APPUNTAMENTO CON AL TACCHINO
Parla il direttore artistico del festival di Sanremo, grande grande grande
di Guia Soncini (Il Foglio)
Bisogna immaginarselo, Tony Renis, con una maglietta rossa e blu con una scritta "Tony" impressa su una manica, le lettere si stanno staccando, la maglietta deve averla comprata in un negozio di quelli da poco sulla Melrose o giù di lì, a occhio a non più di quattordici dollari e novantanove, non ha il cappellino con cui si fa in genere fotografare ma dei terribili stivaletti grigi e una catenina con un pendaglio, c'è una palma d'oro che non è una di quelle di Cannes ma una di quelle di Sanremo, "è un regalo che il direttore artistico fa alle quarantacinque persone del suo entourage, quelle che gli sono state più vicine", e ci sarà da divertirsi, al festival, a vedere chi sono i cattivi segnati sulla lavagna, chi sono i benpiùdiquarantacinque al cui collo non c'è il pendaglio. Gemello del ciondolo di Tony Renis è quello che sta al collo del padrone di casa, probabilmente il secondo a essere forgiato. Renis riceve chez Carmelo Messina, "ero l'assistente di Saccà, poi è arrivato questo nuovo... buoni rapporti ma...". Ma c'è Sanremo da organizzare, ed è arrivato lui: i figli di Messina arrivano, e lo baciano, "Ciao zio". Bisogna immaginarselo, Tony Renis, mentre ti toglie dall'imbarazzo dell'unico argomento che non puoi non affrontare e che non sai come affrontare senza indisporre subito l'intervistato, mentre presenta Messina: "E' il mio consigliori. Visto che dicono". Già, dicono. Eppure Messina non ha nulla dell'apparente mitezza di Tom Hagen, consigliori di casa Corleone. Bisogna immaginarselo, Tony Renis, quando indica il sodale e dice "Carmelo è un vero amico: leale", e si capisce subito che per lui "leale" è il complimento massimo.
***Bisogna immaginarselo, Tony Renis. Umile e sbruffone, ingenuo e scafato. "Sono sorpreso. Impressionato, ecco. Tutto questo interesse, questa bagarre sconvolgente. Proporzionata a una gravissima crisi di governo, ma non...". Ma non a quello che e pur sempre solo un festival di canzonette. E neppure di canzonette, al di là della denominazione: mai visto uno spettatore cui interessino le canzoni, di Sanremo, e non le vallette; e anche quest'anno, è chiaro che la parte più interessante saranno i vestiti della Ventura: ce la farà ad andare oltre i vertici di orrore dell' "Isola dei famosi"? "Anche Simona sa di essere lì per le canzoni". "Lui ha riportato la canzone al centro", spiega Messina, che interviene quando teme che Renis l'irruento faccia gaffe. Tipo: scusi, Renis, ma alcuni di questi che cantano a Sanremo (e che per la maggior parte noi che stiamo qui non avevamo mai sentito nominare) lei che sta a Los Angeles li conosceva? "Neanche mezzo". Come, neanche mezzo: mai sentita neppure "Supercafone"? "No..." (sguardo di disperazione di Messina) "Ma sì. certo che sì". Bisogna immaginarselo, Renis, mentre garantisce che il suo sarà "un festival risorto" e si dice "orgoglioso" di dare a uno come Pacifico "la possibilità di spiccare finalmente il volo". Già, ma con le major che non mandano i cantanti come la mettiamo? "Ah lei vuol fare subito come nella canzone di Pacifico, infilare la lama nella carne".
***Bisogna immaginarselo, mentre conferma tutto ciò da cui ti hanno messo in guardia: non prendere altri impegni, mettiti comoda e fingi di avere tutto il tempo del mondo a disposizione. Bisogna immaginarsi non un direttore artistico, e certo non un organizzatore ("Non posso pensare a tutto io", è la sua risposta a questioni marginali come quali e quanti calciatori dovranno fare da valletti a Simona Ventura nella serata in cui è previsto ci siano dei calciatori ma di una questione importante come l'identità dei valletti, e in particolare di quel valletto che va sotto il nome di George Clooney, si parlerà più tardi, e a lungo). Bisogna immaginarsi un entertainer. Che se gli chiedi di Mogol di cosa diavolo possa insegnare ai cantanti uno che ama raccontare di sé di essere talmente stonato che quando, per convincere qualche interprete a eseguire una sua canzone, gliela canticchiava, quello immancabilmente pensava fosse una porcheria comincia a risponderti da molto lontano. Mentre Messina cerca di far passare la linea "Mogol dice così per vezzo", Renis parte dalla nazionale cantanti; passa per l'inno del Milan e quello della Ternana, entrambi scritti da lui assieme a Mogol; arringa in difesa di coloro che, pur stonati, hanno però un fortissima sensibilità musicale, "anche alcuni critici"; devia sull'orecchio assoluto. Quando arriva al fatto che i primi a definire Mogol poeta furono i russi, hai completamente dimenticato la domanda. Ed è meglio così, perché a quel punto, non si sa bene perché e attraverso quali scorciatoie e deviazioni, Renis sta facendo la sua seconda uscita con cadenza sicula ("Non bisogna mai parlare") e subito dopo si sta producendo nella prima di molte imitazioni, ripetendo la frase attribuita a Frank Sinatra "Non farti mai vedere ma devi sempre far parlare di te". Ed è allora che capisci che si diverte. Che non c'è niente che lo diverta quanto alimentare i pettegolezzi sul suo conto. "I don't care what they say about me, as long as it's not true" (io non mi curo di quello che si dice su di me, purché non sia vero), diceva Katharine Hepburn. Si vede che a Hollyvood si usa così.
***Quindi è stato lei. "A fare cosa?". A mettere in giro tutte le voci che girano. L'ha fatto perché si parlasse di lei. "Quali voci?". Bisogna immaginarselo, con l'aria di chi davvero non sa di cosa tu stia parlando.
***Bisogna immaginarsi la fatica con cui il discorso viene ricondotto nei binari, stavo dicendo delle major, e come a questo punto il poliziotto buono Renis lasci il posto al poliziotto cattivo Messina, e la tesi del complotto viene esposta. "Lui non vuole dirlo, ma avevano un disegno ben preciso. Loro non volevano che Sanremo si facesse; e se non si faceva quest'anno non si sarebbe fatto mai più. Pensavano che non facesse vendere abbastanza dischi, che fosse meglio spostarlo di città, il progetto c'era già, e il passo successivo sarebbe stato farlo con un altro netvork televisivo". Beh, "un altro". In Italia non è che ce ne siano diecimila: sta dicendo che il direttore artistico messo lì dal Cav. è l'uomo che sta per salvare la Rai ed evitarle di perdere il più prezioso gioiello della corona regalandolo a Mediaset? Sta dicendo che chiedere di togliere Renis da Sanremo significa chiedere la vittoria ai punti di Mediaset? "Le sinistre si stanno dimostrando i veri alleati di Berlusconi". Dice Messina che le scuse opposte a questa gestione sono state le più varie, e le più infondate. Dice che prima hanno detto che oramai era tardi, non si potevano più trovare le canzoni: "Lui si è messo al lavoro, e sono arrivate setteottocento canzoni. E allora? Allora erano tutte scuse" Renis: "Erano settecentoottanta, ma non diciamolo sennò fanno polemica"). Dice che poi hanno obiettato che l'anno scorso c'era stato un accordo per un rimborso spese, per le case discografiche Sanremo era troppo oneroso e si era deciso che ci sarebbe stato un ulteriore contributo economico in parte a carico del Comune di Sanremo in parte a carico della Rai (tradotto per noi dal pensiero debole: non solo io metto a disposizione dei tuoi cantanti una vetrina promozionale gratuita da una dozzina di milioni di spettatori, dimodoché tu gratuitamente possa far sentire il loro disco e la gente prenda in considerazione l'idea di comprarselo, ma voglio sollevarti dal disturbo di doverci rimettere i soldi dell'albergo, per te e per il cantante in questione); l'accordo per il rimborso spese non era stato rispettato dal Comune: "I cinquecentomila euro del Comune non li avrebbero visti mai, lui ha convinto la Rai a farsene carico, e non solo: li ha convinti anche a ripetere il contributo". (Renis: "Ho trasformato un'una tantum in un'una semper"). Renis dice che "chissà cosa gli hanno raccontato, i loro dirigenti italiani, alle major del disco". Già. Chissà come si fa, a convincere delle multinazionali a credere al lupo cattivo. A spingerli a privarli di cotanta (gratuita) vetrina.
***Bisogna immaginarsi Tony Renis all'hotel Cala di Volpe. "Con mia moglie Elettra, e un amico che sarà a Sanremo: Lionel Richie". Bisogna immaginarselo che prende il sole, e il telefono che squilla. "Era il mio amico Gianmarco Mazzi, che conosco per via della nazionale italiana cantanti e che però non sentivo da un po', perché con una scusa o con l'altra non mi facevano mai giocare, dicevano che non mi allenavo, e allora mi hanno fatto ambasciatore della nazionale italiana cantanti nel mondo". Che è un po' peggio che venire messo in porta, ed è uno smacco incommensurabile per uno che ti spiega che lui voleva fare il calciatore, che fare il cantante è stato un ripiego, colpa di suo padre, che gli diceva: "Tu sei un artista, non puoi fare il calciatore", ma lui sarebbe stato un grande, e te lo spiega alzandosi e continuando a parlare, mentre in mezzo al salotto palleggia senza palla. Bisogna immaginarselo.
***Bisogna immaginarsi la riunione dei vertici Rai che cercano disperatamente un direttore artistico, e Mazzi suggerisce Renis, e Cattaneo dice: "Ma Renis è un uomo no", perché lui è uno che se ne sta in disparte, dice, da un po' di anni, e Cattaneo dice a Mazzi di provare a chiamarlo e chiederglielo, e come credete che glielo chieda, Mazzi? Bisogna immaginarsi il divertimento di Renis, nel riferire: "Ti faccio un'offerta che non puoi rifiutare".
***Bisogna immaginarsi la "grassa risata" e il "neanche morto" con cui Renis racconta di avere accolto l'offerta, e quel Mazzi che "era un mastino, non demordeva, lui ha fatto telefonare da tutti, da Mogol, da Claudia Mori, anche Adriano credeva fosse una buona idea". (Bisogna fra parentesi immaginarsi la diplomazia con la quale Renis elude le domande sulla possibilità di vedere i suoi amici Mina e Celentano a Sanremo, prova a dire di non averglielo ancora chiesto, si obietta che non è che il giorno prima del festival uno può pensare di chiamare Mina e dirle: "Scusa tanto, mi era passato di mente: saresti mica disposta a un ritorno sulle scene, diciamo fra un paio di giorni?", e allora lui dice che "è vero che qualche volta the dreams come true, ma credo che questo sogno resterà tale", e pazienza). Bisogna immaginarsi il cedimento finale di Renis ("Devono avermi imbriagato"), che però dice che ha avuto poco tempo, e pare metta le mani avanti, e "ora c'è la competition, è iniziata l'anno scorso, quest'anno c'è 'Zelig', 'Il Grande fratello', 'La Corrida', non si possono fare paragoni coi numeri degli anni in cui la concorrenza sospendeva i programmi e si metteva a guardare il festival". Bisogna immaginarsi i "chimel'hafattofare" che attraversano la mente di uno che dice di rendersi conto solo ora della fatica dei predecessori. "è una cosa immane", e anche "è mio modesto parere che Pippo Baudo sia insuperabile". E si può solo immaginare il tono con cui dice: "Mi avrebbe fatto piacere che mi avesse dato almeno un colpo di telefono".
***Bisogna immaginarsi un ragazzo di Porta Ticinese che fa di necessità virtù, e dell'assenza delle major una forza. "Io so che Baudo ha due belle orecchie. Non credo fosse colpa sua. Lui sceglieva fra quello che le major gli proponevano. Era colpa del loro dispotismo: il festival è una vetrina, se poi loro in vetrina piazzano oggetti che non godono del gusto del pubblico non si lamentino se restano in vetrina". Ma, lodi della critica a parte ("Castaldo è leale. Ha anche avuto dei problemi col suo direttore, che vuole attaccarmi politicamente, ma lui non può scrivere il contrario di quel che pensa, e ha dovuto riconoscere che le canzoni sono belle. Su ventidue, le radio cui le ho fatte sentire mi hanno detto che ce ne sono almeno diciotto trasmettibili. Gli altri anni otto, sei... due... una. Castaldo ha scritto bene perché è leale"), l'assenza delle major non è stata un problema da poco. E, come si tentava d'indagare alcune ore e molti cambi di discorso fa, è inspiegabile. Stiamo parlando di multinazionali, gente per cui "business is business", pure se per portare a casa il business è necessario fare accordi col Male Supremo. "Già. Hanno un padrone, le major. E devono fare fatturato. E non rinunciano facilmente a un passaggio così. Chissà cos'hanno raccontato ai loro padroni. A meno che per loro il business non sia più business".
***Bisogna immaginarsi l'educata comprensione, fra il rassegnato e il compassionevole, con cui Renis racconta di Eros Ramazzotti: "Un grande artista, cui avevamo riservato l'ultima serata: sarebbe stato un momento magico in occasione del suo ventennale, mi aveva dato la sua completa adesione, lui personalmente mi aveva detto 'Tony, sarò al tuo festival', e invece una settimana dopo la casa discografica ha fatto di tutto per non farlo venire. Le pressioni devono essere state forti, perché per un artista comunque il festival di Sanremo ha un fascino. Poi certo, io non mi sono mai lasciato e non mi lascerei mai condizionare da nessun presidente ci nessuna casa discografica, ma si vede che ci sono artisti che non hanno la forza o la voglia di lottare, di discutere o d'imporsi. A me non sarebbe potuto capitare, ma io sono fatto a modo mio.
***Bisogna immaginarsi un uomo per cui gli amici sono tutto. Mina, che gli fece fare il suo primo Sanremo. "Ero innamoratissimo di Mina, e non gliel'ho detto se non molti anni dopo. Lei mi chiamava, e io correvo che sembravo Speedy Gonzales. L'avevo accompagnata a fare una serata all'Enalc hotel di Castel Fusano, e alle due di notte arrivò Ezio Radaelli, che allora era il patron di Sanremo e voleva convincerla a partecipare. Lei non ne aveva nessuna voglia, disse di no, continuammo a mangiare e a bere finché, alle cinque di mattina, Mina Mazzini disse: 'Ezio, partecipo. Ma solo se inviti anche il mio amico Tronis'. Lei mi chiamava così, anagrammando il nome e il cognome. Era come una sorella, per me. Anche se avrei preferito qualcosa in più. Comunque portai a Sanremo 'Pozzanghere"'. Da sorteggio, fu il primo a esibirsi, "e il primo ad andare a casa. Fu un dolore talmente grande. Atroce. Pensai: farò il travet in banca. Avevo già fatto la mia brava gavetta, sa. Avevo scritto una canzone per l'epoca scandalosissima, che diceva 'Ay Carmela, dammi la mela, e con la mela fammi godere'. Ero stato un bambino prodigio. E avevo già scoperto quello che reputo il più grande artista italiano: Adriano Celentano". Gli amici, già. Mogol, che da figlio di Mariano Rapetti delle edizioni Ricordi gli fece portare "Quando quando quando" al Sanremo successivo. "L'avevo portata in giro, ma mi dicevano tutti che era tardi, mancavano pochi giorni alla chiusura delle selezioni sanremesi. Mi dicevano di tornare dopo il festival, ma io volevo andare al festival. La feci sentire a Giulio, e lui disse 'Forte, andiamo dal mio papà'. Lui era una persona seria, mi disse 'Io te la mando ma non ti prometto niente'. Al primo ascolto alla commissione piacque talmente che la misero da parte: non c'era bisogno di risentirla, erano sicuri sarebbe stata una finalista. La misero da parte talmente bene che se ne scordarono: finì fra le prime otto escluse. Solo che quell'anno il festival dovevano presentarlo Tognazzi e Vianello, e Tognazzi aveva portato una canzone alle selezioni. L'ottava esclusa. Tognazzi disse che non avrebbe presentato se la sua canzone non concorreva, e così ripescarono le prime otto. Trentadue canzoni in gara, invece delle solite ventiquattro". Non tutto il conflitto d'interessi viene per nuocere.
***Bisogna immaginarselo, il berlusconiano che dice di non aver mai parlato del festival con Berlusconi, e che non vuol dire ma lascia capire che certo, l'unica operazione vittoriosa del governo rischia d'essere Sanremo, e se gli chiedi se come premio voglia un seggio al Senato dice: "L'ha detto lei"; bisogna immaginarselo, il direttore artistico che dice che il festival non sarà come lo vuole lui, "l'optimum sarebbe un festival di tre giorni, e chiudere alle undici e mezza", ma ci sono esigenze aziendali, e amen; bisogna immaginarselo, il diplomatico che se gli prospetti la rivolta dei giornalisti esclusi dal dopofestival ti dice che "era oneroso anche per loro, fisicamente faticoso, fare le quattro di notte tutte le sere"; bisogna immaginarselo mentre magnifica quella che secondo lui sarà la vera sorpresa del festival, un sassofonista catanese quattordicenne che improvvisa jazz. E il valletto George Clooney? "Vuole una barca di soldi, ancora non ci siamo messi d'accordo". Urge autotassazione delle spettatrici.
***Bisogna immaginarselo mentre dice che se "non ci fosse stato Sanremo, sarei lì che cerco di riprendermi l'Oscar che mi hanno scippato tre anni fa", e racconta che quando Jennifer Lopez lesse un nome che non era il suo pensò si fosse sbagliata, e il regista che inquadrò in diretta la sua faccia incredula e delusa è ora creative consultant per Sanremo, e Gregory Peck lo chiamò per dirgli che la sua canzone era comunque la più bella. Fa una straordinaria imitazione, di Gregory Peck, poi riprende il tono normale e ti racconta che comunque aveva vinto il Globe, e aveva detto "I knew it", e tutti temevano stesse svelando un magheggio ma era solo che giorni prima aveva mangiato in un ristorante cinese con la moglie e con un amico che è stato l'accordatore di Rubinstein e fa l'imitatore di Elvis Presley a Las Vegas; avevano pranzato al cinese dopo aver comprato un pianoforte bianco nella Valley, e il biglietto nel suo fortune cookie diceva: "Vincerai un premio importante", e quindi lui lo sapeva.
***Bisogna immaginarsi Renis che pronostica la propria vittoria in quest'impresa "against the odds, come dicono da quelle parti", e si concede un solo minuto d'amarezza, in cui parla di "orgoglio", di "dignità" e dice: "La mia fortuna è che non somatizzo, perché è così che hanno ucciso Enzo Tortora". Bisogna immaginarsi Renis che cambia tono prima che la gente si stufi e cambi canale senso dello spettacolo, anche in salotto. "Chiambretti aveva le idee chiare": è convinto, Renis, che "comunque vada sarà un successo" sia un buon motto, per il festival. Immaginatevi la faccia che fa quando gli si chiede se questa è la storia di "Appuntamento in riviera". Prima pensa gli si stia chiedendo di raccontare gli esordi di carriera, poi capisce. Il film (1962, regia di Mario Mattòli) in cui Tony Renis fa un Tony Renis che va a Sanremo e trionfa contro tutto e tutti, specie contro i cattivi manager musicali. Lì, non faceva il direttore artistico ma il cantante. E il perfido impresario gli attribuiva una relazione con Mina per alzare le vendite. Mettendo a rischio il suo matrimonio. Figurarsi. Lui, che quando squilla il telefono con un Tchaikovskji per suoneria, ed è Elettra, prende un tono puccipucci che neanche i fidanzatini di Peynet.
***Bisogna infine immaginarsi la cronista incantata che ascolta il raccontatore di fiabe e dimentica che in quel momento sta andando in onda "Elisa di Rivombrosa", bisogna immaginare che alla fine Renis abbassi la voce e si immedesimi nella parte dell'uomo ferito. "Il Golden Globe, l'Oscar scippato, il premio alla carriera a Sanremo: leggi i giornali italiani e sembra che io non abbia fatto niente...". Stai per crederci, per esprimergli solidarietà, poi l'entertainer che è in lui prende (ancora una volta) il sopravvento: "Sembra sia solo amico di Joe Adonis e di Al Capone, Al Fagiano, Al Tacchino". Bisogna immaginare il sorriso innocentemente soddisfatto di cui Renis gratifica la persona che gli passa il telefono e lo invita ad ascoltare, facendogli scoprire che la musica d'attesa del radiotaxi e' "I hate you then I love you", ovvero "Grande grande grande" cantata da Céline Dion. Musica di Al Tacchino.