Viaggio all'interno di Camp Delta tra i 680 "presunti terroristi"
rinchiusi nella base americana a Cuba
Gabbie, Corano e disperazione
ecco i dannati di Guantanamo
I detenuti non possono parlare, non sanno nulla del loro destino
"Sono solo terroristi catturati in battaglia"
dal nostro inviato CARLO BONINI
GUANTANAMO - Lo chiamano Camp Delta. È un immenso specchio rifrangente di metallo, filo spinato e cemento. Un sarcofago schiacciato su mille stie di ferro che segregano 680 prigionieri di 42 paesi dalle 17 lingue e i 23 dialetti. Ha ingoiato i dannati di "X Ray", il vecchio campo "raggi X", perché se ne diluisse il ricordo, fino a spegnerlo. Almeno così speravano al Pentagono. In ceppi, il 2, il 28 e il 29 aprile del 2002, hanno trascinato i prigionieri nelle loro nuove gabbie a soli duecento metri dal mare. Senza spiegargli che non lo avrebbero mai visto, né sentito. Perché a "Camp Delta", l'Oceano non è né un suono né un odore né un colore.
Se il campo non fosse annunciato da una serpentina tra barriere respingenti e garitte di guardia mangiate dalla salsedine, da un cartello che paradosso vuole sia un omaggio alla libertà (Camp Delta. Onore alla difesa della libertà) e se non fosse per quel luccichio di metallo che lo avvolge in una bolla di fuoco a 40 gradi, ci sbatteresti contro senza immaginare quel che nasconde.
Sì, perché il sarcofago, con i suoi terrapieni, corridoi, cunicoli, è avvolto lungo l'intero perimetro da un'interminabile banda di un nylon spesso e pesante, color verde bottiglia. Impenetrabile allo sguardo. Di chi è fuori, di chi è dentro.
Il maggiore John Van Natta, aspetta al "Sally gate 8", la porta di ingresso numero 8. E' il responsabile di questo termitaio di metallo. Lo chiamano "il dottore". Non per una laurea in medicina, ma per un phd in "scienza della carcerazione". Per il suo mestiere da civile, prima che da riservista lo richiamassero sulla baia: direttore del "Miami county correctional facility", penitenziario di massima sicurezza a nord di Indianapolis. E' un omone dai modi gentili Van Natta e una passione rivelatrice, con cui intrattiene l'interlocutore mentre si sollevano una decina di chiavistelli, si schiudono due porte ad apertura controllata e con loro la "bandana" di nylon. Sa, amo collezionare uccelli esotici. Ne ho in gabbia cinquanta coppie. Li tengo in due grandi voliere in giardino...Quando non lavoro, mi rilassa guardarli. A lei piacciono gli uccelli?.
Il filo spinato è un'unica avvolgente spirale. Che corre sopra la testa, lungo palizzate alte dieci metri. Che obbliga il cammino. Per questo chiamano il Campo "the Wire", il filo. Van Natta: Faccia attenzione... No, non è elettrificato. A casa mia sì che l'ho elettrificato, ma qui non c'è bisogno...Prego, entri pure. Benvenuto a Camp Delta. Ah, mi raccomando se qualche detenuto le rivolge la parola si giri dall'altra parte. Sono molto furbi. Hanno capito che ogni tanto arrivano dei giornalisti e provano a mandare dei messaggi...È incredibile, ma molti di loro parlano un ottimo inglese.
Dal "blocco 1", devono averlo sentito. Uno dei disperati intona una nenia che trova compagni lungo strada. In una delle gabbie si fa il verso: Eeeengliiish... Eeeeengliiish.... Due fantasmi in tuta arancione schiacciano il volto contro le stie di acciaio, fino a segnarsi la fronte. Ne stringono la trama, lasciando gonfiare le dita che la afferrano. Guardano fissi nel vuoto. Mostrano un sorriso immoto. Da prede stordite. Van Natta accelera il passo. Prego...Prego, venga avanti. Nessun contatto con i detenuti. Abbiamo fatto cinquanta passi. Forse meno. Alle nostre spalle si sono richiuse le porte e la banda di plastica che impedisce lo sguardo. Ma è come se avessimo fatto chilometri.
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Il perimetro esterno è lì, dietro di noi, ma non se ne avvertono più i rumori. Il mare è ancora più vicino, di fronte a noi, ma ancora la "bandana" ne impedisce lo sguardo e ne filtra l'odore. Siamo al centro di un reticolo di 19 blocchi di detenzione rettangolari da 48 stie ciascuno. Divisi in tre campi (1, 2, 3), numerati in ordine di costruzione e accomunati da un unico indice di sorveglianza, "massimo". Anche loro fasciati allo sguardo. Perché da un blocco all'altro non ci si possa né vedere, né sentire.
Il camminamento di ghiaia tra i blocchi riflette il calore. Il "dottor" Van Natta rassicura. Vedrà, ora che entriamo nel blocco sentirà che fresco.... Ancora un chiavistello. E una vampata insopportabile. Anche Van Natta, ora, è una maschera di sudore. Indicando il soffitto di cemento armato da cui sbuca un generoso bocchettone orientato ad intercettare la brezza che soffia dal mare e urta il sarcofago, spiega: In questa zona abbiamo celle vuote e dunque non è attivato il sistema di ventilazione forzata. Ma dove sono occupati i bracci, vento ce n'è...certo, non è l'aria condizionata. Ma, insomma, si può stare.
Sarà. Dove certo non si può proprio stare è nelle stie di acciaio temperato che dovrebbero far dimenticare X Ray. La società Halliburton, general contractor di cui il vicepresidente degli Stati Uniti Dick Cheney è stato un tempo amministratore delegato, ha incassato dal Pentagono 9 milioni e 700 mila dollari per cancellare con le nuove celle di "Camp Delta" la conca della vergogna. Ma gli ingegneri della segregazione non sono stati generosi. Van Natta annuncia compiaciuto che, ora, ogni detenuto ha il suo bagno, la sua acqua corrente, il suo materassino di preghiera. E invita quindi a verificare di persona entrando in una delle tante gabbie vuote.
Certo, non c'è paragone con gli uomini ridotti conigli sotto il sole di "X Ray". Ma le stie sono rimaste tali. Sigillate alla sommità da un pesante coperchio di cemento e acciaio. Aperte allo sguardo su tutti e quattro i lati, anche se protette da una rete metallica più spessa. Identiche nelle dimensioni. Due metri e mezzo di profondità per 1,8 di larghezza.
Il letto, murato a mezza altezza sul lato sinistro della cella impedisce qualsiasi movimento trasversale. Il cesso alla turca a settanta centimetri dalla testa del letto e il lavandino a poco più di ottanta, si mangiano quel mezzo metro di lunghezza che consentirebbe al detenuto di andare almeno oltre i due passi. Ma sì, conviene Van Natta. Quando il detenuto è in cella può solo sdraiarsi sul letto. Un Corano agganciato alla rete metallica. Un tappetino di preghiera sotto il letto, i libri in distribuzione nei bracci (Ne sono stati ordinati di nuovi per 65 mila dollari qualche settimana fa), gli scacchi o la dama. Anche se non si capisce bene con chi dovrebbe giocare, visto che è da solo. Magari con il suo vicino di stia. Ammesso che il suo sguardo riesca a penetrare oltre la rete. E poi, può pregare quando vuole, chiosa Van Natta. Anche oltre le cinque volte comandate dal Corano. Guardi cosa abbiamo fatto verniciare a fuoco ai piedi di ogni letto. Una freccia nera rivolta alla Mecca. 12.793 chilometri, avverte l'epigrafe.
Il cibo è religiosamente corretto. Arriva congelato da Norfolk una volta ogni 15 giorni, viene scaldato e servito tre volte al dì (6.30; 11.30; 20.00), ingrassa i corpi (mediamente 6 i chili di peso guadagnato per ogni detenuto). Anche perché, persino nei giorni del digiuno di fede, qualcosa nelle stie arriva comunque, per regolamento. Le razioni K dell'esercito da 3 mila calorie. Nelle loro tre varietà: Burrito, Tortellini al formaggio, Pasta in salsa Alfredo. Intrugli sotto vuoto dalla vaga consistenza e mortificante allusività alla cucina italiana. Scadenza, 2006.
Le tute sono rimaste le stesse. Arancioni. E la dotazione individuale (infradito, asciugamani, due coperte, cuscino, spazzolino, saponetta, copricapo per la preghiera) si è arricchita di short. Il sistema di punizioni o incentivi (dipende da dove lo si guardi) ha invece ora una sua scientificità. I grandi spazi di "Camp Delta" (320 celle sono vuote in attesa di impiego), la diversificazione in 19 blocchi dei 680 disperati che li popolano hanno mosso la fantasia della segregazione. Van Natta ancora lui ne illustra il meccanismo con un qualche compiacimento per la sua semplicità ed efficacia. Ha un phd in "scienza della carcerazione", ma quel che sta andando a spiegare è né più e né meno che il sistema italiano del "bonus malus" nelle assicurazioni delle autovetture. State a sentire.
Esistono quattro livelli di detenzione. Al "livello uno" si gode del massimo dei vantaggi. Si può andare a fare l'aria tre volte la settimana per trenta minuti. Che diventano quaranta con i cinque di doccia e i cinque di barba che seguono. Al "livello due", i minuti per ogni "aria" diminuiscono. Lo stesso al "tre". Al "livello quattro" si può uscire al passeggio solo 2 volte. Dunque, solo due docce e solo due barbe. Chiaro. Chi si comporta come si deve, può godere di una spianata di cemento armato al termine del braccio chiusa da gabbie sui quattro lati. E qui, da solo, può correre o dare calci a un pallone (Sapesse quanto sono bravi a giocare, chiosa Van Natta). Ma ecco il "bonus malus".
A Guantanamo ogni detenuto entra al "livello tre di privilegio". Se per trenta giorni consecutivi non commette infrazioni, scende di un livello. Diciamo al due. Ma se durante i trenta giorni del due, viola una delle regole del campo, sale di due livelli. E piomba al 4. Proprio come le assicurazioni. Fai un incidente e ti ritrovi su di due classi.
Le regole di cui parla Van Natta, all'osso, sono cinque: Non rifiutare il cibo; non gridare; non insultare i secondini; non provare ad affrontarli fisicamente, non investirli con getti d'acqua o con secrezioni corporee: urina, feci, saliva. Semplice, mi pare.
"Camp Delta" non è solo un esperimento di segregazione. È un fotogramma della segregazione nella segregazione. Un cozzo di culture. È Fargo contro Khost. Jacksonville contro Kabul. Lo capisci sulle panche dell'Ocean Galley, "La terrazza sul mare", un pallone di cemento armato all'esterno del Campo dalla foggia architettonica curiosamente esotica, con oblò sul mare e aria condizionata che sa di unto. E' la mensa dove, quando "smontano" dai turni di otto ore, si rifugiano gli "Mp". I poliziotti militari. Se preferite, i secondini.
Alle 11.30 e alle 18.30, il pranzo e la cena, li trovi chini sui loro sandwich, sui loro hamburgher, sulle ali di pollo fritte. E scopri che a Guantanamo, una scheggia di Islam è segregata e sorvegliata dalla profonda provincia americana.
Non un solo secondino è militare di carriera. Sono riservisti strappati al ventre dell'America. Alle linee delle fabbriche. Alle casse degli shopping mall. Otto mesi nei bracci di Guantanamo per "servire nella Guerra al Terrorismo", sentirsi degli orgogliosi "veterani", mettere in banca un pugno di mensilità che aiuti ad andare avanti. Lonnie Morren ha 21 anni. Arriva da un paesone del Michigan. Racconta: Faccio il fabbro. Hai presente le sedie da giardino? Quelle delle case come si deve. Insomma, mi chiamano e mi ritrovo qui. Incredibile! A sorvegliare dei veri terroristi. Magari tra di loro c'è qualcuno dell'11 settembre... voi giornalisti ne sapete niente? Lo chiedo perché noi non sappiamo come si chiamano quelli dentro le gabbie.
Nei bracci, nessuno chiama i disperati con il loro nome. A "Camp Delta" gli uomini sono numeri. Quelli della loro cella. E come numeri sono riconosciuti e ricordati da chi li sorveglia. Ti potrei dire che il 7 è un osso duro. O che il 18 sono due giorni che non parla, spiega Lonnie facendosi serio. Chiede: Ci sono italiani?. Sì, almeno otto.
L'ultimo identificato dagli uomini dell'intelligence, che interrogano in parallelepipedi di cemento armato senza finestre a ridosso del Campo, si chiama Lufti Bin Alì. E' del 1964 ed è nato in Tunisia. Era stato arrestato a Bologna nel '97 perché sospettato di essere membro del Gia. Quindi se ne erano perse le tracce.
Lonnie si fa curioso e come lui il commilitone che gli siede accanto: David Romleski, 24 anni, da Colombia, South Carolina, riservista e operaio in una fabbrica di componenti elettrici. Anche lui ha voglia di parlare: Io mi infilo i guanti la mattina, metto una striscia adesiva a coprire il mio nome sulla mimetica e quando quelli devono uscire, li vesto con il "tre pezzi". Sai no cos'è il tre pezzi? Quando li leghiamo con un'unica catena alle caviglie, alla cintola, alle mani. Non capisco l'arabo, ma so che mi insultano. Anche perché quando vogliono chiedermi qualcosa mi parlano in inglese. E' vero, è vero, interrompe Lonnie. Una volta mi hanno chiesto in inglese di fargli sentire Elvis Presley. Anche quando chiedono aiuto, gridano in inglese...Quando capita che... insomma, è noto, quando capita che tentino di ammazzarsi. Quando si appendono alle grate delle loro stie. Con un asciugamano annodato alla bell'e meglio. Per farla finita con il sarcofago senza tempo.
E' accaduto ventotto volte, annota algida la contabilità ospedaliera del campo. Ventotto volte con diciotto individui. Perché qualcuno ci ha provato più di una volta. Il capitano medico Kelleher, direttore dell'ospedale da campo, ne parla con una qualche laconicità. Sono stati tutti soccorsi per tempo e si sono ripresi, spiega. Uno solo non ha ancora recuperato del tutto. Per qualche mese è rimasto attaccato alla macchina della rianimazione e quindi a quella dell'alimentazione forzata. Ora parla e cammina. Certo, ha difficoltà a tenere in mano una tazza....
La depressione conviene l'ufficiale medico è il virus di "Camp Delta". Lo staff di psichiatri è passato da 3 a 30. I detenuti sotto osservazione sono 90, e almeno la metà di loro assume regolarmente farmaci. Il maggiore Van Natta, che lo ascolta, annuisce: I detenuti non sanno né come, né quando, né se usciranno mai dalle loro gabbie. E questo è un problema. E' il problema di Guantanamo. Che aumenta la loro aggressività. Verso gli altri e verso se stessi. Ma non è affar mio. Stiamo combattendo una guerra al terrorismo. E comunque qualcosa stiamo facendo.
Un blocco di minima sicurezza, "Campo 4". Dove le tute sono bianche e le celle non sono singole, ma dormitori. Dove si pranza insieme all'aperto e l'aria si fa sulla ghiaia, non sul cemento. Chi passa di lì è a un passo da casa. Dal rimpatrio. Da quando la baia dei dannati ha aperto le sue gabbie sono tornati a casa in 42. Altrettanti lascia intendere il portavoce della base, il colonnello Barry Johnson potrebbero tornare nei prossimi mesi. Tra loro, verosimilmente, i quattro minori che alloggiano a "Camp Iguana".
Una finestra di umanità nell'universo concentrazionale di Guantanamo. Un appartamento di colore bianco ad un chilometro dal campo. Niente filo spinato, niente gabbie. Un salotto, quattro poltrone, una tv, un frigo, una cucina, due stanze da letto e un televisore. Di più, un simulacro di prato che si affaccia sulla scogliera. Almeno loro, i "ragazzi", l'Oceano lo possono vedere, sentire, annusare. Possono lasciarsi accarezzare dalla libertà. (1 -continua)
(13 luglio 2003)
14.7.03
13.7.03
Viaggio all'interno di Camp Delta tra i 680 "presunti terroristi" rinchiusi nella base americana a Cuba
Gabbie, Corano e disperazione ecco i dannati di Guantanamo
I detenuti non possono parlare, non sanno nulla del loro destino "Sono solo terroristi catturati in battaglia"
di CARLO BONINI
GUANTANAMO - Lo chiamano Camp Delta. È un immenso specchio rifrangente di metallo, filo spinato e cemento. Un sarcofago schiacciato su mille stie di ferro che segregano 680 prigionieri di 42 paesi dalle 17 lingue e i 23 dialetti. Ha ingoiato i dannati di "X Ray", il vecchio campo "raggi X", perché se ne diluisse il ricordo, fino a spegnerlo. Almeno così speravano al Pentagono. In ceppi, il 2, il 28 e il 29 aprile del 2002, hanno trascinato i prigionieri nelle loro nuove gabbie a soli duecento metri dal mare. Senza spiegargli che non lo avrebbero mai visto, né sentito. Perché a "Camp Delta", l'Oceano non è né un suono né un odore né un colore.
Se il campo non fosse annunciato da una serpentina tra barriere respingenti e garitte di guardia mangiate dalla salsedine, da un cartello che paradosso vuole sia un omaggio alla libertà (Camp Delta. Onore alla difesa della libertà) e se non fosse per quel luccichio di metallo che lo avvolge in una bolla di fuoco a 40 gradi, ci sbatteresti contro senza immaginare quel che nasconde.
Sì, perché il sarcofago, con i suoi terrapieni, corridoi, cunicoli, è avvolto lungo l'intero perimetro da un'interminabile banda di un nylon spesso e pesante, color verde bottiglia. Impenetrabile allo sguardo. Di chi è fuori, di chi è dentro.
Il maggiore John Van Natta, aspetta al "Sally gate 8", la porta di ingresso numero 8. E' il responsabile di questo termitaio di metallo. Lo chiamano "il dottore". Non per una laurea in medicina, ma per un phd in "scienza della carcerazione". Per il suo mestiere da civile, prima che da riservista lo richiamassero sulla baia: direttore del "Miami county correctional facility", penitenziario di massima sicurezza a nord di Indianapolis. E' un omone dai modi gentili Van Natta e una passione rivelatrice, con cui intrattiene l'interlocutore mentre si sollevano una decina di chiavistelli, si schiudono due porte ad apertura controllata e con loro la "bandana" di nylon. Sa, amo collezionare uccelli esotici. Ne ho in gabbia cinquanta coppie. Li tengo in due grandi voliere in giardino...Quando non lavoro, mi rilassa guardarli. A lei piacciono gli uccelli?.
Il filo spinato è un'unica avvolgente spirale. Che corre sopra la testa, lungo palizzate alte dieci metri. Che obbliga il cammino. Per questo chiamano il Campo "the Wire", il filo. Van Natta: Faccia attenzione... No, non è elettrificato. A casa mia sì che l'ho elettrificato, ma qui non c'è bisogno...Prego, entri pure. Benvenuto a Camp Delta. Ah, mi raccomando se qualche detenuto le rivolge la parola si giri dall'altra parte. Sono molto furbi. Hanno capito che ogni tanto arrivano dei giornalisti e provano a mandare dei messaggi...È incredibile, ma molti di loro parlano un ottimo inglese.
Dal "blocco 1", devono averlo sentito. Uno dei disperati intona una nenia che trova compagni lungo strada. In una delle gabbie si fa il verso: Eeeengliiish... Eeeeengliiish.... Due fantasmi in tuta arancione schiacciano il volto contro le stie di acciaio, fino a segnarsi la fronte. Ne stringono la trama, lasciando gonfiare le dita che la afferrano. Guardano fissi nel vuoto. Mostrano un sorriso immoto. Da prede stordite. Van Natta accelera il passo. Prego...Prego, venga avanti. Nessun contatto con i detenuti. Abbiamo fatto cinquanta passi. Forse meno. Alle nostre spalle si sono richiuse le porte e la banda di plastica che impedisce lo sguardo. Ma è come se avessimo fatto chilometri.
Il perimetro esterno è lì, dietro di noi, ma non se ne avvertono più i rumori. Il mare è ancora più vicino, di fronte a noi, ma ancora la "bandana" ne impedisce lo sguardo e ne filtra l'odore. Siamo al centro di un reticolo di 19 blocchi di detenzione rettangolari da 48 stie ciascuno. Divisi in tre campi (1, 2, 3), numerati in ordine di costruzione e accomunati da un unico indice di sorveglianza, "massimo". Anche loro fasciati allo sguardo. Perché da un blocco all'altro non ci si possa né vedere, né sentire.
Il camminamento di ghiaia tra i blocchi riflette il calore. Il "dottor" Van Natta rassicura. Vedrà, ora che entriamo nel blocco sentirà che fresco.... Ancora un chiavistello. E una vampata insopportabile. Anche Van Natta, ora, è una maschera di sudore. Indicando il soffitto di cemento armato da cui sbuca un generoso bocchettone orientato ad intercettare la brezza che soffia dal mare e urta il sarcofago, spiega: In questa zona abbiamo celle vuote e dunque non è attivato il sistema di ventilazione forzata. Ma dove sono occupati i bracci, vento ce n'è...certo, non è l'aria condizionata. Ma, insomma, si può stare.
Sarà. Dove certo non si può proprio stare è nelle stie di acciaio temperato che dovrebbero far dimenticare X Ray. La società Halliburton, general contractor di cui il vicepresidente degli Stati Uniti Dick Cheney è stato un tempo amministratore delegato, ha incassato dal Pentagono 9 milioni e 700 mila dollari per cancellare con le nuove celle di "Camp Delta" la conca della vergogna. Ma gli ingegneri della segregazione non sono stati generosi. Van Natta annuncia compiaciuto che, ora, ogni detenuto ha il suo bagno, la sua acqua corrente, il suo materassino di preghiera. E invita quindi a verificare di persona entrando in una delle tante gabbie vuote.
Certo, non c'è paragone con gli uomini ridotti conigli sotto il sole di "X Ray". Ma le stie sono rimaste tali. Sigillate alla sommità da un pesante coperchio di cemento e acciaio. Aperte allo sguardo su tutti e quattro i lati, anche se protette da una rete metallica più spessa. Identiche nelle dimensioni. Due metri e mezzo di profondità per 1,8 di larghezza.
Il letto, murato a mezza altezza sul lato sinistro della cella impedisce qualsiasi movimento trasversale. Il cesso alla turca a settanta centimetri dalla testa del letto e il lavandino a poco più di ottanta, si mangiano quel mezzo metro di lunghezza che consentirebbe al detenuto di andare almeno oltre i due passi. Ma sì, conviene Van Natta. Quando il detenuto è in cella può solo sdraiarsi sul letto. Un Corano agganciato alla rete metallica. Un tappetino di preghiera sotto il letto, i libri in distribuzione nei bracci (Ne sono stati ordinati di nuovi per 65 mila dollari qualche settimana fa), gli scacchi o la dama. Anche se non si capisce bene con chi dovrebbe giocare, visto che è da solo. Magari con il suo vicino di stia. Ammesso che il suo sguardo riesca a penetrare oltre la rete. E poi, può pregare quando vuole, chiosa Van Natta. Anche oltre le cinque volte comandate dal Corano. Guardi cosa abbiamo fatto verniciare a fuoco ai piedi di ogni letto. Una freccia nera rivolta alla Mecca. 12.793 chilometri, avverte l'epigrafe.
Il cibo è religiosamente corretto. Arriva congelato da Norfolk una volta ogni 15 giorni, viene scaldato e servito tre volte al dì (6.30; 11.30; 20.00), ingrassa i corpi (mediamente 6 i chili di peso guadagnato per ogni detenuto). Anche perché, persino nei giorni del digiuno di fede, qualcosa nelle stie arriva comunque, per regolamento. Le razioni K dell'esercito da 3 mila calorie. Nelle loro tre varietà: Burrito, Tortellini al formaggio, Pasta in salsa Alfredo. Intrugli sotto vuoto dalla vaga consistenza e mortificante allusività alla cucina italiana. Scadenza, 2006.
Le tute sono rimaste le stesse. Arancioni. E la dotazione individuale (infradito, asciugamani, due coperte, cuscino, spazzolino, saponetta, copricapo per la preghiera) si è arricchita di short. Il sistema di punizioni o incentivi (dipende da dove lo si guardi) ha invece ora una sua scientificità. I grandi spazi di "Camp Delta" (320 celle sono vuote in attesa di impiego), la diversificazione in 19 blocchi dei 680 disperati che li popolano hanno mosso la fantasia della segregazione. Van Natta ancora lui ne illustra il meccanismo con un qualche compiacimento per la sua semplicità ed efficacia. Ha un phd in "scienza della carcerazione", ma quel che sta andando a spiegare è né più e né meno che il sistema italiano del "bonus malus" nelle assicurazioni delle autovetture. State a sentire.
Esistono quattro livelli di detenzione. Al "livello uno" si gode del massimo dei vantaggi. Si può andare a fare l'aria tre volte la settimana per trenta minuti. Che diventano quaranta con i cinque di doccia e i cinque di barba che seguono. Al "livello due", i minuti per ogni "aria" diminuiscono. Lo stesso al "tre". Al "livello quattro" si può uscire al passeggio solo 2 volte. Dunque, solo due docce e solo due barbe. Chiaro. Chi si comporta come si deve, può godere di una spianata di cemento armato al termine del braccio chiusa da gabbie sui quattro lati. E qui, da solo, può correre o dare calci a un pallone (Sapesse quanto sono bravi a giocare, chiosa Van Natta). Ma ecco il "bonus malus".
A Guantanamo ogni detenuto entra al "livello tre di privilegio". Se per trenta giorni consecutivi non commette infrazioni, scende di un livello. Diciamo al due. Ma se durante i trenta giorni del due, viola una delle regole del campo, sale di due livelli. E piomba al 4. Proprio come le assicurazioni. Fai un incidente e ti ritrovi su di due classi.
Le regole di cui parla Van Natta, all'osso, sono cinque: Non rifiutare il cibo; non gridare; non insultare i secondini; non provare ad affrontarli fisicamente, non investirli con getti d'acqua o con secrezioni corporee: urina, feci, saliva. Semplice, mi pare.
"Camp Delta" non è solo un esperimento di segregazione. È un fotogramma della segregazione nella segregazione. Un cozzo di culture. È Fargo contro Khost. Jacksonville contro Kabul. Lo capisci sulle panche dell'Ocean Galley, "La terrazza sul mare", un pallone di cemento armato all'esterno del Campo dalla foggia architettonica curiosamente esotica, con oblò sul mare e aria condizionata che sa di unto. E' la mensa dove, quando "smontano" dai turni di otto ore, si rifugiano gli "Mp". I poliziotti militari. Se preferite, i secondini.
Alle 11.30 e alle 18.30, il pranzo e la cena, li trovi chini sui loro sandwich, sui loro hamburgher, sulle ali di pollo fritte. E scopri che a Guantanamo, una scheggia di Islam è segregata e sorvegliata dalla profonda provincia americana.
Non un solo secondino è militare di carriera. Sono riservisti strappati al ventre dell'America. Alle linee delle fabbriche. Alle casse degli shopping mall. Otto mesi nei bracci di Guantanamo per "servire nella Guerra al Terrorismo", sentirsi degli orgogliosi "veterani", mettere in banca un pugno di mensilità che aiuti ad andare avanti. Lonnie Morren ha 21 anni. Arriva da un paesone del Michigan. Racconta: Faccio il fabbro. Hai presente le sedie da giardino? Quelle delle case come si deve. Insomma, mi chiamano e mi ritrovo qui. Incredibile! A sorvegliare dei veri terroristi. Magari tra di loro c'è qualcuno dell'11 settembre... voi giornalisti ne sapete niente? Lo chiedo perché noi non sappiamo come si chiamano quelli dentro le gabbie.
Nei bracci, nessuno chiama i disperati con il loro nome. A "Camp Delta" gli uomini sono numeri. Quelli della loro cella. E come numeri sono riconosciuti e ricordati da chi li sorveglia. Ti potrei dire che il 7 è un osso duro. O che il 18 sono due giorni che non parla, spiega Lonnie facendosi serio. Chiede: Ci sono italiani?. Sì, almeno otto.
L'ultimo identificato dagli uomini dell'intelligence, che interrogano in parallelepipedi di cemento armato senza finestre a ridosso del Campo, si chiama Lufti Bin Alì. E' del 1964 ed è nato in Tunisia. Era stato arrestato a Bologna nel '97 perché sospettato di essere membro del Gia. Quindi se ne erano perse le tracce.
Lonnie si fa curioso e come lui il commilitone che gli siede accanto: David Romleski, 24 anni, da Colombia, South Carolina, riservista e operaio in una fabbrica di componenti elettrici. Anche lui ha voglia di parlare: Io mi infilo i guanti la mattina, metto una striscia adesiva a coprire il mio nome sulla mimetica e quando quelli devono uscire, li vesto con il "tre pezzi". Sai no cos'è il tre pezzi? Quando li leghiamo con un'unica catena alle caviglie, alla cintola, alle mani. Non capisco l'arabo, ma so che mi insultano. Anche perché quando vogliono chiedermi qualcosa mi parlano in inglese. E' vero, è vero, interrompe Lonnie. Una volta mi hanno chiesto in inglese di fargli sentire Elvis Presley. Anche quando chiedono aiuto, gridano in inglese...Quando capita che... insomma, è noto, quando capita che tentino di ammazzarsi. Quando si appendono alle grate delle loro stie. Con un asciugamano annodato alla bell'e meglio. Per farla finita con il sarcofago senza tempo.
E' accaduto ventotto volte, annota algida la contabilità ospedaliera del campo. Ventotto volte con diciotto individui. Perché qualcuno ci ha provato più di una volta. Il capitano medico Kelleher, direttore dell'ospedale da campo, ne parla con una qualche laconicità. Sono stati tutti soccorsi per tempo e si sono ripresi, spiega. Uno solo non ha ancora recuperato del tutto. Per qualche mese è rimasto attaccato alla macchina della rianimazione e quindi a quella dell'alimentazione forzata. Ora parla e cammina. Certo, ha difficoltà a tenere in mano una tazza....
La depressione conviene l'ufficiale medico è il virus di "Camp Delta". Lo staff di psichiatri è passato da 3 a 30. I detenuti sotto osservazione sono 90, e almeno la metà di loro assume regolarmente farmaci. Il maggiore Van Natta, che lo ascolta, annuisce: I detenuti non sanno né come, né quando, né se usciranno mai dalle loro gabbie. E questo è un problema. E' il problema di Guantanamo. Che aumenta la loro aggressività. Verso gli altri e verso se stessi. Ma non è affar mio. Stiamo combattendo una guerra al terrorismo. E comunque qualcosa stiamo facendo.
Un blocco di minima sicurezza, "Campo 4". Dove le tute sono bianche e le celle non sono singole, ma dormitori. Dove si pranza insieme all'aperto e l'aria si fa sulla ghiaia, non sul cemento. Chi passa di lì è a un passo da casa. Dal rimpatrio. Da quando la baia dei dannati ha aperto le sue gabbie sono tornati a casa in 42. Altrettanti lascia intendere il portavoce della base, il colonnello Barry Johnson potrebbero tornare nei prossimi mesi. Tra loro, verosimilmente, i quattro minori che alloggiano a "Camp Iguana".
Una finestra di umanità nell'universo concentrazionale di Guantanamo. Un appartamento di colore bianco ad un chilometro dal campo. Niente filo spinato, niente gabbie. Un salotto, quattro poltrone, una tv, un frigo, una cucina, due stanze da letto e un televisore. Di più, un simulacro di prato che si affaccia sulla scogliera. Almeno loro, i "ragazzi", l'Oceano lo possono vedere, sentire, annusare. Possono lasciarsi accarezzare dalla libertà. (1 -continua)
(Repubblica - 13 luglio 2003)
Gabbie, Corano e disperazione ecco i dannati di Guantanamo
I detenuti non possono parlare, non sanno nulla del loro destino "Sono solo terroristi catturati in battaglia"
di CARLO BONINI
GUANTANAMO - Lo chiamano Camp Delta. È un immenso specchio rifrangente di metallo, filo spinato e cemento. Un sarcofago schiacciato su mille stie di ferro che segregano 680 prigionieri di 42 paesi dalle 17 lingue e i 23 dialetti. Ha ingoiato i dannati di "X Ray", il vecchio campo "raggi X", perché se ne diluisse il ricordo, fino a spegnerlo. Almeno così speravano al Pentagono. In ceppi, il 2, il 28 e il 29 aprile del 2002, hanno trascinato i prigionieri nelle loro nuove gabbie a soli duecento metri dal mare. Senza spiegargli che non lo avrebbero mai visto, né sentito. Perché a "Camp Delta", l'Oceano non è né un suono né un odore né un colore.
Se il campo non fosse annunciato da una serpentina tra barriere respingenti e garitte di guardia mangiate dalla salsedine, da un cartello che paradosso vuole sia un omaggio alla libertà (Camp Delta. Onore alla difesa della libertà) e se non fosse per quel luccichio di metallo che lo avvolge in una bolla di fuoco a 40 gradi, ci sbatteresti contro senza immaginare quel che nasconde.
Sì, perché il sarcofago, con i suoi terrapieni, corridoi, cunicoli, è avvolto lungo l'intero perimetro da un'interminabile banda di un nylon spesso e pesante, color verde bottiglia. Impenetrabile allo sguardo. Di chi è fuori, di chi è dentro.
Il maggiore John Van Natta, aspetta al "Sally gate 8", la porta di ingresso numero 8. E' il responsabile di questo termitaio di metallo. Lo chiamano "il dottore". Non per una laurea in medicina, ma per un phd in "scienza della carcerazione". Per il suo mestiere da civile, prima che da riservista lo richiamassero sulla baia: direttore del "Miami county correctional facility", penitenziario di massima sicurezza a nord di Indianapolis. E' un omone dai modi gentili Van Natta e una passione rivelatrice, con cui intrattiene l'interlocutore mentre si sollevano una decina di chiavistelli, si schiudono due porte ad apertura controllata e con loro la "bandana" di nylon. Sa, amo collezionare uccelli esotici. Ne ho in gabbia cinquanta coppie. Li tengo in due grandi voliere in giardino...Quando non lavoro, mi rilassa guardarli. A lei piacciono gli uccelli?.
Il filo spinato è un'unica avvolgente spirale. Che corre sopra la testa, lungo palizzate alte dieci metri. Che obbliga il cammino. Per questo chiamano il Campo "the Wire", il filo. Van Natta: Faccia attenzione... No, non è elettrificato. A casa mia sì che l'ho elettrificato, ma qui non c'è bisogno...Prego, entri pure. Benvenuto a Camp Delta. Ah, mi raccomando se qualche detenuto le rivolge la parola si giri dall'altra parte. Sono molto furbi. Hanno capito che ogni tanto arrivano dei giornalisti e provano a mandare dei messaggi...È incredibile, ma molti di loro parlano un ottimo inglese.
Dal "blocco 1", devono averlo sentito. Uno dei disperati intona una nenia che trova compagni lungo strada. In una delle gabbie si fa il verso: Eeeengliiish... Eeeeengliiish.... Due fantasmi in tuta arancione schiacciano il volto contro le stie di acciaio, fino a segnarsi la fronte. Ne stringono la trama, lasciando gonfiare le dita che la afferrano. Guardano fissi nel vuoto. Mostrano un sorriso immoto. Da prede stordite. Van Natta accelera il passo. Prego...Prego, venga avanti. Nessun contatto con i detenuti. Abbiamo fatto cinquanta passi. Forse meno. Alle nostre spalle si sono richiuse le porte e la banda di plastica che impedisce lo sguardo. Ma è come se avessimo fatto chilometri.
Il perimetro esterno è lì, dietro di noi, ma non se ne avvertono più i rumori. Il mare è ancora più vicino, di fronte a noi, ma ancora la "bandana" ne impedisce lo sguardo e ne filtra l'odore. Siamo al centro di un reticolo di 19 blocchi di detenzione rettangolari da 48 stie ciascuno. Divisi in tre campi (1, 2, 3), numerati in ordine di costruzione e accomunati da un unico indice di sorveglianza, "massimo". Anche loro fasciati allo sguardo. Perché da un blocco all'altro non ci si possa né vedere, né sentire.
Il camminamento di ghiaia tra i blocchi riflette il calore. Il "dottor" Van Natta rassicura. Vedrà, ora che entriamo nel blocco sentirà che fresco.... Ancora un chiavistello. E una vampata insopportabile. Anche Van Natta, ora, è una maschera di sudore. Indicando il soffitto di cemento armato da cui sbuca un generoso bocchettone orientato ad intercettare la brezza che soffia dal mare e urta il sarcofago, spiega: In questa zona abbiamo celle vuote e dunque non è attivato il sistema di ventilazione forzata. Ma dove sono occupati i bracci, vento ce n'è...certo, non è l'aria condizionata. Ma, insomma, si può stare.
Sarà. Dove certo non si può proprio stare è nelle stie di acciaio temperato che dovrebbero far dimenticare X Ray. La società Halliburton, general contractor di cui il vicepresidente degli Stati Uniti Dick Cheney è stato un tempo amministratore delegato, ha incassato dal Pentagono 9 milioni e 700 mila dollari per cancellare con le nuove celle di "Camp Delta" la conca della vergogna. Ma gli ingegneri della segregazione non sono stati generosi. Van Natta annuncia compiaciuto che, ora, ogni detenuto ha il suo bagno, la sua acqua corrente, il suo materassino di preghiera. E invita quindi a verificare di persona entrando in una delle tante gabbie vuote.
Certo, non c'è paragone con gli uomini ridotti conigli sotto il sole di "X Ray". Ma le stie sono rimaste tali. Sigillate alla sommità da un pesante coperchio di cemento e acciaio. Aperte allo sguardo su tutti e quattro i lati, anche se protette da una rete metallica più spessa. Identiche nelle dimensioni. Due metri e mezzo di profondità per 1,8 di larghezza.
Il letto, murato a mezza altezza sul lato sinistro della cella impedisce qualsiasi movimento trasversale. Il cesso alla turca a settanta centimetri dalla testa del letto e il lavandino a poco più di ottanta, si mangiano quel mezzo metro di lunghezza che consentirebbe al detenuto di andare almeno oltre i due passi. Ma sì, conviene Van Natta. Quando il detenuto è in cella può solo sdraiarsi sul letto. Un Corano agganciato alla rete metallica. Un tappetino di preghiera sotto il letto, i libri in distribuzione nei bracci (Ne sono stati ordinati di nuovi per 65 mila dollari qualche settimana fa), gli scacchi o la dama. Anche se non si capisce bene con chi dovrebbe giocare, visto che è da solo. Magari con il suo vicino di stia. Ammesso che il suo sguardo riesca a penetrare oltre la rete. E poi, può pregare quando vuole, chiosa Van Natta. Anche oltre le cinque volte comandate dal Corano. Guardi cosa abbiamo fatto verniciare a fuoco ai piedi di ogni letto. Una freccia nera rivolta alla Mecca. 12.793 chilometri, avverte l'epigrafe.
Il cibo è religiosamente corretto. Arriva congelato da Norfolk una volta ogni 15 giorni, viene scaldato e servito tre volte al dì (6.30; 11.30; 20.00), ingrassa i corpi (mediamente 6 i chili di peso guadagnato per ogni detenuto). Anche perché, persino nei giorni del digiuno di fede, qualcosa nelle stie arriva comunque, per regolamento. Le razioni K dell'esercito da 3 mila calorie. Nelle loro tre varietà: Burrito, Tortellini al formaggio, Pasta in salsa Alfredo. Intrugli sotto vuoto dalla vaga consistenza e mortificante allusività alla cucina italiana. Scadenza, 2006.
Le tute sono rimaste le stesse. Arancioni. E la dotazione individuale (infradito, asciugamani, due coperte, cuscino, spazzolino, saponetta, copricapo per la preghiera) si è arricchita di short. Il sistema di punizioni o incentivi (dipende da dove lo si guardi) ha invece ora una sua scientificità. I grandi spazi di "Camp Delta" (320 celle sono vuote in attesa di impiego), la diversificazione in 19 blocchi dei 680 disperati che li popolano hanno mosso la fantasia della segregazione. Van Natta ancora lui ne illustra il meccanismo con un qualche compiacimento per la sua semplicità ed efficacia. Ha un phd in "scienza della carcerazione", ma quel che sta andando a spiegare è né più e né meno che il sistema italiano del "bonus malus" nelle assicurazioni delle autovetture. State a sentire.
Esistono quattro livelli di detenzione. Al "livello uno" si gode del massimo dei vantaggi. Si può andare a fare l'aria tre volte la settimana per trenta minuti. Che diventano quaranta con i cinque di doccia e i cinque di barba che seguono. Al "livello due", i minuti per ogni "aria" diminuiscono. Lo stesso al "tre". Al "livello quattro" si può uscire al passeggio solo 2 volte. Dunque, solo due docce e solo due barbe. Chiaro. Chi si comporta come si deve, può godere di una spianata di cemento armato al termine del braccio chiusa da gabbie sui quattro lati. E qui, da solo, può correre o dare calci a un pallone (Sapesse quanto sono bravi a giocare, chiosa Van Natta). Ma ecco il "bonus malus".
A Guantanamo ogni detenuto entra al "livello tre di privilegio". Se per trenta giorni consecutivi non commette infrazioni, scende di un livello. Diciamo al due. Ma se durante i trenta giorni del due, viola una delle regole del campo, sale di due livelli. E piomba al 4. Proprio come le assicurazioni. Fai un incidente e ti ritrovi su di due classi.
Le regole di cui parla Van Natta, all'osso, sono cinque: Non rifiutare il cibo; non gridare; non insultare i secondini; non provare ad affrontarli fisicamente, non investirli con getti d'acqua o con secrezioni corporee: urina, feci, saliva. Semplice, mi pare.
"Camp Delta" non è solo un esperimento di segregazione. È un fotogramma della segregazione nella segregazione. Un cozzo di culture. È Fargo contro Khost. Jacksonville contro Kabul. Lo capisci sulle panche dell'Ocean Galley, "La terrazza sul mare", un pallone di cemento armato all'esterno del Campo dalla foggia architettonica curiosamente esotica, con oblò sul mare e aria condizionata che sa di unto. E' la mensa dove, quando "smontano" dai turni di otto ore, si rifugiano gli "Mp". I poliziotti militari. Se preferite, i secondini.
Alle 11.30 e alle 18.30, il pranzo e la cena, li trovi chini sui loro sandwich, sui loro hamburgher, sulle ali di pollo fritte. E scopri che a Guantanamo, una scheggia di Islam è segregata e sorvegliata dalla profonda provincia americana.
Non un solo secondino è militare di carriera. Sono riservisti strappati al ventre dell'America. Alle linee delle fabbriche. Alle casse degli shopping mall. Otto mesi nei bracci di Guantanamo per "servire nella Guerra al Terrorismo", sentirsi degli orgogliosi "veterani", mettere in banca un pugno di mensilità che aiuti ad andare avanti. Lonnie Morren ha 21 anni. Arriva da un paesone del Michigan. Racconta: Faccio il fabbro. Hai presente le sedie da giardino? Quelle delle case come si deve. Insomma, mi chiamano e mi ritrovo qui. Incredibile! A sorvegliare dei veri terroristi. Magari tra di loro c'è qualcuno dell'11 settembre... voi giornalisti ne sapete niente? Lo chiedo perché noi non sappiamo come si chiamano quelli dentro le gabbie.
Nei bracci, nessuno chiama i disperati con il loro nome. A "Camp Delta" gli uomini sono numeri. Quelli della loro cella. E come numeri sono riconosciuti e ricordati da chi li sorveglia. Ti potrei dire che il 7 è un osso duro. O che il 18 sono due giorni che non parla, spiega Lonnie facendosi serio. Chiede: Ci sono italiani?. Sì, almeno otto.
L'ultimo identificato dagli uomini dell'intelligence, che interrogano in parallelepipedi di cemento armato senza finestre a ridosso del Campo, si chiama Lufti Bin Alì. E' del 1964 ed è nato in Tunisia. Era stato arrestato a Bologna nel '97 perché sospettato di essere membro del Gia. Quindi se ne erano perse le tracce.
Lonnie si fa curioso e come lui il commilitone che gli siede accanto: David Romleski, 24 anni, da Colombia, South Carolina, riservista e operaio in una fabbrica di componenti elettrici. Anche lui ha voglia di parlare: Io mi infilo i guanti la mattina, metto una striscia adesiva a coprire il mio nome sulla mimetica e quando quelli devono uscire, li vesto con il "tre pezzi". Sai no cos'è il tre pezzi? Quando li leghiamo con un'unica catena alle caviglie, alla cintola, alle mani. Non capisco l'arabo, ma so che mi insultano. Anche perché quando vogliono chiedermi qualcosa mi parlano in inglese. E' vero, è vero, interrompe Lonnie. Una volta mi hanno chiesto in inglese di fargli sentire Elvis Presley. Anche quando chiedono aiuto, gridano in inglese...Quando capita che... insomma, è noto, quando capita che tentino di ammazzarsi. Quando si appendono alle grate delle loro stie. Con un asciugamano annodato alla bell'e meglio. Per farla finita con il sarcofago senza tempo.
E' accaduto ventotto volte, annota algida la contabilità ospedaliera del campo. Ventotto volte con diciotto individui. Perché qualcuno ci ha provato più di una volta. Il capitano medico Kelleher, direttore dell'ospedale da campo, ne parla con una qualche laconicità. Sono stati tutti soccorsi per tempo e si sono ripresi, spiega. Uno solo non ha ancora recuperato del tutto. Per qualche mese è rimasto attaccato alla macchina della rianimazione e quindi a quella dell'alimentazione forzata. Ora parla e cammina. Certo, ha difficoltà a tenere in mano una tazza....
La depressione conviene l'ufficiale medico è il virus di "Camp Delta". Lo staff di psichiatri è passato da 3 a 30. I detenuti sotto osservazione sono 90, e almeno la metà di loro assume regolarmente farmaci. Il maggiore Van Natta, che lo ascolta, annuisce: I detenuti non sanno né come, né quando, né se usciranno mai dalle loro gabbie. E questo è un problema. E' il problema di Guantanamo. Che aumenta la loro aggressività. Verso gli altri e verso se stessi. Ma non è affar mio. Stiamo combattendo una guerra al terrorismo. E comunque qualcosa stiamo facendo.
Un blocco di minima sicurezza, "Campo 4". Dove le tute sono bianche e le celle non sono singole, ma dormitori. Dove si pranza insieme all'aperto e l'aria si fa sulla ghiaia, non sul cemento. Chi passa di lì è a un passo da casa. Dal rimpatrio. Da quando la baia dei dannati ha aperto le sue gabbie sono tornati a casa in 42. Altrettanti lascia intendere il portavoce della base, il colonnello Barry Johnson potrebbero tornare nei prossimi mesi. Tra loro, verosimilmente, i quattro minori che alloggiano a "Camp Iguana".
Una finestra di umanità nell'universo concentrazionale di Guantanamo. Un appartamento di colore bianco ad un chilometro dal campo. Niente filo spinato, niente gabbie. Un salotto, quattro poltrone, una tv, un frigo, una cucina, due stanze da letto e un televisore. Di più, un simulacro di prato che si affaccia sulla scogliera. Almeno loro, i "ragazzi", l'Oceano lo possono vedere, sentire, annusare. Possono lasciarsi accarezzare dalla libertà. (1 -continua)
(Repubblica - 13 luglio 2003)
CRAXI MORI' IN ESILIO O IN LATITANZA?
Lettera di Paolo Flores D’Arcais all'Unità
Cara Unità, un’importante rivista nel suo ultimo numero pubblica una breve biografia di Craxi, dalla quale apprendiamo che Craxi «travolto dalla traumatica fine del partito socialista e della prima repubblica, muore in esilio il 19 gennaio del 2000». Si tratta della ben nota menzogna dei vari Ferrara, Berlusconi & Co. La verità storica, ribadita costantemente dai tutti i democrati-ci è negata solo dagli spregiatori delle istituzioni repubblicane, è invece che Craxi morì latitante. La rivista che propaganda la volgare menzogna non è però questa volta Ideazione (o il Foglio,o Panorama,o il Giornale), bensì Italianieuropei, di cui sono direttori Giuliano Amato e Massimo D’Alema. Ogni democratico aspetta da loro le scuse per l’incredibile smarronata.
Lettera di Paolo Flores D’Arcais all'Unità
Cara Unità, un’importante rivista nel suo ultimo numero pubblica una breve biografia di Craxi, dalla quale apprendiamo che Craxi «travolto dalla traumatica fine del partito socialista e della prima repubblica, muore in esilio il 19 gennaio del 2000». Si tratta della ben nota menzogna dei vari Ferrara, Berlusconi & Co. La verità storica, ribadita costantemente dai tutti i democrati-ci è negata solo dagli spregiatori delle istituzioni repubblicane, è invece che Craxi morì latitante. La rivista che propaganda la volgare menzogna non è però questa volta Ideazione (o il Foglio,o Panorama,o il Giornale), bensì Italianieuropei, di cui sono direttori Giuliano Amato e Massimo D’Alema. Ogni democratico aspetta da loro le scuse per l’incredibile smarronata.
MIMUN EVITA IL SONORO
Lettera di Vittorio Emiliani all'Unità
Cara Unità,
diamo a Mimun quello che è di Mimun. Clemente J. Ha dichiarato in Vigilanza che è la notizia che conta, mentre il «sonoro» non è poi così importante. Specie se è quello strasburghese del Berlusconi che straparla strapazzando da «turisti della democrazia» gli europarlamentari e da «kapò» l’on. Schulz.
Diciamolo: anche in altre occasioni, sempre imbarazzanti per il governo o per il suo leader, Clemente J.Mimun evitò accuratamente il «sonoro». Per esempio, quando, nel maggio 2001, in conferenza-stampa, Silvio Berlusconi definì l’assassinio del prof. D’Antona un «regolamento di conti a sinistra» e l’allora direttore del Tg2, molte ore dopo, nella edizione di prima serata omise qualunque notizia sul «caso» cancellandolo dalla cronaca.
Nell’edizione di seconda serata «rimediò» con un servizio redazionale: senza «sonoro» di sorta, naturalmente. Oppure quando il contrasto fra Giuliano Urbani ministro e Vittorio Sgarbi sottosegretario ai Beni Culturali, già rovente, toccò il suo culmine: il Tg1, già diretto da Mimun, ne fece un «pastoncino» redazionale del tutto incomprensibile ai più, mentre il Tg2 di Mazza mise (sonoramente) a confronto i duellanti.
Insomma, ognuno ha la sua brava tradizione e Clemente J. coltiva questa: evitare il «sonoro», schivare la «diretta», affidare, ogni volta che si può, al Pionati di turno il compito di scodellare il suo «pastone» debitamente freddo (a meno che non debba incensare il governo).
In certe occasioni, se potesse, lui il Tg lo farebbe muto. Del resto, sordo spesso lo è già. In fondo, dunque basterebbe «cecarlo» e avrebbe raggiunto la perfezione creativa.
Lettera di Vittorio Emiliani all'Unità
Cara Unità,
diamo a Mimun quello che è di Mimun. Clemente J. Ha dichiarato in Vigilanza che è la notizia che conta, mentre il «sonoro» non è poi così importante. Specie se è quello strasburghese del Berlusconi che straparla strapazzando da «turisti della democrazia» gli europarlamentari e da «kapò» l’on. Schulz.
Diciamolo: anche in altre occasioni, sempre imbarazzanti per il governo o per il suo leader, Clemente J.Mimun evitò accuratamente il «sonoro». Per esempio, quando, nel maggio 2001, in conferenza-stampa, Silvio Berlusconi definì l’assassinio del prof. D’Antona un «regolamento di conti a sinistra» e l’allora direttore del Tg2, molte ore dopo, nella edizione di prima serata omise qualunque notizia sul «caso» cancellandolo dalla cronaca.
Nell’edizione di seconda serata «rimediò» con un servizio redazionale: senza «sonoro» di sorta, naturalmente. Oppure quando il contrasto fra Giuliano Urbani ministro e Vittorio Sgarbi sottosegretario ai Beni Culturali, già rovente, toccò il suo culmine: il Tg1, già diretto da Mimun, ne fece un «pastoncino» redazionale del tutto incomprensibile ai più, mentre il Tg2 di Mazza mise (sonoramente) a confronto i duellanti.
Insomma, ognuno ha la sua brava tradizione e Clemente J. coltiva questa: evitare il «sonoro», schivare la «diretta», affidare, ogni volta che si può, al Pionati di turno il compito di scodellare il suo «pastone» debitamente freddo (a meno che non debba incensare il governo).
In certe occasioni, se potesse, lui il Tg lo farebbe muto. Del resto, sordo spesso lo è già. In fondo, dunque basterebbe «cecarlo» e avrebbe raggiunto la perfezione creativa.
12.7.03
Lettera di presentazione di Gianni Vattimo dell'opuscolo "Berlusconi" di Travaglio e Gomez distribuito a tutti i parlamentari europei in cinque lingue
Caro Collega,
il breve testo che troverà in allegato è una sommaria presentazione del personaggio che, secondo le regole della rotazione, occuperà nel prossimo semestre il posto di presidente del Consiglio Europeo. Questa presentazione è stata preparata da due giornalisti italiani, Marco Travaglio e Peter Gomez, che da tempo seguono le vicende politiche e giudiziarie di Silvio Berlusconi e ne scrivono sulla stampa italiana. Non sempre, però, queste vicende sono conosciute adeguatamente negli altri Paesi dell'Unione. So bene che proprio in questi giorni, in occasione dell'inizio del "semestre italiano", molta stampa europea ha fornito più informazioni del solito sul discusso personaggio. Ma siccome si attribuisce agli italiani, anche ai partiti di opposizione, l'intenzione di contribuire al "successo" del semestre europeo del nostro premier, io diffondo questo opuscolo informativo proprio perché non intendo contribuire in alcun modo a tale successo. Anzi, credo che un vero successo dell'Italia, e anche dell'Europa, si possa realizzare solo riducendo al minimo il danno che la democrazia, l'indipendenza dell'Europa dagli Usa, la libertà di informazione, la lotta contro la corruzione, possono ricevere dalla presidenza europea di Silvio Berlusconi. Una conoscenza dettagliata e, nonostante le apparenze, obiettiva, della sua storia affaristico-politico-giudiziaria può, spero, servire a questo scopo.
Un cordiale saluto
Gianni Vattimo
Caro Collega,
il breve testo che troverà in allegato è una sommaria presentazione del personaggio che, secondo le regole della rotazione, occuperà nel prossimo semestre il posto di presidente del Consiglio Europeo. Questa presentazione è stata preparata da due giornalisti italiani, Marco Travaglio e Peter Gomez, che da tempo seguono le vicende politiche e giudiziarie di Silvio Berlusconi e ne scrivono sulla stampa italiana. Non sempre, però, queste vicende sono conosciute adeguatamente negli altri Paesi dell'Unione. So bene che proprio in questi giorni, in occasione dell'inizio del "semestre italiano", molta stampa europea ha fornito più informazioni del solito sul discusso personaggio. Ma siccome si attribuisce agli italiani, anche ai partiti di opposizione, l'intenzione di contribuire al "successo" del semestre europeo del nostro premier, io diffondo questo opuscolo informativo proprio perché non intendo contribuire in alcun modo a tale successo. Anzi, credo che un vero successo dell'Italia, e anche dell'Europa, si possa realizzare solo riducendo al minimo il danno che la democrazia, l'indipendenza dell'Europa dagli Usa, la libertà di informazione, la lotta contro la corruzione, possono ricevere dalla presidenza europea di Silvio Berlusconi. Una conoscenza dettagliata e, nonostante le apparenze, obiettiva, della sua storia affaristico-politico-giudiziaria può, spero, servire a questo scopo.
Un cordiale saluto
Gianni Vattimo
11.7.03
TUTTO CIÒ CHE PENSO DI BERLUSCONI
di Umberto Bossi, ministro delle Riforme Istituzionali del governo Berlusconi
Silvio Berlusconi era il portaborse di Bettino Craxi. E' una costola del vecchio regime. E' il più efficace riciclatore dei calcinacci del pentapartito. Mentre la Lega faceva cadere il regime, lui stava nel Mulino Bianco, col parrucchino e la plastica facciale. Lui è un tubo vuoto qualunquista. Ma non l'avete visto, oggi, tutto impomatato fra le nuvole azzurre?
Berlusconi è bollito. E' un povero pirla, un traditore del Nord, un poveraccio asservito all'Ulivo, segue anche lui l'esercito di Franceschiello dietro il caporale D'Alema con la sua trombetta. Io ho la memoria lunga. Ma chi è Berlusconi? Il suo Polo è morto e sepolto, la Lega non va con i morti. La trattativa Lega-Forza Italia se l'è inventata lui, poveraccio. Il partito di Berlusconi neo-Caf non potrà mai fare accordi con la Lega. Lui è la bistecca e la Lega il pestacarne.
Berlusconi mostra le stesse caratteristiche dei dittatori. E' un kaiser in doppiopetto. Un piccolo tiranno, anzi è il capocomico del teatrino della politica. Un Peròn della mutua. E' molto peggio di Pinochet. Ha qualcosa di nazistoide, di mafioso. Il piduista è una volpe infida pronta a fare razzia nel mio pollaio.
Berlusconi è l'uomo della mafia. E' un palermitano che parla meneghino, un palermitano nato nella terra sbagliata e mandato su apposta per fregare il Nord. La Fininvest è nata da Cosa Nostra. C'è qualche differenza fra noi e Berlusconi: lui purtroppo è un mafioso. Il problema è che al Nord la gente è ancora divisa tra chi sa che Berlusconi è un mafioso e chi non lo sa ancora. Ma il Nord lo caccerà via, di Berlusconi non ce ne fotte niente. Ci risponda: da dove vengono i suoi soldi? Dalle finanziarie della mafia? Ci sono centomila giovani del Nord che sono morti a causa della droga. A me personalmente Berlusconi ha detto che i soldi gli erano venuti dalla Banca Rasini, fondata da un certo Giuseppe Azzaretto, di Palermo, che poi è riuscito a tenersi tutta la baracca. In quella stessa banca lavorava anche il padre di Silvio e c'erano i conti di numerosi esponenti di Cosa Nostra.
Bisognerebbe conoscere le sue radici, la sua storia. Gelli fece il progetto Italia e c'era il buon Berlusconi nella P2. Poi nacquero le Holding. Come potrà mai la magistratura fare il suo dovere e andare a vedere da dove vengono quei quattrini, ricordando che la mafia quei quattrini li fa con la droga e che di droga al Nord sono morti decine di migliaia di ragazzi che ora gridano da sottoterra? Se lui vuole sapere la storia della caduta del suo governo, venga da me che gliela spiego io: sono stato io a metter giù il partito del mafioso. Lui comprava i nostri parlamentari e io l'ho abbattuto.
Quel brutto mafioso guadagna soldi con l'eroina e la cocaina. Il mafioso di Arcore vuole portare al Nord il fascismo e il meridionalismo. Discutere di par condicio è troppo poco: propongo una commissione di inchiesta sugli arricchimenti di Berlusconi. In Forza Italia ci sono oblique collusioni fra politica e omertà criminale e fenomeni di riciclaggio. L'uomo di Cosa Nostra, con la Fininvest, ha qualcosa come 38 holding, di cui 16 occulte. Furono fatte nascere da una banca di Palermo a Milano, la banca Rasini, la banca di Cosa Nostra a Milano.
Forza Italia è stata creata da Marcello Dell'Utri. Guardate che gli interessi reali spesso non appaiono. In televisione compaiono volti gentili che te la raccontano su, che sembrano per bene. Ma guardate che la mafia non ha limiti. La mafia, gli interessi della mafia, sono la droga, e la droga ha ucciso migliaia e migliaia di giovani, soprattutto al Nord. Palermo ha in mano le televisioni, in grado di entrare nelle case dei bravi e imbecilli cittadini del Nord.
Berlusconi ha fatto ciò che ha voluto con le televisioni, anche regionali, in barba perfino alla legge Mammì. Molte ricchezze sono vergognose, perché vengono da decine di migliaia di morti. Non è vero che 'pecunia non olet'. C'è denaro buono che ha odore di sudore, e c'è denaro che ha odore di mafia. Ma se non ci fosse quel potere, il Polo si squaglierebbe in poche ore.
Incontrare di nuovo Berlusconi ad Arcore? Lo escludo, niente più accordi col Polo. Tre anni fa pensarono di farci il maleficio. Il mago Berlusconi ci disse: "Chi esce dal cerchio magico, cioè dal mio governo, muore". Noi uscimmo e mandammo indietro il maleficio al mago. Non c'è marchingegno stregato che oggi ci possa far rientrare nel cerchio del berlusconismo. Con questa gente, niente accordi politici: è un partito in cui milita Dell'Utri, inquisito per mafia.
La "Padania" chiede a Berlusconi se è mafioso? Ma è andata fin troppo leggera! Doveva andare più a fondo, con quelle carogne legate a Craxi.
Io con Berlusconi sarò il guardiano del baro. Siamo in una situazione pericolosa per la democrazia: se quello va a Palazzo Chigi, vince un partito che non esiste, vince un uomo solo, il Tecnocrate, l'Autocrate. Io dico quel che penso, lui fa quel che incassa. Tratta lo Stato come una società per azioni. Ma chi si crede di essere: Nembo Kid?
Ma vi pare possibile che uno che possiede 140 aziende possa fare gli interessi dei cittadini? Quando quello piange, fatevi una risata: vuol dire che va tutto bene, che non è ancora riuscito a mettere le mani sulla cassaforte.
Bisogna che Berlusconi-Berluscosa-Berluskaz-Berluskaiser si metta in testa che con i bergamaschi io ho fatto un patto di sangue: gli ho giurato che avrei fatto di tutto per avere il cambiamento. E non c'è villa, non c'è regalo, non c'è ammiccamento che mi possa far cambiare strada... Berluscoso deve sapere che dalle nostre parti la gente è pronta a fargli un culo così: bastano due secondi, e dovrà scappare di notte. Se vedono che li ha imbrogliati, quelli del Nord gli arrotolano su le sue belle ville e i suoi prati all'inglese e scaraventano tutto nel Lambro.
Berlusconi, come presidente del Consiglio, è stato un dramma.
Quando è in ballo la democrazia, a qualcuno potrebbe anche venire in mente di fargli saltare i tralicci dei ripetitori. Perché lui con le televisioni fa il lavaggio del cervello alla gente, col solito imbroglio del venditore di fustini del detersivo. Le sue televisioni sono contro la Costituzione. Bisogna portargliele via. Ci troviamo in una situazione di incostituzionalità gravissima, da Sudamerica. Un uomo ha ottenuto dallo Stato la concessione delle frequenze tv per condizionare la gente e orientarla al voto. Non accade in nessuna parte del mondo. E' ora di mettere fine a questa vergogna. Se lo votate, quello vi porta via anche i paracarri.
Se cade Berlusconi, cade tutto il Polo, e al Nord si prende tutto la Lega. Ma non lo faranno cadere: perché sarà pure un figlio di buona donna, ma è il loro figlio di buona donna, e per questo lo tengono in piedi.
Ma il poveretto di Arcore sente che il bidone forzitalista e polista, il partito degli americani, gli va a scatafascio. Un massone, un piduista come l'arcorista è sempre stato un problema di "Cosa sua" o "Cosa nostra". Ma attento, Berlusconi: né mafia, né P2, né America riusciranno a distruggere la nostra società. E lui alla fine avrà un piccolo posto all'Inferno, perché quello lì non se lo pigliano nemmeno in Purgatorio. Perché è Berlusconi che dovrà sparire dalla circolazione, non la Lega. Non siamo noi che litighiamo con Berlusconi, è la Storia che litiga con lui.
(le frasi contenute nel testo sono state pronunciate testualmente da Umberto Bossi fra il 1994 e il 1999, cioè durante le tensioni del primo governo Berlusconi, dopo la rottura fra Bossi e Berlusconi nel dicembre 1994 e prima della loro riappacificazione alla fine del 1999. Le date esatte delle dichiarazioni, tratte da giornali quotidiani e agenzie di stampa, sono le seguenti: 1,7,9,10,13 marzo 1994; 5 aprile 1994; 4,11,23,31 maggio 1994; 1,12,17 giugno 1994; 29 luglio 1994; 6,8,13 agosto 1994; 1 settembre 1994; 6,20,23 dicembre 1994; 14 gennaio 1995; 22 marzo 1995; 13 aprile 1995; 10 giugno 1995; 29 luglio 1995; 25 gennaio 1996; 14,19,25 agosto 1997; 18 giugno 1998; 22 luglio 1998; 13 settembre 1998; 3, 27 ottobre 1998; 24 febbraio 1999; 13 aprile 1999; 10 settembre 1999; 19 ottobre 1999)
di Umberto Bossi, ministro delle Riforme Istituzionali del governo Berlusconi
Silvio Berlusconi era il portaborse di Bettino Craxi. E' una costola del vecchio regime. E' il più efficace riciclatore dei calcinacci del pentapartito. Mentre la Lega faceva cadere il regime, lui stava nel Mulino Bianco, col parrucchino e la plastica facciale. Lui è un tubo vuoto qualunquista. Ma non l'avete visto, oggi, tutto impomatato fra le nuvole azzurre?
Berlusconi è bollito. E' un povero pirla, un traditore del Nord, un poveraccio asservito all'Ulivo, segue anche lui l'esercito di Franceschiello dietro il caporale D'Alema con la sua trombetta. Io ho la memoria lunga. Ma chi è Berlusconi? Il suo Polo è morto e sepolto, la Lega non va con i morti. La trattativa Lega-Forza Italia se l'è inventata lui, poveraccio. Il partito di Berlusconi neo-Caf non potrà mai fare accordi con la Lega. Lui è la bistecca e la Lega il pestacarne.
Berlusconi mostra le stesse caratteristiche dei dittatori. E' un kaiser in doppiopetto. Un piccolo tiranno, anzi è il capocomico del teatrino della politica. Un Peròn della mutua. E' molto peggio di Pinochet. Ha qualcosa di nazistoide, di mafioso. Il piduista è una volpe infida pronta a fare razzia nel mio pollaio.
Berlusconi è l'uomo della mafia. E' un palermitano che parla meneghino, un palermitano nato nella terra sbagliata e mandato su apposta per fregare il Nord. La Fininvest è nata da Cosa Nostra. C'è qualche differenza fra noi e Berlusconi: lui purtroppo è un mafioso. Il problema è che al Nord la gente è ancora divisa tra chi sa che Berlusconi è un mafioso e chi non lo sa ancora. Ma il Nord lo caccerà via, di Berlusconi non ce ne fotte niente. Ci risponda: da dove vengono i suoi soldi? Dalle finanziarie della mafia? Ci sono centomila giovani del Nord che sono morti a causa della droga. A me personalmente Berlusconi ha detto che i soldi gli erano venuti dalla Banca Rasini, fondata da un certo Giuseppe Azzaretto, di Palermo, che poi è riuscito a tenersi tutta la baracca. In quella stessa banca lavorava anche il padre di Silvio e c'erano i conti di numerosi esponenti di Cosa Nostra.
Bisognerebbe conoscere le sue radici, la sua storia. Gelli fece il progetto Italia e c'era il buon Berlusconi nella P2. Poi nacquero le Holding. Come potrà mai la magistratura fare il suo dovere e andare a vedere da dove vengono quei quattrini, ricordando che la mafia quei quattrini li fa con la droga e che di droga al Nord sono morti decine di migliaia di ragazzi che ora gridano da sottoterra? Se lui vuole sapere la storia della caduta del suo governo, venga da me che gliela spiego io: sono stato io a metter giù il partito del mafioso. Lui comprava i nostri parlamentari e io l'ho abbattuto.
Quel brutto mafioso guadagna soldi con l'eroina e la cocaina. Il mafioso di Arcore vuole portare al Nord il fascismo e il meridionalismo. Discutere di par condicio è troppo poco: propongo una commissione di inchiesta sugli arricchimenti di Berlusconi. In Forza Italia ci sono oblique collusioni fra politica e omertà criminale e fenomeni di riciclaggio. L'uomo di Cosa Nostra, con la Fininvest, ha qualcosa come 38 holding, di cui 16 occulte. Furono fatte nascere da una banca di Palermo a Milano, la banca Rasini, la banca di Cosa Nostra a Milano.
Forza Italia è stata creata da Marcello Dell'Utri. Guardate che gli interessi reali spesso non appaiono. In televisione compaiono volti gentili che te la raccontano su, che sembrano per bene. Ma guardate che la mafia non ha limiti. La mafia, gli interessi della mafia, sono la droga, e la droga ha ucciso migliaia e migliaia di giovani, soprattutto al Nord. Palermo ha in mano le televisioni, in grado di entrare nelle case dei bravi e imbecilli cittadini del Nord.
Berlusconi ha fatto ciò che ha voluto con le televisioni, anche regionali, in barba perfino alla legge Mammì. Molte ricchezze sono vergognose, perché vengono da decine di migliaia di morti. Non è vero che 'pecunia non olet'. C'è denaro buono che ha odore di sudore, e c'è denaro che ha odore di mafia. Ma se non ci fosse quel potere, il Polo si squaglierebbe in poche ore.
Incontrare di nuovo Berlusconi ad Arcore? Lo escludo, niente più accordi col Polo. Tre anni fa pensarono di farci il maleficio. Il mago Berlusconi ci disse: "Chi esce dal cerchio magico, cioè dal mio governo, muore". Noi uscimmo e mandammo indietro il maleficio al mago. Non c'è marchingegno stregato che oggi ci possa far rientrare nel cerchio del berlusconismo. Con questa gente, niente accordi politici: è un partito in cui milita Dell'Utri, inquisito per mafia.
La "Padania" chiede a Berlusconi se è mafioso? Ma è andata fin troppo leggera! Doveva andare più a fondo, con quelle carogne legate a Craxi.
Io con Berlusconi sarò il guardiano del baro. Siamo in una situazione pericolosa per la democrazia: se quello va a Palazzo Chigi, vince un partito che non esiste, vince un uomo solo, il Tecnocrate, l'Autocrate. Io dico quel che penso, lui fa quel che incassa. Tratta lo Stato come una società per azioni. Ma chi si crede di essere: Nembo Kid?
Ma vi pare possibile che uno che possiede 140 aziende possa fare gli interessi dei cittadini? Quando quello piange, fatevi una risata: vuol dire che va tutto bene, che non è ancora riuscito a mettere le mani sulla cassaforte.
Bisogna che Berlusconi-Berluscosa-Berluskaz-Berluskaiser si metta in testa che con i bergamaschi io ho fatto un patto di sangue: gli ho giurato che avrei fatto di tutto per avere il cambiamento. E non c'è villa, non c'è regalo, non c'è ammiccamento che mi possa far cambiare strada... Berluscoso deve sapere che dalle nostre parti la gente è pronta a fargli un culo così: bastano due secondi, e dovrà scappare di notte. Se vedono che li ha imbrogliati, quelli del Nord gli arrotolano su le sue belle ville e i suoi prati all'inglese e scaraventano tutto nel Lambro.
Berlusconi, come presidente del Consiglio, è stato un dramma.
Quando è in ballo la democrazia, a qualcuno potrebbe anche venire in mente di fargli saltare i tralicci dei ripetitori. Perché lui con le televisioni fa il lavaggio del cervello alla gente, col solito imbroglio del venditore di fustini del detersivo. Le sue televisioni sono contro la Costituzione. Bisogna portargliele via. Ci troviamo in una situazione di incostituzionalità gravissima, da Sudamerica. Un uomo ha ottenuto dallo Stato la concessione delle frequenze tv per condizionare la gente e orientarla al voto. Non accade in nessuna parte del mondo. E' ora di mettere fine a questa vergogna. Se lo votate, quello vi porta via anche i paracarri.
Se cade Berlusconi, cade tutto il Polo, e al Nord si prende tutto la Lega. Ma non lo faranno cadere: perché sarà pure un figlio di buona donna, ma è il loro figlio di buona donna, e per questo lo tengono in piedi.
Ma il poveretto di Arcore sente che il bidone forzitalista e polista, il partito degli americani, gli va a scatafascio. Un massone, un piduista come l'arcorista è sempre stato un problema di "Cosa sua" o "Cosa nostra". Ma attento, Berlusconi: né mafia, né P2, né America riusciranno a distruggere la nostra società. E lui alla fine avrà un piccolo posto all'Inferno, perché quello lì non se lo pigliano nemmeno in Purgatorio. Perché è Berlusconi che dovrà sparire dalla circolazione, non la Lega. Non siamo noi che litighiamo con Berlusconi, è la Storia che litiga con lui.
(le frasi contenute nel testo sono state pronunciate testualmente da Umberto Bossi fra il 1994 e il 1999, cioè durante le tensioni del primo governo Berlusconi, dopo la rottura fra Bossi e Berlusconi nel dicembre 1994 e prima della loro riappacificazione alla fine del 1999. Le date esatte delle dichiarazioni, tratte da giornali quotidiani e agenzie di stampa, sono le seguenti: 1,7,9,10,13 marzo 1994; 5 aprile 1994; 4,11,23,31 maggio 1994; 1,12,17 giugno 1994; 29 luglio 1994; 6,8,13 agosto 1994; 1 settembre 1994; 6,20,23 dicembre 1994; 14 gennaio 1995; 22 marzo 1995; 13 aprile 1995; 10 giugno 1995; 29 luglio 1995; 25 gennaio 1996; 14,19,25 agosto 1997; 18 giugno 1998; 22 luglio 1998; 13 settembre 1998; 3, 27 ottobre 1998; 24 febbraio 1999; 13 aprile 1999; 10 settembre 1999; 19 ottobre 1999)
Studio dell´Espresso-Swg in Italia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Francia
Se si votasse oggi per le Politiche Ulivo e Prc al 53%, il centrodestra fermo al 44
VLADIMIRO POLCHI
da Repubblica - 11 luglio 2003
ROMA - La battuta di Berlusconi sul kapo' nazista non è piaciuta agli italiani e ha peggiorato il loro giudizio sul presidente del Consiglio. E´ quanto emerge da un sondaggio Swg per "L´Espresso" oggi in edicola. Per Berlusconi il quadro è desolante. E´ il meno affidabile tra i leader europei e con lui la credibilità del nostro Paese sta crollando. Non solo. Il 68% degli italiani ritiene il suo governo poco o per niente efficace e, se si votasse oggi, il centrosinistra unito vincerebbe sulla Cdl, con 9 punti percentuali di scarto.
L´indagine fotografa l´opinione pubblica italiana e dei quattro maggiori Paesi europei: Germania, Gran Bretagna, Spagna e Francia. Per il 42% del campione italiano, Berlusconi ha commesso una grave scorrettezza nei confronti dell´eurodeputato tedesco Martin Schulz; mentre il 32%, pur esprimendo riprovazione, riduce l´incidente a una gaffe. Per il 43% degli intervistati, con Berlusconi al governo l´immagine dell´Italia in Europa si è indebolita. Dopo l´episodio di Strasburgo, per un quinto degli italiani l´opinione sul premier è peggiorata. Decisamente negativo anche il giudizio sull´efficacia del governo. Meno di un quarto del campione si dichiara soddisfatto. Un forte malcontento che si annida anche all´interno della Cdl: il 51% degli elettori di An esprime un giudizio negativo. La maggioranza degli intervistati (52%) ritiene che Berlusconi non abbia mantenuto le promesse elettorali, e ancora più numerosi (54%) sono quelli che non credono che le manterrà in futuro. Anche il 26% degli elettori della Cdl vedono disattese le proprie aspettative. Se si votasse oggi per le elezioni politiche, l´Ulivo più Rifondazione comunista volerebbe al 53%, mentre il centrodestra si fermerebbe al 44%.
Sul versante europeo, le cose per Berlusconi vanno ancora peggio. Pochi si fidano di lui. E´ considerato affidabile solo dal 17% degli spagnoli, l´11% dei francesi, il 7% degli inglesi e il 2% dei tedeschi. Per il 58% degli europei (e il 73% dei tedeschi) l´esordio di Berlusconi a Strasburgo è stato un fatto istituzionalmente molto grave. Per il 22% del campione l´episodio inciderà in modo irreparabile sul semestre italiano e a sorpresa stavolta la posizione più dura proviene dai francesi. L´opinione prevalente (41%) è per? quella della superabilità dell´incidente diplomatico. Il Cavaliere, infine, è riuscito a indebolire l´immagine dell´Italia all´estero, nei due anni di governo. Il Paese, infatti, ha perso credibilità per il 57% dei francesi, il 45% degli inglesi e il 50% di spagnoli e tedeschi.
E dopo l´attacco a Schulz kapo' cade la credibilità del Cavaliere
Se si votasse oggi per le Politiche Ulivo e Prc al 53%, il centrodestra fermo al 44
VLADIMIRO POLCHI
da Repubblica - 11 luglio 2003
ROMA - La battuta di Berlusconi sul kapo' nazista non è piaciuta agli italiani e ha peggiorato il loro giudizio sul presidente del Consiglio. E´ quanto emerge da un sondaggio Swg per "L´Espresso" oggi in edicola. Per Berlusconi il quadro è desolante. E´ il meno affidabile tra i leader europei e con lui la credibilità del nostro Paese sta crollando. Non solo. Il 68% degli italiani ritiene il suo governo poco o per niente efficace e, se si votasse oggi, il centrosinistra unito vincerebbe sulla Cdl, con 9 punti percentuali di scarto.
L´indagine fotografa l´opinione pubblica italiana e dei quattro maggiori Paesi europei: Germania, Gran Bretagna, Spagna e Francia. Per il 42% del campione italiano, Berlusconi ha commesso una grave scorrettezza nei confronti dell´eurodeputato tedesco Martin Schulz; mentre il 32%, pur esprimendo riprovazione, riduce l´incidente a una gaffe. Per il 43% degli intervistati, con Berlusconi al governo l´immagine dell´Italia in Europa si è indebolita. Dopo l´episodio di Strasburgo, per un quinto degli italiani l´opinione sul premier è peggiorata. Decisamente negativo anche il giudizio sull´efficacia del governo. Meno di un quarto del campione si dichiara soddisfatto. Un forte malcontento che si annida anche all´interno della Cdl: il 51% degli elettori di An esprime un giudizio negativo. La maggioranza degli intervistati (52%) ritiene che Berlusconi non abbia mantenuto le promesse elettorali, e ancora più numerosi (54%) sono quelli che non credono che le manterrà in futuro. Anche il 26% degli elettori della Cdl vedono disattese le proprie aspettative. Se si votasse oggi per le elezioni politiche, l´Ulivo più Rifondazione comunista volerebbe al 53%, mentre il centrodestra si fermerebbe al 44%.
Sul versante europeo, le cose per Berlusconi vanno ancora peggio. Pochi si fidano di lui. E´ considerato affidabile solo dal 17% degli spagnoli, l´11% dei francesi, il 7% degli inglesi e il 2% dei tedeschi. Per il 58% degli europei (e il 73% dei tedeschi) l´esordio di Berlusconi a Strasburgo è stato un fatto istituzionalmente molto grave. Per il 22% del campione l´episodio inciderà in modo irreparabile sul semestre italiano e a sorpresa stavolta la posizione più dura proviene dai francesi. L´opinione prevalente (41%) è per? quella della superabilità dell´incidente diplomatico. Il Cavaliere, infine, è riuscito a indebolire l´immagine dell´Italia all´estero, nei due anni di governo. Il Paese, infatti, ha perso credibilità per il 57% dei francesi, il 45% degli inglesi e il 50% di spagnoli e tedeschi.
9.7.03
FACCI E TRAVAGLIO: ED E' SUBITO RISSA
Lettera di Marco Travaglio al Giornale. «Signor direttore, ai sensi della legge sulla stampa mi vedo costretto ancora una volta a chiederLe di rettificare quanto scritto dal suo collaboratore Filippo Facci, del quale comincio seriamente a sospettare che non sappia neppure leggere. Ogni volta che tenta di smentire qualcosa che ho scritto, infatti, incappa in abbagli incresciosi. Sul Giornale del 5 luglio mi dedica un lungo articolo dandomi ripetutamente del "cane". Il tutto perché sostiene che io l'avrei definito, sull'Unità, "un cane da riporto". Non ho mai definito Facci "cane da riporto", ma "giornalista da riporto". Fa una certa differenza, anche perché non ho mai visto cani con i capelli ossigenati».
Risposta di Filippo Facci: «Io non ho mai visto cani che perdono i capelli: né da riporto, né - spero di no - col riporto. Si auspicava che le frequentazioni tedesche di Marco Travaglio avessero perlomeno affinato una capacità di distinguere un biondo austriaco da quello di Stefania Ariosto, naturale come le sue testimonianze. Può capitare, presumo, a chi da anni non distingue un'assoluzione "perché il fatto non sussiste" da un'assoluzione ?per insufficienza di prove?, estinta dal Codice ma non da certi latrati: si perdono i capelli ma non il vizio.
Ma a Travaglio va riconosciuta almeno una ragione: è vero, per un'errata informazione avevamo capito che avesse scritto "cane da riporto" e non "giornalista da riporto". Immagino che dovrei sentirmi molto meglio, ora. Ecco, ne approfitto per esporre un mio vecchio dubbio personale. Posto che io e Travaglio siamo entrambi dei pluriquerelati e con ciò, direbbe lui, dei pregiudicati (io condannato dalla corporazione che attacco; lui condannato da quella che difende: complimenti) ci manca solo che ci quereliamo tra di noi: cane non mangia cane, e so già che è d'accordo.
Ma allora che altro dovremmo fare? Niente? Se Travaglio, per esempio, ci desse del "giornalista da diporto" in uno dei soliti articoli da raccogliere con l'apposita paletta, ecco che facciamo? Ribattiamo? Scendiamo al suo livello (e al suo libello, quello di Strasburgo) facendo un canaio forse a lui congeniale? Un duello all'alba? Un pubblico confronto? Gli spacco la faccia? Al Giornale, da liberisti; siamo aperti a tutte le soluzioni».
Lettera di Marco Travaglio al Giornale. «Signor direttore, ai sensi della legge sulla stampa mi vedo costretto ancora una volta a chiederLe di rettificare quanto scritto dal suo collaboratore Filippo Facci, del quale comincio seriamente a sospettare che non sappia neppure leggere. Ogni volta che tenta di smentire qualcosa che ho scritto, infatti, incappa in abbagli incresciosi. Sul Giornale del 5 luglio mi dedica un lungo articolo dandomi ripetutamente del "cane". Il tutto perché sostiene che io l'avrei definito, sull'Unità, "un cane da riporto". Non ho mai definito Facci "cane da riporto", ma "giornalista da riporto". Fa una certa differenza, anche perché non ho mai visto cani con i capelli ossigenati».
Risposta di Filippo Facci: «Io non ho mai visto cani che perdono i capelli: né da riporto, né - spero di no - col riporto. Si auspicava che le frequentazioni tedesche di Marco Travaglio avessero perlomeno affinato una capacità di distinguere un biondo austriaco da quello di Stefania Ariosto, naturale come le sue testimonianze. Può capitare, presumo, a chi da anni non distingue un'assoluzione "perché il fatto non sussiste" da un'assoluzione ?per insufficienza di prove?, estinta dal Codice ma non da certi latrati: si perdono i capelli ma non il vizio.
Ma a Travaglio va riconosciuta almeno una ragione: è vero, per un'errata informazione avevamo capito che avesse scritto "cane da riporto" e non "giornalista da riporto". Immagino che dovrei sentirmi molto meglio, ora. Ecco, ne approfitto per esporre un mio vecchio dubbio personale. Posto che io e Travaglio siamo entrambi dei pluriquerelati e con ciò, direbbe lui, dei pregiudicati (io condannato dalla corporazione che attacco; lui condannato da quella che difende: complimenti) ci manca solo che ci quereliamo tra di noi: cane non mangia cane, e so già che è d'accordo.
Ma allora che altro dovremmo fare? Niente? Se Travaglio, per esempio, ci desse del "giornalista da diporto" in uno dei soliti articoli da raccogliere con l'apposita paletta, ecco che facciamo? Ribattiamo? Scendiamo al suo livello (e al suo libello, quello di Strasburgo) facendo un canaio forse a lui congeniale? Un duello all'alba? Un pubblico confronto? Gli spacco la faccia? Al Giornale, da liberisti; siamo aperti a tutte le soluzioni».
7.7.03
il manifesto,7 luglio 2003
CONTRORDINE
Manuale di corte
ALESSANDRO ROBECCHI
Ilavori usuranti, le mansioni più misere e umilianti, il servilismo d'ufficio, inteso come atto dovuto. Come non solidarizzare con tutti i lavoratori italiani costretti a simili mortificazioni? E come non essere vicini dunque, in questi tristi momenti, a tutti i gazzettieri, e colleghi, e commentatori, e direttori delle testate di Silvio e a tutti quelli in qualche modo collegati e/o controllati? Abbiate pietà: è gente che si alza alla mattina e si accinge ad arrampicarsi sugli specchi, che il suo editore di riferimento ha provveduto a insaponare durante la notte. Uno sport estremo, una quotidiana fatica di Sisifo che consiste ogni giorno nel plasmare la realtà in modo che si adatti all'ultima mattana del padrone. Sono dipendenti, in un modo o nell'altro, dell'impero mediatico del capo. Poi ci sono gli aspiranti, gente di cui è stato magari un giorno ventilato questo o quell'incarico a corte e che dunque, giustamente, danno prove di fedeltà preventiva. E' chiaro che un simile dispiego di intelligenze ha bisogno di un coordinamento, o perlomeno di alcune regole di comportamento. Ci dev'essere un decalogo da qualche parte, riservatissimo, dal titolo: Come affrontare l'ultima cazzata del capo. Un manuela di sopravvivenza per cortigiani, di cui crediamo di aver individuato alcuni punti.
Non è successo niente. La strategia del finto tonto è la prima mossa. Non è successo niente, la gaffe, o l'errore politico, o il guaio del capo semplicemente non c'è o viene sminuito a dettaglio e curiosità. Tutti hanno notato gli omissis del Tg1 sulla figuraccia europea di Silvio, ma nessuno ha lodato il Tg4, che ha aperto il suo notiziario lo stesso giorno con un'entusiasmante intervista a Folco Quilici sulla temperatura del Mediterraneo.
Mi hanno frainteso. Come il mal di denti alle interrogazioni di fisica, è un metodo banale ma rischia di funzionare ancora. Si dice una cosa, poi si dice che non la si è detta. Qui la differenza tra un grande editore, primo ministro e boss dei media e un uomo normale è evidente: se ritratta l'uomo normale è un pirla qualsiasi, se ritratta Silvio, invece, è una giusta puntualizzazione a chi lo aveva colpevolmente frainteso.
Un grande innovatore. Quando non funzionano il metodo uno e il metodo due, il rilancio è una buona tecnica. Silvio ne spara una delle sue? Tutti pensano che è matto, ma un buon ragionamento a pera intriso nella malafede potrebbe sostenere che: bravo!, ha rotto le convenzioni e smascherato l'ipocrisia dominante (tendenza Ferrara). La rivendicazione («ha fatto bene») spiazza il senso comune e para il colpo. E al contempo prepara il terreno alle future cazzate del capo (rivendicata questa, le puoi rivendicare tutte, non c'è problema). Attenzione, il meccanismo è delicato: si rischia, rovesciando troppo la realtà, di cadere nel comico (esempio: «gli colpì violentemente un pugno con lo stomaco»).
La spectre. Quando proprio la cazzata è enorme e incalcolabile, si può sempre dare la colpa ai comunisti. I comunisti italiani controllano la stampa italiana, quella straniera, le principali cancellerie d'Europa, l'intero Spd tedesco, scrivono i discorsi ai deputati europei di altre nazioni e riescono addirittura a provocare (magia nera? Voodoo? Ventroloquìa?) le parole di Silvio con cui lui, vittima dei comunisti, si fa autogol. Stupisce davvero che con tutto questo potere sciamanico i comunisti in Italia contino come il due di picche.
La Patria. Ultimo arrivato tra gli accorgimenti di stimolo all'overdose di piaggeria, lo spirito nazionale. Se per sei mesi «comandiamo» in Europa potrebbe essere una buona occasione di diventare europei. E invece ecco che ci si chiede di diventare «più italiani». Se tra Silvio e il deputato tedesco vi trovate più in sintonia con il secondo, se tra Silvio i verdi sbertucciati da Silvio scegliete i verdi, eccovi accusati di intelligenza col nemico, antipatriottici, disfattisti. Silvio è l'Italia, equazione davvero disperante ma comprensibile in un paese dove essere bipartisan ha un solo significato: essere partisan di Silvio.
Come si vede, le tecniche di difesa del capo da parte della stampa controllata dal capo sono molte e varie. Il problema è che vengono applicate tutte insieme, disordinatamente e il rischio di farsi male da soli (fuoco amico) è sempre più consistente. Urge verifica, un paio di paginette via fax dovrebbero bastare. Dopotutto siamo un paese avanzato, che tutta l'Europa invidia. E anche l'unico dove un ex informatore della Cia scrive i discorsi al primo ministro.
CONTRORDINE
Manuale di corte
ALESSANDRO ROBECCHI
Ilavori usuranti, le mansioni più misere e umilianti, il servilismo d'ufficio, inteso come atto dovuto. Come non solidarizzare con tutti i lavoratori italiani costretti a simili mortificazioni? E come non essere vicini dunque, in questi tristi momenti, a tutti i gazzettieri, e colleghi, e commentatori, e direttori delle testate di Silvio e a tutti quelli in qualche modo collegati e/o controllati? Abbiate pietà: è gente che si alza alla mattina e si accinge ad arrampicarsi sugli specchi, che il suo editore di riferimento ha provveduto a insaponare durante la notte. Uno sport estremo, una quotidiana fatica di Sisifo che consiste ogni giorno nel plasmare la realtà in modo che si adatti all'ultima mattana del padrone. Sono dipendenti, in un modo o nell'altro, dell'impero mediatico del capo. Poi ci sono gli aspiranti, gente di cui è stato magari un giorno ventilato questo o quell'incarico a corte e che dunque, giustamente, danno prove di fedeltà preventiva. E' chiaro che un simile dispiego di intelligenze ha bisogno di un coordinamento, o perlomeno di alcune regole di comportamento. Ci dev'essere un decalogo da qualche parte, riservatissimo, dal titolo: Come affrontare l'ultima cazzata del capo. Un manuela di sopravvivenza per cortigiani, di cui crediamo di aver individuato alcuni punti.
Non è successo niente. La strategia del finto tonto è la prima mossa. Non è successo niente, la gaffe, o l'errore politico, o il guaio del capo semplicemente non c'è o viene sminuito a dettaglio e curiosità. Tutti hanno notato gli omissis del Tg1 sulla figuraccia europea di Silvio, ma nessuno ha lodato il Tg4, che ha aperto il suo notiziario lo stesso giorno con un'entusiasmante intervista a Folco Quilici sulla temperatura del Mediterraneo.
Mi hanno frainteso. Come il mal di denti alle interrogazioni di fisica, è un metodo banale ma rischia di funzionare ancora. Si dice una cosa, poi si dice che non la si è detta. Qui la differenza tra un grande editore, primo ministro e boss dei media e un uomo normale è evidente: se ritratta l'uomo normale è un pirla qualsiasi, se ritratta Silvio, invece, è una giusta puntualizzazione a chi lo aveva colpevolmente frainteso.
Un grande innovatore. Quando non funzionano il metodo uno e il metodo due, il rilancio è una buona tecnica. Silvio ne spara una delle sue? Tutti pensano che è matto, ma un buon ragionamento a pera intriso nella malafede potrebbe sostenere che: bravo!, ha rotto le convenzioni e smascherato l'ipocrisia dominante (tendenza Ferrara). La rivendicazione («ha fatto bene») spiazza il senso comune e para il colpo. E al contempo prepara il terreno alle future cazzate del capo (rivendicata questa, le puoi rivendicare tutte, non c'è problema). Attenzione, il meccanismo è delicato: si rischia, rovesciando troppo la realtà, di cadere nel comico (esempio: «gli colpì violentemente un pugno con lo stomaco»).
La spectre. Quando proprio la cazzata è enorme e incalcolabile, si può sempre dare la colpa ai comunisti. I comunisti italiani controllano la stampa italiana, quella straniera, le principali cancellerie d'Europa, l'intero Spd tedesco, scrivono i discorsi ai deputati europei di altre nazioni e riescono addirittura a provocare (magia nera? Voodoo? Ventroloquìa?) le parole di Silvio con cui lui, vittima dei comunisti, si fa autogol. Stupisce davvero che con tutto questo potere sciamanico i comunisti in Italia contino come il due di picche.
La Patria. Ultimo arrivato tra gli accorgimenti di stimolo all'overdose di piaggeria, lo spirito nazionale. Se per sei mesi «comandiamo» in Europa potrebbe essere una buona occasione di diventare europei. E invece ecco che ci si chiede di diventare «più italiani». Se tra Silvio e il deputato tedesco vi trovate più in sintonia con il secondo, se tra Silvio i verdi sbertucciati da Silvio scegliete i verdi, eccovi accusati di intelligenza col nemico, antipatriottici, disfattisti. Silvio è l'Italia, equazione davvero disperante ma comprensibile in un paese dove essere bipartisan ha un solo significato: essere partisan di Silvio.
Come si vede, le tecniche di difesa del capo da parte della stampa controllata dal capo sono molte e varie. Il problema è che vengono applicate tutte insieme, disordinatamente e il rischio di farsi male da soli (fuoco amico) è sempre più consistente. Urge verifica, un paio di paginette via fax dovrebbero bastare. Dopotutto siamo un paese avanzato, che tutta l'Europa invidia. E anche l'unico dove un ex informatore della Cia scrive i discorsi al primo ministro.
PENA MORTE: 4.078 ESECUZIONI NEL 2002, IN TESTA CINA E IRAN
(servizio Ansa)
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ROMA - Lo scorso anno sono state compiute nel mondo 4.078 esecuzioni, un po' in calo rispetto al 2001, quando erano state 4.700. Ben 3.138 (il 77% del totale) sono state effettuate in Cina, il Paese che continua a detenere il record mondiale.
Nel complesso, 34 i Paesi che nel 2002 hanno fatto ricorso alla morte di stato: in Asia si sono svolte 3.925 esecuzioni, in Africa 63, in Europa 19 (15 in Russia, 3 in Biellorussia e 1 in Georgia). 71 (di cui su 3 minori) le esecuzioni avvenute negli Usa. Nel 2003, Cuba ha ripreso le esecuzioni giustiziando 3 persone.
E' il desolante quadro sulla pena di morte nel mondo contenuto nel rapporto 2003, curato annualmente dall'associazione 'Nessuno tocchi Caino', presentato oggi. I Paesi nel mondo dove ancora vige questo tipo di pena sono 66; 52 sono dittatoriali o illiberali. Ma si muore per mano del boia anche nei paesi democratici come gli Stati Uniti, l'India, il Giappone, la Tailandia, Taiwan. Cina, Iran e Iraq i primi paesi boia del 2002. La classifica continua con l'Arabia Saudita (49), il Sudan (40), il Vietnam (34), il Kazakistan (31), il Tagikistan (25). In circa dieci anni, 33 paesi hanno rinunciato a praticare la pena di morte (lo scorso anno e' avvenuto, ad esempio, in Serbia e Montenegro, a Timor Est, in Guatemala). Molti dei Paesi che ancora vi fanno ricorso non forniscono statistiche ufficiali, perche' l'argomento e' considerato segreto di stato. Decapitazioni, lapidazione, impiccagione, fucilazione, iniezione letale sono le forme piu' diffuse scelte dai governi per trasmettere la morte. Ecco una sintesi del fenomeno.
- CINA. Secondo stime, dal 1998 al 2001 sono state mandate a morte 15 mila persone per presunti crimini. Nel 2002 si ritiene siano state 3.138. Anche lo scorso anno si sono registrate voci relative alla pratica degli espianti di organi di condannati a morte poi venduti per i trapianti.
-IRAN. Salgono le esecuzioni in questo paese: da 198 nel 2001 a 316 nel 2002, fra cui una donna lapidata.
-IRAQ. Le esecuzioni registrate sono state 214 esecuzioni contro le 179 dell'anno precedente. Il maggiore dei figli di Saddam Hussein, Uday, era considerato un patito delle esecuzioni pubbliche e, con il fratello Qusay, avrebbe firmato 10 mila decreti di esecuzione. Insieme alla morte altra pena era la tortura, come le lingue mozzate e la marchiatura sulla fronte. Il regime iracheno per svuotare le carceri effettuava esecuzioni di massa fino a centinaia di detenuti alla volta. Esecuzioni in massa si sono verificate anche nel 2002.
-STATI UNITI. Nel 2002 le esecuzioni sono leggermente aumentate (71 contro 66). Dei 38 stati su 50 che prevedono la pena di morte solo 13 hanno compiuto esecuzioni capitali. Il Texas da solo ha compiuto 33 esecuzioni; sempre il Texas ha giustiziato minorenni, 3 nel 2002, tutti neri. Dei 21 minorenni giustiziati in Usa dal 1976, 13 sono stati uccisi in questo Stato. Il rapporto ricorda che nel gennaio 2003, il Governatore dell'Illinois, Gorge Ryan (che firma l'introduzione del rapporto), come ultimo atto del suo mandato, ha commutato in ergastolo le condanne a morte di 167 detenuti nel braccio della morte e ha liberato 4 persone della cui innocenza si era personalmente convinto. Anche il suo successore, Rod Blagojevich, ha continuato la moratoria.
-GIAPPONE. Si rischia la pena di morte per 13 reati. 2 le esecuzioni avvenute lo scorso anno. Di solito si effettuano durante le pause parlamentari.
-TAILANDIA. Una decina le esecuzioni nel 2002. Non c'e' preavviso prima di un'esecuzione. Le esecuzioni avvengono cosi': i prigionieri stanno con le mani dietro la schiena legate ad un palo e vengono fucilati con una mitragliatrice.
-AFGHANISTAN. Nel 2002 per la prima volta dopo moltissimi anni non si sono registrate esecuzioni e vi e' stata una sola condanna a morte. Nel 2001, l'ultimo anno di regime dei talebani, le esecuzioni erano state almeno 68.
PERCHE' LA CONDANNA DI MORTE. Nel 2002 almeno 773 esecuzioni sono state effettuate in 18 paesi o territori a maggioranza musulmana, molte delle quali ordinate da tribunali islamici in base a una stretta applicazione della Sharia. La morte di stato arriva anche per blasfemia (come a Teheran) e per reati legati alla droga: la Cina celebra frequentemente la giornata internazionale contro la droga con un'ondata di esecuzioni pubbliche (nel solo 26 giugno 2002 sono state 64). Dal 1991 l'Iran ha giustiziato circa 5 mila spacciatori di droga. Singapore che e tra i paesi con la piu' alta percentuale di esecuzioni rispetto alla popolazione, piu' della meta' delle persone impiccate erano state condannate per traffico di droga. Pena di morte anche: - per 'terrorismo'; in molti Paesi sono state approvate leggi antiterrorismo che prevedono - afferma il rapporto - ''la pena capitale e, in nome della lotta al terrorismo internazionale, sono state perseguite e giustiziate persone in realta' coinvolte nella opposizione al regime, come e' accaduto, ad esempio, da parte dei russi nei confronti dei ceceni e da parte dei cinesi contro i militanti islamici dello Xiniang, dei Tibetani e del Falun Gong''.
-Per appartenenza a movimenti spirituali: dal 1983, piu' di 23 mila persone sono state arrestate in Cina per pratiche religiose non autorizzate, almeno 123 sono state condannate a morte. -Per reati politici e di opinione: nell' aprile 2002 sono stati impiccati in Iran quattro residenti a Esfahan arrestati dopo scontri con la polizia, accusati di 'teppismo' e 'aggressione'. -Per reati sessuali: molte delle esecuzioni in Arabia Saudita sono state inflitte per omicidi, stupri e traffico di droga ma il 1 gennaio 2002 tre omosessuali sono stati decapitati per sodomia. Il rapporto e' dedicato al presidente del Kenya, Mwai Kibaki per aver annunciato, dopo la vittoria elettorale, di voler abolire la pena di morte e per aver commutato in ergastolo le condanne a morte di 195 detenuti e averne liberato 28.
07/07/2003 14:57
4.7.03
il testo stenografato del discorso di Schulz che ha fatto inquietare Berlsusconi
?Schulz (PSE). ? Signor presidente, signore e signori! Innanzitutto, voglio rivolgermi al collega Poettering. Il collega Poettering ha appena elogiato in maniera euforica le competenze giunte dall’Italia sul bancone del Consiglio: Berlusconi, Fini, Frattini, Buttiglione ? ho temuto elencasse anche Maldini e Del Piero e Garibaldi e Cavour, ma si è dimenticato una persona, ovvero il signor Bossi. Anche lui è membro di questo Governo e la più sparuta dichiarazione che fa quest’uomo è peggio di tutto ciò, contro il quale questo Parlamento ha preso decisioni contro l’Austria e la partecipazione della Fpoe al Governo austriaco. Anche di lui dovremmo parlare.
(applausi)
Signor presidente del Consiglio, Lei non è responsabile per il quoziente d’intelligenza dei suoi ministri, ma lo è per quel che dicono. Le dichiarazioni di Bossi, il suo ministri per la politica d’immigrazione, che Lei ha citato nel Suo discorso, non sono minimamente compatibili con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Lei, in qualità di presidente di turno del Consiglio, è chiamato a difendere questi valori. Allora, li difenda dal suo ministro!
Vorrei riprendere quanto detto dal collega Di Pietro in quest’assise. Il virsu del conflitto d’interesse, ha detto, non deve propagarsi a livello europeo. In questo ha ragione e da giorni in quest’aula siamo in difficoltà. Perché tutti dicono: state attenti a non criticare Berlusconi per quel che succede in Italia, perché tutto ciò non ha nulla a che vedere con il Parlamento europeo. Perché? L’Italia non è forse membro dell’Unione europea?
(applausi)
Certo che ha a che vedere con quest’assise. E Le dico perché: per quello che Lei fa come presidente del Consiglio italiano ne deve discutere con le colleghe e i colleghi del Parlamento italiano, eletti pr questo. Ma quello che fa come presidente di turno del Consiglio (europeo), per quello siamo competenti noi, qui. Allora Le dico: Lei ha usato un concetto: Europol, ma non ne ha usati altri tre, che Le voglio ricordare, chiedendole se in merito a questi tre punti ha qualcosa da dire. Cosa intende fare per accellerare l’istituzione di una procura europea?
(applausi)
Cosa intende fare per accellerare l’entrata in vigore del mandato di arresto europeo? Cosa intende fare per il reciproco riconoscimento di documenti processuali nei procedimenti che valicano i confini nazionali? In questo, tra l’altro, ci sarebbe bisogno di qualche riforma nel suo paese, per quanto riguarda la prova dell’originalità dei documenti. Se Lei introducesse nel suo paese una riforma, infatti, il mandato di cattura europeo potrebbe entrare in vigore più velocemente.
Son comunque contento, che Lei possa sedere oggi qui e io sia in grado di discutere con Lei. Questa è una cosa che dobbiamo non da ultimo a Nicole Fontaine. Perché se Nicole Fontaine non fosse riuscita così bene a dilungare i procedimenti sull’immunità di Berlusconi e Dell’Utri, il Suo assistente, che oggi una volta tanto, è presente in aula, allora Lei non avrebbe più l’immunità che Le serve. Anche questa è una verità che oggi va detta in quest’assise.
(commenti)?
?Schulz (PSE). ? Signor presidente, signore e signori! Innanzitutto, voglio rivolgermi al collega Poettering. Il collega Poettering ha appena elogiato in maniera euforica le competenze giunte dall’Italia sul bancone del Consiglio: Berlusconi, Fini, Frattini, Buttiglione ? ho temuto elencasse anche Maldini e Del Piero e Garibaldi e Cavour, ma si è dimenticato una persona, ovvero il signor Bossi. Anche lui è membro di questo Governo e la più sparuta dichiarazione che fa quest’uomo è peggio di tutto ciò, contro il quale questo Parlamento ha preso decisioni contro l’Austria e la partecipazione della Fpoe al Governo austriaco. Anche di lui dovremmo parlare.
(applausi)
Signor presidente del Consiglio, Lei non è responsabile per il quoziente d’intelligenza dei suoi ministri, ma lo è per quel che dicono. Le dichiarazioni di Bossi, il suo ministri per la politica d’immigrazione, che Lei ha citato nel Suo discorso, non sono minimamente compatibili con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Lei, in qualità di presidente di turno del Consiglio, è chiamato a difendere questi valori. Allora, li difenda dal suo ministro!
Vorrei riprendere quanto detto dal collega Di Pietro in quest’assise. Il virsu del conflitto d’interesse, ha detto, non deve propagarsi a livello europeo. In questo ha ragione e da giorni in quest’aula siamo in difficoltà. Perché tutti dicono: state attenti a non criticare Berlusconi per quel che succede in Italia, perché tutto ciò non ha nulla a che vedere con il Parlamento europeo. Perché? L’Italia non è forse membro dell’Unione europea?
(applausi)
Certo che ha a che vedere con quest’assise. E Le dico perché: per quello che Lei fa come presidente del Consiglio italiano ne deve discutere con le colleghe e i colleghi del Parlamento italiano, eletti pr questo. Ma quello che fa come presidente di turno del Consiglio (europeo), per quello siamo competenti noi, qui. Allora Le dico: Lei ha usato un concetto: Europol, ma non ne ha usati altri tre, che Le voglio ricordare, chiedendole se in merito a questi tre punti ha qualcosa da dire. Cosa intende fare per accellerare l’istituzione di una procura europea?
(applausi)
Cosa intende fare per accellerare l’entrata in vigore del mandato di arresto europeo? Cosa intende fare per il reciproco riconoscimento di documenti processuali nei procedimenti che valicano i confini nazionali? In questo, tra l’altro, ci sarebbe bisogno di qualche riforma nel suo paese, per quanto riguarda la prova dell’originalità dei documenti. Se Lei introducesse nel suo paese una riforma, infatti, il mandato di cattura europeo potrebbe entrare in vigore più velocemente.
Son comunque contento, che Lei possa sedere oggi qui e io sia in grado di discutere con Lei. Questa è una cosa che dobbiamo non da ultimo a Nicole Fontaine. Perché se Nicole Fontaine non fosse riuscita così bene a dilungare i procedimenti sull’immunità di Berlusconi e Dell’Utri, il Suo assistente, che oggi una volta tanto, è presente in aula, allora Lei non avrebbe più l’immunità che Le serve. Anche questa è una verità che oggi va detta in quest’assise.
(commenti)?
1.7.03
Intervista alla radio francese. E nasce un caso con il Quirinale. L?Ulivo: ora nessun documento bipartisan sul semestre europeo
Ue, l'attacco di Berlusconi
"I giudici? Un cancro. La stampa? Dominata dalla sinistra"
da Repubblica - 1 luglio 2003
Intervista alla radio francese. Il portavoce Bonaiuti costretto a rettificare le parole del premier sul Quririnale
L'anatema di Berlusconi
Accuse a giudici e stampa. "Il lodo voluto da Ciampi"
GIANLUCA LUZI
ROMA - I giudici «sono il peggio» e in Italia «c?è un cancro da curare: la politicizzazione della magistratura». E poi «l?impunità non è la mia ma dei giudici che muovono accuse false , sono ancora al loro posto e sono quasi organici ai partiti della sinistra». Quanto agli attacchi della stampa di mezzo mondo, sono orchestrati dalla «stampa italiana di sinistra che mi fa la guerra da quando sono sceso in campo e da quando hanno perso le elezioni». Alla vigilia della presidenza italiana del semestre europeo, che comincia oggi, Berlusconi scatena una nuova violenta polemica contro la magistratura, i media italiani ed europei e contro l?opposizione, che solo il giorno prima aveva offerto una disponibilità per garantire il successo del semestre italiano. E, sostenendo la propria estraneità alla legge sull?immunità, non esita a tirare in ballo il presidente della Repubblica quale «sostenitore» della legge medesima. Uno sgarbo istituzionale talmente evidente da costringere il portavoce Bonaiuti a una correzione.
Parlando in francese alla radio Europe 1, il presidente del consiglio - che domani illustrerà al Parlamento europeo di Strasburgo le linee della sua presidenza - ha scelto i toni da campagna elettorale nel tentativo di convincere l?opinione pubblica europea che è in atto un complotto contro di lui da parte della sinistra alleata con i magistrati e gli organi di informazione. Dopo aver definito i giudici «il peggio», Berlusconi dice alla radio francese che vuole curare «il cancro» della «magistratura politicizzata» con una «drastica riforma della giustizia per rendere i giudici imparziali». Quanto ai magistrati di Milano che lo hanno messo sotto processo «sono sicuri di non poter arrivare a una condanna, ma vogliono gettare un?ombra su di me, sul mio partito, sulla mia coalizione».
Berlusconi respinge l?accusa di aver voluto la legge sull?immunità a suo uso e consumo. Si tratta invece di una «iniziativa parlamentare sostenuta dal presidente della Repubblica», a cui lui, il premier, era «contrario». In serata il portavoce del premier, Paolo Bonaiuti, ha precisato che la legge sull?immunità delle più alte cariche dello Stato è «una iniziativa parlamentare che non è stata promossa dal presidente del consiglio, che si è realizzata completamente nell?ambito parlamentare e alla quale il presidente della Repubblica è ovviamente estraneo, come in realtà è estraneo a tutte le iniziative legislative». I toni di Berlusconi nell?intervista radiofonica sono quelli di una campagna elettorale. In Italia è in corso «una grande lotta tra la maggioranza moderata rappresentata da me e dalla mia coalizione e la sinistra», in cui i comunisti «sono ancora molto forti». Per Berlusconi «non è mai stata così chiara la divisione tra i moderati e gli estremisti, l?amore e l?odio, il bene e il male, la verità e la menzogna». E tra le «menzogne» Berlusconi ci mette anche l?accusa di controllare i media. Anzi«una doppia menzogna» perché «le tre tv pubbliche sono molto libere e il 75 per cento dei giornalisti è di sinistra». A Mediaset i giornalisti «vogliono mostrarsi completamente liberi» e quindi criticano il governo. Quanto alla stampa, afferma il presidente del consiglio, «è all?85 per cento a sinistra contro i moderati».
Ue, l'attacco di Berlusconi
"I giudici? Un cancro. La stampa? Dominata dalla sinistra"
da Repubblica - 1 luglio 2003
Intervista alla radio francese. Il portavoce Bonaiuti costretto a rettificare le parole del premier sul Quririnale
L'anatema di Berlusconi
Accuse a giudici e stampa. "Il lodo voluto da Ciampi"
GIANLUCA LUZI
ROMA - I giudici «sono il peggio» e in Italia «c?è un cancro da curare: la politicizzazione della magistratura». E poi «l?impunità non è la mia ma dei giudici che muovono accuse false , sono ancora al loro posto e sono quasi organici ai partiti della sinistra». Quanto agli attacchi della stampa di mezzo mondo, sono orchestrati dalla «stampa italiana di sinistra che mi fa la guerra da quando sono sceso in campo e da quando hanno perso le elezioni». Alla vigilia della presidenza italiana del semestre europeo, che comincia oggi, Berlusconi scatena una nuova violenta polemica contro la magistratura, i media italiani ed europei e contro l?opposizione, che solo il giorno prima aveva offerto una disponibilità per garantire il successo del semestre italiano. E, sostenendo la propria estraneità alla legge sull?immunità, non esita a tirare in ballo il presidente della Repubblica quale «sostenitore» della legge medesima. Uno sgarbo istituzionale talmente evidente da costringere il portavoce Bonaiuti a una correzione.
Parlando in francese alla radio Europe 1, il presidente del consiglio - che domani illustrerà al Parlamento europeo di Strasburgo le linee della sua presidenza - ha scelto i toni da campagna elettorale nel tentativo di convincere l?opinione pubblica europea che è in atto un complotto contro di lui da parte della sinistra alleata con i magistrati e gli organi di informazione. Dopo aver definito i giudici «il peggio», Berlusconi dice alla radio francese che vuole curare «il cancro» della «magistratura politicizzata» con una «drastica riforma della giustizia per rendere i giudici imparziali». Quanto ai magistrati di Milano che lo hanno messo sotto processo «sono sicuri di non poter arrivare a una condanna, ma vogliono gettare un?ombra su di me, sul mio partito, sulla mia coalizione».
Berlusconi respinge l?accusa di aver voluto la legge sull?immunità a suo uso e consumo. Si tratta invece di una «iniziativa parlamentare sostenuta dal presidente della Repubblica», a cui lui, il premier, era «contrario». In serata il portavoce del premier, Paolo Bonaiuti, ha precisato che la legge sull?immunità delle più alte cariche dello Stato è «una iniziativa parlamentare che non è stata promossa dal presidente del consiglio, che si è realizzata completamente nell?ambito parlamentare e alla quale il presidente della Repubblica è ovviamente estraneo, come in realtà è estraneo a tutte le iniziative legislative». I toni di Berlusconi nell?intervista radiofonica sono quelli di una campagna elettorale. In Italia è in corso «una grande lotta tra la maggioranza moderata rappresentata da me e dalla mia coalizione e la sinistra», in cui i comunisti «sono ancora molto forti». Per Berlusconi «non è mai stata così chiara la divisione tra i moderati e gli estremisti, l?amore e l?odio, il bene e il male, la verità e la menzogna». E tra le «menzogne» Berlusconi ci mette anche l?accusa di controllare i media. Anzi«una doppia menzogna» perché «le tre tv pubbliche sono molto libere e il 75 per cento dei giornalisti è di sinistra». A Mediaset i giornalisti «vogliono mostrarsi completamente liberi» e quindi criticano il governo. Quanto alla stampa, afferma il presidente del consiglio, «è all?85 per cento a sinistra contro i moderati».
25.6.03
Sul sito www.caterpavesi.it sono arrivate le fantastiche foto del Caterraduno
1. Marina Senesi in grande spolvero appena arrivata a Santarcangelo di Romagna con il motorino elettrico. Cirri e Solibello nello squallido abbigliamento del cittadino al mare
2. Il subsegretario del Papopo, con la mitica canotta realizzata da Magazzini Salani (ringraziamo lo sponsor) avanza sull'apetta circondato dall'entusiasmo e dall'affetto travolgente dei suoi descanottados
3. Notare il piglio sicuro tipico del trascinatore di folle
4. Sull’apetta anche Chiara, miss Papopo 2003
5. E’ un trionfo di popolo
6. Il subsegretario beve dall’ampollona l’acqua sacra del Rubicone che stranamente sa di sangiovese
7. Cirri svela spogliandosi che da tempo è la quinta colonna del Papopo. Sotto la camicia infatti indossa la canotta del Pappo realizzata dallo sponsor Magazzini Salani
8. E’ il momento magico. Accompagnato dai quattro della Banda Osiris, anche loro descanottados, il sub segretario del Papopo canta "La canzone popolare populista" (pubblicità: chi la vuole la può chiedere alla Banda - www.bandaosiris.it -, è incisa sul loro Cd)
9. Inarrestabile il subsegretario si esibisce anche nel balletto
10. I descanottados sono in estasi
11. Gentile, Solibello e Cirri sono in ecstasy
12. Marina Senesi mostra tutto il suo entusiasmo per la prestazione del sub segretario
13. Helena Ilic chiede a gran voce se il popolo può aspettare
14. I leoni della squadra di pallastrada del Papopo che hanno pareggiato 6 a 6 contro la squadra di caterpillar
15. Solibello cerca di corrompere il subsegretario
16. Il subsegretario se ne lava le mani dopo un conciliabolo con l’oracolo Benni e il Gran Bastardo Riondino
17. Il subsegretario se la ride
Il buon piazzista
di Alessandro Robecchi (per Il Manifesto e L'Unità)
Dei tre grandi venditori televisivi del Paese, uno solo l'ha fatta franca. Wanna Marchi aspetta il processo (imminente) e Roberto Da Crema, detto Baffo, langue nelle patrie galere. Silvio Berlusconi, invece, si appresta all'immersione nella presidenza italiana del semestre europeo, una cosa così importante e prestigiosa che davanti ad essa anche la Giustizia si è dovuta inchinare. La legge non solo non è uguale per tutti (non scherziamo), ma non è uguale nemmeno per i piazzisti della tivù. Come ha detto lo stesso Silvio, la legge per lui è «più uguale». Un colto rimando a un classico di Orwell (La fattoria degli animali) da sempre considerato un testo anticomunista: peccato che nel furore della citazione il colto signore di Arcore non si sia accorto di paragonarsi proprio ai maiali comunisti della fattoria, che forniscono la morale alla favola orwelliana. Pazienza, sarà stato frainteso, come gli capita (spesso) ogni volta che dice una cazzata. Ma torniamo ai piazzisti della tivù. La cara vecchia Wanna (capito!?) faceva parte di una scombiccherata associazione di gente che dava i numeri del lotto e minacciava i creduloni con trucchi abbastanza peregrini. «Il sale non si è sciolto? Oh, signora mia, che disgrazie in arrivo! Se vuole le togliamo il malocchio alla modica cifra di...». Per Silvio è stato più facile: dalla televisione proponeva di toglierlo direttamente lui, il malocchio al Paese. In caso contrario sarebbe arrivato nientemeno che il Comunismo a tirare i piedi, di notte, ai poveri italiani. Quelli, manco a dirlo, accettarono la proposta. Il grande Baffo, invece, quello che vendeva le pentole urlando, mostrava di aver capito la lezione berlusconiana, o almeno di essere al passo coi tempi. Raccontano le cronache che nelle telefonate dei suoi coimputati ricorresse la frase soave e tranquillizzante: «Tanto il falso in bilancio non c'è più». Come dire che l'altro venditore, il Silvio, aveva fatto un gran regalo a tutta la categoria, non solo quella dei venditori via etere, ma a tutta l'imprenditoria italiana. Ci si chiede quanti imprenditori, padroncini, traffichini italiani abbiamo ripetuto quella frasetta («tanto il falso in bilancio non c'è più») come un mantra ipnotico. Ecco un regalo di Silvio al Paese. Questo sì dovrebbe entrare un giorno nei temi di maturità. Ma veniamo ai prodotti. Di norma l'indignazione contro il piazzista televisivo si scatena quando si riceve la merce. I numeri che ti fanno perdere al lotto, per esempio, dopo che il mago te li ha garantiti vincenti, o l'anello di zaffiri che si rivela un collage di fondi di bottiglia. In questo il piazzista Silvio non è molto diverso dagli altri, l'unica differenza è che piazza la sua merce avariata anche a chi non ha comprato, cioè a tutti noi. Delle riforme vendute al paese con grande dispiego di televendite (da Bruno Vespa ai Tg, tutti fanno a gara per propagandare la merce di Silvio) non ce n'è una che si sia rivelata funzionante. La Bossi-Fini, per esempio, produce disastri umanitari (ai migranti il malocchio non glielo toglie nessuno), non garantisce manodopera a sufficienza ai padroni e imbizzarrisce la base della Lega. L'altra sòla del televenditore Silvio emerge in tutta la sua potenza a scoppio ritardato, e si chiama riforma del lavoro. Passata appena una settimana dai peana e dagli applausi padronal-liberisti (Hurrà! Siamo il Paese più flessibile d'Europa!) qualcuno si accorge, leggendo i regolamenti di attuazione, che i suddetti padroni dovranno assumere a tempo indeterminato un paio di milioni di co.co.co. Oppure licenziarli forever alla fine dell'anno, ricacciandoli nelle stive maleodoranti del lavoro nero. La Confindustria, che dal venditore Silvio (e dal suo mago padano Maroni do Nascimiento) ha comprato a piene mani, ora si accorge di aver preso un pacco storico: forse erano meglio i numeri del lotto. Come si vede, le affinità tra venditori televisivi sono notevoli. Ma le differenze anche, sono sotto gli occhi di tutti: la Wanna e il Baffo sono in galera, Silvio invece va a presiedere l'Europa dopo aver tanto bene presieduto l'Italia. E noi utenti? Ci ritroviamo senza tutele e senza garanzie. Non possiamo nemmeno rimandare indietro la merce, perché il Presidente Ciampi ha firmato la bolla di consegna per tutti noi. Qualcuno comincia a pensare che anche protestare non abbia molto senso. Non vorremmo un giorno ricevere la telefonata di Vito, o di Schifani: «Il sale non si è sciolto? Oh, signora mia che disgrazie in arrivo! Se vuole le tagliamo la pensione alla modica cifra di...».
19.6.03
DICHIARAZIONI SPONTANEE DI BERLUSCONI
riprese da Libero
«Grazie presidente, anche da parte mia, naturalmente, buongiorno. Sono qui appunto per continuare quelle dichiarazioni che avevo già iniziato l'altra volta e che a mio parere non potranno essere esaurite nell'udienza di oggi, essendo la materia molto estesa e, credo, essendo questo processo molto importante. La giustizia è uguale per tutti i cittadini, ma questo cittadino è forse un po' più uguale degli altri, visto che il cinquanta per cento degli italiani gli ha conferito la responsabilità di governare il Paese e visto quindi che molti italiani hanno il diritto di sapere se questo cittadino ha commesso qualcosa di illegittimo o anche soltanto di immorale, e quindi è interesse del cittadino Berlusconi di poter chiarire ogni situazione che riguardi le vicende di cui sono imputato e affinché su di lui non resti neppure l'ombra di un sospetto.
La querelle sul legittimo impedimento
Inizio, presidente, con un accenno alla querelle che si è verificata nella passata udienza dell'11 di giugno, in cui fu ritenuto non doversi accogliere la impossibilità che era stata da me dichiarata circa la mia presenza in quest'aula;
(…) io ho accettato di venire in questa sede, ma devo dire che le difficoltà sono tante. Non ci sono, per un presidente del Consiglio soltanto gli impegni previsti dalla Carta Costituzionale e legati al fatto di un incontro e da considerarsi soltanto per il numero di ore che vengono dedicate a quest'incontro con un Capo di Stato straniero, ma c'è tutta la preparazione dell'incontro, c'è tutto il seguito dell'incontro, le relazioni che di quest'incontro si devono dare agli altri Capi di Stato con i quali si è concordata quest'iniziativa; e c'è tutto ciò che grava, normalmente, per l'ordinaria e la straordinaria amministrazione sulle spalle di un presidente del Consiglio (…): ci sono cioè delle impossibilità vere, per cui ritenere, potere intervenire nell'ambito del giudizio del presidente del Consiglio per decidere che cosa possa essere accettato come suo impedimento o che cosa possa non essere accettato significa volersi sovrapporre alla presidenza del Consiglio per indicare quali sono le modalità con cui lo stesso presidente del Consiglio deve governare il Paese. Questo credo che sia francamente, presidente, inaccettabile.
La tangente e il contratto Sme
L'altra volta io fui qui, e resi una lunga dichiarazione costellata di fatti, di cifre, di nomi (…), quelle mie dichiarazioni hanno provocato tutta una serie di dichiarazioni spontanee, sono arrivate anche delle lettere che verranno depositate in atti; ne ho qui alcune, una è di un personaggio che allora rivestiva una carica importante, capo dell'ufficio Legislativo del ministero delle Partecipazioni statali, il quale scrive: l'accordo concluso dal presidente Prodi con l'ingegner De Benedetti non rispettava le procedure previste dalla normativa relativa al settore delle partecipazioni statali (…), il presidente Prodi non aveva i poteri necessari per impegnare l'Iri, anche sulla base del solo statuto dell'ente (…). Inoltre, (fu redatta dalla commissione interna del ministero, ndr) una relazione nella quale si esprimeva parere contrario alla procedura seguita nella vendita: in particolare veniva sottolineata l'anomalia rappresentata dal fatto che venivano praticate condizioni di particolare favore all'ingegner De Benedetti per perfezionare la cessione del pacchetto azionario, senza che vi fosse stato un preventivo invito ad offrire al pubblico e senza avere informato preventivamente l'autorità di governo. In sintesi, più che una vendita, sembrava una svendita. L'articolo (pubblicato nel maggio 2003 dalla rivista 'Critica sociale' e citato da Berlusconi, ndr) fa riferimento anche a un fatto che io avevo allora appreso da Craxi: l'ingegner De Benedetti aveva erogato alla Dc una robusta dazione di denaro, probabilmente per la campagna elettorale del 1983, e pertanto reputava di aver ottenuto il titolo per comprare un'impresa pubblica al modo con cui Totò pensava di poter comperare brevi mano il Colosseo. Divenne perciò furibondo con chi glielo aveva, secondo lui, impedito, mentre era la legge che glielo impediva. Quanto sopra, per mio dovere di verità, Francesco Forte.
(...) Incredibile ma vero: il contratto di vendita dall'Iri alla Buitoni della Sme è stato redatto in due incontri, come ha anche dichiarato l'ingegner De Benedetti ed è, di fatto, di quattro paginette. Quattro pagine, nemmeno tutte complete (...), per la vendita della maggioranza del più grande gruppo alimentare italiano. (…) a questo io voglio aggiungere anche una risposta che De Benedetti si merita per la menzogna che lui ha detto su di me, sul mio conto, utilizzando fra l'altro, per avere una cassa di risonanza europea, il giornale francese "Le Monde", dicendo che io mi sarei interessato a questa vicenda non per, come ho dichiarato, spirito di servizio e di indignazione (…), ma perché avrei avuto in cambio la promessa di un intervento regolamentare favorevole sulle mie televisioni. Anche qui i fatti smentiscono completamente l'ingegner De Benedetti: l'intervento del governo Craxi era stato molto antecedente a quella data, l'intervento definitivo di regolamentazione delle televisioni, la legge Mammì, avvenne molto tempo dopo, cinque anni dopo, iniziò sotto il governo De Mita e si concluse in parlamento sotto il governo Andreotti. Vorrei aggiungere altre cose sull'abitudine a dire la verità dell'ingegner De Benedetti, ma la mia posizione istituzionale mi consiglia di astenermi.
Quintali, tonnellate di fango
(…) Credo che per accertare definitivamente la verità la Corte non possa esimersi dal chiamare qui tutti i quindici giudici che decisero sulle cause intentate da De Benedetti all'Iri (…), io credo che questo sia importante e che, attraverso questa escussione di testimoni, si possa veramente arrivare a chiedersi, come io mi sono chiesto tante volte, come possa essere nato questo processo. Lo dissi già al gup Rossato, gli dissi allora, in un mio intervento di alcuni anni fa, quale prova esiste, quale indizio, quale accusa, quale testimonianza? Non c'è nulla: c'è soltanto la fervida fantasia di chi ha inventato questo teorema. Non c'è nulla, non ho ritrovato nulla, mi domando ancora come possano spendersi soldi dei cittadini italiani imbastendo un processo che è basato esclusivamente sulle delle invenzioni. Non c'è, ripeto, e lo voglio ripetere con forza, un indizio, una prova, un'accusa, una testimonianza, un documento, e non c'è la motivazione. Quindi, davvero, mi domando come si possano portare avanti dei procedimenti in questo modo, anche esponendo chi entra nel procedimento a delle immagini negative, che diventano quintali, tonnellate di fango che per sette anni mi vengono scaricate addosso dai giornali, dalle televisioni, in Italia, all'estero, quando anche questo qualcuno ha una responsabilità politica molto precisa.
La credibilità del teste Ariosto
C'è un secondo atto di imputazione che riguarda il fatto che, secondo l'accusa, ci sarebbe stata una situazione a Roma per cui il vice capo dell'ufficio Istruzione, diventato poi capo dell'ufficio Gip, cioè dei giudici delle indagini preliminari, il dottor Squillante, sarebbe stato a disposizione, ricevendo in cambio del danaro, per addomesticare, diciamo così, aggiustare dei processi. Dico subito che non sono stati trovati questi processi e che non c'era un solo, non solo il capo dei giudici Squillante, ma nessuno dei suoi collaboratori che aveva tra le mani un processo che potesse riguardare direttamente o indirettamente, personalmente o societariamente, la mia persona. Quindi - e questa è la conclusione a cui arriverò, ma guardando a come si è sviluppato questo problema - la partenza è data dalla dichiarazione della signora Ariosto (...). Vorrei spendere una parola su questo teste: non credo che ci sia nessuno che parlando due volte con la signora Ariosto non possa capire chi ha di fronte.La signora Ariosto ha mentito su tutto, non c'è una sola circostanza delle sue denunce che sia stata successivamente confermata come veritiera. Mente abitudinariamente sulla sua situazione personale - la si è presentata come la "contessina Ariosto", è figlia di una casalinga e di un impiegato statale che lavora al ministero della Difesa; mente presentandosi come vedova di un pilota di alto lignaggio precipitato in Africa - il marito, che avrebbe dovuto essere un pilota di alto lignaggio, ha dato una dichiarazione in cui dice "no, io non sono mai stato pilota, non sono mai precipitato, perché sono ancora qui, e, naturalmente, faccio l'impiegato: sì, è vero, dopo avere lasciato la signora Ariosto, perché il matrimonio è andato a pezzi, io sono anche andato in Africa". E quindi viene fuori una tecnica, che è la tecnica propria dei mitomani, per cui si prende un particolare concreto e lo si veste di situazioni diverse, ma che rendono ciò che si espone degno di qualche credibilità.
(…) Ho detto prima facendo un paragone un po' osè: qua non c'è il morto e cioè non ci sono i processi da aggiustare; non c'è l'arma del delitto perché su Efibanca non esisteva nessun conto; non ci sono situazioni logiche che si possano pensare tese a fini corruttivi, perché sarebbe da pazzi pensare che un'azienda importante e manager qualificati potessero operare con tanta leggerezza; e non c'è la motivazione, non c'è una mia motivazione ad aggiustare qualunque tipo di processi perché non c'erano processi che erano affidati agli uffici penali del giudice delle indagini preliminari che mi riguardassero.
(…) Tutto questo non risulta nel fascicolo degli atti. Si dice che sia in un fascicolo che ormai è diventato famoso, il 9520, si domanda da parte dei miei avvocati di poterlo aprire, la Procura oppone una resistenza dicendo: "No, segreto istruttorio". (...) se c'è un processo contro Silvio Berlusconi, i suoi difensori devono potere avere accesso alle carte e vedere, perché quelle prove che sono fondamentali, basilari per dimostrare l'estraneità al processo di Silvio Berlusconi, sono mantenute in un fascicolo e non vengono portate alla conoscenza della difesa e alla conoscenza della Corte (…).
Io, presidente, avrei ancora tantissimo da dire (...), ma la responsabilità istituzionale mi metterà nella situazione di dover collaborare per esempio con il presidente dell'Iri (Prodi, ndr). Io ho cercato nella prima mia venuta qui di non pronunciarne il nome, malgrado la mia volontà di non tirarlo in campo in questa vicenda, ma io col presidente della Commissione collaboro praticamente tutti i giorni. Avrò con lui uno scambio di attività in 6 mesi in cui avrò la responsabilità di guidare il Consiglio Europeo e quindi ho cercato fino all'ultimo di non farlo.
(...) La mia richiesta, e concludo, è quella che siano ascoltati i testimoni che sono emersi e che si sono spontaneamente fatti vivi».
15.6.03
IL CORAGGIO DELL’OTTIMISMO
di STEFANO FOLLI
Il Corriere della Sera è un grande giornale europeo. Ha attraversato centotrent’anni di storia italiana forte di questa ambizione e ha contribuito in modo decisivo a scrivere la vicenda nazionale. Per meglio dire, ha concorso a costruire un’identità del Paese; e lo ha fatto interpretando (salvo le parentesi buie che pure non sono mancate) lo slancio di un mondo attivo, vitale, determinato sulla via del progresso economico e civile. Il Corriere ha aperto a questo mondo le porte dell’Europa e al tempo stesso si è sforzato di diffondere in Italia i termini di un dibattito nuovo, in grado di trasformare la società, il costume, gli stili di vita. Le sue pagine sono state il terreno su cui si è formata parte della classe dirigente di un Paese condizionato da antichi ritardi. S’intende, non una classe omogenea: divisa, anzi, dalle scelte politiche e dalle esperienze culturali. Ma forse unita, nel suo complesso, da un certo istinto liberale e dal riguardo verso i valori di fondo della tolleranza e del rispetto civile.
Non è stato un processo lineare o esente da errori. Nel corso di una così lunga storia ci sono stati momenti di reale apertura e anni di sterile chiusura. Periodi in cui il Corriere è stato all’avanguardia nella società e nella politica, capace di offrire una voce al Nord e una speranza al Sud, accanto ad altri in cui ha trasmesso un’immagine sbiadita del Paese, anziché una foto nitida e coraggiosa.
Ma, al di là dei limiti, la storia del giornale coincide con quella della sua vocazione europea. Quindi con un fondo di ottimismo circa il destino nazionale. Seguendo quel filo laico e democratico di cui parlava Giovanni Spadolini, attento come pochi - proprio da direttore del Corriere - alla complessità della storia italiana. Il che significa, tra l’altro, leggere il secondo dopoguerra e la Prima Repubblica come un itinerario di sviluppo in cui fondamentale è stato il ruolo delle forze cattoliche, dei partiti della sinistra e degli stessi laici in un equilibrio peculiare e dinamico. Fino agli anni recenti, dominati da eventi senza precedenti nelle democrazie occidentali, ma anche da una transizione troppo lenta verso un bipolarismo maturo ancora lontano.
E’ qui, lungo questo tracciato, che s’intravede il senso della continuità. Ha ragione Ferruccio de Bortoli, un grande direttore che ha dato al giornale un’impronta incancellabile, di tipo professionale e morale: il Corriere è una garanzia. La garanzia offerta ai lettori che una storia antica continua, nella piena volontà di rappresentare l’Italia. Senza mai rinunciare a un’idea del progresso e di che cosa vuol dire stare in Europa.
Si tratta di dare impulso alle energie diffuse nel Paese, più forti di ogni difficoltà, volgendole ad allargare e non a deprimere gli spazi di libertà. Senza chiudere gli occhi davanti a nulla. C’è un’anomalia chiamata conflitto d’interessi che pesa sulle istituzioni; così come esiste una maggioranza voluta dagli elettori, tanto larga quanto impacciata, inchiodata all’eterna questione giudiziaria. Una maggioranza che deve ancora dar prova (a due anni dal voto) delle sue capacità riformatrici. Dall’altro lato c’è un’opposizione che ha il dovere di definire se stessa e la sua prospettiva senza ulteriori indugi. Sullo sfondo si stagliano forze e movimenti che non entrano nello schema del bipolarismo, ma che vanno capiti in quanto espressione talvolta di nuovi diritti.
E’ in questo spirito che assumo da oggi la direzione del giornale, firmandolo dopo l’amico de Bortoli. L’editore e la proprietà mi hanno dato fiducia, assicurando tutte le condizioni di autonomia e indipendenza della testata contro velleitarie pressioni esterne. Sono le condizioni che rendono forte e libero il Corriere della Sera , oggi come ieri. La mia responsabilità consiste nel collegare la fedeltà a una tradizione prestigiosa e la capacità di raccontare un Paese che cambia. Senza perdere se stesso, ma anzi consolidando le ragioni della propria identità.
14.6.03
UN’ISTITUZIONE DI GARANZIA
di FERRUCCIO DE BORTOLI (Corriere della Sera del 14 giugno 2003)
Un giornale di grande prestigio e tradizione cambia guida ma rimane sempre se stesso. In particolare il Corriere che è una delle pochissime istituzioni di garanzia di questo Paese. Da domani lo firmerà Stefano Folli, collega di grande valore, accolto dalla redazione con un larghissimo voto di fiducia. La scelta personale di chi scrive ha suscitato interpretazioni esagerate, a destra e a sinistra. Ricordo che nella sinistra al potere c’era chi voleva farmi condannare dall’Ordine dei giornalisti (e per un voto non ci riuscì) oltre a trascinarmi in tribunale, come avrebbe fatto poi la destra negli anni successivi, ultimi gli avvocati del premier (che spero, ora, non si ritirino). Questo per dire che un quotidiano indipendente, impegnato a ragionare sui fatti senza le lenti dell’ideologia o delle appartenenze, dà fastidio sempre. Una novità di rilievo nel mondo della comunicazione è poi inevitabilmente oggetto di discussioni, specie in un Paese governato da un editore; lo sarebbe di meno se si fosse risolto il famoso conflitto di interessi, che anziché ridursi si è ampliato.
Il Corriere ha cercato di essere in questi anni il giornale laico e liberale del dialogo, fedele ai valori della propria tradizione (dalla scelta europea all’economia di mercato, quella vera; dal maggioritario alla costruzione di un autentico sistema bipolare dell’alternanza). Ci siamo sforzati di proporre al lettore il massimo ventaglio delle opinioni, nel rigore delle inchieste e delle cronache, mai di parte. Ma soprattutto nella coltivazione quotidiana del dubbio. Abbiamo preso, quand’era necessario, posizione. Dicendo per esempio sì a due guerre, in Kosovo e in Afghanistan, ma raccontandole senza indossare alcuna divisa o, peggio, un elmetto. Abbiamo detto di no alla terza, l’ultima, quella dichiarata per togliere a un regime odioso le armi di distruzione di massa (che non sono state trovate).
Abbiamo creduto, e crediamo, in un Paese moderno in cui l’opposizione non pensi che chi governa sia un usurpatore della volontà popolare e chi sta al potere non tratti la minoranza come un relitto del passato. Discutano maggioranza e opposizione dei veri problemi italiani, diano insieme l’esempio che in una vera democrazia liberale il rispetto dell’opinione degli altri è un principio irrinunciabile. E’ troppo? Pare di sì. Siamo convinti che chi governa non debba scambiare il consenso per legittimità assoluta: il voto popolare è sacro ma non è un mandato in bianco. C’è una Costituzione, ci sono princìpi e garanzie. Intralci alle riforme? Macché, si facciano, le riforme, magari con la stessa determinazione con la quale si varano provvedimenti personali destinati a incidere sui processi in corso. Senza insultare la magistratura, sulle cui colpe «politiche» non siamo mai stati in questi anni teneri. Basta con le risse. E attenzione a un Paese che non perde occasione, in molte delle sue leggi recenti (condoni compresi) e in diversi comportamenti pubblici, di abbassare il tasso di legalità, deprimendo ancor di più la propria immagine all’estero.
Si è parlato di un declino economico, ma più grave è il declino politico, istituzionale e morale. La politica si separa sempre più dalla morale; l’attività di governo confina pericolosamente con gli affari, non sempre pubblici; la libertà d’informazione è vista con insofferenza crescente. Per fortuna c’è un’Italia migliore, moderata, aperta, europea, in un polo e nell’altro. E per fortuna c’è il Corriere che resta e resterà sempre un’istituzione di garanzia. Non asservita a nessuno. Dunque, scomoda, scomodissima.
Un grazie di cuore ai lettori, scusandomi per gli errori commessi. Un grazie alla redazione, straordinaria, e in particolare ai vicedirettori Carlo Verdelli, Paolo Ermini e Massimo Gaggi; un grazie all’editore e agli azionisti. E un pensiero affettuoso alla memoria di Maria Grazia Cutuli, di Walter Tobagi e di tutti quelli che sono morti facendo questo mestiere. Che amavano, come noi, molto.
12.6.03
La borsa badanti
di Alessandro Robecchi (per Il Manifesto)Il lavoro è un diritto. Giusto. Date la vostra disponibilità e avrete un diritto a chiamata. Cioè funziona così: vi telefona l'azienda e vi dice, scusi, signor Gino, abbiamo un picco di produzione imprevisto, venga a lavorare un po', perbacco, è un suo diritto. Per i diritti occasionali, invece, c'è il buono-lavoro. Vai in un'apposita agenzia, compri un buono da un'ora (7,5 euro comprensivi di optional welfare, souvenir del passato comunista tipo Inps) e hai comprato un'ora di qualcuno. Diritti? Ah, aspetti, le do il buono. Non sottovalutate la cosa: uno può avere nel portafoglio, per così dire in contanti, un centinaio di ore di lavoro di altra gente. Fa ridere, ma mica tanto: qualcuno gira per la città con qualche ora del tuo tempo in tasca, accanto alla patente e alle banconote. Ci sarà gente che perde a poker due anni di babysitter. Il gratta e lavora è allo studio, naturalmente. L'imprenditore prende il caffè al bar e distrattamente, gratta via la vernicetta da un cartoncino. Oplà, ha vinto sei ore di facchinaggio ritirabili presso l'apposita agenzia. Lo staff leasing è un'altra cosa ancora: puoi avere la fabbrica, il magazzino, i macchinari. Ma puoi non avere i lavoratori.
Che dei 4 beni strumentali elencati è l'unico che ti può seriamente mandare affanculo. Li affitti a chilometraggio illimitato e poi li molli all'autogrill, come il cane che sì, era simpatico, ma che rottura, alla fine, costava e basta. Il lavoro in due è più complesso, si discute se la somma faccia due diritti, oppure un diritto diviso a metà, oppure due mezze fregature. Però è utile per raddoppiare le cifre roboanti dei posti di lavoro costruiti da Silvio: se per ogni impiego si contano due lavoratori è un bel colpo. Per quello lo chiamano lavoro ripartito: magari un giorno si potrà fare in quattro lo stesso lavoro, un vero boom dell'occupazione.
Il lavoro a progetto è un'altra variante, interessante. Soprattutto perché il progetto è quello del padrone, che lo realizza affittandoti. A progetto finito, tanti saluti, il progetto tuo - di avere un lavoro - non è contemplato, né compatibile con l'economia nazionale.
Tutto questo serve, naturalmente a combattere il precariato. E' una nobilissima causa che il governo di destra e il padronato hanno combattuto strenuamente per difendere i diritti dei lavoratori: quando saremo tutti precari il precariato non sarà più una piaga sociale. Bisognerà soltanto sterminare quelli della generazione prima, che ancora si ricordano quando c'era il lavoro fisso: erano altri tempi, che non mettano in testa ai giovani quelle idee antiquate. Ora qualcuno esulta che l'Italia sarebbe il paese più flessibile d'Europa. Il collocamento sarà privato, cioè dei privati venderanno ore-lavoro ad altri privati ricavandoci un guadagno, qualcosa di simile all'organizzazione di alcune zone del meridione dove il collocamento è da sempre in mano alla mafia. Però questo si chiama mercato. Con tanto di Borsa valori. Prepariamoci alle oscillazioni: idraulici meno due per cento. Falegnami più cinque. Pony-express meno uno e cinquanta al mercato ristretto. Compri un paramedico per tre ore? Speciale promozione, ti diamo un quarto d'ora di badante ucraina o, a scelta, due facchini di cinquant'anni, reclutati con le speciali norme sul reinserimento lavorativo. Gente di mezza età che sul mercato del lavoro nessuno vuole più e che quindi viene via a prezzi stracciati. Se la Borsa valori del lavoro funzionerà, si potrebbero avere sviluppi interessanti. Ho preso sei edili albanesi a Otranto e li ho girati su un conto a Torino due ore dopo. Senza aver spostato nemmeno un mattone ho guadagnato una bella sommetta. Ora investo in neolaureati di Udine perché c'è un'interessante ricapitalizzazione: per due ingegneri ti danno un professore di lettere sardo, che puoi vincolare a due anni o rivendere subito per tre assistenti universitari, ma solo il giovedì pomeriggio. Mentre tutto questo avviene, il gigantesco ufficio stampa dei padroni - la pubblicità - ci convince che la flessibilità è una sciccheria per fighetti. Più tempo libero, meno vincoli, una vita finalmente spensierata, anzi, una garrula fiducia nel futuro, visto che lavorerai tre ore domenica notte, poi il pomeriggio di martedì e poi chissà, forse una settimana intera in agosto. Tutto il resto del tempo puoi passarlo a cercarti un lavoro, in due, o in leasing, o a chiamata, o con il buono. O anche a buttarti a fiume. Non è un'inebriante libertà?
11.6.03
STATUTO DEI LAVORATORI - ART. 18
ART. 18. - Reintegrazione nel posto di lavoro.
Ferma restando l'esperibilità delle procedure previste dall'art. 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice, con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell'art. 2 della legge predetta o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro.
Il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno subito per il licenziamento di cui sia stata accertata la inefficacia o l'invalidità a norma del comma precedente.
In ogni caso, la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione, determinata secondo i criteri di cui all'art. 2121 del codice civile.
Il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al comma precedente è tenuto inoltre a corrispondere al lavoratore le retribuzioni dovutegli in virtù del rapporto di lavoro dalla data della sentenza stessa fino a quella della reintegrazione.
Se il lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell'invito del datore di lavoro non abbia ripreso servizio, il rapporto si intende risolto.
La sentenza pronunciata nel giudizio di cui al primo comma è provvisoriamente esecutiva.
Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'art. 22, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, pu? disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.
L'ordinanza di cui al comma precedente pu? essere impugnata con reclamo immediato al giudice medesimo che l'ha pronunciata.
Si applicano le disposizioni dell'art. 178, terzo, quarto, quinto e sesto comma del codice di procedura civile.
L'ordinanza pu? essere revocata con la sentenza che decide la causa.
Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'art. 22, il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al primo camma ovvero all'ordinanza di cui al quarto comma, non impugnata o confermata dal giudice che l'ha pronunciata, è tenuto anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una somma pari all'importo della retribuzione dovuta al lavoratore.
1.6.03
Rottamate i poveri
di Alessandro Robecchi (per Il Manifesto)Per essere un rebus somiglia parecchio a un paradosso. Dunque riassumiamo: secondo l'Istat gli italiani sono sfiduciati. Quindi non spendono. E se non spendono si fermano i consumi, e l'industria non tira. Quale industria? La stessa che ha voluto «più flessibili» i lavoratori, pagandoli con 8-9 mensilità invece di 13. Dunque li ha impoveriti, e ora li accusa di non spendere. Per la prima volta i poveri - per il solo fatto di essere poveri - fanno un dispetto ai ricchi. Dunque, ci ammoniscono gli economisti liberisti, questo è male per tutti, e per i poveri è male due volte (l'unico caso in cui hanno un bonus). Si lascia intuire, con quella sorta di determinismo mesmerico che i liberisti amano applicare al liberismo, che se i poveri si comprassero appartamenti, gioielli e macchinoni saremmo tutti meno poveri. Chiusura del cerchio: siamo più poveri per colpa dei poveri. Bastardi. Dunque si torna lì, ai consumi. Dei consumi indotti si sa e si è detto mille volte. Ma ancora si sobbalza di fronte a certe evidenti cretinate. Perché in un paese dove non si possono superare i 130 all'ora uno dovrebbe fare il pieno con la V Power, «la benzina studiata in collaborazione col team Ferrari»? Mistero.
Perché uno dovrebbe fremere all'idea di guardarsi il videooroscopo sul videotelefonino, e magari indebitarsi per questo? Probabilmente non lo sapremo mai, finché non inventeranno un videotelefono che ce lo spiega: per soli 1 euro e 20 cent al minuto puoi sapere finalmente quanto sei scemo: parecchio.
Nonostante tutto questo ben di dio in agguato, i poveri si ostinano ad essere poveri. E anzi aumentano: otto milioni di italiani sono sotto la soglia di povertà, a pensarci l'incremento dei meno abbienti è l'unico segno «più» di questa mirabolante patacca che è il signor Silvio.
Secondo alcuni (i guru del commercio e della pubblicità), il problema è psicologico: non c'è ottimismo. La gente ha il muso lungo e le palle girate, ha paura del proprio futuro, e questa non è esattamente la situazione in cui uno esce a comprarsi una videocamera digitale o un pigiama di lino.
C'è da capirla: l'ultima volta che la gente è stata ottimista e ha guardato con fiducia al futuro è uscita a comprarsi dei fondi o delle obbligazioni, ed è stata rapinata di ogni suo avere. Il risparmio delle famiglie, specie nei ceti medi, è già stato tosato alla grande.
Alla garrula esortazione «ehi, sii più ottimista», si è tentati di rispondere, «ancora?, ma io ho già dato!». Uno - per buona volontà - ci prova. Con l'affitto (o il mutuo) che fa metà stipendio, il lavoro flexy che traballa, l'assicurazione della macchina aumentata del trecento per cento e magari il nonno portatore sano di tiket sanitari e il piccolo al nido privato, deve essere ottimista per forza, se no si spara. Ma scusate, questa è la solita demagogia, mentre invece il problema è serio, per quanto risolvibile con un po' di ottimismo e un bel sorriso.
Dunque si reclamano e si studiano, per incentivare il consumo, nuovi entusiasmanti barbatrucchi. La rottamazione, partita per le macchine prima che si rottamasse la Fiat, è il nuovo trend. Forse potremo avere incentivi per buttare via la libreria o la lavatrice vecchia e comprarcene una nuova.
La «roba» dura troppo: la nostra libreria, la nostra lavatrice vivono troppo a lungo per le esigenze dell'economia nazionale. Quella stronza ronza, sputacchia e fa casino, ma lava ancora i panni egregiamente. Maledetta lavatrice comunista che boicotta la crescita. Identificatela!
Sicuramente ci penserà la scienza, sempre al servizio del progresso: «Grazie per aver scelto le nostre poltrone, esse si autodistruggeranno alla prossima fase di stagnazione economica».
28.5.03
Bombe intelligenti
2 febbraio 2003Sul New York Times leggemmo che Saddam
a buon diritto viene detto infam.
Non soltanto si batte con Osama
con lui tessendo del terror la trama,
non solo rende vane le ispezioni
nascondendo velen, razzi e cannoni,
non sol sta organizzando la difesa
contro la guerra che verrà intrapresa,
ma ha procurato qualche tempo fa
alla Fallaci grave infermità:
Oriana s'ammalò per un tumore
pei pozzi che bruciò quel dittatore.
Pensammo che per Bush, ma fummo audaci,
la rabbia con l'orgoglio e la Fallaci
potevan esser bomba intelligente
per far fuori Saddam ma non la gente.
Ora che Oriana ha scritto 'sta cazzata,
pensiam che la Fallaci, se sganciata,
una bomba sarebbe assai normale,
intelligente no, ma micidiale.
Carlo Cornaglia
Che lavoro brutale
New York Times che lo intervista:
"Certo in mano comunista
ricadrebbe la nazione
non ci fosse il Berluscone.
Nessun altro all'orizzonte
che a 'sti rossi faccia fronte.
Mi domando: 'sto cilicio,
questo lungo sacrificio
quanto tempo durerà?
Senza me la libertà
finirebbe in un disastro,
perché i rossi son per Castro,
per Milosevic, Saddam?
sol per me noi ci salviam!
C'è il dovere che mi chiama,
ma è una vita molto grama.
Ho una bella barca a vela,
tutta muffa e ragnatela:
in due anni, disgraziato,
una volta ho regatato.
La mia casa alla Bermuda
l'ho tradita come un Giuda,
da tre anni non ci vo',
quando mai me la godrò?
E la casa a Portofino?
Anche lì, porco belino,
una volta in un baleno
in un anno o poco meno.
Proprio pessima è la vita,
ma non vedo via d'uscita.
Questo scriva sul giornale:
il lavoro mio è brutale."
Per favore, Cavaliere,
non ci prenda pel sedere.
Cartellon pubblicitario:
Presidente missionario!
Carlo Cornaglia
10 maggio 2003