18.9.06
papa Benedetto XVI
È per me un momento emozionante trovarmi ancora una volta nell'università e una volta ancora poter tenere una lezione. I miei pensieri, contemporaneamente, ritornano a quegli anni in cui, dopo un bel periodo presso l'Istituto superiore di Freising, iniziai la mia attività di insegnante accademico all'università di Bonn. Era – nel 1959 – ancora il tempo della vecchia università dei professori ordinari. Per le singole cattedre non esistevano né assistenti né dattilografi, ma in compenso c'era un contatto molto diretto con gli studenti e soprattutto anche tra i professori. Ci si incontrava prima e dopo la lezione nelle stanze dei docenti. I contatti con gli storici, i filosofi, i filologi e naturalmente anche tra le due facoltà teologiche erano molto stretti. Una volta in ogni semestre c'era un cosiddetto dies academicus, in cui professori di tutte le facoltà si presentavano davanti agli studenti dell'intera università, rendendo così possibile un’esperienza di universitas – una cosa a cui anche Lei, Magnifico Rettore, ha accennato poco fa – l’esperienza, cioè del fatto che noi, nonostante tutte le specializzazioni, che a volte ci rendono incapaci di comunicare tra di noi, formiamo un tutto e lavoriamo nel tutto dell'unica ragione con le sue varie dimensioni, stando così insieme anche nella comune responsabilità per il retto uso della ragione – questo fatto diventava esperienza viva. L'università, senza dubbio, era fiera anche delle sue due facoltà teologiche. Era chiaro che anch'esse, interrogandosi sulla ragionevolezza della fede, svolgono un lavoro che necessariamente fa parte del "tutto" dell'universitas scientiarum, anche se non tutti potevano condividere la fede, per la cui correlazione con la ragione comune si impegnano i teologi. Questa coesione interiore nel cosmo della ragione non venne disturbata neanche quando una volta trapelò la notizia che uno dei colleghi aveva detto che nella nostra università c'era una stranezza: due facoltà che si occupavano di una cosa che non esisteva – di Dio. Che anche di fronte ad uno scetticismo così radicale resti necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto della tradizione della fede cristiana: questo, nell'insieme dell'università, era una convinzione indiscussa.
Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Fu poi presumibilmente l'imperatore stesso ad annotare, durante l'assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non quelli del suo interlocutore persiano. Il dialogo si estende su tutto l'ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull'immagine di Dio e dell'uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le – come si diceva – tre "Leggi" o tre "ordini di vita": Antico Testamento – Nuovo Testamento – Corano. Di ciò non intendo parlare ora in questa lezione; vorrei toccare solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura dell’intero dialogo – che, nel contesto del tema "fede e ragione", mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema.
Nel settimo colloquio (???????? – controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jih?d, della guerra santa. Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È una delle sure del periodo iniziale, dicono gli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco che ci stupisce, brusco al punto da stupirci, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue - egli dice -, non agire secondo ragione, „???? ????”, è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…".
L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. L'editore, Theodore Khoury, commenta: per l'imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest'affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto Khoury cita un'opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazm si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe praticare anche l'idolatria.
A questo punto si apre, nella comprensione di Dio e quindi nella realizzazione concreta della religione, un dilemma che oggi ci sfida in modo molto diretto. La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, il primo versetto dell’intera Sacra Scrittura, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: "In principio era il ?????". È questa proprio la stessa parola che usa l'imperatore: Dio agisce „???? ????”, con logos. Logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l'evangelista. L'incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso. La visione di san Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie dell'Asia e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica: "Passa in Macedonia e aiutaci!" (cfr At 16,6-10) – questa visione può essere interpretata come una "condensazione" della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l'interrogarsi greco.
In realtà, questo avvicinamento ormai era avviato da molto tempo. Già il nome misterioso di Dio dal roveto ardente, che distacca questo Dio dall'insieme delle divinità con molteplici nomi affermando soltanto il suo "Io sono", il suo essere, è, nei confronti del mito, una contestazione con la quale sta in intima analogia il tentativo di Socrate di vincere e superare il mito stesso. Il processo iniziato presso il roveto raggiunge, all'interno dell'Antico Testamento, una nuova maturità durante l'esilio, dove il Dio d'Israele, ora privo della Terra e del culto, si annuncia come il Dio del cielo e della terra, presentandosi con una semplice formula che prolunga la parola del roveto: "Io sono". Con questa nuova conoscenza di Dio va di pari passo una specie di illuminismo, che si esprime in modo drastico nella derisione delle divinità che sarebbero soltanto opera delle mani dell'uomo (cfr Sal 115). Così, nonostante tutta la durezza del disaccordo con i sovrani ellenistici, che volevano ottenere con la forza l'adeguamento allo stile di vita greco e al loro culto idolatrico, la fede biblica, durante l'epoca ellenistica, andava interiormente incontro alla parte migliore del pensiero greco, fino ad un contatto vicendevole che si è poi realizzato specialmente nella tarda letteratura sapienziale. Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell'Antico Testamento, realizzata in Alessandria – la "Settanta" –, è più di una semplice (da valutare forse in modo addirittura poco positivo) traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale a se stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo. Nel profondo, vi si tratta dell'incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall'intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire "con il logos" è contrario alla natura di Dio.
Per onestà bisogna annotare a questo punto che, nel tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze che rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito cristiano. In contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista iniziò con Duns Scoto una impostazione volontaristica, la quale alla fine, nei suoi successivi sviluppi, portò all'affermazione che noi di Dio conosceremmo soltanto la voluntas ordinata. Al di là di essa esisterebbe la libertà di Dio, in virtù della quale Egli avrebbe potuto creare e fare anche il contrario di tutto ciò che effettivamente ha fatto. Qui si profilano delle posizioni che, senz'altro, possono avvicinarsi a quelle di Ibn Hazm e potrebbero portare fino all'immagine di un Dio-Arbitrio, che non è legato neanche alla verità e al bene. La trascendenza e la diversità di Dio vengono accentuate in modo così esagerato, che anche la nostra ragione, il nostro senso del vero e del bene non sono più un vero specchio di Dio, le cui possibilità abissali rimangono per noi eternamente irraggiungibili e nascoste dietro le sue decisioni effettive. In contrasto con ciò, la fede della Chiesa si è sempre attenuta alla convinzione che tra Dio e noi, tra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata esista una vera analogia, in cui – come dice il Concilio Lateranense IV nel 1215 –certo le dissomiglianze sono infinitamente più grandi delle somiglianze, non tuttavia fino al punto da abolire l'analogia e il suo linguaggio. Dio non diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro ed impenetrabile, ma il Dio veramente divino è quel Dio che si è mostrato come logos e come logos ha agito e agisce pieno di amore in nostro favore. Certo, l'amore, come dice Paolo, "sorpassa" la conoscenza ed è per questo capace di percepire più del semplice pensiero (cfr Ef 3,19), tuttavia esso rimane l'amore del Dio-Logos, per cui il ???????“ – un culto che culto cristiano è, come dice ancora Paolo „?????? concorda con il Verbo eterno e con la nostra ragione (cfr Rm 12,1).
Il qui accennato vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto tra la fede biblica e l'interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco, è un dato di importanza decisiva non solo dal punto di vista della storia delle religioni, ma anche da quello della storia universale – un dato che ci obbliga anche oggi. Considerato questo incontro, non è sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell'Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa. Possiamo esprimerlo anche inversamente: questo incontro, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio di Roma, ha creato l'Europa e rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa.
Alla tesi che il patrimonio greco, criticamente purificato, sia una parte integrante della fede cristiana, si oppone la richiesta della deellenizzazione del cristianesimo – una richiesta che dall'inizio dell'età moderna domina in modo crescente la ricerca teologica. Visto più da vicino, si possono osservare tre onde nel programma della deellenizzazione: pur collegate tra di loro, esse tuttavia nelle loro motivazioni e nei loro obiettivi sono chiaramente distinte l'una dall'altra.
La deellenizzazione emerge dapprima in connessione con i postulati della Riforma del XVI secolo. Considerando la tradizione delle scuole teologiche, i riformatori si vedevano di fronte ad una sistematizzazione della fede condizionata totalmente dalla filosofia, di fronte cioè ad una determinazione della fede dall'esterno in forza di un modo di pensare che non derivava da essa. Così la fede non appariva più come vivente parola storica, ma come elemento inserito nella struttura di un sistema filosofico. Il sola Scriptura invece cerca la pura forma primordiale della fede, come essa è presente originariamente nella Parola biblica. La metafisica appare come un presupposto derivante da altra fonte, da cui occorre liberare la fede per farla tornare ad essere totalmente se stessa. Con la sua affermazione di aver dovuto accantonare il pensare per far spazio alla fede, Kant ha agito in base a questo programma con una radicalità imprevedibile per i riformatori. Con ciò egli ha ancorato la fede esclusivamente alla ragione pratica, negandole l'accesso al tutto della realtà.
La teologia liberale del XIX e del XX secolo apportò una seconda onda nel programma della deellenizzazione: di essa rappresentante eminente è Adolf von Harnack. Durante il tempo dei miei studi, come nei primi anni della mia attività accademica, questo programma era fortemente operante anche nella teologia cattolica. Come punto di partenza era utilizzata la distinzione di Pascal tra il Dio dei filosofi ed il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Nella mia prolusione a Bonn, nel 1959, ho cercato di affrontare questo argomento e non intendo riprendere qui tutto il discorso. Vorrei però tentare di mettere in luce almeno brevemente la novità che caratterizzava questa seconda onda di deellenizzazione rispetto alla prima. Come pensiero centrale appare, in Harnack, il ritorno al semplice uomo Gesù e al suo messaggio semplice, che verrebbe prima di tutte le teologizzazioni e, appunto, anche prima delle ellenizzazioni: sarebbe questo messaggio semplice che costituirebbe il vero culmine dello sviluppo religioso dell'umanità. Gesù avrebbe dato un addio al culto in favore della morale. In definitiva, Egli viene rappresentato come padre di un messaggio morale umanitario. Lo scopo di Harnack è in fondo di riportare il cristianesimo in armonia con la ragione moderna, liberandolo, appunto, da elementi apparentemente filosofici e teologici, come per esempio la fede nella divinità di Cristo e nella trinità di Dio. In questo senso, l'esegesi storico-critica del Nuovo Testamento, nella sua visione, sistema nuovamente la teologia nel cosmo dell'università: teologia, per Harnack, è qualcosa di essenzialmente storico e quindi di strettamente scientifico. Ciò che essa indaga su Gesù mediante la critica è, per così dire, espressione della ragione pratica e di conseguenza anche sostenibile nell'insieme dell'università. Nel sottofondo c'è l'autolimitazione moderna della ragione, espressa in modo classico nelle "critiche" di Kant, nel frattempo però ulteriormente radicalizzata dal pensiero delle scienze naturali. Questo concetto moderno della ragione si basa, per dirla in breve, su una sintesi tra platonismo (cartesianismo) ed empirismo, che il successo tecnico ha confermato. Da una parte si presuppone la struttura matematica della materia, la sua per così dire razionalità intrinseca, che rende possibile comprenderla ed usarla nella sua efficacia operativa: questo presupposto di fondo è, per così dire, l'elemento platonico nel concetto moderno della natura. Dall'altra parte, si tratta della utilizzabilità funzionale della natura per i nostri scopi, dove solo la possibilità di controllare verità o falsità mediante l'esperimento fornisce la certezza decisiva. Il peso tra i due poli può, a seconda delle circostanze, stare più dall'una o più dall'altra parte. Un pensatore così strettamente positivista come J. Monod si è dichiarato convinto platonico.
Questo comporta due orientamenti fondamentali decisivi per la nostra questione. Soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di matematica ed empiria ci permette di parlare di scientificità. Ciò che pretende di essere scienza deve confrontarsi con questo criterio. E così anche le scienze che riguardano le cose umane, come la storia, la psicologia, la sociologia e la filosofia, cercavano di avvicinarsi a questo canone della scientificità. Importante per le nostre riflessioni, comunque, è ancora il fatto che il metodo come tale esclude il problema Dio, facendolo apparire come problema ascientifico o pre-scientifico. Con questo, però, ci troviamo davanti ad una riduzione del raggio di scienza e ragione che è doveroso mettere in questione.
Tornerò ancora su questo argomento. Per il momento basta tener presente che, in un tentativo alla luce di questa prospettiva di conservare alla teologia il carattere di disciplina "scientifica", del cristianesimo resterebbe solo un misero frammento. Ma dobbiamo dire di più: se la scienza nel suo insieme è soltanto questo, allora è l'uomo stesso che con ciò subisce una riduzione. Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del "da dove" e del "verso dove", gli interrogativi della religione e dell'ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla "scienza" intesa in questo modo e devono essere spostati nell'ambito del soggettivo. Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la "coscienza" soggettiva diventa in definitiva l'unica istanza etica. In questo modo, però, l'ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell'ambito della discrezionalità personale. È questa una condizione pericolosa per l'umanità: lo costatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione – patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell'ethos non la riguardano più. Ciò che rimane dei tentativi di costruire un'etica partendo dalle regole dell'evoluzione o dalla psicologia e dalla sociologia, è semplicemente insufficiente.
Prima di giungere alle conclusioni alle quali mira tutto questo ragionamento, devo accennare ancora brevemente alla terza onda della deellenizzazione che si diffonde attualmente. In considerazione dell’incontro con la molteplicità delle culture si ama dire oggi che la sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sarebbe stata una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture. Queste dovrebbero avere il diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio del Nuovo Testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Questa tesi non è semplicemente sbagliata; è tuttavia grossolana ed imprecisa. Il Nuovo Testamento, infatti, e stato scritto in lingua greca e porta in se stesso il contatto con lo spirito greco – un contatto che era maturato nello sviluppo precedente dell’Antico Testamento. Certamente ci sono elementi nel processo formativo della Chiesa antica che non devono essere integrati in tutte le culture. Ma le decisioni di fondo che, appunto, riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana, queste decisioni di fondo fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi, conformi alla sua natura.
Con ciò giungo alla conclusione. Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati. L’ethos della scientificità, del resto, è – Lei l’ha accennato, Magnifico Rettore – volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte delle decisioni essenziali dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell'uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell'università e nel vasto dialogo delle scienze.
Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e delle religioni – un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno. Nel mondo occidentale domina largamente l'opinione, che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall'universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell'ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l'intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l'ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell'umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere. Qui mi viene in mente una parola di Socrate a Fedone. Nei colloqui precedenti si erano toccate molte opinioni filosofiche sbagliate, e allora Socrate dice: "Sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo dell'irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull'essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità dell'essere e subirebbe un grande danno". L'occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all'ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. "Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio", ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all'interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell'università
15.9.06
Mattia Feltri sulla Stampa del 14 settembre 2006
Una vecchia battuta del senatore ulivista Antonio Polito: «Quella di Michele Santoro è la storia dell’orologio fermo: due volte al giorno segna l’ora esatta». L’ora esatta, stasera, è le 21, il canale è Raidue e stasera, alle 21 su Raidue, Santoro avrà sicuramente ragione. Torna in tv e a sinistra c’è il gioioso orgoglio di aver riparato al danno. La bandiera della resistenza al regime venuto giù con democraticissimo voto potrà di nuovo sventolare. Tutto bello, tutto giusto, eppure ci sarà soltanto da aspettare un poco, se il capo del sindacato dei giornalisti italiani, Paolo Serventi Longhi, disse il vero raccontando in un’intervista a Claudio Sabelli Fioretti che Santoro era stato fatto fuori da Silvio Berlusconi, ma anche da «alcune persone legate a D’Alema».
Paolo Mieli, ha scritto in un libro Marco Travaglio, fallì l’aggancio alla presidenza della Rai perché aveva preteso il reintegro immediato di Santoro. Il titolo del libro era «Inciucio» ed erano già trascorsi tredici anni dal dibattito pubblico del 1993 in cui Massimo D’Alema aveva sferrato la prima randellata al giornalista che, nel frattempo, definiva «amico»: «C’è un delirio di onnipotenza nei giustizieri della tv urlata, come il mio amico Santoro». Il giustiziere della tv urlata, in polemica con Enzo Siciliano, presidente della Rai dell’Ulivo, sarebbe passato a fare «Moby Dick» a Mediaset, e alla prima conferenza stampa di bilancio, il 30 maggio ’97, avrebbe restituito il colpo: «D’Alema non ci ha dato neanche un’intervista». Il problema non era soltanto D’Alema, ma tutto l’esecutivo: «Abbiamo letto che dalla presidenza del Consiglio è partita una direttiva a ministri e sottosegretari a non intervenire a “Moby Dick” per parlare di pensioni».
Santoro, col gusto del cavaliere solitario, scomodo, emarginato, vantò le sue inimicizie, medaglie all’indipendenza: «Perché anche Prodi si rifiuta di farsi intervistare da me?». A quel perché ha risposto più avanti Claudio Velardi, collaboratore di D’Alema premier: perché usa «i soliti trucchetti». Lasciata la politica, Velardi ha poi parlato da uomo di comunicazione, e soltanto pochi mesi fa ha emesso il giudizio: «Santoro ha fatto una grande tv, ma in un’altra fase, ormai finita. Un suo ritorno sarebbe sbagliato». Coi Ds va così. Anche con gli insospettabili. Franca Chiaromonte ha spesso e serenamente dichiarato di non amare «la sua televisione». Le cronache segnalarono il giramento di scatole di Piero Fassino quando Santoro si dimise da europarlamentare per un’ospitata a «Rockpolitik», lo show di Adriano Celentano. E forse si può stabilire un collegamento con le parole di Roberto Cotroneo sull’Unità: «Siamo sicuri che presto spiegherà ai suoi 526.535 elettori...». Santoro non apprezzò la critica e nemmeno l’ironia, e a raccontarlo fu il direttore, Antonio Padellaro: «E’ pure permaloso». E megalomane, secondo Enrico Vaime, autore televisivo e teatrale, dichiaratamente di sinistra: «Si crede al centro dell’universo, fondamentale per la storia dell’umanità e del giornalismo».
Forse fondamentale no, ma si stima molto utile, di certo. Con me si sono arrabbiati tutti, ricorda. Francesco Rutelli, Rosi Bindi, Fausto Bertinotti. In realtà Bertinotti si deve essere arrabbiato poco, o perlomeno non quanto Oliviero Diliberto, persuaso che nel derby fra comunisti italiani e comunisti rifondanti, Santoro parteggi per i secondi: «Spicca la totale censura praticata da “Raggio Verde” nei confronti del Pdci», disse durante la campagna elettorale del 2001. Non c’è partito della coalizione oggi di maggioranza che non annoveri leader antipatizzanti. Nella Margherita fu particolarmente schietto Gerardo Bianco, ai tempi in cui era segretario del Ppi: «Michele Santoro estremizza i fatti e non va alla ricerca obiettiva della realtà. Rappresenta il peggio della televisione».
Nell’Udeur il campione è proprio Clemente Mastella, che interpretò così la stagione girotondina del giornalista: «Ha fatto girotondi dalla Rai a Mediaset guadagnandosi pure diversi miliardi». Non si impietosì nemmeno negli anni delle purghe. Anzi, godette come un matto a vederlo nel listone per le Europee: «Santoro che giustiziava i democristiani ora è insieme a loro. Fa un po’ impressione». Però adesso torna al suo posto. Sono tutti felici. Nonostante i radicali, tramite Daniele Capezzone, ritengano che «ha fatto molto male all’informazione in questo Paese». Nonostante segni l’ora esatta solo due volte al giorno. E forse Mastella aveva qualche ragione quando liquidava le geremiadi dell’epurato e dei suoi paladini: «Anche Che Guevara è stato ridotto a un gadget».
14.9.06
Alessandro Giuli sul Foglio
Lo vedranno entrare tutte le mattine al civico 14 di Viale Mazzini per dirigere il Tg1 con quelle sue camicie sempre bianche, i bottoncini sul colletto a stringere il nodo minuto e kennediano della cravatta, lo zaino nero in spalla come un soddisfatto baby boomer cinquantaduenne. Perché, ieri, Riotta Gianni da Palermo, apolide per scelta e americano per realizzarla, ce l’ha fatta a liberarsi di quella didascalia invisibile scolpita accanto alla foto sui risvolti di copertina dei suoi numerosi libri: “Eterno candidato a tutte le migliori direzioni”. Stavolta è andata ed è il primo successo del Partito democratico che ancora non c’è. Tecnicamente un prodigio, però meritato.
Lui è bravo e ha cominciato giovanissimo come avviene nei romanzi o per i nati bene: diciassettenne alla Cultura del Giornale di Sicilia, dove lavorava suo padre Salvatore. Fondatore della palermitana “Lega degli studenti per la rivoluzione” (assieme a Corradino Mineo), corrispondente e poi redattore romano del Manifesto. Alla fine dei Settanta il ragazzo era intellettualmente avanti rispetto ai suoi maestri castristi. Laureato sul concetto di verità nei linguaggi formalizzati, conquisterà un Master alla Columbia University Graduate School of Journalism di New York. Qui abita una settimana sì una no, in una casa affacciata su Central Park, con la moglie italiana, scienziata, e i due figli anglofoni madrelingua (lui l’inglese lo pronuncia così così). Suo vicino di casa è Giovanni Sartori. Chiaro che Riotta non poteva durare accanto a Livia Menapace.
Uscì giovane e adontato giacché – si dolse privatamente – non gli permisero di trasformare il “quotidiano comunista” in un germoglio sinceramente democratico. Quei vecchi gli parlavano di “stato e coscienza di classe”, lui già sognava la Net-Economy, la contaminazione dei generi, lo svecchiamento dei codici. Forse l’i-Pod. Figlio acquisito di una cultura lib-lab e misuratamente radicale, avrebbe realizzato un giornale yeh yeh. Oggi gli piace Internet, teorizza la socializzazione del sapere scandalizzando i mandarini della Microsoft, i suoi scritti vengono dibattuti dai blogger. Ecco forse perché “se scrivi di lui, gli mandi un’e-mail o gli lasci un messaggio in segreteria, Gianni Riotta ti richiama sempre”. E’ la prima cosa che viene in mente a chi, interpellato per dirne male o bene o indifferentemente, soggiorna col pensiero su questo siculo-americano di rango. Eccelso uomo di relazioni, telefonista dalla voce bassa e la cordialità smisurata.
Pietrangelo Buttafuoco lo raffigurò in questo modo: “I suoi nemici dicono che passa tutto il tempo al telefono, i suoi amici non dicono niente, ma solo perché stanno parlando con lui”. Sicché se un giorno lontanissimo gli dei gli concederanno un altro transito terrestre, questo sarà senz’altro in forma di telefono cellulare. Le precedenti incarnazioni sono nell’ordine: corrispondente dall’America per l’Espresso, inviato speciale per la Stampa e il Corriere della Sera. Poi condirettore del quotidiano torinese – dal 1998 al 2002, regnante Marcello Sorgi e fu una sofferenza ingiusta non succedere al direttore com’era accaduto a Paolo Mieli ed Ezio Mauro – e subito dopo vicedirettore del Corsera con accesso alle colonne dei migliori giornali stranieri. Nonché conduttore televisivo di “Milano-Italia”, negli anni Novanta, come successore di Gad Lerner – suo naturale concorrente visto che ne ricalca i passi e poi i due non si stanno simpaticissimi – e più recentemente interprete su La7 di una meno fortunata trasmissione detta “Americana”. Più un sacco di altre cose ma non c’è spazio per elencarle.
E’ così che si diventa Gianni Riotta? Molti anni fa Micromega azzardò un’interpretazione sgarbata: “Oggi i prototipi del giornalista di successo sono Gianni Riotta e Barbara Palombelli, simpatici e preparati, ma che se avessero potuto intervistarlo, avrebbero trovato tracce di cordialità anche in Hitler”. Non è proprio vero e nel caso di Riotta si contano numerose dispute intellettuali. Da sinistra gli danno del conservatore per aver detto che “nessun problema può essere risolto al mondo senza il contributo degli Stati Uniti”; da destra gli danno del goscista per aver aggiunto che “nessun problema può essere risolto solo dagli Stati Uniti”.
Lui va comunque fierissimo della tessera che gli ha spalancato l’accesso al Council on Foreign Relations, e per i militanti delle catacombe nere o rosse è un marchio di svendita alla demoplutocrazia. Riotta ha anche scritto cose severissime contro Adriano Sofri ricavandone un’aggressione a colpi di uova nel milanese corso Garibaldi. Senza dimenticare la sfida personale ingaggiata con il potentissimo Beppe Grillo che gli dà del “giornalista transgenico” dacché lui s’è pronunciato a favore degli Ogm (nel blog di Grillo danno quasi tutti ragione a Riotta e scrivono: bravo Gianni, giornalista onesto e preparato!).
Certo poi Gianni è molto permaloso, talvolta si eccita e sbaglia. Clamorosamente nella notte in cui Kerry e Bush si contendevano la Casa Bianca ad armi pari, con Kerry ancora in vantaggio: Riotta sbruffoneggiava un po’ vantando alla tv il successo democrat che non sarebbe arrivato. E fu lui a titolare in prima sul Corriere del giorno dopo: “Kerry verso la vittoria”. Ma succede. Meglio allora virare verso i vezzi di Gianni, cominciando dalla frangetta da baronetto che ne consacra il dualismo con Beppe Severgnini, un altro interista ideologico che invecchiando invece di perdere capelli ne secerne il doppio. Capelli tosti da carrierista, capelli al vento da romanziere.
E arriviamo al lato debole di Riotta. Non perché non sia capace (di romanzi ne ha scritti cinque ed è tradotto pure in Grecia), ma perché sul crinale letterario tracima il narcisismo d’uno che ha vinto molto dal “Premiolino” in su (mai lo Strega per fortuna) e ha compilato un romanzo a staffetta con Umberto Eco e Antonio Tabucchi. Titolo: “La maledizione del Faraone”. Riotta è talmente romanziere che nei convivi può esordire in questo modo: “Come sostiene il mio amico Cattelan. Mi raccontava due sere fa l’amico Profumo”. Siccome sono amici tutti famosissimi come lui, la proposizione riottiana a volte si fa ambigua: “Sai, mi diceva il mio amico Ian” e questo amico non può essere da meno d’un Buruma o di un McEwan.
Ma sono appunto vezzi d’un secchione di successo. D’un siciliano che detesta il camillerismo e a vivere in Sicilia non tornerebbe più. Tuttavia non ha rinnegato la sicilitudine, semplicemente l’ha ibridata e non disdegna di alternare ai cheesburger qualche sbandata in trattoria per ingollare piatti isolani e smarrirsi in un effetto liquido. Una madeleine che declina alla maniera del glocalista, sapore provinciale in esofago cosmopolita. Moderato per senso scenico, prodiano per contingenza, Riotta sarà un perfetto direttore del Tg1 ma con lui, attenzione, a vendemmiare sarà Veltroni.
12.9.06
Stefania Miretti sulla Stampa
Di signore costrette a esercitare la difficile arte d’accompagnarsi a uomini impresentabili è pieno il mondo, sempre di più; donne capaci di resistere a lungo accanto a un soggettone, non rassegnate però, piuttosto in composta e vigile attesa che cessino gli impedimenti e le cause di forza maggiore (ragion di Stato, figli piccoli, affari in corso) e si possa serenamente mollare il colpo. Femmine fino a ieri ottimiste, molte cominciano ora a seguire con una certa preoccupazione la parabola della Simo Ventura, che dopo la revanche dei quarant’anni - comprensiva di tatuaggio autoreferenziale, tetta rifatta e professione di fiera indipendenza emotiva - ha trascorso l’ultima estate a fare le fusa all’ex marito Stefano Bettarini e l’ospite danzante alle feste dell’ex agente Lele Mora, entrambi ripescati «come amici» dopo che era stato dato loro un sonoro, motivato benservito.
«Ora sono forte. Se sei andata a fondo non puoi che risalire», dichiarava incauta la Simo un anno fa quando, dopo un divorzio doloroso e con strascichi, si prendeva le sue belle rivincite professionali, fors’anche sentimentali. Un po’ come la giovanissima Stephanie Mangano de «La febbre del sabato sera», che in equilibrio sul ponte d’acciaio gridava «Sto crescendo!», la Simo adulta continuerebbe invece a subire il fascino della «gente famosa», anche ora che la Famosa è lei. E la prevista risalita s’arresta al cospetto di un Lucianone Moggi sparapanzato nel salotto televisivo della Ventura. Lei non più Conduttrice e Personaggio Televisivo dell’anno, lei di nuovo un po’ valletta, costretta poi a giustificarsi così: «E’ naturale che io conosca Moggi, che è stato il capo del calcio per 20 anni».
Ecco, il capo del calcio. Dicono quelli che la conoscono bene che il limite di Simo sia non essersi mai liberata del suo immaginario adolescenziale popolato di calciatori belli e impossibili e ragazze che aspirano a un titolo da miss, dove il capo del calcio è il capo del calcio, non scherziamo. E il fatto che la conduttrice ci tenga a ribadire a ogni intervista la sua tostaggine («sono diventata grande», «ora non ho più paura»), sarebbe ahinoi la prova d’una perdurante, femminilissima insicurezza.
La ricordano ragazzina ruspante a Chivasso, quando sogna di sposare un calciatore, partecipare a un concorso di bellezza, lavorare alla tele, e ce la fa. Partecipa a miss Muretto e finisce in gara a miss Universo; fa gavetta in una tv locale e si ritrova accanto a Magalli; strappa un posto da valletta (parlante, scoprirà solo a cose fatte il povero Pizzul) alla «Domenica Sportiva». Il sogno che s’avvera. La svolta invece arriva col passaggio alla tv del Biscione: gloria e veleni. Wikipedia, l’enciclopedia on-line, scrive testuale: «Si è a lungo parlato di una relazione tra la Ventura e un alto dirigente di Mediaset che le ha aperto il mondo televisivo». Una ragazza gli sponsor non se li può scegliere, si dice che quello di Simo fosse Adriano Galliani. I fidanzati invece sì, e lei sceglie Bettarini, sette anni in meno: innamorata pazza, a lungo, del calciatore-velino («Simona ha fatto di tutto per averlo», dirà poi la suocera). Lui la tradisce, lei trangugia: «Con un marito bello come Stefano avevo il complesso del brutto anatroccolo», racconterà dopo la separazione, quando, all’apice della femminilità, della fama e della bravura, avrebbe potuto relativizzare l’avvenenza plasticosa del suo ex, e invece, macché. Però vengono gli anni della maturità professionale, le Jene e «Quelli che il calcio», la collaborazione con Gene Gnocchi, un Sanremo un po’ così, ma da conduttrice, la libertà, il presunto flirt con Giorgio Gori, il gran successo dell’Isola. Uomini impresentabili, addio. C’è anche una bella novità, una bambina in affido, da crescere insieme ai due figli maschi.
Poi, nelle foto delle vacanze, tutto precipita: la Simo seduta sulle ginocchia di Bettarini, la Simo tra Flavio Briatore e Lele Mora, di nuovo; con Emilio Fede; con la cartomante Tiziana De Marchi, quella che dà i numeri del Lotto su 90 emittenti dal suo villone di Porto Rotondo. Fino all’altra sera. La Simo con Moggi, «il capo del calcio».
Dicono gli amici che l’abbia invitato pensando di fare audience, «convinta di averne bisogno». O magari ha ragione chi pensa che Ventura - Ariete ascendente Scorpione - abbia il cuore tenero di certe donne aggressive, sempre pronte in realtà a perdonare tutti. Un’insicura velata, transitata dai tailleur da educatrice ai tacchi da dominatrice senza mai capire come s’impugna un frustino. Una che, come lei stessa ha detto per spiegare l’ultima evoluzione estetica, si è «sempre sentita bionda dentro»; e se nasci ruspante brunetta di Chivasso, sono traumi che lasciano il segno.
Antonio Dipollina per “la Repubblica”
1 - L´impresentabile performance televisiva di Moggi a "Quelli che" (ma davvero pensa di aver giovato alla propria causa?) apre la stagione tv come peggio non si poteva. Ma forse è meglio così: c´è caso che molti tra quelli che lo volevano ospite di qui e di là (tutti in preda a una irrefrenabile sindrome di Stoccolma) ci ripensino. Non tanto per se stessi, quanto per non danneggiare lui, Lucianone, al quale vogliono sempre tanto bene.
2 - Infatti la famosa presenza come ospite fisso al programma del lunedì sera di Telelombardia e Antenna 3 sembra proprio ridursi a un´ospitata solo per questa sera. Pare che ora ci siano trattative con Italia 7 Gold per la domenica pomeriggio. Ma è appena ovvio che averlo in studio solo per consentirgli di lanciare i suoi slogan e non rispondere a mezza domanda scomoda (come ieri con Andrea Vianello, che ha fatto un figurone), è come darsi una mazzata sui polpacci. E non richiamare mezzo telespettatore.
3 - Imperdibile l´ingresso in studio di Moggi, che si era messo in testa di fare una rentrée mimando i vecchi tempi. Ha dato la mano a Galeazzi, che gliel´ha stretta con palese imbarazzo, porgendogli la manona ultramolle. Poi ha lanciato la gag dell´eroe popolare con la gente dalla sua parte (lì Gene Gnocchi lo ha finalmente preso in giro). Alla fine, con le telecamere che indugiavano, non è uscito dallo studio ma si è fermato accanto a Galeazzi iniziando a dargli pacche sulle spalle, assumendo l´aria dei bei tempi.
4 - Notevole anche la presenza in trasmissione, in collegamento da Ceppaloni, del ministro (della Giustizia) Mastella. Quello che per primo si avventò davanti alla telecamera al fischio finale dell´arbitro a Berlino. Ieri, chiamato in causa, e con qualche imbarazzo, ha ribadito l´antica amicizia con Moggi e le storture della Giustizia sportiva sul calcio-caos.
5 - Meglio, anche perché televisivamente scoperto e programmato al millesimo, il gioco che giocano nella nuova edizione pomeridiana di Controcampo, con Mughini nella parte dell´offeso per sempre e fautore della juventinità dura e pura, con gli altri a contrapporsi. Enrico Ruggeri, con un colpo da artista, gli ha dato del "negazionista". E´ esistito davvero Moggi?
8.9.06
Marco Travaglio per “l’Unità”
Ci sono personaggi, nella Storia, che travalicano i confini della loro persona e diventano archetipi sempiterni, categorie dello spirito, garantendosi l’immortalità nei dizionari e nelle enciclopedie. L’Anfitrione, il Cireneo, il Mecenate, il Casanova, l’Otello, il Quisling. Ora, per non farci mancare nulla, abbiamo pure “il De Gregorio”, nel senso di Sergio, il corpulento senatore napoletano dell’Italia dei Valori che è sempre d’accordo con Berlusconi, però s’è candidato con Di Pietro nel centrosinistra.
Però s’è fatto eleggere presidente della commissione Difesa dal centrodestra. Però ieri è uscito dall’Italia dei Valori. Però non è uscito dal centrosinistra. Però preferirebbe la grande coalizione e si porta avanti col lavoro. Insomma, è all’asta. A disposizione del miglior offerente. Il fatto che i suoi elettori dipietristi pretendano il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, una legge seria sul conflitto d’interessi, la cancellazione delle leggi vergogna e soprattutto il sostegno leale al governo Prodi e alla maggioranza che ha vinto le elezioni non lo tange minimamente. Lui è contro il ritiro dall’Iraq e la legge sul conflitto d’interessi, mentre è favorevolissimo alle leggi vergogna e a una maggioranza diversa, anzi opposta. Ma s’è guardato bene dal dirlo in campagna elettorale: l’ha fatto subito dopo il voto, precisamente dopo aver scoperto che non sarebbe diventato ministro per gli Italiani all’estero. Altrimenti, magari, oggi chiederebbe le cose che osteggia e osteggerebbe le cose che chiede. Un politico di nobili ideali, l’ultimo della nutrita collezione messa insieme in questi anni da Antonio Di Pietro, che raramente sbaglia una scelta politica e altrettanto raramente azzecca un collaboratore. Uomo dalle molte vite, De Gregorio nasce giornalista scoopista al seguito del mitico Giò Marrazzo e poi a “L’Istruttoria” di Giuliano Ferrara. Leggendario lo scoop sulla crociera di Tommaso Buscetta nel Mediterraneo. Il pentito viaggia in incognito, o almeno così crede finché non gli si presenta De Gregorio, con moglie e due amici (un consigliere provinciale forzista di Napoli e un altro tizio vicino al Polo). Il giornalista dice di essere lì per caso e di averlo riconosciuto per caso. In realtà ha avuto una soffiata. In quel periodo lavora a “Ideazione”, la rivista fondata insieme a Domenico Menitti, ascoltatissimo consigliere di Berlusconi. Don Masino si lascia andare sulle “origini mafiose” del patrimonio del Cavaliere, nonché sui rapporti di Dell’Utri con Cosa Nostra. Intervista e foto escono su “Oggi” nell’estate del ’95, ma senza le frasi su Berlusconi e Dell’Utri, che però De Gregorio racconta ai quotidiani quando esplode il caso. Buscetta tenta di smentire, invano. Il risultato è che il pentito viene delegittimato dallo scandalo e, ai giudici di Palermo, non dirà più una parola su Berlusconi e Dell’Utri.
Per la Procura di Palermo la “trappola” è stata organizzata a tavolino. De Gregorio rompe con Mennitti che ricorda “non gradì le rivelazioni di Buscetta: credo fosse amico di Dell’Utri”. Ma ciò non gli impedisce di candidarsi, nel 2005, alle regionali in Campania con Forza Italia, forte anche della sua nuova veste di leader dell’associazione Italiani nel Mondo che dichiara, solo in Campania, “20 mila fra iscritti e simpatizzanti”, senza contare “le sedi già operative a Roma, Nizza, Sofia, Londra, Zurigo, Mosca, New York, Buenos Aires, Teheran e Tunisi”, e che negli anni ha intrecciato affettuosi rapporti col camerata ministro Mirko Tremaglia. Ma, al momento del deposito delle liste, De Gregorio, che ha investito un capitale in mega-manifesti azzurri col suo bel faccione al centro, viene scaricato in zona Cesarini. Il tempo di tuonare contro “l’arroganza di Forza Italia”, ed eccolo nella Nuova Dc di Gianfranco Rotondi, che alle elezioni del 2006 presenta due facce pulite e soprattutto nuove: Cirino Pomicino e De Michelis. Del secondo, De Gregorio è un fervido estimatore, avendo diretto pure “l’Avanti!”: anche qui scoop à gogò, come una leggendaria inchiesta del 2002 sulle magagne dell’Alitalia, misteriosamente interrotta alla quarta puntata in coincidenza ¬ insinua un maligno senatore di An - con l’uscita di una mezza pagina di pubblicità della compagnia aerea. Che cos’abbia in comune con Di Pietro questo ex forzista amico del condannato De Michelis, lo sanno solo Dio e De Gregorio, che infatti si candida con l’Italia dei Valori. L’elezione a senatore è una passeggiata, anche se le migliaia di voti che asserisce di portare non si notano granché: non fosse per Tonino, per Orlando e per Franca Rame, che fanno scattare il quorum, resterebbe a casa. Invece ce la fa.
Ma il seggio gli va stretto: lui punta a un ministero. E, quando glielo negano, briga con la Cdl per la presidenza della commissione Difesa, dove si distinguerà per una tirata contro Israele (“stermina i civili”), una contro l’Onu (“inaccettabile la risoluzione che ci impegna a disarmare Hezbollah”) e tanti bacini e bacetti al capo del Sismi Niccolò Pollari, indagato per il sequestro di Abu Omar (“insostituibile”). Giorni fa l’Espresso sorprende i due amorosamente attovagliati al ristorante San Teodoro, in Campidoglio. È l’ultimo atto di De Gregorio da senatore dell’Idv. Ieri l’addio. Alla poltrona? Macché: al partito, e forse al centrosinistra. Ma non sempre: “Deciderò volta per volta”. Così il nostro eroe esce dalle sue polpose carni per trasfigurarsi in un archetipo. “Il De Gregorio” è l’ultimo esemplare della fauna politichese: il parlamentare intermittente, il senatore a targhe alterne. È stato decisivo il conflitto d’interessi: “Non voterò mai una legge punitiva contro Berlusconi”. Un caso di coscienza.
6.9.06
Marco Travaglio per l’Unità
Ogni tanto salta su qualcuno e domanda con la faccia furbetta: «Che fine ha fatto la satira? Perché non se la prende con la sinistra al governo come faceva con Berlusconi?». La domanda è interessante, tant’è che l’ha posta anche un giornalista intelligente come Massimo Gramellini. Ma poi si è risposto che la satira è di sinistra e dunque non può, ontologicamente, prendersela con la sinistra. Forse la faccenda è un po’ più complicata.
Chi ha buona memoria sa bene che i nostri migliori satiri, da Grillo a Luttazzi, dai Guzzanti a Hendel a Paolo Rossi, han sempre scorticato tanto la destra quanto la sinistra. Poi un giorno Craxi decretò che Grillo non doveva più andare in onda. Berlusconi proseguì l’opera con Luttazzi. Sabina fu cancellata da Rai3, la rete «de sinistra». Rossi ed Hendel rispettivamente da Rai1 e da Rai2. Grillo nei suoi spettacoli e nel suo blog, gli altri nei loro show e film, han continuato a far satira contro tutti. Perché allora non vanno in tv a sbeffeggiare Prodi, Fassino, Rutelli, D’Alema, Mastella & C.?
Non sarà, per caso, che non esistono più programmi di satira? Certo, potrebbero affacciarsi al balcone di casa e sparare due battute per chi passa di sotto. Potrebbero suonare il campanello di viale Mazzini e chiedere se possono salire per un paio di minuti, al posto del segnale orario o delle previsioni del tempo. Ma forse, se i «nuovi» vertici Rai, così orgogliosi della loro indipendenza dalla politica, infilassero nei palinsesti qualche minuto di satira, sarebbe tutto più facile. Al momento, non paiono interessati al tema. Hanno altro da fare.
E dire che ce ne sarebbe bisogno di satira, per abbassar la cresta ai nuovi padroni del vapore (e anche ai vecchi, che seguitano a comandare a mezzadria coi nuovi). E soprattutto per dare una calmata ai nuovi trombettieri del potere, che poi sono quelli vecchi, ridipinti di fresco. Il Tg1 di Clemente J., per dire, è sempre il Tg1 di Clemente J. Solo che prima dedicava il 60-70 per cento del tempo al centrodestra. Ora come segnala Gian Antonio Stella su Magazine 72,18% al centrosinistra e 27,18% al centrodestra. Per far le pulci alla nuova maggioranza? Nemmeno per sogno. Per suonare trombette e tromboni. Come tutto il resto della Rai.
L’Italia grande potenza mondiale, torna a risplendere il sole sui colli fatali di Roma, perepè perepè perepè. Bacini e bacetti di Max e Condoleeza, perepè perepè perepè. Lo sbarco in Normandia, anzi in Libano, con inviati embedded e fuciletti a tappo, perepè perepè perepè. La piccola Atene mastelliana di Telese Terme, con salcicce e Bobby Solo, perepè perepè perepè. Il nuovo libro di Walter, perepè perepè perepè. Rutelli rivoluziona le ferie, perepè perepè perepè. Le grandi liberalizzazioni, il grande partito democratico, il grande indulto, la grande finanziaria, perepè perepè perepè.
Poi, si capisce, ci vuole una trombetta di riguardo anche per il centrodestra, che continua ad avere la maggioranza nel Cda Rai e bisogna tenerselo buono. Le allegre vacanze smeraldine di Bellachioma, perepè perepè perepè. Il grande Meeting della grande amicizia nella grande Rimini, perepè perepè perepè. Ida Di Benedetto in Urbani e Anselma Dall’Olio in Ferrara da Marzullo per il festival di Venezia, perepè perepè perepè. Ecco, un po’ di sana satira per dare una calmata ai bollenti spiriti e alle lingue turgide, una spruzzata di vetriolo nei turiboli dell’incenso non guasterebbe affatto.
Ma ce la possiamo ancora permettere, la satira? O lo stagno di acque chete e anime morte creato dai diktat bulgari e postbulgari sta bene a tutti? Non è che il lavoro sporco del Cavaliere, come le leggi vergogna, fa comodo pure ai successori? In fondo perché cercarsi altre grane con questi satiri che nessuno controlla, dan fastidio a tutti e, direbbe la Lucia, «sbavendano i gedi meti»? Meglio i Fiorelli e i Panarielli che rendono simpatici i personaggi che imitano, non disturbano, non sporcano e dove li metti stanno.
Cattivi pensieri che, fortunatamente, il presidente Rai Petruccioli ha spazzato via con una memorabile intervista al Corriere: «Il nostro metodo è individuare scelte solo in base a valutazioni professionali». Siamo in una botte di ferro. I nuovi direttori di tg saranno scelti fra i migliori su piazza: Biagi, Bocca, De Bortoli, Feltri, Lerner, Mauro, Mieli, Scalfari. Rai1 andrà senz’altro a Freccero: professionalmente, sulla tv, non c’è chi lo valga. Quanto alla satira, tornano di sicuro Grillo, Luttazzi, i Guzzanti, Rossi, Hendel: i migliori.
Stranamente, fra i nomi che circolano, questi non compaiono. Ma è quel diavolo d’un Petruccioli che fa pretattica.
2.9.06
Toni Capuozzo per “Il Foglio”
Non mi piace, ma debbo usare questo spazio per una questione personale. Ma non troppo personale da non avere un qualche interesse per il lettore. Dunque: qualche giorno fa , sull’Unità, Giuliano Giuliani, padre di Carlo, scrive un editoriale, in cui mi cita. Mi definisce un “arredo della libera informazione” e descrive le circostanze, secondo lui sospette, nelle quali mi venni a trovare in piazza Alimonda, pochi minuti dopo la morte, o addirittura durante l’agonia di Carlo Giuliani, insieme con Renato Farina, da lui chiamato, tout court, Betulla. Rispondo, come avevo già fatto con il blog di Claudio Sabelli Fioretti, dove una domanda simile, e similmente retorica era stata posta.
Questa è la mia risposta, apparsa sull’Unità mercoledì: “Voglio premettere una cosa: ho sempre creduto che il padre di una vittima abbia il diritto di dire quello che vuole. Ma questa considerazione, per così dire ‘umana’, che non toglie nulla al valore delle richieste di Giuliano Giuliani – processo e commissione parlamentare d’inchiesta su piazza Alimonda – non lo esime da un dovere di lealtà e correttezza e rispetto dei fatti. E dunque libero Giuliano Giuliani di definirmi, come ha fatto ieri sull’Unità, ‘arredo della libera informazione’. E’ una sua opinione, può dispiacermi, ma resta una libera opinione. Meno libero di adombrare, come fa, il sospetto che mi trovassi in piazza Alimonda per chissà quali informazioni ricevute in precedenza, e che addirittura pensassi di ‘realizzare uno scoop stupefacente’ girando la scena in cui un commissario accusa un manifestante.
Ripeto qui le circostanze, che avrei definito professionalmente fortunate, se non vi fossero stati, quel pomeriggio, un ragazzo ucciso e un altro con la vita rovinata, che mi condussero in piazza Alimonda. Seguivo da ore gli scontri di piazza, con un operatore e una giovane fonica genovese, che si era fatta accompagnare, a mo’ di protezione, dal suo ragazzo. Avevamo schivato, di volta in volta, botte e minacce di manifestanti e forze dell’ordine. Esausti, avevamo trovato riparo in un portone, assieme ad altre persone, passanti e manifestanti. Là incontrai Farina, che mi chiese se potesse aggregarsi a noi, presumo per la sicurezza di trovarsi in un piccolo gruppo, o semplicemente perché avevamo l’aria di chi sapesse cavarsela meglio. Fui tentato di rispondergli che ci eravamo persi anche noi, ma non sono uno che nega una mano ai colleghi in difficoltà.
Usciti dal portone facemmo pochi metri, e all’angolo vedemmo dei manifestanti mascherati. Li riprendemmo con la telecamera e ricevemmo in cambio degli insulti e l’invito ad andare, invece, dove la polizia aveva ucciso. Con le braccia indicavano una vicina piazza. Non nego che al momento pensai che l’espressione ‘ucciso’ fosse caricata, simbolica. Invece, arrivati in piazza Alimonda, vedemmo un ragazzo a terra. Dovetti proteggere l’operatore dalle minacce delle forze dell’ordine, che intanto si schierarono attorno al corpo, come a ripararlo dagli obbiettivi.
Continuammo a girare, anche la scena delle urla del commissario. Arriva un’ambulanza e qualcuno comincia a praticare un massaggio cardiaco al ragazzo esanime. Intervenni a difesa di un fotografo mio amico che era stato picchiato dalle forze dell’ordine. Poi telefonai al mio direttore, spiegandogli quello che era avvenuto. Temendo che qualcuno potesse sequestrarmi la cassetta mi allontanai dalla piazza, chiesi un passaggio a un vespista che non conoscevo e andai alla zona rossa, dove avevamo il montaggio e da dove saremmo andati in onda quella sera.
Alle 20 il Tg5, condotto da Enrico Mentana, fu il primo telegiornale a spiegare che il colpo che aveva ucciso il ragazzo era partito da dentro il Defender dei carabinieri. Non fummo fieri di quello scoop, né ne cercammo altri. Continuo ad avere le mie opinioni personali, che qui non importano, su quel giorno tragico, e sulle ore peggiori che seguirono, alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. Ma i fatti che mi riguardano sono questi, verificabili. E per quanto riguarda l’informazione, avendo fatto parte dell’arredo nella piazza del mercato di Sarajevo nelle ore della strage, o della basilica della Natività, durante l’occupazione e l’assedio, e in tanti posti minori, ho la presunzione di ritenere che quel giorno io e i ragazzi che erano con me, e i colleghi della redazione del Tg5, svolgemmo un lavoro dignitoso e onesto. Ma davvero, e non per le polemiche di oggi, ne avrei fatto volentieri a meno”.
Ieri, giovedì, Giuliano Giuliani ribatte, sempre sull’Unità: “Mi riferisco alla replica di Toni Capuozzo e tralasciando ogni considerazione sulla deontologia professionale e sul giornalismo nelle aree di guerra vengo al punto sul quale ritengo di avere qualche titolo a parlare. L’arrivo con Betulla in piazza Alimonda avvenne qualche minuto (due o tre al massimo) dopo l’omicidio di Carlo e dopo (una manciata di secondi) che qualcuno delle forze dell’ordine (presumo un carabiniere) ha spaccato la fronte di Carlo con una pietrata, avendo avuto cura di sollevargli prima il passamontagna per poi rimetterglielo (infatti il passamontagna non reca alcuna sdrucitura in corrispondenza della fronte).
Quando il vicequestore Adriano Lauro parte per la performance cinematografica, accusando un manifestante di avere ucciso Carlo ‘con il tuo sasso’ per nascondere uno degli atti più infami della giornata, il cameraman è assestato a tal punto per la ripresa che è davvero difficile pensare a una casualità. Non è affatto vero che soltanto in seguito, dopo l’arrivo dell’ambulanza e dei sanitari, Capuozzo avviserà la redazione. Infatti maneggia già il telefonino a inizio ripresa (Betulla sta già telefonando), tanto che due secondi dopo la sceneggiata grida ‘passami subito Enrico’, cioè Mentana, allora direttore del Tg5 (per conferma è sufficiente che Capuozzo vada in archivio e si riguardi ‘Terra’).
Quanto alla generosa difesa di un fotografo suo amico (del quale per carità laica ometto il nome e cognome), Capuozzo potrebbe sempre per via dell’amicizia, raccontare quello che sa. Infatti, pur avendo subìto ingenti danni fisici e materiali non ha sporto denuncia e si rifiuta di farlo ‘perché tiene famiglia’. E’ un vero peccato, indubbiamente è a conoscenza di cose rilevanti, dato che dopo averlo picchiato e ferito, un carabiniere lo schiaccia sopra il corpo di Carlo: perché? E’ tutto documentato, basta avere l’onestà di guardare fotografie e filmati”. E qui rispondo, ora, per chiudere una polemica penosa.
1) Caro Giuliani, Lei può alludere quel che vuole, ma non ridurmi nella condizione di giustificarmi sul perché fossi in piazza Alimonda. Ho detto come ci arrivai, e come ci arrivai con Renato Farina, né voglio fare quello che rifugge, a posteriori, l’appestato. Rifarei tutto quello che feci quel giorno.
2) Non mi inviti, tacendo sulle notizie che demmo al Tg5 delle 20, e tacendo su quel che dissero, o non dissero altri, presumibilmente campioni della libera informazione di cui Lei è giudice, a rivedere servizi che io ho girato, montato, e mandato in onda.
3) Non meni il can per l’aia con le telefonate, o giudicando da regista se l’operatore fosse o meno ben piazzato: girammo quel che succedeva, e feci due telefonate: una a Enrico Mentana, l’altra all’agenzia del fotografo per dire che veniva portato all’ospedale. Il nome del fotografo? Lei che è così coraggioso da gettare il sospetto a mezze parole, lo faccia, dato che lo conosce, e che è noto.
4) Ripeto: i padri per me possono dire quello che vogliono. Ho il vizio di pensare ai miei figli, prima di arrogarmi il diritto di giudicare quel che dicono. Ma se parlano, abbiano coraggio: dica, Giuliani, che io e altri sapevamo che ci sarebbe stato un morto in piazza Alimonda, e che taciamo circostanze e fatti. Non alluda, dica a voce alta, se ha coraggio ed elementi per dirlo. Io sono pronto a testimoniare il poco che so ovunque. In punta di fatto. In punta di idee, è un’altra questione: caro Giuliano, non ritengo il povero Carlo un eroe, e ritengo Placanica una vittima a sua volta. Se è questo che deve costarmi le sue allusioni, lo dica senza pudore, ma non alluda. Se non ci sarà processo, mi ci porti lei dicendo con coraggiosa chiarezza che io nascondo qualcosa, ledendo in modo giuridicamente inequivoco la mia onorabilità professionale, e così la porto io in tribunale, non faccia il damerino del dico e non dico.
5) Sono pronto a incontrarLa in privato, se vuole, e a dirLe il poco che ho visto e che so. Ma se continua ad alludere, per non misurarsi con i fatti, Le offro io la possibilità di vederci in tribunale: lei ha, caro Giuliani, uno stile un po’ fascista, un po’ stalinista e un po’ democristiano di dire e non dire, di calunniare senza assumersene la responsabilità. Sia un padre vero, adesso: gli operatori, i fotografi, i testimoni di quel giorno sono tutti raggiungibili. Li raggiunga, con onestà, prima di scrivere.
1.9.06
SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra
"Il denaro è lo sterco del demonio? No!" Ruoterà intorno a questo tema il dibattito centrale della prossima edizione del meeting di Rimini. I vertici di Cl sono già al lavoro per cercare nuovi ospiti e argomenti di discussione
Appena chiusi i battenti del Meeting di quest'anno, i dirigenti di Comunione e Liberazione stanno già lavorando, senza requie, alla prossima edizione. Ecco le prime anticipazioni.
Il titolo Si sta lavorando su due ipotesi. La prima: "Pescatori alla pesca dell'anima. Eppure Costantino vide ciò che altri preferirono non vedere. In viaggio per Viterbo, l'anelito e l'aratro nel sogno operoso degli umili, perché i santi non dormano e ciascuno sieda alla tavola del Signore". Il tipografo incaricato di stampare i dépliant preferirebbe invece un titolo più sintetico: "Vediamoci a Rimini".
I dibattiti Come è tradizione, si spazierà nei territori più profondi della spiritualità e della ricerca religiosa. Gli argomenti più probabili sono: 1. Investire in bond, o è meglio il vecchio mattone? 2. La Brianza e i suoi mobilifici sotto l'attacco degli importatori di bambù. Il boom dei tavoli pieghevoli e il crack delle credenze finto-rustico. 3. Il termoriscaldamento centralizzato conviene? 4. Lo sponsor in Chiesa e il divieto di affissione sopra gli affreschi. Interverranno alcuni dei più autorevoli esegeti della nuova spiritualità, dal vescovo di Cesenatico, don Pino Gnoletti, che ha introdotto il ticket sulle confessioni, al padre spirituale di Bill Gates, il reverendo Gionathan Miller, autore di un ponderoso saggio sulle obbligazioni nell'Antico Testamento.
Gli ospiti Oltre a Silvio Berlusconi, che annuncerà alla platea in delirio di avere comperato Ronaldinho e i Salesiani, si annuncia l'arrivo del miliardario cinese Ching Chung Chang, che atterrerà nel parcheggio della Fiera con il suo jet personale (un gioiello della tecnologia, può atterrare in soli cinquanta metri grazie all'attrito della folla travolta dalla carlinga), una prolusione del miliardario boliviano Jorge Ramirez, uscito dal tunnel dell'eroina grazie alla cocaina, e un intervento in video del miliardario esquimese Nanuk, re delle pelli di foca, registrato nel suo mirabolante igloo di duemila metri quadri, con biliardo di ghiaccio e piscina riscaldata a fiato da dodici orsi bianchi ammaestrati. Un numero d'eccezione, direttamente da Las Vegas, sarà effettuato dal giocoliere miliardario Kurt Moore, in grado di far roteare in aria fino a 50 carte di credito e contemporaneamente di raccattare da terra le monete da 50 centesimi.
La polemica Discussioni molto accese, tra Cesana e i suoi compagni, sul titolo del dibattito centrale della prossima edizione: l'incontro congiunto con i cinque miliardari ospiti. Qualcuno vorrebbe intitolarlo "Il denaro è lo sterco del demonio? No!", qualcun altro preferirebbe "Il denaro è lo sterco del demonio? Ma figurati!"
La politica I politici presenti, come sempre, saranno di orientamento molto vario. Prevista la partecipazione degli stati maggiori di Forza Italia, An, Ccd e Lega, delegazioni della Cdu, dei repubblicani americani, della destra croata e slovena, dei parlamentari della Vandea, del Partito Liberista Etiope, e per il governo del sottosegretario ai Trasporti dell'Udeur Nino Morabito, che potrà ricevere amici e giornalisti nella sua stanza d'albergo.
Rutelli Nella fiammante Sala Rutelli, Francesco Rutelli parlerà sul tema "Rutelli e i rutelliani: i limiti della ricerca scientifica, l'illimitatezza della ricerca politica".
I fischi Non volendo mortificare gli umori vigorosi dei giovani cattolici, il responsabile del Meeting Cesana ha scelto una linea conciliante: le sale dei dibattiti saranno insonorizzate con i nuovi pannelli fonoassorbenti prodotti dalla Compagnia delle Opere. I fischi non saranno vietati, ma dovranno essere espressi, secondo i dettami della temperanza cristiana, con un santino tra i denti.
Don Giussani Verranno letti da Giorgio Albertazzi alcuni stralci dal suo libro "Pensieri in apnea". La frase più breve è di mezza pagina, Albertazzi ha chiesto il permesso di aggiungere alcune virgole e si sta allenando a recitare con un pesante respiratore artificiale sulla schiena. Saranno presenti traduttori simultanei dall'italiano all'italiano.
2.8.06
Indulto : primum vivere
Lo si capisce dalle vignette di Giannelli sul Corriere della Sera, che dipingono un Berlusconi felice di ottenere da sinistra quel che non aveva ottenuto da destra. Lo si capisce dalle parole di Federico Grosso, che su questo giornale, il 25 luglio, parla di legge necessaria al miglioramento delle carceri, ma viziata da un compromesso che garantisce impunità a crimini economici «fortemente caratterizzati da disvalore sociale e morale». Lo si capisce dalle proteste di Eugenio Scalfari, di Luca Ricolfi, di Michele Ainis, di Vittorio Grevi, dell'ex giudice D'Ambrosio, del giudice Caselli.
La legge sull'indulto che ieri è passata al Senato è molto più di un errore. Nasce da una profonda, radicata indifferenza alla cultura della legalità e al rapporto sano fra Stato di diritto ed economia. Le critiche pesanti rivolte da sinistra a Di Pietro, che ha provato a fermare la legge sino a dissociare la lealtà di ministro dalla propria coscienza di cittadino, confermano questa indifferenza. Di Pietro è sospettato di voler conquistarsi visibilità, oltre che di usare un linguaggio sleale, violento. Il che forse non è falso: se c'è un modo di coltivare il protagonismo, quello del ministro è ben scelto. Ma gli strali si concentrano sul dito anziché su quel che il dito indica, e il proverbio cinese evocato da Di Pietro è sempre valido: «Quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito».
Lo sciocco non guarda alla sostanza, bensì all'apparenza. Per lo sciocco vale soprattutto: Primum Vivere, e dunque la sopravvivenza di una coalizione che senza Forza Italia non avrebbe approvato l'indulto. Primum Vivere fu il motto di Craxi quando prese la guida del Psi: lo slogan rovinò una grande scommessa politica (il rafforzamento della sinistra non comunista) trascinando il socialismo italiano nella corruzione. Il centro sinistra non corre quel pericolo ma quasi sembra trascurarlo. Come se in testa venisse anche per lei, in occasioni non marginali, la conquista-salvaguardia del potere e non quel che il potere fa. In tali circostanze il resto conta poco o nulla, anche quando questo resto è la sostanza delle cose: la cultura della legalità e il senso civico della classe dirigente, in un paese dove il problema dell'etica nell'economia e nella politica è il vero suo tarlo e la vera anomalia.
Questa trascuratezza in tema di legalità non cade dal cielo: si può scrivere ormai una storia degli Indifferenti in materia, che nell'ultimo decennio e più hanno perso di vista non solo l'importanza ma anche i benefici delle regole, della buona condotta finanziaria. Che hanno consentito che alla giustizia venisse dato il nome di giustizialismo forcaiolo, alla morale il nome di moralismo. Che hanno sconnesso il legale dall'utile, l'onestà dalle esigenze - considerate più autentiche, pratiche - dell'economia o della gestione del potere. È la storia di come piano piano s'è spenta la passione di Mani Pulite, e la speranza in una classe dirigente rinnovata.
Di questa storia Berlusconi ha profittato, andando al potere nel '94 e nel 2001 senza che conflitto d'interessi e processi l'ostacolassero. Da quale cultura (nel doppio significato del termine) è germinata questa storia che ha creato uno spazio per Berlusconi e che oggi glielo preserva? Da una cultura presente nei luoghi meno prevedibili, sia a destra sia nella sinistra radicale, sia nella politica sia in parte della Chiesa: sfatando le tesi di chi considera finito il catto-comunismo e non vede sorgere la nuova, strana alleanza tra catto-comunisti e Berlusconi. In realtà, buona parte della Chiesa italiana si è rivelata attore di primo piano, e questo spiega come mai tanti cattolici di centro, pur distanziandosi da Forza Italia o combattendola, coltivano il culto berlusconiano dell'impunità.
Con il passare degli anni la Conferenza episcopale ha dimenticato le sue battaglie per la cultura della legalità e contro la mafia, pur di ritagliarsi uno spazio politico che compensasse il declinare, in molti suoi esponenti, della missione spirituale e profetica. Del tutto dimenticata oggi è la nota pastorale redatta il 4 ottobre '91, poco prima di Mani Pulite, che s'intitolava «Educare alla legalità» e condannava il crescente corrompersi del colletti bianchi. Del tutto scordate sembrano le parole tremende - un anatema che sconvolse il clan Provenzano, spingendolo ai delitti della primavera-estate '93 - che Giovanni Paolo II pronunciò contro la mafia (e implicitamente contro i voti di scambio coperti da indulto). Quel discorso, pronunciato dal Papa nella Valle dei templi a Agrigento il 9 maggio '93 («Convertitevi! Mafiosi convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio e dovrete rendere conto delle vostre malefatte!») è da anni introvabile sul sito internet della Santa Sede. La visita in Sicilia neppure è annoverata tra i viaggi del Pontefice.
L'altro attore non irrilevante è Rifondazione di Bertinotti. Val la pena ricordare che fin dal 23 febbraio 2002, quando Di Pietro e la rivista MicroMega organizzarono al Palavobis di Milano una conferenza sulla legalità, l'attuale presidente della Camera si stizzì, svilendo un'iniziativa giudicata superflua, secondaria rispetto alle strutturali questioni economico-sociali: «È la rivolta dei ceti medi professionali - disse -. Da un lato (gli organizzatori) colgono fatti di involuzione della società politica, dall'altro rivendicano un ruolo come ceto e istituzioni, mi riferisco agli intellettuali e alla magistratura. È un terreno ambiguo». Più di tre anni dopo, intervistato dal Corriere della Sera sulle indagini del giornalista Travaglio (inchieste Dell'Utri, Berlusconi), disse: «Marco Travaglio? Non nominatemelo. Solo a sentire il suo nome mi viene l'orticaria. I moralisti danneggiano la sinistra. Non amo il giustizialismo a tutti i costi. Ogni volta che qualcuno si autoinveste del ruolo di censore, di moralizzatore, rischia di fare più danni di chi poi si vuole condannare» (5-10-05).
Così si giunge all'oggi: estendendo l'indulto ai crimini contro la pubblica amministrazione, e a corruzione e concussione (tutti gli scandali dell'ultimo decennio, compresi Parmalat e furbetti del quartierino), il fronte degli Indifferenti di sinistra esita a regolare i conti col berlusconismo. Nei fatti ne è contagiato, come Arturo Parisi temeva nell'estate 2005, quando avvenne il disastro Banca d'Italia. Naturalmente esiste un' urgente necessità di migliorare le carceri italiane, disumanamente stracolme. Due papi si sono battuti per questo. Ma l'emergenza è stata usata per un compromesso con Forza Italia che ha consentito a quest'ultima di imporre la propria agenda giudiziaria, con più successo ancora che nel passato (Grosso ricorda che esisteva un disegno di legge condiviso, del gennaio scorso, che concedeva ai delitti economici un solo anno di sconto e non tre). I processi per questi delitti non sono cancellati ma la certezza della pena, mai lunghissima, è ridotta a zero.
Può darsi che esistano ragioni per difendere l'interezza della legge; ma nessuno è parso convinto al punto tale da illustrarle bene. Che il disagio di chi non ha impedito questo tipo d'indulto sia grande, lo rivelano le parole stupefacenti del deputato prodiano Franco Monaco: «Sono un soldato, il testo dell'indulto lo voto, ma attenti perché è un testo inaccettabile!». Dunque, parte della sinistra ha voluto l'indulto così com'è, pur definendolo «inaccettabile». Ha ritenuto probabilmente che questo sia il prezzo del Primum Vivere, nei momenti in cui occorre conquistare il potere o non perderlo. Primum Vivere è una sorta di scetticismo degenerato, che in simili momenti prende il sopravvento.
L'intera campagna elettorale è stata condotta in fondo all'insegna di questo principio: non si sapeva se la battaglia sulla legalità avrebbe fatto vincere, e son state scelte l'indifferenza, l'afasia. Nessuna parola sul conflitto d'interessi, sulle leggi ad personam della precedente legislatura, in genere sulla questione morale. L'attenzione si concentrò totalmente sul fisco, col risultato che Prodi più che attaccare dovette difendersi. Vero è che promise di ripristinare la «maestà della legge», che denunciò in alcune interviste l'intreccio tra affari e politica. Ma la cultura della legalità è restata sconnessa dall'economia, come se non fosse invece parte fondamentale di essa. Come se per ripartire e crescere, l'economia non avesse prima di tutto bisogno di restaurare il dovere civico del pagare le tasse, del rispettare le leggi, creando un clima fondato sulla fiducia, dunque affidabile. Questo legame urge instaurarlo in Italia, perché altrimenti non solo la democrazia ma anche il mercato, divenendo diseducativi o distorti, falliscono e muoiono. La grande vocazione pedagogica di Prodi, che tante volte lo ha premiato, diverrà più che mai essenziale.
Abbiamo parlato di scetticismo degenerato perché gli scettici non intendevano questo, quando giudicavano superflue tutte le cose sensibili. Nel IV secolo avanti Cristo, Pirrone consigliava l'atarassia e cioè l'imperturbabilità; raccomandava l'afasia, ritenendo che astenersi dal parlare fosse meglio delle affermazioni perentorie; suggeriva l'apatia, che evita emozioni forti. Era poi raccomandata la sospensione di giudizio sulle cose del mondo (l'epoché) ma lo scopo era l'Atman: il collegamento con l'io più profondo dell'uomo, con la scintilla di Dio. Oggi l'Atman è la conquista del potere, la coalizione a qualsiasi prezzo, non la sostanza di quel che in politica si fa e il linguaggio con cui lo si spiega ai cittadini. Primum vivere, deinde philosophari - in primo luogo bisogna vivere, dopo fai filosofia. Il detto antico non è errato: la ricerca della massima saggezza non può soffocare i bisogni elementari e animali dell'uomo, del suo convivere sociale.
Prima di dedicarsi alla sapienza e alla virtù, bisogna procurarsi il necessario per vivere. Ma gli antichi esaltavano le quotidiane virtù dell'onesto cittadino, quando posticipavano l'astratta cerca della Repubblica perfetta. Non esaltavano - oscuro oggetto del desiderio, sensualità speciale di chi comanda - il potere fine a se stesso.
30.7.06
sofri il craxiano contro travaglio lo squadrista
Non ho nemmeno cominciato a dire che cosa penso dello stato della sinistra – di casa mia, cioè, e di chiunque altri ci voglia stare, ma mia di sicuro – che già si alza la polvere. Una delle cose che vorrò dire riguarda la testa bassa con la quale un’intera classe di dirigenti della sinistra (ci metto dentro tutti, Ds e Margherita, da questo punto di vista) si lascia insultare da personaggi di cui non si vedono i titoli di nobiltà.
E’ tipico di questa sinistra di fare (e dire) le cose quasi vergognandosene. Come la ragazza nubile che ha fatto un bambino (diceva Marx, che era maschilista), però l’ha fatto piccolo. Guardate l’Afghanistan. O è giusto andarci, e allora bisogna battersi perché ci si vada, spiegare perché e come, e mostrarsene fieri: magari perfino manifestare nelle strade per andarci. O è ingiusto, e allora non bisogna. Guardate l’indulto. Finalmente una buona, buonissima cosa, strenuamente aspettata, un atto di generosità verso il prossimo e se stessi, un giubileo in ritardo: ed ecco che, con poche eccezioni, lo si presenta un po’ scusandosene, un po’ scaricando il barile.
Gran paese il nostro, dove Di Pietro è morale, e Giovanni Paolo II no. Ma di questo riparleremo: ora aspettiamo il Senato. Ieri ho letto alcune risposte ai miei pensieri. Risponderò a mia volta. Grazie al cielo, le persone con le quali non voglio intrattenere conversazioni – come quel cretino di Travaglio, che mi dà del difensore di Renato Farina, dello stalliere Mangano, di Dell’Utri eccetera – sono pochissime. Lo farei volentieri con Michele Santoro, che invece ha detto al Corriere di non voler dire niente: “Sarei troppo duro”.
Riesco a ipotizzare di queste parolette due interpretazioni, una più offensiva dell’altra. La prima, che, volendo essere durissimo, Santoro vi rinunci perché io sono, sia pur sospeso sanitariamente, detenuto ecc. Nel qual caso scoprirei di non essermi guadagnato con la mia vita di tanti anni nemmeno il diritto di essere trattato liberamente, e pregherei Santoro di non farsi scrupoli, e picchiare forte. Oppure lui pensa che nelle cose che io scrivo abbia qualche parte una mia situazione di debolezza, o di convenienza, e insomma di ridotta lucidità e serenità. Ancora peggio.
Io penso che chi canticchi Bella Ciao per essere stato messo fuori dalla Rai, a seguito di un ukase prepotente eseguito da vili (giudizio che ho da sempre dato sull’episodio), sbaglia misura, e pronuncia una piccola bestemmia: che lo lascerebbe senza canzoni da cantare quando si trovasse di fronte a un altro genere di esclusione e persecuzione. Persecuzioni dure, di quelle che costano care, il centrodestra ne ha compiute, un po’ cinicamente un po’ sventatamente, e in primo luogo appunto sui detenuti, su quelli mandati in galera da leggi malvagie, e sul modo di tenerli in galera.
(La grottesca disputa di oggi sull’indulto “salvapreviti” era già successa, quando l’opposizione insorse contro la Cirielli perché “salvava Previti”, fottendosene delle migliaia di ultimi che, con la furiosa norma sui recidivi, avrebbe schiacciato). Anche il mio carissimo Enrico Deaglio trova “ingeneroso” il mio giudizio sul basso costo, e anzi sul buon profitto, dei bestseller antiberlusconisti.
Sbaglia, perché non mi passa per la testa di rammaricarmi di quei testi, che anzi (compresi quelli di Deaglio, scritti e film) ho apprezzato spesso, ma non riesco a persuadermi dell’aureola di giustizieri senza macchia e senza paura di cui alcuni loro autori amano fregiarsi. C’è una differenza (ce ne sono molte, ma ora parlo del prezzo pagato) fra Piero Gobetti e Michael Moore o Sabina Guzzanti: ovvia, a meno che Sabina Guzzanti non si prenda, o non venga presa, per Piero Gobetti.
Infine – per oggi – posso sfidare chiunque a indicare una sola riga scritta da me, che ne ho scritte molte, in qualunque sede (io infatti non scrivo sul Secolo d’Italia e sulla Padania solo perché non mi invitano a farlo), che non corrisponda al mio libero pensiero, e che sfiori qualche mio tornaconto.
29.7.06
TRAVAGLIO LO SQUADRISTA CONTRO SOFRI IL CRAXIANO
Caro direttore, dopo aver difeso Renato Farina prezzolato dal Sisde e avermi qualificato «squadrista» sul Foglio di Giuliano Ferrara (già celebre per aver definito «omicida» l’Unità), Adriano Sofri ha riempito ieri alcune colonne dell’Unità medesima per insolentire, senza più far nomi, non solo il sottoscritto, ma tutti coloro che, anche sull’Unità, hanno contestato l’estensione dell’indulto ai reati finanziari, fiscali, societari, contro la Pubblica amministrazione, contro la vita e la salute dei lavoratori.
Ci chiama «contestatori metodici dell’indulto» e ci accusa di aver «evocato argomenti falsi» pur di tenere «decine di migliaia di miei simili boccheggianti nelle celle della Repubblica». Ma l’unico argomento falso, qui, è il suo, visto che nessuno ha contestato l’indulto: io stesso, un mese fa, scrissi sull’Unità che per sfollare le carceri, anziché l’amnistia, era preferibile un indulto di uno-due anni per i reati che incidono maggiormente sulla popolazione carceraria, esclusi dunque quelli che non vi incidono per nulla (quelli dei colletti bianchi). Ivi compreso l’omicidio, per il quale lo stesso Sofri è detenuto.
Sofri scrive che avremmo dimenticato di dire che «Previti non è in carcere e non ci andrà mai più». In realtà l’abbiamo scritto mille volte: ma abbiamo aggiunto che è ai domiciliari in virtù di una legge ad personam (la ex Cirielli) e che, con l’indulto ad personam, tornerà a piede libero. Non è forse questa la ragione per cui Forza Italia ricatta l’Unione imponendo l’inclusione della corruzione giudiziaria nei reati da condonare? Ma Sofri, a questo proposito, difende Forza Italia («l’indignazione sul ricatto di Forza Italia in pro di Previti è fuori tempo, e largamente pretestuosa e demagogica») con un triplo salto logico carpiato: secondo lui, la responsabilità delle polemiche sull’indulto non è di chi ha preteso di includervi la corruzione giudiziaria, ma di chi ha chiesto - del tutto ragionevolmente - di escluderla visto che per quel reato in carcere non c’è nessuno.
L’altro giorno ho intervistato l’avvocato Bonetto, che rappresenta 800 vittime dell’Eternit e ha appena visto sfumare la trattativa con i responsabili della multinazionale per i risarcimenti ai morti e ai malati da amianto perché la multinazionale medesima ha avuto la garanzia da Roma che entro l'anno passerà l'amnistia; l’avvocato ha poi osservato che, includendo nell'indulto anche l’omicidio colposo per i morti sul lavoro, si garantirà ai colpevoli una sostanziale impunità, visto che per quel reato è pressochè impossibile arrivare a condanne superiori ai 3 anni. In seguito a quell’intervista, uscita su Repubblica e ripresa dall’Unità, la Cgil ha chiesto di escludere dall’indulto gli omicidi colposi e gli altri reati contro la salute e l’incolumità dei lavoratori (anche per questi, non c’è nessun detenuto).
Sofri qualifica queste notizie, assolutamente autentiche, verificate e mai smentite da alcuno, come «falsità assolute e ciniche». Lo invito a informarsi meglio: scoprirà che è tutto vero. Se si informasse prima di distribuire insulti di qua e di là, scoprirebbe pure che quello che lui chiama spregiativamente «popolo dei fax» è composto da tante persone oneste e incensurate, che non hanno mai ammazzato, né frodato, né truffato, né corrotto nessuno e sognano un Paese dove gli onesti vengono premiati e i disonesti puniti. E non sono affatto disposte ad accettare l’impunità per quelli che Sofri sminuisce al rango di «marionette della tragicommedia dell’arte italiana: i Previti, i Moggi, i furbi del quartierino» e che invece la gente normale considera autori di gravissimi illeciti da sanzionare severamente e senza sconti.
Questa gente onesta ha vissuto come una violenza inaudita il quinquennio del regime berlusconiano, con le sue indecenze, le sue leggi ad personam e le sue epurazioni bulgare, contro le quali non si ricordano interventi di Sofri. Questa gente onesta ha usato a ragion veduta la parola «regime», insieme all’Unità, a Montanelli, a Eco, a Sartori, a Cordero, a Flores e a tanti altri: non perché fosse caduta nell’«equivoco dell’eroismo antiberlusconista» e si fosse associata al «ritornello del berlusconismo come regime», ma perché la pensava esattamente agli antipodi di Sofri, convinto che «non occorreva coraggio per opporsi al centrodestra, non pendevano la galera o l’esilio o le bastonate sui dissidenti». Ne occorreva eccome, di coraggio, visto che chi non si allineava veniva licenziato dal premier direttamente dalla Bulgaria e poi massacrato per anni a reti unificate.
Sofri, bontà sua, riconosce che essere cacciati dalla Rai «è una vergogna». Ma poi non trova di meglio che sbeffeggiare Michele Santoro perché «replicava canticchiando Bella ciao: ma non per salire in montagna, o per sbarcare a Ustica o Ventotene - piuttosto, per andare al Parlamento europeo, o da Celentano». Come se Santoro fosse andato al Parlamento europeo o da Celentano per sfizio, o per mettersi in mostra, e non - molto semplicemente - perché per cinque anni è stato impedito a lui e ai suoi collaboratori di lavorare in tutte le tv del Paese dal padrone d’Italia (che è anche l’editore di Sofri sul Foglio e su Panorama, dove Sofri si è spesso prodotto in coraggiosissime difese di Berlusconi, Mangano e Dell’Utri).
E come se, nella lista nera, non fossero compresi molti altri giornalisti e artisti, da Enzo Biagi a Daniele Luttazzi, da Massimo Fini a Oliviero Beha, che non sono neppure andati a Strasburgo o a Rockpolitik e che continuano a non lavorare in virtù di quel veto.
Veramente coraggioso anche l’attacco di Sofri a Piero Ricca, trascinato in tribunale per un’innocua contestazione allo stesso padrone d’Italia e più volte malmenato e trascinato in questura solo per la sua presenza nei luoghi dov’era atteso il padrone d'Italia. Davvero molto elegante, infine, la sua denuncia contro quei «giornalisti di matrice varia, dall’estrema destra all’estrema sinistra» che hanno osato «pubblicare volumi di denuncia strenua delle malefatte e delle pagliacciate di Berlusconi, senza pagare alcun prezzo che non fosse un gran successo editoriale e di pubblico, soldi e fama».
Non lo sfiora neppure l’idea che qualcuno pubblichi libri semplicemente per informare i lettori e che i lettori li acquistino semplicemente per essere informati (il fatto che poi quest'opera di informazione comporti, per chi la fa, una gragnuola di querele penali e cause civili da centinaia di miliardi ad opera dello stesso padrone d’Italia ed editore di Sofri, è un effetto collaterale del tutto secondario).
Comprendo che, chiudendo la sua articolessa, Sofri non si dia pace del fatto che nei primi anni ‘90 «Di Pietro era l’eroe popolare del Paese (è successo anche questo)». Sì, è vero, è successo anche questo. È successo che molti italiani, nel 1992-’93, si felicitassero perché finalmente la scritta «La legge è uguale per tutti» che campeggiava nei tribunali si traducesse finalmente in pratica grazie a Di Pietro, Borrelli, D’Ambrosio, Davigo, Colombo, Greco, Boccassini, Ielo e a tanti altri magistrati italiani: che, insomma, i ladri di Stato venissero finalmente trattati come gli altri.
È noto che Sofri - per comprensibili motivi personali e per le sue vecchie amicizie craxiane - abbia con la magistratura milanese un rapporto, diciamo così, problematico. Ma dovrà farsene una ragione: il padrone d’Italia nonchè suo editore a Panorama e al Foglio, nonostante gli sforzi, non è ancora riuscito a spegnere in molti italiani l’idea che chi sbaglia deve pagare e che la legge è uguale per tutti.
Due, cento, mille portavoce
Satira Preventiva di Michele Serra
La costruzione del Partito democratico arranca. Ds e Margherita non hanno raggiunto un accordo: Fassino vuole l'ingresso nell'Internazionale socialista, Rutelli nell'Ordine dei Domenicani
Tra le questioni sul tappeto, la più delicata appare la collocazione internazionale del nuovo partito: Fassino considera sbocco naturale l'ingresso nell'Internazionale socialista, Rutelli la confluenza nell'Ordine dei Domenicani, sia pure con il grado di semplice diacono per tutti gli iscritti.
La prima soluzione incontra gravi difficoltà di ordine logistico. La richiesta di iscrizione inviata da Fassino all'ultimo indirizzo noto dell'Internazionale socialista, a Parigi, è tornata indietro con la dicitura 'destinatario sconosciuto'. A quell'indirizzo oggi ha sede una brasserie, il cui gestore tunisino, interpellato dai cronisti, dice di ricordare solo, molti anni prima, alcuni anziani con barba e baffi che discutevano al tavolino anche per giornate intere, molto animatamente, ordinando solo un caffè in due e picchiandosi con l'ombrello al termine di aspri litigi. "Brava gente, per carità. Ma non auguro a nessuno clienti come quelli".
A questo punto Fassino e i dirigenti diesse devono decidere se ricostituire l'Internazionale socialista al solo scopo di iscriverci il nuovo partito, cercando nelle case di riposo di mezza Europa gli ultimi eredi legali di quel pittoresco circolo e approfittando della loro demenza senile per fargli firmare un diploma di socio benemerito a Piero Fassino. Oppure soprassedere, e passare al secondo punto all'ordine del giorno: come smaltire i mostruosi ritratti di operai angolosi e contadini riarsi disseminati in tutte le vecchie sedi?
Non meno ardua l'ipotesi di affiliazione internazionale sostenuta da Rutelli: entrare nell'Ordine dei Domenicani oppure, in alternativa, nell'Ordine dei Templari, le cui cene in piedi con l'armatura, la lancia e la mazza ferrata sono molto ambite, secondo il gossip romano, da Barbara Palombelli. L'obiezione che si muove al leader della Margherita è la seguente: perché mai un partito di centrosinistra dovrebbe fare propria la politica tradizionale del clero reazionario? La risposta di Rutelli, giudicata raffinatissima dai politologi e molto apprezzata dalla base per la sua sincerità, è stata: "Non lo so".
A questo punto rientra in gioco la minoranza dei diesse, il Correntone, che approfittando delle difficoltà di Fassino e Rutelli ripropone la sua ipotesi: il Partito democratico avrà la nostra adesione solo se entrerà a far parte della Rete Rigoberta Urruti Pachalan, un'associazione internazionale di indios detenuti, che si mantengono vendendo in tutto il mondo ceste intrecciate nelle carceri. È questa, secondo il Correntone, la collocazione internazionale di maggior respiro per il nuovo partito.
Diversa la posizione di Massimo Cacciari, che dà del coglione a tutte le parti in causa, nessuna esclusa, e preannuncia un suo intervento sul quadrimestrale 'Rivista internazionale di politica e diritto', molto atteso dagli operai di Marghera e dalle loro famiglie.
Nessun problema, invece, per la galassia della sinistra antagonista, che di Partito democratico non vuole nemmeno sentire parlare. In un documento congiunto Comunisti italiani, Pax et Veritas, Comboniani Rap, Nessuno Tocchi Pacciani, Clarisse Disarmate, Verdi, Quinta Internazionale, Circolo Bankari Piazza Affari Okkupata, Rete Apicultori Biologici, Collettivo Punkaghenga, chiedono l'immediata sospensione delle trattative per il Partito democratico. Mossa abile e probabilmente calcolata, perché nessuna trattativa è mai stata in corso.
25.7.06
Indulto, "Eternit pronta a risarcire ma poi ha fatto marcia indietro"
TORINO - Non ci sono soltanto i reati finanziari e quelli di Tangentopoli. Ci sono anche i caduti sul lavoro. E le malattie professionali. E i morti da amianto: 3 mila soltanto per gli stabilimenti Eternit. L'indulto, e ancor di più l'amnistia prossima ventura, rischiano di mandare in fumo il maxiprocesso che si aprirà l'anno prossimo a Torino contro i big boss della multinazionale svizzera: fra questi, il "Berlusconi elvetico" Stephan Schmidheiny, il fratello Tomas (assistito da Carlo Malinconico, segretario generale di Palazzo Chigi) e il loro socio belga, barone Louis De Cartier de Marchienne.
Insieme a una decina di dirigenti e amministratori dei cinque stabilimenti italiani (Cavagnolo, Casale Monferrato, Reggio Emilia, Bagnoli e Siracusa), che dal 1906 fino a vent'anni fa hanno avvelenato la vita a migliaia di lavoratori e cittadini comuni, i tre magnati devono rispondere di disastro doloso e di un'infinità di omicidi colposi. Grazie all'indulto, difficilmente finiranno mai in carcere (anche se condannati a 6 anni, scenderebbero a 3 e otterrebbero l'affidamento ai servizi sociali, cioè resterebbero a piede libero).
Grazie all'amnistia di 5 anni, annunciata per la ripresa autunnale, non verserebbero nemmeno un euro alle vittime e ai loro familiari. E dire che, fino a due settimane fa, i legali degli indagati e delle parti lese erano a un passo dall'accordo per un cospicuo risarcimento ai malati e ai parenti dei morti. Poi, in seguito a una strana telefonata, tutto è sfumato.
"E' accaduto due settimane fa a Lugano", racconta a Repubblica l'avvocato Sergio Bonetto, che insieme al collega genovese Paolo Pissarello rappresenta 800 vittime. "Eravamo riuniti col liquidatore della Bacon, la società che controllava gli stabilimenti italiani della Eternit. Per tre ore abbiamo discusso, incontrando ampia disponibilità dei rappresentanti indiretti della famiglia Schmidheiny a riconoscere i danni e a rifonderli in misura accettabile. Prima d'impegnarsi nero su bianco, il liquidatore ha chiesto di fare una telefonata ed è uscito.
E' rientrato un'ora e mezza dopo, scuro in volto: "Scusate - ci ha detto - ma mi hanno appena revocato il mandato. Dicono di avere avuto la garanzia che entro l'anno arriverà l'amnistia". Non ci è rimasto altro che alzarci e andarcene. Ora, a settembre, nella riunione periodica con i malati e i parenti delle vittime, dovremo comunicare la triste notizia: se passa l'amnistia, nessuno vedrà un soldo di danni".
E l'indulto? "Beh - osserva l'avvocato - la prospettiva di uno sconto di pena così rilevante anche per reati tanto gravi come l'omicidio colposo da amianto, che provoca il mesotelioma pleurico, l'asbestosi, il carcinoma polmonare non solo in chi lavora negli stabilimenti, ma anche in chi abita nelle vicinanze, è un'ulteriore garanzia di sostanziale impunità. Se penso alla fatica che abbiamo fatto per raccogliere le carte che inchiodano l'Eternit, le perizie, le testimonianze, sfidando il potere di quelle potentissime lobby... E se penso che, solo a Casale, si scoprono ancor oggi 35-40 nuovi casi di mesotelioma all'anno...".
L'inchiesta Eternit, coordinata dal procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, è in dirittura d'arrivo: dovrebbe concludersi, con le consulenze tecniche e gli studi epidemiologici, entro fine anno. Ma se, in dibattimento, dovesse cadere l'ipotesi più grave e difficile da dimostrare - il disastro doloso - le eventuali condanne per gli altri reati rientrerebbero facilmente nei 3 anni dell'indulto.
Non basta. L'avvocato Bonetto è parte civile anche in un altro processo, che inizierà a Torino il 7 ottobre: quello a carico degli ex vertici di Fiat Auto (68 manager e dirigenti, da Paolo Cantarella e Roberto Testore in giù), rinviati a giudizio per lesioni colpose gravi o gravissime nei confronti di 187 operai delle carrozzerie Mirafiori. Il processo mette in discussione l'organizzazione dei ritmi di produzione, che avrebbero causato nei lavoratori varie "sindromi da sforzo ripetuto" alle mani, alle spalle e alle braccia. Accuse gravi, ma punite con pene molto basse, certamente inferiori ai 3 anni "tagliati" dall'indulto.
Il procuratore Guariniello, che coordina il pool "Salute e sicurezza", prevede un colpo di spugna pressoché totale di gran parte dei suoi processi anche per i reati ambientali, per il doping e per la tutela consumatori. Come quelli a carico delle multinazionali Bayer e Glaxo, per i presunti danni alla salute provocati da farmaci come il Lipobay e il Lanoxin. Per questi reati, oggi, in carcere non c'è nessuno. Grazie all'indulto, non ci entrerà nessuno nemmeno in futuro.
di Marco Travaglio
L’indulto è come la patente a punti. Chiunque, fino al maggio 2006, ha concusso, ha corrotto o s'è fatto corrompere, ha abusato dei suoi poteri per favorire qualcuno, derubato lo Stato col peculato o la sua società con la bancarotta, truffato il prossimo, truccato gare d'appalto, incassato fondi neri, frodato il fisco, falsato bilanci, turbato il mercato finanziario con l'aggiotaggio, scalato banche violando le leggi, speculato con l'insider trading, giocato con la salute dei dipendenti provocando infortuni o addirittura decessi nei luoghi di lavoro, e fino a oggi temeva - in caso di condanna - di andare in carcere a scontare la pena, può tirare un sospiro di sollievo: partirà da meno tre. Nel senso di meno 3 anni di pena, da detrarre da eventuali condanne definitive. Per i reati puniti più severamente (per esempio, la bancarotta o la rapina), l'indulto comporterà semplicemente uno sconto di pena. Per quelli puniti con sanzioni più blande (tutti quelli dei colletti bianchi), significherà azzerare le pene del tutto o quasi. E comunque garantirsi l'esenzione dal carcere: in Italia infatti si scontano dietro le sbarre solo le pene superiori ai 3 anni (sotto, c'è l'affidamento al servizio sociale: cioè l'assoluta libertà con qualche opera buona). Risultato: chi rischia pene fino ai 6 anni scende a 3, e non sconta nemmeno un giorno. Non solo: l'indulto cancella pure le pene accessorie (interdizione da pubblici uffici, cariche societarie, professioni): i condannati resteranno in Parlamento, nella pubblica amministrazione, nei mestieri che esercitavano mentre delinquevano. Giudici, pm e investigatori dovranno portare a termine indagini e processi già sapendo che sarà tutto inutile, o quasi: come per la Juventus, il campionato degli inquirenti partirà con una forte penalizzazione.
L'elenco dei beneficiari di questo colpo di spugna a orologeria, che sta per esser varato urbi et orbi con la scusa delle carceri affollate, è lungo chilometri. In cima alla lista, com'è noto, c'è Cesare Previti (pregiudicato per corruzione giudiziaria), che scenderà da 5 a 2 anni, lascerà gli arresti domiciliari e rientrerà in Parlamento, almeno finché la Camera non si deciderà a dichiararlo decaduto per l'interdizione perpetua. Poi c'è Silvio Berlusconi, imputato per corruzione del testimone David Mills e per i diritti Mediaset (appropriazione indebita, falso in bilancio e frode fiscale), insieme a Confalonieri (falso in bilancio) e ai figli Marina e Piersilvio (indagati per riciclaggio).
Poi ci sono i protagonisti di tutti gli scandali degli ultimi due anni. Comprese le teletruffe di Wanna Marchi e Stefania Nobile: condannate a 10 anni in primo grado, se patteggiano in appello scendono a 6 anni, e con l'indulto a 3: in pratica, non tornano mai più in carcere. I protagonisti dell'inchiesta penale su Calciopoli, a Napoli), non dovranno neppure patteggiare: le pene per la frode sportiva sono talmente basse da vanificare il futuro processo a Moggi, Carraro, Giraudo, Galliani, Mazzini, De Santis, Pairetto, Bergamo, ai figli di papà targati Gea e così via. Idem per Bancopoli (aggiotaggio e altri reati finanziari, a Milano e Roma), che vede inquisiti l'ex governatore Fazio e i multicolori furbetti del quartierino: Fiorani, Gnutti, Ricucci, Coppola, Consorte, Sacchetti, Billè, Palenzona. E sono ancora al vaglio degli inquirenti le posizioni dei politici beneficiati dal munifico banchiere di Lodi: i forzisti Brancher, Grillo, Dell'Utri, Romani e Comincioli, il leghista Calderoli e l'Udc Tarolli. Poi c'è la banda Parmalat, imputata a Milano e a Parma: da Calisto Tanzi in giù, fino ai banchieri (a cominciare da Cesare Geronzi) suoi presunti complici nella truffa a migliaia di risparmiatori. E c'è la banda Cirio di Sergio Cragnotti, anch'essa specializzata in bond-carta straccia. In una tranche collaterale del caso Parmalat sono indagati per corruzione De Mita (Dl) e Burlando (Ds), e in un'altra ancora, per finanziamento illecito, l'ex ministro Alemanno (An). Il "meno tre" potrebbe far comodo anche al forzista Raffaele Fitto e ai suoi coindagati a Bari per le presunte tangenti dal gruppo Angelucci. Per non parlare dei protagonisti dell'ultimo scandalo di Potenza: Vittorio Emanuele e due uomini di Fini: Salvo Sottile e Francesco Proietti Cosimi.
Ma c'è pure un esercito di deputati e senatori nei guai con la giustizia per vari reati, tutti compresi nell'indulto (conflitto d'interessi? Forse). Marcello Dell'Utri è imputato a Palermo per calunnia contro tre pentiti. Francesco Storace e il suo entourage sono accusati a Roma di associazione a delinquere per aver spiato illegalmente Marrazzo e la Mussolini. Il Ds ribelle Vincenzo De Luca, neosindaco di Salerno, è indagato per concussione, abuso, truffa e falso. An voterà no all'indulto, salvo due ex ministri, entrambi indagati: uno è Alemanno, l'altro è Altero Matteoli, rinviato a giudizio per favoreggiamento nell' inchiesta sugli abusi edilizi all'Elba. E la lista "nera" non finisce qui: Ugo Martinat è inquisito a Torino per turbativa d'asta e abuso per alcuni appalti Tav; e Silvano Moffa lo è a Velletri per corruzione. Nutrita anche la pattuglia Udc: se cade l'aggravante mafiosa del favoreggiamento, l'indulto serve a Totò Cuffaro; e, in caso di condanna, servirà di certo al neo- onorevole Vittorio Adolfo, accusato a Sanremo di corruzione, truffa e turbativa d'asta; a Giampiero Catone, imputato per truffa e bancarotta a Roma e L'Aquila; ad Aldo Patriciello, coinvolto nello scandalo molisano della circonvallazione di Venafro; e a Teresio Delfino, indagato per associazione a delinquere e truffa nella gestione allegra dell'Enoteca d'Italia;senza dimenticare Giuseppe Drago, condannato in primo grado a 3 anni e 3 mesi per peculato per aver svuotato la cassa della presidenza della regione Sicilia quando ne era governatore. Idem come sopra per altri ex Dc come Pino Firrarello (FI) e Nuccio Cusumano (Udeur), imputati per gli appalti truccati dell'ospedale di Catania.
A condurre le trattative col centrosinistra per l'indulto è stato l'on. avv. prof. Gaetano Pecorella (FI), che non solo difende Berlusconi in vari processi per reati non esclusi dall'indulto; ma, a quel che si sa, risulta ancora indagato a Brescia con l'accusa di aver pagato il supertestimone Martino Siciliano, affinchè ritrattasse le accuse al suo cliente Delfo Zorzi per le stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Il reato ipotizzato è favoreggiamento: anch'esso compreso nel Grande Condono.
24.7.06
Un ricatto in nome di Cesare Previti
Debbo confessare che il Di Pietro capo di partito non incontra le mie simpatie. Non mi piace la sua squadra. Non mi piace affatto quel suo subdolo personaggio che è andato a fare il presidente della commissione Difesa della Camera con i voti del centrodestra. Diciamo insomma che non sono un fan dell'ex procuratore di Mani pulite.
Ma dichiaro che condivido invece al cento per cento la posizione di Di Pietro sul provvedimento di indulto preparato dal ministro della Giustizia, sul quale la Camera discute oggi e probabilmente voterà domani. Sono molto stupito che quel provvedimento abbia il sostegno di tutti i gruppi del centrosinistra, compresa quella sinistra radicale che spacca il capello in quattro sulla necessità che il governo sia "discontinuo" rispetto alla politica e alla legislazione ereditate da Berlusconi.
Il problema di questo indulto è chiarissimo: il centrosinistra è favorevole all'amnistia ma non riesce ad ottenere la maggioranza qualificata che la legge richiede.
Allora ripiega su un indulto diminuendo di tre anni le pene comminate a tutti i responsabili di reato salvo alcune categorie ritenute di particolare gravità. I reati esclusi dall'indulto sono nel disegno di legge Mastella quelli di natura mafiosa, quelli riguardanti la pedofilia e i reati di terrorismo interno e internazionale. In tutti gli indulti che sono stati approvati in precedenti occasioni (come pure in tutte le precedenti amnistie) sono stati sempre esclusi dai provvedimenti di clemenza i reati di corruzione e di concussione commessi contro la pubblica amministrazione. Invece nel provvedimento Mastella - e per la prima volta nella nostra legislazione - questi reati beneficeranno della clemenza approvata dal Parlamento. Di qui il rifiuto di Di Pietro di votare in favore e di qui anche la nostra concordanza con la sua posizione.
La verità che sta dietro all'estensione dell'indulto ai reati di corruzione e concussione contro lo Stato è presto detta: senza quell'estensione i voti di Forza Italia verrebbero a mancare e quindi non si raggiungerebbe il "quorum" necessario. Mastella e la maggioranza di centrosinistra si sono trovati di fronte a questa "impasse"; per superarla hanno trangugiato il rospo.
Il rospo, tra l'altro, ha un nome abbastanza ostico: si chiama Cesare Previti. Previti deve scontare cinque anni per una sentenza passata in giudicato. Con l'indulto la pena si riduce a due anni per i quali sono previsti provvedimenti alternativi come l'affidamento ai servizi sociali.
Il problema Previti ha rappresentato una spina costante per Forza Italia, che ha cercato di liberarsene in tutti i modi. Soprattutto con un'aggressione continua e durata un decennio intero contro la magistratura italiana nel suo complesso e quella milanese in specie e con leggi "ad personam" che hanno rappresentato una delle più umilianti stagioni politiche del Parlamento italiano.
Nonostante questi innumerevoli tentativi di manipolare e impedire l'azione della giurisdizione, l'obiettivo è stato raggiunto solo in parte; una condanna c'è stata, un reo è stato assicurato alla giustizia. E come lui parecchi altri in analoghe condizioni.
Ora l'indulto che il centrosinistra propone oggi alla Camera, con l'accordo di Forza Italia, realizzerà ciò che non era riuscito al governo Berlusconi. Di più: le persone responsabili di reati contro la pubblica amministrazione sono in tutto sessantasette; un numero esiguo che non contribuirà in nessun modo a quello sfoltimento della popolazione carceraria che è l'intento principale del provvedimento di clemenza.
C'è infine un'ultima ragione che ci spinge a criticare la posizione del governo e a concordare con quella di Di Pietro: gran parte dei parlamentari di An voteranno contro il provvedimento di Mastella. Per ragioni che non condividiamo, ma resta il fatto che i colpevoli di reato contro lo Stato per corruzione e concussione avranno sconti di pena col voto del centrosinistra e di Forza Italia e con il voto contrario di Alleanza nazionale. È una posizione piuttosto scomoda, non vi pare?