27.8.08

L´opposizione

di Furio Colombo - L'Unità 24/08/2008 (grazie a Gianni Guasto)

L´Unità cambia. Uno non può sapere che cosa viene dopo, ma questa è la normale condizione umana. Sappiamo quello che è successo prima, lo abbiamo letto nell´editoriale di Padellaro e nel comunicato dell´Editore.

Molti diranno grazie a Padellaro (io lo faccio di cuore) con l´amicizia solidale di tutti questi anni, da l´Unità morta alla sua clamorosa rinascita e tenuta, unica nella storia dell´editoria, unico il lavoro che Padellaro, prima insieme, poi da solo (e con tutta la redazione, la più straordinaria che avremmo mai sognato di trovare in un giornale che era stato dichiarato finito) ha saputo fare. E noi - Padellaro e io - siamo fra coloro che danno il benvenuto e un augurio davvero sentito al nuovo direttore Concita De Gregorio.

A coloro che, amando o stimando questo giornale, si domandano che cosa sta succedendo e perché, cerco di offrire una interpretazione che a me sembra corretta della vicenda: sono due storie diverse.

Una è l´arrivo di una nuova solida proprietà e l´arrivo, contestuale, della nuova direzione. Bene arrivata. L´altra è l´uscita di Antonio Padellaro, voluta come se fosse una necessità. Quale necessità? E motivata come? Qui c´è uno spazio vuoto. Il giornale non era in pericolo e non versa in cattive acque. La redazione è tutta al suo posto e lavora bene. C´è un grado di armonia e di solidarietà raro nei giornali italiani. Allora? Allora c´è tutto per far bene, passato, redazione, firme, rapporti internazionali. Abbiamo riaperto una storia che sembrava finita, abbiamo fatto diventare questo giornale un luogo piuttosto vivace.

Ripeto, i percorsi sono due, è bene non confonderli. Arriva un nuovo direttore e, garantisce il suo passato, farà bene. Ma quale è la ragione per cui è stato detto arrivederci e grazie al direttore che ha tenuto ben ferma in questi anni la rotta difficile e felice di questo giornale di opposizione? Non è rispettoso, e neppure ragionevole, immaginare che tutto ciò accada affinché il giornale non sia più di opposizione. E sarebbe altrettanto azzardato affermare che farà una opposizione diversa. Quante opposizioni ci sono?

Ma se qualcuna di queste ombre avesse anche una minima consistenza, come non nutrire il sospetto (vedete come è mite la parola) che alcuni di noi siano parte del problema, e non della soluzione del problema, se il problema è davvero l´opposizione?

C´è un´altra questione. Berlusconi e il suo potere mediatico totalitario sono sempre sul fondo di ogni questione italiana, specialmente se riguarda l´informazione. Però non è Berlusconi ad aver detto «grazie, Padellaro, va bene così». E anche «grazie, Unità, ma sempre la stessa musica ci ha stufato». Mi sembra più ragionevole pensare che tutto ciò sia nato nell´ambito del Partito Democratico. Si sentiva sfasato rispetto all´Unità (o, viceversa, «un giornale che non ci rappresenta»)? Se è così il problema che ha di fronte a sé il nuovo direttore non è facilissimo: fare una cosa che non è il Foglio, che non è il Riformista, che non è Europa, che non è l´Unità di adesso, e, ovviamente, non è né il manifesto né Liberazione. Auguri, davvero.

Ma se è così, resta da spiegare tutto questo silenzio nell'ambito del Pd. Quale sarà stata la ragione, discrezione, cautela, segretezza, a consigliare di non dire una sola parola ad alcuno degli interessati, compresi quelli che, come me, sono lì a un passo, in Parlamento?

Come vedete, nessuna di queste questioni riguarda la persona cui tocca il nuovo mandato. Ma se questo fosse un giornale a fumetti, si vedrebbe un fumetto grande come una casa con un vistoso punto interrogativo sulla testa. Spiace non sapere dove indirizzare la domanda. Ma più ci si pensa e più sei costretto a inquadrarla dentro la storia del Pd (anche il Pd comincia ad avere una storia), non dell´editore.

Forse uno spunto di ottimismo potrebbe essere questo: finalmente il Pd comincia a prendere decisioni. Forse non è la prima decisione che dodici milioni di italiani che hanno votato centrosinistra si aspettavano, mandare a casa Padellaro, e con lui, fatalmente, qualche firma della Unità rinata, della serie rifondata dopo la fondazione di Gramsci. A questo punto non resta che vedere come la situazione si ambienterà con le altre decisioni del prossimo futuro. Qual è la linea del più grande partito di opposizione che più si armonizza con questo deliberato e netto gesto di «discontinuità» (per usare una delle parole chiave della politica. L´altra sarebbe, se Padellaro ed io parlassimo politichese, chiederci - come Chiamparino - "ma noi siamo una risorsa?")?

* * *

Certo il momento è strano. Ti muovi in un paesaggio da fantascienza popolato di mutanti. A Milano il più importante simbolo istituzionale del Pd, il presidente della Provincia Penati, improvvisamente dichiara: «Con la Lega Nord è possibile fare un lavoro importante per Milano». E noi che pensavamo che la Lega Nord fosse impegnata soprattutto a sfrattare le Moschee e a proibire luoghi di preghiera per gli immigrati islamici. A Firenze la prima Festa Nazionale del Partito Democratico è dedicata a Bossi, Tremonti, Bondi, Fini, Matteoli, Frattini, Maroni. Praticamente tutto il governo che già domina tutte le televisioni. Prima di giudicare il senso politico c´è da domandarsi, in senso elementare e prepolitico: perché? Una Festa di partito costa, e costa ancora di più per un partito lontano dal potere e dai benefici del potere. Perché il nostro ospite d´onore deve essere Bossi, invece del giovane angolano picchiato a sangue da un branco di ragazzi italiani a Genova? Perché dobbiamo festeggiare Tremonti invece di ascoltare il macchinista delle Ferrovie dello Stato licenziato per avere fatto sapere che il treno Eurostar che stava manovrando, si è spezzato (e per fortuna non c´erano passeggeri)? Perché invitare Maroni invece di Xavian Santino Spinelli, il Rom italiano docente universitario, che rappresenta la sua gente (dunque anche la nostra: i Rom sono in buona parte italiani), ma rappresenta soprattutto i bambini forzati al trauma delle impronte digitali? Perché tutti in piedi per Frattini invece di accogliere cittadini osseti e georgiani, testimoni di una breve, sporca guerra di cui ancora sappiamo nulla, se non che uno dei protagonisti spietati, Putin è il miglior amico di Berlusconi ? Perché avere sul palco Matteoli invece dei lavoratori dell´Alitalia, che avrebbero dato voce alla paura del loro futuro, reso ormai quasi impossibile dalla falsa promessa (capitali italiani, forse anche capitali dei suoi figli) del candidato Berlusconi?

Ma la danza dei mutanti continua. Mi devo rendere conto che il maggiore partito di opposizione, di cui sono parte, produce tutto in casa, con una autonomia che sarebbe sorprendente se non fosse come un autobus che salta la fermata lasciando a terra la folla dei  viaggiatori in attesa. Il più grande partito di opposizione produce da solo il dialogo, benché Berlusconi attraversi la scena pronunciando frasi altezzose e insultanti. Benché alzi ogni giorno il prezzo di un ambito contatto con lui. Il Pd produce da solo una cordiale collaborazione con la Lega, nonostante la caccia agli immigrati, il reato di clandestinità, le botte ai «negri», l´orina di maiale (iniziativa di Calderoli) sul terreno in cui si doveva costruire una Moschea, la proclamazione fatta da Borghezio - in occasione delle Olimpiadi - della superiorità della razza padana (parlava della nuotatrice Pellegrini come di una mucca). Invita e  festeggia Bossi proprio quando lui dice (ripetendo con sempre maggiore frequenza la minaccia): «O si fa il federalismo come dico io o il popolo passerà alla maniere spicce».

Produce da solo una certa ostilità verso giudici, una denuncia quasi quotidiana del «giustizialismo» (sarebbero coloro che sostengono il diritto dei giudici di non essere insultati e di non essere costretti al silenzio). Dice Luciano Violante a La Stampa (22 agosto) che i magistrati «conducono una battaglia di solo potere». Sono gli stessi magistrati definiti «dementi» dal primo governo Berlusconi e «cloaca» dal presente titolare di Palazzo Chigi. Ma a quanto pare la volontà di dialogo supera questi dettagli. Si forma una cultura che trova normale lo «stato di emergenza» che ha indotto a far presidiare le strade delle città italiane dai soldati come se fossero in Pakistan, trova normale che Berlusconi si vanti di avere parlato 40 minuti con Putin senza far sapere al Paese o almeno al Parlamento una sola parola di quel suo dialogo (finalmente dialoga con qualcuno). E trova normale che - mentre scoppia la guerra in Georgia che potrebbe contrapporre Stati Uniti e Russia, Nato e impero di Putin (e di Sardegna)- il ministro degli Esteri resti in vacanza mentre i suoi colleghi europei si incontrano in una riunione di emergenza. O forse è stato un grande, scoperto favore all´amico Putin (dimostrare che la crisi non era così grave), tanto e vero che il ministro Frattini riferirà al Parlamento (Commissioni estere Camera e Senato) soltanto il 24 agosto, dopo avere partecipato alla Festa del Partito democratico come ospite d´onore. Si forma una cultura, abbiamo detto, fatta di buone maniere e di acquiescenza al governo, sia pubblico (Berlusconi) che privato (Mediaset).

Questo spiega la necessità che sia Enrico Mentana a intervistare Veltroni in un grande incontro finale a conclusione della Festa del Pd. E spiega l´annuncio di Lilli Gruber, deputata europea di primo piano e importante giornalista italiana: sarà Berlusconi a scrivere la prefazione del suo nuovo libro sulle donne dell´Islam. Chi altro? Con l´aria che tira è già una conquista democratica che quella prefazione non sia stata commissionata a Borghezio.

* * *

Mi ha colpito la notizia che alla Festa del Partito democratico di Firenze ci saranno collegamenti con la «Convention» del Partito Democratico americano di Denver. Spero che spiegheranno perché, a quella festosa assemblea di militanti politici di opposizione, non sia stato invitato e applaudito e festeggiato, per un bel dialogo, il vicepresidente Cheney, l´uomo delle false prove della guerra in Iraq. O qualche "neo-con" di rilievo, di quelli che amano Guantanamo e le maniere forti.

Qualcuno - spero - spiegherà che gli americani, nel loro Partito Democratico, sono un po´ più rozzi degli italiani: quando fanno opposizione, fanno opposizione. E quando vogliono essere eletti contro qualcuno che - secondo loro - ha fatto danno al Paese, prendono le distanze, dicono cose diverse, invitano e ascoltano le loro migliori voci, quelle più vibranti e appassionate, non quelle dei Repubblicani che intendono sconfiggere.

Inoltre sanno - ma forse anche questo è un segno della loro cultura elementare - che i loro leader non si fanno intervistare dai giornalisti della Fox Television, alcuni bravissimi ma tutti di destra. In tanti vanno alla convenzione democratica, scrittori, registi, celebrità delle grandi università e dello spettacolo. Ma sono tutti testardamente democratici. Vanno tutti per parlare di pace, non di guerra, di poveri, non di ricchi, di affamati del mondo e di crisi del pianeta, di bambini da salvare e di medicine salva- vita di cui bisogna abbattere i prezzi. Certo, l´ America non è un Paese perfetto. Anche là ci sono tanti Giovanardi e tante Gelmini. Ma (a differenza di quanto avviene nell´altra festa del Pd italiano, quella di Modena) i democratici americani non li invitano. Saranno primitivi ma (se starà bene) vogliono Ted Kennedy. E se Ted Kennedy starà bene dirà tutto quello che pensa con l´irruenza che l´America democratica ammira da mezzo secolo, e che da noi si chiama "politica urlata" e irrita molto persino Ritanna Armeni, ma solo se è "politica urlata" di sinistra.

* * *

Ecco le ragioni del mio disorientamento nel Partito Democratico che ho contribuito a creare partecipando anche alle primarie («Sinistra per Veltroni») e nel quale adesso non so dove mettermi, perché ogni spazio è occupata da un ministro ombra che intrattiene la sua educata, amichevole conversazione col ministro-ministro. Ognuno di essi (i ministri-ministri) è occupato a prendere impronte, a presidiare le strade italiane con l´esercito, a insultare i giudici. Ma comunque appaiono come statisti mai smentiti e sempre in grado di incassare apprezzamenti (oltre che inviti alle nostre Feste) e di dire l´ultima parola in ogni radio e in ogni televisione. La descrizione perfetta è di Nadia Urbinati (la Repubblica, 20 agosto) «Questa Italia assomiglia a una grande caserma, docile, assuefatta, mansueta. Che si tratti di persone di destra o di sinistra, la musica non sembra purtroppo cambiare: addomesticati a pensare in un modo che sembra diventato naturale come l´aria che respiriamo. Come bambini siamo fatto oggetto della cura di chi ci amministra. E come bambini bene addomesticati diventiamo così mansueti da non sentire più il peso del potere. È come se, dopo anni di allenamento televisivo, siamo mutati nel temperamento e possiamo fare senza sforzo quello che, in condizione di spontanea libertà, sarebbe semplicemente un insopportabile giogo».

Quanto sia esatto ciò che scrive Urbinati lo dimostra questa e-mail appena ricevuta: «Attento, alla sua età è pericoloso agitarsi. Ma comunque la sua perdita nessuno la noterebbe, insignificante comunista. Si spenga serenamente come giornalista e scribacchino. L´umanità e l´Unità le saranno grate eternamente».

Curiosamente la e-mail mi è giunta mentre una collega - che preparava un pezzo sul cambiamento in questo giornale -, mi chiedeva: «Ma temi la normalizzazione de l´Unità?».

La mia risposta meravigliata è stata che a me questa Unità appare un giornale normale. Un normale, intransigente, preciso giornale di opposizione. La storia del suo e del nostro futuro è tutta qui, fra questa «normalità», la descrizione di Nadia Urbinati e la e-mail che ho trascritto e che offre una bella testimonianza del ferreo contenitore culturale in cui ci hanno indotti a vivere. Non resta che attendere il nuovo giornale.

furiocolombo@unita.it

10.7.08

IO DIFENDO QUEL PALCO

marco Travaglio all'Unità

Caro Direttore, quando tutta la stampa (Unità compresa), tutte le tv e persino alcuni protagonisti dicono la stessa cosa, e cioè che l’altroieri in Piazza Navona due comici (Beppe Grillo e Sabina Guzzanti) e un giornalista (il sottoscritto) avrebbero “insultato” e addirittura “vilipeso” il capo dello Stato italiano e quello vaticano, la prima reazione è inevitabile: mi sono perso qualcosa?
Mi sono distratto e non ho sentito alcune cose - le più gravi - dette da Beppe, da Sabina e da me stesso? Poi ho controllato direttamente sui video, tutti disponibili su You Tube e sui siti di vari giornali, ma non vi ho ritrovato ciò che è stato scritto e detto da tv e giornali.
Nessuno ha insultato né vilipeso Giorgio Napolitano né Benedetto XVI. Nessuno ha “rovinato una bella piazza”. È stata, come tu hai potuto constatare de visu, una manifestazione di grande successo, sia per la folla, sia per la qualità degli interventi (escluso ovviamente il mio). Per la prima volta si sono fuse in una cinque piazze che finora si erano soltanto sfiorate: quella di Di Pietro, quella di molti elettori del Pd, quella della sinistra cosiddetta radicale, quella dei girotondi e quella dei grillini, non sempre sovrapponibili. E un minimo di rigetto era da mettere in conto. Ma è stata una bella piazza plurale, sia sotto che sopra il palco: idee, linguaggi, culture, sensibilità, mestieri diversi, uniti da un solo obiettivo. Cacciare il Caimano. Le prese di distanze e i distinguo interni, per non parlare delle polemiche esterne, sono un prodotto autoreferenziale del Palazzo (chi fa politica deve tener conto degli alleati, delle opportunità, degli elettori, di cui per fortuna gli artisti e i giornalisti, essendo “impolitici”, possono tranquillamente infischiarsi). La gente invece ha applaudito Grillo e Sabina come Colombo (anche quando ha chiesto consensi per Napolitano), Di Pietro, Flores e gli altri oratori, ma anche i politici delle più varie provenienze venuti a manifestare silenziosamente. Applausi contraddittorii, visto che gli applauditi dicevano cose diverse? Non credo proprio. Era chiaro a tutti che il bersaglio era il regime berlusconiano con le sue leggi canaglia, compresi ovviamente quanti non gli si oppongono. Come mai allora questa percezione non è emersa, nemmeno nei commenti delle persone più vicine, come per esempio te e Furio? Io temo che viviamo tutti nel Truman Show inaugurato 15 anni fa da Al Tappone, che ci ha imposto paletti (anche mentali) sempre più assurdi e ci ha costretti, senza nemmeno rendercene conto, a rinunciare ogni giorno a un pezzettino della nostra libertà. Per cui oggi troviamo eccessivo, o addirittura intollerabile, ciò che qualche anno fa era normale e lo è tuttora nel resto del mondo libero (dove tra l’altro, a parte lo Zimbabwe, non c’è nulla di simile al governo Al Tappone). In Italia l’elenco delle cose che non si possono dire si allunga di giorno in giorno. Negli Stati Uniti, qualche anno fa, uscì senz’alcuno scandalo un libro di Michael Moore dal titolo «Stupid White Man» (pubblicato in Italia da Mondadori...), tutto dedicato alle non eccelse qualità intellettive del presidente Bush. Da dieci anni l’ex presidente Clinton non riesce a uscire da quella che è stata chiamata la «sala orale». In Francia, la tv pubblica ha trasmesso un programma satirico in cui un attore, parodiando il film «Pulp Fiction» in «Peuple fiction», irrompe nello studio del presidente Chirac, lo processa sommariamente per le sue innumerevoli menzogne, e poi lo fredda col mitra. A nessuno è mai venuto in mente di parlare di «antibushismo», di «anticlintonismo», di «antichirachismo», di «insulti alla Casa Bianca» o di «vilipendio all’Eliseo». Tanto più alta è la poltrona su cui siede il politico, tanto più ampio è il diritto di critica e di satira e anche di attacco personale. Quelli che son risuonati l’altroieri in piazza Navona non erano «insulti». Erano critiche. Grillo, insolitamente moderato e perfino affettuoso, ha detto che «a Napolitano gli voglio bene, ma sonnecchia come Morfeo e firma tutto», compreso il via libera al lodo Alfano che crea una «banda dei quattro» con licenza di delinquere. Ha sostenuto che Pertini, Scalfaro e Ciampi non l’avrebbero mai firmato (sui primi due ha ragione: non su Ciampi, che firmò il lodo Schifani). E ha ricordato che l’altro giorno, mentre Napoli boccheggia sotto la monnezza, il presidente era a Capri a festeggiare il compleanno con la signora Mastella, reduce dagli arresti domiciliari, e Bassolino, rinviato a giudizio per truffa alla Regione che egli stesso presiede. Tutti dati di fatto che possono essere variamente commentati: non insulti o vilipendi. Io, in tre parole tre, ho descritto la vergognosa legge Berlusconi che istituisce un’«aggravante razziale» e dunque incostituzionale, punendo ­ per lo stesso reato - gli immigrati irregolari più severamente degli italiani, e mi sono rammaricato del fatto che il Quirinale l’abbia firmata promulgando il decreto sicurezza. Nessun insulto: critica. Veltroni sostiene che io avrei «insultato» anche lui, e che «non è la prima volta». Lo invito a rivedersi il mio intervento: nessun insulto, un paio di citazioni appena; per il resto la cronistoria puntuale dell’ennesima resurrezione di Al Tappone dalle sue ceneri grazie a chi ­ come dice Furio Colombo ­ «confonde il dialogo con i suoi monologhi». Sono altri dati di fatto, che possono esser variamente valutati, ma non è né insulto né vilipendio. O forse il Colle ha respinto al mittente qualche legge incostituzionale, e non me ne sono accorto? Sono o non sono libero di pensare e di dire che preferivo Scalfaro e i suoi no al Cavaliere? Oppure la libertà di parola, conquistata al prezzo del sangue dai nostri padri, s’è ridotta a libertà di applauso? Forse qualcuno dimentica che quella c’è anche nelle dittature. È la libertà di critica che contraddistingue le democrazie. Se poi a esercitarla su temi quali la laicità, gli infortuni sul lavoro, l’ambiente, la malafinanza, la malapolitica, il precariato, la legalità, la libertà d’informazione sono più i comici che i politici, questa non è certo colpa dei comici. Poi c’è Sabina. Che ha fatto, di tanto grave, Sabina? Ha usato fino in fondo il privilegio della satira, che le consente di chiamare le cose con il loro nome senza le tartuferie e le ipocrisie del politically correct, del politichese e del giornalese: ha tradotto in italiano, con le parole più appropriate, quel che emerge da decine di cronache di giornale sulle presunte telefonate di una signorina dedita ad antichissime attività con l’attuale premier, che poi l’ha promossa ministra. Enrico Fierro ha raccolto l’altro giorno, su l’Unità, i pissi-pissi-bao-bao con cui i giornali di ogni orientamento, da Repubblica al Corriere, dal “Riformatorio” financo al Giornale, han raccontato quelle presunte chiamate (con la “m”). Ci voleva un quotidiano argentino, il Clarin, per usare il termine che comunemente descrive queste cose in Italia: «pompini», naturalmente di Stato. Quello di Sabina è stato un capolavoro di invettiva satirica, urticante e spiazzante come dev’essere un’invettiva satirica, senza mediazioni artistiche né perifrasi. Gli ignorantelli di ritorno che gridano «vergogna» non possono sapere che già nell’antica Atene, Aristofane era solito far interrompere le sue commedie con una «paràbasi», cioè con un’invettiva del corifeo che avanzava verso il pubblico e parlava a nome del commediografo, dicendo la sua sui problemi della città. Anche questa è satira (a meno che qualcuno non la confonda ancora con le barzellette). Si dirà: ma Sabina ha pure mandato il papa all’inferno. Posso garantire che, diversamente da me, lei all’inferno non crede. Quella era un’incursione artistica in un genere letterario inaugurato, se non ricordo male, da Dante Alighieri. Il quale spedì anticipatamente all’inferno il pontefice di allora, Bonifacio VIII, che non gli piaceva più o meno per le stesse ragioni per cui questo papa non piace a lei e a molti: le continue intromissioni del Vaticano nella politica. Anche Dante era girotondino? Il fatto è che un vasto e variopinto fronte politico-giornalistico aveva preparato i commenti alla manifestazione ancor prima che iniziasse: demonizzatori, giustizialisti, estremisti, forcaioli, nemici delle istituzioni, e ovviamente alleati occulti del Cavaliere. Qualunque cosa fosse accaduta, avrebbero scritto quel che hanno scritto. Lo sapevamo, e abbiamo deciso di non cedere al ricatto, parlando liberamente a chi era venuto per ascoltarci, non per usarci come pedine dei soliti giochetti. Poi, per fortuna, a ristabilire la verità sono arrivati i commenti schiumanti di Al Tappone e di tutto il centrodestra: tutti inferociti perché la manifestazione spazza via le tentazioni di un’opposizione più morbida o addirittura di un inciucio sul lodo Alfano (ancora martedì sera, a Primo Piano, due direttori della sinistra «che vince», Polito e Sansonetti, proclamavano in stereo: «Chi se ne frega del lodo Alfano»). La prova migliore del fatto che la manifestazione contro il Caimano e le sue leggi-canaglia è perfettamente riuscita.

25.5.08

SPUTTANAMENTO IN INTERNET

da Vittorio Grondona – Bologna

Al garante di non so che cosa non va bene infomare attraverso internet delle dichiarazioni dei redditi, ma al contrario gli va bene lo sputtanamento del numero delle assenze dei dipendenti pubblici. In sostanza vuole significare che mettendo in evidenza pubblica che il datore di lavoro denuncia meno del dipendente si compromette la vita privata dei cittadini, mentre invece dare in pasto al popolo mondiale i giorni di assenza dal lavoro di un pubblico dipendente è assolutamente lecito. Niente gliene frega quindi al garante per modo di dire delle notizie sensibili dei cittadini se a qualche dipendente fosse anche tacitamente chiesto dai soliti vicini di casa il motivo delle sue assenze, magari dovute a gravi motivi personali dei quali è assolutamente naturale non volerne parlare con gli sconosciuti. Il nostro è davvero diventato il mondo degli imbecilli destinati dall’informazione di stampo fascista a morire ogni giorno di paura.

5.3.08

ho vinto il concorso bimbi belli

testo dell'intervista di Anna Tagliacarne per Grazia

Quando ha iniziato a scrivere, lo pagavano 100 lire a notizia. Poi ha fatto l’inviato per i maggiori quotidiani e riviste italiani. E’ stato uno strambo direttore: non a caso gli editori preferiscono che scriva. E’ passato dalla direzione di Sette (ora Magazine del Corriere della Sera) a quella di Cuore, a quella Gente Viaggi. Si è persino adagiato sulla poltrona di Padreterno (con tanto di barba bianca) a Bombay, il programma di Gianni Boncompagni su La7. Di certo, Claudio Sabelli Fioretti è il più noto tra gli intervistatori d’Italia. Con intelligenza e un’infinita faccia di bronzo ha affettato politici e giornalisti, attrici e industriali. Stavolta, però, tocca lui dire la sua.
Mai avuto voglia di strangolare un intervistato?
«Sì. Alain Elkann. Ha interrotto l’intervista a metà, non ho mai capito per quale ragione. Forse per non parlare degli eredi Agnelli. Poi mi ha telefonato 37 volte chiedendo se ero incazzato. Ho fatto il signore e ho detto di no. Invece ero una iena».
La persona che ti ha fatto faticare di più?
«Ciriaco De Mita, per via del suo linguaggio pazzesco. Ho impiegato il doppio del tempo per tradurlo».
E qual è stata la più maleducata?
«Michela Brambilla. E’ arrivata con un’ora di ritardo».
Il più simpatico?
«Sandro Bondi. Esistono due Bondi: quello che ho conosciuto io, gentile, e quello che appare in tv, orrendo. Uno è l’imitatore dell’altro».
Cos’ha fatto per stregarla?
«Si è mostrato per quello che è. E mi ha fatto vedere tutto: anche il Mausoleo del Cavaliere, che abbiamo visitato Montanelli, io e forse Giorgio Bocca. Il buon Bondi non lo ammette, ma soffre perché non è previsto un loculo per lui tra quelli di Dell’Utri, Previti, Confalonieri eccetera».
La persona più antipatica?
«Un’attrice. Ida De Benedetto. Non voleva che l’intervista fosse pubblicata e ha chiamato persino Cesare Romiti, che a sua volta telefonò a me dicendo “Ma questa chi è?”. Ovviamente il pezzo uscì».
Mai trovato in imbarazzo durante un’intervista?
«Bè, sì. Con Carla Bruni. Mi raccontava che dietro le quinte quando una modella si spoglia e si riveste i sarti la toccano da tutte le parti. Per farmi capire meglio mi toccava».
Carla Bruni l’ha toccata?
«Sì, sono stato toccato da Carla Bruni».
Dove?
«In parti lecite. Le spalle. Le gambe. Il viso. La pancia. Io sono arrossito tantissimo».
La sua migliore intervista?
«Dicono sia l’ultima. Quella al Principe Carlo Caracciolo, sul quotidiano La Stampa. Ma non posso essere io a dirlo».
Quella che non avrebbe voluto fare?
«Sergio Japino. Ho dimenticato a casa le quattro cartelle di domande che avevo preparato. Il risultato è stato il vuoto pneumatico. Vuoto io, vuoto Japino. Non feci uscire nulla. Nessuno seppe mai che avevo fatto un’intervista di merda».
Chi non ti si è mai concesso?
«Tanti. Silvio Berlusconi, Lilli Gruber, Vincenzo Mollica, Henry John Woodcock».
Avevano paura?
«E’ un diritto rifiutare le interviste. Per un magistrato è più comprensibile, ma, nel caso dei colleghi, lo capisco poco. Al Cavaliere ho mandato messaggi, mail, gli ho telefonato, gli ho parlato tramite i familiari, mi sono fatto raccomandare da Bondi e da sua figlia Barbara. Deve pur aver visto che non sono un molestatore. Ma credo che preferisca parlare con giornalisti amici suoi».
Il più voltagabbana dei voltagabbana?
«Maurizio Bertucci, giornalista Rai. Era passato da Forza Italia all’Udeur, e mi aveva detto che era stato un grande travaglio. Un mese dopo passò dall’Udeur a Forza Italia. Doppio travaglio».
Le hanno mai dato del voltagabbana?
«No».
Nemmeno una donna?
«Le donne mi hanno sempre lasciato. Sono loro le voltagabbana».
Che effetto fa interpretare il Padreterno per in tv?
«Magnifico! Andavo alla posta e mi dicevano: “Qui ci vorrebbe lei per sistemare tutto”. Il bello è che mi sono immedesimato. Passavo per strada, sentivo uno che diceva la parola Padreterno, e mi voltavo».
Perché l’ha fatto?
«Narcisismo puro».
Il più grande errore di valutazione su una persona?
«Walter Veltroni. Pensavo che rappresentasse l’ala buonista della sinistra. Invece è perfido».
E’ stato definito impertinente, schietto, anticonformista, inaffidabile per gli editori, un po’ scentrato: in quale di queste definizioni si ritrova?
«Schietto no. Anticonformista forse, in mezzo a tanti conformisti. Impertinente no. Inaffidabile per gli editori, in parte sì. Un po’ scentrato? Questo è vero».
Prima le hanno detto: “Sei il Dna del giornale”. Poco dopo non scriveva più sul “Magazine” del Corriere.
«Forse stato l’unico caso in cui il Dna se ne è andato dal corpo e il corpo se n’è fottuto. Gli editori sono così».
Il primo voto?
«A scuola ero DC, in quanto chierichetto di Cristo Re. Ma per diventare ateo il primo passo è proprio quello. Il primissimo voto fu liberale. La conversione avvenne nel ’68, quando arrivai a Milano, dove sono diventato un pericoloso comunista».
Poi è sempre stato di sinistra?
«Sì. Anche se, quando mi sposai per la prima volta, con Francesca, che era liberale, facemmo una media. Lei non votò liberale e io non votai comunista. Tutti e due Pri. Che vergogna».
E poi?
«Sempre sinistra del Psi. Da Lotta Continua, al Pdup, al Manifesto a paccottiglia varia».
Lei ha detto che è più divertente intervistare quelli di destra, perché?
«Quelli di sinistra sono sempre tutti corretti e perfettini. Quelli di destra sono cialtroni, pieni di complessi, Pur di apparire dicono di tutto».
Com’era da bambino?
«Bellissimo. Avevo i riccioli e mia mamma era orgogliosa perché, a quattro anni, vinsi il concorso “Bimbi Belli” di Riccione».
Era buono?
«Buonissimo. Ma, se facevo qualcosa, mia madre picchiava mia sorella, che, per questo, ancora ce l’ha con me».
Adesso, almeno, è un uomo maturo?
«Sì, ma da poco».
Ci soffre?
«No. Maturo non significa prudente».
E che vuol dire?
«Vedere bene le cose. Per esempio, guadagnare la metà e fare un anno sabbatico».
Facciamo il gioco della torre, come nelle sue interviste. Butterebbe Paolo Mieli o Eugenio Scalfari?
«Scalfari».
Perché?
«Quando mi accorsi di aver sbagliato, lasciando La Repubblica, telefonai a Gianluigi Melega e gli dissi: “Torno in ginocchio con il capo cosparso di cenere”. Lui andò da Scalfari, sentii i suoi passi in diretta. Tornò e riferì: “Neanche morto”. E io neanche morto tornerei in un giornale diretto da lui».
Preferirebbe diventare molto ricco o molto bello?
«Sono già molto bello. Non mi resta che molto ricco».

Anna Tagliacarne

8.2.08

Silvio vince col lodo menefrego

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

Grasse risate a Mediaset dopo la sentenza delle autorità europee sull'occupazione abusiva delle frequenze da parte di Rete quattro. Gli avvocati di Silvio Berlusconi, in formazione tipo (sei accosciati e cinque in piedi) hanno fatto sapere che non vale neanche la pena di fare ricorso perché la sentenza è già resa nulla dal Lodo Menefrego, di imminente approvazione alle Camere dopo la prossima vittoria elettorale del centrodestra. Emilio Fede ne ha dato la notizia nel corso di una lunga diretta, storpiando in segno di sfregio il nome di tutti e quattrocento i parlamentari europei, lanciando freccette contro una cartina di Strasburgo e spiegando che comunque il suo continente di riferimento è sempre stato l'Asia. Il futuro di Retequattro e di Mediaset, a questo punto, non può che essere radioso.

Aprile 2008 Per festeggiare la vittoria elettorale, Berlusconi compera l'Unesco e fa proclamare Cologno Monzese patrimonio mondiale dell'umanità, come i Sassi di Matera e il Matchu Pitchu: d'ora in poi non si potrà toccare nemmeno una vite. Il suggestivo dedalo di rotonde, svincoli, guardie giurate e antenne dove ha sede Mediaset diventa la meta preferita del turismo per depressi: dopo avere visto Cologno, anche l'aspirante suicida è così felice di tornare a casa che diventa euforico cronico.

Giugno 2008 Per regolarizzare definitivamente la situazione di Retequattro, si decide che l'emittente non solo può occupare le frequenze di un'altra rete, ma ne occuperà anche gli uffici. Fede, prendendo possesso della sua nuova scrivania, si siede sopra il presidente della rete espropriata, invitandolo a non lamentarsi ad alta voce perché disturba le riunioni di redazione. I giornalisti di Retequattro vengono autorizzati a parcheggiare la loro macchina sopra le macchine dei giornalisti di altre aziende, e all'occorrenza a rincasare, la sera, nelle abitazioni dei dipendenti Rai, pretendendo di trovare la cena pronta e la moglie truccata. A Cologno viene eretta una nuova antenna alta 800 metri: è la più potente del pianeta, in grado di trasmettere fino ai limiti del sistema solare le televendite di materassi, di prestigiosi bilocali a soli 20 minuti da Milano e di prodotti per la pulizia delle auto. Fa sensazione una telefonata da Urano durante un'asta di litografie di de Chirico: il telespettatore, esasperato, fa presente che anche il mercato di Urano è saturo, da anni, di litografie di de Chirico.

Settembre 2008 Retequattro occupa anche le frequenze della Bbc, che è costretta a trasmettere via cavo nella sola Londra. Fede cura personalmente i telegiornali per tutti i paesi della Ue, storpiando apposta in segno di dileggio i nomi dei principali leader politici europei, fingendo di dimenticare i nomi delle capitali e imponendo previsioni meteo sempre uguali: pioggia torrenziale su tutta Europa, sole splendente sull'Italia. Le previsioni per l'Italia vengono illustrate da piacenti pin-up seminude, quelle per il resto d'Europa da anziane pensionate con grossi porri sul naso.

Ottobre 2010 Il presidente della Rai Agostino Saccà sigla uno storico accordo con Mediaset: la Rai potrà replicare tutti i programmi Mediaset il giorno dopo, rinunciando a trasmettere i propri inutili palinsesti, con notevole risparmio di denaro pubblico. Un trattamento di favore viene riservato a Raitre: trasmetterà ventiquattro ore al giorno Milan Channel, compresi tutti gli allenamenti, il documentario 'Carlo Ancelotti raccontato dalla moglie', le sedute dal massaggiatore e una replica serale (tutte le sere) di Milan-Liverpool con il finale ritoccato da Carlo Rossella: il gol del pareggio del Liverpool è annullato dall'arbitro. Altro grosso colpo della Rai: torna la grande satira. Ogni sera le barzellette sui cornuti, le spassose imitazioni del Bagaglino e la vignetta di Giorgio Forattini.

Febbraio 2011 Mediaset dichiara illegittimo il Parlamento europeo: occupa abusivamente alcuni edifici a Strasburgo acquistati da Berlusconi. Lo sfratto viene trasmesso in diretta da Fede che dileggia i parlamentari anziani mentre cadono dalle scale.

20.1.08

Il papa ce l'ha con Del Piero

Satira Preventiva di Michele Serra

Dopo la dura reprimenda del papa agli amministratori romani, accusati di non provvedere adeguatamente all'ordine pubblico e al decoro dei quartieri, la Santa Sede ha reso noto i prossimi incontri di Benedetto XVI.

Bankitalia
Il papa non condivide la pressione sui bond e giudica insufficienti le misure antispeculative su Cct e pacchetti immobiliari. Lo farà presente ai vertici di Bankitalia, che riceverà anche allo scopo di chiarire che i 'collar' sui mutui a 15 e 20 anni non sono adeguati alla stretta del mercato. Il governatore di Bankitalia, per ringraziarlo dell'interessamento, gli farà dono del prezioso Borsalino color avorio indossato da Rockefeller all'inaugurazione di Wall Street nel 1922.

Forze Armate
Gli Stati maggiori delle diverse armi saranno ricevuti dal pontefice nella Sala Nervi, appositamente guarnita di mappe militari sulle quali Sua Santità traccerà, con stringati tratti di pennarello, le principali linee strategiche sui fronti caldi del Pianeta. Il Vaticano è infatti profondamente scontento della linea di condotta della Marina e dell'Esercito. L'uso della fanteria, senza adeguato appoggio dell'artiglieria leggera, e stanti le attuali lacune di fureria e di vettovagliamento, è sconsigliabile. Meglio reintrodurre la cariche di cavalleria, che è nel cuore del Santo Padre anche per la grande suggestione dei costumi. A questo proposito il papa suggerirà di ripristinare il pennacchio e la fodera piumata per la sciabola. Consigliabile anche l'istituzione di un corpo nazionale di ussari. Benino l'aviazione, ma inaccettabile la condotta della Marina: lo scarso uso dei cacciatorpediniere e la manutenzione carente dei sommergibili verrà rimproverata dal Papa agli ammiragli presenti. Nell'occasione, gli verrà regalato il tipico copricapo da Gran Commodoro con calamari e polipi intarsiati sulla falda.

Made in Italy
Il papa consegnerà agli stilisti italiani una serie di suoi schizzi nei quali corregge alcune tendenze gravemente errate. Perché, per esempio, insistere sugli spezzati e non puntare sul ritorno della tinta unita? Bene lo chiffon, basta con il principe di Galles, sempre attuale il tweed a patto che sia accostato a scarpe sportive, assolutamente no al ritorno del loden. Grati dell'interessamento, gli stilisti regaleranno al papa una riedizione del maestoso cappello 'a carrozza', con rotelle funzionanti e visiera di cristallo di Boemia, già indossato da Giulio II durante la Quaresima.

Sport
In un incontro privato, Benedetto XVI riceverà il ct della Nazionale Donadoni per suggerirgli un inedito 3-4-3 da schierare nelle finali degli Europei. La convocazione di Cassano e l'allontanamento di Del Piero saranno oggetto della seconda parte del colloquio. Non facile l'incontro con gli azzurri di sci: il papa giudica molto carente l'allenamento in slalom gigante. Per rabbonirlo, la Federsci intende regalargli un sontuoso berretto con triplo pon-pon e paraorecchie di renna da indossare nei prossimi viaggi nei paesi freddi.

Cucina
I grandi chef italiani attendono con ansia l'imminente incontro con il papa. Corre voce che l'eccessivo utilizzo dei crostacei e l'abuso delle creme sifonate incontri la decisa contrarietà del pontefice, preoccupato anche dalla contaminazione delle ricette regionali. Si spera che la severa disposizione d'animo di Benedetto XVI venga ammorbidita dall'omaggio del cappello 'Grand Soufflé' indossato dal cuoco di corte di Re Sole: è alto 60 centimetri e ripieno di besciamella.

Tappezzieri
Atteso con particolare curiosità l'incontro del papa con la Federtappezzieri. Si spera che le dure critiche sui tessuti a losanghe siano compensate dalla benevole attitudine della Santa Sede nei confronti del ritorno del fiocco per decorare i braccioli. In segno di gratitudine, i tappezzieri regaleranno al papa cento metri di prezioso broccato per il suo nuovo cappello a strascico.

17.1.08

Hanno arrestato l'UDEUR!

di Marco Travaglio - dal blog di Beppe Grillo

"Caro Beppe,
siamo tutti costernati e affranti per quanto sta accadendo al cosiddetto ministro della Giustizia Clemente Mastella e alla sua numerosa famiglia, nonché al suo partito, che poi è la stessa cosa. Costernati, affranti, ma soprattutto increduli per la terribile sorte che sta toccando a tante brave persone. Infatti, oltre alla signora Sandra, presidente del Consiglio regionale della Campania, sono finiti agli arresti il consuocero Carlo Camilleri, già segretario provinciale Udeur; gli assessori regionali campani dell’Udeur Luigi Nocera (Ambiente) e Andrea Abbamonte (Personale); il sindaco di Benevento dell’Udeur, Fausto Pepe, e il capogruppo Udeur alla Regione, Fernando Errico, e il consigliere regionale dell’Udeur Nicola Ferraro e altri venti amministratori dell’Udeur. In pratica, hanno arrestato l’Udeur (un mese fa era finito ai domiciliari l’unico sottosegretario dell’Udeur, Marco Verzaschi, per lo scandalo delle Asl a Roma, mentre un altro consigliere regionale campano, Angelo Brancaccio, era finito in galera prima dell’estate quando era ancora nei Ds, ma appena uscito di galera era entrato nell’Udeur per meriti penali). Mastella, ancora a piede libero, è indagato a Catanzaro nell’inchiesta "Why Not" avviata da Luigi De Magistris e avocata dal procuratore generale non appena aveva raggiunto Mastella, che intanto non solo non si era dimesso, ma aveva chiesto al Csm di levargli dai piedi De Magistris. S’è dimesso invece oggi, Mastella, ma per qualche minuto appena: poi Prodi gli ha respinto le dimissioni, lasciandolo al suo posto che – pare incredibile – ma è sempre quello di MINISTRO DELLA GIUSTIZIA. La sua signora, invece, non s’è dimessa (a Napoli, di questi tempi, c’è perfino il rischio che le dimissioni di un politico vengano accolte): dunque, par di capire, dirigerà il Consiglio regionale dai domiciliari, cioè dal salotto della villa di Ceppaloni.

Al momento nessuno sa nulla delle accuse che vengono mosse a lei e agli altri 29 arrestati. Ma l’intero Parlamento – con l’eccezione, mi pare, di Di Pietro e dei Comunisti Italiani – s’è stretto intorno al suo uomo più rappresentativo, tributandogli applausi scroscianti e standing ovation mentre insultava i giudici con parole eversive, che sarebbero parse eccessive anche a Craxi, ma non a Berlusconi: insomma la casta (sempre più simile a una cosca) ha già deciso che le accuse - che nessuno conosce - sono infondate e gli arrestati sono tutti innocenti. A prescindere. Un golpetto bianco, anzi nero, nerissimo, in diretta tv.

Nessuno, tranne Alfredo Mantovano di An, s’è domandato come facesse il ministro della Giustizia a sapere che sua moglie sarebbe stata arrestata e a presentarsi a metà mattina alla Camera con un bel discorso scritto, con tanto di citazioni di Fedro: insomma, com’è che gli arresti vengono annunciati ore prima di essere eseguiti? E perché gli arrestandi non sono stati prelevati all’alba, per evitare il rischio che qualcuno si desse alla fuga? Anche stavolta, la fuga di notizie è servita agli indagati, non ai magistrati. E, naturalmente, al cosiddetto ministro.

Il vicepresidente del Csm Nicola Mancino, anziché aprire una pratica a tutela dei giudici aggrediti dal ministro, ha subito assicurato "solidarietà umana" al ministro e ai suoi cari (dobbiamo prepararci al trasferimento dei procuratori e del gip di Santa Maria Capua Vetere, sulla scia di quanto sta accadendo per De Magistris e Forleo?). Il senatore ambidestro Lamberto Dini ha colto l’occasione per denunciare un "fatto sconvolgente: i magistrati se la prendono con le nostre mogli" (la sua, Donatella, avendo fatto fallimento con certe sue società, è stata addirittura condannata a 2 anni e mezzo per bancarotta fraudolenta, pena interamente indultata grazie anche a Mastella). Insomma, è l’ennesimo attacco ai valori della famiglia tradizionale fondata sul matrimonio: dopo l'immunità parlamentare, occorre una bella immunità parentale. Come fa osservare la signora Sandra Lonardo in Mastella dai domiciliari, "questo è l’amaro prezzo che, insieme a mio marito, stiamo pagando per la difesa dei valori cattolici in politica, dei principi di moderazione e tolleranza contro ogni fanatismo ed estremismo". Che aspettano a invitarli a parlare alla Sapienza?." Marco Travaglio

12.1.08

Le riforme di Gnork

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

Il dibattito sulla riforma elettorale è a buon punto. Dopo lunghe trattative, sono stati selezionati venticinque sistemi di voto, a ciascuno dei quali verrà abbinato un fantino. Su tutto il resto l'iter è ancora da stabilire. Ma vediamo, tra i sistemi in lizza, quali sono i più interessanti.

Alsaziano È una soluzione di compromesso tra il sistema francese e quello tedesco. Come si ricorderà, Veltroni era favorevole al francese, D'Alema al tedesco. Dopo febbrili trattative tra i rispettivi staff, Veltroni, come segno di buona volontà, si era convertito al tedesco, ma nel frattempo D'Alema, per gli stessi motivi, era passato al francese. Si è dunque deciso, per superare l'impasse, di proporre un mix tra i due sistemi: presidenzialismo e doppio turno alla francese, ma con l'istituzione dei Länder e orologi a cucù in tutti i seggi elettorali. Il professor Sartori si è detto contrario.

Colbaccum Sostenuto da Diliberto, si ispira allo spirito originario dei soviet: i candidati proposti dal partito vengono eletti per acclamazione, tra i lieti canti delle brigate operaie che si recano festanti alla fabbrica, e le risate di gioia delle mietitrici che si sono appena rese conto di avere centrato anche quest'anno l'obiettivo del piano quinquennale. Non piace al professor Sartori.

Yemenita I maschi si recano a votare con un pugnale intarsiato infilato nella fusciacca, mentre le femmine, chiuse in casa, intonano nenie e allattano i bambini. Il sistema è stato proposto dall'ambasciatore dello Yemen, ma non ha molte possibilità di essere adottato perché non è apprezzato dal professor Sartori.

Spagnolo Il sistema spagnolo è visto con favore da molti, ma secondo alcuni ha il difetto di prevedere preliminari troppo impegnativi: una lunga guerra civile con milioni di morti, fucilazioni di poeti, accorrere convulso di combattenti da mezzo mondo, bombardamento di Guernica e successiva stesura di quadri di grandi dimensioni, una lunga dittatura, infine un processo di riconciliazione nazionale. Come mettere d'accordo la galassia dei partiti italiani su una soluzione così complessa? Anche Sartori è contrario.

Sanremese Cerca di accontentare tanto i partiti grandi, che concorrono nella sezione Big, quando quelli piccoli, che si presentano tra le Nuove Proposte. Il nuovo premier viene incoronato con il televoto dopo la mezzanotte del sabato al teatro Ariston. Svantaggi: dopo una settimana nessuno ricorda più il nome del vincitore e si rischia un pericoloso vuoto politico. Vantaggi: la vendita dei diritti televisivi permette di non gravare sul bilancio dello Stato. Perplessità del professor Sartori.

Salico Il sistema salico, risalente a Carlo Magno, prevede l'incoronazione dell'Imperatore per volontà divina. È visto con molto favore da Berlusconi, che dopo defatiganti trattative con gli altri partiti si è detto costretto ad abbandonare il tavolo. "Abbiamo perfino proposto la rinuncia al manto di ermellino, ma non è servito a niente. Quando la volontà di trattare è zero, non resta che prenderne atto". Ha pesato anche il no di Sartori.

Gnorkico È il sistema in voga sul pianeta di Gnork, scelto da Berlusconi in seconda istanza. Prevede la nomina di un Imperatore per diritto divino. Ai critici, tra i quali il professor Sartori, che lo considerano troppo simile al sistema salico, Berlusconi ha replicato che di fronte al rifiuto di trattare non solo non si sarebbe arreso, ma avrebbe rilanciato con una terza proposta.

Teocratico Il sistema teocratico, terza opzione di Berlusconi, prevede la nomina di un Imperatore a vita. "Per prevenire la stucchevole obiezione che anche questa mia terza proposta è identica alle altre", spiega Berlusconi, "ho però fatto introdurre dai miei costituzionalisti la variante Amon-Ra: l'imperatore, questa volta, non è eletto per diritto divino per il semplice fatto che egli stesso incarna la divinità. Dunque si autonomina". Negativo il giudizio di Vanni Sartori.

7.12.07

ULIWOOD PARTY: L’onorevole Trombetta

di Marco Travaglio (Unità)

Se avesse degli elettori, l’on. Giuseppe Caldarola dovrebbe render loro conto di quel che fa e soprattutto non fa. Invece è un uomo fortunato: non essendo stato eletto da nessuno, ma nominato deputato dal partito grazie al Porcellum, può fare e soprattutto non fare quel che gli pare senza che nessuno gliene chieda ragione. Un po’ come quando dirigeva l’Unità e,non avendo praticamente lettori, poteva scrivere ciò che gli pareva (leggendario il titolo sulla morte di Lady Diana: “Scusaci, principessa”, copyright di Piero Sansonetti): tanto nessuno lo leggeva. Purtroppo la cosa si venne a sapere e nel 2000 il giornale chiuse. Caso tutt’altro che isolato, quello dell’eletto senza elettori e del direttore senza lettori. Prendete Antonio Polito, altro trascinatore di folle.Ha diretto per anni Il Riformista e dal 2006 è senatore, sempre all’insaputa dei più. Se avesse degli elettori, qualcuno lo fermerebbe per strada per avere spiegazioni su quanto ha dichiarato ad Annozero:“A me la legge Biagi piace così com’è”. Ha mai letto il programma della sua coalizione, che si impegna a “superare la legge 20”? Ed, eventualmente, perché non si è candidato con Berlusconi che, avendola scritta, è favorevolissimo a lasciarla com’è? Ma Polito Margherito, non avendo lettori, non corre rischi. Analogamente, se il Riformista avesse avuto lettori, quando attaccava chi criticava Berlusconi avrebbe ricevuto qualche lettera di protesta. Invece non ne aveva: ogni mattina, arrivando in redazione travestito da Sherlock Holmes fuori stagione, sbirciava nella buca delle lettere, trovandola sempre desolatamente vuota. “Vorrà dire che son tutti d’accordo con me”, diceva compiaciuto alla sua pipa, che gli lenisce la solitudine. Quando Furio Colombo dovette lasciarne la direzione, l’Unità ricevette migliaia di lettere di protesta e solidarietà, e le pubblicò per settimane. Il Riformista stigmatizzò con autentico sdegno l’usanza di pubblicare lettere: l’idea che un giornale abbia dei lettori li aveva totalmente spiazzati.Naturalmente sia Polito sia Caldarola detestano l’Unità e non ne fanno mistero. Caldarola denuncia, in un’intervista al Corriere, che “l’Unità degli ultimi anni s’è letteralmente trasformata”. Infatti lui l’aveva lasciata morta e, senza di lui, è risorta. Purtroppo però –osserva angosciato– “è diventata molto più giustizialista”. E non è bello, perché poi i lettori la comprano. “Anzi, le dico di più”, confida affranto: “la cultura giustizialista ha prodotto una vera e propria rete”. Il giornalista Roncone tenta di consolarlo: “Una rete? Addirittura?”. Ma il pover’uomo ormai è inconsolabile: “Addirittura, certo. Una rete che tiene insieme magistrati, mezzi d’informazione e pezzi di mondo politico. Così forte da produrre addirittura profitti. Fa vendere giornali, libri…”. Orrore: vi sono addirittura giornali e giornalisti dotati di lettori. Fuori i nomi: “Giornalisti tipo Travaglio, che con il giustizialismo si sta arricchendo… Ma non penso solo a lui. Anche a Santoro o, per capirci, all’Unità degli ultimi anni”. Ecco: non contenti di pubblicare libri e giornali, troviamo pure qualcuno che li compra. Per dire quanto è ramificata la Spectre. Si vocifera addirittura – Dio non voglia – che, dopo averli comprati, qualcuno li legga. E qui ci fermiamo, per evitare al sant’uomo inutili sofferenze aggiuntive. Perché questa storia dei giornalisti-con-lettori lo sta lentamente consumando. L’altro giorno, per esempio, questa versione moderna dell’onorevole Trombetta ha emesso il seguente comunicato: “Ho letto l’ennesima satwa di Travaglio su l’Unità, questa volta dedicato a me. Non replicherò perché Travaglio dice sempre le stesse cose e sull’intimidazione si è fatto una barca di soldi (...). Non ho alcuna voglia di perdere tempo con il trombettiere di alcuni procuratori. In questi anni, credo solo una volta, ho replicato a Travaglio. Questa è la seconda, non ci sarà la terza. Per me può andare a vaffa…”. E’ la prima volta che, per “non replicare”, uno scrive una lettera di venti righe. In cui, fra l’altro, confonde “fatwa” (la massima giuridica della Sharia islamica) con “satwa” (una delle tre energie della creazione indiana: satwa, rajas e tamas). Satwa è la pura essenza, alla quale si ispira la dieta satwica, tutta vegetale, tipica delle persone tranquille e contemplative. Ma non è il caso di Caldarola, decisamente troppo nervoso. Facciamo così: finchè non si rimette, se gli vien voglia di non-replicare a qualcuno, ci faccia un fischio: la non-replica gliela prepariamo noi.

2.12.07

FOLLINI

di Marco Travaglio – Unità  (grazie a Emilio Pierini) 

Marco Follini, a vederlo così, dev’essere proprio una cara persona. Sempre felpato, aggraziato, flautato. Fin da quando, ancora in fasce, Babbo Natale e Mamma Dc gli portarono in dono sotto l’albero la sua prima poltroncina: un posto ben infiocchettato nel consiglio di amministrazione della Rai. Lui vi si accomodò senza far rumore né dare fastidio, anche perché il suo sederino d’oro era ammortizzato con soffici pannolini Lines, anzi Follines.
Con la stessa grazia l’altro giorno s’è morbidamente assiso sull’ultima poltrona in ordine di tempo: quella di «responsabile per le politiche dell’informazione» del Partito democratico. La sua fu un’infanzia difficile. Mentre i suoi coetanei andavano all’asilo, con il cestino e il grembiulino, lui si faceva portare in viale Mazzini sul passeggino blu con la sirena, spinto da Biagio Agnes. Mentre i compagni di scuola si baloccavano con Big Jim e si scambiavano le figurine Panini, lui giocava ai palinsesti. Mentre gli amichetti dell’oratorio guardavano i cartoni di Heidi e Mazinga, lui li mandava in onda.
Gli altri, compreso l’inseparabile Piercasinando, abbordavano le ragazze: lui intanto riceveva Don Lurio, Pippo Baudo e Raffaella Carrà. Nel 1994, al seguito di Pier, Follines approdò al Ccd, poi ribattezzato Udc. Di cui, nel 2001, divenne il leader nazionale. Finché, nel 2005, fu promosso addirittura vicepresidente del Consiglio nel governo Berlusconi 2-bis. Difficile rintracciare, nella sua attività politica della passata legislatura, una traccia, un segno, un vagito che giustifichi la nomina di responsabile del Pd per l’informazione. Nel senso che per cinque anni Follines votò tutte le leggi vergogna, dalla prima all’ultima, senza eccezione alcuna.
E senza nemmeno la faccia malmostosa per la sbobba che gli toccava ingurgitare: anzi, digeriva tutto con quell’arietta soave e spensierata da vecchio bambino, da ministro al Plasmon. Votava le leggi sulla (anzi, contro la) giustizia: rogatorie, falso in bilancio, scudo fiscale, condoni, Cirami (uomo dell’Udc), Maccanico-Schifani, Cirielli, Pecorella. Ma anche sulla (anzi, contro la) libertà d’informazione: Gasparri 1, Gasparri 2, decreto salva-Rete4, Frattini sul (anzi, pro) conflitto d’interessi.

Mai l’ombra di un dubbio, un cenno di ripensamento. Intanto i diktat, bulgari e non, si susseguivano contro giornalisti e attori dotati di un briciolo di libertà. E lui sempre lì con l’estintore in mano a spegnere le polemiche: in fondo non stava accadendo nulla e bisognava «abbassare i toni».

Mentre Berlusconi, da Sofia, cacciava Biagi, Santoro e Luttazzi, Follines alzava il ditino e metteva sullo stesso piano epuratore ed epurati: «Non mi piacciono Biagi e Santoro, ma mi piacciono ancora meno le liste di proscrizione. E, poiché sono ottimista, dico che quelle liste non ci saranno. Certe reazioni sono sproporzionate». Naturalmente le liste ci furono, Biagi, Santoro e Luttazzi scomparvero per cinque anni dal video, sostituiti da un plotone di uomini Mediaset, ma lui non se ne avvide. Anzi, quando il 9 marzo 2003 Santoro reclamò i propri diritti violati, Follines lo zittì: «Ho letto l’intemerata-intervista di Santoro: faccio notare che lui non è Matteotti, Berlusconi non è Mussolini e quando tornerà in video non sarà lo sbarco in Normandia».

Dimenticò di spiegare quando sarebbe tornato in video. Poi rientrò in letargo per tre anni. Alla vigilia delle elezioni, attaccò il “Corriere della sera” perché Paolo Mieli aveva invitato i lettori a votare Unione: «Il Corriere ha perso un pizzico della sua credibilità».

Poi attaccò l’Unione: «Sembra un ballo a corte, frivolo e variopinto. Sulla sua bandiera si potrebbe scrivere il motto della Rai “Di tutto di più”. C’è posto per chi tifa per gli elettori iracheni e per chi sfila in piazza con la kefiah. Riescono a essere a favore delle famiglie e a favore dei Pacs. Per tenere la legge Biagi, per riscriverla e cancellarla. Per l’alta velocità, ma non tutti. Contro il ponte dello Stretto, ma poi a Messina dicono che lo faranno loro. Ci piacerebbe che la Margherita non fosse tanto insopportabilmente educata e compiacente verso i propri alleati. Abbiamo scoperto una sinistra una e bina».

Un anno dopo si schierava con la sinistra una e bina, frivola e variopinta. Talmente variopinta che l’ha nominato responsabile per l’informazione. Forse nella speranza che, nel frattempo, Follines s’informi.

25.11.07

E a Betlemme è nato Piercristo

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

Il futuro politico di Berlusconi è una incognita solo apparente. Esaminando le sue precedenti mosse, è sufficiente una banale elaborazione logico-matematica per avere la sequenza precisa degli avvenimenti di qui ai prossimi anni.

Gennaio 2008 Mentre i suoi alleati siedono al tavolo delle trattative per una nuova legge elettorale, Berlusconi si proclama unico interprete della volontà popolare e indice le elezioni per il 15 febbraio, con il sistema uninominale secco: ogni elettore dovrà segnare con un fagiolo il volto di Berlusconi sulle speciali cartelle della tombola distribuite nei gazebo. Se il fagiolo cade per terra la volontà dell'elettore sarà comunque chiara, certificata dalla mamma di Berlusconi che viene nominata Garante della Democrazia.

Febbraio 2008 Napolitano diffida Berlusconi: le elezioni con il fagiolo non possono essere ritenute valide, anche perché nessun altro leader ha fatto in tempo a presentare entro le cinque del pomeriggio, come richiesto da Berlusconi, i 20 milioni di firme necessarie per candidarsi, ognuna guarnita da una ciocca di capelli dell'elettore. Berlusconi risponde che la volontà popolare non può più essere disattesa, sorvola in biplano il Quirinale e viene eletto Maresciallo d'Italia con due milioni e 700 mila fagioli. Nomina i suoi infermieri Vicerè della Repubblica.

Marzo 2008 Asserragliati in un bar dell'Aventino, i leader di tutti gli altri partiti studiano le contromosse, elaborando una bozza di programma che andrà sottoposta a una commissione interpartitica che elabori una strategia per presentare a Napolitano, entro i prossimi sei mesi, una proposta di modifica della nuova Costituzione nel frattempo scritta e approvata da Berlusconi. Prevede solo tre articoli: uno per la prima serata, uno per la seconda e uno che abolisce il Parlamento. Napolitano, dall'esilio francese, fa sapere di essere preoccupato.

Giugno 2008 Berlusconi, nel frattempo divenuto Triumviro dell'Impero, si rifiuta di nominare gli altri due. Aggiunge ai suoi titoli quelli di Legionario di Roma, Piccola Vedetta Lombarda e Bellissima Fica. Si affaccia dal Quirinale e, sostenendo
di essere in sintonia con il popolo, suona la cetra con una corona di lauro in testa.

Novembre 2008 Il Commodoro d'Europa, Generalissimo Atlantico e Stallone Onorario delle Nazioni Unite Silvio Berlusconi sostiene di avere sognato il popolo che gli chiedeva di dichiarare guerra alla Galassia di Gnork. Decolla da Ciampino con un'astronave e, per distendere il clima politico, lascia il potere a sua madre. La signora Berlusconi sostiene di essere la sola interprete della volontà popolare e fa inserire nella Costituzione un quarto articolo con la ricetta del minestrone alla milanese.

Febbraio 2009 Berlusconi, nel frattempo divenuto Caudillo di Gnork ed Eroe della Quarta Dimensione, invade la Terra alla guida di un esercito di creature gelatinose e propone di abolire l'Ici. In sintonia con il popolo, mangia naftalina e sostiene di essere la reincarnazione di Eta Beta. Canta tutte le canzoni del Festival di Sanremo tranne una, eseguita da Giorgia, che vince grazie alla Giuria della Critica, sovvertendo la volontà popolare. Fa deportare Giorgia su Urano e dispone la fucilazione dei critici comunisti.

Dicembre 2023 Esce il nuovo cd di Berlusconi, con Apicella alla chitarra e Muti e Abbado, in catene, che dirigono l'orchestra. Il suo nuovo partito (Partito della Popolazione Popolare del Popolo Libero) raggiunge il 120 per cento dei voti grazie al buon rendimento in Borsa. La quinta moglie Michela Brambilla partorisce a Betlemme Piercristo Berlusconi. Le statue di Berlusconi in tutto il Paese vengono continuamente ritoccate da migliaia di chirurghi estetici per rappresentare in tempo reale il costante ringiovanimento del leader.

Ottobre 2190 Ormai da qualche mese a riposo a Villa Sardegna (una splendida residenza, con superficie pari all'intera isola), Berlusconi si spegne serenamente con il titolo di Gran Triangolo Ispiratore, Stella Polare dell'Umanità, Occhio di Luce, Guida Eterna, Accademico di Gnork, Somma Statura e Primo Classificato al Festival di Sanremo del 2009.

24.11.07

LE VESPE COCCHIERE

Marco Travaglio sull'Unità

E’ davvero seccante, per chi sognava di inaugurare il Pd con un bell’inciucio, che le intercettazioni Raiset abbiano riportato alla ribalta lo scandalo del conflitto d’interessi. Tant’è che, al solito, il problema sono diventate le intercettazioni e non il loro contenuto. Claudio Petruccioli, divenuto presidente della Rai in seguito a una visita a casa Berlusconi, addita il vero pericolo che incombe sul servizio pubblico, anzi sul servizietto privato: “i professionisti dell’anti-inciucio”. E subito le mosche e le vespe cocchiere gli van dietro. Giuseppe Caldarola regala un’intervista al Giornale berlusconiano per invitare tutti ad analizzare la questione con “una bella borsa del ghiaccio sulla testa”. Il problema è trovarla, la testa. Ma Caldarola è un giornalista prestato alla politica, che fortunatamente non l’ha più restituito. Dunque, anziché augurarsi che le notizie escano, possibilmente tutte, invoca ”interventi per fermare l’ennesima fuga di veleni”. Un po’ come fa Liberazione, che denuncia due scandali: la berlusconizzazione della Rai e la pubblicazione delle telefonate che la dimostrano. Come se ci fosse qualcosa di scandaloso nel legittimo e doveroso lavoro dei colleghi di Repubblica che han raccontato notizie vere in base a documenti ufficiali, non più coperti da segreto. Caldarola sposa in pieno le corbellerie del senatore Paolo Guzzanti (altro giornalista prestato alla politica, si spera in esclusiva) sullo stesso Giornale e da Bruno Vespa sul Gazzettino: è normale che i direttori di giornali e tg si consultino per “concertare”. Avvenne anche ai tempi del terrorismo e di Tangentopoli. Alle vespe cocchiere sfugge un particolare da niente: lo scandalo non è che i direttori si telefonino, ma quel che si dicono. Ai tempi di Tangentopoli e del terrorismo, quando circolavano notizie e indiscrezioni spesso incontrollate che potevano mettere in pericolo, rispettivamente, la democrazia e le vite umane, i direttori si consultavano per dare le notizie nel migliore dei modi, senza cadere in trappole né avallare polpette avvelenate. Cioè per informare nel modo più attendibile possibile. Ora, dalle intercettazioni, risulta che dirigenti Rai infiltrati da Berlusconi concordavano con Mediaset e lo staff del premier come occultare, edulcorare, mascherare, ritardare, falsificare le notizie, a maggior gloria del Capo. Tant’è che i suddetti dirigenti Rai sono tutti ex assistenti, segretari, visagisti, deputati dello stesso Silvio, non giornalisti interessati a servire al meglio i cittadini. Naturalmente Caldarola, che negli ultimi anni deve aver vissuto molto all’estero, o su un altro pianeta, respinge come “grottesco” il sospetto di “una regìa in questa consultazione”: che cioè Berlusconi, “chiuso in una stanza, faccia il burattinaio della storia italiana, decidendo i dettagli dei programmi o i titoli”. Ecco, questo proprio no: è un’orrenda calunnia inventata dai nemici dell’inciucio,anzi della “pacificazione fra due eserciti che sono stati in guerra”. Capìta l’antifona? Un ducetto occupa militarmente la Rai epurando giornalisti, attori e soprattutto notizie, sostituendo quelle vere con quelle false. E alla fine salta su il Caldarola di turno a invocare “la pacificazione fra gli eserciti in guerra”: le vittime chiedano perdono ai carnefici, i censurati si scusino con i censori. Naturalmente è la stessa teoria del Cavaliere e dei suoi cari. I quali però si possono capire: di servi sciocchi e furbi è piena l’Italia. Più curioso il fenomeno di quelli che Francesco Merlo chiama i “servi disinteressati”, quelli che servono gratis: come diceva Victor Hugo, “c’è gente che pagherebbe per vendersi”. Il sen. Polito margherito vorrebbe una commissione parlamentare d’inchiesta, ma non sullo scandalo Raiset: “sull’ uso improprio delle intercettazioni”. E teme “un’inchiesta giudiziaria a orologeria per fini politici”. E scrive tutto ciò sul Foglio di Berlusconi. Vespa, che pubblica i libri con Mondadori (Berlusconi- Previti),scrive impavido: “Ha ragione Confalonieri: la nuova guerra contro Berlusconi è solo all’inizio”, ma “del polverone resterà solo un mucchietto di polvere”. Con qualche insetto che ci ronza sopra, s’intende. Non si accorgono, le vespe cocchiere, che più parlano, più confermano lo scandalo del conflitto d’interessi. L’altroieri, a Otto e mezzo, Ferrara & Armeni intervistavano Berlusconi.Lui,stipendiato da Berlusconi, definiva “strepitose” le sue ultime mosse. Lei invece le giudicava soltanto “geniali”. Infatti, è quella di sinistra.

19.11.07

Happy hour con delitto

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

Lo share del delitto di Perugia è elevatissimo. Il fatto che la vittima fosse una studentessa inglese ventenne e non un anziano geometra piemontese è stato graditissimo dal pubblico: un vero colpo di fortuna. Il mondo dei media è euforico ma al tempo stesso preoccupato: quanto bisognerà aspettare ancora, prima che un nuovo crimine abbia altrettanto successo? L'indimenticabile titolo del Tg1 'Sodoma a Perugia' è destinato a rimanere un singolo, trionfale episodio oppure può avere un seguito, tipo 'Vercelli come Babilonia' o 'Rieti è la nuova Bisanzio'? Niente panico: i prossimi delitti da copertina non mancheranno, e siamo in grado di anticiparveli.

Il delitto di Novara Una giovane, avvenente commessa viene trovata cadavere dalla sorella, una giovane e avvenente impiegata. Intorno al cadavere decine di salatini, barbaramente spiaccicati, indirizzano le indagini nel torbido mondo dell'happy hour. Viene arrestato un giovane, avvenente barman: sotto le scarpe, dentro le calze e perfino tra le dita dei piedi ha migliaia di briciole di salatino. Avrebbe ucciso per vendetta: entrambe le sorelle lo deridevano per la pessima qualità del suo Cuba Libre. Metteva la besciamella al posto del rhum. Emerge uno spaventoso spaccato sociale: non solo a Novara si bevono centinaia di long-drink, ma ci intingono dentro i pavesini. L'opinione pubblica è sgomenta: Vespa mostra a 'Porta a porta' lo shaker agitato dal barman per terrorizzare la vittima. Titolo del Tg1: 'Novara maledetta'.

La strage di Lucca In realtà viene trovata morta solo una ragazza, una giovane e avvenente aristocratica. Ma avendo cinque cognomi (Rustichini Antinori Frescobaldi Acton Semiramide) i media colgono la palla al balzo e parlano di strage. Le indagini convergono su un ufficiale dell'anagrafe che aveva dovuto registrare un paio di documenti della donna. Titolo del Tg1: 'Lucca maledetta e sciagurata'.

Il mistero di Verbania A Verbania scompare nel nulla una giovane e avvenente infermiera. Il fidanzato è uno psicopatico antropofago, reo confesso, che si costituisce il mattino dopo il delitto. Delusi dalla rapida soluzione del giallo, i media sostengono che la confessione non regge: Vespa, a 'Porta a porta', con la collaborazione di un esperto chiamato apposta dal Borneo, dimostra che è impossibile ingerire una ragazza intera in una sola notte. Titolo del Tg1: 'Verbania maledetta, sciagurata e ignobile'.

Il giallo di Forlì A Forlì viene commesso il primo omicidio dal 1774. L'Italia è sconvolta: perché proprio a Forlì? Che cosa si è rotto nel tessuto sociale della città? Titolo del Tg1: 'Forlì maledetta, sciagurata, ignobile, violenta, corrotta, farabutta, disperata, depravata, immonda, perduta, perversa, maiala, sodomita, feticista e pure racchia'.

Il serial killer di Usmate Quattro cadaveri di donne (solo tre giovani e avvenenti: una è una vecchia di aspetto orribile, probabilmente un errore dell'assassino) in quattro villette a schiera, tutte nell'hinterland milanese. Accorsi sul posto, gli investigatori dichiarano che le indagini sono a trecentocinquanta gradi: dieci gradi sono preclusi alla vista da un pilone dell'autostrada. Il principale sospettato è un operaio che tutte le sere non riusciva a rincasare perché perdeva l'orientamento nelle rotonde stradali dell'hinterland. Essendo identici tutti i paesi, tutte le strade e tutte le villette a schiera, l'operaio, esasperato, entrava sempre nella casa sbagliata e, spaventato dalle urla, strangolava l'occupante. Titolo del Tg1: 'Usmate come Velate come Lentate come Besnate come Vimercate'.

Il delitto maledetto dei fidanzatini maledetti nella villetta maledetta del quartiere maledetto nella periferia maledetta della città maledetta di Ancona. Una storia di straordinaria efferatezza. Ma si sgonfia quasi subito a causa dell'eccessiva lunghezza del titolo: non c'entra nei giornali tabloid.

16.11.07

Il triangolo nero / Nessun popolo e’ illegale

Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne - la petizione online


La storia recente di questo paese e’ un susseguirsi di campagne d’allarme, sempre piu’ ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando “emergenze” e additando capri espiatori.
Una donna e’ stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida e’ sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena e’ la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L’odioso crimine scuote l’Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena e’ stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignita’? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che e’ italiana, e che l’assassino non e’ un uomo, ma un rumeno o un rom.
Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all’uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanita’. Delle loro condizioni, nulla e’ piu’ dato sapere.
Su queste vicende si scatena un’allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell’ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.
E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall’Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla piu’ forte, denunciando l’emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalita’ (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli piu’ bassi dell’ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L’omicidio volontario in Italia e l’indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima e’ una donna; piu’ di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro e’ sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide piu’ della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.
Nell’estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non e’ un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l’aspetto fisico e la disponibilita’ sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parita’ femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell’influenza politica, l’Italia e’ 84esima. Ultima dell’Unione Europea. La Romania e’ al 47esimo posto.
Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
Succede che e’ piu’ facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell’insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.
Succede che e’ piu’ facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all’assistenza sanitaria, al lavoro e all’alloggio dei migranti; che e’ piu’ facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
Succede che sotto il tappeto dell’equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno e’ vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, meta’ delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che e’ sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver “delocalizzato” e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.
Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d’ora di popolarita’. Non si chiedono cosa avverra’ domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che e’ dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre gia’ echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.
Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell’ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di liberta’, dignita’ e civilta’; che rende indistinguibili responsabilita’ individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell’intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d’infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l’ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.
Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell’intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non e’ una forma di “concorso morale”.
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
Nessun popolo e’ illegale.

Proposto da Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Marco Rovelli, Stefania Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce, Wu Ming.

1.10.07

Vendiamo l'Italia a Bill Gates

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

Come recuperare la popolarità perduta? Molti politici italiani si stanno dando da fare per risalire almeno di qualche punto la scala del gradimento. Ma è un percorso irto di ostacoli, e spesso molto costoso. Vediamo quali sono i metodi più seguiti.

Esperti di immagine. Insieme ai posteggiatori abusivi e alle danzatrici del ventre, gli esperti di immagine sono l'unica categoria di lavoratori ancora sprovvista di un albo professionale. (Non per caso, molti di loro sono ex posteggiatori abusivi o ex danzatrici del ventre). Nonostante questo, molti leader politici spendono quasi tutto il loro stipendio per farsi spiegare da un esperto di immagine se sia meglio presentarsi in tv ben pettinati oppure con una merda di mucca sulla testa. Il ricorso agli esperti di immagine è ormai così prezioso e consolidato che l'onorevole Casini, la settimana scorsa, ha rischiato di partecipare a 'Ballarò' con una merda di mucca sulla testa perché aveva dimenticato di consultare il suo esperto di immagine. Una leggerezza che poteva costargli molto cara. Ogni esperto di immagine ha i suoi segreti, che custodisce gelosamente anche perché valgono molte migliaia di euro. C'è chi suggerisce di vestirsi normalmente e di evitare i travestimenti da Davy Crockett, chi raccomanda di non presentarsi mai con le armi in pugno ai dibattiti televisivi, infine chi ha scoperto quanto sia importante rivolgersi al pubblico quando si è in onda e non in ascensore mentre si sta raggiungendo lo studio.

Riforme istituzionali. Basta con le Bicamerali rissose, con i tira-e-molla inconcludenti. Il paese chiede cambiamenti visibili, novità percepibili. Un'agenzia di comunicazione ha messo in vendita (a prezzi esorbitanti) un pacchetto di proposte di riforma istituzionale che sta andando a ruba tra i leader di partito a corto di idee. Secondo indiscrezioni, tra le proposte più suggestive ci sono: un Governo delle Amazzoni, il ritorno dei Borbone, dichiarare guerra alla Svizzera, assumere au pair la classe politica della Norvegia, vendere l'Italia a Bill Gates, eleggere un papa tedesco (proposta estrema, destinata a turbare molto l'opinione pubblica), l'ibernazione del paese fino al trentesimo secolo, lo scioglimento delle Camere con l'acido (lodo Provenzano), addirittura il ritorno di Berlusconi al governo con incoronazione in Duomo.

I Febbrili. Un gruppetto di parlamentari di entrambi gli schieramenti, autodenominati 'i Febbrili', si sono imposti di dare un segnale al paese varando entro un paio di anni almeno la riforma della pesca con la fiocina, paralizzata in Parlamento da veti incrociati. I Febbrili promettono di non fermarsi lì: rientra nei loro programmi anche la nuova legge quadro sul formato dei biglietti del cinema. Rifondazione comunista ha comunque fatto sapere di non essere disposta, sul formato dei biglietti del cinema, ad accettare pasticci e compromessi che non sarebbero capiti dai lavoratori.

Auto blu. Ogni passaggio di un'auto blu per le vie cittadine è ormai accompagnato da pernacchie e gesti dell'ombrello. Per ovviare agli abusi, è allo studio una proposta Mastella che prevede di ridipingere di bianco tutte le auto blu in modo che non si notino. Al posto della sirena sul tetto, le auto di scorta avranno un pupazzo rotante di Paperino o di Homer Simpson, per avvicinare l'immagine dello Stato alla vita della gente comune. Quanto all'uso dei voli di Stato e alle conseguenti polemiche giornalistiche, per dare un forte segno di discontinuità e dunque di risparmio, gli aerei rimarranno a disposizione ma senza equipaggio, e dovranno essere pilotati personalmente dai ministri. Ogni decollo sarà preceduto da sirene di allarme per invitare la popolazione a chiudersi in casa.

Case. Le case a prezzi di favore sono uno degli elementi che maggiormente indispongono l'opinione pubblica. Per questo un gruppo di parlamentari di entrambi gli schieramenti, autodenominato 'i tre Porcellini', sta costruendo a mani nude delle casette di paglia, di legno e di mattoni. In attesa del Lupo. Quella di mattoni è già stata assegnata a Clemente Mastella.

17.9.07

Se gli agnelli diventano lupi


SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

Gli Agnelli ancora non hanno finito di contarsi, molti non si conoscono tra di loro. Ma tutti hanno diritto all'eredità. Anche gli Staminer del ramo merovingio e quelli di Casale Monferrato. Commenta

Come mai Capinera Agnelli non è andata alla prima comunione della piccola Otaria Rattazzi? E perché l'ultimo nato di casa Elkann si chiama Peppe, forse per contrariare gli altri Agnelli? E come valutare la decisione dei Nasi, dei Grande Stevens e dei Borromeo di calpestare le magnifiche ortensie della villa di Marilù Barba Cobolli Wittenberg durante la cerimonia funebre della zia Sibillina Barba? Sono queste le domande che scuotono l'opinione pubblica italiana, interessatissima alle dispute dinastiche e finanziarie di casa Agnelli. Vediamo, dunque, di fare chiarezza.

La famiglia Gli ufficiali d'anagrafe di mezza Europa stanno cercando di stabilire almeno il numero preciso degli Agnelli e degli imparentati. Secondo una stima approssimativa, si tratterebbe di circa quattromila persone, tutte aventi diritto a una quota d'eredità. Oltre agli Agnelli ci sono i Nasi, gli Elkann, i Rattazzi, i Gabetti, i Santalbano di Santalbano e i Santalbano di Papò, i Montezemolo, gli Gnemmi, gli Gnommi, gli Staminer del ramo merovingio e quelli di Casale Monferrato, i Pautasso di Helsinore, i Rebaudengo di Malta, più altri lontani cugini che nelle scorse settimane hanno suonato il campanello di Villar Perosa presentando le credenziali e pretendendo almeno il tagliando gratuito della Punto. Molti degli Agnelli neppure si conoscono tra loro, e durante l'ultimo raduno degli eredi si mormora che un cameriere precario, approfittando della confusione, si sia accreditato come un cugino Nasi, riuscendo a ingannare anche il notaio e impossessandosi della tabacchiera d'oro del nonno Giovanni.

Il patrimonio Si parla di svariate migliaia di milioni di euro, la cui divisione tra i 4 mila pretendenti è allo studio di un pool di matematici tedeschi, che dopo tre anni di inutili calcoli hanno proposto di dividere tutto in grossi mucchietti e tirare a sorte. Ma la soluzione non è piaciuta agli eredi diretti, che sono solo un centinaio e rischiano di ritrovarsi proprietari di una cinquantina di metri della pista del Lingotto mentre magari un qualunque zio Rebaudengo si prende l'Alfa Romeo. Tutto è dunque ancora in discussione.

Gli immobili Oltre alla celebre villa di Villar Perosa, con le porte da calcio in ogni camera da letto e due guardialinee al posto dei comodini, c'è quella del Sestriere, con lo skilift che porta ai piani superiori, quella di Sankt Moritz che appartenne allo Scià di Persia e venne disegnata da Soraya in persona (il tetto è cotonato), l'attico di Manhattan al trecentesimo piano con vista sui due mari, Atlantico e Pacifico, la villa di Kabul purtroppo bombardata (c'era la collezione di cristallerie boeme di Nasturzia Agnelli), la villa di Portofino e Camogli (è lunga dodici chilometri e unisce le due città), la villa di Bombay con gli elefanti addestrati che servono a tavola, il castello in Transilvania con vampiri veri, anche volanti, e infine le duecento villette a schiera lungo la Tangenziale di Torino volute dall'eccentrico prozio Gigi, che lasciò la vicepresidenza della Fiat per fare il geometra. Essendo una famiglia molto unita, fino adesso i quattromila Agnelli hanno condiviso ognuna di queste case, arrivando per i week-end tutti insieme ogni venerdì sera. Molto suggestiva la cerimonia del check-in, con gli Agnelli smistati nelle stanze da robuste guardie armate per impedire colluttazioni. Ma i frequenti e imbarazzanti scambi di cravatte e di spazzolino da denti hanno fatto capire che è venuto il momento di dividersi le case, a costo di smontarle e portarle via, una stanza a testa.

La Fiat Grande imbarazzo tra gli eredi quando i notai hanno fatto notare che c'è anche la Fiat. Gli Agnelli presenti hanno cominciato a tossicchiare e guardare in aria. Qualcuno ha chiesto a che distanza dai campi da golf si trovano gli stabilimenti. La soluzione, per adesso, è dare la fabbrica in affido a Marchionne, che ha accettato solo a patto che la famiglia si limiti a telefonare ogni tanto, per cortesia non tutti insieme.

5.9.07

Vita sotto assedio di un cronista a Palermo
"Sotto scorta in una Sicilia senza onore"

intervista a Lirio Abbate (Giuseppe D'Avanzo - Repubblica.it)

Dice Lirio Abbate che il lavoro di cronista a Palermo o è accurato o non è. Lirio ha 37 anni, è redattore all'Ansa. Come tutti i siciliani "buoni", come tutti i siciliani migliori, non è portato a far gruppo, a stabilire solidarietà e a stabilirvisi. Sono i siciliani peggiori quelli che hanno il genio del gruppo, della "cosca", ricordava Sciascia. Sarà per questo, che Lirio se ne sta per conto suo e segue la sua strada anche se sa bene quale sarebbe il modo più conveniente per starsene in ombra, un po' in disparte e in pace. Puoi sempre scivolare lento sulla superficie dei fatti e quindi "prendere atto": prendere atto che quello è indagato per mafia; che quell'altro è stato rinviato a giudizio; che quell'altro ancora è sotto processo per favoreggiamento alle cosche; che la magistratura sempre "indaga a 360 gradi".

Nessuno te ne vorrà. È il tuo lavoro e se fai il tuo lavoro con prudenza, senza eccessi, con mediocrità, nessuno salterà su contro di te. Però, dice Lirio, che ha una compagna e un bimba di dieci mesi, questo lavoro non è accurato, non è onesto perché non racconta quel che vede e sa: "Io so, noi sappiamo chi sono i mafiosi e gli amici dei mafiosi o i loro protettori. Non ho, non abbiamo bisogno di attendere una sentenza o la parola della Cassazione o un'inchiesta giudiziaria perché penso che, prima della responsabilità penale, sempre eventuale, ci sia una responsabilità sociale e politica accertabile. Se il deputato, il consigliere regionale, l'assessore, il primario, il professore universitario se ne vanno in giro con il mafioso è un fatto. Si conoscono, passeggiano sottobraccio, si baciano quando s'incontrano. È soltanto accuratezza non rinviare ai tempi di una sentenza quel racconto. È il mio lavoro dirlo ora, subito. Non sono una testa calda, non sono un estremista, sono un cronista e credo che il mio impegno sia stretto in poche parole: raccontare quel che posso documentare".

Deve essere questa convinzione che ha fottuto Lirio. Alla vigilia delle elezioni amministrative (maggio 2007), il suo metodo di lavoro deve aver messo di cattivo umore qualche capintesta moralmente opaco. La sua certosina ostinazione a ricostruire la rete di complicità "borghesi" che, per 43 anni, ha custodito la latitanza di Bernardo Provenzano non deve aver migliorato l'umore di altri. Un giorno lo chiamano in questura e gli dicono che "non si deve preoccupare, ma che sarà protetto con discrezione". Lirio si preoccupa, altroché. Cerca di capire. Capisce che sono in corso delle intercettazioni nel quartiere mafiosissimo di Brancaccio e in quelle conversazioni è saltato fuori che occorrono delle armi per fare "una sorpresa a quel rompicoglioni". Dice Lirio che, in quei momenti, quel che ti sta accadendo ti appare del tutto sproporzionato. "In fondo, sei consapevole che il tuo lavoro, per quanto meticoloso e accurato, nella migliori delle ipotesi si avvicina, senza svelarla, all'autentica realtà delle cose. Ti chiedi qual è stata la frase, il dettaglio, il nome che può avere inquietato e non sai dirlo. Puoi forse immaginarlo, non averne la certezza. Così vai avanti. Fingi che non sia accaduto niente. Tieni per te l'angoscia, senza rovesciarla su chi ti è accanto. Tanto passerà".

Non passa invece. Un giorno Lirio trova sulla sua auto "la lettera di un amico". Lo invita "a stare attento". In questura dicono che la minaccia è "molto seria", che una scorta armata lo seguirà passo passo durante il giorno. Per un cronista andarsene in giro con uomini armati è molto buffo. Il lavoro ne è irrimediabilmente pregiudicato. Quale "fonte" accetterà di incontrarti? Quale fonte ti confermerà quel che non potrebbe confermarti? Devi fermarti all'ufficialità, al "prendere atto". Dice Lirio che anche per questo, con la direzione dell'Ansa, decide di "staccare", di venir via dalla Sicilia, di starsene qualche mese a Roma, nella redazione centrale.

Lirio è tornato a Palermo soltanto dieci giorni fa e quelli subito si sono fatti sotto. Nella notte gli hanno sistemato una bomba incendiaria sotto l'auto. Il quartiere della Kalsa bloccato per ore. Polizia a sigillare la zona; artificieri per disattivare l'ordigno; vigili del fuoco preparati al peggio; carri dei vigili urbani per spostare in fretta le auto che davano impiccio e, nei giorni successivi, il silenzio di Palermo. Un silenzio freddo, scrupoloso, amaro che lo imprigiona come in una bolla d'aria. Dice Lirio che non vuole parlare di "solitudine" perché gli sembra retorico e inesatto: se ne vergognerebbe.

"In quel che mi accade" sostiene Lirio "mi sento fortunato. Sento accanto a me l'amichevole presenza dei miei colleghi di redazione. La direzione dell'Ansa è premurosa. Polizia e magistratura di più non potrebbero fare per rassicurarmi. Ma, se si esclude questo cerchio protettivo, avverto l'indifferenza della città. Un sindacato di giornalisti ha diffuso un comunicato in cui si diceva, più o meno, che - è vero - Lirio Abbate è minacciato, ma è un affare che riguarda soltanto lui perché - tranquilli - i cronisti siciliani non corrono alcun pericolo. Si può? Quest'incomprensione collettiva è un grumo di veleno e di amarezza che aggrava l'angoscia peggio della minaccia di quei vigliacchi e non parlo di me soltanto, parlo delle decine di casi che, come il mio, si consumano ogni giorno in città, nell'indifferenza di una Palermo muta che quotidianamente "prende atto" di negozi bruciati dagli estorsori che non risparmiano i piccoli e piccolissimi esercizi e finanche i distributori di benzina. Una città dove, se ti portano via l'auto o la moto, sai a chi puoi rivolgerti - tutti sanno chi è il mafioso del quartiere - per fartela restituire dietro il pagamento di una cauzione, così la chiamano. È vero, l'iniziativa di Confindustria è straordinaria. Erano dodici anni che le associazioni antiracket invocavano un gesto, un passo deciso. Ora c'è una promessa. Vedremo con il tempo se alle parole seguiranno i fatti. Però, perché prima di mandar via chi paga il pizzo non si comincia a mettere fuori da Confindustria l'imprenditore condannato per mafia? Ce ne sono. Basta guardare a Caltanissetta".

Dice Lirio che hanno ragione il capo dello Stato e il governo a chiedere che "la società civile" faccia la sua parte contro la mafia. È la parte del problema con cui egli sente di dover fare più dolorosamente i conti, oggi. "È un paradosso. Credi di dover fare in modo accurato il tuo lavoro di cronista per illuminare nell'interesse dell'opinione pubblica, di quella "società civile", gli angoli bui e sporchi del cortile di casa. Poi scopri che sei un ingenuo. Nessuno vuole guardare da quella parte, in quegli angoli - no - preferiscono voltarsi da un'altra parte anche se stai lì a tirargli la giacchetta. E allora perché lo faccio?, ti chiedi. Perché infliggo a chi mi è caro ansia, paura, apprensione e, Dio non voglia, pericoli? Perché, mi chiedo, non ascolti chi ti dice: ma chi te lo fa fare, vattene da qui, vattene subito, non ti accorgi che non vale la pena?".

La voce di Lirio sembra rompersi ora. Percettibilmente, il timbro diventa roco e trattenuto come di chi si sta sforzando di controllare un'emozione che forse è rabbia, forse è avvilimento o forse entrambe le cose. Dopo qualche secondo, Lirio dice finalmente: "Lo sai perché non decido di andarmene? Per onore. Sì, per onore! Non per il mostruoso, folle, ridicolo onore di cui si riempiono la bocca mafiosi deboli con i forti e forti con i più deboli, ma per quell'onore che mi chiede di avere rispetto di me stesso, che mi impedisce di inchinarmi alla forza e alla paura, di scendere a patti con ciò che disprezzo. Quell'onore che molti siciliani hanno dimenticato di coltivare".

27.7.07

CASO UNIPOL-BNL-DS, I PUNTINI SUGL’”I”

di Marco Travaglio

Sul caso Unipol-Bnl-Ds, che qualche furbetto seguita a chiamare “caso Forleo” (inesistente), si continua a raccontare un sacco di frottole.
1)Si favolegga che la gip Clementina Forleo si sia spinta al di fuori delle propria orbita, “anticipando una sentenza di condanna”. Ma, che almeno due dei tre esponenti Ds sorpresi al telefono con Giovanni Consorte non siano stati semplici “tifosi” della scalata Unipol alla Bnl, ma ben di più e di peggio, non lo dice solo la Forleo: lo dicono anzitutto gli stessi D’Alema e Latorre al telefono con Consorte. Il 6 luglio 2006 Consorte ha il problema di accordarsi con il socio forte di Bnl, Francesco Gaetano Caltagirone, editore, costruttore, suocero di Casini e capofila dei “contropattisti” Ricucci, Coppola, Lonati, Statuto e Bonsignore. E dice a Latorre: “L'ingegnere (Caltagirone, ndr) e i suoi accoliti si sono defilati [...]. Io domani ho l'incontro con loro alle sei, alle otto ti chiamo e ti dico come va a finire”. Latorre, che in teoria sarebbe un parlamentare Ds e non un uomo d’affari, propone: “Ma che deve fare una telefonata Massimo (D'Alema, ndr) all'ingegnere (Caltagirone, ndr)?”. Consorte: “È meglio che Massimo fa una telefonata. Perché a questo punto se le cose non vengono fatte, si sa per colpa di chi”. L’indomani, puntualmente, Caltagirone e i contropattisti si accordano con Unipol. Missione compiuta. E’ “tifo” questo? E’ “informarsi”? O è partecipare a una scalata che i magistrati ritengono illecita (“disegno criminoso”), in quanto occulta, compiuta prima del lancio dell’Opa?
Qualche giorno dopo, 14 luglio 2005, D’Alema riparla con Consorte: “Ho parlato con Bonsignore, che dice cosa deve fare, uscire o restare un anno… Se vi serve resta (azionista della Bnl, ndr)… Evidentemente è interessato a latere in un tavolo politico”. Consorte:“Chiaro, nessuno fa niente per niente”. Ecco: trattare pacchetti azionari con un socio della Bnl come Vito Bonsignore, fra l’altro eurodeputato dell’Udc e pregiudicato per corruzione, in cambio di misteriosi e finora inspiegati “tavoli politici a latere” che cos’è? Tifare, informarsi, o partecipare – in palese conflitto d’interessi tra politica e affari - a una scalata che i giudici ritengono illegale in quanto occulta, compiuta prima del lancio dell’Opa?
2)Si favoleggia di un insanabile contrasto fra la Procura, che non ha iscritto i parlamentari Ds nel registro degli indagati, e la Gip che, “invadendo il campo” dei pm, li accusati di complicità in un “disegno criminoso”. Ma non c’è alcun contrasto tra gip e pm milanesi. L’ha detto il procuratore Francesco Greco, domenica scorsa, al Sole 24 ore: “La nostra scelta è stata di non far nulla nei confronti dei parlamentari (non iscriverne ancora nessuno sul registro degl’indagati, ndr) finchè le Camere non avessero dato l’autorizzazione a utilizzare le intercettazioni telefoniche che li riguardano. E da questo punto di vista la Forleo ci dà ragione”. Del resto, anche se pochi se ne sono accorti, nella richiesta di autorizzazione all’uso delle telefonate intercettate del caso Unipol-Bnl inoltrate dalla Procura alla gip Forleo il 10 luglio 2007 (a firma del pm Luigi Orsi), si legge che questa è finalizzata a indagare sull’“aggiotaggio manipolativo e informativo” commesso da “Consorte, Sacchetti, Cimbri, Fiorani e Boni (…) in concorso fra loro e con altri da identificare” perché “con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, attivavano una scalata occulta alla Bnl e compivano atti concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo dell’azione ordinaria della Bnl ed in particolare, mentre negavano reiteratamente e specificamente al mercato di condurre la scalata a Bnl, rastrellavano pacchetti di azioni Bnl (…), disponevano acquisti a nome e nell’interesse di altri soggetti ad essi collegati (…), e finalmente il 18 luglio 2005 coordinavano ed eseguivano i plurimi contratti in virtù dei quali veniva formalizzato il passaggio delle azioni già proprietà dei soci di Bnl definiti ‘contropattisti’ (Caltagirone, Coppola, Statuto, Lonati, Grazioni, Bonsignore) ai soggetti legati alla ‘cordata Unipol’ e rendevano pubblico il concerto che non si era costituito quel giorno, ma preesisteva quanto meno dalla metà di giugno 2005. Così provocavano una sensibile alterazione del prezzo dell’azione ordinaria della Bnl e ciò in ragione dell’effetto che detta occulta attività determinava in più direzioni (…): Fatti di aggiotaggio informativo (propalazione di notizie false) e manipolativo (negoziazioni sul mercato ordinario e dei blocchi della Borsa di Milano) consumato in Milano tra il 18 marzo ed il 18 luglio 2005 (…). Le fonti di prova che si sono sinteticamente rassegnate trovano decisivi riscontri nelle conversazioni telefoniche degli indagati, comprese quelle alle quali hanno preso parte membri del Parlamento. Ciò per la fondamentale ragione che le comunicazioni telefoniche intercettate cadono proprio nel corso del periodo in cui il reato di aggiotaggio ipotizzato si sta consumando (giugno-luglio 2005). Nel corso di queste conversazioni infatti l’indagato Consorte espone ai suoi interlocutori quello che sta facendo (…)”.
Ora, se le parole hanno un senso, i reati di aggiotaggio sono stati commessi “in concorso con altri da identificare”: e, visto che al telefono si è sempre in due, anche per i pm di Milano i possibili concorrenti nel “disegno criminoso” sono i parlamentari che parlano con Consorte. La Forleo non ha fatto altro che esplicitare questo concetto, spiegando al Parlamento perché quelle telefonate sono assolutamente necessarie per le indagini già avviate e per quelle ancora da avviare e chiarendo che, una volta autorizzate, le telefonate potranno essere usate anche contro i parlamentari interessati. Alcuni insigni giuristi scrivono che la Gip non poteva comunque “accusare” parlamentari non ancora indagati dalla Procura. Ma la Procura e la Gip ribattono di non aver ritenuto possibile indagare quei parlamentari, visto che le eventuali prove a loro carico, le uniche, sono contenute proprio nelle telefonate in questione: che, finchè il Parlamento non ne autorizzerà l’uso, sono inutilizzabili. Come se non esistessero. Se anche fosse vero che s’è sbagliato, lo si è fatto perché la legge Boato del 2003 che impone l’autorizzazione del Parlamento per qualunque telefonata intercettata in cui compaia la voce di un parlamentare, è una boiata pazzesca. Una “norma indecorosa, scritta coi piedi, grossolanamente invalida”, tant’è che “è facile previsione che tale sia dichiarata dalla Corte costituzionale”. Parola di Franco Cordero, principe dei processualisti italiani, su la Repubblica di ieri. Invece di prendersela con la Forleo, il Parlamento farebbe bene a non legiferare coi piedi. O comunque, dopo averlo fatto, a prendersela con se stesso.

25.7.07

NON PERTINENTE SARA' LEI

di Marco Travaglio per il suo blog

"Anche il Presidente della Repubblica dei Mandarini Intoccabili, davanti al Csm, ha voluto dare la sua bastonata al gip Clementina Forleo, rea di “valutazioni non pertinenti ed eccedenti”, cioè di lesa maestà nei confronti di sei parlamentari che due estati fa scalavano banche e case editrici in combutta con i furbetti del quartierino e si avvertivano a vicenda delle intercettazioni in corso (D’Alema, essendo molto intelligente, per avvisare Consorte del suo telefono intercettato, gli telefonò).
Secondo Napolitano, con queste “fughe di notizie” l’opinione pubblica rimane disorientata. In realtà, proprio grazie al giudice Forleo e ai giornali che hanno riferito le sue ordinanze, l’opinione pubblica ha capito benissimo tutto. E cioè che “non pertinente ed esorbitante” è il comportamento dei politici scalatori, non dei giudici che li hanno scoperti e processati. E che la vera fuga di notizie è quella di chi avvertì politici e furbetti che erano intercettati, rovinando le indagini sul più bello, non certo quelle dei giornali che stanno pubblicando atti non segreti, cioè pubblici.
Napolitano, come pure Marini e Bertinotti, presidenti del Parlamento degl’inquisiti e dei condannati, e come il cosiddetto ministro della Giustizia Mastella, è sgomento per la pubblicazione delle ordinanze della Forleo prima che queste giungessero al Parlamento. Forse il suo costosissimo staff (il Quirinale costa il quintuplo di Buckingham Palace) s’è dimenticato di spiegargli come avvengono queste cose: visto che, dal 2003, la legge impone ai giudici di chiedere il permesso al Parlamento per usare le telefonate intercettate in cui compare la voce di un parlamentare, la gip Forleo ha chiesto quel permesso con due apposite ordinanze. Che, secondo la legge, sono state depositate nella canceller ia del Tribunale venerdì scorso, a disposizione degli indagati e dei loro avvocati. Da quel momento le ordinanze hanno cessato di essere segrete. Gli avvocati ne hanno preso copia e, senza commettere alcun reato, le hanno passate ai giornalisti. I quali, senza commettere alcun reato, le hanno raccontate ai cittadini.
Nessuna violazione del segreto, nessuna fuga di notizie. Di che parlano, allora, le più alte cariche dello Stato? Possibile che non abbiano nulla da dire sugli onorevoli D’Alema, Fassino, Latorre, Cicu, Comincioli e Grillo (Luigi) che scalavano banche abusando del proprio potere, alle spalle dei propri elettori?
Possibile che, ogni qual volta il termometro segnala la febbre e il medico diagnostica la malattia, le alte cariche se la prendano col termometro e col medico?
In ogni caso, se Clementina Forleo e i suoi colleghi vogliono evitare, in futuro, di finire massacrati dai politici della casta, anz i della cosca, sanno quel che devono fare.
1) Mai intercettare un delinquente Vip, onde evitare il rischio che questo poi parli con un politico.
2) Se comunque scappa qualche intercettazione in cui si sentono le voci di politici a colloquio con vari farabutti, fare finta di non riconoscerle.
3) Se il perito che trascrive le telefonate riconosce ugualmente le voci dei politici, cestinare la perizia e cambiare perito.
4) Se i reati risalgono a due anni prima, anche se non è ancora scattata la prescrizione, bruciare tutto perché – come dicono D’Alema e Prodi - “comunque è roba vecchia”.
5) Se la Procura insiste a chiedere di inoltrare le telefonate al Parlamento, evitare di spiegare nell’ordinanza perché queste sono penalmente rilevanti o, meglio ancora, dire che sono tutte cazzate e pregare le Camere di negare l’autorizzazione.
6) Non depositare mai le ordinanze agli avvocati difensori, onde evitare che finiscano sui giornali, e chissenefrega dei dirit ti della difesa.
7) Se non si è d’accordo con l’impostazione dei pm, appiattirsi comunque su di loro perché ora, all’improvviso, piacciono i gip appiattiti sulle Procure.
8) Prima di fare qualsiasi cosa, recarsi in pellegrinaggio a Ceppaloni per la necessaria autorizzazione a procedere del superprocuratore nazionale anti-giustizia Clemente Mastella.