10.12.04

Qua la mano Mascalzone Bavoso
di Marco Travaglio (Dall'Unità del 07 Dicembre 2004)

Bisogna ringraziare Romano Prodi per aver chiamato mercenari i mercenari di Berlusconi, detti anche "guardia azzurra", "camicie azzurre" o Silvien Jugend. E' stato Berlusconi, non Prodi, ad annunciare che avrebbe reclutato mille giovani da sguinzagliare per l'Italia, pagandoli di tasca sua come un tempo faceva con Craxi e certi giudici. Dunque, tecnicamente, costoro si chiamano mercenari. Uno più spiritoso li avrebbe definiti camerieri, maggiordomi, colf, badanti, volontari a pie' di lista. Ma anche mercenari rende l'idea. Peraltro quello stesso termine l'aveva abbondantemente usato Berlusconi per definire i suoi oppositori tutti, con una certa dose di ingratitudine visto quel che han fatto per lui. Il 19 gennaio 2000, a Studio Aperto, intervistato dal sottostante Paolo Liguori, dichiarò: "Al congresso Ds è caduta la maschera. Sono un esercito di mercenari, di opportunisti, pronti a combattere per la causa che di volta in volta gli conviene... Non importa sotto quale bandiera combattano... L'importante è fare l'unica cosa che sanno fare, il mestiere della politica, i profittatori della cosa pubblica". Seguirono un paio di reazioni risentite, e morta lì. Il 24 agosto 2000, parlando al Meeting dell'Amicizia, si sintonizzò col titolo della manifestazione e sparò: "Quelli della sinistra sono mercenari, mercenari! Non gli importa per quale cosa, per quale ideale, per quale bandiera si battono: gli importa solo di fare la guerra al nemico che oggi individuano nel sottoscritto!". Un altro paio di repliche un po' stanche, e morta lì.
Eppure Berlusconi si riferiva ai militanti (volontari non pagati) di tutta l'opposizione, mentre Prodi parlava esplicitamente dei mille giovani che Berlusconi ha promesso di assoldare (anche se Tg1 e Tg5 facevano i furbi, dicendo che parlava di tutti i militanti del centrodestra). Perché allora gl'insulti gratuiti di Berlusconi non sortirono reazioni apprezzabili, non innescarono dibattiti, non suscitarono richieste di scuse, mentre la banale constatazione di Prodi è da quattro giorni al centro del dibattito politico, su tutti i telegiornali e i giornali, con la partecipazione straordinaria di terzisti, "riformisti" e Pigi Cerchiobattisti? Perché Berlusconi può atteggiarsi, con vasta corte di corifei al seguito, a vittima della "demonizzazione", lui che da quando è sceso in campo non fa che insultare, calunniare, diffamare e minacciare - personalmente o tramite i suoi killer a mezzo stampa e tv - chiunque si metta di traverso sulla sua strada: politici d'opposizione ("comunisti, stalinisti") e alleati dissenzienti (Bossi "giuda, traditore, personalità doppia e tripla, ladro e ricettatore di voti" nel '94, Fini "fascista" e Follini "professionista della vecchia politica" fino all'altroieri), eurodeputati (il tedesco Shulz paragonato a un "kapò nazista"), intellettuali e sindacalisti (Cofferati "mandante morale del delitto Biagi"), pm e giudici ("toghe rosse", "eversori", "golpisti", "comunisti", "fascisti", "come la banda della Uno Bianca", "criminali", "matti", comprese la Corte Costituzionale e le Sezioni Unite della Cassazione), giornalisti e attori (Biagi, Santoro e Luttazzi "criminosi"), capi dello Stato (Scalfaro "golpista e ribaltonista") e semplici cittadini ("faccia da stronza", alla signora di Rimini che lo invitava a tornare a casa)?
La risposta è semplice, perfino banale, almeno per chi ha occhi per vedere: il più indomito demonizzatore che esista al mondo può passare addirittura a vittima della demonizzazione perché possiede o controlla tutte le televisioni, grazie alle quali è in grado di imporre a tutti l'agenda politica che vuole lui. Costringe tutti a parlare di ciò che vuole lui, a preoccuparsi di ciò che vuole lui, a ignorare ciò che vuole lui. E visto che ha instaurato un regime mediatico, ma non vuole che si dica, riesce pure a imporre che non se ne parli. Anzi, che lo si neghi.
Ieri, sul suo Giornale, celebre per aver inventato una tangente inesistente di 5 miliardi su un conto austriaco inesistente di Di Pietro, calunniato la Ariosto e la Boccassini con accuse false, amplificato per mesi i delirii dei falsari Marini e Volpe su Telekom Serbia, è comparso un sereno editoriale di Paolo Guzzanti, noto per aver intervistato un altro peracottaro, tal Zagami, che diceva di aver assistito al trasporto dei miliardi in sacchi di juta destinati da Milosevic ai leader dell¹Ulivo. Stigmatizzando il malvezzo prodiano di chiamare mercenari i mercenari, il condirettore-senatore Guzzanti definisce Prodi, nell¹ordine: "leader rottamato", "fior di mascalzone", "uomo dal passato cupo di ombre", "amico dei comunisti golpisti", "bavoso", "vergognoso", uno che "svendeva la Sme" e "ha fatto a pezzi il Paese", "santa mortadella", "salame", come chi "in America Latina adorava il mitra", "disastro", "medium da retrobottega", capo di una "sinistra demenziale e violenta" fatta di "poveracci" e "squadristi da far
valere alle manifestazioni", "canagliesco", "attrezzo per disperati", "figura indegna", uno che "è entrato in una cabina telefonica, s¹è tolto il liso panciotto, si è spolverato la forfora, si è spogliato ed è rimasto nel costume con mantellina con la grande "M" di Mascalzone". Perchè, spiega Guzzanti, la sinistra è "odio e agguato". Mentre il Polo, com'è noto, è amore. E lui, modestamente, lo nacque.

9.12.04

Massimo Mucchetti per il Corriere della Sera

Il 28 settembre 1943, quando l'Italia democratica era ancora un sogno, Luigi Einaudi scriveva: «E' legittimo che ogni partito abbia i suoi organi; ma questi debbono essere dichiarati tali e debbono essere mantenuti a spese del partito». Sessant'anni dopo, i giornali di partito quadrano i loro conti grazie ai contributi a fondo perduto della presidenza del Consiglio. Probabilmente Einaudi avrebbe capito: una volta deciso il finanziamento pubblico delle forze politiche parlamentari, l'aiuto ai loro quotidiani è solo una conseguenza.
Quello che l'economista liberale, primo presidente eletto della Repubblica, difficilmente avrebbe compreso è il resto. Che «l'Unità» o il «Secolo d'Italia» abbiano un aiuto può andare. Magari ne registriamo la consistenza - la prima prende contributi per 6,8 milioni contro 21 milioni di ricavi editoriali, il secondo per 3,1 milioni contro ricavi di 1,2 milioni - per osservare come il quotidiano fondato da Antonio Gramsci sia più radicato di quello di An, e dunque, in proporzione, meno dipendente dall'obolo di Palazzo Chigi.
Lo stesso metro di giudizio può essere applicato alla «Padania», voce della Lega: 4 milioni di aiuti dal governo centrale contro 3,3 portati da lettori e inserzionisti. E a «Liberazione», testata di Rifondazione comunista: 3,7 milioni di aiuti contro 3,2 venuti dal pubblico. Ma alla fine diremo che la democrazia ha i suoi costi, e pazienza. Qualche buona ragione potrà pure essere riconosciuta ad «Avvenire», il quotidiano della Conferenza episcopale italiana che, peraltro, gode già dell'8 per mille, o alle cooperative storiche che editano in modo spartano il «Corriere mercantile» di Genova o «il manifesto». Più arduo, invece, è apprezzare la posizione di testate che rappresentano intraprese commerciali sostenibili solo grazie allo Stato.
Tanto più se le stesse testate fanno del taglio della spesa pubblica il proprio cavallo di battaglia.
In quest'editoria parastatale, spiccano «Il Foglio», che perde 336 mila euro nonostante 3,5 milioni di aiuti, pari al 71% dei ricavi ordinari, e «Libero» di Vittorio Feltri, che pareggia con 5 milioni di contributi e 17,5 di fatturato. Il quotidiano diretto da Giuliano Ferrara si è affiliato alla Convenzione per la giustizia, movimento politico con 2 parlamentari, per avere i contributi della legge 250. Lo stesso ha fatto il giornale guidato da Vittorio Feltri, che si dice, con una scritta quasi invisibile, organo del Movimento monarchico italiano.

Poiché il giochetto venne replicato da molti, talvolta a meri scopi speculativi, il Parlamento chiuse la porta, ma non fece uscire chi era entrato. Con voto trasversale, agli "imprenditori" più svelti sono stati confermati i pubblici soccorsi a patto che trasformassero le società editrici in cooperative. Ed ecco apparire la coop Libero formata dagli Angelucci, i re delle cliniche romane, e dai loro professionisti, con 50 mila euro di capitale, un centesimo del contributo che lo Stato dà ogni anno al giornale. Anche l'ultima nata, la cooperativa del Riformista, organo del Movimento per le ragioni del socialismo diretto da Antonio Polito, ha chiesto 2 milioni che, assieme a 3 milioni di ricavi, le consentono il miglior profitto del settore: 474 mila euro.
L'anno scorso furono 93 le testate a dividersi 120 milioni. Adesso, il Dipartimento per l'editoria decide analoghe assegnazioni a valere sui conti 2003. L'intera editoria, invece, riceve crediti d'imposta del 3% per cinque anni sugli investimenti e contributi pari alla metà del servizio del debito relativo (92 milioni per l'ultimo triennio). Anche questo in linea di principio è un aiuto, ma è legato allo sviluppo e non alla copertura delle perdite. Non a caso il commissario Ue, Mario Monti, non l'ha considerato aiuto di Stato.
(con la consulenza tecnica di Miraquota)

7.12.04

Le spie che vengono da Arcore
"Contrordine" di Alessandro Robecchi

Per una volta, niente politica. Cerchiamo di cogliere il lato umano della vita. I sentimenti, le passioni, le infinite tristezze del nostro percorso terreno. Tutte quelle cose che a voi - essendo comunisti - vi fanno venire la pellagra e lo scorbuto, che cominciate a grattarvi e non la smettete più. Facciamo un sforzo. Scendiamo un po' nella profondità dei sentimenti della gente, come fossimo una puntata della Vita in diretta, o un reality qualunque, o un surreality come il Tg5 di Carlo Rossella. Insomma, quella fuffa lì. Mandiamo per un attimo un pensiero a quei giovani volenterosi di Forza Italia che hanno bussato alle federazioni del partito di Silvio per «rendersi utili». Essi, questi bravi giovani animati da una forte passione e «tutte persone molto credibili», in preda a una sincera febbre liberale, hanno alzato il telefono, chiamato la più vicina federazione di Forza Italia e si sono offerti volontari per aiutare il partito. In essi batteva un cuore indomito, ma i risultati sono stati assai deludenti. Sì, giovanotto, ci lasci il suo numero, le faremo sapere. Sì, sì, vabbé, mi lasci il nome. Sì, certo, capisco l'entusiasmo, ci faremo vivi noi, d'accordo? Insomma, il corpaccione del partito di maggioranza relativa, se mi scusate il francesismo, ha scacazzato proprio male i nuovi aspiranti impolitici che vogliono fare la politica di Silvio. Essi andarono per modernizzare, baldi, giovani e forti, e vennero rapidamente modernizzati: grazie, non compriamo niente, ragazzino ci lasci lavorare. E' quando la vita dà colpi simili che si finisce nel tunnel della droga, o si diventa comunisti.

Non so se riuscite a immaginare la tristezza della situazione: un giovane che si offre volontario a Forza Italia è già una cosa parecchio strappalacrime. Ne immaginiamo le profonde motivazioni morali, tipo trovare i soldi per l'ultima rata del gippone. E' triste, sì. Ma un plotone di tromboncini medi e piccoli, notabili di paese, minuscoli apparatniki di provincia che dicono «no grazie», timorosi di perdere qualche posizione in una macchina di sottopotere decorativa come il partito di Silvio, è ancora più triste. Se unite queste due profonde tristezze forse riuscirete ad avvicinarvi all'essenza delle cose.

E qui entrerebbe il lato umano della faccenda: tutte quelle speranze infrante, tutti quegli entusiasmi frustrati. Stavamo per cascarci, ma qui... colpo di scena! Già. Si scopre che i giovani burbanzosi volontari vogliosi di «inseguire un sogno» li aveva mandati lui, Silvio in persona. Cioè Egli, astuto come una faina, aveva mandato qualche aitante spia giovanile per verificare il comportamento dei suoi sergentelli sul territorio. Ed essendo state le piccole spie in erba respinte con perdite, sbertucciate e irrise, trattate come la piccola fiammiferaia o anche peggio, presi a male parole, Egli si è adontato parecchio.

Questo, inutile che ve lo dica io, apre nuove incredibili prospettive alla sinistra. Ora, ogni federazione, sezione, cellula e tavolo da bridge di Forza Italia sa che se un giovane si offre volontario e chiede di portare il suo entusiasmo per procurare al paese nuovi danni e lutti e disastri, potrebbe essere mandato da Silvio in persona. Ora tutti verranno accettati, purché particolarmente fessi, cialtroni e fiduciosi nelle tabelle taroccate del professor Brunetta, il professore delle patacche. Ora Silvio comincerà con assumerne mille. Mille nuovi dipendenti, che verranno inviati (a coppie, una lui e una lei, chissà perché siano arrivati ai Ken e alle Barbie di Forza Italia) a fare proselitismo sul territorio e a «svecchiare» il partito, magari a portare il verbo di Silvio nei mini-potentati locali che si servono del bandierone di Forza Italia per farsi i loro eterni privatissimi cazzetti propri (e non quelli di Silvio, reato federale). Saranno selezionati, addestrati e mandati al fronte. Avranno sedi luminose ed eleganti. Probabilmente belle cravatte e girocollo di cachemire. Lavoreranno sul territorio, convincendo la gente e raccogliendo fondi, perché Silvio non vorrebbe pagare di tasca sua, ci mancherebbe! Lo scenario è di una tristezza quasi insopportabile: mille nuovi precari gettati senza rete su un terreno scivoloso. Speriamo che nessuno di loro cada da un'impalcatura o si chiuda un dito nella fotocopiatrice, perché i caporali del partito sarebbero pronti ad abbandonarli feriti sul ciglio di una strada provinciale come si fa nel migliori cantieri edili del regno. Il tutto mentre il Capo prepara una fiction sul suo buon governo e dice agli amici: «gli sceneggiatori sono già al lavoro». Come vedete, non è questione di politica, ma soltanto di infinita tristezza. Aspetto con ansia che Ken e Barbie vengano a bussare, a farmi visita, a chiedere soldi, a stupirmi con il loro credo liberale. Dopo di che, temo, mi metterò a piangere.
PRECISAZIONI
da Alberto Arienti

Questa comunicazione supererà abbondantemente gli spazi consentiti. Caro subcomandante, ho sempre accettato come parte del giochi la tua "censura" e non ho mai giudicato il tuo atteggiamento sulla questione israelo-palestinese, che si risolve in un gran cestinare "perchè il problema è troppo" complesso.
Dopo questo intervento di Goldoni: "Una vera Germania democratica nacque solo dopo il tribunale di Norimberga; così successe nel Giappone post-bellico. Una nuova Palestina deve liberarsi dei terroristi che la hanno ridotta allo stato attuale: i vari Abu Mazen, Abu Ala', Dahlan, Rajoub rappresentano il problema e non la soluzione. La loro continua legimittazione impedirà una futura democratizzazione e regolarizzazione del paese. La stessa denominazione dei quattro come "moderati" è ridicola (...)"
mi ero permesso questo: "Molti terroristi israeliani sono arrivati a governare e nessuno ha detto nulla. Il nostro Cossiga ha raccontato un gustoso dialogo avvenuto ad un ricevimento ufficiale tra un diplomatico inglese ed uno israeliano. Il secondo chiese al primo: "Dov'è la vostra ambasciata a Roma?". "Sempre allo stesso posto. Perchè?". "Perchè io ero uno di quelli che l'ha fatta saltare" rispose il diplomatico israeliano." che non è stato pubblicato.

Oggi però pubblichi:
"SARA' UN CASO? da Giorgio Guiotto: Da quando Arafat ha levato le tende (finalmente) in Israele non è più scoppiato neanche un petardo..."

quindi la tua famosa equidistanza rispetto al problema è andata a farsi benedire.

Chiudo con l'intervista a Cossiga che aveva generato la storiella:
"Presidente, lei in seguito ha incontrato altre volte Arafat. Lo considera uno statista o un leader corrotto, protettore del terrorismo e con un passato, lui stesso, da terrorista?

«Lo considero uno statista e la sua scomparsa costituirà un grave problema per tutta l’area mediorientale. I passati da terrorista non contano. Dietro il Risorgimento italiano c’è stato il terrorismo, come dietro la nascita dello Stato d’Israele ci sono stati la “Banda Stern”, l’attentato all’Hotel King David e quello all’ambasciata inglese a Roma, quando alcuni giovani ebrei fecero esplodere l’edificio travestiti da camerieri durante un cocktail, pur senza mietere vittime. La verità è che il terrorismo è la febbre iniziale e maligna di ogni movimento di resistenza nazionale. Le racconterò un episodio: qualche anno fa, a una cena, ero seduto fra un diplomatico israeliano di alto rango e un politico inglese. A un certo punto, il primo chiese all’altro: “Dove avete adesso la vostra ambasciata a Roma?”. E l’inglese rispose: “Sempre lì, a via XX settembre. Perchè le interessa?”. “Perchè io sono uno di quelli che ve l’ha fatta saltare in aria”. Il che dimostra una cosa».

Che cosa?
«Che non tutti i terrorismi sono cattivi»." Umberto La Rocca per La Stamp
Il silenzio non è innocente
Lettera a L'Unita' di Marco Bertotto, Presidente Amnesty International Italia

Caro Direttore,
proprio mentre è in corso in Cina la visita di Stato del presidente Ciampi e di una nutrita schiera di ministri, un imbarazzante silenzio è calato sulle sistematiche violazioni dei diritti umani di cui è responsabile il governo di Pechino.
Nonostante i timidi tentativi che la nuova leadership cinese ha compiuto per far intendere la sua volontà di modernizzare il paese, non si sono registrati significativi passi avanti per introdurre quelle riforme legislative e istituzionali necessarie a garantire l’esercizio delle libertà fondamentali.
Al contrario, negli ultimi anni abbiamo osservato un nuovo giro di vite nei confronti della libertà di espressione e decine di migliaia di persone, tra cui attivisti politici e navigatori di Internet continuano ad essere arbitrariamente detenuti e condannati dopo processi sommari. Oltre 250mila persone sono state costrette a seguire un programma di «rieducazione attraverso il lavoro» a seguito di procedimenti che violano tutti gli standard internazionali sul giusto processo.
Continuano gli arresti e le intimidazioni contro gli aderenti al movimento spirituale dei Falun Gong e la repressione dei cosiddetti “estremisti religiosi” della comunità uigura dello Xinjang così come dei dissidenti tibetani. La tortura è pratica corrente in un sistema di amministrazione della giustizia a dir poco indecoroso, mentre ogni anno le condanne a morte in Cina superano quelle eseguite complessivamente in tutti gli altri paesi del mondo.
Di questo volto della Cina, purtroppo, si discute assai poco sui mezzi di informazione e nel dibattito parlamentare odierno. Ben più grave è tuttavia il fatto che non se ne sia parlato nemmeno nei colloqui che la delegazione italiana ha avuto con il presidente Hu Jintao e il premier Web Jibao.
Ci diranno che l'argomento è senz'altro scabroso e ingombrante. Se si inserisse il tema dei diritti umani nell'agenda dei colloqui ufficiali con le autorità cinesi, tra un accordo commerciale e un programma di cooperazione bilaterale in ambito culturale, si correrebbe il rischio di compromettere i nostri rapporti con un partner economico importante e in piena espansione. Con buona pace delle Madri di Tiananmen e delle altre centinaia di attivisti che, come denuncia il rapporto odierno di Amnesty International, vanno incontro al carcere e alla tortura per difendere i diritti umani dei propri concittadini.
Secondo questa cinica visione della politica estera, i diritti umani sono un lusso che ci si può permettere solo quando non sono in gioco gli interessi strategici del paese. E, dovremmo aggiungere in questo caso, i profitti economici delle circa 200 imprese italiane che accompagnano la delegazione ufficiale a Pechino in cerca di investimenti e opportunità di nuovo mercato.
“Il business prima di tutto”: concordano su questo slogan sia i rappresentanti delle nostre istituzioni che gli amministratori delle loro imprese, rafforzando la convinzione del governo cinese secondo cui i paesi occidentali, in cambio di adeguati tornaconto sul piano economico, sono disposti a chiudere tutti e due gli occhi sul mancato rispetto dei diritti umani.
Eppure, la progressiva apertura internazionale della Cina sul piano del commercio, degli affari e addirittura dello sport, come evidenzia l'assegnazione dei Giochi Olimpici per il 2008, comporta per la dirigenza di Pechino una sempre maggiore sensibilità ed attenzione all'immagine all'estero del paese. Allora occorrerebbe un po' di coraggio in più, per interrompere finalmente quella indecorosa politica dello struzzo che il nostro paese sta conducendo nei confronti della Cina.
Il presidente della Repubblica Ciampi dica pubblicamente che per l'Italia i diritti umani non possono in alcun modo essere merce di scambio e chieda ai rappresentanti del governo cinese impegni e tempi precisi nel campo delle riforme legali.
Il presidente di Confindustria Cordero di Montezemolo dia sostanza alle sue recenti dichiarazioni sul tema della responsabilità sociale delle imprese: convinca i suoi colleghi, italiani e cinesi, che un paese in cui i diritti umani e le regole del diritto sono riconosciuti a tutti i cittadini è anche un paese in cui gli investimenti sono più garantiti e gli affari più redditizi.

6.12.04

Da destra a sinistra, l’insulto è bipartisan
di Gian Antonio Stella (Corriere della Sera)

«Disgustoso», ha tuonato Fabrizio Cicchitto, ostentando il suo schifo per come Prodi ha chiamato «mercenari» i mille ragazzi che Berlusconi vuole sparpagliare per l'Italia alle Regionali. E ha aggiunto sarcastico: «Lo ringraziamo per il contributo dato alla civiltà e alla serenità del confronto politico». Vista la rissa che si è scatenata, è difficile su questo dargli torto: benzina sul fuoco. Il sanguinoso insulto, però, non è affatto al debutto, nel pollaio italiano.
E tra quanti l'hanno usato per sfregiare l'avversario, a sinistra e a destra, c'è anche l'uomo di cui Cicchitto è il devoto scudiero, cioè il Cavaliere.
Miracoli del nostro dibattito fra partiti e coalizioni, ministri e portaborse: nel diluvio quotidiano di parole, nessuno ricorda il mercoledì ciò che ha detto il martedì. Molto prima che il leader ulivista facesse ieri quella sortita sui «volontari» che, dice l'Ansa, «saranno selezionati su un modello manageriale e aziendale», «stipendiati» e mandati a «contattare capillarmente gli elettori» alle dipendenze di Dell'Utri che vorrebbe ripetere il miracolo del '94 quando costruì una «macchina-azienda, sulla falsariga di Publitalia», l'accusa agli avversari di essere «venduti» o «prezzolati» o «a libro paga» è stata usata ad esempio, più volte, da Bossi.
Una volta contro «i roghi predisposti dai mercenari del Cavaliere piduista». Un'altra contro Fini: «Sono sempre più numerosi gli italiani che, nonostante i sondaggi manipolati, gli spot illegittimi della Fininvest e i tentativi di drogare l'opinione pubblica, sono disposti ad accettare passivamente a scatola chiusa il nuovo "manuale Cencelli" di Berlusconi e la sua entrata trionfale nella stanza dei bottoni assieme ai miracolati missini e ai loro mercenari».
E ancora contro gli eredi della Dc: «Tra i mercenari del Polo, specialmente da parte della "centuria" Casini..». Contro i sindacati: «Vedo marciare una truppaglia mercenaria. Esibisce strane insegne, sigle come Cgil, Cisl, Uil...». Contro i leghisti che si erano opposti al ribaltone contro il primo governo del Polo: «Berlusconi sta cercando di corrompere, con soldi e con minacce qualcuno dei miei, qualcuno che era già nel suo libro paga».
Franco Rocchetta lo ripagò con la stessa pasta: «Bossi, ma anche i suoi lacché e mercenari, hanno accumulato errori per avidità e miopia...».
Riccardo De Corato, vicesindaco di Milano per conto di Alleanza Nazionale, lo accusò addirittura di alto tradimento: «Bossi oggi a Milano ha di fatto invitato gli italiani a investire in titoli di Stato tedeschi, con lo scopo di inferire un nuovo colpo alla già precaria situazione economica del nostro Paese, dimostrando così di essere un vero e proprio mercenario degli interessi economici tedeschi in Italia».
Pochi insulti sono stati tanto usati. Lo scagliò Bobo Maroni contro Vittorio Sgarbi: «Non ci lasceremo sfuggire occasione per seguire questa strada nei confronti suoi e degli altri mercenari della diffamazione». Emilio Fede contro i partecipanti al convegno sulla libertà di stampa promosso da Montanelli: «C'erano anche mercenari a caccia di una poltrona». Cesare Previti contro coloro che avevano criticato la sua scelta ostruzionistica ai processi milanesi: «Mercenari della comunicazione».
L'allora forzista Cristina Matranga contro i «traditori» del Polo che avevano permesso in Sicilia l'elezione a presidente del diessino Angelo Capodicasa: «Si è materializzato il golpe politico organizzato nei palazzi romani da mercenari assetati di potere». Da Rocco Buttiglione contro Vittorio Feltri e i cronisti rei di avere fatto scoppiare lo scandalo di Affittopoli tirando in ballo lui e Casini e dunque accusati di fare «un lavoro da mercenari» per colpire il progetto di ricostruire il centro.
Intendiamoci: la parola infamante che oggi fa insorgere la destra era già stata usata anche dalla sinistra. Per esempio dallo stesso Prodi. Nel '95: «Sono contento di poter contare su un esercito di volontari e non di mercenari come quello berlusconiano». E poi nel '96, alla vigilia della vittoria: chi distribuisce i "santini" dei candidati dell'Ulivo sono amici o volontari, chi distribuisce quelli del Polo sono persone pagate. Ma non era stato da meno Vittorio Emiliani, durissimo contro «coloro che strillano contro la par condicio e sono in realtà a libro paga del Cavaliere». E Massimo D'Alema, nell'appello di quattro anni fa contro «un Berlusconi che sta reclutando un'armata pericolosa e mercenaria». Poca cosa, però, rispetto alla destra.
Basti ricordare il giudizio di Antonio Leone, vice-capogruppo di Forza Italia: «Si chiama Margherita ma è un gruppo di mercenari della politica». O la grandinata di invettive rovesciate, in Parlamento e fuori, contro gli «straccioni di Valmy» guidati da Cossiga che, eletti dalla destra, avevano deciso d'appoggiare il governo D'Alema. «Puttani!», urlò Fini, spiegando che erano «solo dei mercenari». «Avete inserito nella vostra compagine i viados della politica italiana», ringhiò Manlio Contento, lui pure di An. Quello, insistette Francesco D'Onofrio prendendo spunto da un titolo del «manifesto», era il "Governo dei trenta denari". Tutti mercenari.
E Silvio Berlusconi, che ogni tanto insiste a dire che lui rappresenta «il partito dell'amore contro il partito dell'odio» e che «non ha mai insultato nessuno»? Eccolo a «Studio aperto» nel gennaio 2000: «Al congresso Ds è caduta la maschera e si sono rivelati per quello che sono: un esercito di mercenari, di opportunisti pronti a combattere per la causa che di volta in volta gli conviene». Pochi mesi dopo, a Rimini, rincarava: «Sono mercenari, mercenari cui non importa per quale cosa, per quale ideale, per quale bandiera si battono...». Dice oggi l'azzurro Martuscello che la sparata prodiana di ieri è «un linguaggio da trivio».
Può darsi. Ma vale solo per Prodi o finalmente, dopo anni di reciproci insulti, la facciamo valere per tutti?

4.12.04

La Brunetta dalle cinque vite
"Satira preventiva" di Michele Serra

Il professor Brunetta simula sulla propria pelle gli effetti della riforma fiscale. E diventa medico, casalinga, vedova, professoressa di educazione fisica e proprietaria di ristoranti di lusso+

Con il taglio delle tasse l'Italia è cambiata. Il professor Renato Brunetta (un nome d'arte da economista classico, ispirato alla Brunetta dei Ricchi e Poveri) ha voluto simulare personalmente gli effetti della riforma fiscale.

Reddito minimo Brunetta ha finto di essere una vedova con la pensione minima. Recatosi alle Poste, avrebbe dovuto riscuotere la stessa cifra di sempre, esentasse come prima.
Ma grazie all'assenza degli impiegati postali, licenziati per ridurre la spesa pubblica, ha potuto agevolmente scavalcare il bancone e afferrare parecchie manciate di banconote, dopo una breve colluttazione con altri anziani dai riflessi meno pronti. Bilancio altamente positivo: si introduce tra i pensionati il concetto di concorrenza, vero motore dell'economia. I più meritevoli possono riuscire a prelevare dalle casse delle poste fino al quadruplo della loro pensione.
I soccombenti impareranno la lezione e prenderanno il porto d'armi.

Reddito medio-basso Travestito da casalinga, Brunetta ha deciso di investire il suo sgravio fiscale (114 euro all'anno) dando la scalata alla Telecom, secondo i sani principi del capitalismo diffuso. Acquistate dieci azioni, con il resto si è comperato due etti di taleggio e si è recato all'assemblea annuale degli azionisti. Tronchetti Provera, dopo avere chiesto come mai c'era quel disgustoso odore di formaggio, si è complimentato con la nuova socia e le ha comunicato che le sue dieci azioni, assieme a quelle di altri due milioni di gonzi, avrebbero fatto parte del portfolio di 20 milioni di azioni che gli servivano per accaparrarsi anche la Omnitel, far fuori Moratti dall'Inter e comperare una Aston Martin col cambio sequenziale. Nei suoi appunti, raccolti frettolosamente da terra mentre Tronchetti lo faceva malmenare e umiliare dalle guardie del corpo, Brunetta sottolinea l'importanza della partecipazione dal basso.

Reddito medio Qui il calo delle aliquote comincia a farsi consistente. Brunetta ha vissuto per una settimana come una professoressa di educazione fisica che incrementa il bilancio familiare dando ripetizioni private di piegamenti. A parte le incomprensioni classiche con il marito (un netto calo del desiderio nella seconda parte della settimana), Brunetta ha potuto constatare che la diminuita pressione fiscale poteva permettergli di acquistare un paio di scarpe da ginnastica sostitutive (anche se le precedenti, vecchie di sei anni, avevano un gradevolissimo aroma di taleggio) e di fare la spesa al supermercato con due carrelli anziché uno, grazie alla maggiore disponibilità di monete da un euro. Incredulo, Brunetta ha valutato che l'aumento della liquidità gli consentiva di acquistare sette chili di taleggio. Tornato a casa e mostrata con orgoglio la spesa al marito, veniva picchiato da quest'ultimo e si recava alla più vicina Asl, trovandola non solo chiusa, ma rasa al suolo per diminuire la spesa pubblica. Medicatosi da solo con impacchi di ghiaccio, l'economista poteva constatare, con soddisfazione, un forte risparmio delle spese mediche.

Reddito medio-alto Per questa simulazione Brunetta si è sostituito a un medico specialista che lavorava nella Asl rasa al suolo. Ritirati gli effetti personali tra le macerie, Brunetta ha aperto una clinica privata nei pressi (usando le stesse suppellettili e gli stessi macchinari della Asl, acquistati a prezzo di rottamazione) e ha potuto notare che il suo reddito raddoppiava grazie agli ex clienti della Asl costretti a ricorrere alla sua clinica anche per misurare la febbre.

Reddito alto Qui il risparmio è molto ingente. Migliaia di euro all'anno. Calatosi nei panni della proprietaria di una catena di ristoranti di lusso, famosi per lo sformato di taleggio tartufato, Brunetta si è subito sentito pervadere da una incontenibile euforia. Acquistati una pelliccia di lapin e un cappellino di raso nero, ha percorso più volte i portici della sua città prelevando denaro da ogni Bancomat, vantandosi per l'abbigliamento sfarzoso e deridendo i passanti meno abbienti. Duramente percosso, ha steso un rapporto, su carta intestata di una clinica lussemburghese, nel quale denuncia l'odio sociale come unica controindicazione a una riforma fiscale geniale.

3.12.04

LA COZZA HA SEMPRE RAGIONE
di Marco Travaglio (Dal'Unità del 03 Dicembre 2004, p.4)


Giuliano Ferrara comunica che si è «stufato di stare sempre dalla parte della ragione» e di avere «sempre ragione», come la Buonanima. Tant'e' che «quasi quasi» gli viene voglia di «passare dalla parte del torto». Quasi quasi. In effetti, in una biografia come la sua, si stenta a trovare un solo istante in cui il Plainette Barbuto abbia avuto torto. Uno che è stato allevato nella Russia stalinista (ma almeno quella volta non era colpa sua) ed è cresciuto a pane e Togliatti, per poi passare a Craxi, alla Cia, a Berlusconi e recentemente pure a Buttiglione, è evidente che è baciato dal carma dell'infallibilità. Come avrà fatto Ferrara a non perdersi nemmeno una delle benedizioni che la Provvidenza ha voluto riservare all'Italia nella seconda metà del 900? Questo la gente si domanda. Certo, l'uomo è molto intelligente (per definizione, a prescindere, anche se l'ultima cosa intelligente che ha detto fu «mamma», pronunciata all'età di due anni). La sua è l'intelligenza tipica delle cozze, che riescono ad assorbire tutto il peggio che c'è in giro senza farsi contaminare da nulla di buono e di pulito.
Ma non basta. La Grande Cozza è pure dotata di un fiuto da rabdomante, che gli fa annusare non tanto dove sta la ragione, ma dove vanno il potere e il denaro. Lui li anticipa sempre: prima arriva Ferrara, poi nel giro di qarantott'ore ore arrivano loro. Peccato che l'anagrafe gli abbia impedito di vivere sotto il fascismo, perché sarebbe stato un bel fascistone. Poi, si capisce, avrebbe smesso. Ma non il 25 luglio 1943, dopo la notte del Gran Consiglio: il giorno 24, nel tardo pomeriggio.
Nel '68, all'università, comandavano i sessantottini, e lui lo era (una celebre foto lo ritrae a Valle Giulia mentre rotola giù dal terrapieno con un bastone in mano). Nella Torino di fine anni 70 comandavano i comunisti, e lui lo era (una celebre foto lo ritrae davanti all'università mentre scarica bastoni dalla sua Renault 5). Nell'Italia degli anni 80 comandavano i craxiani e lui lo era (alla Rai e poi alla Fininvest scoprì una nuova forma di manganello, il tubo catodico, che picchia pure meglio). Ecco: la sua intelligenza consiste nel tenere sempre il bastone dalla parte del manico.
Chi le dà ha sempre ragione, chi le prende ha sempre torto. Lui, di solito, le dà.
Nel 1992, quando quelli che hanno sempre torto si illusero di liberarsi dei ladri, lui che ha sempre ragione si schierò con i ladri ed ebbe ancora una volta ragione: infatti il ladri guadagnavano molto più dei giudici. Dunque, a naso, avrebbero vinto loro. E così fu. Fra i giudici, gliene piaceva uno solo: l'amico Renato Squillante. Poi si è capito perché: guadagnava molto più dei ladri. Infatti, quando finì in carcere, Ferrara lo definì «un uomo probo», mentre Di Pietro, per dire, era una "scespiriana baldracca". Anche nelle compagnie la Grande Cozza si è sempre distinta. Qualche esempio. Lo spione della Cia che lo attendeva con la busta dei dollari dietro al Pincio per ascoltare le sue bufale top secret. Il futuro pregiudicato Claudio Martelli nel giornale "Reporter". Bettino Craxi che lo fece entrare in tv e poi al Parlamento europeo (30 milioni al mese senza metterci quasi mai piede). Jannuzzi e Squillante per farsi un'idea sulla giustizia. E poi Berlusconi. Che prima lo scambiò per un ministro, piazzandolo ai Rapporti col Parlamento, mai così tesi nella storia repubblicana. Poi lo scambiò per un direttore, affidandogli addirittura un giornale, il "Foglio", miracolo editoriale da 7-8 mila copie quando è festa. Perché il Platinette Barbuto ha sempre ragione, ma nessuno - a parte Mieli, Battista, Ostellino, Panebianco, Galli della Loggia e lo stesso Ferrara - se n'è mai accorto. I lettori, bastardamente, si ostinano a comprare i giornali normali. Non ne vogliono sapere di pagare un euro per un quotidiano di quattro pagine al posto di uno di cinquanta o cento. Idem i telespettatori: lui fa un programma tutti i giorni in prima serata e loro, i felloni, non lo guardano. Lo fanno apposta. Non hanno capito che, se la Grande Cozza fa il 2 per cento di share (-10% rispetto all'anno scorso), un po' meno di Socci, mentre Biagi faceva il 28 e Santoro il 18, è perché ha sempre ragione.
Chi si è bevuto le balle di Bush sulle armi di distruzione di massa di Saddam? Lui. Chi ha fondato la nuova setta degli ateo-clericali, senza credere in Dio ma credendo molto in Buttiglione? Lui. E chi, fra migliaia di giornalisti, Tanzi dice di aver pagato con una borsa con mezzo miliardo? Lui. E ancora una volta ha avuto ragione lui, visto che l'Ordine dei giornalisti sta per espellere Loredana Lecciso, non Ferrara. Chi balla a "Domenica in" e sposa Al Bano va cacciato. Chi prende soldi a destra e a manca e sposa pure Anselma Dall'Olio ha sempre ragione.
Per ulteriori informazioni rivolgersi alla sede romana del Foglio, non a caso in Largo Corsia dei Servi. Ognuno, prima o poi, trova la sua strada.
Camera di consiglio e Consiglio della Camera
di Marco Travaglio (Dall'Unità del 02 Dicembre 2004)

Ieri pomeriggio, di seguito a un dispaccio intitolato «Casini inaugurerà il Motorshow 2004», l'agenzia Ansa comunicava quanto segue: «Roma, 1 dicembre. Il Presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, ha telefonato oggi al senatore Marcello Dell'Utri a cui ha espresso i sensi più profondi di stima e amicizia. Lo ha reso noto un comunicato di Montecitorio». E un lettore ingenuo si domandava: perché mai la terza carica dello Stato ha sentito il bisogno impellente di telefonare all'onorevole Marcello Dell'Utri per esprimergli, di cuore, i sensi più profondi di stima e di amicizia, e di renderlo noto con un apposito comunicato su carta intestata della presidenza della Camera dei Deputati? Un lettore meno ingenuo poteva collegare la notizia con un'altra, trasmessa dall¹Ansa due giorni prima: «Palermo, 29 novembre. Processo Dell'Utri. I giudici in camera di consiglio». Ecco: per la prima volta, che si ricordi, nella storia repubblicana il presidente della Camera è intervenuto a piedi giunti in una camera di consiglio per dare ai giudici un consiglio dalla Camera. Un consiglio da amici: mentre stanno decidendo se assolvere o condannare un deputato della Repubblica per concorso esterno in associazione mafiosa che l'imputato è legato da rapporti di profonda stima e amicizia con il presidente della Camera nonché, com'è noto, con il presidente del Consiglio. Così, tanto perché possano giudicarlo più serenamente, «sine metu ac spe», senza timori né speranze, secondo il loro «libero convincimento», come prevede la legge. Se dovessero condannarlo, darebbero un dolore non soltanto all'onorevole imputato e ai suoi cari, ma anche alla terza carica dello Stato. Si regolino di conseguenza.
Mettiamoci ora, per un attimo, nei panni di quei tre magistrati che hanno avuto in sorte il processo al padre fondatore di Forza Italia e di Publitalia. E proviamo a immaginare che cosa inevitabilmente passa per le loro menti. Ufficialmente, con la toga indosso, rappresentano lo Stato. Come pure i pubblici ministeri che hanno chiesto di condannare Dell'Utri a 11 anni. E come anche i giudici di primo grado, di appello e di Cassazione che qualche anno fa, a Torino, condannarono definitivamente Dell'Utri per frode fiscale e false fatture a 2 anni di reclusione. Ma ora lo Stato, per bocca della sua terza più alta carica, si schiera dalla parte dell'imputato-pregiudicato, che è pure un deputato di quello stesso Stato.
Quanti Stati ci sono, allora, in Italia?
E ancora: il processo a Dell'Utri è l'ultimo di una stagione ormai tramontata in cui a Palermo si osavano processare per associazione mafiosa o per concorso esterno nella medesima tutti gli imputati raggiunti da prove a carico, indipendentemente dal loro reddito, dalla loro carica, dal loro potere. Il più noto fu Andreotti, ma ci fu (c'è ancora, nel secondo processo d'appello, dopo l'annullamento della sua assoluzione da parte della Cassazione) anche Bruno Contrada, numero tre del Sisde. Bene, quando la V sezione del Tribunale condannò Contrada in primo grado, l'allora presidente della commissione parlamentare Antimafia Tiziana Parenti allora forzista, ora traslocata nella Margherita) parlò di «sentenza nazista». Quando la stessa V sezione del Tribunale, guidata dallo stesso presidente (Francesco Ingargiola) assolse Andreotti, anziché passare per nazista fu unanimemente elogiata dalla classe politica per la sua serenità, il suo garantismo, la sua terzietà e via salmodiando. La lezione che passò era semplicissima: che deve fare un giudice che ha la sfortuna di imbattersi in un imputato eccellente per essere elogiato in Parlamento, sui giornali e in tv a reti unificate? Assolvere. Ma all'epoca quelle infami interferenze politico-mediatiche per condizionare i giudici arrivavano dopo le sentenze, non prima.
Ora il presidente della Camera fa di più, e di peggio: interferisce apertamente prima della sentenza, addirittura nel pieno di una camera di consiglio. Cioè in una fase talmente delicata che i giudici, per legge, sono obbligati a trascorrerla rinchiusi in un'aula bunker, senza poter tornare a casa neppure per dormire, onde evitare che qualcuno li avvicini o li faccia avvicinare per promettere loro qualche vantaggio o minacciarli di qualche rappresaglia nel caso in cui decidano in questa o quella direzione. Dobbiamo sperare che la camera di consiglio di Palermo sia talmente impermeabile da impedire ai tre giudici di venire a conoscere quello che il presidente della Camera si attende da loro. Ma non ne siamo così sicuri. D'altra parte, come i deve regolare un giudice per meritarsi un encomio solenne lo sapevano già prima. Lunedì Dell'Utri, nelle sue ultime dichiarazioni spontanee, aveva loro offerto - nel suo linguaggio, diciamo così, leggiadramente allusivo - un saggio di quello che si aspetta da loro. Parlava della sua esperienza di allenatore della squadra di calcio palermitana della Bacigalupo, dove aveva conosciuto il celebre stalliere mafioso Vittorio Mangano, ma anche un giovane calciatore, Piero Grasso, poi divenuto procuratore capo: «Grasso usciva dal campo sempre pulito. Anche quando c'era fango. Non si schizzava mai». Ecco: se vogliono uscire puliti anche loro, senza uno schizzo di fango, i giudici non hanno che da assolverlo. Si guadagneranno l'eterna gratitudine dell'onorevole imputato, un encomio solenne del presidente del Consiglio, e magari ci scapperà pure una telefonata del presidente della Camera che esprimerà pure a loro i sensi della sua profonda amicizia e stima. Giudice avvisato, mezzo salvato.

1.12.04

TAGLIA PADANA
"Contrordine" di Alessandro Robecchi

So riconoscere un comico, quando ne vedo uno. E già so che il ministro Calderoli, che è anche vicepresidente del Senato, ci darà grandi soddisfazioni, lo sento. Questa faccenda della taglia sui delinquenti è inquietante, d'accordo, ma spero non ve ne sfuggano le potenzialità umoristiche. Visti i danni che sa fare Calderoli con un microfono sotto il naso, uno si immagina cosa potrebbe fare con un fucile in mano, come minimo si spara in un piede, poi va a farsi curare in Svizzera come il suo capo e chiede di tagliare la sanità (quella italiana, non quella svizzera). La faccenda potrebbe presto degenerare: è una cosa talmente cretina che l'onorevole Cé ha dato immediatamente il suo assenso (mi scuso, ma io uso spesso l'onorevole Cé come una cartina di tornasole, se lui dice che una cosa va bene è matematico che si tratta di una cazzata). Stiamoci attenti, la faccenda potrebbe avere esiti imprevedibili.
Già mi vedo il ministro Maroni che sella il cavallo e parte per le valli con il suo Wichester ancora fumante (quello che ha usato per sparare allo Stato Sociale). Il direttore di Raidue potrebbe mettere una taglia sui quelli che si ostinano a non guardare i suoi programmi di approfondimento giornalistico, cittadini impauriti che temono di trovarci ancora Socci. Giustamente, si mena scandalo e si stigmatizza, si dice «non siamo il Far West», ma si dimentica che la voglia di moschetto della Lega ha radici antiche e che più di dieci anni fa Bossi (parlandone da vivo) ammoniva «certi magistrati» che «le pallottole costano trecento lire». Questa si chiama coerenza. Quanto al motto coniato da Calderoli «nessuno può osare toccare un padano», è una bella frase a effetto. Peccato che la Lombardia vanti il poco nobile record degli ammazzamenti in famiglia e degli omicidi tra le mura domestiche, segno che i padani, tra loro, si toccano eccome.

Mossa politica: se si fa la pace nel pollaio della Casa delle libertà, la Lega perde terreno. Invece con questa cazzata della taglia sui delinquenti si prendono due piccioni con una fava: si dà un po' fastidio al ministro degli interni (l'odiato potere centrale) e si tiene buona la base che ne discute animatamente in famiglia (un buon diversivo, invece di spararsi tra figli e genitori, mogli, mariti, amanti eccetera). Il tutto si svolge - si badi bene - nel torbido scenario di quelle «città più sicure» che Silvio aveva promesso.

Rimane il problema della taglia. E' un inedito? Non direi. Questa delle taglie sulla testa della gente non è per nulla una cosa nuova, ed anzi eccola che ci viene riproposta da tutti i telegiornali del regno come una svolta storica, un risultato raggiunto. 75.000 (settantacinquemila!) lavoratori del pubblico impiego non si sono forse visti mettere una taglia sulla capoccia? Spariranno nei prossimi due anni in cambio di una limatura dell'irpef. Lo stesso vale per i 14.000 (quattordicimila!) lavoratori della scuola ai quali è richiesto di sparire da qui al 2006, sempre per consentire qualche regalino ai più ricchi del paese. Sei miliardi di euro (il taglio delle tasse) diviso 89.000 persone che si vedono cancellato il lavoro fa esattamente 67.000 euro e spiccioli di taglia a testa, vivi (a stento) o morti (di fame). E' una taglia preventiva, messa sulla testa di gente che, oltretutto, non ha sparato a nessuno e che anzi contribuisce onestamente alla vita sociale ed economica del paese.

Mentre tutto il pollaio si scandalizza sulla taglia di Calderoli (prendendola quindi sul serio, in qualche modo accettandone la logica), passa sulla testa di decine di migliaia di italiani una taglia preventiva che sarà gentilmente devoluta ai più ricchi del paese. Anche il concetto sottinteso da Calderoli (farsi giustizia da soli) non è per niente inedito. Il refrain di Silvio sulle tasse (se lo stato ti prende più di un terzo non è immorale evadere il fisco) non è dopotutto la stessa cosa? Farsi giustizia da soli, insomma. Privatizzare. Anche a fucilate.
La guerra di Silvio
Dormi sepòlto in un campo di gràna
non è la ròsa non è la banàna
che ti protèggon dai togati ròssi
ma son le trùppe del sènatur Bòssi.

"Adesso che sòno il presidènte
voglio che assòlti sian gli imputati,
che i cadàveri dei magistràti
vengano dàti in pasto alla gènte"

Così dicèvi ed eri al govèrno:
tanti casìni, una vita d'infèrno.
Sempre un po' trìste come chi bève
ma del potère comandi le lève.

Fermati Sìlvio, fermati adèsso,
quelli ti fànno passare per fèsso.
Dei perseguitàti porti la vòce:
"Chi diede la vita ebbe in cambio una croce".

Ma tu non udìsti la rava e la fàva
e dalla bòcca perdevi la bàva.
Però coronàsti la tua carrièra
in un bel giòrno di primavèra.

E mentre sentìvi girare le pàlle
vedesti un giùdice in fondo alla vàlle
che infastidìto dal tuo candòre
ti promettèva sangue e sudòre.

Ricusalo Sìlvio, ricusalo òra
e dopo una vòlta ricusalo ancòra,
fino a che tù non lo vedrai esàngue
scrivere 'fìne' a un processo che làngue.

"Se lo ricùso senza pudòre
le prove sùe non avran mai valòre
e il tempo a mè resterà per godére
d'averlo préso per il sedére".

E mentre gli tìri la fregatùra,
quello stravòlge la procedùra
e come gli USA in Normandìa
manda affancùlo la tua strategìa.

Ti ritrovàsti in un solo momènto
col culo a tèrra senza un lamènto
e la tua vita cambiò da quel giòrno,
senza possìbilità di ritòrno.

«Cesare mìo all'arrembàggio!
se gli procùro un buon appannàggio,
Cesare bèllo, vedrai il Padretèrno
ci tira fuòri da questo infèrno».

Ma neanche un pìrla ti stava a sentìre,
dalle tue màni sfuggivan le lìre,
dalla tua bòcca sfugivan paròle
che s'attaccàvan sotto le suòle.

Dormi sepòlto in un campo di gràne
non è la ròsa, ma son le banàne
che ti fan véglia dall'ombra dei fòssi.
T'hanno mollàto anche quelli di Bòssi.


30.11.04

Programmi di evasione
di M. Travaglio (Dall'Unità del 28 Novembre 2004)

Mentre il ministro odontoiatra Calderoli lancia la taglia e l'ingegner ministro Castelli ripristina il taglione, lo statista di Milanello si occupa di tagli. Ovviamente falsi per le tasse e veri per i servizi. Tutto ciò naturalmente gli è possibile grazie al suo monopolio sudamericano sulla tv.
Se ci fosse un minimo d'informazione, qualcuno tirerebbe fuori il leggendario Contratto con gl'italiani, siglato sulla scrivania di ciliegio chez Vespa l'8 maggio 2001, e gli rinfrescherebbe la memoria. Invece l'insetto di Porta a Porta ha prudenzialmente ritirato lo scrittoio in magazzino e ci intrattiene su argomenti di grande attualità come i risorti dal coma, i matrimoni felici, il pigiama della signora Franzoni e le avventure di Wanna Marchi e famiglia, sempre in ossequio al principio che, nel suo salotto, non s'invitano indagati.
Nel Contratto si promettevano due aliquote (33% per i miliardari e 23% per tutti gli altri), mentre la storica, epocale riforma appena annunciata ne prevede quattro. Si promettevano tagli alle tasse per 40 miliardi di euro, mentre siamo a 6.5. Si prometteva di dimezzare la disoccupazione, che allora era all'8 per cento, e oggi è all'8 per cento, ma peggiorerà grazie al taglio di 75 mila dipendenti del pubblico impiego. Per fingere di rispettare una promessa, se ne tradisce un'altra. Il Contratto, poi, prometteva "città più sicure" col dimezzamento dei reati, grazie all'apposito poliziotto di quartiere: a Napoli la camorra non ha mai riso tanto. Prometteva pure aumenti per tutti i pensionati, invece sono arrivate mancette per pochi intimi. Prometteva anche grandi opere a strafottere, mentre non c'è una lira e ne sono state finanziate meno di un decimo (leggere, per credere, il nuovo libro di Ivan Cicconi, "Le grandi opere del Cavaliere", Koinè). Si prometteva, infine, che se uno dei cinque obiettivi fosse stato mancato, il Cavaliere si sarebbe ritirato dalla politica. Infatti, avendone mancati cinque su cinque, ha deciso di restare.
Sarebbe ingeneroso, però, parlare di fallimento su tutta la linea. C'è almeno una categoria a cui le tasse sono state ridotte, anzi abolite: quella degli evasori. Un condono fiscale all'anno, un condono edilizio all'anno, la sanatoria per i capitali illegalmente accumulati ed esportati, i falsi in bilancio legalizzati. E poi, per evitare che gli evasori si sentano dei vermi, la benedizione urbi et orbi con beatificazione della frode fiscale durante l'ultima visita del premier alla Guardia di Finanza: "Evadere o eludere sopra il 33% è etico". Una volta era la Guardia di Finanza a visitare Berlusconi, ora è Berlusconi che visita la Guardia di Finanza. Come passa, il tempo. Certo, l'evasione e il falso in bilancio rimangono facoltativi, ma presto si provvederà a renderli obbligatori. Onde evitare che qualcuno faccia il furbo pagando le tasse al solo scopo di screditare gli altri. Resta da convincere l'amico Bush, che da questo orecchio ancora non ci sente. Lui, dopo aver alzato a 25 anni di galera la pena per il falso in bilancio, ha dichiarato guerra all'evasione fiscale. Al punto da mettere una taglia su chi non paga le tasse e da affidarne la scoperta e la repressione, col recupero del maltolto, ad agenzie di "sceriffi privati". I quali ­ racconta il Corriere - busseranno alla porta dei furbi e, con argomenti piuttosto persuasivi, gli faranno sputare il dovuto. In quel mondo a parte che è l'Italia, invece, il governo combatte gli onesti. Li rapina. Li convince che sono fessi. Li istiga a delinquere. Da noi l'evasione fiscale è sui 150 miliardi di euro annui: se tutti pagassero le tasse, la riduzione fiscale non sarebbe 23 volte più di questa miseria di 6.5 miliardi di euro. Ma se, puta caso, un Calderoli o un Castelli proponessero in consiglio dei ministri una taglia sugli evasori, sarebbe come parlare di corda in casa dell¹impiccato. Il premier e i suoi cari, infatti, hanno il record dei processi per frode fiscale.
L'altro giorno Milano Finanza pubblicava un'indiscrezione su uno dei trecento summit di governo dedicati alle tasse: "Momento di grande imbarazzo al vertice di palazzo Chigi. Berlusconi stava spiegando a tutti che una riduzione fiscale per i contribuenti più ricchi è indispensabile, mentre Fini e gli altri osservavano che in qualche misura la riduzione delle aliquote più basse produce effetti pure su chi ha redditi molto alti. "Che c'entrano i tagli alle aliquote basse?", ha replicato il premier: "Qui stiamo parlando dei redditi alti, che versano il 45% di quanto guadagnano allo Stato".Nell'imbarazzo generale, Siniscalco ha dovuto riassumere al premier il meccanismo progressivo della tassazione, spiegando che gli scaglioni hanno effetto anche sui redditi maggiori: "Se uno guadagna 100 mila euro, sui primi 7500 non paga niente, poi fino a 15 mila paga il 23%, da 15 a 29 mila il 29%, da 29 a 32.600 il 31%, da 32.600 a 70 mila il 39%. E solo qui, sui restanti 30 mila, scatta l¹aliquota massima del 45%".
Berlusconi, a questo punto, avrebbe detto: "Capisco. È che il 740 me l'hanno sempre fatto i commercialisti (fra i quali un certo Tremonti, ndr)...".
Ecco: come si pagano le tasse lui non lo sa. Sa come non si pagano.

28.11.04

Mistificazioni facili
di Marco Travaglio (dall'Unità)

Appena in Italia esplode una emergenza criminale, salta su qualcuno a parlare di «scarcerazioni facili». È bene che si sappia che non esistono scarcerazioni né facili né difficili. Esistono scarcerazioni legali o illegali, ma di solito si tratta di scarcerazioni legali, visto che di solito i giudici la legge la conoscono. E la applicano. Bisognerebbe vedere chi la legge l¹ha fatta. E perché. Nel ¹95 destra e sinistra votarono unanimi la legge «manette difficili», che rendeva più complicata la custodia cautelare. Nel ¹99 destra e sinistra votarono unanimi la Simeone-Saraceni, che rendeva ancor più problematico arrestare i condannati definitivi. Proprio l¹altro ieri è passata in Commissione Giustizia, con i voti di An e Forza Italia, la legge che, per salvare Previti, accorcia i termini di prescrizione per tutti i condannati, una legge talmente ripugnante che nessuno vuol darle il proprio nome, e tutti i relatori si defilano: i risultati saranno altre scarcerazioni facilissimi ma obbligatorie. Il Parlamento, da una decina d¹anni, passa il suo tempo a scavare gallerie e cunicoli per gli amici degli amici. Poi, appena ci passa uno sconosciuto, strillano tutti alla «scarcerazione facile». Così la gente pensa che i giudici, noti comunisti, si divertano a liberare fior di delinquenti per il gusto di vederli tornare in attività. Lo ha dettoqualche tempo fa il presidente della cosiddetta Antimafia, Roberto Centaro: «I giudici di sorveglianza sono come le dame della carità. Dobbiamo provvedere». Lo ripete a ogni piè sospinto il ministro dell¹Interno Pisanu, che l'altro giorno a Napoli (144 morti in un anno) annunciava «norme più severe sulla custodia cautelare contro le scarcerazioni». Strano. Soltanto tre mesi fa, dopo il suicidio del sindaco di Roccaraso arrestato per una sfilza di reati, c'era chi, nel Manicomio delle Libertà, la custodia cautelare la voleva abolire al grido di «basta con le manette facili». Il Fernandel della politica, al secolo Carlo Giovanardi, trovava «scandaloso arrestare la gente prima della condanna definitiva». Ora qualcuno si incaricherà di spiegargli che, se si arrestasse la gente solo dopo la condanna in Cassazione, i boss e i killer catturati dalla polizia verrebbero rilasciati in blocco con tante scuse per circa dieci anni, in attesa del terzo grado di giudizio, poi eventualmente si tornerebbe a cercarli. Ma lorsignori non vogliono questo. Vogliono «tolleranza zero» per la manovalanza del crimine e tolleranza mille per i delinquenti in colletto bianco. Sono razzisti e classisti anche quando parlano: soltanto due giorni fa, dopo gli arresti trasversali di Potenza, strillavano tutti all'«attentato alla democrazia» e alle «manette facili». Come se non fosse proprio per le collusioni politico-istituzionali che la mafia, la 'ndrangheta e la camorra campano e ingrassano da oltre cent'anni. Ecco. Se c'è di mezzo la bassa forza sono «facili» le scarcerazioni. Se c'è di mezzo la crema, sono «facili» le manette. La controriforma dell'ordinamento giudiziario punta a conficcare questo Dna razzista nel sangue dei giudici di oggi e di domani. I giudici scioperano, ma dovremmo scioperare noi. Noi che non siamo lorsignori. Quello strepitoso, inconsapevole umorista che è l'ingegnere ministro Castelli dovrebbe esibirsi nei teatri dell'avanspettacolo: al governo è sprecato. L'altro giorno si discuteva della sorte di un pentito minore, di cui il tribunale di sorveglianza di Roma, oberato di arretrati, non ha ancora avuto il tempo di decidere l'istanza di arresti domiciliari, e che nell'attesa rimane a piede libero. Ovviamente a norma di legge. Mentre i soliti idioti urlavano alle «scarcerazioni facili», il presunto ministro ha inviato gli ispettori (lui fa sempre così, anche al ristorante quando deve scegliere fra carne e pesce). Poi ha suggerito al Tribunale la linea da seguire. Testualmente: «L'articolo 101 della Costituzione dice che la giustizia deve essere amministrata in nome del popolo. Ciò significa che i giudici devono interpretare il comune sentimento popolare». Cioè, nel caso del pentito, non perdere altro tempo e sbatterlo in galera come il popolo farebbe. Ecco cosa succede quando un ingegnere esperto in rumori autostradali si imbatte per la prima volta in vita sua in un articolo della Costituzione. Un impatto devastante, con effetti collaterali incalcolabili. Anzitutto, al ministro sfugge la frase subito seguente nella Costituzione
(«I giudici sono soggetti soltanto alla legge»). E poi il concetto aberrante che emerge dalla sua lettura personale dell'articolo 101 è proprio la quintessenza di quella giustizia di piazza, di quel giacobinismo, di quel giustizialismo che lorsignori, a parole, dicono di combattere. Quando la giustizia è affidata al «popolo», fra Gesù e Barabba vince sempre Barabba. Ma forse è proprio quello che lorsignori vogliono.

27.11.04

LETTERA DI CESARE PREVITI AL GIORNALE

GentiIe direttore,
approfitto della sua ospitalità per esprimere il mio pensiero sulla vicenda della cosiddetta «legge Cirielli», che ormai da molti è stata ribattezzata con un chiaro intento demonizzatore «legge salva-Previti».
Sono ingiustamente accusato di essere il regista oscuro di un'operazione che non solo non mi vede protagonista, ma che, anzi, mi danneggia sotto il profilo dell'immagine e potrebbe danneggiarmi sotto il profilo processuale:infatti non ho alcun bisogno della prescrizione, perché sono e rimango innocente.
Il mio interesse è quello di andare fino in fondo nei miei processi per poter accertare quella verità che è stata nascosta con artifici processuali e raggiri mediatici da magistrati politicizzati che hanno manipolato i fatti processuali e occultato prove d'innocenza e dai giornali della parte civile costituita, fortemente motivati ad ottenere risarcimenti miliardari.
Non è un caso, infatti, che l'ennesima demonizzazione nei miei confronti provenga, ancora una volta, dalle pagine di Repubblica, e in particolare dalle frasi livorose di un giornalista notoriamente di parte.
Mi sembra, poi, grottesco essere considerato talmente potente da potere condizionare l'intero Parlamento e quindi il Paese, al punto da imporre una legge personale, ritagliata sulla mia persona e sui miei casi giudiziari.
Se così fosse, infatti, non avrei mai subito alcuna persecuzione giudiziaria, come invece è accaduto.
La verità è una soltanto: che la persecuzione giudiziaria nei miei confronti è stata accertata dal Parlamento, dopo un approfondito dibattito, che ha deliberato a larghissima maggioranza nonostante fosse al governo l'Ulivo.
L'elenco degli abusi subiti e delle incredibili prove di innocenza è pubblico per le persone di buona volontà e si trova sul mio sito internet.
La realtà è molto semplice: la legge in questione propone una razionalizzazione della disciplina in tema di prescrizione del reato sulla base di principi ovvi di civiltà giuridica e coloro che si oppongono a tale legge, strumentaizzando il mio nome e la mia onorabilità, sono i soliti campioni del giustizialismo, i forcaioli che credono di fare politica con il tintinnio delle manette, gli arresti arbitrari che hanno causato, a volte, persino il suicidio degli innocenti colpiti dall'infamia delle accuse ingiuste e mirate.
In un periodo tristissimo per la storia del nostro Paese, in cui l'abuso giudiziario è all'ordine del giorno, sono, ancora una volta, mio malgrado, preso a bersaglio di logiche lobbistiche e di potere delle quali sono, ormai, diventato la vittima sacrificale: altro che la fantomatica corruzione giudiziaria per fatti inesistenti e inventati di cui sarei colpevole secondo i castelli congetturali dell'accusa!
Ma, nonostante tutto, continuo a rimanere in serena attesa del giorno in cui sarà fatta piena luce sulle accuse ingiuste che mi hanno colpito e su tutti coloro che, consapevolmente, le hanno costruite con il preciso intento di annientare giustizia e verità.
Mi sembra che, di fronte a un simile obiettivo, rispetto al quale non cederò mai, neppure di un millimetro, la questione della prescrizione sia cosa minuscola e irrilevante e che, comunque, come detto, mi interessa come cittaoino e parlamentare, non come imputato.
Cesare Previti

23.11.04

I miei occhi hanno visto telegiornali...
"Contrordine" di Allessandro Robecchi

Ho visto i telegiornali, sono informatissimo, so tutto quello che succede in Italia e nel mondo. Per esempio che hanno messo una pinna di plastica al delfino malato (Tg5). Oppure - caso davvero clamoroso, dove andremo a finire? - che a Mosca è arrivata la neve il 19 novembre (ancora Tg5). Poi si parla un po' di Wanna Marchi. Visto come sono informato? La frequentazione assidua del telegiornale dei puffi di Italia Uno mi sta facendo diventare un esperto di glutei. Con il freddo che fa fuori se vuoi vedere una spiaggia assolata e un bel paio di tette, c'è il servizio sul calendario del giorno, poi le ultime sul Grande Fratello, poi uno speciale sul Grande Fratello dell'anno scorso. C'è l'intervista ai giovani che guardano il Grande Fratello. E' l'informazione ai tempi del colera. Conto i casi di censura degli ultimi giorni, vanno da Hendel a Guerritore (Raiuno), da Travaglio (Sky) alla Mussolini (Raidue). A Radiorai, i giornalisti si sentono ordinare "vola più basso". Emilio Fede, scusate il termine, dà dei "terroristi" ai suoi redattori. Cade Mentana, il che significa che si è passati dalla fucilazione dei nemici (i Biagi, i Santoro) a quella degli amici non troppo stretti. I neutrali (ammesso che Mentana lo fosse) non sono più tollerati: la legge Gasparri li rende obsoleti, è autunno, cadono le foglie, anche quelle di fico. Col Tg1 imparo le sottigliezze della lingua. Se nel pastone politico si dice che "la maggioranza cerca l'intesa", significa che sono in corso sparatorie e agguati tra i banchi della destra. Se gli scappa detto che c'è "qualche disagio nella maggioranza" significa che siamo arrivati ai sacrifici umani. Funziona uguale Bruno Vespa: quando vedo che parla d'altro (le sette sataniche, la cronaca nera, i tarocchi) vado subito a controllare che non sia successo qualcosa di brutto a Silvio e ai suoi boys. Di solito è così: parlar d'altro, volare bassi è sempre una buona tattica. Per fortuna che c'è il Tg2, che ci racconta la ricetta della felicità: una sola aliquota fiscale del 19 per cento uguale per tutti, quella sì che è civiltà, ma purtroppo succede in Slovacchia.
In tutta questa libertà di informazione in cui mi immergo quotidianamente, sento un po' la mancanza della signora Gardini, la nuova portavoce di Forza Italia. Sarà che la voce di Silvio la portano tutti e dunque il suo ruolo è un po' superato. Sarà che l'inesperienza le ha giocato brutti scherzi e si è fatta beccare mentre raccontava in pubblico che Tremonti ha una macchinetta per mettersi le supposte. Ma sta di fatto che gli spazi della signora sono troppo stretti, che si potrebbe fare di più. Il portavoce serve essenzialmente per chiudere i panini del Tg1. Sapete come succede: si dice bene del governo, si dà spazio a una millimetrica dichiarazione della sinistra (a volte di Rutelli, perché la confusione mentale fa sempre ascolto) e poi si chiude con una dichiarazione della maggioranza. Ogni tanto si sbagliano: danno la reazione del governo prima ancora della notizia. Altre volte fanno prima e non danno nemmeno la notizia. E' questo meccanismo dell'informazione italiana che ci ha fatto conoscere Schifani. E' questo che ha reso popolare Bondi. E' con i grandi caratteristi che si fa il cinema. La Gardini, invece, si vede poco, se non la invitasse Vespa ogni tanto sarebbe un portavoce abbastanza afono. E' un caso di censura? Anche se le voci sono quelle di Silvio è giusto che il servizio pubblico faccia sentire tutte le voci di Silvio. Devo forse pensare che la Gardini sia considerata dai suoi stessi capi più impresentabile di Bondi? Non capisco perché la sinistra, sempre pronta a difendere i martiri della censura, non muova un dito per questa signora tanto a modo che - a parte quando parla delle supposte di Tremonti - porge con tanta grazia le opinioni del suo capo. Non straborda, non tracima come i suoi colleghi. Pratica l'arte della toccata e fuga. Ogni tanto spunta la Gardini e dice: tagliamo l'irpef! Zam, un lampo, e poi si continua con lo scandalo del maltempo o l'ammazzamento del giorno. Il portavoce subliminale funziona proprio così: un flash e si ritira nelle tenebre, le sue parole rimbombano per un istante e poi si torna ai cuccioli di iguana dello zoo di Pechino: giusto per la completezza dell'informazione.

22.11.04

Natale in casa Cappiello
di Marco Travaglio (L'Unità del 20 Novembre 2004)

La Margherita, in vista delle feste natalizie, ha voluto farsi un regalo: l'ingaggio di Tiziana Parenti detta Titti, Giuseppe La Ganga detto Giusy, Enrico Manca, Agata Alma Cappiello e prossimamente, se tutto va bene, Salvo Aldò. Brevi cenni biografici delle new entry.
Giusy La Ganga, già responsabile Enti locali del Psi, ha patteggiato 1 anno e 11 mesi di reclusione per corruzione e finanziamento illecito al Tribunale di Torino, dopo aver risarcito mezzo miliardo di lire. Si è appurato che non si era arricchito: rubava per il partito. Nel '93 rinunciò all'immunità parlamentare per farsi interrogare dai pm torinesi e ammettere i suoi reati. E suggerì a Craxi di fare altrettanto, invano. Da allora è sempre rimasto dignitosamente appartato. Non ha mai partecipato a pellegrinaggi ad Hammamet nè ad attacchi alla magistratura.
Tiziana Parenti, già vicina alla sinistra extraparlamentare, già magistrato di Md, entrò nel pool Mani Pulite dove si occupò delle tangenti rosse senza cavare un ragno dal buco, poi diede la colpa ai colleghi e subito dopo si fece eleggere in Forza Italia, pur denunciandone le "infiltrazioni mafiose". Divenne presidente dell¹Antimafia, dove si distinse per aver definito "nazista" la sentenza di condanna di Bruno Contrada in primo grado, e per aver accusato falsamente Ilda Boccassini di aver pagato un pentito per coinvolgerla in storie di droga. Ultimamente, dopo molto girovagare, era segnalata dalle parti dello Sdi.
Agata Alma Cappiello, pasionaria craxiana, quando Bettino finì indagato lanciò l''etica della legalità" nel Psi e si fece ricevere da Borrelli; scomunicò il segretario Del Turco che si era buttato a sinistra ("svende sottocosto il partito a un polo massimalista che nulla ha a che fare con le nostre tradizioni democratiche"), poi organizzò vari pellegrinaggi ad Hammamet nella villa dell¹Esule; chiese a Boselli di scambiare l'appoggio al governo D'Alema con una commissione d'inchiesta sul dossier Mitrokhin e un salvacondotto per il rientro di Craxi a piede libero; nel 2000 partecipò ad Aulla ("comune dedipietrizzato") all'inaugurazione del monumento a Craxi e alle altre "vittime di Mani Pulite" con Pomicino, Pillitteri, Martelli, De Michelis e altri pregiudicati.
Enrico Manca è stato deputato socialista dal 1972 al '94, ministro del Commercio estero nel 1980-'81, presidente della Rai dal 1986 al '92, quando Viale Mazzini smise di fare concorrenza alla Fininvest e inaugurò la pax televisiva. Nel frattempo, come lui stesso ha raccontato il 28 maggio 2001 al processo Sme, teneva un tesoretto su un conto cifrato in Svizzera (quando la legge vietava l'esportazione di capitali), intestato a Cesare Previti, che poi gli portava i contanti in Italia. A lui la parola: "Nel '77-'78 ho chiesto un'assistenza particolare a Previti: mia madre, timorosa della situazione economica, inflazione e così via, desiderò trasferire in Svizzera dei soldi. Io chiesi assistenza a Previti, lui mi disse che lo avrebbe potuto fare. Consegnai questi soldi: circa 400 milioni.(...) Si occupò lui di trasferirli e della gestione di questo conto in Svizzera (...). Io ogni tanto chiedevo a Previti di trasferirmi alcuni soldi in Italia, cosa che lui faceva. (...) Queste somme, almeno per cinque volte, per cinque bonifici, sono avvenuti tramite il conto dell'avvocato Pacifico.(...) L¹ultimo bonifico è del 1993 e sono 70 milioni: in parte sono andati per un allargamento della casa di Capalbio, in parte a coprire delle spese perché avevo intanto fondato una rivista, 'Pol-Is Politica e Istituzioni', che aveva bisogno di sostegno". Ora la "Pol-Is", fondata da Manca e Salvatore Cardinale (ex Forza Italia, ex Udeur), è entrata nella Margherita.
Domanda la Boccassini: "Lei ha detto che vi erano delle rimesse che tornavano in Italia: arrivava quindi contante?". Manca: "Sì. Mi veniva consegnato da Previti. Personalmente nel suo studio". Da dove arrivano i quattrini che Manca trasferisce illegalmente, via Previti, all¹estero? Dai risparmi della madre, dice lui, e dai proventi della vendita di una casa a Roma. Dunque il presidente della Rai affidava il suo tesoro all' avvocato della Fininvest, proprio mentre la Rai siglava la pax televisiva con la Fininvest. Ma il sodalizio andava ben al di là dei rapporti finanziari. Pm: "Lei frequentava anche casa Previti?". Manca: "Sì, certo (...). Io ho frequentato sia via Cicerone che piazza Farnese (...). Ero responsabile per la politica economica del Psi e Previti era vicepresidente della Alenia Spazio. Siccome lui aveva questa casa grande, gli dissi se si potevano là organizzare dei cocktail per ­ tra l'altro per soli uomini ­ diciamo così, per impostare delle relazioni, insomma, e in generale erano imprenditori pubblici o privati (...) Poi c¹erano alcuni miei amici (...) alcuni parlamentari come Andò, La Ganga, De Michelis... Poi invece ci sono state (...) cene o pranzi a casa Previti con... o persone di famiglia o con Confalonieri, lo stesso Berlusconi un paio di volte o di più". Pm: "Renato Squillante lo conosceva?". Manca: "Squillante lo conosco, ha frequentato gli ambienti socialisti".
Enrico Manca risultava anche negli elenchi sequestrati della P2, con tessera numero 2148. Lui ha sempre negato di farne parte e intentato causa a chi scriveva il contrario. Ne vinse una contro Ernesto Galli della Loggia, nel 1985, davanti al Tribunale di Roma. Il suo avvocato era Previti, il testimone-chiave Maurizio Costanzo (tessera P2 n.1819), il giudice Filippo Verde. Ora Previti e Verde sono coimputati nel processo d¹appello Sme-Ariosto: in primo grado Verde è stato assolto, Previti condannato a 5 anni, e Manca è entrato nella Margherita.
Per la cronaca, l¹associazione "Pol-Is" di cui fa parte il quartetto si propone "il rinnovamento della politica e della democrazia".

20.11.04

Dio ci salvi dai neocristiani
"Satira preventiva" di Michele Serra

Il movimento neocristiano torna ad essere protagonista della politica Usa. Tra i fenomeni più significativi, la versione ammorbidita del Ku Klux Klan e gli studenti che combattono la promiscuità sessuale

I Valori Morali e Religiosi, dopo lunghi anni di crisi causati dal divorzio, dalla droga, dall'ateismo, dal comunismo e dal culo di Cameron Diaz in 'Tutti pazzi per Mary', sono tornati i protagonisti indiscussi della scena politica americana, costringendo il mondo intero a interrogarsi. Delegazioni di politici e intellettuali arrivate da ogni angolo della Terra si addentrano negli Stati del Middle West e non appena vedono un obeso con il Winchester e gli occhiali neri che scende da un pick-up con la scritta 'I love Jesus' e spara sulle prostitute lo intervistano a lungo per avere preziose indicazioni sul futuro del pianeta. Una mappa completa del movimento neocristiano non è ancora possibile. Limitiamoci ai fenomeni più significativi.

NEOVERGINI I neovergini sono studenti che combattono il clima di promiscuità sessuale. Sostengono l'illegittimità dei rapporti prematrimoniali e trascorrono tutti i week-end cercando di convincere le coppiette appartate a rivestirsi e a recitare con loro la Bibbia. Hanno già il loro primo martire, un diciottenne di Akron che ha interrotto con una frustata sulle natiche un pregiudicato, campione locale di wrestling, durante un rapporto sessuale con una candidata a Miss Universo. Il crescente numero dei neovergini ha spinto numerose aziende a lanciare prodotti appositi: dalle automobili con i sedili non reclinabili ai profumi respingenti (all'aglio, alla cimice e alla scarpa da tennis), dal rossetto corrosivo ai biglietti di San Valentino con scritto "sei un vero cesso". Il loro movimento non si è mai pronunciato sul matrimonio gay perché ignora del tutto l'esistenza degli omosessuali.

NEWPILGRIM Fondamentalisti della East Coast che vivono secondo i principi dei Padri Pellegrini. Vestono di nero e indossano sempre la tuba, anche quando dormono. Coltivano i campi a mani nude, chini sulla madre terra, e la loro fede li aiuta a non scoraggiarsi quando, ogni dieci secondi circa, gli cade la tuba. Ogni volta la raccolgono intonando inni sacri. Il loro piatto caratteristico è la torta di torsoli di mele, variante austera della tipica apple pie. Vivono senza elettricità e acqua corrente e studiano teologia a lume di candela, con grossi problemi di interpretazione dovuti alla pessima visibilità. Di qui interminabili dispute teologiche, molte delle quali causate da salti di riga. Si ignora la loro posizione sul matrimonio gay perché nessun sondaggista ha mai osato porgli la domanda.

GAY OF AMERICA È l'associazione patriottica che raccoglie gli omosessuali ultraconservatori, che considerano l'omosessualità un peccato mortale e hanno votato in massa contro le unioni gay. Spesso organizzano spedizioni punitive al loro interno, picchiandosi per intere serate al grido di "maledetto finocchio". L'Fbi ha aperto un fascicolo sul leader del gruppo, un omosessuale tradizionalista sospettato di avere ucciso i genitori perché non lo hanno ucciso da piccolo.

CU CLUX CLAN Come si capisce già dalla nuova sigla, è un'evoluzione ammorbidita e quasi politically correct del vecchio Ku Klux Klan. Corregge l'impostazione della gloriosa organizzazione razzista dei bianchi americani in senso multiculturale: impiccare alle querce solo i neri è discriminatorio, perché trascurare gli ispanici, i cinesi e gli arabi?

FARMERS ASSOCIATION È il vero cuore conservatore degli States. Riunisce gli agricoltori delle sterminate pianure dell'interno del paese, depositari dei sentimenti profondi della Nazione, in un certo senso i soli, veri americani. Ed è a loro che fanno riferimento sondaggisti e politologi. Con le loro gigantesche macchine agricole riescono a coltivare, ognuno, fino a 100 mila acri di terra. Calcolando l'intera superficie coltivata degli Stati Uniti, si è infine scoperto che i tipici farmers americani sono in tutto 29 persone, e tutti scapoli senza figli perché le mogli sono fuggite a San Francisco con attori porno o gestori di locali notturni. Qualche sociologo non ortodosso, coraggiosamente, comincia a chiedersi se definirli "il cuore della Nazione" non sia una cagata pazzesca.

18.11.04

Berlusconi a giudizio mentre tutti tacciono
di ADRIANO SANSA (ed. genovese di Repubblica)

Che vergogna. Un pubblico ministero chiede la condanna del capo del governo Silvio Berlusconi per gravissimi reati, compresa la corruzione di giudici. Ed ecco che schiere di politici insorgono non solo a difesa dell'accusato - che ha già nel processo i suoi difenssori - ma per accusare il pubblico ministero di 'persecuzione' e 'accanimento'. Tra questi anomali difensori si distinguono ministri in carica. Se è persecutorio chi sostiene l'accusa, cosa sarebbe il giudice che condannasse? E allora, come farà il tribunale a giudicare se è intimidato da questo coro di potenti? La minaccia d'essere considerati persecutori è efficace: il nuovo ordinamento giudiziario in via di approvazione
dà ampi poteri all'esecutivo nella carriera dei magistrati, li sottopone a una iniziativa disciplinare nella quale il ministro ha un ruolo assai influente in tutta la procedura. Il governo considererebbe il tribunale che condanna ' persecutore" accanito. Quel Tribunale non è più libero.
Il Paese tace e giace, semiasservito. Abituato alle leggi che il primo ministro si è fatto o fatto fare per garantirsi l'impunità. Qualcuno legge con orgoglio che Berlusconi è tra i primi quattro uomini più potenti del mondo: masochisti. Nella graduatoria ci sarebbe stato un tempo anche Mussolini. Di quella potenza fa parte l'immunità dalla giustizia che invece obbliga i comuni cittadini, dei quali una buona parte gode però di stare sotto il tallone del nuovo padrone.
Invece di chiedersi, arrovellarsi sul quesito: il capo del governo italiano è un malfattore o no? Ha davvero corrotto i giudici? Ha mentito? Come fare per saperlo se i giudici sono intimiditi? Se colpevole, dovrà andarsene immediatamente o no? Che cosa dicono le nostre coscienze, il nostro orgoglio, che cosa dice il mondo? No, non è questo il tormento. Anzi non c'è palesemente tormento. L'informazione conformista si aggrava. Una cospicua parte della stampa tace e non commenta con il pretesto del signorile distacco, della volontà di 'non fare politica' mentre qui si tratta di mantenere libertà e decenza.
L'Italia che segue la storia di Borsellino e si commuove, solo in piccola parte si occupa della presenza mafiosa o del potere che corrompe e minaccia. L'Italia che si commuoverebbe a un bel film su Ambrosoli continua ad assistere al progressivo attuarsi del programma della P2, che precedeva in sostanza ciò che ora dicono le riforme della Costituzione e dell'ordinamento giudiziario. Che vergogna, l'Italia vile di questi anni, nella quale una parte dell'opposizione politica si occupa di non inquietare il cinismo scambiato per moderatismo (si può essere moderati su temi politici, economici e sociali, ma che significa esserlo sui fondamenti della democrazia liberale?). L'opposizione civile e morale è solo una minoranza, robusta, viva, ma minoranza. Se credevamo che la Costituzione e la sua civiltà fossero davvero l'ossatura e il costume di un nuovo grande paese, ci siamo sbagliati.
E allora, quando Berlusconi replica alla requisitoria che lo riguarda come imputato dicendo che essa conferma l'esigenza della riforma dell'ordinamento giudiziario, ammette di essere un dittatore. Di natura mediativa, più morbida, però sempre sciolto dalle leggi. Si deve fare la riforma perchè io sono imputato e vengo accusato di un crimine: lo Stato sono io, io cambio le leggi che mi vorrebbero chiamare a rispondere. Siamo tornati indietro di secoli. E subiamo. Buona parte dei giornali più diffusi non commenta per fiacchezza e per non perdere lettori tra gli strani 'moderati' disposti al nuovo capo. Una corte di ruffiani fa il coro che gli dà ragione. Che vergogna.

16.11.04

L'esproprio di governo
"Contrordine" di Alessandro Robecchi

Sono tutti nervosi per questa faccenda degli espropri. Pure io. Leggo con una certa apprensione che nei prossimi due anni verranno espropriati 14mila lavoratori della scuola tra docenti e non docenti. Mi chiedo dove andremo a finire se nessuno batterà ciglio, se l'arroganza degli espropriatori finirà per trionfare. E' noto il metodo di questi signori, e stupisce che le forze dell'ordine non intervengano per fermare e punire quella che è a tutti gli effetti una rapina. Ora che le aziende pagheranno meno Irap, o non la pagheranno più del tutto, le regioni avranno meno soldi per la sanità (le odiate tasse finiscono lì, in dottori e medicine), quindi faranno pagare qualcosa che ora è gratis o semigratis, o peggioreranno il servizio, il che in certi posti equivale a trasferirsi direttamente a Calcutta (con tutto il rispetto). Aumenteranno le sigarette e i bolli e le concessioni governative, si taglieranno i fondi per la solidarietà, la lotta all'aids e i contributi alle Ong. E questo senza mantenere la promessa di tagliare l'Irpef alle mitiche tre aliquote, una scommessa che Silvio tenta da anni, puntando al tavolo verde i soldi nostri per risparmiarne un bel po' lui.

Questi black block degli espropri sono astutissimi: ci esproprieranno qualcosa anche con il condono edilizio, prorogato di nuovo.

Tanto per saggiare il terreno hanno buttato lì delle ideuzze nuove: la tassa sugli sms, il condono sulle opere d'arte rubate. Altri espropri a nostre spese. Sono diabolici e nessuno interviene, non arrivano i caramba e nemmeno la Finanza, anzi la Finanza all'erta sta, ascoltando in cerimonia ufficiale il discorsetto di Silvio sull'etica e la morale dell'evasione fiscale: «Meglio essere io qui che voi a casa mia», testuali parole. Che è un po' come fare marameo da dietro il passamontagna alla security del supermercato.
Con questi qui in giro, nessuno scaffale è al sicuro: devono ancora valutare e decidere le «coperture». Il che, in italiano, significa che stanno disperatamente cercando altri modi per derubarci dei soldi che servono per tagliare l'Irap e, in futuro, le tasse dei più ricchi, che così saranno naturalmente portati a spendere di più e a rilanciare l'economia. Praticamente stiamo prestando dei soldi ai ricchi perché li spendano. Questa è la tesi della destra liberale che compie gli odiosi espropri. Intanto, la fine di questo glorioso 2004 si avvicina. Vanno a scadenza migliaia, centinaia di migliaia, di contrattini di cartapesta che verranno - se va bene - sostituiti da altri contrattini di cartapesta. Chi era co.co.co si vedrà proporre un contratto a progetto, o a termine, o a chiamata. A molti verrà dato il benservito. Ad altri si chiederà, con la gentilezza del ricatto, di aprire la partita Iva, perché così è tutto più semplice. Resteranno intrappolati nella contrattualizzazione dell'incertezza centinaia di migliaia di lavoratori che da quando avevano i pantaloni corti si sono beccati la propaganda degli espropriatori: troppo rigido il mercato del lavoro, troppi vincoli, troppe leggi, è ora di finirla. A dicembre, quando scadranno tonnellate di contrattini, si vedrà, per molti, com'è finita.

Ora però viene il difficile: convincere gli espropriati che tutto questo è fatto per il loro bene. Tutti sono capaci di fregare un portafoglio, ma per farsi votare dal derubato ci vuole una certa abilità. Vedremo cosa può fare in proposito Carlo Rossella, chiamato da Silvio all'alto compito di dire nel suo telegiornale che tutto va bene, e che la gente è felice, e che tutti ci alziamo alla mattina e paghiamo un ticket sanitario con la gioia nel cuore ringraziando iddio che non ci siano più Rosy Bindi e il comunismo. Piacerà questa fiction? Farà ascolto? Riuscirà la propaganda a farci credere di essere più ricchi e meglio serviti quando la nostra stessa vita quotidiana dice l'opposto? E' una buona scommessa che potremo verificare giorno per giorno nel prossimo anno e mezzo. Tutti i giorni, inesorabilmente, da oggi in poi, ci sentiremo dire che Silvio ha mantenuto le promesse, ci ha salvato, e che quindi merita altri cinque anni di governo. Tre in meno di quelli che gli darebbe la Bocassini. Ma si sa, lassismo e permissivismo imperano, gli espropriatori la fanno franca. Dove andremo a finire?

14.11.04

Centro d'ilarità permanente
"Satira preventiva" di Michele Serra

La svolta centrista di Rutelli: nessun cedimento alle facili emozioni pacifiste, rapporti prematrimoniali solo col consenso dei genitori e campagne elettorali che non spaventino l'elettore moderato

È in base a un calcolo elementare che Francesco Rutelli ha deciso la sua definitiva svolta centrista. Il calcolo è questo: posto che gli elettori di sinistra sono circa il 40 per cento, e che gli elettori di centro sono il 5 per cento, quale obiettivo, tra i due, è di più facile realizzazione per l'opposizione italiana? Ovvio, conquistare il 5 per cento. Lo capirebbe anche un ragazzino.
Decisa la strategia, ecco la tattica.

ECONOMIA Una vera politica economica di centro non deve dare l'impressione di parteggiare per una delle due fazioni di estremisti, i ricchi e i poveri, le cui posizioni ostinatamente conflittuali impediscono un'impostazione ragionevole dei problemi. È sbagliato possedere 2 mila miliardi, ma è sbagliatissimo, e tipico della sinistra più infantile, opporsi pregiudizialmente alla ricchezza possedendo solo poche decine di euro. All'ostentazione di panfili e ville non si può certo rispondere facendo lavoretti precari o indossando orribili felpe di acrilico pur di rivendicare chissà quale diversità ideologica. A questo sterile narcisismo pauperista i neocentristi intendono rispondere con un corteo di professionisti a medio reddito, che non sfasciano le vetrine e al contrario ne commentano favorevolmente ad alta voce il buon livello di illuminazione, l'avvenenza delle commesse e la qualità della merce esposta. Quindi, in piccoli drappelli, si staccano dal corteo ed entrano nei negozi per acquistare a prezzi ragionevoli indumenti decorosi e beni di consumo di medio livello, adatti a un trilocale di circa 110 metri quadrati in zone non periferiche ma neanche lussuose.

ESTERI Non si può cedere alle facili emozioni pacifiste, ma bisogna prendere le distanze dagli eccessi bellicisti. Sì, dunque, alla presenza dei militari italiani in Iraq, però vestiti in borghese e fidanzati con ragazze irachene. Le armi di ordinanza consigliate dal neonato Centro Studi Centristi di Strategia Militare non devono essere troppo vistose (come carrarmati, bazooka, portamissili), ma nel contempo devono incutere timore alle bande di terroristi. Consigliate le alabarde, le scacciacani e le cerbottane. Lo stesso Rutelli ha disegnato l'elmetto centrista, con calotta metallica, ma a forma di Borsalino per non turbare la popolazione civile e per conquistare simpatie per lo stile italiano. Molto importante anche l'atteggiamento delle truppe: gli slogan trucibondi delle truppe americane, tipo 'Fuck the arabs' o 'Nuke the Casbah', verranno tradotti secondo i princìpi moderati: 'Intrattieni discretamente alle spalle le popolazioni locali' e 'Fai opera di dissuasione attiva neutralizzando con armamenti moderni luoghi di culto nei quali possano annidarsi bande ostili'. Il contingente italiano, aiutato da un professore di metrica, sta imparando a scandire in coro i due slogan. Sì alla conquista di Falluja previo bombardamento a tappeto, purché il successivo ingresso delle truppe avvenga con autoblindo a bassa emissione inquinante e rispettando i semafori e la segnaletica irachena, che impone di dirigere gli automezzi sempre e solo in direzione della Mecca.

ETICA I centristi hanno fatto proprio lo slogan di Croce 'Non possiamo non dirci cristiani', alla lettera: non possiamo, pena sanzioni amministrative ancora allo studio.
E dunque, sì alla fecondazione assistita, ma solo in Chiesa, con provette consacrate. Ammessi i rapporti prematrimoniali purché in presenza dei genitori. Le unioni di fatto tra omosessuali sono consentite, ma solo se uno dei due partner accetta di vestirsi da moglie, con il tailleur e il filo di perle, e l'altro da marito, in giacca e cravatta, e in tuta da ginnastica durante il week-end.

CAMPAGNA ELETTORALE Dovrà evitare i toni esagitati e le prese di posizione manichee.Per queste ragioni verranno ammessi solo punti programmatici che non spaventino l'elettorato moderato. Tra questi, la conferma della domenica come giorno festivo e la chiusura dei parrucchieri al lunedì. Sul resto, secondo Rutelli, è necessario discutere il programma di governo con cautela e interpellando anche la destra, per non dare l'impressione di una preclusione politica immotivata.

13.11.04

MA QUANTO E' INTELLIGENTE BUSH?

Bush: Condi! Nice to see you. What's happening?
Condi: Sir, I have the report here about the new leader of China.
Bush: Great. Lay it on me.
Condi: Hu is the new leader of China.
Bush: That's what I want to know.
Condi: That's what I'm telling you.
Bush: That's what I'm asking you. Who is the new leader of China?
Condi: Yes.
Bush: I mean the fellow's name.
Condi: Hu.
Bush: The guy in China.
Condi: Hu.
Bush: The new leader of China.
Condi: Hu.
Bush: The Chinaman!
Condi: Hu is leading China.
Bush: Now whaddya' asking me for?
Condi: I'm telling you Hu is leading China.
Bush: Well, I'm asking you. Who is leading China?
Condi: That's the man's name.
Bush: That's who's name?
Condi: Yes.
Bush: Will you or will you not tell me the name of the new leader of China?
Condi: Yes, sir.
Bush: Yassir? Yassir Arafat is in China? I thought he was in the Middle East.
Condi: That's correct.
Bush: Then who is in China?
Condi: Yes, sir.
Bush: Yassir is in China?
Condi: No, sir.
Bush: Then who is? Condi: Yes, sir.
Bush: Yassir?
Condi: No, sir.
Bush: Look, Condi. I need to know the name of the new leader of China. Get me the Secretary General of the U.N. on the phone.
Condi: Kofi?
Bush: No, thanks.
Condi: You want Kofi?
Bush: No.
Condi: You don't want Kofi.
Bush: No. But now that you mention it, I could use a glass of milk. And then get me the U.N.
Condi: Yes, sir.
Bush: Not Yassir! The guy at the U.N.
Condi: Kofi?
Bush: Milk! Will you please make the call?
Condi: And call who?
Bush: Who is the guy at the U.N?
Condi: Hu is the guy in China.
Bush: Will you stay out of China?!
Condi: Yes, sir.
Bush: And stay out of the Middle East! Just get me the guy at the U.N.
Condi: Kofi.
Bush: All right! With cream and two sugars. Now get on the phone.
(Condi picks up the phone.)
Condi: Rice, here.
Bush: Rice? Good idea. And a couple of egg rolls, too. Maybe we should send some to the guy in China. And the Middle East. Can you get Chinese food in the Middle East?
Bossi, in Europa il fratello e il figlio del Senatùr
Quando il Carroccio tuonava conro il clientelismo, il nepotismo e gli arrivisti
di GIAN ANTONIO STELLA (Corriere della Sera)

In attesa che Umberto Bossi sia pronto al gran rientro (auguri), la Lega Nord guarda al futuro. E ha mandato a prendere confidenza con Bruxelles e le istituzioni comunitarie, nel mentre crescono i giovani eredi Renzo, Roberto Libertà ed Eridanio, un altro paio di appartenenti alla Real Casa Senatùria: Franco Bossi (il fratello) e Riccardo Bossi (il figlio primogenito). Assunti presso il Parlamento europeo con la qualifica di assistenti accreditati. Portaborse, avrebbero detto i padani duri e puri di una volta. Ma pagati sontuosamente. Per l'attaché, ogni deputato riceve infatti 12.750 euro. Pari a 24 milioni e 687 mila vecchie lire. Al mese. La notizia, contenuta nell’elenco ufficiale pubblicato dall’Europarlamento e facile da controllare sul sito internet www2.europarl.eu.int/assistants, non precisa che mestiere facciano i due.

Visto che l'assistente accreditato, pagato coi soldi nostri, è il braccio operativo di ogni bravo parlamentare, si presume che parlino fluentemente alcune lingue, capiscano di economia, siano dotti nelle materie giuridiche e magari abbiano una competenza specifica in qualche settore chiave nel quale il deputato di riferimento deve destreggiarsi.

Franco Bossi, una preparazione, ce l'ha. Sa tutto di valvole, canne, pistoni, bronzine, guarnizioni, pompe ad acqua... Dopo aver studiato fino alla terza media inerpicandosi su su fino alle «commerciali», manda avanti infatti un negozio di autoricambi a Fagnano Olona. Una professionalità che, unitamente alla passione leghista, ha spinto il Carroccio non solo a ipotizzare una sua candidatura alla Camera al posto di Umberto nel collegio di Milano 3 (dove poi, forse per evitare le accuse di far tutto in famiglia, fu scelto il medico di casa del Senatur) ma ad affidargli negli anni ruoli di spicco quali quello di c.t. della squadra di ciclismo della Padania, di socio della controversa "cooperativa 7laghi", di membro del consiglio di amministrazione dell'Aler (case popolari) di Varese. Esperienze che a Bruxelles gli saranno utilissime.

Quanto a Riccardo Bossi, se ne sa ancora meno. Se infatti sono ormai celebri i fratelli avuti dal papà nel secondo matrimonio, e in particolare il delfino Roberto Libertà cui il giornale La Padania arrivò a regalare per il compleanno un’intera pagina di sdiluviante entusiasmo («Che fortuna avere 12 anni e festeggiarli in cima al Monte Paterno!»), lui è infatti rimasto sempre piuttosto defilato. Si sa che ha 23 anni, che è un ragazzone grande e grosso, che va matto per le auto ed è fuori corso all’università. Fine. Figlio di Gigliola Guidali, la prima moglie del segretario leghista che raccontò in un'intervista di aver chiesto la separazione dopo aver scoperto che Umberto usciva tutte le mattine di casa con la valigetta del dottore ("ciao amore, vado in ospedale") senza essersi mai laureato, pare non somigliare molto al padre. Tranne in una cosa: come il Senatùr alla sua età, diciamo, non è propriamente un secchione.

A scegliere come braccio destro Franco Bossi, dice il sito dell’Europarlamento, è stato Matteo Salvini, già direttore di quella Radio Padania Libera che per anni ha cannoneggiato contro il clientelismo e le assunzioni in Terronia di amici, cognati e parenti. A scegliere Riccardo, lo «zio» Francesco Speroni, che di Umberto Bossi è stato il capo di Gabinetto al ministero delle Riforme e che in tema di nepotismo aveva già fatto spallucce davanti a un’altra polemica: la designazione, come presidente della provincia di Varese, di Marco Reguzzoni, marito di sua figlia Elena.

Intendiamoci: tutto il mondo è paese. Lo ricordava già, ai suoi tempi, il cardinale Enea Silvio Piccolomini diventato Papa col nome di Pio II: «Quand’ero solo Enea / nessun mi conoscea / ora che sono Pio / tutti mi chiaman zio". La scelta del fratello e del primogenito del Senatùr per quelle due cadreghe europee, tuttavia, sia pure preceduta da altri piacerini a parenti e amici, segna il punto d’arrivo di un cammino che pareva partito con altri itinerari. Basti ricordare alcuni dei moniti di Umberto contro il «familismo amorale» e i regali ai clientes: «La Lega assicura assoluta trasparenza contro ogni forma di clientelismo». «Il nostro programma? Incrementare i posti di lavoro, eliminare i favoritismi clientelari e restituire il voto ai cittadini». «Non si barattano i valori-guida con una poltrona!».
«Questo deve fare un segretario di sezione: far crescere la gente e non dare spazio agli arrivisti. Dobbiamo essere in primo luogo inflessibili medici di noi stessi se vogliamo cambiare la società!».

Parole riprese e urlate in mille piazze e mille sagre e mille comizi da tutta la corte di fedelissimi, da Calderoli a Castelli, da Maroni al mitico «Sciur Cüràt». E impresse nel marmo della storia da un gesuitico comunicato dall’allora addetta stampa della Lega Simonetta Faverio: «In un movimento che si propone di far la rivoluzione non ci può esser posto per gli arrivisti, i corrotti, i poltronari, i leccaculo, "i pentiti" e i lottizzatori. Chi si è proposto di cambiare questo nostro povero Paese non può nello stesso tempo volere un posto al sole per sé o per i suoi amici, non può usufruire dei privilegi di cui hanno goduto i piccoli uomini politici della partitocrazia. Non può insomma parlare bene e razzolare male, prendendosi così gioco della base pulita, dei militanti, e di quei dirigenti onesti che per la causa leghista sarebbero disposti a tutto». Parole d’oro. Premiate un paio di anni fa con la nomina di Simonetta, in quota leghista, a vice della ancillare Anna La Rosa alla direzione dei servizi parlamentari della lottizzatissima Rai.