziotti, sindacalisti; dal potere occulto e svelato della loggia massonica P2, pericoloso cancro delle istituzioni come lo definì la commissione parlamentare d’inchiesta; dalle stragi di mafia che decapitarono una intera classe dirigente in Sicilia: magistrati, politici, generali; dai servizi segreti che hanno fatto e disfatto tutto a piacimento, e che hanno marcato la loro presenza in ciascuna di queste tragiche vicende; dai disegni finanziari inquietanti dei Calvi e dei Sindona, loro pure infine assassinati; dai grandi scandali che hanno visti coinvolti i vertici della politica, dell’amministrazione pubblica, della guardia di finanza, dei carabinieri. In quale altro paese europeo è capitato tanto? Nemmeno il sanguinolento e immaginoso Shakespeare sarebbe riuscito ad inventare tanti fatti così folli in così poco spazio, di terra e di tempo. Eppure, tutto questo è accaduto nella bella Italia, in questo fazzoletto di terra, in pochi anni. Ma lui lo sapeva che la realtà strapazza ogni immaginazione. Siamo noi che fingiamo di non saperlo, che fingiamo di stupirci.

***


Perché questo è l’ultimo capitolo della tragedia della politica italiana, non della giustizia italiana. Si stanno rovesciando le parti, come se fossimo partecipi di una storia normale su cui agisce una giustizia impazzita. E non, invece, di una storia impazzita su cui cerca di agire una giustizia normale. Ecco il cuore della questione italiana. La giustizia, soprattutto negli ultimi vent’anni, ha cercato di far fronte a questo impazzimento della politica. Qualcuno si è venduto, qualcuno ha fatto finta di non vedere, qualcuno ha peccato di protagonismo, ma nel suo insieme la giustizia ha fatto fronte con grande dignità alle tragedie della politica impazzita. Dal terrorismo alle stragi, dai delitti di mafia alla corruzione, dai poteri occulti ai grandi scandali finanziari la giustizia ha cercato, spesso pagando un altissimo prezzo di sangue, di trovare la verità. E se non c’è riuscita, talvolta, è perché ha trovato di fronte gli innumerevoli ostacoli costruiti dagli innumerevoli poteri, i silenzi, i “non ricordo”, le complicità diffuse, i testimoni ammazzati, le delegittimazioni dall’alto. I muri di gomma. A volte anche le leggi fatte apposte per impedire di arrivare alla verità.


Il delitto Pecorelli, avvenuto il 20 marzo del 1979, è dentro il terribile quinquennio della politica italiana che va dal delitto Moro, nel 1978, al delitto Dalla Chiesa, nel 1982. In mezzo ci sono: l’assassinio dell’avvocato Ambrosoli (luglio 1979) ad opera dei sicari di Sindona; l’ingiusta incriminazione dei vertici della Banca d’Italia architettata dagli amici di Sindona (luglio 1979); gli assassinii, ad opera delle Brigate Rosse, di Guido Rossa, Emilio Alessandrini, Walter Tobagi (1979); l’assassinio di Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, da parte delle Br (gennaio 1980); lo scandalo dei petroli (giugno 1980) che vede implicati i comandanti della guardia di finanza; l’abbattimento dell’aereo DC9 Itavia sul cielo di Ustica, 81 morti (27 giugno 1980); la strage terroristica alla stazione di Bologna (2 agosto 1980) che provoca 83 morti; la scoperta degli elenchi della loggia massonica Propaganda 2 (marzo 1981) ad opera dei magistrati Gherardo Colombo, Giuliano Turone, Guido Viola: 962 affiliati, tra cui ministri, generali, i vertici della guardia di finanza e dei servizi segreti, giornalisti, Silvio Berlusconi; l’assassinio di Calvi a Londra ( giugno 1982); l’assassinio del generale Dalla Chiesa in Sicilia (settembre 1982), che chiude la prima sanguinosa stagione dei grandi delitti di mafia che hanno decapitato le istituzioni siciliane (Mattarella, Terranova, Chinnici, Ciaccio Montalto).


Elenco incompleto ma bastante a ricordarci il quinquennio terribile e folle della politica italiana in cui si inscrive la vicenda Pecorelli- Andreotti. Quale sia stato il ruolo del senatore a vita in alcune di queste vicende è vecchia materia di discussione e di indagine. Ma alcuni fatti, almeno, vanno ricordati.

***



Aldo Moro nel suo memoriale dal carcere brigatista riserva ad Andreotti i giudizi più pesanti, più implacabili. “Accuse brucianti” le definisce Alfredo Carlo Moro, (in “Storia di un delitto annunciato”, 1998), fratello dello statista ucciso, magistrato, già presidente del tribunale dei minorenni di Roma, che assegna al memoriale il valore “non di uno scritto difensivo ma di un testamento politico”.


In secondo luogo. I rapporti di Andreotti con potenti ambienti mafiosi siciliani sono stati considerati certi anche dalla sentenza del tribunale di Palermo che ha assolto Andreotti dall’accusa di associazione mafiosa (le sentenze vano lette anche nei casi di assoluzione perché si scoprono verità meno comode di quelle che si vogliono far credere).


In terzo luogo. Andreotti mentì al maxiprocesso di Palermo nel 1986 a proposito dei suoi rapporti con il generale Dalla Chiesa, e negò quanto il generale aveva scritto nel suo diario a proposito del colloquio con lo stesso Andreotti (“non avrò riguardo per quella parte di elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori” aveva detto Dalla Chiesa ad Andreotti; si veda “Storie di boss, ministri, tribunali, giornali, intellettuali, cittadini” (1990), di Nando Dalla Chiesa, oggi parlamentare della Margherita.


In quarto luogo. Sindona cercò di neutralizzare politicamente le indagini del coraggioso avvocato Giorgio Ambrosoli anche con l’aiuto di Andreotti, suo amico e protettore. Non riuscendoci fece assassinare l’avvocato (si legga il preciso “Un eroe borghese” di Corrado Stajano, 1991).

***



Due osservazioni, infine.


E’ profondamente sbagliato identificare la storia della DC con quella di Andreotti. E’ sbagliato da un punto di vista storico e da un punto di vista morale. La storia della DC è stata fatta da Degasperi, da Fanfani e da Moro, che non avevano nulla da spartire con Andreotti (nemmeno Degasperi, distante anni luce dal suo collaboratore). Andreotti c’è sempre, è potente, si adatta ai tempi che mutano, ma non li prefigura, né li costruisce. Salva sempre se stesso, fino alla fine. Moro muore ucciso, e Craxi e Forlani con i quali gestisce gli anni Ottanta del dopo Moro, finiscono condannati, il primo fugge e muore all’estero, il secondo è mandato ai servizi sociali.


Infine. E’ per me inaccettabile che i vertici della mia Chiesa indichino Andreotti come una sorta di modello di impegno civile e politico. Tra i cattolici impegnati a fare il proprio dovere sarebbe di gran lunga preferibile indicare come esempi, restando nell’ambito di questa tragedia della politica italiana, l’avvocato Giorgio Ambrosoli, o il giudice-ragazzino Livatino, o Paolo Borsellino. Fecero il loro dovere di fronte alle mafie che li stritolavano, in solitudine, senza indietreggiare, contando unicamente sulla loro fede e sulla loro coscienza.

20.11.02

L'IMPOTENZA DELL'OCCIDENTE


di Gianni Minà, dal sito www.giannimina.it



Ci rendiamo conto con sconcerto che siamo in guerra ma lo dobbiamo dire a bassa voce. Una situazione kafkiana con un apparato militare rivolto per ora contro l'Afghanistan, fra i più poderosi mai messi in campo dall'occidente dalla II guerra mondiale ad oggi, un apparato che siamo costretti però a definire "un'operazione di polizia internazionale", pena l'accusa di essere tacciati di antiamericanismo, se non addirittura di essere conniventi con i terroristi.





Siamo obbligati infatti, a snidare ed annientare rapidamente il terrorismo, un tumore maligno frutto per ora di movimenti fondamentalisti islamici e capace di essere più spettacolare e apocalittico di un film con Bruce Willis o di un romanzo di Tom Clancy, ma siamo palesemente incapaci di farlo. Perché per troppo tempo, fino a ieri, noi, l'occidente "indiscutibile" e che vanterebbe un primato ideologico, religioso e morale sulle altre civiltà, ha impudicamente trescato col terrorismo, e non solo quello di radice islamica. Una scelta ambigua e ipocrita: gli Stati Uniti, ma non solo loro, si sono dati da fare in prima persona, cosa che li rende ora, ironia della storia, inadeguati moralmente, strategicamente, tecnologicamente ad affrontare con qualche sicurezza di successo, il drammatico problema.



Chi, in un altro 11 settembre, quello del 1973, ha organizzato direttamente (come hanno confermato i documenti declassificati della Cia) il colpo di stato in Cile contro il governo di Salvador Allende, democraticamente eletto dai cittadini? Chi ha accettato e favorito la politica dell'apartehid in Sudafrica? Chi ha ideato e stimolato "l'operazione Condor" in Argentina , Uruguay, Cile, Paraguay, Brasile, per annichilire l'opposizione progressista in quei paesi senza avvertire alcun scrupolo, se in quella strategia veniva usata per la prima volta la infame pratica di far sparire migliaia di persone? Chi ha accettato che in Indonesia venissero eliminati cinquecentomila presunti fautori del comunismo? Chi, solo due anni fa, è stato indicato da un rapporto dell'Onu come complice del genocidio delle popolazioni maya del Guatemala, avvenuto negli anni Ottanta e fino agli inizi degli anni Novanta? Chi ha sempre impedito all'Onu di condannare il Guatemala per violazione dei diritti umani, anche dopo che i rapporti della Chiesa cattolica e delle Nazioni Unite hanno documentato ogni efferatezza come 30.000 desaparecidos, 627 massacri, 400 villaggi scomparsi dalla carta geografica, 3000 cimiteri clandestini ed hanno segnalato che uno dei generali genocidi, Rios Montt, impudicamente è ora il presidente del parlamento?



Chi ancora recentemente ha varato il "Plan Colombia", una strategia di presunta lotta ai narcotrafficanti colombiani, che la stessa comunità europea ha respinto, perché "chiaramente suggerito da finalità militari"? Chi sta tentando di mettere in pratica un "Plan Africa" che annienterebbe per sempre ogni speranza di ripresa economica e sociale del continente più povero e martoriato del pianeta? Chi non ha avuto la voglia o la forza di aiutare a risolvere il conflitto infinito fra Israele e Palestina, lasciando ultimamente mano libera al generale Sharon, che il tribunale dell'Aja potrebbe presto inquisire per crimini contro l'umanità?



Chi, insomma, negli ultimi trent'anni ha fatto prevalere questa immagine degli Stati Uniti, rispetto a quella generosa, democratica e libertaria, patrimonio della storia moderna del mondo fino alla fine della II guerra mondiale, non sa ora cosa fare, se non come fanno i bambini, buttare all'aria tutto?



Perché purtroppo chi ha trescato e tenuto in piedi i peggiori criminali della politica moderna, in America Latina come in Africa, come in Asia, coinvolgendo anche l'Europa, non ha previsto che la storia un giorno potesse produrre un orrore infinito, ideato proprio da alcuni di coloro che, fino al giorno prima, erano stati creati, istruiti e usati per le strategie più imbarazzanti. Primo fra tutti Saddam Hussein, scelto per annientare l'Iran di Komeini che poteva diventare destabilizzante nel grande mercato del petrolio e dell'energia; e poi Osama bin Laden e i talebani, studenti coranici formati e istruiti in Pakistan, per sloggiare l'Unione Sovietica dall'Afghanistan, terra per sua sfortuna strategica, allora come ora, per il passaggio verso l'Oceano Indiano dei gasdotti e degli oleodotti dalle repubbliche mussulmane ex sovietiche (Turkmenistan, Kazakistan, Tagikistan, Uzbekistan etc.).



Bush padre, ex capo della Cia, sul finire degli anni '70, si precipitò a Parigi su un aereo privato di un fratello di bin Laden, l'antico compagno d'affari Salem, per trattare con una delegazione di mullah iraniani moderati la possibilità di rilasciare alcuni diplomatici nordamericani, ostaggio del regime dell'ayatollah Komeiny. Era una trappola per far perdere le elezioni al democratico Jimmy Carter e farle vincere al repubblicano Ronald Reagan di cui Bush senior sarebbe diventato vicepresidente. Reagan vinse le elezioni, mentre Salem bin Laden come Amiram Nir, agente del Mossad, anch'egli protagonista dell'incontro di Parigi, sarebbero morti in due diversi incidenti aerei, il primo in Texas e il secondo in Mesico.


Evidentemente incominciò in quella stagione un legame indecente fra le multinazionali dell'energia di cui George Bush senior era il portavoce e certi ambienti del mondo del petrolio arabo, in particolare quello saudita, che sicuramente ha avuto la sua influenza successivamente nell'evolversi della politica Usa verso paesi come il Kuwait, Iraq, Iran e Afghanistan. È stato rivelato per esempio che non solo i militari genocidi del Guatemala e di Haiti o i contras in Nicaragua, ma anche l'operazione Iran-Contra e successivamente il sostegno alla guerriglia antisovietica in Afghanistan, furono sovvenzionate dalla Cia attraverso il riciclaggio del denaro del narcotraffico con la connivenza di istituti di credito come la Bank of commerce and credit international (Bcci) nel cui consiglio di amministrazione c'era non solo Salem, fratello di Osama bin Laden, ma anche bin Mafouz, banchiere della famiglia reale saudita, sposato con una sorella di bin Laden.


Un' inchiesta di Time Magazine del 1991 rivelò per esempio che "poiché gli Usa volevano fornire ai ribelli mujaheddin in Afghanistan missili Stringer e altro materiale militare per combattere l'Armata Rossa, c'era bisogno della piena collaborazione del Pakistan. Così dalla metà degli anni '80 il distaccamento della Cia da Islamabad divenne una delle sedi più grandi e operative dei servizi segreti nordamericani. "Se lo scandalo Bcci ha creato un così forte imbarazzo per gli Usa tanto che indagini dirette non sono mai state condotte, è dovuto al fatto che gli Usa avevano dato un tacito via libera ai trafficanti di eroina in Pakistan", dichiarò un agente della Cia. Il "denaro sporco" riciclato attraverso il sistema bancario -magari attraverso una compagnia anonima di copertura- diventava così "denaro nascosto", usato per finanziare movimenti di guerriglia come i Contras del Nicaragua e i mujaheddin afgani.



Un tale scenario, aggravato ben presto dalla guerra del Golfo -una guerra bocciata perfino dal Papa e dichiarata solo per assicurarsi il controllo del petrolio arabo nei prossimi decenni- avrebbe dovuto suggerire una maggiore accortezza in un'area di mondo dove la solidarietà dei paesi arabi moderati era stata ottenuta, allora, a sorpresa, con non poca fatica, per vari motivi: religiosi, strategici, culturali. Invece, non si è dato peso nemmeno a segnali inquietanti che arrivavano da tempo e proprio dai settori integralisti come quello dei talebani, gli studenti coranici allevati in Pakistan e catapultati nella tragedia dell'Afghanistan per contribuire a cacciare i sovietici (…).



L'impressione è che in un mondo dove i consigli di amministrazione delle multinazionali, specie quelle dell'energia e della armi, dettano le linee programmatiche ai governi occidentali (attualmente avari di statistii o anche solo di politici di sicura personalità) gli Stati Uniti e gli alleati si siano improvvisamente trovati di fronte a mostri creati proprio dalla loro politica estera e dalla loro ingordigia economica. Come ha detto Ignacio Ramonet, direttore de Le Monde diplomatique: "Ora, come Frankstein, questi paesi che si credevano poderosi sono aggrediti dalla creatura che hanno generato". Insomma, come sostengono molti intellettuali degli Stati Uniti (Chomsky, Bellow, Miller, Ramsey Clark e Wayne Smith) che non si possono tacciare certo di essere antiamericani, è chiaro che la politica estera di Washington non è stata e non è innocente.



Questo non assolve certo il criminale attentato alle Torre gemelle e al Pentagono, ma per chi vuole capire e non essere ubriacato di propaganda in favore della guerra, spiega perché la storia moderna l'11 settembre del 2001 si è trasformata in un incubo.

lettera di Antonio Di Pietro sul referendum abrogativo della legge Cirami



Cari amici,
l'Italia dei Valori ha depositato ieri il quesito referendario per
l'abrogazione della Legge Cirami. In precedenza abbiamo depositato anche le
richieste di referendum per il falso in bilancio e le rogatorie.

Abbiamo fatto questi passi autonomamente, non per prevaricare qualcuno, ma
per contrastare e per fare da contraltare alle immediate richieste di
legittimo sospetto che in questi giorni vengono avanzate nei Tribunali dai
soliti noti e ignoti. Loro chiedono la ricusazione dei giudici e noi
chiediamo ai cittadini-elettori la "ricusazione" della loro legge.
La legge
Cirami, infatti, è una vera beffa per i principi di uguaglianza dei
cittadini. Una legge voluta dal clan berlusconiano - con l'avallo colpevole
e pilatesco dei parlamentari del centrodestra - prevalentemente e/o
unicamente perché essenziale al disegno di piegare la Giustizia ad interessi
di parte, ad interessi giudiziari cioè di imputati "eccellenti".
Una legge
che, attraverso un allargamento dell'area dell'impunità e non solo, porterà
benefici alle strategie difensive dei grandi corrotti e corruttori e della
criminalità mafiosa e terroristica. Insomma, una legge pensata "a proprio
uso e consumo" da parte di qualcuno
, ma che verrà utilizzata da tanti, smantellando così lo Stato di diritto.
Questa legge è incostituzionale, inutile e dannosa, ed è per questo che
vogliamo cancellarla con il voto popolare; da qui è nata la decisione di
depositare il quesito referendario presso la Corte Suprema di Cassazione il
cui testo è riportato in calce.

Abbiamo letto, che da parte di alcune forze politiche si lamenta la mancanza
di un maggiore e migliore coordinamento delle varie iniziative e che anche
per il referendum in questione dovevamo coordinarci prima.

Sono d'accordo: proprio per questo auspico che al più presto possa formarsi
un tavolo allargato con "tutti coloro che ci stanno".
Non mi pare giusto
accusarci di non consultare la coalizione (come pure ieri ho avuto modo di
leggere sui giornali). Come si fa a consultare qualcuno se prima la "nuova
coalizione" non viene costituita e non si sa nemmeno con chi parlare e chi
ha titolo? E' chiaro che, se non veniamo mai coinvolti, dobbiamo per forza
passare all'azione politica da soli. I nostri elettori ci hanno votato per
questo.

Ciò non di meno, ribadisco qui ancora una volta ed in modo formale - a nome
personale e per conto dell'Italia dei Valori - la totale disponibilità
nostra a collaborare e a fare "squadra comune": sui referendum e più in
generale per la realizzazione di un comune programma politico onde fissare i
"punti" salienti delle ragioni per cui alle prossime elezioni politiche e
amministrative andremo insieme.

Perché insieme dobbiamo andare, voglia o non voglia Boselli e compagnia
bella - se vogliamo sperare di vincere -.
Al riguardo ribadisco anche che la nostra scelta di costruire e partecipare
ad un'alleanza politico-elettorale con l'Ulivo ed il centrosinistra è
esplicita e senza riserve (tanto è vero che - ve lo diciamo da subito ed a
scanso di equivoci - per le prossime elezioni politiche vi chiediamo
esplicitamente sin da ora, di fare "liste comuni").

Auspico pertanto in cuor mio che l'iniziativa sui referendum non venga
sommariamente rapportata ad una logica di prevaricazione, rispetto alla
auspicata unione fra le forze politiche tutte del Centrosinistra, ma
piuttosto ad una immediata risposta alla sfacciataggine con la
quale l'attuale governo alimenta nella propria maggioranza parlamentare
l'idea contorta di una giustizia fatta in casa, per sé e gli amici degli
amici.

Insomma ragionevolmente vi chiedo ed auspico di ritrovarci presto tutti
intorno al medesimo tavolo della concordia, per lavorare immediatamente
sulla programmazione unitaria di questo evento normativo con gli amici dei
girotondi e delle varie Associazioni e movimenti interessati, cui l'Italia
dei Valori non ha mai mancato la propria considerazione (e tra questi gli
amici Cofferati e Moretti a cui va un particolare ringraziamento per la
"scossa e lo scatto di orgoglio" che ci hanno dato).

In attesa di vostro sollecito riscontro chiedo a Voi tutti di ritrovarci
uniti intorno alla programmazione positiva di questo e di altri eventi che
tengano alto il rinnovato spirito dell'unione, ma nel contempo chiedo a
tutti (ed a me per primo) di avere il coraggio e l'umiltà di accantonare
ogni riserva mentale e di incamminarci verso il futuro.



On. Antonio Di Pietro - Presidente Italia dei Valori



Busto Arsizio, 13 novembre 2002



19.11.02

SALVERO' IL MONDO/8: "EROE NO-GLOBAL"


di Martino Pinna





L'altra sera Dario mi spiegava che dovrei odiare di più McDonald's. Mi ha spiegato che oltre all'imperialismo economico, l'abbattimento di foreste, l'invasione coloniale, la pubblicità scassacoglioni e lo
sfruttamento dei dipendenti, c'è un'altra cosa che bisogna considerare
quando si decide di odiare McDonald's: il cibo. Pare sia praticamente
mortale.




"Ma la gente lo sa? Lo sa chi mangia al McDonald's? Lo sanno i bambini che
festeggiano lì il compleanno? Lo sanno le loro madri? Lo sanno quei poveri
dipendenti che hanno ormai il cervello fritto come le patatine?"




"No" rispondo distratto e stordito dalle tante domande, "non credo lo
sappiano. Forse qualcuno dovrebbe provare a dirglielo".




Distratto e stordito, sì, ma non tanto da non notare gli occhi di Dario che
si accendono di tanta, immotivata, allegria e di tanto, preoccupante,
entusiasmo.
Ma ormai è tardi. Ho creato un mostro.




Infatti il giorno dopo Dario decide di andare al McDonald's della nostra
città a sensibilizzare i dipendenti. Non è la prima volta che ci prova. Ci
aveva già provato un anno fa.




Quella volta c'era un compleanno di bambini di cinque anni.
Dario e gli altri si misero ad aspettare la fine del compleanno fuori dal
McDonald, seduti su una panchina.




Qualcuno propose di entrare e scoppiare i palloncini dei bambini, così, per
protestare comunque, in qualche modo. O, in alternativa, di scrivere
qualcosa di volgare sulla statua di Ronald, il pagliaccio mascotte della
multinazionale dei panini presente all'entrata di tutti i McDonald's.




Ma Dario bocciò tutte e due le idee.




Poi, venne la fame.




Cercarono di resistere, ma inutilmente. E dopo cinque minuti - Dario
sostiene quasi dieci - si gettarono dentro al fast-food a divorare humburger
e patatine fritte mortali.
Fine primo tentativo.




Ma questa volta, assicura Dario, niente ci potrà fermare.




Dopo una preparazione spirituale (lettura di "No-Global" di Naomi Klein e
ascolto prolungato di Manu Chao) e un'intelligente preparazione fisica
(banane, panini con tonno e nutella) la spedizione è finalmente partita
verso la Chiesa dei panini.




Questa la formazione: Dario, comandante della spedizione; Marko,
sub-comandante; Paolo e il suo amico, sub-sub-comandanti. E naturalmente io,
in qualità di semplice spettatore, no-global anarchico e dilettante.




Non appena arriviamo, i diligenti dipendenti in camicie a quadretti e
cappellini da coglioni, si barricano dentro.




Dario è orgoglioso: "Hanno paura di noi!", grida trionfante.




I dipendenti osservano i nostri movimenti da dietro le inferriate. Parte una
piccola delegazione - Dario, Marko e Paolo - a spiegare il motivo della
nostra presenza.




Io e l'amico di Paolo rimaniamo su quella famosa panchina a cercare di
orecchiare cosa si dicono e a me... non so esattamente come si può dire...
diciamo che, di colpo ho bisogno urgente di un bagno.
No, non sono un igienista che deve assolutamente lavarsi le mani, non sono
una quattordicenne che deve controllarsi le tette allo specchio prima di
parlare con un amico, non sono nemmeno un vecchio che controlla l'aspetto
della sua dentiera.


Sono proprio uno che si sta cagando sotto.




Sarà la combinazione letale nutella-tonno-Manu Chao, sarà che ho mangiato
molto e camminato tanto, sarà la tensione o sarà quello che volete, ma io ho
assolutamente bisogno di un bagno.




Inizio a sudare.


Il bagno più vicino è chiaramente quello del McDonalds.




Non credo che Dario sarebbe contento di sapere che io desidero, con tutte le
mie forze, entrare nel covo del nemico. E per di più, per subire l'enorme
umiliazione di usare il suo bagno.




Ma vi assicuro che certe cose superano l'ideologia. Lo può confermare
chiunque si sia mai trovato nelle mie condizioni.




Di interrompere Dario che discute con il capo del forte McDonalds, non mi
passa nemmeno per l'anticamera, ecc. Quindi, sudatissimo, faccio il giro e
mi arrampico su per una finestra del retro. Entro in bagno e faccio quello
che devo fare.



Fuori sento un casino pazzesco. Dalla finestra vedo scappare la mia
spedizione e sento delle grida provenire dall'interno del Forte.




Nel bagno fa irruzione un poliziotto. In un'altra occasione avrei detto che
mi sono cagato addosso. Diciamo che ho avuto molta paura.




"Fermati black bloc!"


"Black bloc? M-ma che dice?"


"Stai fermo! I tuoi compagni sono scappati ma tu sei nostro!", dice il
poliziotto.

"Ma cos'è questa puzza?"


"Qui... qui cucinano schifezze, non lo sa?", gli dico.






Ma il policeman non coglie il mio disperato umorismo e non trova niente di
meglio che portarmi in questura.




Lì racconto com'è andata veramente e loro, solo dopo un'attenta ispezione
nel bagno del McDonalds, mi credono e mi lasciano andare.
Tornato dagli altri, sono giustamente accolto da eroe.




Fine secondo tentativo.
La legittima lotta contro sosta selvaggia sconfina ormai nell´inquinamento visivo. Dappertutto vasi, vasetti, vasoni. Come quelli immensi apparsi da qualche giorno sulla celebre strada . Surreale perfino per un pittore che ama i surrealisti. Ecco la sua denuncia

Da via Giulia a piazza del Pantheon la messa in scena della città invasata


DI LUIGI SERAFINI



E come diceva Leon Battista Alberti una casa è una piccola città e una città è una grande casa, Roma a questa grande casa ha aggiunto il cortile condominiale, dove, prima delle vacanze, si lasciano alle cure del portiere vasi, vasoni e vasetti e altre schifezze più o meno vegetali.

Insomma diciamocelo: Roma ormai è una città invasata, e forse è la città più invasata del mondo, perlomeno fino a quando non ci sarà un codice vasocostrittore, per cui i commercianti potranno usare i vasi solo portandoli in testa.

A conferma della teoria dell'eterogenesi dei fini, la legittima lotta contro la sosta selvaggia ha provocato la nascita di una speciale Flora Batterica Capitolina (F.B.C.) con un inquinamento visivo superiore a quello di un qualsiasi TIR parcheggiato, che comunque a un certo punto se ne va , mentre loro, i vasi, no: immobili giorno e notte, con quel loro verdurame senza speranza, che vegeta asfittico senza mai incontrare il battito di una farfalla, senza conoscere il solletico di una coccinella o il peso breve di un pettirosso. Pitosfori, begonie, ciclamini, allori, lauri cerasi, tuje e ogni genere di palma e palmetta, finti vivi, finti verdi?.

Eppure sono intoccabili, perché a volere eliminare tutta questa verdeggiante schifezza si passerebbe per collaborazionisti dell'effetto serra. E pensare che le città italiane (Roma inclusa) sono state sempre città di pietra e il verde all'interno della cinta urbana era sempre conclusus, cioè interno a un perimetro architettonico.

L'invasamento della città raggiunge la sua apoteosi in primavera con l'esposizione delle azalee fiorite sulla scalinata della Trinità dei Monti. E' la vittoria finale del Vaso di Fiori sull' Architettura: uno schiamazzo di colori, un cespuglione dal sicuro "effettaccio" nasconde e annichilisce le eleganti, scenografiche e complesse rampe e terrazze del De Sanctis. Ogni volta che assistiamo a questa liturgia dell'inutile pensiamo a quante risorse vengono sottratte a una migliore tutela dell'adiacente Villa Borghese in cui, per esempio, il vandalismo deturpa continuamente le erme e decapita le statue.

Siamo andati da via Giulia a Piazza del Popolo in compagnia di due vecchi amici Tìtiro e Melibèo che si intendono anche di piante. Li ringrazio perché hanno temporaneamente lasciato la loro Egloga e Amarilli, per rendersi conto di persona di cosa stia succedendo nell'urbem quam dicunt Romam .

Via Giulia Le surreali donne-falco del borrominiano Palazzo Falconieri devono avere più di una volta strizzato le palpebre di pietra per lo stupore di fronte all'improvvisa invasione di Via Giulia. Proprio così, un' invasione di vasi?ma di quelle dimensioni non se n'era mai vista una simile.

Infatti sono arrivati in 140 circa, enormi, di plastica/finto cotto, e ognuno contenente circa un metro cubo di terra e una pianta di Arancio Amaro. Via Giulia, who die Zitronen blühen! (là dove fioriscono i limoni!) - esclamerebbe ora Goethe...

Come si sa, Via Giulia è un rettilineo di circa 1 chilometro, voluto da Giulio II e realizzato dal Bramante e sembra (o meglio sembrava) ancora echeggiare la passione per la scoperta rinascimentale della prospettiva geometrica. Ora l'arrivo di questi vasoni compromette ( povero Giulio!) la percezione dell' antico asse per diversi motivi: 1- I 140 vasoni hanno un colore industriale standard e ovviamente omogeneo . L'insieme genera una massa cromatica impazzita che "spara" , producendo un vero e proprio disturbo visivo. Più propriamente questo colore si colloca in primo piano rispetto al resto, creando una nuova prospettiva atmosferica che eclissa la prospettiva lineare , ovvero quella storica. Neanche le peggiori automobili sono capaci di tanto! 2- I 140 vasoni sono, come già detto, di plastica e la plastica è aliena al contesto circostante perché è senza pathos e quindi senza possibile patina. C'è chi dice che hanno fatto la plastica a Via Giulia. 3- I 140 vasoni sono sbilenchi per l'irregolarità del fondo stradale e i fusti degli alberetti, che sono dei segmenti di circa due metri, pendono un po' di qua e un po' di là confondendo ulteriormente le linee verticali dei palazzi. 4- I 140 vasoni sono stati collocati lungo i lati della strada senza un ritmo, una sequenza, e allineati in modo approssimativo in un disordine imbarazzante. 5- I 140 vasoni recano ognuno una pianta di Arancio Amaro(Citrus Aurantium Bigardia), potato a forma di esile alberetto con un tronco inferiore ai 10 cm di diametro e un ciuffo di foglie oltre i due metri e mezzo da terra. Ne risulta un'immagine quanto mai rachitica per via della sproporzione tra pianta e vasone. 6- I 140 vasoni contengono terriccio argilloso, non adatto certo agli agrumi per via del drenaggio lento. Infatti, dopo una pioggia più intensa, i vasoni rimangono a lungo pieni d'acqua con ogni genere di rifiuto a galleggiarci dentro. Difficilmente le piante arriveranno alla prossima estate. In questi casi ci si domanda non quanto sia costato (troppo banale) ma quali siano state, per cotanto progetto, le motivazioni intellettuali di chi lo ha pensato e di chi lo ha approvato.
Contro le auto in sosta non si potevano usare le risorse tradizionali, ovvero sedili e colonnine di travertino, catene e marciapiedi?
Se tutto questo succede non in una strada qualsiasi del centro, ma a Via Giulia dove al n. 79 ha sede nientemeno che il 1° Municipio, figuriamoci altrove! Piazza dei Ricci Nel centro della piazza è stato sistemato un vasone con dentro, ci sembra, una palma da datteri. Non riusciamo a capirne il senso. Secondo i miei amici però dovrebbe produrre i primi datteri nel 2015 Vedremo.
Piazza Farnese C'è un gazebo piuttosto invadente che ci sembra alterare la geometria rinascimentale della piazza. Alcuni passanti però mi dicono che di tanto in tanto serve da acquartieramento ai paladini di Francia che vanno e vengono da Gerusalemme. Via della Dogana Vecchia (Palazzo Madama) Non si sa quando siano atterrate in Via della Dogana Vecchia planando tra vecchi palazzi seicenteschi, ma certamente era notte. Parliamo delle decine di pesantissime fioriere di conglomerato a forma di caciotta (ruzzola?) che circondano Palazzo Madama e Palazzo Giustiniani. Come i crop circles inglesi, sono probabilmente segnali provenienti da intelligenze extraterrestri e sono lì, intorno al nostro Senato , per un contatto del terzo tipo con omologhi Senati extragalattici : il gentile linguaggio dei fiori non ha confini nell'universo!
Altre spiegazioni non ce ne sono. Quando mai un' intelligenza umana avrebbe potuto concepirli? Sembrano fatti e sistemati proprio per diventare collettori di cicche, cartacce, lattine e quant'altro, dato che tutti sanno che l'esplosivo si nasconde bene tra i cespugli o nei cassonetti. Ovviamente questo succede sul pianeta Terra, perché in quei mondi lontani e perfetti non si fuma, non si beve Coke e non c'è neanche il terrorismo? Piazza del Pantheon (e zone limitrofe) Bar e trattorie recingono i loro spazi vitali con vasi, vasoni e vasetti, più le transenne, secondo la tecnica militare dell'agger, che consisteva nell'ammassare terra e altro lungo il confine. Ovunque la confusione è sovrana. Il risultato: micro-boschetti dove evidentemente la gente si imbosca e che in caso di necessità, potrebbero tasformarsi in orti di guerra. Piazza San Lorenzo in Lucina Due ulivi e molti allori sono stati piazzati davanti al bel porticato in colonne di granito e capitelli jonici dell'omonima chiesa: un evidente inquinamento visivo da vaso, generato dalle più nobili intenzioni. Via di Fontanella Borghese, Via Borgognona, Via Bocca di Leone, Via del Babuino ecc Che dire dei cache-pots de fero allineati in modo sgangherato lungo via di Fontanella Borghese, Via Borgognona, Via Bocca di Leone ecc? Blindati come sono, sembrano aggeggi da guerre medievali/stellari. Insomma tra lo chic e il kitsch non c'è che un passo. E soprattutto quale mano immortale ha attaccato sui muri in alto quelle appliques di ferro battuto che sostengono grappoli di vasetti contenenti improbabili vegetali? Lasciamo ogni commento alla Sora Cecioni di Franca Valeri. Finale E' notte. I miei amici sono rientrati nella loro Egloga, esprimendomi un sentito horror vasis. Inoltreranno per mio conto una preghiera (Libera nos a vasibus) al divino Apollo affinchè conceda alle ninfe imprigionate come Dafne nelle varie piante di riprendere l'umano sembiante per una notte e fuggire lontano dai vasi che le imprigionavano : al mattino l'Urbe si risveglierà con tutti i vasi ,vasoni e vasetti vuoti. Finalmente. A via Pavia non si costruirà più una palazzina di 6 piani, ma arriverà un nuovo parco pubblico. Il Comune ha stipulato una permuta con la ditta proprietaria dell'area, la Comedil s.r.l., che cederà l'area al Campidoglio in cambio di un terreno edificabile in un'altra zona della città . Poco più di tre anni fa il Comune aveva venduto i 9.000 metri quadri tra via Pavia e via Como alla Comedil. L'impresa un mese fa aveva presentato il progetto "Parco della Serenità": accanto ai campetti da tennis voleva costruire una palazzina di 6 piani di 9.000 metri cubi che avrebbe ospitato le famiglie dei bambini ricoverati nel reparto di Ematologia del professor Mandelli e 466 posti auto. Il Campidoglio era interessato al progetto di una foresteria per i familiari dei bimbi malato ma gli abitanti della zona, per bloccare la lottizzazione, hanno fondato un comitato cittadino, con cui hanno raccolto 6.143 firme in neanche una settimana. Lunedì mattina hanno portato le firme al presidente del terzo municipio, Orlando Corsetti. che ha chiamato subito il sindaco Veltroni. Il giorno stesso l'assessore al Patrimonio, Claudio Minelli, spediva un fax alla Comedil in cui si spiegava "l'impossibilità di attuare il programma presentato e l'interesse dell'amministrazione ad un utilizzo pubblico dell'area da attualmente di vostra proprietà". Il fax evidenziava come "la dotazione di metri quadri di verde, per singolo abitante, è tra le piu basse tra tutti i Municipi". Lunedì stesso la ditta rispondeva a Minelli dicendosi rammaricata ma disponibile a valutare l'offerta di permuta del Campidoglio. Il presidente del Comitato cittadino, Antonio De Simone, ha ringraziato il sindaco, ammonendolo scherzosamente: "Se le risposte arrivano in tempi così brevi, avanzerò tante altre domande che stanno a cuore al quartiere. Ben vengano volontà e sensibilità".

18.11.02

se leggi questa mail sei sovversivo




Questo è il manuale che la procura di Cosenza ritiene essere una guida agli scontri di piazza



(dal sito www.noglobal.org)





Auto difesa


Con questo manuale si vogliono dare informazioni e suggerimenti per la mobilitazione del marzo napoletano contro il globalforum.
Crediamo sia utile che ognuno abbia le adeguate informazioni che gli permettano di scegliere la sua forma di partecipazione. Queste indicazioni sono presentate in maniera tale che anche i meno "esperti" in materia di manifestazioni possano avere una "guida introduttiva" il più possibile dettagliata.



Sono state create delle linee mobili che assisiteranno i manifestanti durante i giorni della mobilitazione , al laboratorio occupato Ska a partire da Lunedì 12 Marzo sarà disponibile la versione su carta del vademecum legale provvista di tutti i numeri ai quali rivolgersi in caso di bisogno.




IN CASO DI FERMO PER STRADA, SUI MEZZI PUBBLICI DI LOCOMOZIONE, IN AUTO, IN TRENO,ETC…

Può accadere di essere fermati dalle forze dell'ordine. In tal caso, qualora lo richiedano, bisogna esibire un documento di identità. Se vi è bisogno, confermate le generalità.
Qualunque ulteriore "trattenimento" (ad es. hanno già trascritto i vostri dati personali ma non vi restituiscono il documento, oppure perdono tempo e non forniscono spiegazioni) non è legittimo.
Chiedete espressamente a che titolo vi trattengono e le eventuali contestazioni che vi muovono.
Se dopo queste osservazioni ancora non vi lasciano andare chiedete immediatamente l'intervento di un avvocato di vostra fiducia e cercate di mettervi in contatto col numero anti-repressione.
E' molto importante, e questo vale per tutte le situazioni nelle quali potrete trovarvi, cercare di richiamare l'attenzione del maggior numero di compagni o, comunque, di persone al fine di garantire un controllo sull'operato della polizia(nonché eventuali testimonianze).




IN CASO DI PERQUISIZIONE, ISPEZIONE E SEQUESTRI.



La legge italiana consente alle forze dell'ordine di perquisire, ispezionare e sequestrare adducendo motivazioni molto difficili da ribattere visto l'esistenza in Italia di leggi speciali (ad esempio vi fermano e vi perquisiscono per la legge "armi" o alla ricerca di droga o per motivi di ordine pubblico)
Ricordate che prima della perquisizione vi deve essere data la possibilità di essere assistiti da un avvocato.
Come donna possiedi il diritto di farti perquisire da una poliziotta, nel caso ignorassero questo diritto minacciali di denunciarli: menziona il nome dell'avvocato a volte li impressiona.
Alla fine vi sarà dato un verbale da firmare: a meno che il vostro legale, presente materialmente all'atto(non si danno consigli al telefono, insomma), non vi dica di firmare non dovete mai firmare nulla per nessun motivo.




DURANTE LA MANIFESTAZIONE


Se cercano di prenderti, devi valutare se la resistenza serve a qualcosa. Difenditi solo se intorno a te ci sono persone di cui ti fidi. Solo in gruppo è possibile liberare qualcuno dalle grinfie dei poliziotti. In altri casi la resistenza fisica è inutile e in certe situazioni può addirittura peggiorare la situazione.
Cerca in ogni caso di restare calmo/a e lucido/a.
Se le persone intorno a te non ti conoscono, grida il tuo nome, in modo tale che possano dare comunicazione del tuo arresto al telefono anti-repressione.




SE VIENI FERMATO O ARRESTATO


Due sono gli obblighi della polizia in caso di fermo o di arresto:
-L'obbligo di informare immediatamente l'avvocato. Nel caso in cui hai smarrito i nostri numeri , sappi che è tuo diritto avere un'avvocato nominato d'ufficio
immediatamente.
-L'obbligo di dare senza ritardo notizia ai familiari (sempre con il tuo consenso)

In caso tu sia straniero hai diritto a richiedere gratuitamente la presenza di un interprete.




IDENTIFICAZIONE


SEI OBBLIGATO A DIRE ALLA POLIZIA:


NOME, COGNOME, DATA DI NASCITA, NAZIONALITA' INDIRIZZO


Puoi semplicemente confermare i dati sulla tua carta d'identità. Ti risparmia parole…
Questi dati servono loro per identificarti chiaramente, ma non è automatico l'arresto.




INTERROGATORIO


HAI SEMPRE DIRITTO DI NON RISPONDERE all'interrogatorio e l'esercizio di tale diritto non peggiora la tua situazione (non ti possono per questo portare in carcere )
Devi quindi dire "Mi avvalgo della facoltà di non rispondere"


RIFIUTATI IN MANIERA COERENTE DI RILASCIARE QULASIASI ALTRA DICHIARAZIONE, ANCHE DI FRONTE A DOMANDE APPARENTEMENTE INNOCUE.
Attenzione:"si", "no", oppure "io non so niente" etc. sono già delle dichiarazioni che la polizia può riutilizzare in seguito.
La polizia cercherà in ogni modo di farti parlare. Hanno diversi metodi: spesso minacciano si prolungare il tempo del fermo o di trasformarlo in arresto: raccontano che qualcuno ha già parlato contro di te o si è auto accusato; possono anche assumere un atteggiamento gentile e paternalistico, oppure cercare di rompere il giaccio parlando del più e del meno (tempo, lavoro, cibo); se siete lasciati insieme ad uno o più manifestanti in una stanza evitate di parlare di cose relative alle manifestazioni o di fare il nome di altri.


Non fidarti mai di un poliziotto. Il loro obbiettivo è sempre qualcosa che va a tuo svantaggio!
Non fatti mettere sotto pressione.


In ogni caso la dichiarazioni rese in assenza dell'avvocato non possono essere né utilizzate né tantomeno documentate.
Alla fine ti daranno un verbale da firmare NON FIRMARE NIENTE IN ASSENZA DEL TUO AVVOCATO!!


RILASCIO


Sia il fermo che l'arresto possono avere DURATA MASSIMA DI 96 ore(4 giorni).
Più precisamente se non ti rimettono immediatamente in libertà, dopo che sei stato fermato o arrestato, la polizia deve entro 24 ore avvisare il pubblico ministero che seguirà l'eventuale indagine.
Sappi che nelle successive 48 ore dall'arresto o dal fermo il pubblico ministero deve chiederne la convalida al giudice, che deve provvedervi nelle successive 48 ore.
DOPO MASSIMO 4 GIORNI DEVI ESSERE MESSO IN LIBERTA'.



PER QUALSIASI TIPO DI INFORMAZIONE:
INFO@NOGLOBAL.ORG

NO GLOBAL E ANDREOTTI


da Barbara Melotti



Secondo me Claudio, ti confondi. I giudici sono tutti buoni fino a prova contraria e a loro è dovuto il riconoscimento della buona fede. Criticarli e contestarli nel merito e a volte, come questa, anche nel metodo, è però un nostro diritto. Nello specifico è l'accusa contestata che ha, sempre Claudio non oggi, destato i più ampi dubbi, perchè si tratta di retaggio antico di un regime autoritario, con ben poche similitudini in qualsiasi paese democratico. Se poi si leggono gli stralci pubblicati delle motivazioni e si scopre che nello specifico il reato è contestato in totale e dichiarata assenza di efficace organizzazione e concreta progettazione degli accusati, il metodo, l'arresto, risulta davvero incomprensibile. Perchè, Claudio, nessuno ha contestato il diritto dei Ros ad indagare o quello dei magistrari ad aprire il fascicolo. Ho cercato per tutto il giorno di ricordare se negli anni 70, in quel clima assai più teso e pericoloso di oggi, quei movimenti extraparlamentari che dichiaratamente parlavano di rivoluzione, ed erano tanti, siano mai stati sottoposti ad arresti così motivati. A me non vengono in mente: a te? Eppure il clima di quegli anni era ben più pericoloso, e i governi non meno repressivi.
Questa critica non significa accusare i giudici di fini politici, almeno non loro, per il Ros dei carabinieri che ha svolto l'indagine il discorso cambia.
E già che ci siamo, parliamo anche di Andreotti: anche in questo caso, secondo me, la decisione dei giudici è sconcertante, non foss'altro perchè hanno assolto i presunti esecutori materiali. Che un'indagine possa portare ad individuare con sicurezza i mandanti e non gli esecutori è evento singolare. Ma c'è bisogno di decidere su due piedi che i giudici perseguono il fine politico? Basterebbe ripercorrere la storia dei grandi processi per delitti comuni degli ultimi 30 anni e più per scoprire che la schizofrenia delle sentenze è una costante, purtroppo.

17.11.02

RISPOSTA A LUCA SOFRI


da Alessandro Ceratti



Anche a me Luca Sofri sembra una persona per bene, per questo mi prendo la briga di rispondergli. E' facile avere ragione se si parte da premesse scelte da sé stessi, squalificando chi non le condivide come disinformato. Io disinformato lo sono per davvero, ma proprio per questo tra un giudice della repubblica e un famigliare di un condannato decido di credere al primo e non al secondo e pertanto ritengo che le prove per condannare Adriano Sofri ci sono, tanto che egli è stato condannato. Mi sorprende un po' l'alterigia con cui Luca Sofri afferma surrettiziamente che le prove non ci sono. Proprio questo è il punto, incominciare qualsiasi ragionamento partendo dalla premessa che le prove non ci siano, (come Luca Sofri dà per scontato di voler fare) vuol dire aver già predeterminata la conclusione. Non è vero che nessuno è mai stato capace di muovere obiezioni. Anzi a farlo sono state proprio le persone più competenti in materia, le uniche, tra l'altro, istituzionalmente autorizzate e le uniche la cui opinione contasse qualcosa. Chi? I giudici che hanno condannato Adriano Sofri. I quali, giustamente, non hanno parlato d'altro.




Sentenze: che senso ha mettersi a contare le sentenze favorevoli rispetto a quelle sfavorevoli? L'unica conta sensata è già stata fatta, e ha condotto Adriano Sofri in prigione. Val la pena ricordare che ci sono state 8 sentenze solo per capire che alla conclusione cui si è arrivati si è giunti attraverso un percorso laborioso, non con faciloneria come accade talvolta in processi di minore importanza, che coinvolgono imputati che non possono beneficiare di avvocati difensori competenti.



Privilegio - Non so se Adriano Sofri gode di molti privilegi, di certo gode di molti sostegni. Certo, se Adriano Sofri è innocente ha diritto di essere tirato fuori quanto il più derelitto dei condannati innocenti. Il punto è che, se Adriano Sofri uscirà dal carcere, non sarà probabilmente perché è innocente ma perché può godere (lui, e non il condannato derelitto) di molti sostegni.



Grazia - Mi spiace, non ho capito l'argomento.



Similitudini - Cfr. parte iniziale della mia lettera. In questo caso Sofri non prende neppure in considerazione la possibilità che suo padre sia colpevole. E' chiaro che, ammesso questo, il suo ragionamento non fa una grinza.



Claudio - Appunto, io so che Adriano Sofri è stato condannato. E questo è tutto.



Omertà - Non ho titolo per dire alcunché. Non frequento nessuno ex-LC



Commento alla risposta di CSF. Hai ragione su praticamente tutto, in particolare sulle chiacchere da bar. Salvo che sul fatto che io mi senta una merda. Sofri poi faccia un po' come vuole, continui a fare "il puro" se crede. Non mi riguarda, non mi sento di invitarlo a far nulla.




16.11.02

IL CASO ENZO BIAGI



LETTERA APERTA AD ANTONIO BALDASSARRE






Lettera aperta
al Presidente Rai Antonio Baldassarre
di Loris Mazzetti,il dirigente Rai dal quale dipendeva la trasmissione "il fatto" di Enzo Biagi





Premessa





Sono trascorsi 261 giorni dalla nomina del consiglio di amministrazione Rai che Lei presiede dal 5 marzo del 2002, ne mancano esattamente 469 alla fine del mandato, forse Le sembreranno pochi visto che la Rai non ha ancora “un’anima nuova”, non c’è ancora stato un segno di cambiamento positivo nell’azienda, nonostante la Sua dichiarazione di intenti:



“Ho proposto come primo punto del mio programma quello di fare diventare la Rai indipendente dalle forze politiche e attenta invece ai movimenti e ai sentimenti della gente e quindi anche al pluralismo sociale oltre a quello politico”.








I nuovi programmi Rai e gli ascolti



In più i responsabili nominati dal Suo consiglio non sono riusciti a mettere in onda un solo programma di nuova produzione che sia stato accolto dal pubblico con successo. Le darò una delusione, ma quello che sta funzionando, funzionava anche prima, andava già in onda prima del Suo arrivo. Qualche esempio di flop: “La grande notte del lunedì sera”, con Gene Gnocchi e la signora Ventura, debutta in prima serata raggiunge il 6% di share per poi finire in seconda, nonostante la preziosa regia di Paolo Beldì, “Destinazione Sanremo” con Cecchetto, una domanda: “Questa trasmissione che è riuscita ad arrivare al 4% di share, cioè su cento telespettatori solo quattro l’hanno guardata, (dato di domenica 3 novembre) non rischia di incidere negativamente sull’immagine del prossimo Festival della canzone italiana e su chi lo dirigerà artisticamente, Pippo Baudo?”.




Il programma novità per i giovani, sempre su Rai Due “My compilation” 4%, “Casa Rai Uno” con Giletti, “Max e Tux” con Lopez e Solenghi, “Sì sì è proprio lui” con Luisa Corna, un varietà che non arriva oltre il 20%. Per non parlare dell’errore clamoroso di collocazione in palinsesto della super produzione Napoleone e per non dire di E.R. di Rai Due spostato dal martedì al lunedì contro il Montalbano di Rai Uno.







“Il Fatto di Enzo Biagi” e la verità negata



Infine i nuovi programmi di informazione, che più di faziosità bisognerebbe parlare di mancanza di capacità professionali, ma voglio astenermi da qualsiasi valutazione perché non vorrei che Lei mi accusasse di essere di parte vista la mia “frequentazione”, quasi decennale, con Enzo Biagi, quel maestro di giornalismo, che Lei stesso ha definito all’indomani della presentazione dei palinsesti a Cannes, giugno 2002, “un pezzo del patrimonio della Rai”, quando, gli stessi palinsesti stabilivano l’eliminazione del programma “Il Fatto”, sul quale sempre a giugno, Lei aveva detto: “Mi auguro che il programma resti, solo che bisogna trovare una fascia oraria consona alle esigenze dell’audience”.








Signor Presidente, lo sa che “Max e Tux”, il programma che lo ha sostituito, mediamente fa 15-20 punti di share in meno di “Striscia la notizia”, chissà se l’ufficio stampa della Rai La informa su questi dati oltre che fare dichiarazioni del tipo: “I vertici della Rai sostengono che Biagi ha perso appeal”( Nava, “L’Unità”del 9 giugno), che è un po’ come se l’ufficio stampa della Fiat dichiarasse che Agnelli sostiene che una sua auto ha perso stabilità nella guida. Contemporaneamente l’ultimo libro di Biagi esce con oltre settantamila prenotazioni.




Basta parlare di programmazione, perché l’elenco dei flop sarebbe lungo e noioso, e perché soprattutto è un elenco che crea disagio, che fa male a tutti quei seri professionisti, e mi creda in Rai ce ne sono tanti, che in questi anni hanno sempre lavorato con dedizione e onestà. E’ giusto ricordare anche, che un obiettivo è stato raggiunto a proposito di ascolti, il Tg1di Mimun, con il ritorno di Amadeus come traino, vince costantemente il Tg 5 di Mentana. Amadeus quello di Quiz Show per intenderci, quel programma tagliato un anno fa quando batteva Gerri Scotti nel preserale.








Non fraintenda le mie parole, non voglio che Lei pensi che sia mia intenzione rivendicare quel palinsesto che prevedeva il programma di Enzo Biagi, “Il Fatto” di cui ero responsabile e che Lei conosce bene per aver accettato più volte l’invito a parteciparvi, e che nel periodo di maggior crisi nella storia di Rai Uno, Estate 2001- primavera 2002, su 168 puntate ha realizzato una media share del 22% con sei milioni di telespettatori circa e su un totale di 834 puntate, in ben otto edizioni e sempre contro la corazzata di Antonio Ricci, una media share di circa 24%, cioè ogni cento telespettatori 24 guardano “Il Fatto”, un ascolto superiore a tutti i programmi messi in onda, in questi ultimi otto anni, nella fascia oraria dalle 20,30 alle 21, incluso anche quella “Zingara” che sta tornando in onda perché ritenuto l’unico programma che nel passato ha battuto “Striscia la notizia”. Immagino le risate di Ricci quando ha letto queste dichiarazioni. In Rai, invece, non c’è nulla da ridere. Sempre per dovere, non di cronaca ma di verità, quando la “Zingara” non esisteva ancora, “Il Fatto” raggiunse, nella sua prima edizione, su 60 puntate una media del 26-27% di share.




Lei Presidente, il Direttore Generale Saccà, il Direttore di Rai Uno Del Noce, il Direttore dell’ufficio stampa Nava e anche il Ministro Gasparri, potete continuare a dare una vostra libera interpretazione ma gli ascolti non sono uno stato d’animo, sono scritti e consultabili in qualsiasi momento e a questo proposito sono disponibile a un confronto in Commissione Parlamentare di Vigilanza con chiunque.









Enzo Biagi e la Rai, un addio dopo quarantun’anni



Mi creda, non voglio fare polemica, ho soltanto il grande dolore di assistere, purtroppo passivamente, al fatto che Biagi dopo quarantun’anni è costretto ad un inesorabile addio alla Rai, mentre continua a scrivere sulla prima pagina del Corriere della Sera, su L’Espresso e forse lo rivedremo nel prossimo anno su altri Network Tv.
Io e Lei siamo tra i responsabili di questo, io, perché non sono riuscito a convincere né Lei né il Direttore Saccà, che ha sempre definito Biagi “un valore aggiunto” a essere “liberi” nelle vostre scelte, Lei, per aver illuso tutti quelli che in questa azienda fanno il nostro lavoro quando, il giorno stesso della Sua nomina a Presidente, ospite de “Il Fatto”, davanti a circa sette milioni e mezzo di telespettatori, quando Biagi a fine puntata salutandola disse: “Buon lavoro per Lei, signor Presidente, e anche per noi”, Lei rispose: “La ringrazio, soprattutto sappiate che avrete in me un punto di riferimento che difenderà sempre le vostre professionalità”.









La Rai contro tutti



Ripeto, non voglio fare polemica, desidero soltanto che questa mia sia considerata il modesto contributo di un dirigente che ha sempre creduto, con il suo lavoro, nell’importante ruolo culturale e sociale della Rai nella vita del nostro paese e visto che Lei, signor Presidente, ha il compito insieme agli altri consiglieri, di definire le linee editoriali che potrebbero - se definite - consentire alla Rai di tornare a svolgere quella funzione centrale di grande riferimento multimediale, perché non possiamo dimenticare che per l’unità d’Italia ha fatto più di Garibaldi, Mazzini e Cavour messi insieme, che ha raccontato al sud quello che facevano al nord e che ha raccontato al nord quello che facevano al sud, che ha alfabetizzato, facendo sì che tutti parlassero la stessa lingua.




Lei, invece, in questi 252 giorni di presidenza ha dovuto ascoltare:





l’appello del Presidente della Camera Pierferdinando Casini contro una televisione che non considera e non dà spazio ai programmi educativi per bambini, a questo proposito si sta decidendo se sopprimere o meno per ragioni di budget “L’Albero Azzurro” uno dei pochi programmi di produzione per bambini in età prescolare, complimenti!




Sempre a proposito dei minori ha dovuto sentire tante critiche contro una televisione violenta, una televisione che mette in onda in fasce anche pomeridiane immagini non adatte a un pubblico non adulto e perfino dai movimenti cattolici che accolsero con gradimento la Sua nomina, confidando in Lei per una nuova e soprattutto diversa programmazione televisiva e invece, recentemente, a Lei si è rivolto l’Osservatore Romano, che ha definito “le produzioni della odierna televisione povertà espressiva, prive di inventiva e di gusto avvilente quando non offensivo di una minima decenza, nell’insultante convincimento che i telespettatori sono disposti a recepire passivamente qualsiasi cosa, tanto che si può tornare a parlare di tv-spazzatura”.




Poi l’intervento del Santo Padre di sabato 9 novembre a conclusione della Conferenza episcopale italiana: “Quale cultura può essere generata da una comunicazione che non abbia al suo centro la dignità della persona, la capacità di aiutare ad affrontare i grandi interrogativi della vita umana, l’impegno a servire con onestà il bene comune” e a proposito del sistema delle comunicazioni: ”regole chiare e giuste a garanzia del pluralismo, della libertà, della partecipazione e del rispetto degli utenti”. Una pubblicità apparsa recentemente a pagamento sui quotidiani ha come slogan: “la Rai primi in Europa” vale anche per qualità e gradimento?




Infine il messaggio alle Camere del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi a favore dell’indipendenza dell’informazione dopo che Lei, signor Presidente, successivamente alle accuse del Primo Ministro Silvio Berlusconi a Biagi, Santoro e Luttazzi, di aver fatto “un uso criminoso della televisione” (aprile 2002), aveva dichiarato: “Biagi e Santoro sono patrimonio professionale dell’azienda e la Rai farà di tutto per non privarsi del loro apporto giornalistico”, infatti!
Mi permetto di rivolgerle una domanda : “Alla luce di tutto questo, ritiene che il dibattito sulla televisione deve essere focalizzato esclusivamente all’ascolto, Lei pensa veramente che gli abbonati, coloro che pagano il canone Rai, cioè i veri proprietari della azienda Rai, stiano ad ascoltare i continui annunci nei nostri Tg: “La Rai vince su Mediaset 3 fasce di ascolto a 2, 4 a 1, 6 a 0”.















Per la Rai, quali politiche editoriali e industriali?


Durante il week end, signor Presidente, vada in giro nei vari Blockbuster a vedere quante persone noleggiano film in vhs o dvd, nel mio, quello vicino a dove abito, sabato scorso 567 e domenica 689 film sono stati noleggiati e quelle persone, quelle famiglie, non hanno guardato né la Rai né Mediaset. Aggiunga anche questa considerazione: sono circa cinque milioni su 21 le famiglie che nel nostro paese possiedono un decoder per ricevere i canali via satellite. La società Audisat, Presidente Zucchelli, ex dirigente Rai, nuovo istituto per la rilevazione degli ascolti quantitativi e qualitativi dei canali satellitari, sta mettendo a punto uno studio che potrebbe, probabilmente, modificare l’auditel che non è in grado di fare questo tipo di rilevamento e che ancora oggi considera con un forfait di trecentomila, le famiglie che “frequentano” quotidianamente i canali satellitari, mentre il tasso di penetrazione in realtà comincia ad essere estremamente significativo, 23%.




Ci sarà un motivo perché una parte del pubblico televisivo, piccola o grande che sia, la valutazione la lascio a Lei, preferisce vedere la cassetta o il satellite. Lei crede veramente che gli addetti alla pubblicità non sono al corrente di questo cambiamento e che quindi gli inserzionisti non opteranno in futuro per scelte strategiche diverse?
L’azienda si sta attrezzando per fare fronte a eventuali cali di introiti pubblicitari che non siano dovuti esclusivamente al calo complessivo dell’ascolto?




Lei crede che il tutto si risolva con un aumento radicale del canone tv, giustificandolo come adeguamento alla media europea, crede che le paghe e gli stipendi e il costo della vita degli altri paesi siano paragonabili ai nostri? E’ vero anche che tutti i paesi hanno un sud, ma la Baviera e Avellino sono paragonabili? Oppure bisognerebbe progettare politiche editoriali e industriali diverse?










La Rai dei diecimila dipendenti



Il nostro marketing ha recentemente raccontato che una società esterna, ogni giorno fa sondaggi sul gradimento dei programmi, mi chiedo, perché la direzione generale non mette al corrente dei risultati chi nell’azienda li fa? Signor Presidente, perché non si fanno riunioni per parlare di nuove trasmissioni, dove mettere a confronto quelle professionalità che si occupano di programmi? E’ possibile che tra i circa diecimila dipendenti non ci sia qualcuno con delle idee nuove? E’ possibile che senza i produttori esterni cioè i Ballandi, i Bassetti, i Gori e quant’altri, la Rai non è in grado di mandare in onda un varietà?
Cosa avremmo potuto produrre, usando esclusivamente risorse interne all’azienda, con i cinquantatre miliardi di vecchie lire che la Rai sta spendendo per realizzare “Uno di noi” dell’accoppiata Ballandi-Morandi?




Bisogna dare atto alla direzione generale, che una cosa l’ha fatta: sono stati ripristinati i corsi per autori, sceneggiatori, microfonisti ecc. Ma nel frattempo qualcuno tra i famosi diecimila dipendenti, non riesce a sviluppare in azienda un nuovo format? Lei è proprio sicuro di questo?
A questo punto mi chiedo: “Il vero dramma accade quando Morandi è sconfitto dalla De Filippi o quando, in modo chiaramente provocatorio, invece di cantare, cosa che sa fare stupendamente, il signor Morandi si presenta ai telespettatori in mutande?
E se non fosse stato sconfitto negli ascolti dalla signora De Filippi il cantante Morandi si sarebbe mai presentato in mutande?”




Non c’era bisogno di chiederlo a Woody Allen, in diretta al Tg1, per sapere che nelle televisioni pubbliche americane un famoso conduttore o un famoso cantante, in un programma di prima serata, non si sarebbe mai presentato al suo pubblico così.
Il critico Aldo Grasso oltre a sottolineare i costi di produzione, ripeto, 53 miliardi per quindici puntate e il compenso record di settecentoquarantatre milioni a serata al cantante Morandi, cosa scriverà sull’Enciclopedia Garzanti della televisione per ricordare ai posteri questo programma legato alla Lotteria Italia?



La coerenza del “Vertice”



Presidente, la Rai è servizio pubblico ma questo non vuol dire fare solo trasmissioni coordinate con i vari ministeri o “sportelli” sui problemi delle regioni in onda su Rai Tre, ad esempio tra le 19,50 e le 20, motivo per il quale è stato detto no al ritorno de “Il fatto di Enzo Biagi”, oppure raccolte di fondi quando ci sono le disgrazie, da portare come fiore all’occhiello; è quello che va in onda quotidianamente, ora per ora, minuto per minuto. So benissimo che non devo spiegare a Lei che cos’è il servizio pubblico, Lei che è professore di Diritto, che è stato Giudice alla Corte Costituzionale, Presidente della Consulta, che ha diretto il Giurì della pubblicità, Presidente Sisal per i concorsi del Totip e Superenalotto e che, mi permetta una battuta, evidentemente ha la presidenza nel Suo dna.




Ho la sensazione, signor Presidente che Lei è un po’ “corto di memoria” come del resto anch’io, non ci ricordiamo delle tante e tante parole che Lei ha detto in questi Suoi “primi” 252 giorni, ma tra noi c’è una differenza: Lei quelle frasi non se le ricorda proprio, questo lo dicono purtroppo i fatti; io invece, sapendo di essere di memoria corta me le sono segnate e infatti mi sto permettendo ogni tanto di ricordargliele:




- 1 luglio: “La Rai non si priverà di nessuno dei giornalisti che oggi rappresentano voci discordanti rispetto alla maggioranza”.




- 9 luglio: “ho sempre detto che Biagi e Santoro sono due pezzi del patrimonio della Rai, di cui la Rai non si sarebbe mai privata”.




- 9 luglio: “Biagi è il passato, il presente e il futuro di Rai Uno”.




- 19 settembre: “Biagi su Rai Tre, il direttore Ruffini ci ha esposto il palinsesto e noi abbiamo ribadito che può fare quello che vuole ma che non sono possibili integrazioni di budget”.




- 30 ottobre: “sul futuro programma di Biagi su Rai Tre, non voglio dare un giudizio su quanto annunciato dal direttore Ruffini, ma per rispetto della realtà devo dire che un voto in consiglio non c’è stato”.













Conclusioni



I 469 giorni che mancano alla fine del Suo mandato, sono tanti per tutti se in Lei non scatta quel sussulto che la Sua storia dovrebbe darLe, non si offenda per queste mie parole, però qualche volta ho la sensazione, ascoltandola, che per Lei, contrariamente a quanto diceva Cesare Zavattini, “Buongiorno non vuol dire Buongiorno” e questo, mi creda, mi dispiace e mi ferisce, perché io sono stato uno dei tanti che il giorno della Sua nomina ha visto in Lei quel professionista sopra le parti di cui la Rai aveva e ha bisogno.



A questo punto, rimanendo in attesa della lettera, spero solo di richiamo da parte della direzione generale, come già è avvenuto in passato per le mie dichiarazioni a difesa del mio lavoro e quindi dell’azienda, La saluto prendendo in prestito le parole di Biagi, dette in quel ormai lontano 5 marzo: “Buon lavoro per Lei, Signor Presidente e anche per noi”.





Loris Mazzetti, dirigente - capo progetto Rai Uno



Milano, 11 novembre 2002





PS: Il mio curriculum professionale, che non so se Lei conosce, mi dà il diritto/dovere di chiedere di poter dare il mio contributo, per ora solo attraverso questa lettera, visto che non sono mai stato convocato, dopo il 13 maggio 2001, a partecipare ad una riunione di rete o di dirigenti.
Il fatto che questa mia sarà messa on line, nei prossimi giorni su alcuni siti di libera informazione punta ad impedirLe quel gesto, forse naturale, di cestinarla.
Grazie per l’attenzione, signor Presidente.

15.11.02

REGOLE DI SCELTA E DI SCRITTURA DEI SERVIZI ANSA


(da bds)




Queste brevi note sono destinate soprattutto ai giornalisti Ansa delle redazioni regionali e dall’estero. Le redazioni romane (che pure le ricevono) dovrebbero essere già al corrente degli elementi che esse sviluppano, perché tali indicazioni sono state sovente ribadite con i capi settore nelle riunioni quotidiane di impostazione dell’agenzia.



In questi ultimi anni i servizi dell’Ansa sono enormemente cresciuti in numero, completezza e accuratezza. Tutte le redazioni hanno dato un contributo determinante per raggiungere questo obiettivo. Anche redazioni un tempo in grave difficoltà, come il fotografico, esercitano oggi a livello nazionale e, spesso, anche internazionale, un’assoluta leadership.



Da editori e direttori arriva il plauso, che ben volentieri vi giro, per l’ottimo lavoro informativo che stiamo svolgendo.



Ma un’azienda sana (e che vuole restare tale) non dorme mai sugli allori. E’ proprio quando si fa bene, che si deve cercare di fare meglio. Dobbiamo perciò rispondere alle esigenze della nostra clientela prima che essa ce lo chieda o prima che la concorrenza lo capisca.



La leadership non è mai acquisita per sempre. Va guadagnata ogni giorno esercitando l’autocritica e liberando la nostra creatività.



Sono convinto di poter contare sulla collaborazione di tutti per far sì che l’Ansa sia sempre più autorevole ed apprezzata. Cioè, in sostanza, sempre più indispensabile.



L’Ansa del terzo millennio deve rispondere sia alle esigenze informative di una clientela tradizionale che ha nuovi bisogni, sia a quella di una nuova clientela che non è più solo editoriale.



Essa, quindi, deve rispondere alle esigenze:



della clientela mediatica istantanea (radio, Tv, Internet, reti informative private e pubbliche) che domanda servizi tempestivi, brevi (massimo dieci righe), essenziali ma anche completi, continuamente aggiornati



e della clientela giornalistica che, in aggiunta ai precedenti servizi, domanda articoli più ampi, riassuntivi e pronti per essere messi in pagina senza nessun’altra elaborazione da parte delle redazioni nostre clienti che li ricevono. Questi articoli possono consistere nella rielaborazione ragionata e completa di alcune delle notizie già immesse in rete nel corso della giornata oppure in articoli ad hoc su temi specifici.



L’Ansa, per diversi motivi, è di solito molto efficace nel produrre flash e notizie brevi ma, alle volte, lo è meno nel rielaborare, a fine giornata, i temi principali allo scopo di sollevare i giornali clienti dall’obbligo della rielaborazione dei pezzi.



Inoltre quando, a fine giornata, una novità modifica la struttura di un articolo che è già stato immesso in rete perché lo si riteneva concluso, non basta pubblicare l’aggiornamento (lasciando alle 47 redazioni nostre clienti, il compito di apportare, ognuna, l’aggiornamento stesso) ma si deve rifare il pezzo in modo da tener conto dell’aggiornamento significativo successivamente emerso.



Se la nostra clientela, diciamo elettronica, chiede notizie tempestive ed essenziali e quella giornalistica e stampa domanda articoli elaborati e pronti ad essere messi in pagina, non hanno senso le mezze misure, cioè le 15-20-25 righe. O si pubblica una notizia di massimo dieci righe o si diffondono degli articoli da 60 righe o più.



Invece oggi i servizi da 15-20 righe sono la stragrande maggioranza. Essi sono troppo lunghi per essere brevi e troppo brevi per essere lunghi.



Credo che la mezza misura sia da noi spesso adattata per liberarci dall’obbligo di scegliere. Ma la mezza misura è un guaio.



Se si tira a 20 righe una notizia che poteva essere contenuta in 10 righe, si scrivono dieci righe di troppo perdendo così tempo e facendolo perdere ai nostri clienti.



Se invece si danno 20 righe a un argomento che ne meritava 60, si rischia di perdere la palla per sempre. Infatti, quando il testo ridotto (per un fatto importante o significativo) arriva al desk centrale è spesso troppo tardi per farlo rielaborare. In ogni caso, la redazione regionale, o l’ufficio di corrispondenza sono costretti a riprendere in mano l’argomento fuori tempo massimo o quando magari gli interlocutori non sono più raggiungibili.



Meglio quindi decidere nel momento in cui si conosce il fatto. E per sapere che cosa vogliono i giornali di oggi (che sono molto diversi da quelli degli anni ’60 ai quali alcuni di noi sembrano ancora ispirarsi nel loro lavoro) basta guardare come essi sono attualmente fatti.



Oggi, i quotidiani, scippati dalle notizie istantanee da parte delle radio e dalle Tv, tendono a trovare un loro specifico sviluppando in modo più approfondito i vari temi. Non, intendiamoci bene, scrivendo articolesse piene di aggettivi (che all’Ansa sono assolutamente banditi) ma dando, con una prosa secca ed essenziale ma anche scorrevole, tutti gli elementi di un fatto, i particolari interessanti, i virgolettati significativi.



Bisogna, in cronaca, in politica, in economia, negli spettacoli, nello sport, e così via, costruire ogni volta una storia.



Ogni titolo, una storia sola. Meglio, quando possibile, se puntata su un personaggio.



Quando un tema si presta ad essere declinato in più articoli, bisogna prevedere tassativamente un articolo che riassuma tutto il tema. Un articolo cioè che sia completamente autosufficiente ed esaustivo, in modo tale da consentire a un quotidiano che volesse pubblicare solo questo di poterlo fare nella certezza di fornire ai suoi lettori tutte le informazioni necessarie.



Gli altri articoli sullo stesso tema diventano, quindi, degli approfondimenti importantissimi ma utilizzabili facoltativamente dai giornali nostri clienti.



Il compito dell’Ansa è, infatti, quello di offrire varie opzioni alla nostra clientela giornalistica. Opzioni utilizzabili nel modo più rapido possibile e nel modo più personale possibile da parte delle varie redazioni clienti.



In linea generale dovremmo, nel redigere un articolo, domandarci sempre se anche noi, che lo stiamo scrivendo, lo leggeremmo con interesse. E, tenendo presente questo principio, possiamo facilmente decidere anche la lunghezza di un pezzo. La lunghezza, infatti, non è necessariamente relativa al numero di righe scritte. E’ lungo l’articolo di cui si abbandona la lettura prima della sua conclusione ed è corto (o lungo nel modo giusto) l’articolo che si legge con interesse fino in fondo.



REDAZIONI REGIONALI ANSA



Le redazioni regionali Ansa costituiscono un plus significativo. Nessuna altra agenzia italiana ha, nemmeno lontanamente, una copertura regionale così ampia, stabile, completa e omogeneamente diffusa su tutte le regioni italiane.



Queste redazioni vanno quindi messe nelle condizioni di esprimersi al meglio, consentendo alle grandi professionalità in esse esistenti di dare un significativo e originale contributo all’Ansa del terzo millennio.



Le redazioni regionali producono il notiziario regionale (Reloc) e contribuiscono ad alimentare il notiziario nazionale.



Il primo problema che si pongono ogni giorno è: quali notizie si danno nel Reloc e quali si destinano al notiziario nazionale?



La risposta è semplice: restano nel Reloc quelle notizie, anche se importanti, che non sono leggibili con interesse fuori dalle regioni di origine e vanno invece nel notiziario nazionale quelle, anche se minuscole, che, essendo significative, sono leggibili con interesse anche a 500 o 1000 chilometri di distanza dal posto che le ha espresse.



Le notizie locali da notiziario nazionale spesso vanno elaborate in modo ampio, dando i dettagli della storia, ricostruendo, quando sia possibile, visivamente, il fatto, descrivendo le persone coinvolte e gli ambienti nei quali esse operano e trovando le foto necessarie.



Ovviamente il meglio è dare le notizie fresche, di giornata. Ma quando un fatto che ci è sfuggito e che conserva attualità viene dato in esclusiva da un quotidiano regionale o locale, esso va ripreso ampiamente citando, sempre, la fonte (se, ripeto, questo era un evento dato in esclusiva da una sola testata locale).



L’importante è che il fatto che era a noi sfuggito non sia già stato pubblicato dalla stampa nazionale.



Gli uffici regionali debbono essere in grado di capire subito quando un fatto non solo va proposto al notiziario nazionale ma anche quando esso deve essere sviluppato ben oltre la notizia pura e cruda.



Dando per scontato che ci sono grandi fatti di cronaca sui quali la copertura deve scattare automaticamente (deragliamenti, grandi incidenti, nubifragi catastrofici, grandi fatti di cronaca nera, avvenimenti politici, culturali e sportivi importanti) resta l’area dell’opinabile che è quella più difficile da individuare ma anche la più creativa o originale da proporre. Un’area nella quale l’Ansa potrebbe rivelarsi assolutamente imbattibile.



Per rendere l’idea farò, in nota, qualche esempio di notizie vere, recenti e mai date dai quotidiani nazionali, che possono essere sviluppate dalle solite 10 righe alle più opportune 60-80 righe. (1)



REDAZIONI INTERNAZIONALI ANSA



Premesso che l’informazione internazionale dell’Ansa è di primissima qualità, credo che, anche in questo caso, si debba cercare di vedere come ulteriormente migliorala.



Un punto è evidente. C’è spesso una grande disparità fra il lavoro nelle grandi capitali dove i giornalisti Ansa sono chiamati a un impegno straordinariamente pesante e quello di altri colleghi altrettanto bravi ma che operano in aree che vanno sì presidiate ma che non producono molte notizie utilizzabili dai media italiani.



Per evitare disparità troppo evidenti di impegno (che alla lunga potrebbero mettere in forse alcuni uffici di corrispondenza) e per alleviare la pressione alla quale sono sottoposti i colleghi delle grandi capitali, si può ipotizzare di decentrare, di volta in volta, grazie ai collegamenti elettronici, l’eccesso di lavoro di alcune redazioni su altre meno impegnate ed inoltre, con il Portale Ansa Balcani e il prossimo avvio di quello Mediterraneo, si potranno utilizzare al meglio le potenzialità giornalistiche presenti in quest’area.



Per capire bene il ruolo dell’Ansa a livello internazionale è necessario sottolineare che la nostra è un’agenzia italiana.



Il corrispondente perciò, nel suo lavoro, deve sempre guardare il paese o l’area nella quale opera con gli occhi del lettore italiano e quindi dei media italiani. So di affermare una cosa ovvia che però dico ugualmente perché, purtroppo, ovvia non è.



Se in un paese sudamericano cade un aereo con 100 passeggeri, dei quali due italiani, la prima preoccupazione del corrispondente dell’Ansa deve essere quella di sapere tutto degli italiani che sono morti nell’incidente.



Se in un attentato in Israele sono morte 10 persone e una studentessa italiana è stata ferita, dobbiamo essere in grado di farci spiegare da lei (o dai suoi amici che parlano per lei) che cosa è successo, perché era lì. E se non si riesce il giorno dell’attentato, bisogna ritornare alla carica il giorno dopo cercando sue foto con i suoi amici in Israele.



Ovviamente queste notizie vanno riferite subito alla redazione centrale per poterle sviluppare con gli echi presso le famiglie in Italia.



Guardare il mondo con gli occhi italiani significa anche, ad esempio, quando è possibile, dire che Ground Zero è grande il doppio di piazza San Pietro o che il nuovo invaso provocato dalla diga sullo Yangtze è come dieci volte il lago di Garda o che l’ultimo grattacielo di Shangai è alto il doppio della Tour Eiffel o che la General Motors capitalizza tot volte la Fiat. E così via.



Per essere sempre in palla bisogna seguire le agenzie, le radio, le Tv e i giornali. Non solo con occhio grande politica e alla grande cronaca che sono importantissimi ma anche allo sport, all’economia, al costume, alla cultura, al cinema.



Alcuni servizi dall’estero, al pari di quelli dall’Italia, vengono spesso fatti con il piede sul freno, come se il corrispondente avesse paura di scrivere troppo.



Valgono quindi, anche per le redazioni all’estero, le considerazioni svolte nel secondo capitolo di questa nota sulle lunghezze dei pezzi.



Anche dal corrispondente dall’estero ci si aspetta la notizia (10 righe) o il servizio di 60-80 righe. E il servizio ha bisogno del valore aggiunto, fatto di particolari, che si possono desumere, non solo andando sul posto, ma anche guardando le Tv locali, facendo telefonate, leggendo le agenzie e i giornali, consultando i siti più autorevoli.



L’articolo Ansa deve essere raccontato, caldo, in presa diretta e dotato di fotografie.



Le grandi agenzie internazionali si ricevono anche in Italia. Il corrispondente Ansa dall’estero si giustifica solo perché, vivendo sul posto e avendo sotto gli occhi un plus di fonti, deve saperle sfruttare al massimo per poter redigere degli articoli con occhi italiani che si distinguano per originalità, freschezza, alternatività, leggibilità.



REGOLE GENERALI E TASSATIVE VALIDE PER TUTTI I GIORNALISTI ANSA



5.1- Ogni flash, articolo o servizio deve iniziare solo con la notizia. Non sono mai ammessi incipit cosiddetti creativi.



Bisogna subito rispondere alle domande classiche: chi, che cosa, come, dove, quando, perché.



I pezzi che non sono concepiti in questo modo saranno riscritti in modo corretto da chi passa l’articolo. In caso di reiterata inadempienza, il giornalista sarà formalmente richiamato.



Nelle interviste, le prime righe dovranno tassativamente contenere una raffica delle affermazioni più significative rese dall’intervistato. E che saranno poi ripetute più ampiamente.



5.2- Le notizie vanno sempre verificate alla fonte e debbono essere date citando l’origine delle medesime.



5.3- Le frasi virgolettate debbono riportare solo le esatte parole pronunciate o scritte dalla fonte. Se queste vengono rielaborate bisogna sempre rinunciare al virgolettato.



Le virgolette servono solo per fare delle citazioni e non possono mai essere usate per attenuare un termine. Se un termine non è adatto, si deve trovare la parola esatta e non mettere tra virgolette il termine fuorviante.



Non si debbono mai usare le virgolette in un titolo.



5.4- Ogni articolo deve contenere una sola storia, quella riassunta dal titolo. Quando è possibile, questa storia deve essere puntata su un personaggio.



5.5- Quando un tema è così rilevante da giustificare più articoli, bisogna prevedere sempre e tassativamente un articolo che riassuma tutte le informazioni relative al fatto trattato. Gli altri articoli sull’argomento diventano quindi degli approfondimenti utilizzabili facoltativamente dai giornali nostri clienti.



5.6- Il giornalista, in collaborazione con il servizio fotografico, deve interessarsi di recuperare l’informazione fotografica relativa ai suoi servizi. Un articolo corredato da fotografie vale il doppio e, spesso, anche di più.



5.7- Gli articoli vanno firmati per esteso. Anche se non più di un articolo al giorno per giornalista. La firma, anche quando non viene riprodotta dai giornali, è molto apprezzata dalle direzioni dei media nostri clienti. Essa infatti è, non solo un riconoscimento dell’impegno di chi ha scritto l’articolo, ma anche un identificativo prezioso nella costruzione dei menabò da parte dei giornali clienti. Per questo è opportuno che negli annunciati si anticipi anche la firma del giornalista incaricato di seguire il fatto e che firmerà per esteso il pezzo.



5.8- Gli articoli che si ha motivo di ritenere conclusi vanno sempre dati, nel titolo, con /Ansa.



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(1)

 I preti di una regione chiedono l’intervento degli enti pubblici a sostegno delle osterie di montagna. Dieci righe bastano. Ma se si spiega anche che fino a non pochi decenni fa, le osterie venivano viste dalla Chiesa come un luogo di perdizione (alcolismo), di dissipazione (ozio e gioco) si capisce il salto che è stato fatto. Gli oratori sono vuoti da tempo. Restino aperte almeno le osterie. Bisognerebbe far parlare, nel pezzo, un prete, uno storico dell’economia, un sociologo, uno scrittore, un oste, un gastronomo legato agli antichi sapori (tutti della regione).



In piena estate una capitaneria di porto, stanca di far rischiare la vita ai suoi uomini, fa sapere che la bandiera di pericolo non è un invito a non fare il bagno ma un divieto a farlo con specifiche e salate multe. Anche qui 10 righe. O, meglio 60-80, se si fa parlare questo ufficiale, si ricordano i più recenti annegamenti o salvataggi. Si raccontano aneddoti, si fa spiegare a un bagnino che, in certe condizioni, non bastano tecnica, braccia e fiato perché nel mare si è dei gusci.



Un piccolo comune ha già concesso la cittadinanza italiana a 108 figli di suoi immigrati che avevano cercato la fortuna in Argentina. La notizia, inspiegabilmente, non è stata mai data dai giornali nazionali. Bisognerebbe farsi spiegare che cosa sta succedendo, chi è già tornato, com’è stato accolto, che cosa fa, di che cosa vive. Sarà un fuoco di paglia o un grosso problema?



Un grosso comune (anche questa notizia non è uscita dall’ambito locale) alla ricerca di risorse ha deciso di mettere a disposizione dei privati, ovviamente a pagamento, gli uomini e le attrezzature della sua società che cura i giardini pubblici. Insomma, il comune affitta ai suoi giardinieri. Quanto chiede? C’è un tariffario? Gli conviene? Che cosa dicono le società di giardinaggio private? E l’opposizione?



Un altro piccolo comune ha deciso di far salire sull’ambulanza, oltre a medico e infermieri, anche uno psicologo che dovrà assistere psicologicamente il malato e i famigliari. L’iniziativa meriterebbe di essere spiegata.



Per sfuggire alle quote latte un allevatore del Nord si è messo ad allevare delle bufale e produce mozzarelle doc. Gli allevatori campani sono preoccupati? C’è spazio per tutti? Che prospettive ha questo allevamento?



In una zona di un paese europeo confinante con l’Italia, circolano in abbondanza monete false da 50 e 100 euro. I turisti bidonati le stanno importando in Italia. Come ci si accorge che sono false? Dov’è, in Italia, che il fenomeno si sta facendo vivo?



Come le varie università italiane hanno cercato nuovi iscritti attraverso la pubblicità? Gli slogan più interessanti, i testimonial utilizzati. Quali mezzi, con che costi. I limiti delle iniziative. Qualche guru che le critica o le approva.



Inchiesta sulle nuove lauree triennali con sette allievi e 32 professori. Non in generale. Bisognerebbe scegliere un caso e approfondire, chiedere i costi, sentire gli allievi, interpellare il rettore, il ministero della Pubblica Istruzione o il ministero dell’Economia.



Ovviamente gli esempi da fare potrebbero essere infiniti.

14.11.02

Sofri, la grazia era pronta


di Giuseppe D'Avanzo su Repubblica



L'ULTIMO capitolo dell'"affare Sofri" si apre soltanto in apparenza con la lettera di Silvio Berlusconi al Foglio di Giuliano Ferrara. Il presidente del Consiglio, nel dichiararsi favorevole alla grazia, propone il più efficace degli argomenti: "Dai suoi scritti e dal suo comportamento si deduce che la società non può attendersi dalla detenzione (di Sofri) un qualunque beneficio in termini di rieducazione: la pena rischia di risultare soltanto afflittiva".



È vero, in quella lettera c'è materia per ravvivare qualche disputa. Ma come, si potrebbe obiettare, proprio Berlusconi elogia chi ha scelto "una difesa nella legge e nel pieno riconoscimento dello Stato di diritto": lui, Berlusconi, arrivato a scrivere nuove leggi per sfuggire alle regole dello Stato di diritto? L'obiezione sarebbe vigliacca. Agli antagonisti del governo, mancano forse i tempi, i modi, le occasioni e le ragioni per polemizzare con l'idea di diritto e legge di Berlusconi? Non è da maramaldi farlo ora, qui, nella carne viva di Adriano Sofri che con quell'idea di diritto e legge, come è di limpida evidenza, non c'entra nulla?



Appare più onesto, allora, prendere in considerazione soltanto il Berlusconi che affronta il "caso Sofri". Chi può dirsi contrario alla ragione che propone? Chiunque può comprendere che, nella segregazione di Adriano Sofri, non c'è alcuna necessità di "difesa sociale" né un "rafforzamento della coscienza giuridico-morale" né ancora "la creazione di abitudini all'agire socialmente corretto". Ecco perché, per moltissimi, quella prigionia, è senza senso e significato e ha soltanto il segno della vendetta. Un segno intollerabile.



Era giusto attendersi, dopo la sortita del capo del governo, che il "caso" si avviasse finalmente verso una felice conclusione. Era lecito attendersi che Berlusconi avesse in mano tre carte essenziali: la disponibilità del capo dello Stato, unico dominus di un provvedimento di clemenza; il consenso (o almeno il non-dissenso) della famiglia Calabresi, titolare dell'inalienabile diritto a vedere rispettato l'esito processuale; l'assenso dei suoi alleati di governo. Obiettivi a portata di mano. Il Quirinale, già in gennaio, replicando a una lettera di Franco Corleone, aveva auspicato "il formarsi di un largo consenso politico e sociale sull'esigenza di chiudere definitivamente capitoli dolorosi della storia della Repubblica". Da sempre, la signora Gemma Calabresi ha fatto sapere che non si sarebbe opposta a un provvedimento di grazia che non cancellasse il significato della sentenza.





Si scopre invece, con sconcerto, che nessuna delle tre carte è nelle mani di Berlusconi. Né la famiglia né il Quirinale sono stati informati della mossa. Per gli alleati, occorre stare ai fatti. A poche ore dalla pubblicazione della lettera di Berlusconi, Gianfranco Fini gli risponde rumorosamente picche in pubblico. Viene da chiedersi, allora, perché una mossa tanto improvvida e affrettata? Perché aggrovigliare, o pregiudicare, ancor di più un "caso" già di per sé ingarbugliatissimo? Non si comprende la sortita di Berlusconi se non si racconta il retroscena che, per quanto se ne sa, lo produce.



A settembre la grazia a Sofri appare "cosa fatta". Accade che governo e Quirinale si preparano ad accogliere il presidente austriaco Thomas Klestil, atteso a Roma il 24 settembre. Da anni l'Austria chiede a Roma di "chiudere il capitolo" degli attentati degli Anni Sessanta con gesti di clemenza per coloro che vi parteciparono. Con molto riserbo e grande prudenza, la questione viene affrontata dagli sherpa degli Esteri. Si valuta la lista di una dozzina di altoatesini (italiani, austriaci e tedeschi) condannati nel nostro Paese. Si escludono i nomi più imbarazzanti e controversi come quello di Peter Kienesberger (condannato a un doppio ergastolo per l'attentato a Cima Vallona in cui morirono quattro militari italiani). Si individuano due nomi meritevoli di clemenza. Quei due nomi danno vita all'idea di un "pacchetto di grazie".



Per quel che Repubblica è riuscita a ricostruire, l'elenco compilato al ministero di Giustizia con l'assenso del Quirinale associa alla clemenza per gli altoatesini, due "serenissimi" (condannati per l'assalto al campanile di San Marco, e cari alla Lega), un carabiniere (condannato per aver ucciso un bandito durante una rapina) e Adriano Sofri. In questa sorta di "manuale Cencelli" della clemenza, è assente il mondo della destra e, come alla Lega, tocca ad An indicare un "graziando". Il nome, a quanto pare, non si rintraccia. Forse An non ha cuore di proporre al Colle i nomi di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti (in attesa del processo di revisione per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980). Forse, è lo stesso Quirinale che invita il segretario di An a non avanzare quei nomi. Sta di fatto che quella casella resta vuota. Nel vuoto c'è chi avanza un altro nome. Un nome che, con decisione, Carlo Azeglio Ciampi giudica "irricevibile". Secondo molti fonti, si tratterebbe di Erich Priebke, il capitano delle SS condannato all'ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine (nessuna fonte ufficiale ha inteso confermare quest'informazione). "Irricevibile" per il Quirinale, quel nome - fosse o non fosse Priebke - appare "irricevibile" anche per Alleanza Nazionale. Il "pacchetto di grazie" salta. Al termine della sua visita a Roma, il presidente Thomas Klestil deve ammettere, amareggiato, che non ha "ottenuto nessuna promessa per quanto riguarda la grazia" agli uomini condannati in contumacia per gli attentati degli anni Sessanta.



Il fallimento di questo tentativo non scoraggia, a quanto pare, Berlusconi o, come dicono altri, è il direttore del Foglio, Giuliano Ferrara, che lo convince a non demordere. Sta di fatto che al termine del consiglio dei ministri del 24 ottobre, Berlusconi prega i capi delegazione dei partiti nel governo di trattenersi ancora per qualche minuto. A Fini (An), Bossi (Lega), a Buttiglione (UdC) - è presente anche il ministro dell'Ambiente Altero Matteoli (tra i pochi in Alleanza Nazionale favorevoli alla grazia) - il presidente del Consiglio annuncia di "voler fare un passo a favore di Adriano Sofri". Chiede il loro parere. Nessuno gli sconsiglia la mossa. Fini si dichiara contrario a un atto di clemenza, ma non invita il capo del governo a prendere tempo o a fermarsi finché è in tempo. Berlusconi si convince che c'è lo spazio politico per spuntarla e dà a Ferrara il via libera per la pubblicazione della lettera.



Siamo a oggi, e bisogna far di conto. La sortita di Berlusconi ha gettato scompiglio a destra come a sinistra. A destra, se si escludono isolate voci (Matteoli, Cola), la grazia a Sofri non piace. La boccia la Lega (Bossi tace). Fini la ritiene "inopportuna". I suoi anche, a meno che (come dice Nania) non si allarghi agli "anni di piombo", e quindi anche al terrorismo di destra. Al contrario, il centro della maggioranza è favorevole. Forza Italia è con il suo leader e l'Unione di Centro di Follini formalizza (seppure con la presa di distanza di Giovanardi e il silenzio di Casini) una richiesta di grazia. Subito seguita, a sinistra, dalla mozione dell'Ulivo (per una volta, non diviso) appoggiata anche da Rifondazione comunista. Anche dalla magistratura si levano voci di consenso. Gerardo D'Ambrosio, il capo di quella procura che ha chiesto e ottenuto la condanna di Sofri, conviene oggi che "se il carcere serve alla riabilitazione, la grazia a Sofri può essere tranquillamente concessa". Galleggia, a sinistra, il dissenso di Gianni Vattimo. Accecato dall'odio per Berlusconi, si dichiara disponibile a vedere marcire Sofri in galera pur di non dare soddisfazione (e legittimità) a quello là, come se un Sofri in libertà potesse alleviare Berlusconi dalle responsabilità che si è assunto con le leggi pro domo sua. Non è un'idea molto virtuosa, soprattutto non è un'opinione condivisa ma un merito, nella sua piccineria, l'idea di Vattimo ce l'ha: ci fa comprendere che l'"affare Sofri" va maneggiato lontano dall'attualità politica, dalla logica degli schieramenti, dai furibondi odii che avvelenano il dibattito pubblico. È un "caso" che va affrontato rispondendo al semplice quesito che Silvio Berlusconi propone nella sua lettera: a trent'anni dalla morte di Luigi Calabresi, la detenzione di Adriano Sofri non è soltanto iniqua afflizione? Questa è la sola domanda che merita una risposta. Il resto non conta, è mediocre manovra politica, è dappocaggine.



ALCUNE COSE SENZA DIPLOMAZIE SU ADRIANO SOFRI


da Luca Sofri



Caro Claudio, ti scrivo alcune cose senza diplomazie. Per molti anni ho cercato di spiegare delle cose del tutto comprensibili a chi ci stava a sentire, con discrezione. Vedo ancora che a molti non lo sono state, e che molti erano da un'altra parte. È un po' frustrante, ma è anche ovviamente legittimo che chiunque scelga di disinteressarsi a questo o quello, nella fattispecie alla storia di mio padre. Che poi ci scrivano sopra editoriali, o appassionati interventi nei forum, mi pare un po' più ardito. Pazienza. Ma vedo che tra i tuoi ospiti ci sono anche molte persone perbene, a cui - annoiato io stesso da me stesso - provo a ripetere alcune cose, più brevemente che posso.


Rispettare le sentenze - Che qualcuno imputi a mio padre di non saper rispettare le sentenze, mi pare un po' fortino. Che qualcuno confonda questo rispetto - ovvero obbedire alle sentenze - a un impensabile silenzio sulle sentenze storte, mi pare un po' disattento. Significa dire che o le sentenze sono tutte corrette sempre (e allora auguri, ragazzi), oppure che quando non lo sono non bisogna fiatare. Se si avalla quest'idea, poi parlare di regime è più facile, in effetti. Innocente - Mio padre è stato condannato innocente. Ma questo non è obbligatorio saperlo. Mio padre è stato condannato senza prove. Questo è obbligatorio saperlo, se se ne vuole parlare. Se no, parlar d'altro. Grazie. Chi ha obiezioni su questo, chi conosce le prove, chi ha letto le carte e ritiene che ci siano, argomenti (è una provocazione, so che non è possibile, e infatti nessuno ne è stato mai capace). Se no, parlar d'altro. Grazie.

Sentenze - Per favore, non riempirsi la bocca dell'espressione "otto sentenze", senza citare che tre di esse sono state favorevoli agli imputati, e che una è stata sovvertita con un trucco giudiziario da parte del giudice a latere. Si chiama sentenza suicida, in gergo tecnico. Quanto agli altri inghippi, stavolta ve li risparmio. Perché dovete credere a me e non ai giudici che hanno condannato? Già, e perchè dovreste credere a loro e non a me, allora? E perché non dovreste credere a quelli che hanno assolto, allora?

Privilegio - mio padre gode di grossi privilegi e sostegni che mancano a molti altri detenuti innocenti. Infatti, aggiungo io, è in galera da quasi sei anni. Ed è un argomento del cavolo. Come a dire che molte ingiustizie legittimano ciascuna di esse. Come dire che c'è una gerarchia delle ingiustizie. Come a dire, in realtà, che nessuno di quelli che usa questo argomento ha mai mosso un dito per tirare fuori di galera qualcun altro meno privilegiato, peraltro. La solita differenza tra quelli che fanno e quelli che parlano.

Grazia - Mio padre dovrebbe chiedere la grazia. E perché? Per averla? E lui l'ha chiesta? Eccetera. Che mio padre esca di galera sarebbe una buona cosa per tutti, come sanno quelli che l'hanno capito, e che si battono con egoismo per se stessi, e per il posto dove vivono.

Similitudini - Ogni caso ha ovviamente una storia sua. Perché diavolo il fatto che mio padre sia innocente dovrebbe rendere innocente qualcun altro? (varrebbe anche il contrario, naturalmente). Il garantismo è quella cosa per cui si chiede che le leggi siano rispettate: nel caso di mio padre questo non è avvenuto, per esempio. Anche in molti altri, per esempio. In altri invece sì. O tutto o niente, è una posizione che la logica e la natura delle cose tendono a non avallare. Le cose sono diverse. A meno di non chiamare "doppiopesismo" il mangiare pasta a pranzo e carne a cena. O voltagabbana chi lo fa. Per

Claudio - Tu non devi credere che mio padre sia innocente. Io non te lo chiedo. Anzi, non voglio che tu nemmeno ci pensi. Fregatene. Non ti permettere. Non sono fatti tuoi. I fatti tuoi sono se sia stato giudicato correttamente e se sia giusto o no che stia in galera. Se poi vuoi fare un'indagine tua per scoprire com'è andata, hai il mio sostegno appassionato. Ma non chiedere oneri di prove e dimostrazioni eccetera. Io non mi azzardo nemmeno a pensare se tu sia colpevole o innocente nelle tue querele. Non mi permetto. So che ti hanno condannato, delle volte, e altre no. Ed è tutto quello che mi azzardo a credere.

Omertà - Una qualche sera a cena, o alla fine di un'intervista a Sette, qualcuno ti avrà detto che però un amico di un amico gli ha detto che è stato qualcuno di LC. "Ma uno di cui mi fido". Ne abbiamo sentite cento: ogni saputello d'Italia va dicendo la sua. Ogni combinazione di mandanti ed esecutori è stata pronosticata come in una partita di trivial. Qualcuno sa, a sentir te. Fammi un favore, Claudio, facci sapere i dettagli, se ci credi. Grazie.

Ce ne sarebbero. Ma so di essere noioso. E come si vede ho perso il garbo pedagogico. Vedo che l'estremismo opinionista è più divertente della comprensione, che fa venire dei dubbi e attenua le posizioni, limitando la forza delle proprie espressioni. E se non ci si esprime su tutto, ci si diverte meno.

vAggiungo a te, Claudio, che incentivare ennesimi sondaggi e forum in cui i partecipanti riducono a una formuletta sbadata e tranchant le tre cose che hanno ascoltato al bar, mi pare una perdita di tempo e uno spreco di spazio prezioso. Ci sono un sacco di buone cose, lì da te



p.s. per chi ha ancora voglia di sapere com'è andata davvero, su www.sofri.org ci sono molte cose.





Caro Luca, questa drammatica storia mi ha sempre riempito di dubbi. E come tu sai benissimo, chi ha dubbi sta peggio di chi ha certezze. Per questo ne parlo, ne parlo, ne parlo, sperando che parlandone si risolva qualcosa. Certo lo faccio per me, si potrebbe dire che di Adriano non me ne frega niente, mi frega solo di me, ma io sono la persona a cui tengo di più al mondo. Il prezzo da pagare sono le chiacchiera da bar. Ma, te l'ho già detto tante volte, in tutte le discussioni feroci che abbiamo fatto, la cosa peggiore sarebbe il silenzo, per tutti.
Ps:quando ho letto la prima volta, quasi distrattamente, l'articolo di Vattimo, mi sono detto: è rincoglionito, è una bestia piena di sé. E allora l'ho letto, e riletto. E sto pian piano convincendomi che dietro una serie di grandi stupidaggini (alcune enormi come quella di legare questa vicenda alle sorti e alla popolarità del governo Berlusconi) c'è al fondo una grande verità. Adriano è un provocatore, un grande e fastidioso provocatore, ci ha rotto le palle, non fa niente per noi. Chieda la grazia, la smetta di fare il puro, ci mette in crisi e non risolve i nostri problemi. Perché vuole farci stare male? Che diritto ha di farci sentire delle merde?