27.6.04

INTERVISTA A CLAUDIO SABELLI FIORETTI
di Antonella Bersani (Punto Com - 27/06/2004)

Claudio Sabelli Fioretti è i suoi capelli. Ricci, voluminosi, anarchici. Il biglietto da visita di un giornalista che ha girato 14 giornali, collezionato cinque direzioni, fughe, licenziamenti e ritorni. Sabelli Fioretti ha affrontato di petto le sue battaglie, pagato in prima persona. Con due soli rimpianti: il quotidiano del gruppo Espresso e la mazzetta dei giornali gratis: “Partecipai alla fondazione di Repubblica, ma fui sedotto dal progetto di Tempo Illustrato e la abbandonai. Lasciare Repubblica, che cazzata!”.
Oggi dopo aver fatto l’inviato per Panorama, per il Secolo XIX, diretto quotidiani come Abc e Cuore, settimanali come Sette e mensili come Gente Viaggi, lo spirito anarchico ha ormai prevalso. Sabelli Fioretti vive bene di collaborazioni, le sue interviste su Sette (da buon irriducibile non si convince a chiamarlo Corriere della Sera Magazine) sono diventate un culto, e dopo la fondazione del Pa.po.po, il Partito Popular Populista, è venerato dal popolo di Caterpillar (la trasmissione di RadioDue) come una sorta di comandante Marcos. Visto il paragone, è fin troppo ovvio che il rapporto con i potenti non sia altrettanto felice. Ma è una scelta di campo, perché Claudio Sabelli Fioretti a fare il Gianburrasca si diverte un mondo.
Un esempio? Lasciò l’amaca di Panorama per buttarsi nel 1975 nella direzione di Abc, testata di grandi battaglie libertarie, tette al vento comprese. Il proprietario era un editore di porno. “Abc era un giornale da barbiere, è vero. Ma impegnato. E’ stato in prima linea nella grande battaglia per il divorzio. Lo presi a 20mila copie e lo feci scendere velocemente a diecimila togliendo ogni residuo di tette e culi”, ironizza Sabelli Fioretti. L’ultimo servizio fu dedicato all’omicidio di Giannino Zibecchi (l’insegnante travolto da una camionetta dei carabinieri durante una dimostrazione antifascista), con foto molto crude in copertina e titolo: “Carabinieri assassini”. Inutile dire che fu subito chiuso.
Altro esempio? Le valanghe di querele piovutegli addosso con la direzione di Cuore, montagne che sta spalando ancora adesso battagliando contro gli avvocati degli eredi di Vincenzo Muccioli, il fondatore della comunità di San Patrignano, oggetto delle puntute inchieste di Cuore. “Sono soprattutto loro che mi perseguitano, ma oggi è un gran giorno. Ho appena vinto una causa contro Cesare Previti”.
E poi c’è l’inimicizia storica con il sindaco di Roma Walter Veltroni, attaccato perché colpevole di aver “inquinato” l’Unità con libri e videocassette. “Veltroni? Un cattivo vero – dicono - che finge quando dice con la sua faccia buonista di essere disinteressato alle poltrone – arringa ancora oggi Sabelli Fioretti -. I gadget editoriali oggi hanno fatto scuola e salvato giornali, è vero, ma snaturando il prodotto e allontanandolo dal suo vero pubblico di riferimento. Bisogna dirlo: i gadget sono la droga dei giornali”. Frase che procurerà a Sabelli Fioretti un insolito sostenitore: Urbano Cairo, amico di Berlusconi. Che dire poi di uno che per amor di goliardata scatenò le ire di Vittorio Sgarbi? “Pubblicammo una pagina intera con i numeri di telefono dei Vip. La chiamammo “Il telefono, la tua voce”. Divertentissimo. Purtroppo però molti lettori chiamarono Sgarbi insultandolo. Come potevo sapere che il mio target faceva così schifo?”. Comunque Sgarbi non porse l’altra guancia. Ma rese pan per focaccia utilizzando la tv. Risultato: i telefoni della redazione di Cuore intasati, il telefono personale di Sabelli Fioretti inutilizzabile. “Oggi siamo amici. Anzi, sai cosa mi dice? Che dopo che ho intervistato lui, sua madre, la sua fidanzata e sua sorella, suo padre si è incazzato”.
Ultimi episodi: il licenziamento di Rusconi, che lo caccia dalla direzione di Gente Viaggi “ma ho appena perso la causa e non mi va di parlarne”. E il litigio al confine con la Cina, con gli autori della trasmissione Overland. “Era una missione finanziata dall’Unicef e mi sarei aspettato che propagandasse un messaggio per i bambini del mondo. Me ne sono andato per divergenza di vedute”.
Anche Michele Serra, che lo ha preceduto alla direzione di Cuore schivando pure le querele, dice che lui ama il conflitto. Ma Sabelli Fioretti si dice cambiato: “Un tempo forse ero più battagliero. A ogni disaccordo erano dimissioni. Oggi, invece, me ne frego. Il giornale sarà un po’ più brutto? E chissenefrega, ce ne sono tanti brutti in giro. Però c’è una verità da dire: come direttore sono inaffidabile. Per questo non so se io sia mai stato davvero bravo a guidare un giornale. Diciamoci la verità: ce lo vedi qualcuno proporre Claudio Sabelli Fioretti per la direzione de La Stampa?”. Ride lui per primo. Ma a dispetto di questa fama di cattivo ingestibile, in realtà Sabelli Fioretti è un tipo davvero affidabile. Perché coerente. “Sono da sempre fedele alla vecchia scuola di Lamberto Sechi, quella della notizia. Per me si devono scrivere solo cose vere, e il giornale non deve avere nessun altro interesse se non il raccontare i fatti”.
Detto questo, se qualcuno crede davvero che l’età abbia calmato Sabelli Fioretti, provi a farlo parlare della crisi della sinistra. “Cofferati è l’unico leader naturale e carismatico che abbiamo, tanto carismatico che questa sinistra gli ha subito tagliato le gambe. Cofferati è stato costretto a dirottare su Bologna, ma ha dimostrato che potrebbe vincere ovunque. Sai cosa ti dico? Che se si candidasse con Forza Italia lo voterei. Sono così stufo delle solite facce. Di Fassino, del ritornello sull’intelligenza di D’Alema. Basta! Sono con Nanni Moretti quando dice: con questi leader non andremo da nessuna parte”. Come il regista girotondino, Claudio Sabelli Fioretti è un autarchico.
Lontano dalla città, dai salotti, sai soliti cori. Lui, laziale, ha la sua patria di adozione in un paese di montagna. E qui, disintossica muscoli e fegato spaccando legna o costruendo mobili nel laboratorio di falegnameria che si è attrezzato in casa: “Contro nervi e paturnie, non c’è niente di meglio che costruire una bella cassapanca” afferma. E lui in qualche modo si deve sfogare, perché a dispetto dello sbandierato menefreghismo, resta un uomo che si arrabbia.
D’altronde, anche le sue interviste sui voltagabbana e i cortigiani non sono altro che una crociata contro le ipocrisie che più detesta. Per non parlare della provocazione del Pa.po.po. Scusi, Sabelli Fioretti, ma lei ha sempre votato lo stesso partito? “Il voto è il mio dramma, perché a volte voto a Milano e a volte in Trentino e qui mi propongono sempre Marco Boato, che non riesco a mandare giù. E non voto. Nei secoli invece ho votato di tutto, da ragazzino liberale, una volta repubblicano, Valpreda, i radicali, mai però socialisti o Msi. Neppure Rifondazione mi convincerà mai, io resto un orfano di Cofferati”. E qual è la definizione di voltagabbana? “E’ quello che cambia posizione e poi spara a zero contro i suoi ex compagni. Questo mi fa davvero schifo”. E giù l’elenco, dal direttore dell’Unità Furio Colombo all’immancabile portavoce di Forza Italia Sandro Bondi: “Io adoro Bondi, perché è simpaticissmo – dice Sabelli Fioretti -, ma santo cielo: come si fa? E’ stato un sindaco comunista. E poi l’adulatore Emilio Fede, che adesso non tifa nemmeno più per la Juventus”.
Figlio d’arte (suo padre è stato direttore del Corriere dello Sport), Claudio Sabelli Fioretti ha imosso i suoi primi passi nella testata di sport minori Selesport “100 lire a tabellina e 300 lire per i goal”, poi “Nevesport” a conferma di chi lo vuole ottimo sciatore, quindi sei anni a Panorama con Lamberto Sechi, quello che oltre a Sabelli Fioretti ha cresciuto direttori come Carlo Rognoni, Paolo Panerai, Miriam De Cesco e Carlo Rossella. E’ il periodo di “Stanze Rosse” e di “Cotta Continua”, secondo una definizione dello stesso Rossella. “Vero, ma si dimentica sempre di dire che in quelle stanze dell’estrema sinistra c’era anche lui – interrompe Sabelli Fioretti -. Carlo è stato anche cossuttiano. Tanto è vero che quando lo fecero direttore del Tg1 Cossutta confidò agli amici: Ma lo sai che hanno messo a capo del Tg1 uno dei miei? Non sapeva che aveva già cambiato idea. Rossella è inafferrabile, si è fatto anche l’automarchetta per il libro Grand Hotel su Panorama. Incredibile, ma il libro è bellissimo, perché Rossella è un raccontatore splendido. Per lui tutto è fiction”.
Niente da fare. Claudio Sabelli Fioretti non perde il vizio. Confligge. Soprattutto con chi gli concede le interviste e poi tenta di bloccarne la pubblicazione. “Con l’attrice Ida di Benedetto fu una bella battaglia, mentre Alain Elkann a metà intervista disse che ci aveva ripensato, ma questo è un suo diritto. – racconta -. Antonella Boralevi (giornalista e scrittrice) invece, scassò talmente tanto che alla fine non la pubblicammo. Se tornassi indietro venderei molto più cara la pelle”.
E’ la legge dello sfinimento, che i giornalisti conoscono bene. Sabelli Fioretti compreso, perché i suoi intervistati li prende per stanchezza. Anche a rate, come il direttore de Il Giornale Maurizio Belpietro, che sostenne due appuntamenti più una lunga conversazione telefonica. Per un totale di oltre cinque ore di colloquio. “E’ il segreto. Documentarsi moltissimo prima e parlare a lungo, molto a lungo. E poi applico la tecnica di Enzo Biagi: se l’intervistato non risponde a una domanda, bisogna riproporgliela dopo un quarto d’ora in forma diversa. Se lui non risponde, avanti ancora dopo un altro quarto d’ora. E se non risponde, il tormentone è talmente divertente che puoi scriverlo così com’è”. Hai collezionato tanti rifiuti? “Tantissimi: Lilly Gruber, Alda D’Eusanio, Vincenzo Mollica, Paolo Bonaiuti, Berlusconi. Beh sai, io l’intervista gliel’ho chiesta”. Tutti sinceri, gli altri? “Tutti bugiardi, consapevolmente o no, perché ognuno tende ad essere fedele all’immagine che si è fatto di se stesso e non sempre coincide con la verità. Poi sai, c’è la storia. Gianfranco Fini dice che non è mai stato fascista? Ci sono le sue foto mentre fa il saluto romano. Veltroni dice di non essere stato comunista? E cosa ci faceva iscritto al partito? Qui c’è poco da dire: o sono scemi o sono bugiardi. E siccome scemi non sono…”
L’avventura di Repubblica, si colloca dopo Panorama e la direzione di Abc. Ma dura tre mesi, e tre mesi dopo Tempo Illustrato “Il tempo di capire che avevo fatto un’altra cazzata” è con Melega all’Europeo e poi di nuovo a Panorama con Carlo Rognoni. Seguirà la direzione di Panorama Mese, ma anche questa avventura finisce male. Fu chiuso dopo averlo trasformato in un geografico. Anticipando National Geographic italiano, trasmissioni come Geo e riviste di divulgazione scientifica. “Anticipare i tempi, non è pregio, ma un difetto – commenta -. Oggi 90 mila copie di target alto sarebbero considerate un successo, ma la Mondadori di allora non era pronta”. Seguiranno gli anni come inviato del Secolo XIX, chiamato sempre da Carlo Rognoni “per raccontare quelle storie che nessun altro riusciva a trovare”. E qui Sabelli Fioretti incontra una donna che lo ha folgorato più di Alessia Marcuzzi e Valeria Marini (intervistate due volte). E’ Gigliola Guerinoni, la mantide di Cairo Montenotte. Ne scrisse, ne riscrisse. Passava a prenderla a casa per accompagnarla ai processi. “In redazione, dicevano che mi ero fidanzato. Ho scritto anche un libro su di lei, una donna strana: 125 copie in tutto. Credo che lei sia come Sofri”. Come Sofri? “Innocente, ma che sa tutto”. Non è un innocentista convinto? “In questo Paese ci sono due cose che non puoi toccare: Craxi (gli costò una dura polemica con Filippo Facci su Il Giornale) e Sofri. Insomma, diciamolo: Craxi è morto latitante, non esule. E di Sofri si sono occupati 9 processi, che mi sembrano abbastanza altrimenti ci mettiamo a discutere il ruolo dei giudici. Che debba fare io il difensore dei giudici, questa poi…Io non li amo, ma il loro ruolo è indiscutibile. Se il caso Sofri è così lampante, perché non ci hanno pensato i suoi amici? Giuliano Ferrara, Claudio Martelli, sono stati tutti al governo”.
Forse un libro su Sofri avrebbe avuto più fortuna di quello sulla Guerinoni, o di quello sull’ex Presidente del Consiglio Giovanni Spadolini, 300 copie vendute: “Scrivere un libro su Spadolini è puro masochismo – ride -. Credo che quelle 300 copie le abbia acquistate tutte lui, perché le regalava in campagna elettorale. Però ho firmato un altro libro di successo: “Dimmi, dammi, fammi” uno scritto ironico sulla partita dei sessi. Risultato: 10 mila copie, ma tutto il ricavato andava ad Emergency”.
Qualcosina avrebbe invece fatto comodo per sostenere i costi della mazzetta, che per un free lance come Sabelli Fioretti è sempre piuttosto onerosa. “Compero e leggo per primo Il Corriere, poi La Stampa, Repubblica e il Foglio. Quasi sempre Il Giornale e L’Unità. A volte Il Riformista e Libero”. Niente Manifesto, “perché non amo rileggere quello che già penso” E perché insegue solo alcuni giornalisti: “Leggo il Corriere per Gianantonio Stella, il Giornale per Giancarlo Perna, la Stampa per Granellini, Ceccarelli e anche per Pigi Battista, perché dice delle cose che non stanno né in cielo né in terra”.
C’è qualcos’altro che non sta né in cielo né in terra. Sono gli orti aerei che Claudio Sabelli Fioretti coltiva, una sorta di giardini pensili babilonesi da cui ricava insalate, verdure e altre freschezze. “Li ho chiamati ortovolanti. Fantastici, perché si possono coltivare senza doversi chinare”.
Il pollice verde è l’alternativa al piallare le cassapanche. Ma se non è in treno, non sta spaccando legna, annaffiando le carote o sparando a zero su Veltroni, state certi che Claudio Sabelli Fioretti sta scrivendo per il suo blog. “Il blog è la democratizzazione dello spazio su internet, dove io ricavato il mio angolo di libertà di stampa – spiega -. E ogni giorno mi meraviglio perché molti colleghi non l’abbiano ancora adottato. Anche se ho il sospetto che i giornalisti parlino tanto di libertà di stampa, ma purché sia pagata”. L’ultima sua uscita fuori dal coro è comparsa proprio sul blog: una interpretazione controcorrente della sconfitta italiana agli europei di calcio: “Anziché stare a discutere del complotto di Svezia e Danimarca, perché non guardiamo all’ultimo goal di Cassano? Il portiere bulgaro ha ritirato le mani, aveva quasi paura di parare”.
IL MIRACOLO MATRIOSKA
satira preventiva di Michele Serra (Repubblica)


A Genova una veggente ha visto il volto di padre Pio dentro il costato del Cristo degli Abissi: primo caso al mondo di miracolo-matrioska. E non è ancora niente: tornata il giorno dopo con una lente di ingrandimento, la donna, esaminando meglio l'apparizione, ha scorto, in mezzo alla barba di padre Pio, una Madonna che salutava. In successivi esami al microscopio, una commissione vescovile ha potuto scorgere l'arcangelo Gabriele dentro la pupilla della Madonna che salutava dalla barba di padre Pio sul costato del Cristo degli Abissi. Se poi si considera che il Cristo degli Abissi era a sua volta esposto ai fedeli all'interno di un salone apparso miracolosamente con i soldi delle Colombiane, possiamo concludere che l'arcangelo Gabriele è apparso nella pupilla di una Madonna apparsa nella barba di padre Pio apparso nel costato del Cristo degli Abissi apparso in un salone apparso per grazia ricevuta (alcuni fedeli assicurano di avere udito, come colonna sonora della catena di miracoli, 'Alla Fiera dell'Est').

Nel frattempo, un pool di studiosi ha classificato tutte le apparizioni di padre Pio (a partire dalla prima e più celebre, quando il frate apparve sulla porta di casa sua per aprire al portalettere). Il volto del santo si è materializzato prevalentemente sui piatti con la sua effigie acquistati a San Giovanni Rotondo: non si contano le persone che hanno riconosciuto distintamente il volto di padre Pio sui piatti raffiguranti il volto di padre Pio, cadendo in trance.
Frequenti, ma poco attendibili, anche le visioni di padre Pio nei piatti di papa Giovanni e Lady Diana: in accurati esperimenti di laboratorio, è risultato che i volti di papa Giovanni e Lady Diana, qualora semicoperti nel piatto da una forchettata di spaghetti, possono essere confusi con un'immagine barbuta, dunque con padre Pio. Diffuso anche l'equivoco con le fotografie di Fidel Castro.

Ugualmente dubbie sono le apparizioni segnalate dalle massaie negli sgabuzzini delle scope. Molte delle scope in commercio, specie del tipo mocio, in penombra possono ricordare la fluente barba del santo (il forte profumo di rose che accompagna la visione sarebbe molto simile a quello di Vetrella, Bref, Emulsio Facile e altri detersivi molto diffusi). Dello stesso tenore, e dunque molto sospette, le apparizioni di padre Pio nelle cassette di seppie delle pescherie, sugli scogli guarniti da alghe, tra le stalattiti delle grotte di Castellana e in quei siti che presentano formazioni pendule e striate. La Chiesa, per evitare equivoci, ha simulato al computer un volto di padre Pio senza barba. Ma il risultato era identico a Johnny Dorelli, e per evitare di alimentare un culto di Johnny Dorelli le autorità ecclesiastiche hanno tenuto nascosti i risultati dell'esperimento.

Come sempre, di fronte alla fede popolare, la Chiesa è in difficoltà. Come distinguere la credulità del primo babbeo di passaggio da quella del secondo babbeo di passaggio? E come spiegare che quasi tutti gli avvistamenti sono a tutt'oggi opera di pastorelle, pur essendo la pastorizia estinta da più di un secolo? E soprattutto, come giustificare, di fronte al rammarico dei familiari, il fatto che il 90 per cento dei santi non appare in alcuna apparizione, o addirittura, come nel triste caso di San Crispino, appare ma non viene riconosciuto e viene allontanato a maleparole dai presenti, che aspettavano padre Pio?

Quest'ultimo punto, molto dolente, viene ormai riconosciuto dalle autorità ecclesiastiche come un vero e proprio problema di democrazia interna. Dai dati ufficiali, risulta che il duopolio Maria-padre Pio ha monopolizzato il 99 per cento delle apparizioni, lasciando alle minoranze solo le briciole. I devoti dei santi minori si sono costituiti in comitato. Tra le richieste più significative, si esige che padre Pio lasci libere almeno alcune delle frequenze destinate alle apparizioni. Oppure, come seconda scelta, che una percentuale dei volti di padre Pio venga attribuita d'ufficio ad altri santi, a rotazione.

18.6.04

Viva la lista Occhetto Del Piero
"Satira preventiva" di Michele Serra

Dopo le Europee, la sinistra italiana si ritrova più o meno al solito 45 per cento, dato invariato dai tempi di Giuseppe Mazzini. Il vero talento consiste nel ripartire sempre gli stessi voti tra liste ogni volta differenti. È come spostare i vecchi mobili di casa una volta all'anno, per avere una inebriante sensazione di novità pur vivendo da sempre nello stesso trilocale ereditato da nonno. Anche questa volta gli arredatori di Casa Sinistra si sono superati. Nella scheda elettorale i simboli dell'opposizione formavano un pittoresco motivo a pois, molto ornamentale. Alcuni elettori si sono attardati nel seggio per giocare a 'che cosa apparirà?' unendo i puntini con la matita copiativa (ad alcuni solutori è apparsa una carriola senza ruota, ad altri ancora una veduta di Weimar). Diversi elettori anziani hanno chiesto al presidente di seggio se, essendo riusciti a leggere correttamente tutti i simboli, potevano rinnovare la patente. Anche se non serve a niente, perché a sinistra tutto è provvisorio, proviamo a ripassare i principali simboli.

Listone Istituito per consorziare tutti i partiti già presenti nell'Ulivo, a ogni riunione riusciva a farne fuori uno. La lista ha potuto presentare al voto i pochi partiti residui solo perché l'ultima riunione è stata sgomberata dai pompieri perché la sede risultava pericolante. È il primo caso conosciuto di somma ottenuta sottraendo gli addendi: le principali facoltà di matematica stanno studiando il fenomeno. Il risultato è strabiliante: l'Ulivo, quando Prodi vinse le elezioni, era formato da 12 partiti (giuro, li ho contati), adesso, dopo il grandioso sforzo unitario degli ultimi mesi, sono rimasti in quattro.

Lista Di Pietro-Occhetto Apparentemente irresistibile sul piano della comunicazione (Occhetto si veste come Peter Gabriel, Di Pietro come se avesse appena svaligiato una tintoria), la coppia puntava al voto del ceto medio riflessivo (definizione di Paul Ginsborg), della sinistra dei professori (leader Paul Ginsborg) e dello stesso Paul Ginsborg. L'errore è stato non calcolare che, in un target così altamente politicizzato, tutti i potenziali elettori si candidano, e non rimangono più elettori disponibili a votarli.

Comunisti Italiani Sono gli ex comunisti che, pur essendo ancora comunisti, non fanno parte di Rifondazione Comunista, a differenza di quegli ex comunisti che, pur comunisti, stanno nel correntone della Quercia non comunista. Hanno fatto il pieno dei voti tra gli appassionati di enigmistica e gli studiosi di psicanalisi. Un buon risultato, minato però dal pericolo di un'imminente scissione tra corrente freudiana e junghiana.

Verdi È l'unico partito ambientalista d'Europa che considera scontato occuparsi di ambientalismo. L'attività prevalente sono le animate assemblee congressuali dove si mettono ai voti fino a dieci mozioni distinte, alcune presentate da abilissimi delegati che si iscrivono a parlare fingendo di appoggiare una mozione, e all'ultimo momento decidono di improvvisarne un'altra lì per lì. Il loro leader Pecoraro Scanio si è dichiarato bisessuale, nel senso che ha avuto due rapporti sessuali.

Rifondazione Bertinotti ha fatto il pieno dei voti dei giovani pacifisti con la kefia, in aggiunta a quelli dei vecchi stalinisti con l'elmetto dell'Armata Rossa. Il principale sforzo politico è evitare accuratamente che i due gruppi si incontrino. I voti accumulati sono ormai molti milioni, Bertinotti li ha messi sotto il materasso e li conta ogni notte. Non si fida né a spenderli né a metterli in banca. Quando arriverà al 10 per cento comprerà un materasso più grande.

Le novità Tra i nuovi soggetti di sinistra previsti per le prossime elezioni: una Lista Pisacane, che si propone di sbarcare in armi a Sapri, la Comune di Parigi, che riunisce tutti gli esuli del terrorismo residenti a Montmartre, e una Lista Occhetto-Del Piero. Voci incontrollate sul ritorno a sinistra di Gianni De Michelis, con un biglietto aereo prepagato, e su una Lista Moratti che, se votata da tutti i giocatori e allenatori dell'Inter degli ultimi anni, potrebbe contare sulla maggioranza relativa.

17.6.04

FINALMENTE ESPORTIAMO QUALCOSA ANCHE NOI IN EUROPA
da Aldo Vincent (http://cassate.blog.excite.it)

Il presidente del Senato Marcello Pera ieri ha fatto passare a Palazzo Madama l'assegnazione di un posto al Consiglio d'Europa, l'assemblea di Strasburgo alla quale mandano rappresentanti 45 Stati membri, dal Portogallo alla Russia.
«Come comunicato alla conferenza dei capigruppo - ha comunicato Pera - la presidenza propone che alla nomina del sostituto, sulla base della ricordata designazione del gruppo, possa procedere direttamente il presidente, in applicazione dell'articolo 25, comma 5, del regolamento. Non facendosi osservazioni, tale procedura si intende adottata. Il senatore Dell'Utri è pertanto nominato componente supplente della delegazione».
In base all'articolo 15 del General agreement sulle immunità, firmato a Parigi nel 1949, i componenti del Consiglio d'Europa sono protetti su tutto il territorio degli Stati membri dall'arresto e dalla traduzione a giudizio. Ieri, nel processo per mafia, le parti civili di Provincia e Comune di Palermo hanno chiesto a Dell'Utri 10 milioni di euro per danni.

il 24 giugno il Consiglio d'Europa discuterà un progetto di risoluzione, approvato dalla commissione Cultura, secondo il quale da noi Berlusconi mantiene «un controllo senza precedenti sul mezzo di comunicazione più potente», la tv.

L'onorevole ( e' un ossimoro) Dell'Utri ha accumulato finora pene per un anno e otto mesi di reclusione, con la condizionale, per le frodi fiscali di Publitalia. Il 27 aprile, in primo grado, ha ricevuto due anni per tentata estorsione. In Spagna è congelata la procedura su lui e Berlusconi per l'inchiesta Telecinco da sommarsi agli undici anni comminati recentemente per collusioni mafiose .

13.6.04

L'INVASIONE DEI MESSAGGI
di Alessandro Robecchi (dal Manifesto)


Sapete tutti quello che distingue l'uomo dalla scimmia: l'uso del pollice. Nessuna scimmia sarebbe riuscita a mandare 57 milioni di messaggini col telefonino per ricordarci di andare a votare. E sicuramente nessuna scimmia li avrebbe fatti pagare a noi. Mi ha scritto una lettera, mi ha mandato un sms, ha il mio numero di telefono, conosce il mio indirizzo. E' molesto, sa? Confesso di guardare con un certo timor panico il citofono: e se viene a casa? Se si presenta? Vorrei fare una denuncia. Esagero? Già, e se si nasconde in macchina, io metto in moto e lui sta accucciato sul sedile posteriore e mi prende alle spalle? Sono sicuro che il garante della privacy si turberebbe: ehi, non si può aspettare la gente accucciati sul sedile posteriore! Sarebbe un severo monito. Questo mi riempie di fiducia. E se me lo trovo di fianco al cinema? Se spunta dal tubetto del dentifrico? Dalla tazza del cesso? Non c'è niente da ridere: in un paese in cui gli altoparlanti degli aeroporti strillano gli annunci della presidenza del consiglio nessuno è al sicuro, date retta. Dà un certo brividino alla schiena. Ora aspetto, com'è nelle strategie del Grande Comunicatore, messaggi un po' meno generalisti, più mirati. Altoparlanti agli incroci, pick-up che girano amplificati per le strade... attenzione... messaggio della presidenza del consiglio! Signora Maria, ritiri i panni, che sta per piovere! Robecchi, porta giù il cane! Luigino, lava i denti! L'intrusione nelle nostre vite, che già è massiccia, potrebbe diventare totale, un po' fastidioso ma alla fine normale, come un rumore di fondo.

Ecco, un rumore di fondo, un brusio indistinto, un ron-ron continuo, come il rumore del frigo, che te ne accorgi solo quando smette di botto. Questo è, oggi, Silvio Berlusconi e la sua ghenga di ripetitori. Da mesi sentiamo questa cazzata del meno tasse, taglio le tasse, riduco le tasse, così, come un mantra che si ripete identico, ipnotico, all'infinito. Ogni tanto uno dei camerieri viene mandato alla gogna a spiegare dove trovare 12-13 miliardi di euro per tagliare le tasse. Quello va, gorgheggia, sputazza, peteggia, prende tempo, viene immancabilmente sbertucciato e torna nelle retrovie dopo un'inevitabile figura di merda.
Ma questo non cambia niente: il mantra meno-tasse continua, come uno strumento da bordone, accompagna le nostre vite.

Vedete Berlusconi da Washington, da Arcore, dalla Sardegna, con cravatta, senza cravatta, più alto, più basso, accorato, spiritoso, preoccupato, ammonitore. E' il pupazzo generale, l'uomo ovunque, il tappetino mediatico di base delle nostre vite. Sta diventando una cosa naturale, una curiosità etnica, alcuni popoli mangiano piccante, altri pescano facendo un buco nel ghiaccio, gli italiani vivono con un rombo continuo in sottofondo nelle orecchie: è Silvio, il grande comunicatore.

Quanto ci metteranno a rompersi definitivamente le balle, a reagire con una crisi di rigetto e se quella di oggi sarà magari la volta buona non si sa. Ma è certo che ormai è netta la distinzione: da una parte c'è la vita reale, gli affetti, il lavoro, la famiglia, le preoccupazioni e le gioie; e dall'altra c'è Silvio Berlusconi con le orecchie da vulcaniano e il sorriso da squalo.

Sono cose che non c'entrano nulla tra loro, che non si intrecciano e non si toccano più. Se mai (dico per assurdo) Berlusconi dovesse un giorno comunicarci una cosa sensata (per telefono, lettera, citofono, telegiornale pubblico, telegiornale privato, piccione viaggiatore, digitale terrestre, sms o altro) è quasi certo che nemmeno lo staremmo a sentire.

Succede così a Rimini, a Riccione, sugli spiaggioni nazional-popolari: al centesimo rimbombante annuncio che il piccolo Mirko ha perso la mamma, tutti cominciano leggiadramente a fottersene. Se ne fanno un baffo, sogghignano, al massimo sbuffano. Uff! Atro rumore di fondo. Uff! Altre cazzate. Questo, ormai, è Silvio per gli italiani. Il rumore del frigo.

11.6.04

Nove milioni di dollari e nessun blitz
Enrico Piovesana - «PeaceReporter» (Emergency)

10 giugno 2004 - «Quella casa al numero 17 di Zaitun Street era disabitata da almeno due mesi.
Fino a lunedì sera tardi (7 giugno, n.d.r.) quando, intorno alle 23, si è sentito un gran trambusto. Io, che abito al 13, ho visto arrivare alcune auto e fermarsi davanti a quella casa. Sono entrate un po' di persone. Era buio, non abbiamo visto bene. Poco dopo se ne sono andati via ed è tornata la calma».
«Il mattino seguente, intorno alle 9:30, sono arrivate cinque auto militari americane, di colore verde oliva. Si sono fermate davanti a quella casa. Ne sono scesi alcuni uomini vestiti in abiti civili e con gli occhiali scuri. Erano sicuramente uomini del mukhabarat (servizio segreto, n.d.r.) americano. Hanno aperto la porta dell'abitazione, senza forzarla, come se fosse già aperta, e sono riusciti subito con solo quattro uomini, che poi abbiamo saputo essere i tre ostaggi italiani e un ostaggio polacco.
Li hanno caricati su un furgoncino bianco e se ne sono andati via. Il tutto con la massima calma. Non è stato sparato un colpo. Nella casa, a parte gli ostaggi, evidentemente non c'era più nessuno. Non è stato assolutamente un blitz militare come è stato annunciato tre ore dopo. Quelli sono tutta un'altra cosa. Lì si è trattato di una semplice presa in consegna. Gli americani sono andati lì a colpo sicuro. Sapevano che gli ostaggi erano stati portati lì, si erano messi d'accordo. Il vostro governo ha pagato un riscatto: nove milioni di dollari. Qui ormai lo sanno tutti. Adesso però basta parlare al telefono, non è sicuro».

A parlare, raggiunto al telefono da PeaceReporter, è un iracheno, il signor Fahad, che assieme ad altri due suoi vicini, il signor Mohammed e il signor Ibrahim, è stato testimone oculare della liberazione di Agliana, Cupertino e Stefio. Fahad parla dalla sua casa, al 13 di Zaitun Street, ad Abu Ghraib, il sobborgo occidentale di Baghdad divenuto tristemente famoso per lo scandalo delle torture sui prigionieri iracheni.
La sua versione dei fatti è confermata da un'altra fonte irachena raggiunta da PeaceReporter, vicina al braccio politico della guerriglia. Una fonte che ha voluto rimanere anonima, e che ha fornito la sua versione di tutta la vicenda del sequestro, delle trattative e della liberazione.
La fonte inizia facendo un nome, quello di Salih Mutlak. "Mutlak - dice - è un facoltoso commerciante iracheno arricchitosi con le speculazioni e il contrabbando durante il periodo dell'embargo. Da molti è definito semplicemente come un 'mafioso'. Lui è il personaggio chiave della vicenda della liberazione dei tre ostaggi italiani, assieme al già noto Abdel Salam Kubaysi (solo un omonimo di Jabbar al-Kubaysi), ulema sunnita e docente all'università di Baghdad, salito all'onore delle cronache televisive internazionali per il suo ruolo nella trattativa per il rilascio - dietro pagamento di riscatto - degli ostaggi giapponesi".
Secondo la fonte, con Mutlak e con Kubaysi il governo italiano avrebbe trattato segretamente per settimane al fine di ottenere il rilascio di Agliana, Cupertino e Stefio, rapiti il 12 aprile assieme a Quattrocchi, ucciso il 14 aprile. Si scoprirà poi che aveva in tasca un porto d'armi rilasciato dalle forze britanniche e un pass della Coalizione.

I contatti tra i nostri servizi segreti, il Sismi, e la coppia Mutlak-Kubaysi sono iniziati subito dopo quei tragici giorni, e già il 20 aprile erano cominciate a trapelare notizie sull'accordo con il governo italiano per il pagamento di un riscatto di 9 milioni di dollari.
Il 22 era stato lo stesso governatore italiano di Nassiriya, Barbara Contini, a lasciarsi scappare che non c'era nulla da stupirsi del fatto che il governo pagasse un riscatto. "Si è sempre fatto così" aveva detto. Subito dopo aveva smentito questa dichiarazione, e il ministro degli Esteri, Franco Frattini, aveva detto che si trattava di "storie prive di fondamento". Lo stesso giorno, una qualificata fonte dei servizi segreti italiani rivelava all'agenzia Ansa: "La trattativa, avviata da giorni, è già stata definita in tutti i suoi aspetti, sia para-politici, sia economici. Quello che dovevamo fare l'abbiamo fatto".
Dopo questa burrasca il Sismi ha protestato per queste fughe di notizie che rischiavano di far saltare le trattative in corso. A quel punto, il governo ha deciso di imporre il silenzio stampa assoluto sulla vicenda.
"Le trattative - spiega la fonte - sono proseguite fino a quando, all'inizio di maggio, Salih Mutlak è andato in aereo a Roma. Ragione ufficiale del suo viaggio: affari. E' rimasto nella capitale italiana per una ventina di giorni, tornando a Baghdad alla fine di maggio con una valigetta piena di soldi. Cinque milioni di dollari, prima tranche di un riscatto complessivo di nove milioni di dollari. Gli altri quattro, questi erano gli accordi da lui presi, sarebbero stati consegnati ai rapitori dopo la liberazione degli ostaggi".
Dopo il ritorno di Mutlak con i soldi, nei primi giorni di giugno si è consumato un duro scontro all'interno delle fila dei guerriglieri iracheni. Da una parte il braccio 'militare' dei guerriglieri, quelli che detenevano materialmente gli ostaggi e che, tramite Mutlak e Kubaysi, erano in contatto con il governo italiano: per loro l'importante era solo incassare il malloppo. Dall'altra parte il braccio 'politico' che non voleva fare la figura di una banda di delinquenti che rapiscono per soldi e che quindi non volevano accettare il riscatto.

"Noi ci siamo opposti a questo gioco sporco. Questa storia del riscatto e della messa in scena della liberazione - sostiene la fonte - avrebbe rovinato l'immagine della nostra causa, facendoci passare per dei volgari banditi, e poi avrebbe giovato al governo italiano e quindi prolungato l'occupazione militare dell'Iraq. Noi volevamo consegnare gli ostaggi, senza alcun riscatto, nelle mani di rappresentanti del mondo pacifista italiano, sia laico che cattolico, con cui eravamo già in contatto da tempo e con i quali eravamo vicinissimi a una conclusione".
Ancora domenica scorsa 6 giugno, i rappresentati della Santa Sede in Iraq si dicevano infatti certi che la liberazione dei tre italiani sarebbe stata questione di ore. Anche il governo italiano sentiva che la questione era giunta a un punto decisivo: venerdì scorso, 4 giugno, il ministro Frattini ha annullato una sua importante visita a Tokyo per "motivi familiari". Forse quello è stato un giorno decisivo.
"Alla fine - prosegue la fonte, con tono infuriato - l'hanno spuntata i 'militari' senza scrupoli, che nei giorni scorsi, assieme a Mutlak, hanno organizzato in gran segreto il trasferimento dei tre ostaggi italiani dal loro luogo di detenzione, cioè Ramadi, un centinaio di chilometri a ovest di Baghdad, fino alla periferia occidentale della capitale, nel sobborgo di Abu-Ghraib. I tre sono stati lasciati in una casa e poi la loro posizione è stata comunicata ai servizi italiani e a quelli americani perché li venissero a prelevare. Il loro piano era di far sembrare tutto come un blitz militare che si concludesse con l'arresto dei sequestratori. Ma non è andata così".
E in effetti, fonti vicine ai servizi italiani hanno rivelato che i due arrestati effettuati in connessione con il presunto blitz erano in realtà solo due pastori iracheni, che nulla avevano a che fare con la guerriglia e che erano stati pagati per farsi trovare lì.
Di certo, il fatto che a condurre l'operazione siano stati militari americani, e non italiani, preclude alla magistratura una effettiva indagine sui "liberatori".
In Iraq, al mercato nero delle armi, un kalashnikov costa tra i venti e i trenta dollari. Con nove milioni di dollari se ne possono comprare centinaia di migliaia.
Enrico Piovesana

7.6.04

LA VALIGETTA
di Alessandro Robecchi sul Manifesto


Gorge Bush che si paragona a Roosvelt non è poi molto sorprendente, anche Little Tony credeva di essere Elvis. Per il resto, bella la cerimonia, bene che nessuno si è fatto male, buono il menu tutto tricolore, un po' impagliate le ragazze, Lòura, come dicono i tg, e Veronica, the queen of Brianza. Alla fine, tanto casino per niente: solo l'incontro tra i due candidati perdenti alle proprie rispettive elezioni. Mancata la guerriglia evocata da Silvio, le cronache cercano di individuare nei dettagli l'immensa potenza dello sgradito ospite. La Cadillac iperblindata, la scorta, le tecnologie che interrompono le comunicazioni radio, tutte cose che separano l'uomo più potente del mondo dal comune mortale (molto mortale, se è irakeno). E poi, naturalmente, c'è la valigetta nucleare. Una ventiquattrore che consente al presidente di lanciare un attacco atomico in ogni momento, in pratica di distruggere buona parte del pianeta. La porta, a stretto contatto con il presidente, Paul Montanus, maggiore dei marines, che è naturalmente autorizzato a fulminare con un colpo di Beretta calibro nove chiunque tenti di fregargli la valigia. A Termini, a Malpensa, e in buona parte delle stazioni e degli aeroporti del paese farebbe una strage.
E' proprio così, sapete bene cos'è un'escalation. Uno stronzo si tiene in macchina un cacciavite per la rissa. Uno molto stronzo gira con la pistola in tasca per la sparatoria. E il più stronzo di tutti ha una valigia per distruggere il mondo. Abbonda l'aneddotica: quella volta che Clinton si dimenticò la valigetta, quella volta che Reagan se la portò in udienza dal Papa, eccetera, eccetera. Gossip e radiazioni. Non ci spiegano, i giornali (di botto, chissà perché, l'aneddotica si arresta, le notizie scarseggiano), verso chi o che cosa sono puntati i missili che George W. Bush comanda con il joystick dalla valigetta nucleare che tiene sempre a portata di mano. Uno che cade dalla bicicletta, che perde conoscenza mangiando un salatino, che si sceglie Dick Chaney come vice, potrebbe anche fare una cazzata grossa, prima o poi. Siamo umani dopotutto, e tra un paio di milioni di anni lo saranno anche i Bush.
Dunque? Corea? Iraq? Afghanistan? Verso chi è puntata "l'arma fine di mondo"? Non si sa o non si dice: lo zelo dei raccontatori di curiosità & aneddoti si arresta come impietrito. Eppure qualche notazione verrebbe spontanea (e se George ricomincia a bere?). Ma visto che si chiacchiera tanto di scontro di civiltà e guerre di religione, la cosa più inquietante mi sembra un'altra. In un mondo che è un bailamme di fedi in ebollizione, chi tiene in mano l'interruttore del disastro planetario? Un membro particolarmente ottuso e fondamentalista dei cristiani rinati, che su scala planetaria rappresenta una setta piuttosto minuscola. Fatte le debite proporzioni, è come se San Marino, o Andorra, o Montecarlo, avessero la bomba atomica e la capacità di distruggere il mondo. E'una banale questione di precauzione: lasciare il bottone dell'apocalisse in mano a uno che interpreta la Bibbia alla lettera e che dall'apocalisse è chiaramente affascinato, non è una cosa particolarmente astuta. E visto che spesso si usano le infuocate parole degli imam per giustificare la crociata cristiana in atto, sarebbe bene ogni tanto ricordarsi anche delle prediche dei reverendi americani. Per esempio, quel Tim LaHaye, un pastore della Moral Maiority che ha fatto i soldi con il nuovo filone del thriller biblico, in testa alle classifiche americane. Roba tipo: "?le parole del Signore fanno scoppiare il sangue dalle loro vene, la loro carne si squaglia, gli occhi liquefatti e le lingue disintegrate". Bello, eh? Direi che basta, per dare un'idea della setta isterica che si sta mangiando i neuroni dell'America. E che ha un figliuolo prediletto che è l'uomo più potente di tutti. E che ha una valigetta per finire il mondo.

6.6.04

Ora d'aria
di Marco Travaglio (L'Unità, 5 giugno 2004)

Ogni anno, in tempi di esami e di pagelle, un centinaio di ragazzi italiani fra i 14 e i 18 anni tentano il suicidio per paura di essere bocciati o per essere stati bocciati. L'altro giorno, vicino a Sondrio, una quattordicenne s'è lanciata da un ponte. Si attende da un momento all'altro un articolo di Barbara Palombelli per denunciare il «massacro» di studenti perpetrato da insegnanti criminali che ogni anno si ostinano a interrogare, rimandare e bocciare i somari. Perchè è in base a questa logica (si fa per dire) che la spalla di Giuliano Ferrara ammorba da due settimane le pagine del "Magazine" del Corriere della sera con il suo «senso di colpa» per il «massacro» perpetrato dai giudici di Mani Pulite. L'altro ieri, rispondendo a una lettrice che contestava il suo delirio, la signora Palombelli ha rincarato la dose: «Dovremmo capire e perdonare chi ha fatto parte di un sistema politico che ha garantito a questo Paese tanti anni di democrazia e di libertà. I 45 morti del biennio del terrore italiano (o della cosiddetta rivoluzione) pesano su molte coscienze». Scrive proprio così: terrore. Senza virgolette nè condizionali. Non le passa neanche per la testa che le indagini e gli arresti, previsti da leggi scritte dagli stessi politici che le violavano, fossero atti dovuti in un Paese dove l'azione penale è ancora obbligatoria e la legge uguale per tutti. Né che certi gesti pesino sulle coscienze di chi ha costruito un sistema di malaffare, non di chi l'ha scoperto. Secondo lei è tutta colpa dei magistrati che «usavano il carcere» come non garba a lei, e dei (rari) giornalisti che quei reati hanno descritto e denunciato, spesso ancor prima che arrivassero i giudici. Sarebbe poi interessante conoscere i nomi e i cognomi dei «45 morti» di cui favoleggia la Palombelli, visto non c'è un solo indagato fatto arrestare dal pool di Mani Pulite che si sia suicidato in carcere.
Sempre su "Magazine", qualche pagina più avanti, la stessa Palombelli si domanda con notevole sprezzo del ridicolo il perchè di questa «illegalità ovunque»: «Nel calcio si cambia campo per denaro, nel ciclismo ci si dopa come e più di prima, a scuola si vendono i diplomi, ci si può comprare una patente senza esami, si possono convincere centinaia di medici con le bustarelle, ci sono i furbi che vendono alla tv la pubblicità occulta, quelli che imbrogliano ai concorsi...E' difficile spiegare il valore dell'onestà, se si vive in una società così». Già, è difficile: soprattutto in una società dove imperversano giornalisti che, se un colpevole si uccide per paura di finire in carcere o per la vergogna di essere stato scoperto, anzichè dar la colpa a lui e ai suoi complici, la affibbiano ai giudici che li smascherano.
A Capannori in quel di Lucca - informa Panorama - il sindaco di centrodestra Michele Martinelli è agli arresti domiciliari dal 5 maggio per corruzione. Per fortuna non nutre propositi autolesionisti, né ha pensato di autosospendersi: s'è ricandidato. Solo che, non potendo uscire di casa, fa la campagna elettorale dal balcone. Manda in giro videocassette registrate e riceve a domicilio i suoi fans in processione. Nell'ora d'aria. L'altro giorno Elio Veltri e la lista Di Pietro-Occhetto hanno scoperto che alcuni candidati del centrosinistra alle comunali di Foggia hanno fedine penali lunghe così. Uno dello Sdi, R.L., ha condanne definitive per ricettazione, rapina continuata, resistenza a pubblico ufficiale (2 anni di manicomio giudiziario per vizio totale di mente), furto continuato, furto in concorso, evasione, danneggiamento, armi, abuso edilizio, senza contare tre processi ancora pendenti. Un altro candidato dello Sdi, D.P., ha un processo per porto abusivo d'armi e due condanne definitive per furto, più una per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Uno della Margherita, C.L., vanta una condanna definitiva per lesioni personali colpose, tre per assegni a vuoto, una per spendita di monete falsificate, una per evasione fiscale, una per violazione del testo unico di pubblica sicurezza, e deve ancora affrontare due processi. Sempre a Foggia, il centrosinistra si è alleato col Nuovo Psi del segretario provinciale Roberto Paolucci, appena condannato dal tribunale a 5 anni per concussione: mazzette dalla Emit per il nastro trasportatore di Manfredonia. Per lo stesso scandalo è stato condannato alla stessa pena in primo grado il presidente provinciale dello Sdi Domenico Romano. Anzichè vergognarsi, alcuni di costoro annunciano querela contro Veltri. E il candidato sindaco della Margherita Orazio Ciliberti, «magistrato del Tar», per nulla imbarazzato da simili compagnie, accusa Veltri di «settarismo e falso moralismo». Annuncia che «i nove partiti della coalizione hanno candidato, nella quasi totalità dei casi, persone di eccezionale qualità morale e civile» (da notare quel «quasi»: ricorda quella madre con la figlia «leggermente incinta»). Quanto ai pregiudicati in lista, «la politica è luogo e strumento di recupero e riaggregazione dei cittadini» che «hanno avuto difficoltà di integrazione nel tessuto sociale».
Geniale: le istituzioni come comunità di recupero per le devianze. Una volta i condannati, per riabilitarsi, intrecciavano cestini di vimini. Oggi entrano in consiglio comunale.

5.6.04

HO CAPITO
da Aldo Vincent

Dio ti ringrazio perche' hai aperto la mia mente e mi hai permesso di capire.

Comincio' tutto col mio viaggio in Germania con la 850 fiat. Si pianto' sul Bernardino, mi soccorse un camionista dalle parti di Ulm e quando arrivai a Francoforte faceva cosi' freddo che al mattino andavo a lavorare in tram.
Tutti gli altri andavano in auto, perche' la loro partiva, ma la mia, no.
Ma non capivo.

Dopo un inverno al Nord, un giorno mi sedetti in auto e il fondo, reso marcio dal sale delle autostrade nordiche e dalla ruggine, si stacco' facendomi sedere sull'asfalto.
Ringraziai la fortuna che non aveva fatto cedere la lamiera marcita in autostrada, altrimenti starei scrivendo questo pezzo col sedere brasato.
Ma nemmeno quella volta capii.

Tornai in Italia con una vecchia cinquecento, la miglior macchina mai venuta al mondo, ma la fiat aveva deciso di ritirarla per andare sul mercato con la nuova 126.
La sorpresa venne all'autosalone: mi offrivano 750 mila lire per un'auto che stava tirando gli ultimi e che da nuova era stata acquistata per 560.000!
Vuoi vedere che gli Agnelli si sono rincoglioniti? Mi sono chiesto. Poi ho chiesto il prezzo della 126: ottomilioni.
Stesso motore, stesse ruote, stessi rumorini all'interno.
Ottomilioni, che nel giro di pochissimo diventarono 10.800.
Ma non capii nemmeno quella volta.

Comprai la 124 spider che beveva piu' di Liza Minnelli ma mi piaceva.
In autunno purtroppo constatai che ci pioveva dentro e andai a lamentarmi.
Mi dissero che se non volevo che piovesse dentro l'auto, non dovevo comprare una spider col tettino di tela!!
Mi parve una risposta convincente e la cambiai.

Comprai una fiat Dino.
La facevano in due versioni: una un po' truzza per gli scemi, e l'altra piu' ganza per gli scemi ricchi.
Non teneva bene la strada e andai a sbattere sulla Milano Genova. Quando andai a ritirarla riparata, approfittai dell'assistenza Ferrari ( erano gli stessi operai, ma con una tuta con dietro scritto Dino) e mi lamentai perche ' nelle curve strette a sinistra la macchina rallentava e perdeva colpi.
Mi dissero che quello era un motore progettato per correre in pista che gira in senso orario se svoltavo improvvisamente in senso antiorario, la benzina che arrivava a caduta non forniva perfettamente gli ultimi due cilindri.
Non capii nemmeno allora e mi comprai un Porche 911

Successero un sacco di altre cose, nella mia vita. Vidi passare la Duna, la Barchetta, la Punto Spider, la Panda e pure la Multipla, ma continuai a non capire.

Quando la fiat acquisi' anche la Lancia (per una lira!!) comprai una concessionaria all'estero e come rappresentanza mi presi una Lancia modello Beatrice Cenci.
Non che si chiamasse proprio cosi', ma quando viaggiavo col finestrino aperto tentava di avvelenarmi con tutta la famiglia coi gas di scarico, ecco perche' me la ricordava...
Poi persi tutti i soldi della mia vita con la concessionaria Lancia e finii pure in tribunale.
Mi venne un sospetto, ma poi lasciai perdere

E nemmeno quando qui in Grecia entravo nell'autorimessa gestita dal mio amico Spiro e leggevo il cartello: "DOXA TO THEOS: Ringraziamo Dio, per aver creato le fiat e le lancia e le alfa romeo che con i loro problemi ci danno da mangiare tutti i santi giorni..."
Nemmeno allora capii...

Poi finalmente venerdi' scorso, come Saulle da Tarso, sulla strada per Damasco, ho visto la Luce: che se per diventare presidente della Fiat basta essere Montezufolo, allora finalmente ho proprio capito tutto!!

appropo'

Ma questo presidente di Confindustria, Fiat, Ferrari (tre miliardi al mese di stipendiuccio), Ieffe Holding, Fiera di Bologna, Federazione Editori, Charmes, Poltrone Trau, praticamente proprietario di due quotidiani e con un piede nel terzo, com'e' che non c'e' nessuno che ciocca per il conflitto d'interessi?
Vuoi vedere che questa volta non c'e' conflitto e che gli interessi vanno d'amore e d'accordo?

2.6.04

Le missive pericolose del mago Sil-Sil
Avviso In arrivo lettere pericolosissime e piene di imbrogli: bruciatele

di STEFANO BENNI per il Manifesto

Dal NASP, nucleo anti-sofisticazioni propagandistiche. A tutte le questure e i cittadini. E' stata appurata l'esistenza di una vasta operazione truffaldina e terroristica che potrebbe coinvolgere milioni di potenziali vittime.

Un sedicente statista, che millanta di rappresentare tutti gli italiani, ha inviato a mezzo posta quindici milioni di depliant pubblicitari che stanno sommergendo le cassette postali del paese.

Avvertiamo che detto personaggio, il mago Sil-Sil, è coinvolto in diversi episodi giudiziari, è iscritto alla setta esoterico-golpista detta P2 e non ha mai spiegato da dove venga la sua smisurata ricchezza.

E' inoltre proprietario di diversi lussuosi studi magici in varie città italiane, ridicoli antri dove si adorano teschi, compassi, ritratti di Mussolini e di Ceausescu.

Il mago Sil-Sil è da anni tristemente noto per la sua attività di imbonitore e bugiardo. Con false promesse di posti di lavoro, ricchezze immediate e sparizioni di tasse, ha già abbindolato milioni di clienti. Ha numerosi spazi televisivi, che vanno da una a ventiquattro ore, su vari canali, e non mette mai il sottotitolo messaggio pubblicitario, a riprova della sua malafede.

Il mago Sil-Sil invierà queste lettere con grande dispendio di danaro che recupererà poi con salassi ai cittadini e leggi ad personam. Ma stavolta egli si è spinto oltre le promesse truffaldine, mettendo in atto un piano ben più subdolo.

Si avvisano infatti i cittadini che queste lettere sono estremamente pericolose per i seguenti motivi:

1. Metà delle copie contengono un microscopico chip collegato alla centrale computerizzata del mago Sil-Sil, situata in un falso Partenone sulle coste della Sardegna. Mediante questo chip, il mago Sil-Sil può prosciugare il vostro conto corrente, infettarvi il computer, intercettare le telefonate e tentare brogli elettorali.

2. Alcune lettere contengono un pericoloso virus, il mendacius nanus, assai aggressivo. Basta toccare la busta ed entro poche ore si rischiano danni irreparabili alla salute: perdita di altezza fino a ventisei centimetri, delirio di onnipotenza, sindrome persecutoria, avidità sfrenata e lingocalceismo, ovverossia tendenza a leccare le scarpe ai passanti (sindrome di Alberoni-Fede).

3. Altre lettere, essendo il mittente un noto menagramo, possono portare fino a dieci anni di sfiga, e non si può chiedere la proscrizione dei termini, né di spostare la sfiga a Brescia.

4. Alcune lettere contengono una falsa ricevuta con cui si diventa azionisti di un fantomatico ponte sopra il mare lungo quattro chilometri.

5. Altre contengono una cimice elettronica, altri una normale cimice bottarina in grado di impestarvi tutta la casa.

6. Molte lettere sono dotate del Gnaf, un meccanismo inglobatorio a distanza. Possono aprirsi e ingoiare altre buste contenenti le vostre pensioni o i vostri assegni, dopodiché tornano al mittente.

7. Alcune, in numero fortunatamente limitato, contengono reliquie di pelle del mago, e precisamente tagliatelle di cute rimaste dall'ultimo lifting.

Tutte le lettere quindi, sotto l'aspetto patinato, contengono una fregatura, come la maggior parte della attività del mago Sil-Sil.

Chiunque riceva una lettera di questo tipo la bruci subito, o la restituisca al postino dopo essersi accertato che non sia comunista, oppure la esorcizzi con la pratica detta della mundatio natium, che chiunque può facilmente svolgere nel bagno della propria abitazione.

Ma soprattutto la vittima vada subito in questura, dai vigili o dal proprio parroco e denunci di aver ricevuto la lettera, e parimenti denunci il mittente per sabotaggio di servizio postale, sperpero di pubblico danaro, violazione delle leggi elettorali e della decenza propagandistica, contagio dell'igiene pubblica, invasione della privacy e diffusione di notizie false a tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico.

Non preoccupatevi, tanto il processo lo schiverà. E non tacciateci di allarmismo. Abbiamo controllato queste notizie insieme all'intelligence americana e italiana, e si sa che quando queste strutture spargono la notizia di un pericolo o di un attentato, la disgrazia avviene. A costo di far loro tutto il lavoro.

In quanto al NASP, fidatevi di noi. Da anni il nostro nucleo operativo combatte le balle i falsi allarmi e i depistaggi con le stesse armi, cioè con balle evidenti e non nascoste, anche se non diffuse in quindici milioni di copie. Attenti: nessun pataccaro uguaglia il sedicente mago Sil-Sil. Ma non contate sul fatto che il suo astro sta declinando. Questo non è l'ultimo atto della sua paranoia, può fare di peggio.

31.5.04

Denarologia di Mike Bongiorno
di ALESSANDRO ROBECCHI (Il Manifesto)

Tra i tanti sampietrini di fuffa pressofusa che i media ci hanno sparato sulla capoccia in settimana, l'ottantesimo compleanno di Mike Bongiorno mi sembra particolarmente rivelatore. Guarda tu, mi sono detto, dove si va a cacciare l'ideologia (dove l'hanno cacciata, anzi!). E guarda tu - aggiungo - cosa ci può rivelare il compleanno di un ottuagenario. So che sembrerà un dettaglio, un minuscolo pezzo dell'enorme puzzle delle ideologie contemporanee, ma qualche riflessione la merita, e cerco di spiegare perché. Delle facce dei nostri vecchi abbiamo una specie di venerazione. Ricordo gli ottant'anni di Bobbio, un vecchio che parlava di futuro, di passione, di come fosse stato dentro alla sua epoca con la schiena dritta. Altri vecchi, giunti alla boa, raccontano del loro attraversamento della vita, scherzano su disincantati consigli e impastano in modo magistrale il ricordo, il rimpianto e tutte le speranze che loro - fisicamente - non si possono più permettere. Mike Bongiorno no. Del suo attraversare il secolo, richiesto di un aneddoto sulla sua vita, ripete instancabilmente la stessa storiella: il giorno in cui venne chiamato da Silvio che gli offrì seicento milioni. Punto. All'interno del Tg5 la storia ha avuto la sua massima celebrazione. Quell'assegno annuale, sganciato da un cavaliere esordiente che spiegava «qui paga la pubblicità», ha sostituito d'un botto, nei ricordi di nonno Mike, i fasti antichi di Lascia o Raddoppia, Rischiatutto, l'invenzione del quiz e altri brandelli di sociologia televisiva. D'un tratto, nel mezzo del cammin della vita di Mike, si è tracciata una riga. Punto a capo. Seicento milioni laddove - nota malignamente una trasmissione del pomeriggio dello stesso padrone - alla Rai ne prendeva una ventina. Silvio paga in contanti, paga bene, conquista. Tanto che nei ricordi dell'ottantesimo compleanno si rende omaggio a Mike, sì, ma il compleanno pare sia di Silvio. Che ha pagato - giusto - e quindi incassa stima e complimenti.

Abbarbicato a una poltrona papale nel suo salotto, Mike racconta e chiacchiera con la sua notoria naïveté, e non si rende conto di raccontare un pezzo della nostra storia.
Tra i tanti sampietrini di fuffa pressofusa che i media ci hanno sparato sulla capoccia in settimana, l'ottantesimo compleanno di Mike Bongiorno mi sembra particolarmente rivelatore. Guarda tu, mi sono detto, dove si va a cacciare l'ideologia (dove l'hanno cacciata, anzi!). E guarda tu - aggiungo - cosa ci può rivelare il compleanno di un ottuagenario. So che sembrerà un dettaglio, un minuscolo pezzo dell'enorme puzzle delle ideologie contemporanee, ma qualche riflessione la merita, e cerco di spiegare perché. Delle facce dei nostri vecchi abbiamo una specie di venerazione. Ricordo gli ottant'anni di Bobbio, un vecchio che parlava di futuro, di passione, di come fosse stato dentro alla sua epoca con la schiena dritta. Altri vecchi, giunti alla boa, raccontano del loro attraversamento della vita, scherzano su disincantati consigli e impastano in modo magistrale il ricordo, il rimpianto e tutte le speranze che loro - fisicamente - non si possono più permettere. Mike Bongiorno no. Del suo attraversare il secolo, richiesto di un aneddoto sulla sua vita, ripete instancabilmente la stessa storiella: il giorno in cui venne chiamato da Silvio che gli offrì seicento milioni. Punto. All'interno del Tg5 la storia ha avuto la sua massima celebrazione. Quell'assegno annuale, sganciato da un cavaliere esordiente che spiegava «qui paga la pubblicità», ha sostituito d'un botto, nei ricordi di nonno Mike, i fasti antichi di Lascia o Raddoppia, Rischiatutto, l'invenzione del quiz e altri brandelli di sociologia televisiva. D'un tratto, nel mezzo del cammin della vita di Mike, si è tracciata una riga. Punto a capo. Seicento milioni laddove - nota malignamente una trasmissione del pomeriggio dello stesso padrone - alla Rai ne prendeva una ventina. Silvio paga in contanti, paga bene, conquista. Tanto che nei ricordi dell'ottantesimo compleanno si rende omaggio a Mike, sì, ma il compleanno pare sia di Silvio. Che ha pagato - giusto - e quindi incassa stima e complimenti.

Se si vuole datare l'infiltrazione nelle nostre vite dell'ideologia commerciale all'ultimo stadio, del cinismo del mercato che tutto spiega e compra, e che monetizza tutto, anche i ricordi del nonno, bisogna probabilmente andare a cercare lì, alla data di quell'assegno. Alla scoperta (Mike pare un po' stupito pure adesso) di un mercato che nemmeno era immaginabile, di una riserva di soldi e potere che ancora non si era intuita. Un po' come passare dal treno a vapore all'astronave, e questo di colpo, in un botto, pani e pesci moltiplicati d'incanto, oplà! Seicento milioni! Il gentile sponsor che ti ruba l'anima. E la reazione dell'ineffabile Mike, beh, l'anima, che sarà mai... Forse è poco per farne un frammento di ideologia quotidiana, eppure mai l'elogio del mercato è stato tanto palese, quasi incarnato. E che Mike Buongiorno finisca i suoi anni terreni facendo il suo onesto lavoro da testimonial ha pure una sua ironica coerenza. Testimonial del nuovo che avanzava, e che poi è tracimato. L'iperrealismo arcoriano che ha sostituito il neorealismo. Nelle rughe dei nostri vecchi riconosciamo cose antiche, vere, magari non tutte nobili, ma passate per il setaccio della vita. Il serafico Mike vanta una bella ruga soltanto con scritto sopra: seicento milioni! Racconta e riracconta quella storia, che i media del suo padrone rilanciano con frequenza, come in loop. Messaggio. Tutto era fermo e polveroso e democristo, poi venne la luce, zot! E le famose tre I di Berlusconi: I soldi, I soldi, I soldi.

Ce ne dovrebbe fregare qualcosa? Forse no, forse sì. E' soltanto un piccolo aneddoto rivelatore di come si possano comprare, insieme a tutto il resto, anche i ricordi, le vite passate, gli anni, le storie e le anime. Ultima domanda: qual è la trasmissione migliore della tivù? Risposta di Mike: ma la mia no? E giù a snocciolare orari e date della sua prossima fatica televisiva, come un esordiente qualunque che si fa lo spot. Tutto ciò che è stato è stato, solo quel che si può ancora vendere, monetizzare, trasformare in profitto, ha un minimo interesse. Poi dicono che le ideologie sono morte. Macchè. Hanno ottant'anni, e vanno fortissimo.
Real Casa Reality Show
"Satira preventiva" di Michele Serra

Produttori e pubblicitari sono molto preoccupati perché con il matrimonio dell'infante di Spagna si è esaurito il format televisivo 'nozze reali'. Ecco varie soluzioni

Con il matrimonio dell'infante di Spagna, ultimo residuo di magazzino, si è esaurito il format televisivo 'nozze reali'. Produttori e pubblicitari sono molto preoccupati, perché questi eventi sono straordinariamente redditizi. Tutte le spese di produzione, infatti, sono a carico dello Stato organizzatore, compreso lo strepitoso casting di caratteristi (re, regine, principesse, duchi, vecchie befane col cappellino, ambasciatori gottosi, cortigiani imparruccati, cavalli lipizzani, cardinali, generali, cocchieri, popolo bue) che costerebbe un sacco e per giunta è introvabile attraverso le normali agenzie, nessuna delle quali ha a disposizione, per esempio, un attore in grado di rovesciare il minestrone di ostriche sullo strascico della sposa con la magnifica naturalezza di Carlo d'Inghilterra. Neanche il grande Peter Sellers ci sarebbe riuscito. Per non lasciar cadere un genere di successo e a costo zero, si sta pensando a varie soluzioni.

Il remake
Di alcune nozze reali, per esempio quelle tra Ranieri e Grace Kelly, esistono solo registrazioni radiofoniche, usurate e con la voce del radiocronista poco intellegibile perché, relegato nel salone del buffet, parlava con la bocca piena. Per giunta l'idiota era convinto si trattasse del Gran Premio di Monaco e continuava a domandare ai camerieri l'ordine d'arrivo. Si sono perdute le tracce anche del matrimonio tra lo Scià di Persia e Soraya: l'unica telecamera, all'epoca, fu oscurata da un elefante imbizzarrito proprio durante il fatidico 'sì'. Si sta dunque pensando di ricostruire quelle fastose cerimonie, con controfigure laddove gli sposi siano deceduti. Luoghi e arredi saranno restituiti all'antico splendore: dalla Reggia di Monaco, la cui struttura in marzapane si è afflosciata negli anni, al sontuoso Trono del Pavone di Teheran, ben conservato ma usato come scarpiera dall'ayatollah Kalkalì.

L'Oriente
Ancora poco sfruttato, l'Oriente può fornire scorte imprevedibili di cerimonie regali, esotiche e fastose. Il sultano dell'Oman, per esempio, si sposa ogni primo lunedì del mese con una vergine (l'opposizione in esilio sostiene che è sempre la stessa). La sposa indossa uno speciale e prezioso burqua, una pressofusione ricavata dalle coppe dell'olio dei camion Scania. Le nozze seriali omanite si farebbero apprezzare, televisivamente, per la magnificenza dell'ambientazione, la leggendaria reggia di Qmom, un enorme castello nel deserto realizzato a mano con la tecnica dei pirulini di sabbia e costruito dalla dinastia qmomaita utilizzando, secondo la tradizione, solo paletta e secchiello. Favoloso l'imminente matrimonio tra il rajah di Rawalpindi e la principessa di Lahore, con tigri bianche, altare di lapislazzuli, corone di zaffiri, concerto di trombe e tamburi e contributi statali per il circo. Molto ambite, ma introvabili, anche le nozze del Gran Visir dei nomadi.

I Savoia
Le principali case di produzione hanno scovato un rampollo finora sconosciuto di un ramo cadetto, Vittorio Filiberto, detto Vifì, che fa il magazziniere a Cuorgné. Per soffocare lo scandalo (è l'unico dei Savoia che lavora), la famiglia lo ha diseredato. Purtroppo Vittorio Filiberto ha fatto sapere per bocca del suo convivente che odia le donne, e ha rifiutato la proposta di sposare a 'Domenica in' la vincente di una selezione regionale per Miss Mantenuta.

Seconda serata
Ormai da seconda serata, o addirittura da intervista con Cristina Parodi, le quinte nozze di Stephanie di Monaco. Dopo avere sposato uno stunt-man, il gestore di un'agenzia di recupero crediti, un istruttore di deltaplano e un cronometrista della McLaren, la principessa si è innamorata di un giocatore professionista di tresette, conosciuto a un chiosco di angurie. Si sposeranno tra un mese a Frosinone, città d'origine dello sposo. L'asta per i diritti televisivi è andata deserta. Leggermente migliori le quotazioni della sorella maggiore Carolina, alla sua undicesima gravidanza: ha venduto per 200 euro l'ecografia a un sito Internet, che la diffonde nella rubrica 'in breve'.
Sensi di Polpa
Di Marco Travaglio (L'Unità, 29 maggio 2004)

Uno legge, su "Sette", una rubrica di Barbara Palombelli con un titolo che inizia così "Il mio senso di colpa...". E immagina: forse la signora si sente in colpa per aver accettato di fare la spalla di Giuliano Ferrara ed essersi trasformata progressivamente nel "pungiball" tascabile del Platinette Barbuto. O magari si sente in colpa per aver frequentato, in passato, casa Previti, dove Antonio Baldassarre rivelò di averla conosciuta.
Niente paura, nulla di tutto questo: il titolo completo è "Il mio senso di colpa su Mani Pulite". E allora uno immagina: magari si sente in colpa per non aver difeso con la dovuta energia, negli ultimi anni, i magistrati migliori del Paese, apprezzati e onorati in tutto il mondo e massacrati in patria con linciaggi forsennati, accuse calunniose, processi-farsa a reti unificate. Niente paura, nulla di tutto questo. Anzi, tutto il contrario.
L¹articolo, infatti, svela la vera colpa che la Palombelli non riesce a perdonarsi. Si parte dal cosiddetto "documentario" confezionato su Mani Pulite dal barbuto conduttore del Tg5 Andrea Pamparana, già beatificatore di Di Pietro e del pool finché contavano qualcosa, poi demolitore di Di Pietro e del pool in concomitanza con la rivincita dei ladri.
Scrive la signora: «Rivedendo quelle immagini ­ datate 1992-'94 ­ il numero enorme di persone che non ci sono più, da Raul Gardini a Sergio Moroni, da Gabriele Cagliari a Bettino Craxi ­ che apre e chiude il film ­ non si può non provare un senso di colpa. L¹Italia di oggi non può fare lezioni all'Italia della Prima Repubblica. Valeva la pena massacrare decine di persone? Ho sempre pensato di no, sono felice di vedere che adesso questa sensazione è diffusa e maggioritaria. Ma chi restituirà alle famiglie quei padri che non hanno retto all'onta del processo celebrato nella piazza mediatica?». Ecco, "decine di persone massacrate" dalla "piazza mediatica": questo, nella testolina di Barbara Palombelli, è rimasto di Tangentopoli, cioè di un sistema di corruzione che ­ secondo calcoli del Centro Einaudi di Torino, opera del professor Mario Deaglio - si portava via 10-15mila miliardi all'anno, sfilandoli direttamente dalle tasche dei cittadini sotto forma di estorsioni legalizzate, tasse spropositate, opere pubbliche fatiscenti o inutili, devastazioni ambientali, ruberie persino sulla pelle del Terzo Mondo nella celeberrima "cooperazione" all'italiana. Rimane dunque pochino, e quel pochino è pure sbagliato. Perché non ci fu alcun massacro (a parte le esagerazioni, tipo quella di Francesco Rutelli che augurò a Craxi di "consumare presto il rancio nelle patrie galere"). Craxi, sfuggito a due condanne definitive per aver accumulato almeno 50 miliardi su conti personali e cifrati in Svizzera, morì da latitante di morte naturale.
Gardini e Moroni si tolsero la vita a casa loro dopo un semplice avviso di garanzia, e il prosieguo delle inchieste dimostrò che erano responsabili di gravi reati (come lo stesso Moroni onestamente ammise nella sua ultima lettera). Cagliari fu l'unico indagato milanese che si tolse la vita in carcere, dove peraltro era giustamente recluso (la moglie restituì 9 miliardi sull'unghia, svuotando i conti di famiglia in Svizzera), ma non per l'inchiesta Mani Pulite: Di Pietro l¹aveva già fatto scarcerare, ed era detenuto per un¹altra inchiesta seguita da un pm estraneo al pool, poi approdata a condanne definitive.
A chi altri alluda la signora quando parla di "numero enorme di persone che non ci sono più" e di "massacro di decine di persone", non è dato sapere: i suicidi negli anni di Mani Pulite sono inferiori a quelli degli studenti bocciati agli esami di maturità. A meno che non si vogliano contare anche gli imprenditori costretti a fallire per non piegarsi al racket della tangente, alcuni dei quali finiti in miseria, altri morti suicidi: sono le vere vittime di Tangentopoli, e infatti nessuno le ha mai commemorate.
Mani Pulite, per qualche anno, le riscattò. Ma la signora Palombelli, in tutto questo, non ha nulla da rimproverarsi: lei, con Mani Pulite, non c'entra.

24.5.04

In questo paese di riformisti
di Alessandro Robecchi

In questo paese di riformisti, dove tutti sono riformisti e vogliono fortemente le riforme, il ministro delle riforme è passato in clandestinità, aiutato dai più stretti familiari a darsi alla macchia, a nascondersi in un posto sicuro, in un qualche imprecisato luogo misterioso ubicato tra l'Austria, la Svizzera e le Puglie. Nessuno sa, nessuno dice.
Ogni tanto qualche colonnello del partito del ministro delle riforme spande un po' di unguento e di ottimismo tra i militanti: Bossi sta bene. Migliora. Mangia la minestra. Parla. Scrive sulla lavagnetta. Niente di scientifico, solo qualche pennellata che ricorda un po' le vecchie menzogne dei vecchi regimi: Breznev ha soltanto un raffreddore. Il cuore del generalissimo Franco batte ancora. Il Grande Timoniere è in piena salute.
Mi chiedo come i riformisti italiani - che di solito sono tanto saputelli e portano eleganti baffetti - possano assistere inerti e inoperosi a questo mistero sul ministro delle riforme: se fosse un lavoratore normale il medico fiscale sarebbe già uscito più volte e forse con le riforme già fatte in tema di garanzie dei lavoratori sarebbe già stato licenziato in tronco. Il ministro del lavoro (impropriamente chiamato del welfare) va dicendo in giro che il sei giugno ci sarà un'apparizione, ancora non si sa se live, in video, in audio, in ologramma o semplicemente in spirito, qualcosa come un tuono che oscurerà la piana di Pontida per gridare qualche cazzata delle sue. Insomma in qualche modo apparirà alle masse, con o senza lavagnetta, per rilanciare il verbo.
Il mistero getta una luce inquietante sullo stato di salute del Paese: in quale altra democrazia impegnata in guerra un ministro può sparire nel nulla, volatilizzarsi, restare nascosto? Il mistero fa ancor di più: autorizza qualsiasi illazione. Che ne è di Umberto Bossi? Scrive, parla, argomenta? Riesce a pronunciare parole difficili, tipo "Bingo Bongo", per esempio, o il più classico "vadavialcù"? Non sarà il caso di sostituirlo per lo meno al ministero? La privacy, più volte invocata e difesa, si applica anche per le più alte cariche dello stato, oppure i cittadini - padani e italiani - avrebbero il diritto di sapere dove diavolo si trova, e come sta, il loro ministro delle riforme?
Sono domande che oggi - ai tempi del colera - paiono un po' peregrine. Mentre il ministro delle riforme si trova confinato in luogo sicuro e conosciuto a riprendersi dallo sciopòn, il suo principale, Silvio, si fa bello elencando le 24 riforme che daranno un nuovo volto al paese: sarà questo il vero lifting e, come sanno bene i lavoratori e i ceti meno protetti, sarà fatto senza anestesia, probabilmente passando con la roncola su quei pochi diritti non ancora caduti sul fronte del liberismo. Intanto, colonnelli e caporali del Carroccio, combattono una sorda e patetica guerra per accreditarsi come effettivi eredi del Capo. Maroni versus Calderoli è uno spettacolo epico e divertente, uno scontro di intelligenze dove l'unica cosa a mancare sono, appunto, le intelligenze. Poi c'è Cé, c'è quel giovane Giorgetti, c'è il ministro della giustizia Castelli molto amato dalla base, c'è "la Manuela", la regina di questo drammone medievale, che detta la linea e nasconde a tutti il conducator delle valli, interpreta, consiglia e striglia i fedelissimi un po' troppo burbanzosi. Nel frattempo, la fanzine del movimento, quell'irresistibile foglio satirico che è la Padania, sorvola e tralascia. Non una riga sul povero degente, non un cenno alle sue condizioni, e pure qualche sgarbo al Maroni biblico che annuncia le apparizioni future del desaparecido Bossi. Persino nella pagina delle lettere, solitamente tanto devota e votata al culto del Capo, scompare ogni riferimento all'amato Senatùr. Si parla d'altro, si divaga, ci si rifugia nel feuilletton. Come nella testimonianza del povero lettore Arcangelo Gallo, che - avendo incautamente sposato una musulmana - sa bene "quanto sono cattivi". La sposa lo angaria in ogni modo, il cognato lo picchia come un tamburo gonfiandolo a mo' di zampogna. E lui? Lui niente, china il capino padano, umile e contrito. Forse aspetta un'apparizione sul prato di Pontida, un segno divino, un fulmine dal cielo e l'esibizione solenne del Capo reaparecido. Che, naturalmente, migliora, parla, mangia la minestra.

23.5.04

BERLUSCONI FINANZIA LIBRO CRITICO SU COMMISSIONE P2
da www.osservatoriosullalegalita.org

Con i soldi dello Stato, attacca la senatrice Tina Anselmi, in qualita' di presidente della Commissione parlamentare d'indagine sulla famigerata loggia in un libro molto discusso.
Si tratta del volume "Italiane" - edito a cura del Ministero delle Pari Opportunita' - in cui si raccontano la vita di 247 donne del Novecento: intellettuali, scienziate, attrici, scrittrici, artiste, economiste, imprenditrici. E' il terzo di tre volumi, distribuiti gratuitamente nelle edicole a cura della presidenza del Consiglio dei Ministri, dove, tra le altre cose, si rivalutano figure come Claretta Petacci, Rachele Mussolini, Luisa Ferida (nota torturatrice di oppositori del regime fascista), alle quali, come invita a fare nella Presentazione la ministra Stefania Prestigiacomo, "dobbiamo dire comunque grazie". In questo volume Pialuisa Bianco ha scritto una breve biografia di Tina Anselmi attaccandone il ruolo di donna, di partigiana e di parlamentare. Un duro giudizio anche sul suo ruolo come presidente della commissione parlamentare di inchiesta sulla P2, dove - secondo la Bianco - si "cacciavano streghe e acchiappavano fantasmi". La "furbizia contadina" di Tina Anselmi, scrive la Bianco, sarebbe divenuto "il controverso modello della futura demonologia nazionale, distruttiva e futile". L'associazione StoriAmestre - che ritiene Tina Anselmi "vittima di un grave e volgare attacco" - denuncia che "con uno stile tanto sarcastico quanto banale, Pialuisa Bianco spiega che il problema per la democrazia italiana non era - e non è - la P2, ma chi se ne occupava."L'associazione ritiene "questi giudizi di una gravita' intollerabile. Anche perche' il finanziatore dell'opera, il Presidente del Consiglio on.Silvio Berlusconi, della loggia segreta P2 aveva la tessera n.1816". Per la sua falsa testimonianza sulla P2 Berlusconi fu anche condannato in appello dalla Corte di Venezia (poi amnistiato). E' da rilevare che la presidenza del Consiglio dei ministri figura come finanziatrice dell'opera, ma questa sorta di revisionismo storico viene pagato e distribuito con fondi dello Stato, e quindi dei cittadini. Inoltre Pialuisa Bianco e' stata nominata dal Governo Berlusconi direttore dell'Istituto Italiano di cultura a Bruxelles all'epoca del semestre italiano e cio' in base all'articolo 14, comma 6, della legge 400 del 1990 che prevede la possibilita' di conferire la funzione di direttore di tali istituti a persone estranee all'amministrazione e "dotate di prestigio culturale e di elevata competenza anche in relazione all'organizzazione della promozione culturale". Sarebbe troppo chiedere da dove discende tanta elevata competenza e prestigio, attribuiti Pialuisa Bianco?
Decapita solo il medico di base

Per non sbagliare il suo appuntamento con la Storia, l'amministrazione Bush ha minuziosamente preparato la giornata del 30 giugno in l'Iraq. Ecco il programma della giornata

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra (L'Espresso, 21/05/2004)

Stalin provò a realizzare il socialismo in un solo paese. Per non essere da meno, George Bush proverà a realizzare la democrazia in un solo giorno, il 30 di giugno in Iraq. Il 'Guinness dei primati' ha già spedito i suoi commissari a Baghdad, con il compito di registrare lo straordinario record. Sono stati rapiti quando erano ancora sulla scaletta dell'aereo, stabilendo a loro volta un sensazionale primato.
Per non sbagliare il suo appuntamento con la Storia, l'amministrazione Bush ha minuziosamente preparato la giornata del 30 di giugno, curando ogni dettaglio, dalla decorazione dei minareti con festoni di carta colorata all'invio di Ernesto Galli della Loggia che terrà un corso accelerato di tolleranza nel mercato di Bassora, interrompendo la millenaria cerimonia locale della Lapidazione del Montone. Ecco il programma della giornata.

Ore 7 Sveglia. Verrà irradiata in tutto il paese una lettera di Thomas Jefferson alla sorella. Secondo gli esperti del Pentagono, Jefferson è popolarissimo in Iraq.

Ore 8 Ginnastica aerobica. Due milioni di videocassette di Jane Fonda in body pervinca che scandisce "uno-due-tre-quattro", giacenza degli anni Ottanta, sono già state distribuite agli imam di tutto il paese. Si segnalano roghi nei pressi di tutte le moschee, esclusa quella della Facoltà di Ginecologia della capitale che ha ringraziato per l'invio del prezioso materiale didattico.

Ore 8,30 Scuola di democrazia per tutta la popolazione. Gli esperti del Cepu hanno stilato un programma che in sole quattro ore sintetizza circa mille anni di progressi istituzionali, dalla Magna Charta ai libri di Ferdinando Adornato. Ogni iracheno sarà seguito da un tutor. Entro mezzogiorno dovrà saper ripetere a memoria la teoria dei bisogni di Agnes Heller, le principali costituzioni europee e il nuovo codice della strada, che introduce la patente a punti anche se la patente, in Iraq, non esiste (possono guidare tutti gli automobilisti in grado di suonare il clacson). I punti verranno tolti dalla carta d'identità.

Ore 12 Finalmente ammaestrati a dovere, gli iracheni si recano alle urne. Potranno scegliere tra i tre partiti tradizionali (Forza Islam, Sacro Islam e il cartello moderato Islam o Morte) oppure tra Democratici per l'Islam e Repubblicani per l'Islam, emanazioni dei due grandi partiti americani. Gli esperti del Pentagono, che hanno effettuato accurati studi sull'elettorato di origine irachena residente a Miami, assicurano che Democratici e Repubblicani otterranno un plebiscito.

Ore 17 Urne chiuse. Lo spoglio deve essere ultimato in un'ora al massimo, perché alle 18 deve insediarsi il nuovo governo. Per ottenere la massima rapidità, gli scrutatori sono stati reclutati tra i giocolieri e i prestidigitatori di mezzo mondo. Durante le simulazioni, ha destato sorpresa l'alta percentuale di voti ottenuti dalla Regina di Quadri. Per ovviare a eventuali intoppi, gli esperti del Pentagono hanno già preparato un exit-poll che dà il 70 per cento all'attuale capo dell'Autorità Provvisioria, Paul Bremer.

Ore 18 Nel tripudio degli iracheni, si insedia il nuovo governo Bremer. Il premier, per dare un concreto segno di normalizzazione, annuncia di voler prendere la cittadinanza irachena, però mantenendo la residenza a Chattanooga. Con una battuta accattivante, spiega al Gran Consiglio degli Ulema, riunito in seduta solenne, che dell'Iraq gli piacciono soprattutto le belle fiche. Un istante dopo i combattimenti riprendono con intensità inaudita in tutto il paese.

Ore 20 La democrazia in Iraq ottiene i suoi primi effetti. I guerriglieri hanno un regolare porto d'armi, le decapitazioni avvengono solo sotto stretto controllo del medico di base, ai rapiti viene concesso di leggere gli editoriali di Galli della Loggia ai loro carcerieri. Il mondo assiste in diretta al trionfo della legalità: alla Camera di Baghdad i primi scontri a fuoco tra sciiti e sunniti vengono duramente biasimati dal presidente di turno che suona insistentemente il campanello.

20.5.04

Le dieci posizioni del centrosinistra sul conflitto in Iraq
di Gene Gnocchi (Corriere della Sera, 20/05/2004)

10 Margherita. Sì a una nuova risoluzione dell’Onu, ma no al ritiro «senza se e senza ma». Apertura a un ritiro con un «percome» e qualche «nel frattempo». Ma comunque tutto entro il 30 giugno.
9 Rifondazione Comunista. Sì al ritiro immediato però lasciando in loco la governatrice Barbara Contini a spiegare agli iracheni ad uno ad uno perché ci siamo ritirati. E comunque il tutto entro il compleanno di Bertinotti e cantando Bella ciao.
8 Comunisti Italiani. Stessa posizione di Rifondazione Comunista ma con tre distinguo: no al ritiro immediato, no a lasciare la Contini in loco, sostituzione di Bella ciao con Contessa , ma solo nella versione dei Modena City Ramblers.
7 Lista Occhetto-Di Pietro. Posizione di Occhetto: sì al ritiro del contingente italiano sostituito dal solo Massimo D’Alema in tenuta da parà. Posizione di Di Pietro: sospensione della guerra in Iraq e suo trasferimento al tribunale di Brescia, previa audizione di Sergio Cusani, Primo Greganti e Sandy Marton. E comunque il tutto entro l’inizio della nuova serie tv di Forum.
6 Partito Popolare. Sì al ritiro immediato purché la mozione sia preceduta da un preambolo, da un prologo, da un’introduzione programmatica e dalla prefazione di Ernesto Galli della Loggia. E comunque il tutto entro l’anniversario della frase di Caltagirone a Evangelisti «A Fra', che te serve».
5 Udeur. Ore 9: no al ritiro immediato. Ore 10: sì al ritiro immediato. Ore 11: no al ritiro immediato. Ore 12 pranzo al sacco.
4 Verdi. Posizione di Pecoraro: sì al ritiro immediato ma cercando di rimettere insieme col Bostik tutte le fioriere distrutte dagli americani. E comunque entro il solstizio d'estate. Posizione di Scanio: no al ritiro immediato ma sostituzione della portaerei Usa «Mike Tyson» con trenta golette verdi. E comunque entro il controesodo di Ferragosto.
3 Ds. Posizione dei dalemiani: sì alla mozione Occhetto, no alla mozione di Pecoraro Scanio, forse alla mozione di Alleanza Nazionale. Posizione del correntone: no al ritiro immediato, pieno sostegno a Condoleezza Rice, e pappa e ciccia con i cristiano maroniti di etnia Pashtun. Posizione dei riformisti: Craxi l’aveva detto.
2 Codacons. No al ritiro immediato, ma apertura inchiesta approfondita sui materiali usati dagi alleati nelle torture: pare non avessero il bollino Ce.
1 Sdi. Lo Sdi non ha ancora manifestato la propria posizione che scaturirà dalla convention dello Sdi in corso nella cabina telefonica di Rozzano sul Naviglio.

18.5.04

Lo scudetto nella bara
di VITTORIO ZUCCONI (Repubblica, 17/05/2004)

Negli anni più torvi della guerra fredda e di quella osse
ssione ideologica che stregò brevemente la democrazia americana con il volto di un senatore chiamato McCarthy, l'edificio di oscenità e di menzogne creato dalla caccia alla streghe crollò simbolicamente e definitivamente quando l'avvocato difensore di uno degli accusati chiese, in diretta televisiva, al senatore: "Ma lei non ha più alcun senso di dignità e di pudore?".

Ci sarà qualcuno che avrà il coraggio di ripetere quella domanda, nell'Italia della televisione addomesticata e anestetizzata, al capo dell'esecutivo italiano, al nostro Presidente del Consiglio che festeggiava la propria miserabile gloriuzza in uno (scandaloso) torneo di pallone mentre i suoi soldati, i suoi fratelli d'Italia, si battevano per lui, per la stoltezza dellle sue decisioni di stratega dilettante?

Esiste ancora qualche decenza, qualche comune senso del pudore e del rispetto umano, nel leader politico nazionale che preferisce dedicare un pomeriggio al Milan piuttosto che restare in quello studio a Palazzo Chigi dove noi cittadini lo abbiamo cortesemente inviato a spese e per conto nostro, per mostrare, per almeno creare l'impressione che le gambe di soldati italiani impegnati in battaglia siano più importanti delle gambe dei calciatori miliardari che hanno preso a pedate un pallone per lui?

Sapevamo tutti, domenica pomeriggio che lo scontro di Nassiriya non era un incidente qualsiasi nè una "operazione di pace" andata storta, come la grottesca finzione ufficiale ancora pretende di definire la situazione dei nostri reparti combattenti nel sud dell'Iraq. Eppure la voglia propagandistica di sfruttare ancora una volta le pailettes di un successo sportivo, la vanagloria del tifoso e padrone che vuole apparire il condottiero trionfante di una infantile guerra sportiva vinta mentre è in corso la disfatta nella guerra reale è stata irresistibille. Non basta certamente per salvarsi la coscienza essere informati "minuto per minuto" come se la cronaca di una battaglia fosse l'equivalente di un radiocronaca calcistica e la vita di soldati spediti con l'inganno fosse assimilabile a un rigore o a un gol.

Se a chi ci governa fosse rimasto un briciolo di quel pudore e di quella dignità che l'avvocato difensore delle vittime dell'inquisizione maccarthysta non trovò in quell'America tanto lontana e purtroppo tanto vicina, il solo atteggiamento dignitoso e realmente patri
ottico, anche se ormai inutile, sarebbe stato almeno evitare la festa dell'idiozia pallonara e rinchiudersi nel riserbo del padre che trema per la vita dei propri figli. George Bush, che pure del nostro Presidente sarebbe il maestro di pensiero e il protettore internazionale, ha rinunciato in questi giorni addirittura a partecipare alla cerimonia della laura delle figlie, uno dei momenti di maggiore e giusto orgoglio per un padre, per non creare l'impressione di rallegrarsi per successi privati mentre la famiglia americana subiva i traumi delle torture, dei rovesci militari e delle morti atroci degli ostaggi. Il nostro Presidente non ha rinunciato alla festa del Milan.

I soldati italiani che combattono e muoiono in Iraq sotto la bandiera di una menzogna sfacciata portano cucito sulla manica uno scudetto tricolore, come la squadra che vince il campionato, ma per 18 di loro non ci saranno feste nè premi partita, nè sorrisi compiaciuti e servili di dirigenti tronfi e ciambellani e giullari convocati alla corte del signore. Per loro, soltanto le bare, fasciate nel patriottismo falso di chi li ha mandati a morire, ma, mentre morivano, preferiva "esultare".

La sola coppa possibile, per quelli che restano ancora, sarebbe il ritorno a casa, da una missione falsa, non sconfitti dal nemico, ma da chi li ha adoperati come giocatori di quarta serie, come carne da cannone, senza decenza, senza dignità, senza verità. E ora dovranno subire anche l'ultima umiliazione della retorica patriottarda e impudente di chi accoglierà la bara, tra lacrime di coccodrillo e alè olè alè.

17.5.04

I militari sapevano
dal sito dell'Associazione Articolo21, 13/05/2004

Già nell’agosto 2003 gli ufficiali dell’esercito italiano avevano accesso alle carceri di Nassiriya, conoscevano quell’inferno e si prodigavano per rendere più umana la detenzione dei prigionieri.
Le immagini che lo confermano sono state raccolte dal produttore indipendente Stefano Rolla, l’eroe civile ucciso a Nassiriya insieme ai carabinieri e ai soldati coinvolti nell’attacco del 12 novembre. Tra gli accompagnatori in Iraq di Stefano Rolla vi era anche il maresciallo-biologo del Ris, Massimiliano Bruno, anch’egli caduto a Nassiriya.
Il filmato di 33 minuti prodotto dal regista Massimo Spano fu acquistato dalla rete 2 della Rai e molto parzialmente utilizzato dal programma Excalibur di Socci.
Le immagini raccolte da Stefano Rolla sembrano dettate dalla vedova del maresciallo del Ris, Pina Bruno, cosi’ come proposte nell’intervista di Chiara Rossotto al Tg3.
Il maresciallo Bruno viene inquadrato distintamente da Rolla al termine di un sopralluogo nell’antica babilonia ed appare in altre immagini filmate da Rolla ma non montate dai collaboratori di Massimo Spano.

Nelle immagini successive, il produttore morto a Nassiriya, riprende invece un ufficiale in mimetica dell’esercito italiano a colloquio con un gruppo di detenuti reclusi dentro una gabbia non molto piu’ grande di quelle del canile di Porta Portese. La gabbia e’ stipata. Accanto all’ufficiale italiano vi e’ un iracheno con la divisa della polizia locale e i gradi di capitano sulle spalline. Il militare italiano parla in inglese, tenta di incoraggiare i detenuti e si appresta ad una mediazione con le autorita’ locali. Le immagini di Stefano Rolla testimoniano che Massimiliano Bruno poteva essere a conoscenza di quelle condizioni inumane cosi’ ben descritte nelle interviste concesse dalla vedova Bruno e dal suo comandante, il colonnello Burgio.

L’associazione articolo 21 ha potuto vedere per intero il filmato. Ne traspare non solo la consapevolezza di operare in uno scenario di guerra dove i diritti umani sono limitati da fatti circostanze e usi locali, ma soprattutto l’impegno umanitario dei nostri militari, incluso il maresciallo Bruno e i suoi ufficiali, affinche’ la polizia locale assumesse atteggiamenti ‘occidentali’ nei confronti dei prigionieri iracheni. Nessuno ne aveva mai dubitato.

Ma, visto che i marescialli sapevano, i capitani sapevano, i colonnelli sapevano e persino il generale Spagnuolo sapeva, dove si e’ interrotta la catena di comando e controllo? Come mai il governo non sapeva?
Ah, a proposito, il documentario nei titoli di coda ringrazia per il contributo i ministeri della Difesa e degli Affari Esteri; ma Martino e Frattini lo sapevano? Lo hanno mai visto? Nessuno l’ha mai detto a Berlusconi?

15.5.04

URBAN: GLI EDITORI COME NON LI AVETE MAI VISTI

La mattina del 12 maggio 2004, appena arrivati in redazione, i lavoratori di Urban, il primo free magazine italiano, hanno trovato una bella sorpresa: lettere di licenziamento - immediato e in tronco - per tutti. Direttore, caporedattore e redattrice, art director e grafica, segretaria di redazione, tutti a spasso su due piedi, con una letterina alquanto peregrina. Titolo: "Licenziamento per giustificato motivo oggettivo". Una formula probabilmente inventata lì per lì per dire: "Ci vediamo a questo punto costretti a terminare l'attività di tutta la redazione, vista la necessità di razionalizzare la struttura dei costi rispetto ai ricavi che si sono potuti ottenere sin ora".

Nessun accenno alla cessazione delle pubblicazioni o alla chiusura del giornale: si chiude "soltanto" la redazione, il che lascia intendere tra le righe l'intenzione di riprendere le pubblicazioni con mano d'opera più conveniente.

Molto sospetta la scelta dei tempi: il numero di Urban previsto per il mese di giugno aveva già venduto (a detta della concessionaria di Pubblicità Johnson Adv) oltre 40 pagine, punto più alto di raccolta pubblicitaria toccato dal magazine nei suoi tre anni e 28 numeri di vita. Gli editori, nella persona del presidente Ivan Veronese, hanno comunicato una perdita operativa. La redazione, del resto, nei suoi tre anni di attività non ha mai avuto il bene di conoscere i reali dati economici dell'azienda, non ha mai visto un bilancio.

Ora, si attende di vedere cosa sarà il nuovo Urban pubblicamente annunciato dall'editore, realizzato con un service per due numeri e poi con una redazione "leggera" (senza giornalisti?) a sostituire la redazione licenziata. Il primo atto della "razionalizzazione", comunque, è stato l'azzeramento di sei posti di lavoro regolari. Niente male come battesimo.

I lavoratori di Urban licenziati, che sono già in contatto con le strutture regionali e nazionali del sindacato e con gli uffici legali, si riservano, naturalmente, di agire in ogni sede opportuna per tutelare i propri diritti.