1.10.04

SIMONA E SIMONA

LE INTERVISTE

intervista di Giuseppe D’Avanzo per La Repubblica



Perché siete state rapite?
"Perché siamo italiane".

C'è un filo che lega il vostro sequestro al rapimento degli altri italiani, i quattro body guard e Enzo Baldoni ucciso dopo il suo interprete Ghareeb?
Simona Pari: "C'è? Io non lo vedo".

Non avete mai pensato che questo filo possa esserci? Voi conoscevate Paolo Simeone e Valeria Castellani, i "reclutatori" di Quattrocchi, Stefio, Cupertino e Agliana. Baldoni vi aveva consegnato il suo denaro in deposito prima di partire per Najaf. Ghareeb "era di casa" nelle stanze di "Un Ponte per...". Come non si fa a pensare, anche soltanto per un attimo, anche soltanto per cancellarlo, che un filo possa esserci?
"E' vero, ho incontrato Simeone e Castellani in una sola occasione. Baldoni è passato da noi, come tutti gli italiani che arrivavano a Bagdad. Ghareeb era un uomo che si dava molto da fare per gli iracheni e noi gli davamo una mano".
(Maurizio Scelli)

Per Scelli, Ghareeb era un "doppiogiochista, palestinese spia degli israeliani".
Simona Pari: "Per noi, Ghareeb era un uomo generoso che veniva di tanto in tanto a chiedere medicine per portarle ai malati". Simona Torretta: "... E in questo slancio si prendeva anche dei rischi. Ricordo che organizzò un convoglio verso Falluja nei giorni dei peggiori bombardamenti sulla città. Riuscì anche a portare fuori da quella infelice città un gruppo di feriti. Al "Ponte", per definizione, teniamo la porta aperta a tutti. Non diciamo "tu sì, tu no". Se viene qualcuno e ha bisogno di medicine da portare a un malato, gliele diamo. Se vuole organizzare un convoglio umanitario gli diamo una mano senza chiedergli chi è e perché lo fa. E' la nostra filosofia. Sono i valori delle organizzazioni internazionali di solidarietà e di pace".

Tra le vostre parole, c'è qualche assenza che mette a disagio. Non avete mai chiesto che gli altri ostaggi siano liberati. Non avete mai condannato il terrorismo che uccide gli innocenti. Ritenete di poterlo fare adesso?
Simona Pari guarda Simona Torretta e non comprendo se con imbarazzo o fastidio. Ci sono lunghi momenti di silenzio, fino a quando Simona Torretta dice: "Fallo! Dillo!".
Simona Pari: "Noi non sapevamo neanche che ci fossero degli ostaggi oltre noi. Nessuno ce lo ha detto, nessuno ce ne ha parlato. No. No, lo giuro. Nessuno ci ha parlato dell'inglese prigioniero, né degli americani decapitati. Io dico che ogni vita deve essere salvata. Che il diritto alla vita è sacro ovunque e per chiunque. Se mi chiede del terrorismo, le rispondo che c'è il terrorismo e c'è la resistenza. La lotta di resistenza di un popolo per liberare il Paese occupato è garantita dal diritto internazionale. Il terrorismo uccide indiscriminatamente anche i civili. Condanno il terrorismo. Nessuno può chiedermi di condannare una lotta di resistenza".


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intervista di Lorenzo Cremonesi per il Corriere della Sera



E’ quasi certo che sia stato pagato un riscatto per la vostra liberazione.
«Se è stato pagato un riscatto ci spiace molto. Ma non so nulla. Io credo che questo fosse un gruppo religioso molto politico, che alla fine si sia convinto che non fossimo nemici».
Sono legittimi i sequestri per combattere l’occupazione?
«Io distinguo tra terrorismo e resistenza. La guerriglia è legittima, ma sono contraria ai sequestri di civili».
Le truppe italiane devono andarsene dall’Iraq?
«Sì, senza dubbio. Lo affermavo prima del rapimento e lo ribadisco oggi».
È legittimo il governo Allawi?
«No, è un burattino nelle mani degli americani».
E le elezioni previste per la fine di gennaio?
«Non saranno legittime. Durante questi giorni di detenzione, che verso la fine erano diventati disperati e tediosissimi, sono giunta alla conclusione che ci vorranno decenni per rimettere in piedi l’Iraq».
Quando ci tornerete?
«Vogliamo farlo. Ma non subito. Occorre attendere la fine dell’occupazione americana».
GIUSTIZIA
articolo di Adriano Sansa, Magistrato Consigliere della Corte d'Appello di Genova (www.osservatoriosullalegalita.org

Destrezza. Si chiama così. E bisogna riconoscerla al governo mentre sta proseguendo il cammino che toglierà indipendenza alla magistratura e dignità ai cittadini nel silenzio pressochè generale.

Conflitto di interessi, discesa in politica per fini privati, sistemazione disinvolta di pendenze penali, ed ora l'incremento del potere dell'esecutivo per due vie, da un lato la riforma costituzionale che lo amplia riducendo il ruolo del Parlamento e del Capo dello Stato, dall'altro l'indebolimento dei giudici e del controllo di legalità.

Si parla della riforma cosiddetta federalista e costituzionale, si tace sull'ordinamento giudiziario, senza avvertire il nesso strettissimo, senza rammentare che le leggi costituzionali almeno sono soggette al doppio passaggio. Silente ormai da tempo l'opposizione, che probabilmente non ha patteggiato - come pure si sente sussurrare - in materia, ma certo spende più energie, in questi giorni, sul tema dell'elezione di mister ulivo - bello guaglione.

La destrezza della destra, se così si può dire, non sta soltanto nella tenacia del disegno, nell?arte di approfittare degli eventi internazionali tragici, nelle volute sceneggiate, gaffes e bandane che distolgono il pubblico; e neppure solo nell?abuso della posizione dominante nell?informazione, che serve appunto per sua natura a ingannare i cittadini deformando i fatti e le loro proporzioni.

Quello che ha indebolito fino quasi all'impotenza i difensori della democrazia è stato il taglio "tecnico" delle riforme di ordinamento giudiziario, condotto per tasselli. Corte di Cassazione come vertice burocratico e parallelo al CSM, anzichè giurisprudenziale, Scuola della magistratura e concorsi progressivamente infiltrati dal ministro e tramite della normalizzazione dei giudici e del controllo delle loro carriere. Cose che, prese ciascuna per sé, non lasciano vedere l'effetto complessivo. Argomenti sui quali è arduo farsi capire dalle piazze, e infiammarle.

Temi complessi. Avete provato a parlarne in pubblico, o su giornali popolari? Scatta la chiusura, magari cortese, di chi non se ne intende e stenta a seguire. Comprensibilmente. Con l'aiuto, va però aggiunto, delle colpe della magistratura in tema di selezione negativa degli indegni, per fare un esempio. Che fare? Saltare a piè pari i singoli punti e richiamare l'effetto globale, nella speranza di essere creduti quando si dice che il marchingegno, in buona parte previsto da Licio Gelli, toglie libertà ai cittadini mentre colpisce i giudici? O variare il timbro a seconda dell'ambiente e dell'uditorio?

Il fatto è che manca il tempo. La sintesi e la divulgazione delle ragioni per opporsi dovrebbe esser fatta appunto dall'opposizione politica, alla quale, più che alla magistratura - altrimenti obbligata a fare politica! - tocca di spiegare al Paese e prendere le decisioni conseguenti. Ma non accade come dovrebbe. E questo è davvero, nuovamente, anche questione morale della giustizia.

Così, o pressappoco così, stando le cose, mentre i soli ostacoli per il governo paiono essere i rilievi dell'Udc, poichè i giudici sono (quasi) tutti in grado di afferrare l'abile disegno tecnico del berlusconismo, resta da proporre ai giudici, sulla soglia della sciagurata e dispotica riforma, di resistervi con la più coraggiosa e ferma denuncia della democrazia che declina.

Così forte e determinata da comprendere una lunga astensione dall'attività come mai avvenuta in passato. E da obbligare non solo i cittadini a tendere l'orecchio, e il capo dello Stato a percepire e manifestare almeno l'allarme. Ma l'opposizione a fare con decenza il suo mestiere. Magari aiutata da una ripresa di quei movimenti che ha volentieri smorzato ma forse non spento.

Si sta consumando un dramma. Dobbiamo almeno consentire al Paese di assistere alla sua rappresentazione.

28.9.04

L'invasione dei Liberali Giganti
"Contrordine" di Alessandro Robecchi

Le idee liberali andrebbero vendute in farmacia. Con l'attuale mercato selvaggio, chi si nutre di idee liberali ne vuole di più, poi ancora di più, vuole aumentare le dosi, non gli basta mai, finisce col fregarti la pensione per comprarsi il liberismo. Seguo quindi con una certa ansia l'invasione dei Liberali Giganti, la cui missione è ovviamente conquistare il mondo, abbattere a testate il welfare e sostituirlo al più presto con le mirabilie del mercato. La storia è vecchia e gira sempre intorno alle stesse parole: (sociale, libertà, eccetera) e in certe analisi il liberissimo mercato pare proprio un paradiso con i fiumi di latte e miele. Tanto bello e mirabolante che una domanda viene spontanea: dov'è la sòla? Come spiega Giuseppe De Rita (sul Corriere), due concezioni del «sociale» si danno battaglia in campo aperto. Una, vecchia, barbogia e polverosa (lui dice «declinante») sarebbe quella che vuole il sociale come «impegno alla copertura pubblica dei bisogni collettivi». Cioè lo stato sociale: tu paghi (in proporzione) e lo stato ti assicura scuole, sanità, pensioni e altri servizietti dannatamente illiberali (mi consenta). L'altra concezione del sociale è invece più moderna e luccicante: «l'accesso popolare a beni e servizi resi sempre meno costosi dal mercato e dalla concorrenza». Insomma si dibatte su cos'è veramente sociale: avere un ospedale a portata di mano oppure comprarsi il letto svedese in truciolato per cento euro? Prendere una pensione dopo quarant'anni di lavoro oppure volare a Londra con cinquanta euro? Tutti aspettiamo il momento del Grande Baratto, quando ci verrà detto chiaro e tondo: ehi, amico, vorresti anche la scuola pubblica? Non essere avido, ti abbiamo già dato la tendina della doccia a soli 9 euro e 90! Lascerò perdere qui, per carità di patria, la boutade del professor Padoa-Schioppa (sempre sul Corriere) che i Liberali Giganti prendono tanto sul serio. Papale-papale: «Oggi la giovane coppia che vive con mille euro al mese può arredare casa, ascoltare ottima musica o andare con facilità a Londra grazie ai prezzi di Ikea, Naxos e Ryan Air... Dove sta il sociale?».

Capito che culo, gente? Vivete in due con mille euro, magari con contrattini chewingum, precari, a termine o a progetto, però dovete ammettere che vi vendiamo i dischi con lo sconto. Ganzi, eh! Cominciavo a preoccuparmi. Com'è - mi dicevo - che queste lungimiranti teorie non vengono al più presto riprese e rilanciate? Detto, fatto. Ecco Piero Ostellino che (sempre sul Corriere, è un'epidemia!) ci invita a «pensare liberale» e rilancia alla grande, passando dal supermarket alla filosofia. Cosa ci impedisce di essere liberali? Il nostro ottuso identificare l'idea di benessere con l'idea di libertà, mentre è chiaro ai Liberali Giganti che benessere e libertà sono due cose completamente diverse e slegate tra loro. Testuali parole: «In realtà più benessere non genera più libertà. Chi dorme al Grand Hotel non è più libero di chi dorme sotto i ponti». Visto? Non è una questione di libertà, semmai di artrite! Non è che ti costringiamo a vivere sotto i ponti, amico, cerca di capire, sei tu che sei povero. E invece i cattivi che non vogliono abbassare le tasse e si oppongono a un «ridimensionamento del welfare» minano sì la libertà, eccome. Quale libertà viene violata? Dice Ostellino: «la libertà del cittadino di disporre a proprio piacimento di una maggiore porzione del proprio reddito». Traduco in italiano: perché dovrei privarmi di una fettina del mio reddito per farti un ospedale? Sei malato? Sei povero? Cazzi tuoi, che mi sembra una buona sintesi del «pensare liberale».

Ora non voglio essere barbogio e polveroso (e nemmeno «declinante» se De Rita permette), e voglio anzi mostrarmi aperto e disponibile agli esperimenti sul corpaccione sociale del Paese. Sono dunque pronto ad accettare una sperimentazione dei metodi teorizzati. Propongo che De Rita, Padoa-Schioppa e Ostellino vivano insieme con mille euro al mese. Potrebbero arredare la loro casetta, sentire ottima musica e ogni tanto volare a Londra a prezzi bassi. In cambio, dovrebbero soltanto rinunciare alla pensione, alla sanità e alla scuola pubblica. Siccome secondo loro questo è un buono scambio, direi di provare ad applicarlo, almeno in via sperimentale, e cominciare proprio da loro. Credo che basterebbero pochi mesi di battaglie con le bollette, l'affitto, l'inflazione, i ticket e il generale incarognimento dei prezzi e l'inarrestabile precarizzazione del lavoro per riparlare poi, un po' più sensatamente, del significato della parola «sociale».

23.9.04

UN CASO DA STUDIARE
da Peter Freeman

Caro Csf, il mestiere di giornalista nasconde numerose incognite. Sogni di fare l'inviato e finisci a curare la rubrica delle lettere; prevedi una carriera da desk-man e ti ritrovi magari catapultato in un angolo sperduto del globo; desideri la cronaca bianca e ti rifilano invece la nera. Eccetera eccetera. Anche questo lavoro ha le sue incognite. Esistono pero' dei casi particolari che non smettono di stupirmi, tra questi quello degli "intervistatori di fiducia", dove la fiducia, sia chiaro, e' quella che ti sei guadagnato non tanto dall'intervistato ('che' sarebbe a rischio di piaggeria) quanto dal tuo direttore, e questo e' segno di indubbia professionalita'.

L'intervistatore di fiducia in genere si occupa di politica interna. Ogni grande testata ne ha uno. "Repubblica", ad esempio, ha Massimo Giannini. Un gigante. Quante interviste effettua ogni anno Giannini? Non lo so ma credo che bisognerebbe contarle: scopriremmo un futuro, benemerito Cavaliere del Lavoro. Di solito, ma non sempre, Giannini si occupa dei leaders (?) del centrosinistra. Prodi, Fassino, Rutelli, D'Alema sono il suo poker d'assi. Qualche volta anche Bertinotti (ultimamente nel listino degli intervistabili Fausto va forte). Un tempo, prima che finisse a fare il sindaco di Bologna, anche Cofferati. Gli altri niente, o quasi niente, ma un intervistatore di fiducia sotto un certo standard non scende mai. Giustamente.

Certo pero' che e' una fatica. Sbobinarsi una conversazione con Rutelli (cfr Repubblica di oggi) e tirarne fuori almeno 10mila battute dotate di un senso compiuto e' impresa meritevole di menzione. Provare per credere. "On. Rutelli, dunque lei e' il frenatore capo del centrosinistra?" "Sciocchezze". Caspita. Oppure: "Tutti abbiamo indicato Prodi come nostro candidato premier". Perbacco. Con Fassino le cose sono piu' semplici. Male che vada gia' sai che prima o poi, nel corso dell'intervista, il segretario tirera' fuori i tre punti irrinunciabili sui quali l'opposizione edifichera' le magnifiche sorti e progressive. Ovvero: 1) costruire un'alleanza forte di tutto il centrosinistra, compresa Rifondazione; 2) fare della federazione il nucleo forte riformista e la cabina di regia (in alternativa, il timone) dell'alleanza; 3) definire le regole per le primarie che indicheranno in Prodi il candidato premier. Col che affronti la giornata piu' sollevato. D'Alema, invece, e' piu' insidioso: capita che voglia parlare di politica estera e non sai mai se intenda incenerire qualcuno. Ma questo fa parte, appunto, del mestiere dell'intervistatore: navigare in acque non dico agitate ma certamente lontane e profonde.

Insomma, io l'intervistatore di fiducia lo rispetto. E un po' lo temo. Metti caso che un giorno la sua calma olimpica venga meno, che si rompa le scatole, come noi tutti, dei virgolettati apodittici, che insomma si faccia impossessare dal desiderio di mandarli tutti a quel paese, a quel punto che si fa? Noi, tapini, come svolteremo la giornata e poi la settimana e poi la mesata senza le due-interviste-a-settimana di Giannini ai leaders di cui sopra? Come ci districheremo nel mare magnum della "politique politicienne" (cit. George Pompidou), chi soddisfera' la nostra fame di sapere? Sarebbe un brutto giorno, credetemi.

21.9.04

Un ministro di cartoon
CONTRORDINE - di ALESSANDRO ROBECCHI

Oggi è domenica. Persino il ministro Sirchia sarebbe in grado di prevedere - con buona approssimazione e sostenuto dal parere dei suoi esperti - che domani sarà lunedì. Domani sera a mezzanotte scade il termine per la raccolta di firme per fare un referendum (alcuni referendum) contro la legge sulla fecondazione assistita. So che la presenza dei radicali può causare itterizia, che i tentennamenti diessini provocano la pellagra (e peggio, anche: altri quattro anni di Silvio) e che i testacoda della Margherita nuocciono gravemente alla salute. Però in mezz'oretta ve la cavate, i banchetti sono parecchi e se non li trovate vi restano gli uffici del comune. Io l'ho fatto e non ne ho subito danni né effetti collaterali: ho messo qualche firma, ho lasciato in pegno un documento per qualche istante, e me ne sono andato. Con un solo rammarico: non ho trovato tra i referendum, quello che potrebbe giovare sul serio alla salute del paese, il referendum per l'abrogazione del ministro Sirchia. Siamo italiani e ce ne capitano di tutti i colori, ma ritrovarsi come ministro della sanità Mr. Magoo in persona non è che fa piacere. Quando i medici hanno scioperato contro di lui, Mr. Magoo ha tuonato: «Sono al vostro fianco!». In un altro cartoon Mr. Magoo verga dotti opuscoli sull'Aids, per dire in soldoni che la prevenzione migliore contro questo orribile male è l'astinenza sessuale. Cane morde bambino? Ecco la lista dei cento cani-killer (ce n'è anche alcuni di peluche), che l'anno dopo scendono a una decina. Caldo? Si mandino i vecchietti al supermarket o alle caserme dei pompieri. L'ultima gag l'ha fatta pochi giorni fa, plaudendo allo «straordinario risultato scientifico» di un'operazione che ha salvato un bambino e che - con la sua legge - non si sarebbe potuta fare. Visto? Vi state già affezionando. La legge sulla fecondazione assistita appartiene però a un'altra fiction, un po' più drammatica. Il nuovo (vecchio) credo liberal-arcoriano impone che lo stato stia a distanza dalle cose private, specie se si tratta di tasse di successione o falsi in bilancio.
Ma il vecchio retaggio democristiano impone che tutti, con grande gusto e sadismo, mettano le mani nelle mutande delle ragazze, decidendo al posto loro come mettere al mondo i bambini. Per «porre fine al far west» si inventano regole che alcuni teorici talebani, lassù sulle montagne dell'Afghanistan, già ci invidiano. La legge contiene anche alcuni testacoda e quiproquò e paradossi, la zampata di Mr. Magoo è inconfondibile. Dal testo si evince che l'embrione ha già il telefonino e la patente, è una persona; mentre la mamma che cerca di metterlo al mondo deve giocare alla lotteria tra interventi chirurgici e cure ormonali. Però non si può fare l'analisi preimpianto, cioè non si può controllare se l'embrione è sano. Dopo, in caso di dramma, via la patente e via il telefonino, zac! Si ricorre alla vecchia legge 194, l'aborto. Che Sirchia peraltro vorrebbe tassare. Insomma, il sadismo è compreso nel prezzo. Naturalmente la questione è diversa. Perché non si tratta solo di termini tecnici, di articoli e di commi di una legge. Quello di cui si parla è ben altro: sangue, sudore, lacrime, risate, speranze, paure, gioie, strabilianti effetti speciali e tutte le altre cose che riguardano il fatto di fare un bambino. Specie per chi ha problemi e difficoltà nel farlo. Mettere al mondo uno che prima non c'era (a tua immagine e somiglianza? Wow!), che gattona, poi cammina, poi parla, poi gioca alla playstation, poi ti frega le chiavi della macchina e forse un giorno ti chiederà: «Papà, ma chi diavolo era il ministro Sirchia?». Sono cose che - più della Cirami, più della Gasparri - riguardano la vita delle persone nei sui angolini più privati e intimi e preziosi. Angolini che - se passa questa legge - saranno trasferiti (per chi può permetterselo) in cliniche straniere di paesi che hanno leggi meno assurde. Sono cose che persino la gente che si ama si dice sottovoce e con pudore. Cose un po' troppo delicate per lasciarle maneggiare a Mr.Magoo e ai suoi esperti.

20.9.04

FLAVIA VENTO AL CONGRESSO DELLA MARGHERITA
grazie a Macchianera

Innanzitutto sono molto contenta di essere qui oggi, in un posto bellissimo come la Puglia: ci torno sempre molto volentieri.
Eeeh, ultimamente il mio rapporto con la politica si è ampliato tantissimo, soprattutto dopo l’11 settembre io seguo veramente i teleggiornali: ogni ggiorno mi vedo Tiggiuno, Tiggiddue, Tiggiquattro e Tiggicinque, quindi? veramente? [ride, ovazione del pubblico] quindi devo dire che? ecco? sicuramente mi piace molto la politica? [brusio del pubblico] scusate, se potete alzare il silenzio, perché non è carino che ridete così! Grazie, eh!
Eeh? quindi sono molto contenta.
Allora, innanzitutto il rapporto dei giovani con la politica credo che sia molto in difficoltà. Questo perché, chiaramente, leggendo il quotidiano, diversi titoli sono fatti in maniera illeggibbile per un ragazzo di quattordici anni, che sicuramente passa alla paggina sportiva, piuttosto che leggere? io mi sono presa dei ritagli? Ecco, ad esempio, questo titolo: ?Primarie: l’allarmo? l’allarme della Quercia. Fassino e Veltroni: Prodi leader, ma niente giochetti, serve un vertice?. Allora, un ragazzo di quattordici anni, chiaramente, ?primarie? non sa cosa? che cosa vuol dire? [ride] ?l’allarme della Quercia? neanche, quindi sicuramente si va a leggere la pagina sportiva. Quindi io credo che bisognerebbe? appunto, come diceva la? [indica la persona al suo fianco, ma non se ne ricorda il nome]? sì, Bruna [ride]? credo che veramente bisognerebbe fare un’ora a scuola di politica: insegnare ai giovani la politica a scuola. Anche un’ora: per sapere com’è nata la politica, com’è la storia della politica? E quindi credo che questo sia una cosa? ‘nsomma, che servirebbe sicuramente ai ggiovani.
Eppoi, uhm? ecco, io metterei anche la mia faccia per? per degli ideali? che sono, appunto, la guerra. Io sono assolutamente contro la guerra. Credo che quello che sta succedendo in Irak sia una cosa veramente? triste? E credo che l’Italia è un popolo cattolico, un popolo che crede nella Chiesa, e allora se crediamo nella Chiesa, la Bibbia dice che? ehm? praticamente? [non si ricorda la citazione] ?porgi l’altra guancia?: quindi, assolutamente, io non credo nella vendetta e nell’odio. Quindi, la prima cosa che bisognerebbe esserci in Italia è? nel levare subbito le truppe dall’Irak. E un’altra? [applausi] Grazie!
Speriamo che le prossime elezioni non vinca Bush, perché sennò staremo altri quattro anni nel terrore [ride, applausi].
E poi, un’altra informazione che volevo dare, visto che qua sono ggiovani sicuramente della mia età? eeh? contro la droga. Assolutamente credo che la droga sia una cosa veramente? stupida? So che i ragazzi sono influenzati da persone più grandi, che sicuramente il sabbato sera in discoteca prendono extasy o si drogano. Questo credo sia totalmente sbagliato, perché? la vita è una e bisogna gestirla al meglio. E quindi, veramente, un no contro la droga [applausi].
Eppoi? io sono? amo molto gli animali [brusio, si interrompe]? Scusate: è veramente di cattivo gusto, questo fruscio? Ehm? So che in Italia ci sono molti combattimenti di animali? di cani?. e questa è una cosa che veramente per me non ci dovrebbe essere più. Quindi: una legge più severa nei confronti degli animali? Perché veramente gli animali sono i migliori amici dell’uomo? Io? tengo molto ai cani, soprattutto, faccio volontariato nei canili? E credo sia molto importante salvaguardare, appunto? gli animali.
Questo volevo dire, grazie! [applausi]

15.9.04

«Armiamoci e partite»
"Contrordine" di Alessandro Robecchi

«Mi rallegro che la guerra è finita e che sia stata rapida e che abbiamo prodotto meno vittime di quanto si poteva temere». (Silvio Berlusconi, 10 aprile 2003) Era già abbastanza stupefacente che un così lungimirante leader fosse capo del governo un anno e mezzo fa, quando abbiamo cominciato (e vinto!) la guerra. Ancor più stupefacente è che lo sia oggi, dopo aver preso una simile cantonata, essersi alleato per vincere con quelli che stanno perdendo, e che sia proprio lui a gestire la delicatissima fase di salvare ostaggi, dialogare, implorare prudenza e moderazione. La guerra è diventata - come sempre accade alle guerre - un ginepraio di azioni e reazioni, di porcate da ogni parte, un'infamia fatta del gioco al rialzo di tante infamie che paiono senza fine. Come un alien schifoso e sputacchiante la guerra «giusta», che poi così giusta non era, ne ha prodotta un'altra, e poi un'altra, e un'altra ancora, tanto che ora è difficile distinguere dove finisce la divisione corazzata e dove comincia il killer di bambini, dove sbaglia il missile intelligente e dove cominciano i rapimenti di donne. I testacoda semantici non sono pochi: si tende a distinguere la guerra (l'invasione dell'Iraq) dal terrorismo, fingendo candidamente che le cose non siano strettamente collegate. E' un gioco delle tre carte planetario a cui gioca anche Putin, per cui l'orribile incendio del Caucaso è - a seconda delle convenienze - l'offensiva del terrorismo mondiale (per cui li attaccheremo ovunque, guerra preventiva) o una questione interna russa (per cui non fate domande e non rompete le palle).

Quel che sappiamo è che l'orrore rimane e si allarga: che si tratti di una guerra o di due guerre non è facile dire, ma non è che alla fine sia questione così importante; meno importante comunque del fatto che migliaia di innocenti continuano a morire, essere feriti, rapiti, sgozzati, sparati e bombardati.

E ora che la guerra (bombardare, invadere, «colpire e terrorizzare» e poi - cretini - conquistare «teste e cuori») è diventata un'altra cosa, ecco i migliori talenti e paladini della guerra chiedersi se per caso non la stiano perdendo. Se lo chiedono al Pentagono, se lo sussurrano mentre ammettono di non controllare il territorio (né in Iraq né in Afghanistan). Se lo chiede il Financial Times, che addirittura teorizza il ritiro delle truppe dei volenterosi. Se lo chiede il New York Times. Se lo chiede Sergio Romano sul Corriere della Sera: «Nessuno può dire se sia ancora possibile, in Afghanistan e in Iraq, raddrizzare la situazione». Se le parole hanno un senso, quel «raddrizzare la situazione» spaventa. Raddrizzare cosa? Dire: ok, come non fatto? Tornare a casa come da una vacanza e far finta di niente? Da qualunque parte la si guardi, pare che «raddrizzare» la situazione non sarà possibile: per l'odio innestato, per gli affari avviati, per i miliardi di dollari spesi, per le facce contrite, un po' sperse, dei burbanzosi leader che in guerra non ci vanno, ma che la vendono a piene mani come un toccasana per tutti noi. Rimane, a ostentare la sicurezza del samurai, quel minuscolo staterello antifrancese e neocon (finanziato con fondi pubblici) che è Giuliano Ferrara. »Stiamo perdendo? No, stiamo combattendo, bene e con coraggio». Perbacco, questo sì che si chiama andare controcorrente. «Bene e con coraggio» è una bella espressione, che comprende forse (Ferrara non dice) anche le cartoline da Abu Grahib, gli affarucci della Halliburton, le armi chimiche di distruzione di massa che Rumsfield fornì a Saddam e che quello fece sparire nascondendole nei cadaveri dei curdi. Si dice che la speranza sia l'ultima a morire. Sbagliato: l'ultimo a morire è l'ufficio stampa, gli impiegati della sezione propaganda, che continuano a sostenere (forse persino a pensare, ma spero di no) che il disastro compiuto sia stato fatto bene e con coraggio. Sapere che qualcuno ha le idee così chiare è fonte di grande conforto: c'è infine una cosa - almeno una cosa - che sappiamo fare bene e con coraggio: peggiorare la situazione, insistere nell'errore, correre armati e bellicosi verso il bordo del precipizio. Sbraitare «armiamoci e partite», come fa l'italianissimo Ferrara, ai margini del gorgo che si sta mangiando tanti innocenti, rimanendone a distanza di sicurezza, possibilmente al calduccio, a leggere i sacri testi neocon e a cambiare il nome alle patatine fritte. Troppo francesi, quelle disfattiste.

13.9.04

Moratti computer e gessetto
Satira Preventiva di Michele Serra

Con il nuovo anno scolastico gli studenti italiani troveranno importanti novita' , primi frutti della riforma Moratti. Che, come si sa, e' un coraggioso esperimento che fonde elementi apparentemente in contrasto: tradizione cattolica italiana e atmosfera da campus americano (la messa sara'  in inglese, la comunione sara'  somministrata con ostie McDonald's), taglio dei costi e miglioramento del servizio, licenziamento degli insegnanti e loro aumento di numero. Simbolo di questa riforma saranno i nuovi computer con schermo di lavagna, identici a quelli normali ma senza tastiera: si scrive con il gessetto. Pesano trentotto chili ma sono molto convenienti, la cava di ardesia che ha vinto l'appalto con il ministero si e' impegnata a fornire anche il cancellino di pezza. Improbabile, in tempi stretti, l'introduzione dei piu' moderni computer a calamaio, piu' costosi e con il difetto di un fortissimo scricchiolio del pennino sullo schermo. Per ottimizzare il tempo, si comincera'  a studiare gia'  sullo scuola-bus.
La nuova figura professionale dell'autista-tutor (due ruoli, un solo stipendio) recitera'  l'Eneide scandendo la difficile metrica latina col clacson. Cambia anche la vecchia figura del bidello: anziché ricevere gli alunni con la tradizionale formula della scuola gentiliana, 'ragazzi non fate casino', il bidello-tutor accogliera'  le scolaresche sottolineando le istanze motivazionali della giornata e promuovendo un corretto planning delle attivita'  didattiche. Per svolgere meglio questo difficile compito il bidello-tutor sara'  protetto da guardiole antiproiettile.
Qualche polemica per le ore di inglese: sono state ridotte da cinque a una sola, ma il ministero garantisce le altre quattro, a pagamento, a bordo di uno scuola-charter che atterra a Londra e riparte mezz'ora dopo. Sullo stesso modello, saranno differenziati l'orario di base, gratuito, e quello executive, a pagamento. Nell'orario di base le lezioni prevedono i banchi, le sedie e la cartina geografica dell'Europa che penzola lacera dalla parete. Per avere anche l'insegnante si deve passare alla tariffa executive. Con la golden-card, ogni studente avra'  il diritto a una merendina confezionata a San Patrignano e, durante le interrogazioni, a una telefonata a un numero verde.
La palestra con la spalliera svedese e le pertiche, retaggio della vecchia scuola gentiliana, sara'  sostituita da moderne gym-room con sauna, cyclette e solarium, basta pagare un abbonamento annuale all'American Contourella e uscire dalla scuola. Chi non vorra'  affrontare la spesa potra' sempre ricorrere alla palestra scolastica tradizionale, con un precario-tutor che gli fara'  fare i piegamenti leggendo la Gazzetta dello Sport.
Il preside-tutor avra'  compiti speciali e straordinari: con un solo stipendio, sara' in grado di perquisire gli studenti tossicomani, aggiornare la bacheca, affrontare a mani nude le madri dei somari convinte che loro figlio sia perseguitato dagli insegnanti, stirare la bandiera, frequentare corsi di aggiornamento, rilegare i libri della biblioteca e comperarsi la ventiquattrore di pecari che il nuovo regolamento impone ai direttori di istituto. Le nuove divise da preside sono invece offerte dal ministero: qualche malumore per il disguido che ha fatto recapitare tailleur e filo di perle a presidi maschi, e il dopobarba di San Patrignano alle presidi femmine.
Nuove materie: informatica soprattutto, con il primo biennio dedicato allo studio del bottone On-Off e il triennio conclusivo a spiegare correttamente per telefono al tecnico che al posto dei propri file appare un sito di back-gammon on line. Restano anche le vecchie materie di impronta classico-filologica, ma riformate: Omero sara'  riletto in chiave aziendale ('quantificare il gap motivazionale tra Achei e Troiani', 'Il viaggio di Ulisse nell'esperienza dei tour-operator', 'Se Enea avesse avuto un tutor, sarebbe morto?').
Un crocifisso sara'  presente in ogni aula, ma per renderlo bene accetto anche agli studenti non cristiani verra'  chiarito che non si tratta di un simbolo religioso, ma del fondatore dell'albo professionale dei tutor.

10.9.04

Noi e loro
"Contrordine" di Alessandro Robecchi, Il Manifesto 05/09/2004

Vale sempre quello che diceva il vecchio Vonnegut: non c'è niente di intelligente da dire a proposito di un massacro. Solo, forse, che il concetto di scontro di civiltà tanto in voga tra i crociati di entrambe le parti andrebbe rivisto. Non ci sono due civiltà che si ammazzano barbaramente a vicenda (noi contro loro) come piacerebbe a Oriana & Osama, ma i vertici, le élites politiche ed economiche di due schieramenti che ammazzano la gente che sta in mezzo. I ragazzini di Beslan sono la fotografia della situazione: presi in trappola tra due follie contrapposte, tirassegno d'allenamento tra due eserciti stupidi e rozzi come soltanto gli eserciti sanno essere. Di qui l'indipendentista aspirante martire e di là lo zar che non cede e mostra i muscoli: in mezzo rimane il ragazzino osseto, stritolato, innocente, effetto collaterale, briciola inevitabile. Questa volta. Le altre volte erano i pendolari madrileni, gli impiegati di New York, i civili di Falluja, i passeggeri degli autobus di Gerusalemme o degli aeroplani russi, i bambini palestinesi bombardati e chiusi dietro un muro, i ragazzini di Kabul. Ecc. ecc, aggiungete a piacere, riempite qualche riga pure voi di gente innocente che ci lascia la pelle, l'elenco della barbarie è infinito. Dalla Cecenia a Guantanamo, è uno scontro di civiltà? Se ammettiamo questa ipotesi bisogna subito aggiungere un corollario: civiltà comandate da teste di cazzo.
Il (debolissimo) pensiero emergente vorrebbe questo: che si considerasse il mattatoio quotidiano come uno scontro tra occidente e islam, tra buoni che devono difendersi (noi, ovviamente) e cattivi che attaccano (loro). Mentre se si fa la conta dei morti e dei feriti, delle sofferenze e dei traumi, si scopre che ci sono due leadership di pazzi (loro Bush, loro Osama, loro Putin, loro terroristi) contro circa sei miliardi di persone che non c'entrano niente e che temono di finirci in mezzo (noi). Noi che andiamo a scuola o a prendere il treno, o che finiamo per sbaglio sulla traiettoria di un missile o con gli elettrodi attaccati alle palle in una prigione. E' solo un piccolo cambio di prospettiva, uno spostamento della visuale, ma credo che in questo senso sì, sia possibile vedere una reale contrapposizione tra «noi» e «loro»: noi le vittime e loro quelli che sparano, da una parte o dall'altra, circondati da ideologi e consiglieri e affaristi e strateghi della forza furbi come faine, che abitino in una grotta sperduta o in una casa bianca a Washington. Tanto per piccolo esercizio, basta un'occhiata ai manifesti ideologici: i siti più trucidi della Jihad non hanno nulla da insegnare quanto a desiderio di dominio, alle patinate home page dei pensatoi Usa che spiegano e spingono il New American Century. C'è una specularità tra queste due follie, una somiglianza ideologica: da entrambe le parti il pallino è in mano ai falchi, la prevalenza dello stronzo è conclamata in ognuna delle fazioni in lotta. Sei miliardi di moderati guardano attoniti e stanno nel mezzo. Intendo in questo caso per "moderati" tutti quelli che rivendicano come un diritto di non essere ammazzati né da un falco né dall'altro e né da tutti e due come nella scuola di Beslan. Anche altre letture convincono poco. Le democrazie sono sotto attacco, ci dice Mauro su Repubblica. Vero, ma non ci dice quanto virtuali siano queste democrazie. Che se ci fosse stata una vera democrazia in Spagna, in Iraq non ci sarebbero andati, e non avrebbero raccolto duecento cadaveri (nostri!) alla stazione di Atocha. Uguale per l'Italia. Uguale per il Regno Unito di mr. Blair. Se gli americani fossero informati come tutti pensiamo dovremmo essere in una democrazia, saprebbero che Saddam non era Osama e forse si sarebbero opposti alla guerra, chissà, non si sa mai cosa può combinarti la democrazia se per caso ti metti ad applicarla. L'esercizio di cercare chi ha cominciato, che è stato il primo, indagare su chi è stato più stronzo con chi negli ultimi duecento anni, può spiegare molte cose, ma non allontana il mirino da quelli che stanno in mezzo, che siamo noi, parecchi miliardi di scudi umani. Sinceramente, credo che dovremmo cominciare a prenderla proprio come una questione personale, dopotutto è a noi - a noi sei miliardi di ragazzini di Beslan - che queste due bande di stronzi sparano addosso.

9.9.04

CECENI
da Erico Menczer

"Così la facciamo finita e smettiamo di soffrire", è il lamento di una donna cecena, una delle tante che sopravvivono in mezzo alle macerie di Grozny. Il figlio di 14 anni è stato portato via dagli squadroni della morte russi assieme ad altri 2 ragazzini della stessa età. Giocavano a pallone.
Caro Claudio, non mi pare giusto prendersela con quel ceceno perchè dalla Cecenia arrivano notizie come questa:
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... a quest'altra donna hanno portato via la sorella di 34 anni e le due figliolette di 6 e 9 anni. Ogni giorno è andata in cerca della sorella. Un giorno esamina 7 cadaveri decapitati. Un giorno dei corpi pescati dal fiume. Un altro giorno ha saputo di un corpo di donna trovato in un terreno, senza testa, braccia né gambe. Non ce l'ha fatta. "Il mio cuore non avrebbe retto, non potevo andarci", si scusa.
Ogni giorno i soldati russi portano via gente, uomini finora, ma ora anche donne. La scorsa settimana una studentessa di 22 anni, nel bel mezzo della facoltà, che, miracolosamente, continua a funzionare... insomma, più o meno...
Sparano col kalashnikov anche sulle ambulanze, anche da dietro, anche di notte, soprattutto di notte, quando queste escono solo per casi di estrema gravità. A Grozny, raccontano gli studenti, anche avere 20 anni è un privilegio. E' così difficile arrivarci, a 20 anni. Un uomo è appena tornato. Era stato rapito, e tutte le donne di sua conoscenza hanno messo insieme i 2000 dollari necessari al riscatto, pagabili ai soldati russi. E' stato tenuto nudo, per 40 giorni, in fondo a un pozzo. Picchiato. Torturato. Gli è andata bene, non lo hanno violentato, o almeno lui non lo ha detto. Gli è andata bene, di solito in mancanza di riscatto li uccidono dopo 48 ore. Quel giorno è festa grande, queste donne sanno di aver fatto una cosa grandissima.
Nella maternità di Grosny nascono più bambini di prima. 30 al giorno. Rappresentano la speranza di queste donne a cui hanno rubato gli anni più belli. Loro dicono che bisogna far nascere uomini, ne sono rimasti così pochi. Nella maternità ci sono 10 gradi, la mortalità infantile è altissima, eppure le donne sorridono, ridono, hanno una gran voglia di vivere. "Guarda", dice una, esibendo un fagottino, "è il futuro presidente della cecenia".
E fra quelle che hanno perso tutto, che si sono viste uccidere mariti e figli sotto gli occhi, qualcuna si allaccia una cintura di esplosivo, qualcuna si infiltra a Mosca e uccide qualche soldato. Per farlo magari raggiungono gli estremisti islamici che sono pochi. Ma loro non sono islamiche, sono solo disperate e non hanno più nulla da perdere...
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Da un reportage effettuato da 2 giornalisti di France 2, entrati in clandestinità in Cecenia, là dove non arrivano né ONG, né giornalisti, né osservatori esteri. Tutta la zona è off-limits ed è in atto un vero e proprio genocidio.
Complimenti, signor Putin.
Questo non giustifica qualcosa che è assolutamente ingiustificabile, ma, forse, contribuisce a trovare una causa (che non è una ragione, ma è pur sempre una causa) per quanto di così ignobile è successo.
Oligarchi e guerriglieri, attacco al cuore dello stato di zar Putin
di GIULIETTO CHIESA, Il Manifesto 03/09/2004

La micidiale successione di attacchi del terrorismo ceceno contro la Russia di Vladimir Putin induce a pensare a qualche cosa di più complesso, di più importante che un'offensiva terroristica. Molti indizi lasciano pensare che Shamil Bassaev non sia solo in questa impresa. Il cui scopo evidente, pianificato, è quello di indurre nell'opinione pubblica russa (e in quella internazionale) un'idea semplice e devastante per la figura del presidente russo: Vladimir Putin non è in grado di controllare la situazione. Due aerei abbattuti da bombe, in partenza da Mosca; un'autobomba nel centro della capitale; un assalto militare contro un obiettivo civile in una città dell'Ossetia del nord, tutt'ora in corso: vogliono dimostrare che il governo centrale russo non può parare nessun colpo ed è in balia del terrorismo.
Ma non si può fare tanto, e tutto insieme, senza alleati in Russia. Probabilmente non si può fare tutto questo, e tutto insieme, senza potenti alleati esterni, che finanziano, armano, progettano.
Del resto - a chi dubitasse di questa inerpretazione - basterebbe ricordare la data d'inizio della seconda guerra cecena. In quell'agosto 1999 Shamil Bassaev (ex agente dei servizi segreti militari russi), incoraggiato e finanziato dai banchieri di Mosca, capitanati da colui che era allora il più in auge degli oligarchi, Boris Berezovskij, sferrò un'offensiva «inspiegabile» contro il Daghestan russo. Era stata ideata a Mosca per portare al potere Vladimir Putin al posto di un Boris Eltsin imbolsito dall'alcol, ormai impresentabile, indecente. Quei legami non sono mai stati recisi e ci sono buone ragioni per ritenere che siano stati ripristinati. Ma perché ora?
La risposta è evidente a chi legga con attenzione le mosse del presidente-zar. Vladimir Putin ha da tempo intrapreso una marcia in una direzione che gli oligarchi non gradiscono. Ma gli oligarchi non hanno strumenti per fermarlo. E temono per la loro sorte. L'esempio di Mikhail Khodorkovskij, il miliardario «padrone» della Yukos, in galera da oltre un anno, è lì ad ammonire chiunque volesse tentare una scalata al potere in Russia. Altri due oligarchi di grande nome, Boris Berezovskij appunto e Vladimir Gusinskij (ex padroni dei due maggiori canali televisivi) sono in esilio con mandati di cattura pendenti sulle loro teste. Putin ha preso tutto. La Duma è nelle sue mani. I partiti di opposizione sono stati o cancellati o debellati, o comprati. La stampa e le televisioni sono state azzittite. Negli ultimi due mesi il presidente russo ha piazzato altri colpi definitivi prendendo sotto il suo diretto controllo i consigli di amministrazione dei cosiddetti «monopoli naturali» dell'energia del paese. Suoi uomini sono stati messi a capo di giganti come Gasprom (Dmitrij Medvedev, capo dell'Amministrazione Presidenziale), Transneft (Evghenij Shkolov, vice di Medvedev), Rosneft (Igor Secin, aiutante di Medvedev), Transnefteprodukt (Vladislav Surkov, altro vice di Medvedev). A questi si aggiunge Aleksandr Voloshin, ex capo dell'A.P., piazzato due anni fa alla testa di RAO-EES, il colosso elettro-energetico della Russia.
A questo punto il presidente russo e i suoi diretti collaboratori controllano direttamente quasi tutti i profitti dell'energia russa, qualcosa come 7 miliardi di dollari all'anno. Non si tratta di un ritorno al socialismo, né di una virata verso il capitalismo di stato. Si tratta piuttosto di un'operazione per costruire un regime personale incontrastabile negli anni a venire. Sul quale Putin conta di costruire la «sua» Russia. Coloro che lo hanno portato al potere non era a questo che pensavano. Erano convinti, dopo avere comprato Eltsin, di avere un potere politico a loro disposizione. Adesso che capiscono di essersi sbagliati, ne hanno paura. Ma la Russia non ha le istituzioni per lo sviluppo di quella che in Occidente si usa chiamare una «normale dialettica democratica». Inoltre il rating di Vladimir Putin rimane altissimo. Forse non proprio stratosferico come dicono i suoi sondaggisti, ma certamente assai alto: in ogni caso incomparabilmente più alto di quello di ogni eventuale - del resto non all'orizzonte - concorrente.
Mikhail Khodorkovskij aveva appena accennato una scalata e, sapendone la difficoltà, si era fatto spalleggiare dalla Exxon-Mobil e dai potenti banchieri di Wall Street che erano pronti a comprarsi un terzo della Jukos, per 25 miliardi di dollari. Putin lo ha fermato senza nemmeno usare i trucchi dello stato di diritto: l'ha fatto arrestare. E ai mentori-amici-nemici di New York ha mandato un segnale: non provateci un'altra volta, perché «gli interessi della Russia si decidono in Russia», cioè li decido io. L'offensiva di Shamil Bassaev, o di quelli che lo guidano, è spiegabile perfettamente in questo contesto. Come disse il marchese De Coustine, due secoli fa, «bisogna andare in Russia per capire ciò che non può fare colui che può tutto». Putin ha preso tutto, ma non riesce a prendere la Cecenia. Questo è il suo tallone d'Achille. Chi vuole rovesciarlo, o anche soltanto indebolirlo, costringerlo a venire a patti, deve colpire esattamente in quel punto. Chiunque siano i burattinai, stanno giocando una partita all'ultimo sangue, anche se è sangue altrui.
Vladimir Putin ha saputo giocarli tutti, fino ad ora, ma sulla Cecenia non è riuscito mai a prendere il piatto. E i trucchi qui non servono. Inutile dire che si è parte del fronte comune contro il terrorismo internazionale, se non si è capito che in quel fronte si possono annidare alcuni degli organizzatori del terrorismo ceceno.

8.9.04

VACANZE INTELLIGENTI
di RENATO FARINA - Libero, 25/08/2004

Alle 16 di ieri, come quarta notizia di Al Jazeera, è stata mostrata la faccia barbuta di un uomo. In inglese ha detto: «Sono Enzo Baldoni». Aveva una polo grigia e l'aria tranquilla. Forse un po' troppo. Pareva un turista per caso. Il comunicato dell'"Esercito islamico in Iraq" (Al-Jeish Al- Islami-si-Iraq) ha posto un ultimatum a Berlusconi: o ritira entro 48 ore le sue truppe, e lo fa in modo chiaro, con un decreto firmato, o «non garantiamo la sicurezza di Baldoni ». Vuol dire che lo ammazzano. Il gruppo ha un simbolo molto simile a quello di Al Zarqawi, il decapitatore professionista per conto di Osama Bin Laden. Si deve questo simpatico esercito l'uccisione di un ingegnere e di un autista pachistani il 28 luglio scorso in Iraq. Al Jazeera non ha trasmesso le immagini dei pachistani perché «sconvolgenti". Abbiamo capito cosa gli hanno fatto. Eppure Baldoni appare straordinariamente rilassato. Come se avesse un asso nella manica. Lo sappiamo su che cosa conta: sulle proprie idee. In fondo, è un loro simpatizzante. Perché dovrebbero fargli del male? È un giocherellone della rivoluzione. Repubblica ha pubblicato un suo decisivo reportage: «Le mie vacanze col brivido». Dopo le ferie intelligenti, proviamo a fare quelle sconvolgenti. Ecco il ritratto che dedica sui Linus" al Chapas: «Marcos: culo e carisma». E questo sarebbe giornalismo di sinistra? Vogliamo dirlo: è un simpatico pirlacchione. Lo scriviamo tremando. Sappiamo che ci sono moglie, genitori e fratelli in lacrime. Desideriamo gli sia restituito vivo e vegeto. Evitiamoci le tirate patetiche però. Signori di Al Qaeda, proprio dal vostro punto di vista, non vale la pena di ammazzarlo. Restituitecelo, farà in futuro altri danni all'Occidente come testimonial della crudeltà capitalistica. Vedendo com'era attrezzato, i rapitori hanno dubitato fosse davvero un giornalista. Sarà uno 007 finito fuori pista - hanno pensato. Imad El Atrache ha provato a salvargli la vita parlando un'ora dopo allo stesso tg. Mi ha chiesto notizie e ho confermato: ha scritto diari di viaggio dal Chapas, dovunque senta odore di Che Guevara corre in soccorso e poi manda articoli a giornali di sinistra che glieli pubblicano. Enrico Deaglio de Il Diario ha confermato: scrive per noi ed è pacifista. Il governo italiano in fondo è sulla stessa linea. In una nota fa sapere: «Siamo impegnati a ottenere il risultato di far tornare in libertà il signor Baldoni, che si trova in Iraq per la sua attività privata di giornalista e quindi assolutamente non collegato al nostro governo ». Ovvio che dichiari di non cedere al ricatto, è scontato, ma intanto con quelle tre paroline - "signor", "privata", "assolutamente" - marca una distanza da Baldoni idonea a salvargli la pelle. Come dire: quest'uomo è italiano, ma è più roba vostra che nostra, si è messo nei guai per le sue privatissime cose, perché rompete le scatole a noi? Garantiamo, nel nostro piccolo, ai suoi rapitori islamici: tifa per voi, per la resistenza irachena. Non èmusulmano, è milanese; non aderisce ad Al Qaeda, per carità, ma in fondo giustifica chi spara ai marines. Li conosciamo i documenti antimperialisti dove si solidarizza con «le ragioni economiche, politiche, morali che spingono gli oppressi del mondo a combattere con le armi contro l'America e i suoi servi sciocchi, ad esempio Berlusconi». Baldoni era di tale fatta. Lo ribadiamo volentieri, Signori dai lunghi coltelli: è del tipo di occidentale che piace a voi: antiamericano. Confidiamo basti. Abbiamo molti dubbi, ma c'è un precedente positivo. Nei giorni scorsi un reporter statunitense, Micah Garen, è stato liberato dalle milizie di Al Sadr. Ma, appunto, erano sciiti. Non sono del giro di Al Qaeda, non sono come Al Zarqawi. Gli sciiti di Najaf si lasciano commuovere dalla opinione politica, dai sentimenti personali. Garen ha stramaledetto Bush e si è salvato. Al Zarqawi invece ha decapitato Nick Berg anche se aveva un pedigree pacifista d'alto rango e di provata affidabilità. Era però ebreo e americano. Per questo abbiamo paura non sia sufficiente a Baldoni dire quanto pensa del Cavaliere. Una speranziella. Gli esperti dell'intelligence atlantica hanno molti dubbi su tutta la vicenda. Il volto del prigioniero non rivela contrazioni inevitabili per chi si trovi sull'orlo dell'abisso. Non appaiono intorno all'italiano uomini armati e mascherati. Potrebbe essere una recita. Anche se il precedente di Nick Berg, il quale pareva sereno, ci inquieta. È necessaria un'operazione di verità. Nei giorni scorsi si è registrato un curioso fenomeno. Basta leggere l'Unità per capirlo. Siccome a sinistra, sotto sotto, credono che i tagliatori di teste siano persone perbene, hanno ritenuto impossibile che ad essere rapito fosse un giornalista del genere terzomondista. Per cui all'unisono si è accreditata l'ipotesi dei "predoni". Nulla che fare con la resistenza. Banditi di strada. Ma il quotidiano di Furio Colombo e Antonio Padellaro è andato oltre. Secondo il foglio rosso la morte dell'interprete e il rapimento di Baldoni erano probabilmente opera di «forze governative». Hanno scritto proprio questo. Per loro il legittimo governo di Allawi (nomina Onu) è fatto di predoni assassini. Inutile aspettarsi autocritiche. Martelleranno noi perché non ci caschiamo a questa storia di reporter dediti ai poveri. Andiamo anche noi a soccorrere Baldoni. Per solidarietà umana confermiamo: ha sempre scritto cronache dall'Iraq contro gli americani. E prima in Colombia, in Messico, ovunque. Salvatelo. Ma per favore, una volta sano e salvo qualcuno dovrebbe spiegare ai vacanzieri del brivido che non si gioca con le cose serie per scrivere pagine palpitanti. Dalle parti di Bagdad non c'è un Rotary islamico, o la confraternita frati benedettini musulmani che porgono la minestra e l'altra guancia. Lì si spara, e chi non è attrezzato fa danni a se stesso ma soprattutto agli altri. Ammazzano gente di destra e di sinistra, li rapiscono per ricavarne favori. In passato ho scritto la stessa cosa a proposito di turisti che giravano con il cammello in Yemen e in Somalia, salvo poi far spendere miliardi al governo per portarli a casa. Quando sono tornati, mi sono arrivate maledizioni. Mi auguro che Baldoni mi aspetti presto sotto casa. Basta che lui, e la gente come lui, con tutto il rispetto, faccia il proprio mestiere di creatore di spot. Gli venivano meglio. Non si va alla ventura come facili prede. Poi il prezzo lo pagano persone che non contano niente (l'interpreteautista), la propria famiglia, e il governo. Torna Baldoni, e lìmitati agli aperitivi in piazza san Babila. E in vacanza cogli le pesche dell'agriturismo di famiglia.

24.8.04

L'IPOCRISIA DEI POLITICI INDIGNATI
di Massimo Fini (Il Gazzettino, 24 agosto 2004)

Trovo assolutamente ipocrita l'indignazione della classe politica italiana, di maggioranza e di opposizione, per la fuga di Cesare Battisti, il terrorista pluriomicida, latitante in Francia. Chi se non il governo italiano, solo, o quasi, fra quelli della Ue, si è opposto al mandato di cattura europeo che evita le defatiganti, e spesso inevase, richieste di estradizione? E perché l'ha fatto, se non per il timore che un Garzon, spagnolo o francese o lussemburghese, potesse emetterlo nei confronti di qualche alto e altissimo papavero della politica italiana che ha la coscienza nera come la pece?

Ci si indigna perché Battisti è stato lasciato a piede libero dalle autorità francesi col solo obbligo della firma settimanale, in attesa del giudizio d'appello sull'estradizione.

Ma se Battisti, che non è in buone condizioni di salute e soffre di depressione, si fosse suicidato in carcere, avremmo visto questi stessi indignarsi contro la magistratura francese, gridando che per un uomo che è in attesa di un giudizio - e tale è Battisti, condannato in Italia all'ergastolo in via definitiva, decisione che però deve passare al vaglio della giustizia francese - non si possono usare "manette facili" e che la libertà del cittadino è un bene sacro. E con che diritto, con che faccia, ci si indigna coi francesi quando noi abbiamo fatto scappare Giorgio Pietrostefani, pluricondannato come uno dei mandanti dell'assassinio del commissario Calabresi, lasciato senza nemmeno l'ombra di una sorveglianza con la stupefacente motivazione che «non si può sorvegliare un cittadino» sia pur condannato ma in attesa di giudizio definitivo, quando in Italia la polizia controlla anche gli incensurati?

Il Pubblico ministero Armando Spataro ha definito Battisti un "criminale puro" perché ha alle spalle quattro omicidi. Certo. Ma che altro è Adriano Sofri per il quale in Italia c'è un vastissimo movimento, con alla testa il Capo dello Stato, che vuole concedergli la grazia senza che costui si degni nemmeno di chiederla? E se fra le molte e varie e confusissime ragioni per cui si chiede la liberazione di Sofri ce n'è una che ha qualche ragionevolezza, deriva dal fatto che il suo delitto è ormai molto lontano nel tempo, come lontani nel tempo sono quelli commessi da Battisti.

E come mai proprio nel caso di Battisti dovremmo credere alla giustizia di condanne inflitte da una Magistratura che in questi dieci anni è stata delegittimata in tutti i modi, arrivando persino ad affermare, per bocca nientemeno che del Presidente del Consiglio, che i giudici sono antropologicamente dei pazzi, dei malati, dei deviati? Chi ci assicura che Battisti non sia stato condannato per un qualche "complotto", per un pervertimento politico della Magistratura?

Non possiamo essere d'accordo con Armando Spataro, magistrato che stimiamo moltissimo, come, sia chiaro, stimiamo i Borrelli, le Boccassini, i Davigo, i D'Ambrosio, i Greco, gli Ielo e Antonio Di Pietro quando faceva il loro mestiere, e che invece in questi anni sono stati criminalizzati come se fossero loro i delinquenti e non i tangentisti, i concussori, i corruttori e i corrotti che, a norma di legge, perseguivano, quando afferma: «Mi auguro che nessuno dica che era giusto che Battisti fuggisse visto il sistema delle leggi italiane». Perché mai Cesare Battisti o chiunque altro dovrebbe sottoporsi docilmente alla Magistratura, ai Tribunali, alle leggi del suo Paese quando il Presidente del Consiglio di questo stesso Paese ha fatto di tutto per sottrarvisi e Bettino Craxi, altro premier, pluricondannato, che è fuggito in Tunisia viene chiamato "esule" e non "latitante" ed è considerato addirittura un "martire"? Se questi sono gli esempi che vengono dai primi cittadini del Paese, con il vergognoso appoggio di buona parte dei mass media, tutti noi abbiamo il diritto di fare altrettanto. O almeno di provarci.

Queste sono le conseguenze, che paghiamo ora e che pagheremo ancor più in futuro, di dieci anni di berlusconismo irresponsabile che ha costantemente attaccato la nostra Magistratura, i nostri Tribunali, le nostre leggi. Questo è il vero scandalo. Non il fatto che il premier, per ricevere degli illustri ospiti stranieri, si sia messo una bandana da pirata.

21.8.04

SOFRI SUL CARCERE
stralcio da un'intervista ad Adriano Sofri realizzata e inviata da Daniela Binello

(...)
Sofri _ I più agguerriti, brutta parola, i più intelligenti e anche i più frustrati criminologi e studiosi del concetto di pena della nostra società parlano sempre di più della giustizia penale come di un business, come di un grande affare. Del resto ormai questo è arrivato anche alle cronache dei profani: la privatizzazione delle carceri. Gli appalti, la carcerizzazione affidata a società private che raggiunge percentuali inaudite, per esempio negli Stati Uniti dove ci sono due milioni di detenuti: un enorme affare. Nel caso dell’Italia noi siamo ancora a mezza strada fra l’affare moderno e l’arcaismo più gretto, più grossolano. I detenuti di cui ti ho descritto, così inadeguatamente, la terribile indigenza, assoluta spoliazione, sono al tempo stesso persone che costano ufficialmente alla comunità, allo Stato, quindi a tutti quanti, fra le 450 e le 700mila lire al giorno (Sofri è entrato in carcere otto anni fa, per cui continua a esprimersi in valori del vecchio conio; oggi si direbbe da 232 a 362 euro al giorno, ndr), o a volte una cifra superiore. Questo vuol dire che tutta questa macchina ha un costo che viene distribuito per ogni detenuto arrivando a sommare una cifra così alta. E’ facile, e non solo per paradosso, invertire questo ragionamento, cioè non che ogni detenuto costa allo Stato 450mila lire al giorno, ma che lo Stato costa a ogni detenuto, compresa l’ultima zingarella arrivata in galera con due bambini, compreso il ragazzo marocchino arrivato ieri o il tossicodipendente italiano sorpreso a rubare un’autoradio, 450mila lire al giorno (232 euro).

La tariffa tabellare dell’alimentazione quotidiana normale in un carcere, “colazione, pranzo e cena”, è di 2.530 lire (1,31 euro). Per esempio a Rebibbia, il carcere migliore, il più importante, il più vasto. Dunque fai una relazione fra queste cose e naturalmente salterà agli occhi l’assoluta mostruosità e anche l'assurdità. E’ grottesco. E’ grottesco, per esempio, che oggi si discuta _ in buona fede o mala _ del fatto che non si possa fare altro per affrontare la crisi delle carceri che costruire nuove carceri. Intanto, questo è un meccanismo infinito: più persone vorrai arrestare, più carceri dovrai costruire. A un certo punto, praticamente, potrai nominare “carcere” il mondo in cui viviamo, ma la cosa più interessante, più pratica, invece, è che tu non hai soldi nemmeno per riparare un rubinetto che perde o che non dà più acqua. Capisci? Tu non hai i soldi, non dico per mettere una doccia nelle celle o per eliminare l’adiacenza fra il cesso e il tavolino sul quale mangi _ compresa la mia cella per intenderci _, ma non hai il denaro nemmeno per pagare regolarmente gli stipendi degli agenti carcerari o per assumere dei direttori di carceri in molte galere in cui mancano. Dunque, una situazione del genere è o non è grottesca?
(...)

9.8.04

Se questi sono uomini
di MICHELE SERRA (Repubblica, 9 agosto 2004)

Per passare da uomo a bestiame, ci vuole pochissimo. Basta imbarcarsi in cento sopra una barca lunga come un camion. E' il passaggio inverso, da bestiame a uomo, l'impresa impossibile. Riavere un'identità, un nome, un'età quando si approda, quando il carico fitto dei corpi infreddoliti, stremati, si scioglie e prova a chiedere aiuto voce per voce, storia per storia, diritto per diritto.

Sull'ennesima carretta arrivata ieri, ennesimo "giorno del grande esodo" secondo la facile iperbole che dedichiamo alle nostre cose, ventotto erano già morti e finiti in mare durante la traversata dalla Libia alla Sicilia. Un quarto del carico.

Pare che, come i sopravvissuti, fossero ivoriani o ghanesi o liberiani, nazionalità africane con le quali ci stiamo impratichendo soprattutto grazie a qualche calciatore di successo.

Un quarto del carico, si diceva: perché quanto all'identità, cioè agli esseri umani che corrispondevano ai tonfi dei corpi nell'acqua nera, è già arduo darne una ai vivi, figuriamoci ai morti.

L'immigrazione dev'essere soprattutto questo spavento, per noi inimmaginabile: non riuscire più a dire di sé, avere un racconto - e che racconto - e non trovare più lingua né orecchie per raccontarlo. Essere all'arrivo, dopo averla scampata, solo uno del mucchio, merce indesiderata.

Intuire che ogni eventuale diritto - o briciola di diritto - si regge sul concetto di persona, di individuo, e annaspare nel numero vago e indistinto di un problema, quello dei "clandestini". Così vago e indistinto, quel numero, che mentre il ministro dell'Interno Pisanu lancia l'allarme sul cataclisma sociale e antropologico imminente, paventando "due milioni di clandestini alle porte", il suo sottosegretario Mantovano annuncia che nei primi sei mesi di quest'anno gli sbarchi sono dimezzati rispetto al 2003, e ridotti a un quarto rispetto al 2002: da dodicimila a ottomila a tremilacinquecento. Forse i milioni diventano migliaia, e viceversa, con speciale disinvoltura, proprio quando i conti non si fanno più con le persone, con gli individui, ma con "la piaga dell'immigrazione clandestina".


Così vago e indistinto, questo numero, e così innominate le storie e le vite di quei vivi e di quei morti, che il neo-ministro delle Riforme Calderoli - uno che ogni volta che parla comunica disagio e imbarazzo - non trova di meglio, commentando quest'ultima tragedia mediterranea, che proporre "nuove regole di ingaggio" per la nostra marineria contro i navigli in arrivo, come se si stesse giocando a battaglia navale, o come fosse una guerra vera, con qualcuno che ci vuole invadere e distruggere.
Le parole di Calderoli cadono, al solito, contro oggetti non identificati.

Ciascuno portatore muto di incredibili storie, mezza Africa attraversata su camion sgangherati, mezzo mare scavalcato a dorso di barche pazzesche, la morte di stenti o di malattia di quello che ti respirava accanto, l'arrivo in una terra della quale non sai niente, non le leggi, non la lingua, non il modo con il quale ti chiederanno chi sei e dove vai.

Tanto difficile è, per gli immigrati clandestini, ritornare uomo e smettere di essere bestiame, che alcuni di loro non sapranno mai di avercela fatta, sia pure virtualmente: per quattordici degli arrivati sulla penultima nave, quella dei finti sudanesi, il Tribunale di Roma (nel disinteresse generale) ha dichiarato illegittima l'espulsione, perfino nei termini di quella strettoia che è la legge Bossi-Fini. Avevano il diritto di restare, quei quattordici, ma non lo sapranno mai perché erano già stati rimpatriati in grande fretta. Persone pazienti, qui in Italia, erano riuscite a dare loro un nome, una nazionalità e un diritto ad personam. Troppa grazia per chi è rassegnato a non contare nulla, a non raccontare nulla e non essere raccontato.

5.8.04

L'AVVOCATO "TAO", SADDAM E I FUOCHI D'ARTIFICIO
di Matteo Tassinari

"Dopo che avrò detto chi è l'assassino del bimbo di Anna Maria Franzoni, mi occuperò di Saddam". Alt. Un passo indietro e cerchiamo di capire questo avvocato dai modi vulcanici e le parole che ringhiano come Gattuso al 90°. A mestare nei liquami torbidi della paella dell'informazione, solo i politici superano gli avvocati e giornalisti (di cui sono un inutile rappresentante di categoria). Veniamo ai fatti. Due mattine fa. Telefono a Luca. Mi racconta, fresca fresca, che la Adn Kronos ha pubblicato che il futuro avvocato di Saddam Hussein sarà Carlo Taormina: "Mi ha chiamato al telefono dalla Giordania la sorella del dittatore perchè il Rais mi vorrebbe al fianco del suo collegio difensivo". Al che capisco che Luca è di buon umore e gli va di spararle grosse invece di prendersela per le boiate che quel "cazzone" che tutti conoscono attua e dice (qui non mi riferisco a Taormina, ma sapete lo stesso di chi scrivo). E rido, rido, rido quanto e come avessi ascoltato un monologo di Luttazzi. Luca, ridendo pure lui, insiste: "Matteo, guarda che è una notizia vera. L'ha lanciata l'Adn Kronos". Ok! La Kronos non sarà la Reuters, però è pur sempre un'agenzia di stampa. Mi fiondo al computer. L'accendo. Google. Passano circa cinque minuti e il web informatico è pieno dell'ultima cagata dell'avvocato Carlo Taormina, ormai meglio conosciuto come il mostro di Cogne. Anche il sito o blog più buzzurro del web riporta la dichiarazione del Taormina, nome che evoca luoghi assolati e invece è solo un avvocato. In una intervista, "Tao" per gli amici, ha ribadito sul caso Cogne: "Il caso è risolto. Il nome dell'assassino, che stiamo tenendo sotto controllo perchè non scappi, sarà dato alla Procura di Torino". Si riferisca allo psichiatra Paolo Crepet? Al criminologo Bruno? Bruno Vespa? La dichiarazione termina così: "Poi mi ccuperò di Saddam". E un cittadino medio qualunque, a questo punto, è autorizzato a svenire, farsi una pippa, urlare, praticare il cunnilingus con chiunque incontri, guardare "Porta a Porta" e pensare che sia il Processo di Biscardi. Di più. Ci chiediamo come ci sconvolgerà "Tao", che avvocato lo fu anche di Erich Priebke, l'ex ufficiale nazista responsabile dell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Dicendo che Tremonti è gay? Oppure che quel rettile di Costantino è figlio illegittimo dell'On. Rosy Bindi? Che Guevara era ipotente? Che diventerà anche l'avvocato del mostro belga di Marcinelle? Oppure dirà che il Papa ha un amante e si chiama Loretta di Bologna? Ma la boutade ha un nodo cruciale, politico: "Qualcuno - ha detto "Tao" - griderà allo scandalo facendo notare che il mio Premier è alleato di Bush, mentre io, deputato di F.I. ed ex sottosegretario all'interno, difendo Saddam. Tutto ciò non influisce affatto sulla mia scelta politica". Per un giorno i media hanno riempito le pagine e le tv e Internet per una falsa dichiarazione sparata fredda. Quando possono, i media, non lasciano nulla in disparte, ti fanno pagare tutto col sangue. E a rate. Non sanno nulla, ma non vedono l'ora di scriverlo.
Ciò che mi lascia più basito è un'apparente "banale" affermazione del "Tao", il quale ha pubblicamente ammesso la propria ammirazione per Muccioli. Testuale la Kronos: "Uno che si metteva nel letto dei drogati in crisi d'astinenza per impedire ricadute". E come faceva, signor avvocato fuochi d'artificio!

3.8.04

BANANAS - Riposi in pace
di Marco Travaglio

Premesso che quanto è accaduto ieri alla Camera è roba da squadristi. Premesso che Chiara Moroni è in Parlamento perché l'hanno eletta e ha il diritto di dire ciò che crede senza essere insultata. Premesso che chi ha malmenato Renzo Lusetti in aula non dovrebbe metterci piede mai più. Ecco, premesso tutto ciò, forse il modo migliore per ricordare Sergio Moroni, l'ex tesoriere del Psi lombardo morto suicida il 2 settembre '92 nella sua casa di Brescia dopo un avviso di garanzia per finanziamento illecito, è quello di rileggere la sua lettera di addio al mondo, inviata all'allora presidente della Camera Giorgio Napolitano.
In quella lettera - diversamente da quel che ha detto la figlia Chiara l'altro giorno alla Camera e hanno scritto ieri vari giornali - non compariva mai la parola "innocenza". Perché Moroni non si proclamava affatto innocente, ma partecipe di un sistema illegale, pur sostenendo che così facevan tutti e che le inchieste (com'era inevitabile, del resto) colpivano soltanto alcuni (quelli raggiunti da prove o chiamati in causa dai complici), in una "ruota della fortuna" che "assegna a singoli il compito di vittime sacrificali". Premesso che non aveva "mai approfittato di una lira", Moroni scriveva: "Un grande velo di ipocrisia (condivisa da tutti) ha coperto per lunghi anni i modi di vita dei partiti e i loro sistemi di finanziamento. C'è una cultura tutta italiana nel definire regole e leggi che si sa non possono essere rispettate, muovendo dalla tacita intesa che insieme si definiranno solidarietà nel costruire le procedure e i comportamenti che violano queste stesse regole. Mi rendo conto che spesso non è facile la distinzione tra quanti hanno accettato di adeguarsi a procedure legalmente scorrette in una logica di partito e quanti invece ne hanno fatto strumento di interessi personali. Rimane comunque la necessità di distinguere ancor prima sul piano morale che su quello legale… Ho commesso un errore. Accettando il sistema, ritenendo che ricevere contributi e sostegni per il partito si giustificasse in un contesto dove questa era prassi comune…". E che altro significa "accettare di adeguarsi a procedure legalmente scorrette in una logica di partito", "ricevendo contributi e sostegni per il partito", se non aver commesso il reato di finanziamento illecito dei partiti, istituito dal Parlamento italiano con la famosa legge del 1974?
Non è nemmeno vero che, dopo la sua morte, Moroni sia stato assolto. Anzi. La sua posizione fu stralciata per "morte del reo". Ma nel 1994 la sentenza del Tribunale di Milano a carico dei suoi coimputati, nel processo sulle tangenti per le discariche, appurò quanto segue: "Risulta accertata e pienamente provata la materialità dei fatti" e cioè che Moroni aveva ricevuto "circa 200 milioni in totale nelle sue mani… in una cartellina tipo quelle da ufficio, avvolta in un giornale". Sentenza poi confermata in appello e in Cassazione.
Ai funerali, Bettino Craxi tentò di scagliare il cadavere di Moroni contro il pool Mani Pulite, tuonando: "Hanno creato un clima infame". Gli rispose il procuratore aggiunto Gerardo D'Ambrosio: "Il clima infame l'hanno creato loro. Noi ci siamo limitati a scoprire e perseguire fatti previsti dalla legge come reati". E fu proprio un dirigente socialista arrestato per mesi con l'accusa di varie mazzette, Loris Zaffra, a indicare i colpevoli di quel clima infame. Che non erano i magistrati. E nemmeno i giornalisti. Erano i partiti di Tangentopoli, che scaricavano ignobilmente i loro uomini che via via venivano presi con le mani nel sacco, trattandoli da "mariuoli" isolati e fingendo di non conoscerli. Per questo - spiegò Zaffra - Moroni si tolse la vita. La sua intervista a Marcella Andreoli, su Panorama del 24 gennaio '93, merita di esser letta dai tanti smemorati di oggi: "Venivo guardato - racconta Zaffra, appena scarcerato senza aver parlato - come un essere strano, miracolato, proprio perché ero stato anche a San Vittore… Avevo l'impressione di essere fuori dal mondo, di essere l'unico rimasto a presidiare un palazzo deserto. Mi sono sentito in una trincea vuota, e dopo tanti giorni di carcere ho capito che stavo combattendo una battaglia persa in partenza. La reazione del sistema era assolutamente ipocrita. Aveva ragione il povero Sergio Moroni, quando nella sua lettera scritta prima del suicidio aveva parlato di 'ruota della fortuna': se sei stato preso, peggio per te. Con Moroni ne avevamo discusso la scorsa estate. Aveva molto sofferto per il cordone sanitario che gli era stato fatto attorno. Tangentopoli ha messo a nudo, oltre al giro delle tangenti, la slealtà dei rapporti politici. Sei stato arrestato? Peccato per te, entri nel cerchio delle mele marce. Gli altri, che con te hanno diviso errori e responsabilità, si girano dall'altra parte. Inaccettabile". Complotti della magistratura? Macchè: "Ero in carcere quando Craxi scrisse quei tre corsivi contro il pool Mani Pulite e il giudice Di Pietro. Ma Craxi sbaglia… I magistrati non estorcono false confessioni: alla fine l'imputato racconta la verità. Sarà amaro ammetterlo, ma è così". Oggi Zaffra è un dirigente di Forza Italia. Vogliamo credere almeno a lui?
Possibile che l'altro giorno, alla Camera, nessuno abbia sentito il bisogno di alzarsi per ricordare cos'era Tangentopoli e chi erano le sue vittime (non i ladri, ma i derubati)? Possibile che nessuno rammenti i costi della corruzione, stimati dal Centro Einaudi di Torino in 15-20 mila miliardi di lire all'anno, per non parlare del boom del debito pubblico? Possibile che nessuno si ribelli all'ultimo colpo di spugna su Tangentopoli, il più insidioso, quello del revisionismo storico? Possibile che, a 20 anni dalla morte di Berlinguer e a 24 dalla sua intervista a Scalfari sulla "questione morale", destra e sinistra regalino a un pugno di squadristi in camicia verde la bandiera della denuncia e della lotta alla corruzione? Se proprio non trovano le parole, si rileggano la lettera di Moroni. O magari, visto che tanto lo rimpiangono, il discorso di Craxi alla Camera il 3 luglio '92: "All'ombra di un finanziamento irregolare e illegale ai partiti e al sistema politico fioriscono e s'intrecciano casi di corruzione e concussione… Si è diffusa nel Paese, nella vita delle istituzioni e delle pubbliche amministrazioni, una rete di corruttele grandi e piccole che segnalano uno stato di crescente degrado della vita pubblica… I casi sono della più diversa natura e spesso sconfinano con il racket malavitoso". Questo, cari signori, non è Di Pietro. E' Craxi. Vogliamo credere almeno a lui?

27.7.04

Riforme, il tavolo del pesce spada
di GIAN ANTONIO STELLA (Corriere della Sera, 27/07/2004)

Per ricomporre le risse sul tavolo della Casa delle Libertà, come ha spiegato Rocco Buttiglione con acuta analisi di falegnameria costituzionale, i litiganti hanno avuto un'idea luminosa: passare «dal tavolo delle commissioni al tavolo delle riforme». Tipo quello che l'anno scorso, a Lorenzago, tra pantagrueliche abbuffate e allegre scaraffate, fece così ben sperare che l'Ansa titolò: «Riforme, i saggi: trovato l'uovo di Colombo». A quel punto Roberto Calderoli, che per primo aveva lanciato l'idea di tornare in Cadore, si è sentito in dovere di far un passo in più. E come gesto di disponibilità ha proposto, lui, leghista, di trovare «una Lorenzago al Sud». Meglio se in Sicilia. Dai casunziei alla pasta 'ncasciata , dal capriolo al pesce spada a'sammurigghu : che c'è di meglio dei buoni sapori, per superare i dissapori? Questo disse ironicamente, l'anno scorso, il sottosegretario di fede berlusconiana Aldo Brancher, alla domanda se fosse rimasta qualche ombra tra i pensosi gitanti che in soli quattro giorni di porcini, grigliate e cabernet avevano ridicolizzato il lavoro dei bravi ma lenti padri fondatori della Repubblica riscrivendo mezza Costituzione: «Sì, non lo nego, effettivamente ci sono stati dei dissapori tra noi. D'Onofrio aveva serie perplessità sulla polenta che ho preparato per cena mercoledì: grigia, alla segale, l'ho fatta con una certa farina integrale che ci arriva da un mulino della Carnia». E rideva. I soliti giornalisti diffidenti! Possibile che non capissero che lì, nella Baita Sacra alla Patria, era già stato tutto risolto? «La riunione si è conclusa con un testo abbastanza dettagliato», spiegava trionfante Francesco D'Onofrio, «un documento traducibile in articolato in poche ore».
L'idea di fare in vacanza ciò che non è andato in porto durante il normale orario di lavoro, o perlomeno di approfittare delle atmosfere turistiche trovare margini di tregua nelle situazioni più complicate, in realtà, non è nuova. Già nella Prima Repubblica, per dire, la ricomposizione della frattura che nel 1947 aveva spaccato in due i socialisti, venne avviata da Pietro Nenni e Giuseppe Saragat a Pralognan, tra le montagne della Val d'Aosta. E ancora nei convegni a Saint Vincent (maglioni e pedule forzanovisti) e Lavarone (maglioni e pedule zaccagniniani) furono individuate le vie d'uscita montane a tanti governi balneari.
Per non dire della gestione del potere in Abruzzo e nel Molise, che zio Remo Gaspari amministrava accasciato su una sdraio davanti alla pensione Sabrina di Vasto dove assessori e sindaci e presidenti provinciali stavano in coda anche per ore, in giacca e cravatta, sotto il sole a picco.
E come dimenticare la magica estate dei due mari del 1994? Sulla costa sarda del Tirreno, nella villa «La Certosa» non ancora ingentilita dalla costruzione (abusiva) delle cinque piscine di talassoterapia, Silvio Berlusconi cercava di rabbonire un Umberto Bossi che, perfettamente a suo agio sulle spiagge di Naomi Campbell e Daniela Santanché, si sdraiava con stratosferica disinvoltura sull'arena con la sua canottiera «metalmeccanico style» come fosse all'Idroscalo. Sulla costa dello Jonio, a Gallipoli dov'erano entrambi in ferie, Massimo D'Alema e Rocco Buttiglione avviavano la svolta che avrebbe portato al ribaltone davanti a un immenso piatto di crostacei. Cosa che avrebbe consentito a Gaio Fratini di tracciare una delle sue fulminanti strofette avvelenate: «D'Alema e Buttiglione / S'incontrano a cena / Per fare il partitone / Dell'opposizione / E han già trovato il simbolo: / un gamberone».
Eppure mai come l'estate scorsa, prima che il presidente del Consiglio si rifugiasse per cinque interminabili settimane nella sua villa sarda tirandosi addosso un diluvio di polemiche dalle quali riemerse roseo come un putto grazie al lifting, si era parlato tanto delle «vacanze di lavoro». Sembrò anzi, per qualche giorno, che le intere sorti del Paese fossero legate al destino di quei quattro villeggianti che si erano dati convegno nel paese dei Tremonti, dove un abitante su sei fa di cognome Tremonti e l'ultima sfida elettorale per le comunali ha visto Mario Tremonti contro Carlo Tremonti per sostituire Nizzardo Tremonti sulla poltrona di sindaco che i Tremonti occupano quasi senza interruzione da decenni nella scia di Lucillo Tremonti.
Nel solenne ruolo di «saggi», chiamati ad aggiornare la forma dello Stato disegnato da Cavour, Giolitti o Einaudi, i partiti della Casa delle Libertà mandarono la crema della crema: il notaio pescarese Andrea Pastore per Forza Italia, l'avvocato messinese Domenico Nania per Alleanza Nazionale, il professor Francesco D'Onofrio per l'Udc e per la Lega il dentista Roberto Calderoli, autore di una mondiale auto-biografia dal titolo «Mutate mutanda» nella quale aveva narrato di come avesse compiuto una «faticosa autopsia di se stesso» dissezionando la propria «sfera cosciente e l'iter emozionale» fino a «superare l'impeachment della timidezza».
Tra statisti, si sa, ci si capisce. E va da sé che il lavoro, sul quale vigilavano tra una biciclettata e l'altra Giulio Tremonti e Umberto Bossi («Io gli ho dato uno schema, poi loro lavorano») fu proficuo.
Pochi giorni e, assorbendo anche i rallentamenti operativi causati dagli abbiocchi pomeridiani («L'esperto di presidenzialismo è Nania», spiegò Brancher, «Se lui è a far la pennichella state certi che non affrontiamo l'argomento»), le tracce della nuova costituzione erano già nero su bianco. Al punto che i padri della neo-patria trovarono il tempo di fare una scampagnata a Pian dei Buoi per discutere di senato delle regioni tra la zuppa di farro, le cipolle e le costine di maiale del rifugio «Baion» o per tirar tardi la sera con l'Umberto al pianoforte che cantava «Parlami d'amore Mariù» e Tremonti che, travolto dal notorio spirito di collegialità, ritmava in compagnia: «O mare nero / o mare nero / o mare ne / tu eri chiaro e trasparente come me». Francesco Cossiga, di passaggio nel borgo, restò ammutolito: «Di fronte a un simile concentrato di saggezza e conoscenza non oso proferire verbo». Macché: un anno di discussioni e i saggi devono cominciare da capo. In Sicilia, stavolta. Stanno già cercando il posto giusto: Licodia, Limina, Linguaglossa, Lipari, Longi, Lucca Sicula... Ma chistu Lorenzagu siculo dove sta?

25.7.04

A scuola con i Nasi Forati
Satira preventiva di Michele Serra

Sono un nativo americano della tribù dei Nasi Forati. Abito in Italia da qualche anno e mi trovo benone, nonostante io sia l'unico Naso Forato di questo paese. Ho un figlio e vorrei farlo studiare. Secondo la legge italiana, tra l'altro, l'istruzione è un obbligo. Ero molto contento di mandarlo alla scuola pubblica, che mi piace perché è uguale per tutti. Ma ho saputo che, dopo le scuole cattoliche e le scuole ebraiche, si sta decidendo di introdurre anche le scuole islamiche.

Allora mi sono detto: perché loro sì e mio figlio no? Mi è stato risposto che esiste un problema di quantità, grosso come una casa. I cattolici sono moltissimi, gli ebrei sono una comunità piccola ma con identità e tradizioni culturali forti e radicate, i musulmani sono ormai il secondo gruppo religioso del paese. Mio figlio, invece, è il solo studente Naso Forato italiano, e probabilmente l'unico in Europa. Ho risposto che il ragionamento non regge, da nessun punto di vista: i diritti non sono mai un problema di quantità, sono un problema di qualità. Il mio diritto non è diverso da quello di cattolici, ebrei e musulmani solo perché loro sono tanti. In democrazia, la minoranza è sacra. E nessuno è più minoranza di mio figlio.

Ho dunque presentato al Tar, al Provveditorato, al Ministero e a una decina di altre istituzioni un capitolato molto ben scritto (ho tre lauree), giuridicamente agguerrito, chiedendo che venga istituita una scuola parificata per Nasi Forati. Naturalmente, ho vinto: nessun giurista, nessun democratico, nessuna persona dotata di buon senso poteva negare a mio figlio lo stesso trattamento che può spettare, qualora lo vogliano, ai ragazzi cattolici, ebrei e musulmani. Se le radici sono importanti, allora devono esserlo per tutti, nessuno escluso. E se si decide che le radici comuni offerte dalla scuola pubblica non bastano più, allora mi prendo anche io la mia giusta porzione di diversità.
Dal primo settembre, dunque, mio figlio frequenterà il primo Liceo Parificato Gufo Pedante (fu il più celebre pedagogista del nostro popolo). Non avrà sede: la nostra cultura non sopporta la stanzialità, e gli edifici in muratura ci opprimono. Sarà dunque un liceo all'aperto, che stabilirà di giorno in giorno dove tenere le sue lezioni, seguendo l'antica traccia delle migrazioni dei bisonti (come concessione alle usanze del paese ospitante, e per ovviare alla mancanza di bisonti in Italia, la scuola seguirà la migrazione delle beccacce). Le lezioni di tiro con l'arco saranno sospese durante l'attraversamento dei centri urbani. L'ora di grido di guerra avrà luogo solo a debita distanza dagli ospedali. L'accampamento per i nove docenti e le loro famiglie, e per l'unico alunno, comprenderà anche un wigwam palestra e un totem al quale legare il motorino di mio figlio.

Le materie principali sono caccia al bisonte, concia dei pellami, guerra, teoria e pratica dello scalpo, astronomia e orientamento, cavallo, arti sciamaniche, acconciatura, pagaia, epica orale e, ovviamente, religione. Mio figlio sarà educato nel culto del Grande Spirito, Manitù. Non disponendo di aule, non sarà possibile appendere al muro il simbolo del nostro culto, un tronco di sequoia lungo quaranta metri. Mio figlio, che l'hanno scorso ha frequentato le scuole medie pubbliche, ha provato ad appenderlo accanto al crocifisso facendosi aiutare dal genio civile, ma il parziale cedimento della parete lo ha dissuaso. In sostituzione, mio figlio ha appeso gli scalpi dei ministri Buttiglione e Moratti, ottenendo l'imprevisto e clamoroso appoggio di docenti e compagni di scuola. I costi?

Secondo i principi della nuova riforma della scuola, anche i costi delle scuole private parificate sono in buona parte a carico della collettività. Mio figlio pagherà la retta simbolica dei nostri avi, un tacchino vivo, che verrà consegnato solennemente al capo del governo, in segno di deferenza. La somma restante (un milione e settecentomila euro all'anno) la pagherete voi contribuenti. Ma non vi lamentate: se la vostra scuola di Stato vi sta così poco a cuore, dovete rassegnarvi a mantenere anche le scuole confessionali. Dice un antico proverbio dei Nasi Forati: chi ha ucciso il bisonte non lo rimproveri perché è morto. Augh!

22.7.04

Mare nostrum
di GUGLIELMO RAGOZZINO (Il Manifesto, 21 luglio 2004)

Non è solo l'articolo 11 della Costituzione italiana a vietare la costruzione di portaerei. Vi è anche l'articolo 59 del trattato di pace e una legge del 1931, di gusto prettamente fascista, tuttora in vigore. Nella costituzione è scritto che «l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Se qualcuno è in grado di spiegare a cosa serva una portaerei, se non come strumento di offesa per fare la guerra e risolvere così le controversie internazionali, si faccia avanti. Prima di varare, come ha fatto ieri il presidente Ciampi, prima di costruire, come sta facendo la beata Finmeccanica per conto della Marina militare e del governo Berlusconi o anche prima di progettare portaerei, come hanno fatto i governi di centrosinistra, sarebbe stato necessario por mano alla Costituzione e riformarla, in senso militarista, cancellando lettera e spirito dell'articolo 11 . Nessuno lo ha fatto, nessuno ha avuto il coraggio di farlo. L'articolo 59, comma II, del Trattato di pace è di una chiarezza cristallina: «L'Italia non costruirà, acquisterà, utilizzerà, o sperimenterà alcuna portaerei». L'impegno che De Gasperi aveva assunto, per conto di tutti noi italiani, nel 1947 era un impegno di lealtà, da rispettare. E fu rispettato per una quarantina d'anni, fino ai tempi del falso incrociatore Garibaldi, in realtà portaelicotteri. Neppure allora ci fu una dichiarazione formale, del tipo: l'Italia da oggi disattende gli obblighi del Trattato di pace, cui è stata costretta da forze soverchianti, ecc. ecc. E neppure: a partire da oggi l'Italia ha deciso di fare la guerra, se le garba, e di bombardare con missili dal mare e dall'aria, i suoi eventuali nemici. Anche questa dichiarazione non c'è stata, anzi l'incrociatore Garibaldi aveva un doppio travestimento. Era una portaerei per l'uso interno e per le commesse dei cantieri nazionali, e una nave multiuso con solo qualche piccolo elicottero nascosto nella pancia, per gli alleati-rivali della Nato e per l'ormai disattenta Urss.

La legge del 1931 è un episodio della contesa tra marina e aviazione, tipica degli anni del fascismo. L'aviazione militare, non solo in Italia, era ostile a una marina che, contro natura, fosse capace di volare. Negli Stati uniti o in Giappone prevalsero le marine che ottennero aerei e campi di atterraggio galleggianti, dando luogo a fantastiche battaglie come quella delle Midway. In Italia, l'aviazione era la pupilla del regime e ottenne al contrario un successo completo, sottolineato da una popolare canzonetta «Gira gira l'elica, romba il motor/ questa è la bella vita, la vita bella dell'aviator». Mussolini dettò la linea; e fece scrivere sui muri che l'Italia non aveva bisogno di portaerei essendo essa stessa una portaerei al centro dei mari.

Dopo settanta e più anni la Marina è riuscita a rovesciare la politica nazionale. Ha dovuto però accettare una serie di compromessi. Ha sofferto nel prendere il nome di Cavour, un signore con i piedi ben piantati sulla terra, lasciando il ben più evocativo Andrea Doria. D'altro canto, dopo Garibaldi, nave con il nome di sinistra, perché non accettare un nome da nave liberale di centro, cattolica ma anche certamente laica? Cavour è un grande padre della patria, che ha portato i bersaglieri in Crimea (modello per il Kosovo di D'Alema) e senza bisogno di portaerei. In ogni caso non ha detto lui:«libera Nave in libero Stato»? E così avremo Cavour. Risulta, ancora irrisolta, una sorda disputa tra chi voleva soprattutto una portaerei, beninteso di pace, capace però di portare carri armati pesanti e chi preferiva invece mantenersi sul classico: aerei a decollo verticale, elicotteri quanto basta. La nave li avrà entrambi: carriarmati e aerei. Sarà probabilmente la prima portaerei Ro-ro, cioè concepita come una nave avanti-e-indietro (Fincantieri ha vinto così fantastiche commesse per modernissimi traghetti) e capace di andare fino alla riva per scaricare i marines, alla caccia di bin Laden. O di Sandokan, se necessario.