14.2.05

Formigoil
di Marco Travaglio (L'Unità dell'11 Febbraio 2005)

Mentre la Casa Circondariale delle Libertà cerca i terroristi complici di Saddam in casa Prodi, nell¹ufficio della giudice Forleo e fra i marocchini che vendono collanine, un¹inchiesta di due noti giornali comunisti - Financial Times e Sole-24 ore - rivela che il pio governatore della Lombardia Roberto Formigoni, tramite il suo pio segretario Marco Mazarino De Petris, anche lui devotissimo a Cl, è coinvolto in un traffico di 24 milioni di barili di petrolio con l'ex tiranno. La Procura di Milano indaga per corruzione internazionale e appropriazione indebita. La cresta sulle forniture - secondo l'accusa- la facevano tutti: Saddam & C. per comprare le armi, ma anche i loro amici. Fosse tutto vero, avremmo il primo governatore che va a petrolio: Roberto Formigoil. Dopo le Sette Sorelle, l'ottava. Altro che «delfino del Cavaliere»: costui è una petroliera. Nome in codice: Comunione ed Esportazione, o Appropriazione, o Estrazione. Ora si attende con ansia una vibrante dichiarazione del Cavalier Bellachioma. L'ultima sul tema Iraq è quella sul congresso Ds: «Dov'era la sinistra italiana mentre noi portavamo la libertà in Iraq? Sempre dalla parte sbagliata. La nostra sinistra ha una speciale predilezione per i dittatori». Ora,visti gli ultimi sviluppi, delle due l'una: o Saddam non è più un dittatore, nel qual caso andrebbe scarcerato e risarcito per questi due anni di ingiusta detenzione patita a causa delle toghe rosse americane; oppure Formigoil è di sinistra, e allora bisogna assolutamente bombardare il Pirellone per esportarvi la democrazia. Formigoil parla di «minestra riscaldata» (con un fastidioso retrogusto di greggio, però). E riesuma un'espressione desueta da decenni: «È un complotto della Cia». Forse perché la campagna contro Oil For Food è un chiodo fisso del Foglio di Giuliano Ferrara, che della Cia era informatore a libro paga. E Ferrara, si sa, è molto intelligente. Anzi, molto intelligence. Colpisce il silenzio del cosiddetto ministro Castelli, inflessibile a targhe alterne. Ieri, sul Corriere, Gian Antonio Stella ha svelato la sua ultima impresa: una richiesta alla Procura generale di Venezia perché «esprima parere positivo al trasferimento in Spagna di Carlo Cicuttini». Cicuttini è il terrorista nero condannato all'ergastolo per la strage di carabinieri a Peteano, latitante per 26 anni grazie alla Spagna franchista, arrestato nel '998. Se tornasse, come chiede, in Spagna sarebbe subito libero, grazie all'amnistia franchista del '977. Eppure il draconiano Castelli, che accusa ogni giorno la sinistra (non solo italiana: mondiale) di «difendere assassini e latitanti», chiede al Pg di Venezia di accontentare il terrorista, che ha la fortuna di essere difeso dal deputato di An Enzo Fragalà. Ma le toghe rosse di Venezia e della Cassazione rispondono picche: rispedirlo in Spagna - scrivono gli ermellini bolscevichi - «equivale alla concessione della grazia fuori dalla procedura prevista». Strano, visto che Castelli alla grazia per i delitti di sangue s'è sempre ferocemente opposto: «io sto con Abele e la sinistra con Caino». Quando la gup Forleo assolse i tre marocchini dall'accusa di terrorismo perché non c'erano le prove, il vicepremier Fini espresse «sdegno e sconcerto». Il ministro Pisanu lanciò l'allarme per i «kamikaze in libertà». E Calderoli comunicò: «Mi vien da vomitare». Si attendono a minuti lo sdegno e lo sconcerto di Fini, l'allarme di Pisanu e il vomito di Calderoli per il tentativo di Castelli di rimettere in libertà non un semplice indagato, ma un terrorista condannato definitivamente per strage. Dopodichè il cosiddetto Guardasigilli ci illuminerà sul «comune sentire del popolo» in proposito. E magari, chissà, l'insetto di Porta a Porta allestirà uno speciale contro il lassismo del Ministero diretto dalla moglie Augusta Iannini. Intanto nelle Procure, grazie ai tagli ministeriali, scarseggia financo il carburante per le scorte e la polizia giudiziaria. Ma ora almeno quel problema è risolto: al pieno di benzina ci pensa Formigoil.

12.2.05

Il decoder sbarca a Saturno
"Satira preventiva" di Michele Serra

L'ultima frontiera sarà il digitale celeste, che proietta le immagini direttamente sugli anelli del pianeta. Agli abbonati verrà fornito un telescopio come gadget

Appena arrivato nelle case degli italiani, il digitale terrestre rischia già l'obsolescenza. Nuove tecnologie incombono, e presto i 20 telecomandi presenti in ogni casa saranno solo un ricordo: al loro posto ci saranno 20 decoder, impilati in un apposito mobile alto tre metri, ispirato alla torre di Babele. Sul retro, il dedalo di cavi e spinotti dovrà essere cardato e pettinato, come la lana dei materassi, almeno una volta all'anno, per evitare i nodi, e disinfestato dalle cimici e dagli scarafaggi da una ditta specializzata, di proprietà del figlio di Adriano Galliani. Le novità imminenti sono queste.

Calcio tridimensionale Senza neanche accendere il televisore, e semplicemente assumendo due etti di funghi allucinogeni e scolando una bottiglia di Barolo, si avrà l'impressione di seguire la partita preferita come se la stessero disputando nel vostro tinello. Chi ha già sperimentato questa tecnologia sostiene che si è convinti di vedere i calciatori in carne e ossa, alternando entusiasmo e terrore, e si è dominati dall'istinto di spostarsi rapidamente da un angolo all'altro della casa per non essere travolti. Ancora allo studio il modo per evitare il down del dopopartita, quando si cade in stato comatoso e si confonde il lettighiere con il telecronista, concedendogli un'intervista sull'operato dell'arbitro.

Calcio telepatico Niente decoder e niente smart-card: un medium (in genere un ex calciatore radiato per slealtà sportiva) segue la partita per voi allo stadio, e vi trasmette telepaticamente le immagini salienti, complete di commento, per cento euro. Il contratto è stato firmato, fino adesso, solo da poche migliaia di utenti, gli stessi che avevano acquistato i bond della Parmalat.

Calcio labiale Un gigantesco schermo, abbastanza grande da poter distinguere nettamente le otturazioni dentali e la placca gengivale, trasmette esclusivamente le immagini del labiale dei calciatori. Bestemmia dopo bestemmia, potrete ricostruire la partita senza mai vedere un'azione di gioco o il pallone. La coppia di telecronisti è costituita da un glottologo e da un sacerdote.

Supermoviola Sky Speciale contratto di Sky per seguire la partita esclusivamente attraverso i replay al rallentatore, commentati da ex arbitri che (solo per i clienti con contratto Excellence) si insultano tra loro e vengono alle mani. È gratuito perché ogni partita dura in media due giorni e dunque ci possono essere fino a 220 interruzioni pubblicitarie. L'Unione consumatori lamenta casi di paresi e primi sintomi di Parkinson tra gli utenti che hanno seguito le trasmissioni sperimentali.

Calcio ustore L'immagine della partita arriverà nelle case degli abbonati riflessa da uno specchietto tenuto in mano da un tecnico a bordocampo. Unico limite, questa tecnologia è in grado di coprire (se muniti di balcone) solo gli ultimi piani dei caseggiati che sormontano lo stadio.

Calcio laser È come il calcio ustore, ma per adesso la sperimentazione è stata interrotta a causa della morte di diversi spettatori che si erano frapposti sbadatamente tra il segnale e il decoder.

Sky Metano Nebulizzate, e poi ricomposte da un sofisticatissimo decoder a forma di tegame, le immagini della partita del cuore arrivano dalle tubature del gas, e si ricompongono sul fondo del tegame quando si arroventa. Unico limite, se si cucina il brasato nello stesso tegame usato per vedere le partite, l'immagine arriva sfocata.

Digitale celeste A differenza di quello terrestre, materializza le inquadrature della partita sulla faccia visibile di Saturno. Oltre al decoder, agli abbonati vengono forniti anche un potente telescopio e un giaccone pesante per resistere al freddo durante le marce di avvicinamento invernali alle postazioni astronomiche. Gli utenti con il contratto Luxury possono godere anche di spostamenti in jeep, guidata personalmente da Adriano Galliani.

9.2.05

La polizia delle parole
[Titolo originale: "La police des mots"; si noti che qui in francese la parola "police" può assumere diversi significati: carattere (nel senso di carattere di stampa), polizia, polizza] traduzione di Letizia Ricci

La politica ha ancora un senso?

A questa domanda la filosofa Hannah Arendt rispondeva: il senso della politica è la libertà. Questa risposta, che dovrebbe rendere tutte le altre superflue, non è più ovvia.

Siamo al punto in cui anche il Partito Socialista [francese] s'interroga sull'eredità del 1968 - "l'emancipazione, la chiamata alla libertà" - e sulle regole di cui il nostro paese ha bisogno. La riflessione si iscrive perfettamente nell'aria del tempo. Mai la libertà è stata così apertamente rivendicata. Eppure è sempre più inquadrata. La democrazia si impantana nelle sue contraddizioni: per garantire le libertà penalizza le idee. Al punto che l'eccessivo "Vietato vietare" sessantottino diventa un preoccupante "Vietato dire". La moltiplicazione delle leggi sul sessismo, l'omofobia, il razzismo, l'antisemitismo, "l'antisionismo radicale", ecc. oggi si basa sul rispetto dell'altro.

Difficile contestare questi testi il cui scopo, sincero, è di rafforzare la tolleranza. Le loro conseguenze tuttavia vanno nel senso inverso delle intenzioni dei loro autori. La regolamentazione galoppante è di per sé contraria all'idea stessa di libertà di pensare e di dibattere. Essa stabilisce una polizia delle parole mentre è nella libera discussione che appare la realtà. Non è nascondendo il male che lo si combatte. Bisogna che sia visibile per poterlo fare indietreggiare. Una società che si lancia a corpo morto nella sanzione delle idee tradisce i suoi dubbi, mostra le sue paure e confessa le sue debolezze.

Siamo così poco sicuri delle nostre convinzioni democratiche da aver bisogno senza sosta di proteggerci da noi stessi?

Crediamo così poco nella forza dei nostri valori comuni da doverci imbavagliare?

Siamo così poco rispettosi dell'altro da doverci mettere la museruola?

Una società deve fissarsi dei limiti, ma la legge non può servire da diserbante per eliminare la gramigna dell'intolleranza. La paura diventa il nostro motore quando ci conduce a restringere il campo delle libertà.

Dei principi che vivono su campi trincerati sono già sul declino. Non è erigendo muri nelle nostre teste e cucendosi la bocca che vinceremo i nostri mali. Solo l'educazione, il richiamo costante dei nostri diritti e dei nostri doveri, dei nostri valori, il dibattito e la pluralità della discussione permettono di rafforzare il rispetto dell'altro e di se stessi.

Denis Jeambar

L'Express, 7 novembre 2004"

4.2.05

QUATTRO PAGINE PER CRESPI
da Adolfo Valente

Caro Sabelli Fioretti: quattro pagine di intervista a Luigi Crespi sul magazine del Corriere, per giunta sotto il titolo pomposo di "Terzogrado", e non c'è una domanda, (ma che dico? Un accenno, almeno) al miserevole fallimento del più grande gruppo di sondaggi italiano, al buco nero di milioni di euro contesi fra Crespi e la Popolare più "popolare" del momento, quella di Lodi, allo scontro che ha opposto il tremontiano Crespi alle Fazio...se banche italiane, all'inchiesta aperta a Milano per bancarotta fraudolenta che lo vede imputato.Imputato Sabelli! Che c'è? Non lo sapevi? Va di moda dimenticarsi delle disavventure giudiziarie, lo so. Ma da te non me lo aspettavo. O ci fai credere che l'omissis è solo una scelta editorial/professionale? C'è stato un tempo nel quale domande come queste non te le saresti lasciate sfuggire. O ci sono persone alle quali non le fai? Ma insomma? Si impara nell'Abc del mestiere. Un'intervista come questa, caro Sabelli, se te l'avesse portata un redattorucolo qualsiasi, senza ricordare che l'intervistato è sotto inchiesta proprio per il gruppo di sondaggi di cui era "guru", senza ricordare che quel gruppo di sondaggi non c'è più, e nessuno ha mai spiegato perché, tu l'avresti cestinata. Invece la firmi. Complimenti. Perché nel buco nero di Crespi, e senza spiegazioni, c'è finito anche un quotidiano on-line, IlNuovo, fatto da tuoi colleghi coraggiosi, che ancora aspettano spiegazioni (oltre a liquidazioni, stipendi e indennizzi vari). Se la deontologia professionale non ti sembrava un buon motivo per pubblicare un'intervista giornalisticamente corretta, caro Sabelli Fioretti, almeno avresti dovuto farlo per rispetto dei colleghi. Tant'è. Prendiamone atto. A quando un "terzo grado" a Calisto Tanzi su come coltiva le rose in giardino? O uno al mostro di Milwaukee con le sue ricette preferite? Restiamo in attesa...
INTERVISTA A CRESPI
da Monica Sargentini

Caro Claudio, leggo sempre con piacere le tue interviste. Ma quella di oggi a
Crespi, perdonami, è imbarazzante. Io Luigi lo conosco, è un personaggio
affascinante, è intelligente, carismatico. Però noi che siamo stati vittime del
suo crac (ora è indagato per bancarotta fraudolenta) e dei suoi casini con le
banche non possiamo leggere a cuor leggero una roba in cui tutto ciò è
completamente dimenticato. 500 persone a casa. Liquidazioni che non vedremo
mai, ecc. Io ho ascoltato per ore la versione di Crespi, come è stato raggirato
dalle banche, vittima di un complotto ecc. Ma poi alla fine a pagare siamo stati
noi che ci siamo ritrovati senza lavoro e senza nemmeno i soldi che ci
spettavano. Lo sai che fastweb aveva dato a crespi tre miliardi di euro con
tutti i soldi delle nostre liquidazioni e indennità varie? Soldi che sono
spariti nel nulla. Lo sai che del Nuovo non c'è più traccia su Internet perché
non è stato solo chiuso, è stato cancellato? Quattro anni di vita mangiati
spegnendo un bottone. Guarda non c'è astio nelle mie parole, perché ora sono al
Corriere e sono felice. Però non è giusto. E da te non me l'aspettavo.
LUIGI CRESPI, HDC E L'AMNESIA DEGLI INTERVISTATORI
da Paolo Pagani, Milano


Carissimo CSF, il monumentale Luigi Crespi, ex patron della fallita Hdc che editava il quotridiano on line ilNuovo.it, pontifica nella tua intervista in tinello. Lì, almeno, pare vi troviate a giudicare dalla fotona sul Corriere della Sera Magazine. Ma, tra chiazze di ragù e sgocciolìo di brodo di pollo (il pollo sei tu), nell'intervista non v'è traccia diell'imputazione per bancarotta fraudolenta piovuta sul capo del Crespi da parte della Procura di Milano, "in ordine" a un crac industriale da 70 miliardi di vecchie lire (lessico da mattinale, per essere chiari). Il gruppo facente capo a Luigi Crespi (Hdc appunto) così come alcune società controllate, sono amministrate da un curatore nominato dal Tribunale di Milano. Né si legge, nell'intervista, del fatto che i 40 giornalisti de ilNuovo.it finiti sulla strada, tutti in causa giudiziaria, aspettano ancora la loro liquidazione (scomparsa) e le spettanze di legge (scomparse pure quelle). Tutto simpaticamente svanito nello stile della più tradizionale “prepotenza padronale”, altro che marxismo e buddhismo (ma mi faccia il piacere). Il saggio orientalista che tu intervisti, infatti, ha scordato di pagare ai dipendenti, per mesi, i contributi previdenziali Inpgi. Forse stava rileggendo l'Ayurveda, nel frattempo?

Quanta amnesia, sono sodduisfazioni, come diceva il Ferrini. In un suo vecchio libro sull’Italia (“Storie di boss ministri tribunali giornali intellettuali cittadini”), il senatore Dalla Chiesa si domandava: ma in che Paese viviamo? Ecco, alcuni passaggi della storia di Luigi Crespi andrebbero valutati con maggiore attenzione. O con minore superficialità, scegli tu. Se anche tu sei cascato nel trappolone del classico "pezzo di colore", caro CSF, significa che Luigi Crespi e la sua storia recente incarnano l’esatto contrario della trasparenza tanto sbandierata nelle interviste. Le battaglie per il rispetto del lavoro e della dignità professionale, calpestati dal corpulento guru de noantri, vanno o no considerate nel novero dei valori da difendere, “senza se e senza ma”? Che un brillante collega come te se lo dimentichi, nel tinello crespiano, è un peccato. Ha proprio ragione, caro senatore Dalla Chiesa: ma in che Paese viviamo?

Quant'è dura la vita del rifugiato
"Satira preventiva" di Michele Serra

"Cara mamma, è tutta una manovra politica.... e mandami, per piacere, 300 euro per il mio ricorso all'Aja. Tuo figlio"

"Cara mamma, penso che la vita sia veramente ingiusta. I tre di Primavalle l'hanno fatta franca, Battisti avrà aperto il solito wine-bar in Honduras, perché solo io devo continuare a fare il rifugiato politico a Parigi? Gli altri compagni in esilio fanno tutti il ristoratore o il giallista, che colpa ne ho se cucino di merda e scrivo anche peggio? L'unica volta che ho provato a scrivere un noir mi sono addormentato già al secondo paragrafo. Per giunta non ho ancora ricevuto i maglioni lavati e rammendati, sei sicura di averli spediti all'indirizzo giusto? Sono triste e mi manchi tanto. Ogni sera viene a trovarmi Oreste Scalzone e mi suona 'Addio Lugano bella' alla chitarra. Non credevo che il mio passato rivoluzionario comportasse una punizione così severa. Tuo Pinuccio".

"Caro Pinuccio, mi dispiace tanto saperti triste, per giunta in una città dove non esistono le lavanderie. Faccio due lavatrici al giorno per te, e la spedizione mi costa metà della pensione. Quando vado alla posta a ritirarla penso che tu abbia ragione quando dici che è tutta colpa dello Stato. Solo che, a 83 anni, non posso fare sei rapine a mano armata e due omicidi come hai fatto tu. Al massimo posso brontolare con l'impiegata dell'ufficio postale, ma è tanto gentile e poi ha due figli, mica posso spararle. Copriti che fa freddo. Mamma".

"Cara mamma, il mio avvocato ha presentato un altro ricorso alla Corte dell'Aja. Chiede lo status di perseguitato politico, e in effetti se penso a tutte le cazzate che mi ha fatto fare la politica, e a come mi ha ridotto, credo che sia la definizione più giusta. A proposito, anche il mio avvocato ti chiede come mai non gli è ancora arrivato il pacco con la biancheria pulita. Ti sei ricordata di non inamidare il colletto delle sue camicie? Gli dà tanto fastidio. Pinuccio".

"Caro Pinuccio, temo di avere confuso le camicie del tuo avvocato con le tue e con quelle di Scalzone. Lavo e stiro per voi tutto il santo giorno e non ho più l'occhio di una volta. Hai 58 anni, non sarebbe ora che ti trovassi un lavoro o una moglie?".

"Mamma, la tua ultima lettera era molto dura. Non ci ho dormito la notte. Ho pensato di essere diventato un brigatista per colpa dello Stato ma anche per colpa tua, perché non mi volevi abbastanza bene. Non mi ricordo più se la mia prima rapina l'ho fatta per protestare contro il golpe in Cile o perché ti eri dimenticata di darmi il bacio della buonanotte. So solo che sono tanto triste, tutti ce l'hanno con me, la società è ingiusta, lo Stato è repressivo e sono l'unico esule italiano a Parigi che non ha mai conosciuto Bernard-Henry Lévi. L'unica buona notizia è che Scalzone ha rotto due corde della chitarra e non può più suonarla. Ma viene lo stesso a trovarmi ogni sera e mi fissa in silenzio. Leggo nel suo sguardo malinconico un tacito rimprovero: perché non scrivi gialli, e perché non hai aperto un ristorante? Vieni a Parigi a cucinare per me, mamma. Ti prego. Apriamo un bistrot e ci diamo tanti bacini".

"Caro Pinuccio, l'unica volta che sono venuta a trovarti a Parigi è venuto a prendermi Scalzone. Voleva costringermi ad accettare un passaporto falso e a fuggire in Brasile. Quando gli ho spiegato che ho un passaporto valido e il Brasile mi fa schifo ci è rimasto malissimo. Non voglio più venire a Parigi, mi sento in colpa di fronte ai tuoi amici perché sono incensurata. A proposito, mi hanno scritto i familiari delle vittime. Mi sono messa a piangere con la testa tra le mani. Ho dimenticato il ferro da stiro acceso e ti ho bruciato la camicia a quadretti azzurri. Quando ho visto la tua camicia bucata, ho pensato ai buchi che hai fatto sulle camicie degli altri. E non ero contenta. Mamma".

"È tutta una manovra politica, mamma. I familiari delle vittime hanno la pretesa, assurda, di far sentire in colpa noi rivoluzionari in esilio. Non cedere, mamma. E mandami, per piacere, 300 euro per il mio ricorso all'Aja. Tuo figlio".

"Caro Pinuccio. Certe volte, verso sera, spengo la tv, ogni tanto mi ricordo di spegnere anche il ferro da stiro, mi siedo in poltrona e mi faccio la seguente domanda: perché il mio unico figlio è uno stronzo? Ti voglio bene lo stesso. Ma i 300 euro me li spendo dall'estetista. A 83 anni non è ancora troppo tardi per rinunciare alla mia lotta di liberazione. Da te. Mamma. P. S. Ti ho bruciato altre tre camicie. Apposta".
IL SUO NOME E` NESSUNO
di Marco Travaglio - L'Unità del 2/2/2005

Ci stavamo appena riavendo dalle ultime imprese del ministro dei Cazzi Nostri, il dottor Girolamo Sirchia, quello che decide quanto dobbiamo bere, fumare, mangiare e si appresta a contingentare anche i nostri amplessi e a fissare per legge le nostre date di nascita e di morte. Quand'ecco ecco prendere il sopravvento il ministro dei Fatti Suoi, l'ingegner Pietro Lunardi, quello che risolse brillantemente il suo «teorico conflitto d'interessi» girando la sua ditta di scavi & trafori, la Rocksoil, alla moglie e alla figliolanza. I due statisti sono l'uno l'opposto dell'altro. Il dottor Sirchia c'entra sempre con tutto, ficca il naso dappertutto, pretendeva persino di decidere se quella povera madre in coma doveva partorire o no. L'ingegner Nullardi non c'entra mai con nulla: qualunque cosa accada, è colpa degli altri. Più che un ministro, un passante. Più che un passante, una talpa. Abituato com'è a scavare nel sottosuolo, si è perso qualche secolo di storia patria: ignora, per esempio, il concetto di responsabilità politica, che indusse fior di ministri della Prima Repubblica a dimettersi: Bisaglia per una partecipazione azionaria nel ramo assicurazioni («conflitto d'interessi», si diceva allora); Lattanzio dopo la fuga di Kappler; se ne andò Cossiga dopo il caso Moro; il sottosegretario Pisanu per il crac Ambrosiano. Eppure non era stato Lattanzio ad aprire le porte del Celio a Kappler. Non era stato Cossiga a rapire Moro. Non era stato Pisanu a svaligiare l'Ambrosiano. Ma se ne andarono lo stesso, perché quegli scandali erano accaduti sotto la loro responsabilità politica. Ora, spiegare il concetto a uno come Nullardi non è difficile: è inutile. Come insegnare l'italiano a Calderoli o il pluralismo a Gasparri.
Il fatto che, a parte Villa La Certosa, non si sia vista una sola «grande opera» fra quelle disegnate dal Cavalier Bellachioma sulla lavagna truccata di Vespa, non sfiora neppure l'ingegner Nullardi. Il fatto che lui stesso avesse promesso di rifare l'Italia da cima a fondo con lo spirito che animò «le Piramidi, la Grande Muraglia e i templi dei Maya», e che oggi basti una nevicata per mettere in ginocchio il paese, proprio su quella Salerno-Reggio che s'era impegnato a completare entro il 2006, non lo tange. Fino a pochi giorni fa poteva vantare almeno la legge sulla patente a punti: poi la Consulta gli ha dichiarato incostituzionale pure quella. L'altro vanto del Nullardi era l'ultimo tratto della Messina-Palermo, inaugurato alla vigilia di Natale, dopo 36 anni, dal Cavalier Bellicapelli e da Totò Cuffaro.
L'unica autostrada al mondo con un solo senso di marcia e senza caselli (di Caselli, da quelle parti, non ne vogliono nemmeno in autostrada). Eppure Gianfranco Miccichè ha tappezzato Palermo di manifesti autoincensatorii: «Messina-Palermo, scommessa vinta!». Peccato che l'abbia finanziata l'Ulivo. E peccato che i taglianastri abbiano precorso un po' i tempi. L'altro giorno, appena un mese dopo la cerimonia, l'autostrada dei miracoli era già chiusa per lavori fra Santo Stefano di Camastra e Tusa. Così gli automobilisti son tornati a incolonnarsi per 25 km. di statale. Il manto ghiacciato ha già provocato incidenti, con diversi morti. Tragica fatalità? Mica tanto. La Polstrada, tramite la Silp-Cgil, accusa su "Repubblica" Berlusconi e Cuffaro di aver «anteposto alla sicurezza le loro esigenze elettorali».
L'autostrada non doveva ancora entrare in funzione, visto che per 40 chilometri - i più pericolosi - le radio e i cellulari non funzionano, specie in galleria («impossibile segnalare incidenti, impossibile comunicare fra agenti»); non esistono cartelli chilometrici; gli aeratori di galleria sono spenti; le colonnine di Sos sono incomplete; senza contare i lunghi tratti a corsia unica. Le pattuglie della Stradale scarseggiano, ne passa una ogni 6-7 ore, visto che si son dimenticati di aumentare gli organici per la nuova tratta, che sta per essere invasa dai tir.
Il segretario Cgil di Palermo, Francesco Cantafia, commenta: «Dopo quasi 40 anni, si poteva aspettare ancora tre mesi, anziché fingere di rispettare le scadenze per esigenze elettorali e consegnare un'arteria insidiosa, che mette a repentaglio la vita di agenti, utenti e operai dei cantieri». Nullardi c'entra qualcosa? Domanda oziosa. Lui non c'entra mai. È talmente assente che, per darsi alla latitanza, non ha neppure bisogno di espatriare: latita benissimo in casa sua, o alla Rocksoil, o al ministero, che poi sono la stessa cosa. Ogni tanto chiama al telefono la segretaria: «Sono Lunardi». Quella picchia due o tre volte sul ricevitore, urlando: «Chi parla?». Poi mette giù, sconsolata: «Non era nessuno». Cioè, appunto, Nullardi. Il suo ufficio non è mai così vuoto come quando c'è lui. Quando va al cinema, vedendo il suo posto libero, la gente gli si siede sopra. In consiglio dei ministri, quando prende la parola, i colleghi non sentendo nulla escono a prendere il caffè. L'altro giorno, in mezzo alla tormenta sulla Salerno-Reggio, lui c'era: per questo non l'ha visto nessuno. Sempre meglio di Sirchia che, fosse stato lì, avrebbe subito ispezionato i camionisti assiderati per controllare se fumavano, verificare la presenza dei cartelli di divieto, far rimuovere i calendari porno, investigare su eventuali grappini o ramazzotti nascosti nel cruscotto e misurare la circonferenza a tutti.

2.2.05

Scusatemi tanto ma adesso devo proprio andare
di RICCARDO BARENGHI

Quali parole si usano, in che modo si costruiscono le frasi, quali espedienti retorici si utilizzano, dove si mettono i punti, come si fa a scrivere che uno lascia il suo giornale dopo venticinque anni? Non so se c'è una regola, non credo, comunque io non l'avevo mai fatto prima. Adesso invece lo faccio e ve lo dico, anzi ve l'ho già detto. E tanto per rincarare la dose, porto via con me anche la jena. Senza di lei non potrei vivere, e soprattutto viceversa. Continuerò a fare quello che credo di saper fare, scrivendo più o meno di politica su un altro giornale. Magari mi troverò malissimo, magari no. Spero di no, ovviamente. Non solo perché mi butto in questa nuova avventura con spirito piuttosto positivo, e dunque mi dispiacerebbe molto se non funzionasse, ma anche perché voglio vedere che significa fare il mio mestiere fuori dal manifesto, dove sono nato, cresciuto e pure un po' invecchiato. Questa è la ragione principale per cui oggi vado via, ho voglia di dare un'occhiata in giro, di distrarmi un po' da un panorama che ormai conosco così bene da riconoscere i passi nel corridoio, in questo momento sta passando Valentino (o è Rossana?).

Una scelta personale, professionale, ma non politica. Quello che penso continuerò a pensarlo anche dove vado, e naturalmente a scriverlo. Ma continuerò anche a metterlo in discussione quando penso sia il caso, così come ho fatto in questi sette anni al manifesto, gli anni in cui Roberta Carlini e io abbiamo diretto il giornale e anche l'ultimo, trascorso tra una jena e una risposta. Un lavoro per me totalmente nuovo, che mi ha appassionato per quanto ho imparato. Dover rispondere quotidianamente a una domanda (e le vostre sono piuttosto intelligenti) ti costringe a informarti, studiare, riflettere, soprattutto riflettere se non vuoi dire cose ovvie. Qualcuna ne avrò detta, spero non molte. Tra quelle non ovvie metterei ovviamente le cosiddette provocazioni, i tagliatori di teste e gli americani, Veltroni al posto di Prodi e qualcun'altra che adesso mi sfugge. Se tornassi indietro le rifarei tali e quali, ostinato ma coerente.

Ma di una vita - e venticinque anni di lavoro, passioni, delusioni, litigi, entusiasmo, affetti, amicizie, rotture, scontri, lutti, sono una vita - non resta solo il ricordo più recente bensì episodi e momenti che attraversano questi cinque lustri e che messi uno in fila all'altro danno il senso di questa storia. Che adesso però è finita (o forse continua con altri mezzi) perché banalmente ogni cosa ha il suo ciclo, e da qualche anno io sentivo che il mio ciclo al manifesto fosse in via di conclusione. Forse anche per questo, quando ho annunciato la notizia in redazione, non ho avvertito ostilità bensì comprensione, dispiacere reciproco ma anche incoraggiamento. Soprattutto affetto, in alcuni casi commovente. Mi resta solo un grande punto interrogativo, come avrebbe reagito Luigi (mi sa male ma chissà).

Mi dispiace, cari lettori, se sentirete la mancanza di noi due (la jena e io). Noi, anzi soprattutto io che quell'altra è una bestia, sentiremo la vostra.
Se il senso comune diventa legge
di Giuseppe D'Avanzo (Repubblica, 2/2/2005)

C´era da attendersi che, all´ordinanza che ha mandato liberi tre islamici accusati di essere terroristi a Milano, si opponesse un´altra di segno opposto o correttivo. È arrivata da Brescia, con inconsueta rapidità. Come per la decisione del giudice milanese Clementina Forleo, più che esultare o maledire ? tentazione a cui pericolosamente cede qualche ministro ? conviene innanzitutto capire. Difficile capire, in verità, perché il giudice di Brescia, Roberto Spanò, non parli a testa fredda e deprechi, apostrofi, ammonisca, strepiti con incomprensibile ardore contro la toga milanese.
Più agevole comprendere che egli risponde, nella sua ordinanza, a tre domande. Quali sono le prove accettabili e legittime in un processo per terrorismo internazionale? Come si può decidere o giudicare la finalità - guerriglia o terrorismo - di un´organizzazione islamica? Qual è il criterio con cui interpretare le norme della legge? Nelle risposte affiora qualche conclusione sorprendente di cui bisognerà tener conto.
L´utilizzabilità delle prove raccolte dal pubblico ministero è stato uno dei capitoli più limpidi dell´ordinanza di Milano. Il giudice Clementina Forleo si è trovata sul tavolo ogni sorta di frammento investigativo e dispaccio d´intelligence. Il lavoro all´ingrosso del pubblico ministero Stefano Dambruoso, escludendo vincoli, forme, termini, aveva accumulato «acquisizioni informative» o «investigative» di natura ignota o non specificata; notizie raccolte, come si dice, in «contesti di collaborazione internazionale» o provenienti da «segnalazioni di organismi americani» o da «dati forniti dal BKA tedesco». Insomma, tutto il catalogo dei servizi segreti del mondo occidentale - buono al più per un´azione amministrativa (l´espulsione) - era stato trasferito, senza alcun riscontro o atto istruttorio, nel processo come se dinanzi al giudice potesse valere quel che vale dinanzi al prefetto o per il ministro dell´Interno. Così sono state presentate come «fonti di prova» interrogatori di «ex-combattenti ristretti in Iraq», ascoltati come testimoni e non come imputati, e cronache dai giornali e addirittura materiale raccolto in internet. Il giudice di Milano ha dichiarato questi atti «affetti da inutilizzabilità patologica» (nascono male, troppo manipolabili) e processuale (raccolti senza alcuna garanzia). Se si riduce a esorcismo, il processo genera quanti colpevoli servono perché, con fonti di prova così fluide, si può combinare la verità storica come si vuole. La mossa milanese di annichilire quelle carte non appare avventata.
E´ il primo punto di attrito con l´esito bresciano. Qui ogni lacerto investigativo, quale che sia la sua genesi e il suo dna, si trasforma in fonte di prova. Non si butta via niente, si può dire. Quasi stizzito, il giudice di Brescia scrive: «(A Milano) si dichiarano inutilizzabili i dati provenienti dalle cosiddette "fonti aperte" (articoli di giornale, estratti da internet?) ma poi non si spiega di quali apporti conoscitivi il giudicante si sia avvalso». Conviene allora vedere quali siano gli «apporti conoscitivi» del giudice bresciano.
Deve decidere di Ansar Al Islam. E´ un´organizzazione terroristica? E´ in contatto, strutturalmente o episodicamente, con Al Qaeda? Spanò butta lì una risposta, implacabile come un luogo comune. Scrive: «Non può ignorarsi al proposito che l´organizzazione Ansar al Islam, cui gli imputati sono riconducibili, è stata inserita dal governo degli Stati Uniti tra le organizzazioni terroristiche che intrattengono rapporti con la temibile Al Qaeda». Tutto qui, dunque, l´»apporto conoscitivo»: lo dicono gli americani. Hanno fatto anche una lista, e tanto basta. Gli Stati Uniti, colpiti alle spalle l´11 settembre, hanno modificato il loro occhio sul mondo secondo una prospettiva amico/nemico, molto poco giuridica, che apre la porta a comportamenti e decisioni essenzialmente fondati sul sospetto e sul pregiudizio. Di sospetto e pregiudizio è impastata evidentemente anche quella lista che però, con pragmatica intelligenza, è maneggiata con esiti a contenuto variabile. Spanò sembra ignorarlo. Un esempio.
L´MKO, Mujahedin-e Khalq Organition, l´Esercito di liberazione nazionale dell´Iran, è nella lista Usa delle formazioni del terrore, ma poi dà una mano in Iraq e due mani lungo i confini e nelle città iraniane. Allora si chiude un occhio. Negli Stati Uniti e in Europa. In Italia, per dire, l´MKO ha sedi regolari e militanti noti. A volte si possono chiudere anche due occhi. E´ il caso più recente. A quanto sostengono fonti informate, il governo Berlusconi si è impegnato con Washington a "prendere in carico", alla fine delle operazioni irachene, duemila uomini dell´MKO "esfiltrandoli" dal terreno, dove hanno combattuto con le forze della coalizione. Tutti terroristi? Pare di no. Oggi quelli dell´MKO sono «combattenti per la libertà».
Sono i chiaroscuri della politica internazionale. Le ambiguità ripropongono il ragionevole interrogativo - guerriglia o terrorismo? - che il giudice milanese ha cercato di affrontare interpretando i fatti del processo e la legge 270 bis (associazione terroristica internazionale) alla luce della Convenzione dell´Onu sul Terrorismo. Decisione che si può discutere, come ogni decisione (il vantaggio, nel processo, è nell´impugnazione delle conclusioni).
Vediamo ora qual è il criterio interpretativo del giudice di Brescia. «Le leggi - scrive Spanò - sono espressione del comune modo di sentire di una collettività radicata in un determinato contesto storico e geografico».
Dunque «il comune sentire di una collettività». La formula deve essere apparsa alquanto vaga al giudice che la definisce meglio più avanti: «? alla luce del comune modo di sentire della comunità politica (o delle comunità politiche) che ha prodotto l´articolo 270 bis C. P. (o altre norme equivalenti) deve ritenersi che azioni violente condotte, anche con il ricorso a "kamikaze", da portatori di ideologie estremiste islamiche nei confronti di unità militari attualmente impiegate in Asia (tra cui un contingente italiano) non possono qualificarsi come atti di legittima e giustificata "guerriglia", ma vanno senz´altro definiti ad ogni effetto come atti di "terrorismo"».
Terrorismo e non guerriglia, allora, perché è questa la volontà definitoria della «comunità politica», la sola a poter dettare (per Spanò) il criterio interpretativo della legge. Va da sé che, con una comunità politica spaccata in due come una mela sui temi della guerra, la comunità che conta, per il giudice di Brescia, deve essere quella governativa. L´interpretazione della legge si degrada così a «volontà della legge». L´atto normativo acquista pensieri, desideri, sentimenti. Volontà, appunto. La volontà del legislatore di quella stagione. La volontà della maggioranza politica di quegli anni. Se poi cambia la maggioranza (la «comunità politica»), viene da chiedersi, deve cambiare anche l´interpretazione della legge?
Era negli auspici di una grottesca proposta di legge l´abrogazione per "editto del principe" dell´attività interpretativa del giudice. Il malaccorto che in Senato la propose la lasciò cadere, travolto dalle critiche. Ora c´è un giudice a Brescia. Respira l´aria dell´ambiente e sembra patirla in modo molto preoccupante.
Se le conclusioni del giudice milanese Clementina Forleo (guerriglia o terrorismo?) meritano una discussione, l´argomento del giudice bresciano (come interpretare la legge?) invoca una attenzione ancora più viva. Si intravede, allo stato nascente, un canone sgrammaticato e impuro: è la volontà della maggioranza del momento a decidere l´interpretazione della legge.

1.2.05

Da Mussolini a Clarissa Burt
"Contrordine" di Alessandro Robecchi

Nel corso di una toccante e maschia cerimonia alla presenza delle minime autorità della Repubblica e di un manipolo di valorosi intellettuali tipo Clarissa Burt, Alleanza Nazionale ha festeggiato i suoi primi dieci anni. Anniversario importante e decisivo, con tanto di rimembranze, ricostruzioni e nostalgie: si festeggia la fatidica data in cui gli ex fascisti trovarono un fidanzato molto ricco e decisero di mettersi al suo servizio. Una serena posizione politica che molti definiscono di sudditanza, ma che in certi circoli popolari si ostinano a chiamare «a pecora». Un amore sincero. Ne ebbero in cambio un nuovo nome, cariche di governo, posti chiave nell'amministrazione dello stato e persino il ministero degli esteri, con la promessa che questa volta non dichiareranno guerra alla Francia, non spezzeranno le reni alla Grecia e si sforzeranno di non invadere la Russia. Speriamo bene. I grandi festeggiamenti cominciano con un filmone per la tivù commissionato da Gasparri - uno che si chiama come una legge di merda - e pagato da tutti noi. Poi proseguono con la lettura di brani scelti, la passerella degli onorevoli, l'omaggio dovuto ai colonnelli che hanno guidato la truppa per questi dieci anni, per finire con il volitivo discorso di Fini Gianfranco. La serena atmosfera dei festeggiamenti rischia di essere un po' appannata dalle ultime giravolte del famoso ricco fidanzato che, non sapendo più dove sbattere la testa per trovare un candidato in Campania che prenda più del 3%, vorrebbe richiamare all'ovile la signora Mussolini. Manovra azzardata e quasi impossibile, che se per caso riuscisse, farebbe finire nel cesso i 10 anni di faticosa finzione sulla de-fascistizzazione dei fascisti. Del resto, da uno che va ad Auschwitz a citare Pol Pot non ci si poteva aspettare niente di meno.

Ora però, il gioco si fa duro. Il successo politico ottenuto grazie al ricco fidanzato che passa a pagare i conti (e a cui non si finisce di rendere omaggio con leggi e leggine che ne tutelano e ampliano gli interessi) sembra non bastare.
Dunque si passa all'assalto della cultura, quell'oggetto misterioso da sempre in mano ai comunisti che - pur difficile da maneggiare - sembra essere il nuovo status symbol, più e meglio di un nuovo telefonino. Su giornali, periodici e riviste di riflessione teorica (!) comincia una frenetica campagna acquisti. Corto Maltese, Lucio Battisti, Giorgio Gaber vengono prontamente ingaggiati. Essendo morti stecchiti, o addirittura soltanto disegnati, essi non possono dissociarsi, né rendere la tessera, né querelare. Dunque, si procede a spron battuto. Vittorini, perché no? Sciascia, ci mancherebbe. Montanelli, ovvio. E poi persino Piero Gobetti. E addirittura Gramsci, uno morto nelle loro galere e ripescato ora per rimpolpare l'album delle figurine. «Italianità», è il motto con cui Fini tenta l'appropriazione di tutte queste luminose figure della cultura nazionale. Un minimo comun denominatore piuttosto ampio: se basta l'italianità per essere iscritti d'ufficio ad An, allora che si prendano anche Vanna Marchi, Topo Gigio, Erica e Omar. L'ardito assalto riguarda anche - e ci mancherebbe - la cultura pop, l'immaginario collettivo diffuso dal cinema. Gli Incredibili della Pixar (supereroi di cartoon che non possono fare giustizia a cazzotti perché i soliti lacci e lacciuoli glielo impediscono), il Tom Cruise de L'ultimo Samurai, il Russel Crowe di Master & Commander e moltissimi altri. Tutti assunti (contrattino a progetto) per dare l'assalto a quel moloch terrificante che si chiama «egemonia culturale». Un bel disegno. Ambizioso. Coraggioso. Resta però l'enorme abisso che separa la realtà dalla fantasia e, nel caso specifico, i vivi dai morti. Già, perché per dare l'assalto alla cultura, le falangi si presentano con tanti fantasmi illustri, pensatori, filosofi, scrittori da tempo deceduti. Mentre se guardi i vivi, ti trovi lì Clarissa Burt e Veneziani, Lando Buzzanca, Luca Barbareschi e 90° minuto. E' proprio il caso di dire che se ne vanno sempre i migliori, e con quel che resta si mette su una festicciola di celebrazione in cui ci si scambiano le figurine di una grandezza culturale molto immaginaria, costruita lì per lì a forza di espropri e fantasiose appropriazioni dell'ultima ora. Perbacco, questi astuti post-fascisti! Virtualmente possono vantare la crema della cultura italiana. Poi, di reale, possono mostrare un Gasparri, un La Russa, persino una Santanché. Niente male come egemonia culturale.
"La vittoria della democrazia"
di Paolo Giorgi - www.aprileonline.info

"La vittoria della democrazia". Questo il commento pressoché generale alle elezioni irachene, le prime multipartitiche dopo oltre cinquant'anni. E' l'interpretazione data da un raggiante Bush, dai fedeli Blair e Berlusconi, ma anche da Chirac, dal Papa, dal premier Allawi. Un coro unanime, insomma, che nell'intento di porre in rilievo il successo delle elezioni, grazie al coraggio degli iracheni che hanno "battuto i kamikaze", si sbilancia in calcoli sull'affluenza francamente improbabili.
Il punto è proprio questo: quanti iracheni sono andati a votare, e in quali zone? Perché dell'esito politico delle consultazioni sembra non importare a nessuno: i risultati, nel caos totale della macchina organizzativa (d'altronde ha problemi il Viminale, figuriamoci i pur volenterosi funzionari di Baghdad) saranno noti solo tra dieci giorni, e solo allora si saprà come assegnare i 275 seggi del nuovo Parlamento Nazionale. Ma l'importante era che, dopo quasi due anni di guerra, oltre 100.000 morti iracheni, 152 miliardi di dollari spesi, gli Usa potessero finalmente presentare al mondo un risultato concreto, la mobilitazione "spontanea" di un paese pronto a celebrare la ritrovata democrazia, un'immagine che è mancata quando i marines, sulla via di Baghdad, non trovarono ragazze coi mazzi di fiori, ma guerriglieri coi kalashnikov. Ed ecco dunque il balletto delle cifre: nella mattinata si era parlato addirittura di un'affluenza del 72%, poi ridotta a un più prudente 60-65%. Un dato comunque incredibile: considerando che i seggi elettorali nella vasta area sunnita erano deserti (e si parla di un elettorato potenziale di quattro milioni di persone), si dovrebbe assegnare una cifra altissima alle zone curde e sciite, dove avrebbe votato, come riporta temerariamente persino "Repubblica", il 90% della popolazione. Tutti, in pratica: sfidando le distanze, la mancanza di mezzi, la paura di attentati, oltre a problemi più naturali come le malattie, la vecchiaia, e tutti quegli impedimenti che collocano mediamente un valore massimo di affluenza attorno al 75-80%. Considerando anche la scarsità dei seggi (erano 8.000, sono stati ridotti a 5.520 per motivi di sicurezza) e il poco tempo per votare (dalle 7 alle 17 di domenica) si può parlare di "un vero miracolo", come lo ha definito lo stesso Bush con involontaria onestà. Secondo alcuni osservatori, tra cui Gorbaciov che ha parlato di "elezioni farsa", le cifre andrebbero dimezzate: si può ragionare partendo da un 30% di elettori probabili.
Detto questo, è indubbio che la strategia di Zarqawi di tenere lontani gli iracheni dei seggi ha fallito: gli sciiti e i curdi hanno votato con una buona affluenza, con entusiasmo e con coraggio, dimostrando una voglia di democrazia vera che i giornali allineati descrivono come reazione ai trent'anni di regime Saddam, ma che si può tranquillamente estendere anche ai due anni di occupazione angloamericana. Perché se l'affluenza premia la strategia Usa, l'esito del voto potrebbe riservare brutte sorprese. I curdi, ad esempio, hanno votato con lo sguardo soprattutto al loro parlamento autonomo, con 111 deputati, che veniva eletto in contemporanea con quello nazionale, ed è visto dai più come il germe di un Kurdistan indipendente. Un 20-25% dei voti alla "Lista per l'Alleanza Curda", il partito unitario guidato da Barzani e Talabani, potrebbe essere il grimaldello per scardinare gli ultimi legami con la lontana Baghdad. Una prospettiva inquietante per la Turchia, che deve a sua volta fare i conti con la minoranza curda al suo interno. Vista la diserzione dei sunniti, inoltre, sarà sicuramente premiato con una percentuale molto alta (forse la maggioranza assoluta) il listone sciita, benedetto dal grande Ayatollah al Sistani, con alcune preoccupanti venature fondamentaliste. A fargli da contrappeso soprattutto la "Lista Irachena" del premier Allawi, di concezione laicista. Il rischio è quello di una deriva confessionale sciita, con il confratello Iran che assiste sornione, e gli altri stati arabi (tutti sunniti, dalla Giordania alla Siria) che non nascondono la loro preoccupazione. Ma il grande punto interrogativo è quel 23% sunnita che ha disertato le urne: prevedibilmente solleverà una questione di legittimità, mettendo altra carne al fuoco della follia terroristica di Zarqawi, per un Parlamento nazionale senza partiti sunniti (se si escludono formazioni più "borghesi" come l'Assemblea dei democratici indipendenti e il Partito Nazional Democratico), e senza uno sbocco politico per quel ceto che ha regnato sull'Iraq per un trentennio.
Su questa china si gioca la difficile transizione verso una reale democrazia, e la possibilità che davvero le truppe straniere abbandonino il paese in 18 mesi, come ha annunciato un ottimista Allawi. Altrimenti, c'è il rischio concreto di una guerra civile, e dello sgretolarsi di quella costruzione artificiosa creata nel 1921 dagli inglesi, chiamata Iraq.
Le risate della Madonnina
di STEFANO BENNI

Come ogni anno, ritorna il mistero delle Madonne e dei Santi Piangenti. Quest'anno è accaduto a Civitavecchia. E subito sulla legittima emozione dei fedeli si è abbattuta un'invasione di giornalisti, esorcisti, vescovi lacrimologi, esperti ieratico-idraulici e soprattutto politicanti religiosi e laici, ognuno con la palese intenzione di spiegare perché la Madonna piangeva, armati non del dubbio del mistero, ma della certezza del partito.

La Madonna piange perché è contro il referendum sugli embrioni, è contro la distruzione della famiglia, è turbata dalla divisione tra Buttiglione, Follini e Mastella, è preoccupata per le regionali. Naturalmente questo ha acceso il clima di suggestione, e in Italia si segnalano ulteriori portenti.

La Madonna del Tir di Lagonegro. Su un camion bloccato tre giorni nella neve sulla Salerno-Reggio Calabria, una madonna luminosa in bachelite che si trovava dentro a una cabina, ha iniziato miracolosamente a battere i denti, e poco dopo, a ricoprirsi di un magico strato di brina. Molti automobilisti, prima di svenire assiderati , l'hanno vista e hanno parlato con lei. Ma il fatto più sconcertante è avvenuto su un'auto.

Da un Non-correre-pensa-a-me con l'effigie di San Cristoforo, è iniziato a trasudare un vapore sulfureo e si è sentita chiaramente la voce del Santo proferire le seguenti parole: Se becco questi dell'Anas gli faccio passare un guaio. Il solerte Lunardi ha detto che lui si occupa di Grandi opere e non di stradacce meridionali senza neanche un casello per incassare: comunque ha mandato sul posto tre cugini ingegneri e un demonologo.

Lo Stalin di Cecina. Anche la sinistra ha voluto la sua apparizione. Nel giardino di un operaio comunista, un nano di gesso, precisamente un Brontolo, ha iniziato a imperlarsi di strane gocce, subito identificate dagli esperti come sudore umano. Gli esperti mandati da Rutelli hanno stabilito che la statua è addolorata per l'estremismo in seno all'Ulivo. Subito, in un casolare vicino, un attivista di Rifondazione ha segnalato che il suo busto di Stalin si era arroventato ed emetteva odore di ragù. Secondo gli esperti gastronomi, è un segnale esoterico che la sinistra non deve essere il condimento, ma il primo piatto nella coalizione di Prodi.

L'elefantino di Roma. Nel carcere di Regina Coeli, un senegalese detenuto per commercio abusivo, ha detto di aver visto il suo elefantino sacro di legno alzare la proboscide e camminare per alcuni centimetri. Del fatto sono stati testimoni i compagni di cella. Subito le guardie carcerarie hanno segnalato l'evento. Questo ha scatenato l'indignazione della classe politica. È ignobile, ha detto il senatore Pera, che questi selvaggi pretendano di ottenere dei miracoli che, come sappiamo, sono esclusiva delle religioni vere e superiori.

Già ci irrita il fatto che una Madonna pianga sotto Firenze, ha detto il ministro Calderoli, ma degli infedeli delinquenti pretendano che crediamo alle loro visioni, è il segno del lassismo morale dei tempi e della politicizzazione della magistratura. Mentre Calderoli rilasciava l'intervista, è giunta notizia che nel ristorante del signor Cheng a Milano, un Buddha di porcellana è improvvisamente dimagrito della metà. Calderoli ha avuto un collasso.

Il David di Firenze. L'ondata di suggestione ha investito simulacri, idoli e statuette in molte altre parti d'Italia. Una nota duchessa vip televisiva, che ha voluto mantenere l'anonimato avendo venduto l'esclusiva a un giornale, ha assicurato che la Barbie di sua figlia ha pianto diversi litri di Chanel numero cinque.

Ma davvero straordinario è ciò che è successo a Firenze in piazza della Signoria. Il David di Donatello, famoso per la sua bellezza virile ma casta, ha avuto una spaventosa erezione. Dove c'era il pistolino marmoreo ora hanno trovato appoggio ben sette piccioni in fila. Si era pensato a uno scherzo, ma sembra che l'aumento di volume sia reale e pesabile. La solita commissione Grandi Opere formata da tre ingegneri cugini di Lunardi, un andrologo e una pornostar sta esaminando il caso. La piazza è transennata.

L'omino di Arcore. Il caso più portentoso è avvenuto in un piccolo centro della Lombardia. Protagonista un uomo modesto e riservato, che ama definirsi esponente unico del Bene e Unto da Dio. Già in passato quest'uomo era stato oggetto di eventi portentosi, come miliardi piovuti dal cielo e miracolose prescrizioni da processi. Ebbene quest'uomo ha da tempo inspiegabili stimmate e mutamenti somatici.

Anzitutto la faccia gli si è modificata tre o quattro volte. Poi gli sono apparsi sul cranio pelato dei capelli di materiale misterioso, forse setole di unicorno. Il viso si è coperto di una specie di fanghiglia rosea, simile a un incarnato angelico, ma con forte odore di profumeria. La misteriosa stimmate pilifera è sparita, per riapparire in alcune foto di tipo diverso e in color nero pece. Di nuovo la peluria portentosa si è dileguata, ma ultimamente sulla testa dell'uomo è apparsa una rada chioma stavolta di colore rossiccio. Le autorità ecclesiastiche e cosmetiche sono perplesse.

Il piccolo asilo. Il caso più miracoloso è avvenuto nell'asilo di un piccolo paese. Alcuni ragazzini che stavano giocando a pallone sul campo dell'oratorio, hanno notato che una madonnina situata dietro una porta, non piangeva, bensì rideva ogni volta che veniva fatto gol. Proprio una risata argentina di allegria. Sembra inoltre che la statuina parteggiasse, con garbo, per una delle due formazioni, e che abbia in alcune occasioni fischiato maliziosamente interrompendo il gioco. I bambini non hanno chiamato né esorcisti né madonnologi, e soprattutto neanche un giornalista, e hanno tenuto ben segreta la cosa. Grazie a Dio, a Buddha e Manitù, nelle religiosità di cose semplici, gioiose e nascoste che non hanno bisogno né di Inquisizioni, né di arbitri, né di telecamere.

30.1.05

Lunardi, ministro con trasporto. Ma senza spazzaneve
di GIAN ANTONIO STELLA (Corriere della Sera, 30 gennaio 2005)

«I tunnel, io, li amo», spiegò un giorno a un settimanale popolare. E quando ama, Pietro Lunardi, ama. Basti ricordare la foga con cui descrisse il suo Cavaliere: «Il governo è come la Ferrari e Berlusconi è Schumacher: ha una marcia in più, riesce a trascinarci e a trascinare l’intero Paese». Una sviolinata tale che un cronista non ostile, Mattia Feltri, gli donò un nomignolo immortale: «Il ministro con trasporto». Lui pure, tuttavia, nonostante l’esperienza e la passione («Nel sottosuolo si incontrano sempre cose nuove, impreviste, straordinarie») comincia ad essere inquieto: dove sarà, la fine del tunnel? La Grande Nevicata Calabra, infatti, è solo l’ultima di un a lunga serie di grane. Per carità, in mezzo alla bufera lui dice d’avere la coscienza a posto: «Non ho nulla da rimproverarmi». Come quando 118 persone morirono nello scontro tra due aerei sulla pista di Linate. O quando una decina di passeggeri perirono nello schianto tra due treni sul binario unico Messina-Palermo. O ancora quando, tre settimane fa, altri 18 cittadini persero la vita in un nuovo scontro tra due treni su un altro binario unico a Crevalcore. Tutte cose che, sommate ad altre fortunatamente minori, sarebbero in al tri tempi bastate, in un Paese dove perfino al Quirinale Enrico De Nicola si teneva accanto un segretario gobbo e Giovanni Leone faceva le corna contro la «jella cosmica», a spingere qualcuno a invocar le arti di uno «schiattamuorto». Come fecero qualche anno fa, con qualche volgarità di troppo, diversi spiritosoni del centro-destra che ce l’avevano con uno dei predecessori di Lunardi. Nemesi storica. Intendiamoci: idiozie. Il rischio che il responsabile delle infrastrutture corre, semmai, è che un uomo attento a certe cose come Berlusconi, che prima delle ultime politiche distribuì ai candidati della Casa delle Libertà anche un opuscolo dove, oltre a lussuosi sondaggi, c’era l’annuncio che «Giove nel segno dello Scorpione» avrebbe dato «garanzia di risultati», si faccia prendere dal dubbio sulle ragioni di Napoleone il quale, come è noto, non si accontentava d’avere generali bravi: li voleva fortunati. Dice oggi Sandro Bondi, riassumendo il coro del centrodestra contro le indignate proteste della sinistra, che «l’Ulivo sa solo chiedere dimissioni» e che non è un Paese serio quello in cui «ogni volta che succede qualcosa si dà la colpa al governo». Ha ragione. La responsabilità del disastro organizzativo sulla Salerno-Reggio Calabria non può essere scaricata sul «ministro con trasporto», che sta lì da meno di quattro anni. Certo, non è facile considerar anche la neve un’eredità del centrosinistra. Ma è f uori discussione: il caos sulla A3 ha molti padri e molti nonni. A destra e a sinistra. Ma cosa dicevano Polo e Lega chiedendo ufficialmente le dimissioni del ministro dei Trasporti del governo Prodi per bocca dei capigruppo di An Gustavo Selva e di Forza Italia Beppe Pisanu? Rileggiamo il forzista Salvatore Lauro: «Sono sconvolto dalle parole di Burlando, che a 18 mesi dall’insediamento definisce drammatica la situazione delle Ferrovie: mi piacerebbe sapere che cosa, fino ad oggi, ha fatto». Per non dire delle ripetute ingiunzioni a dimettersi scagliate contro l’allora ministro dell’Interno Napolitano, reo di aver «lasciato scappare» il boss Pasquale Cuntrera e di non riuscire a fermare una guerra di camorra a Napoli simile a quella di oggi. Aveva ereditato lui pure una situazione ingovernabile lasciata da altri? Macché: dimissioni! «Questo governo», sentenziò con la solita sobrietà Gasparri, «è il miglior alleato della criminalità organizzata in Italia». Spiegavano i leader della destra, allora, che al di là delle responsabilità personali esisteva una «responsabilità oggettiva». Quella che n ei Paesi più seri spinge i politici dotati di dignità ad assumersi davanti all’opinione pubblica, per il bene dello Stato, anche le colpe che non sono direttamente loro. Quella che oggi, da noi, viene negata. Ciò che Pietro Lunardi forse pagherebbe caro in un altro Paese, tuttavia, è qualcosa di più d’una indefinita «responsabilità oggettiva». E’ una certa sproporzione, che non solo a sinistra gli rinfacciano, tra i proclami e i fatti. Entra come presidente della Commissione di indagine nel tunnel del Bianco sconvolto dall’incendio assassino e dichiara che il traforo riaprirà in due mesi: ci vorranno tre anni e passa. Al ministro comunista Nerio Nesi (col quale non si fa tante fisime ideologiche come prima non se l’era fatte con Gaspari, Lattanzio o Di Pietro) propone di far passare la tangenziale di Mestre sottoterra costruendo la più grande talpa di tutti i tempi e poi, convertito dalla destra al passante largo, tuona: «Li faremo tutti e due!». Giura che non esiste conflitto d’interessi tra il suo ruolo futuro e l’azienda Rocksoil perché gli avvocati son pronti a vendere e «in sole 24 ore» il suo «teorico conflitto di interessi sarà liquidato» e appena è ministro cede in famiglia alla moglie e ai figli: «Mi ad eguerò alle regole, senza penalizzarmi sul piano economico più di quanto sia necessario». Spiega che se al Bianco è successo un disastro è colpa dei verdi che non vogliono un doppio tunnel e poi, tre giorni dopo essere diventato ministro, annulla il decreto con cui Nesi aveva annullato ogni nuova costruzione di tunnel a una sola canna e ripristina così la «sua» galleria unica in Val Trompia. E a sentir lui tutta l’Italia è un immenso cantiere e grazie alla legge obiettivo e al rilancio dello spirito che co nsentì «le Piramidi, la Grande Muraglia o i templi Maya», tutti i lavori avviati stanno per finire e tutti quelli da fare stanno per essere avviati e il Mezzogiorno è un fiorir di dighe e di condotte e di depuratori perché entro il 2007 «il problema dell’acqua sarà risolto ovunque» e non esiste proprio intoppo finanziario perché «i soldi sono l’ultimo dei problemi» e certo, è vero che lui una volta non era tanto favorevole al ponte sullo Stretto ma adesso giura che sì, questa meraviglia sarà fatta e «Messi na e Catania diventeranno una sola città, come Budapest». E tutti lì, a bocca aperta, a rimirare il meraviglioso mondo nascente. Finché non nevica e sale un grido: dov’è lo spazzaneve?
Alle primarie con l'alabarda
"Satira preventiva" di Michele Serra

"La soluzione non può che essere politica". Prodi si presenta, non si presenta, non si presenta nessuno o decideranno i probiviri. Tutte le possibilità sulla selezione del leader del centrosinistra

Il punto sulle primarie nel centro-sinistra è stato elaborato dall'associazione Cubo di Rubik, che raduna matematici ed enigmisti di tutto il mondo. Si tratterebbe di un'espressione logaritmica a 14 incognite, resa ancor più difficile da svariate macchie di ragù che imbrattano gli appunti di Romano Prodi, con due sole soluzioni possibili: stracciare il foglio e pensare alla figa, oppure procedere al sacrificio rituale di Pecoraro Scanio affidando le sue interiora a un aruspice perché vi legga il destino.

Non esistendo una soluzione logico-razionale, i leader del centro-sinistra hanno dichiarato che "la soluzione non può che essere politica", gettando definitivamente nel panico i loro elettori. Sono state dunque inserite in una teca le diverse proposte, e un bambino bendato (nuovo simbolo dell'Ulivo) provvederà a estrarre uno dei bussolotti. Secondo indiscrezioni, queste sarebbero le proposte in lizza.

1. Non avendo senso che Prodi sia l'unico candidato, non si presenterà neanche Prodi. Le primarie saranno dunque senza candidati, e gli elettori dovranno scrivere sulla scheda un pensiero affettuoso alla moglie (marito) oppure una massima di La Rochefoucauld.

2. Prodi si presenta, ma essendo l'unico candidato è perfettamente inutile che si presentino gli elettori, che nel giorno delle primarie saranno invitati a testimoniare il loro impegno civile ripulendo in gruppo il greto dei fiumi, dirigendo il traffico all'uscita delle scuole oppure discutendo con i passanti i punti salienti del programma e i nodi irrisolti del Paese.

3. Si presentano tutti: i leader del centro-sinistra, dell'associazionismo e della società civile, gli ex partigiani e deportati, gli intellettuali più prestigiosi, i presidenti di bocciofila e di cineclub, i responsabili del commercio equo e solidale, i leader della galassia pacifista, i preti operai, i sindaci, i sindacalisti, gli editori alternativi, i disobbedienti, i cobas, i familiari delle vittime, i rappresentanti dei carcerati e anche tua sorella. Daranno vita a un torneo cavalleresco, con le regole della Quintana, tentando di disarcionarsi a vicenda con un'alabarda. Il vincitore potrà candidarsi alle politiche e impalmare una vergine di sangue reale.

4. Si presentano solo i candidati mai eletti in tutte le precedenti elezioni: come il 53 sulla ruota di Venezia, prima o poi il loro nome dovrà pure uscire.

5. Si presentano solo Prodi e Bertinotti, ma Bertinotti dichiarando preventivamente che il suo candidato è Prodi. È la soluzione detta, tecnicamente, "ma allora cosa cazzo votiamo a fare", molto apprezzata dai politologi della scuola di Minsk, secondo la quale l'importante, in democrazia, è divertire gli elettori con quesiti surreali per ovviare alla disaffezione per la politica.

6. Si decide all'antica, con una vigorosa stretta di mano che vale più di qualunque contratto scritto. Per la stretta di mano tra tutti gli aventi diritto è stata affittata la pista del circo Medrano: i leader presenti verranno aiutati da esperti acrobati e contorsionisti per riuscire a intrecciare le dita (in tutto 280 dita) con un effetto coreografico spettacolare, riprese televisive dall'alto e musiche di Ennio Morricone.

7. Saranno i probiviri a decidere, in un solenne Consiglio dei saggi, chi è il candidato della grande alleanza. Uomini anziani con lunghe barbe bianche, e donne anziane con rade barbe bianche, vestiti con un'austera tunica candida, simbolo della saggezza e della concordia, si chiuderanno in un monastero e, in conformità alle tradizioni e alle convinzioni della sinistra, si azzufferanno furiosamente scambiandosi orribili insulti e rivangando ogni possibile scissione e litigio dal 1789 in poi, tentando di colpirsi con l'attizzatoio e rinfacciandosi vecchie amanti, tradimenti coniugali e insensibilità nell'educazione dei figli. L'accusa estrema, quella di non avere capito il cinema di Godard, verrà tenuta in serbo per le ore conclusive, al termine delle quali ognuno dei probiviri emetterà un comunicato disgiunto nel quale si spiega che con gli stronzi non si può ragionare.

28.1.05

L’8 per Mille è Finito nel Buco di Tremonti
Nedo Canetti (L’Unità – 4 novembre 2004)

Distolti 80 milioni di euro per arginare il deficit

ROMA Il contribuente italiano, al momento della denuncia dei redditi, decide di destinare la quota dell'8 per mille o allo Stato o ad una confessione religiosa a sua scelta. Se opta per questa seconda soluzione, sa che il suo contributo sarà destinato per esigenze del culto, interventi caritativi, sostentamento del clero. Se sceglie lo Stato sa che, in base alla legge 20 maggio 1985 n.222 , il suo otto per mille dovrà essere utilizzato «per interventi straordinari per la fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali».

Uno schema di decreto del presidente del Consiglio prevede l’utilizzo di parte di quelle entrate - 80 milioni di euro - «per migliorare i saldi di finanza pubblica». No dell’opposizione

Hai dato l’8 per mille allo Stato? Servirà per pagare i buchi di bilancio

Ritiene così di aver compiuto un atto utile, rinunciando, con coscienza tranquilla, ad una parte del suo reddito. Non ha fatto però i conti con il governo Berlusconi e con i guai che alla finanza pubblica ha arrecato Giulio Tremonti.
Ecco, infatti, che come arriva alla commissione Bilancio del Senato, per il prescritto parere, lo schema del decreto del Presidente del Consiglio sulla ripartizione, appunto dell'8 per mille per l'anno 2004, i senatori si trovano davanti ad una sorpresa non da poco. Una decisione scandalosa. Quella di destinare una parte di quelle entrate, pari a 80 milioni di euro, «al miglioramento dei saldi di finanza pubblica». Per tappare, in parole povere, qualcuno dei buchi che l'ex ministro dell'Economia ha aperto nel bilancio dello Stato. E non è finita. Sempre il governo ha presentato un emendamento ad un suo decreto in materia di politiche sociali, che prevede di utilizzare, una quota delle entrate dell'8 per mille, per la copertura di parte degli oneri derivanti dai prepensionamenti dei dipendenti dell'Alitalia, non trovando altra copertura.
Immediata la reazione dell'opposizione. Protesta Antonio Pizzinato, ds, rilevando che è il modo questo di «snaturare il contenuto della legge del 1985, utilizzando le somme a disposizione per finalità spesso improprie, come in questo caso, in palese violazione delle norme legislative». Protesta l'opposizione, ma anche nella maggioranza sorgono non poche perplessità, che trovano corpo nello stesso parere che la commissione emette, al termine dei lavori e che, per questa parte di critica all'esecutivo, viene votato anche dal centrosinistra. Si rileva, nel documento, che «la suddetta misura (quella di destinare una parte delle entrate a tappare i buchi di bilancio, ndr) presenta elementi di problematicità sotto il rispetto della normativa sulla contabilità dello Stato». Ed inoltre che «la suddetta misura si pone in palese contraddizione con l'opzione esercitata dai contribuenti in sede di dichiarazione sulla destinazione dell'8 per mille». Sempre la commissione raccomanda «l'adozione di misure legislative necessarie per il ripristino, per i prossimi esercizi finanziari, della completa disponibilità delle risorse, relativamente alla quota destinata allo Stato, per le finalità previste dalla legge, in coerenza con le opzioni formulate dai cittadini in sede di dichiarazione dei redditi sulla destinazione dell'8 per mille dell'Irpef».
Già lo scorso anno, c'erano state alcune avvisaglie di voler utilizzare il contributo in maniera diversa dalle finalità di legge. Allora si era levata solo qualche protesta dell'opposizione; quest'anno si è però esagerato, tanto da far insorgere la stessa maggioranza, la quale però non se l'è sentita di andare a fondo, fino ad esprimere parere contrario allo schema della Presidenza. Dura rampogna a cui, però, fa poi seguito un contraddittorio «parere favorevole», non votato ovviamente dal centrosinistra.

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Finanziaria: l'8 per mille va alla sicurezza
Corriere della Sera (19 gennaio 2005)

Un comma della legge di bilancio stabilisce che i fondi destinati allo Stato finiscano in gran parte alle forze di polizia
ROMA - I soldi dell'otto per mille destinati allo Stato finiscono alla sicurezza. Crolla così nel 2004 l'entità delle risorse provenienti dall'8 per mille dell'Irpef, destinate allo Stato e messe a disposizione per progetti di carattere sociale. A fronte dei 105 milioni del 2003, nel 2004 i fondi a disposizione sono stati pari a 20 milioni (circa l'80% in meno rispetto all'anno precedente). La cifra degli stanziamenti è indicata nello schema di una risoluzione della Commissione Bilancio del Senato che è riportato nei resoconti parlamentari. La diminuzione dei finanziamenti per progetti con finalità sociali e umanitarie non dipende da un cambiamento nel comportamento dei contribuenti (il cittadino può infatti destinare la quota allo Stato italiano, alla Chiesa Cattolica o ad altre confessioni religiose) ma da una disposizione della Finanziaria per il 2004 che ha stabilito di stornare per il 2004, 2005 e 2006, 80 milioni del gettito dell'8 per mille Irpef dato allo Stato per finanziare la sicurezza.
RESIDUE DISPONIBILITA' - Per quanto riguarda il 2004, tolta la quota devoluta alla diretta gestione statale di 80 milioni, «le residue disponibilità - si legge nel documento della Commissione di Palazzo Madama - risultavano di ammontare pari a 30 milioni di euro. Un'ulteriore decurtazione delle risorse è stata disposta, sempre con riferimento all'esercizio 2004, in sede di assestamento, per cui risultano disponibili poco più di 20 milioni di euro, a fronte di oltre 105 milioni di euro erogati nell'anno 2003». «Stante la esiguità delle risorse stanziate - si evidenzia nello schema di risoluzione - nella predisposizione dello schema di decreto del presidente del Consiglio di riparto relativo all'anno in corso, non è stato possibile soddisfare se non un numero estremamente esiguo di domande per cui larga parte di quelle presentate, pur avendo ricevuto un parere favorevole, non hanno trovato un esito positivo».

Biancaneve e il nano prelato
di Marco Travaglio (L'Unità del 25 Gennaio 2005)

Nel suo ultimo giro delle sette chiese, un giorno da don Verzè, un giorno da don Gelmini, un giorno dai salesiani, il Nano Prelato ha voluto esagerare persino rispetto ai suoi standard, il che non era facile. Ha detto che «la sinistra è contro i padri e contro la famiglia»: lui infatti ama la famiglia a tal punto da averne due. Ha benedetto le campagne di Sirchia contro il fumo, l'alcol e prossimamente la ciccia in esubero, che nuocciono gravemente alla salute, e contemporaneamente ha annunciato il ritorno al nucleare che, com'è noto, fa benissimo: infatti i bambini di Chernobyl non bevono, non fumano e sono magrissimi, almeno quelli ancora vivi. Poi ha scritto a tutte le famiglie italiane invitandole a non esagerare con i farmaci, lui che s'è rifatto dalla testa ai piedi dal chirurgo plastico. La sera, per ritemprarsi lo spirito, ha preso un aperitivo con Bud Spencer e cenato con Mara Venier, Apicella, Loredana Lecciso, Cossiga e altri maestri di meditazione.
L'indomani, visita pastorale al congresso del Nuovo Psi che, essendo guidato da De Michelis e Bobo Craxi, ha preferito eliminare l'aggettivo «Nuovo». E lì - riferisce la sobria cronaca del Giornale di famiglia - «Berlusconi ha dato fondo alle sue risorse dialettiche, toccando il tasto degli ideali». «La sinistra è contro la Nazione, contro la Bandiera, contro la Patria», ha predicato, prima di magnificare l'amico Bettino Craxi, molto affezionato alla Bandiera, alla Nazione e alla Patria: quelle svizzere e tunisine, però.
Ma il meglio di sè il Nano Prelato l'ha dato quando s'è inginocchiato con don Gelmini e i suoi ragazzi giurando lotta senza quartiere al traffico di droga, con quella che il sacerdote definisce la «Cristoterapia» il premier, più modestamente, «Silvioterapia». Peccato che alla cerimonia non abbiano potuto presenziare Vittorio Mangano, Marcello Dell'Utri e Gianfranco Miccichè. Il primo, uno dei più noti narcotrafficanti della storia patria, è morto nel 2001. Il secondo e il terzo avevano altro da fare. Eppure avrebbero avuto un sacco di cose da raccontare. Miccichè, intervistato da Sabelli Fioretti, ha ammesso di aver sniffato coca in gioventù e di essersi poi disintossicato, anche se due anni fa un suo amico spacciatore fu segnalato dalle parti della sua abitazione romana e del ministero delle Finanze. Miracoli della Cristoterapia. Quanto a Dell'Utri, è una vera autorità in materia. Fu lui nel 1974, grazie al suo fiuto da rabdomante, a selezionare Mangano fra migliaia di stallieri: quel Mangano che nel 1980, quattro anni dopo la partenza da Arcore, gli telefonò per proporgli un «cavallo» (Borsellino ricorderà che di solito i «cavalli» di Mangano non erano quadrupedi, ma partite di droga). Arrestato da Falcone nel 1980 per traffico di droga e condannato a 11 anni, appena uscito di galera Mangano tornò a incontrare l'amico Marcello fino almeno al novembre '93. E nel '96, quando tornò dietro le sbarre per mafia e omicidio, Dell'Utri dichiarò: «Se Mangano fosse libero lo frequenterei ancora».
E non c'è solo Mangano. Il 24 ottobre 1976 il boss catanese Nino Calderone festeggia il compleanno nel ristorante milanese "Le colline pistoiesi", con i mafiosi Nino e Gaetano Grado, celebri per aver inondato Milano di eroina. E chi ti spunta alla cenetta intima? Dell'Utri in persona, scortato dall'inseparabile Mangano. Sarà lui stesso a confermarlo, ma precisando che fu perchè «avevo paura di Mangano» comunque «i commensali non mi furono presentati». Lo tennero all'oscuro per tutta la cena. Il 19 aprile 1980 si sposa a Londra Gerolamo Fauci detto "Jimmy", un pluripregiudicato che gestisce il traffico di droga del clan Caruana fra l'Italia, la Gran Bretagna e il Canada. E chi compare al banchetto nuziale? Naturalmente Dell'Utri, insieme ai boss Bontate, Teresi e Di Carlo: il fior fiore del narcotraffico mafioso. Sarà lui stesso ad ammetterlo, con le solite scuse: «Mi portò l'amico Cinà (condannato per mafia in primo grado, ndr), ma non sapevo chi fosse lo sposo. Mi trovavo casualmente a Londra per una mostra sui vichinghi...». Nel 1998 si pente Vincenzo La Piana, imparentato col boss Gerlando Alberti, che trafficava droga con Mangano e altri capimafia fra Italia e Colombia: racconta di aver incontrato tre volte Dell'Utri a Milano, in due ristoranti e in un capannone, dove Marcello avrebbe offerto 2 miliardi per finanziare una partita di cocaina: c'erano anche Enrico Di Grusa (genero di Mangano, latitante per mafia e droga) e due impresari siciliani di pulizie, Natale Sartori e Nino Currò, poi condannati per favoreggiamento della latitanza di Di Grusa. Con loro lavorava anche il nipote di Mangano, Daniele Formisano, poi condannato per importazione di «300 chili marijuana ottima qualità». Con Currò e Sartori Dell'Utri aveva rapporti sicuri. C'è un filmato che riprende Sartori il 12 ottobre '98, mentre entra in Via Senato per avvertire Marcello che La Piana s'è pentito e lo accusa di traffico di droga. Ecco: una simile esperienza conquistata sul campo non può andare sprecata.
L'altro giorno, dai salesiani, Berlusconi raccontava: «C'era tra gli studenti del collegio un ragazzo traviato: un giorno lasciò la scuola e divenne un bandito, fino a diventare il vice del capo supremo». Che fa, allude?
Lodo Barabba
di Marco Travaglio (L'Unità del 27 Gennaio 2005)

Accade spesso, in tribunale, che il giudice ritenga gli elementi portati dal pm insufficienti per condannare un imputato, e lo assolva. Poi, in appello e in Cassazione, si saprà se aveva visto giusto. È normale, fisiologico. Il pm maneggia indizi, il giudice prove. In Italia, siccome i processi che fanno notizia sono, di solito, quelli agli imputati eccellenti, quando il giudice li assolve si leva un coro unanime di applausi, congratulazioni, encomi solenni. «C'è un giudice a Berlino», «Crolla il teorema dell'accusa», «Finalmente un po' di terzietà», «Nel dubbio, è giusto assolvere» e via turibolando. Quando invece il giudice condanna, allora diventa «giustizialista», «giacobino», «toga rossa» e pure «nazista» (lo disse la Parenti dopo la condanna di Contrada, lo ripeté Mantovano dopo quella di Dell'Utri), oltreché «appiattito sul pm», ergo «bisogna separare le carriere».
L'altro giorno, la scena s'è rovesciata. Il gup di Milano Clementina Forleo ha condannato tre fondamentalisti islamici per ricettazione di passaporti falsi e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, ma li ha assolti dall'accusa più grave di terrorismo internazionale perché ritiene che i pm non abbiano provato a sufficienza che costoro reclutavano uomini in vista di attività terroristiche vere e proprie: più probabile che fossero destinati ad azioni di guerriglia contro l'occupazione militare in Iraq. Contro la sentenza, il governo delle impunità ha schierato i suoi giureconsulti più insigni: l'imputato Berlusconi («non fatemi parlare»), Calderoli («sentenza vomitevole»), Cicchitto («aberrante»), La Russa e Gasparri («ideologica»), Biondi («test psico-attitudinali»), Borghezio («Forleo vergogna», scritto a spray sui muri del tribunale), Casini («incredibile»), Pisanu («manda a spasso i terroristi»), Gasparri («il Csm punisca i giudici»), Giovanardi («sentenza che ripugna la coscienza morale e civile del Paese»), Fini («rabbia e incredulità»), Fragalà («intossicazione ideologica»). Il cosiddetto ministro Castelli ha annunciato l'ennesima ispezione e minacciato procedimenti disciplinari (come se un governo potesse interferire in una sentenza sgradita), poi s'è superato dichiarando a Libero che bisogna «andare in piazza contro i giudici» che non condannano chi vuole lui, chi vuole «la gente». Cossiga ha completato il quadro parlando di «sentenza porcheria» invitando la Gup a «darsi al tennis».
Stiamo parlando degli stessi giuristi per caso che da dieci anni strillano come vergini violate a ogni arresto o condanna di ladroni conclamati sommersi di prove, di conti svizzeri miliardari, di lingotti d'oro, in nome del «garantismo» con appelli all'Alta Corte Europea, ad Amnesty International e all'Esercito della Salvezza. Ora pretendono la condanna senza prove di un pugno di nordafricani per terrorismo internazionale. In base all'articolo 270 bis del Codice penale, introdotto da questo governo con una legge scritta coi piedi, che in quattro anni ha prodotto un mare di assoluzioni e una sola condanna, provvisoria.
Intanto Il Giornale - quello che da dieci anni insorge a ogni condanna eccellente - scopre all'improvviso l'infallibilità della Procura di Milano e il primato dall'accusa sul tribunale. Titolo a tutta prima pagina: «Ecco cosa preparavano gli islamici assolti. L'accusa: organizzavano attentati. Gli Usa non hanno dubbi: sono terroristi». Se lo dice l'accusa, il giudice è pregato di adeguarsi. E se lo dicono anche gli Usa, allora la sentenza non conta: assolti, ma terroristi lo stesso. È quel che pensa anche Piero Ostellino: lo stesso che tifava per la separazione delle carriere («Oggi il pm è un "giudice travestito" che può darsi arie di imparzialità... però ha un ruolo "di parte", quello dell'accusa, come quello della difesa», Corriere, 14.8.98), tuonava contro gli «abusi della carcerazione preventiva» e un mese fa, sempre in nome del «garantismo», voleva abolire il concorso esterno in associazione mafiosa dopo la condanna di Dell'Utri. Ora, sempre sul Corriere, questo garantista a singhiozzo tira in ballo Montesquieu per denunciare la Gup che non ha accolto le richieste dell'accusa e non ha prolungato un altro po' la carcerazione preventiva per quei signori che in carcere nemmeno avrebbero dovuto entrare. Ecco: il «garantista» Ostellino è «esterrefatto e scandalizzato» per la sentenza «esplicitamente politica, in sintonia con chi continua a definire "resistenti" i terroristi iracheni». E accusa la Gup di «ignorare la situazione irachena e il diritto internazionale», soprattutto «la risoluzione Onu del 16.10.2003 che legittima la presenza della coalizione militare internazionale a garanzia della sicurezza del Paese». Il pover'uomo non sa che le risoluzioni Onu non sono materia di tribunali e che i reati contestati agli imputati arrivano al marzo 2003, cioè alla vigilia dell'attacco di Usa & C. all'Iraq (sferrato senza l'Onu, contro l'Onu). E dimostra scarsa dimestichezza financo con i dizionari, che da sempre distinguono il terrorismo (contro i civili inermi) dalla guerriglia o resistenza (contro gli eserciti di occupazione). Da che mondo è mondo, come ha scritto Umberto Eco, «se i locali combattono contro truppe occupanti straniere, si ha resistenza, non c'è santi che tengano».
Infatti la Convenzione Onu del 1999 sul terrorismo (che diversamente dalle risoluzioni è materia di tribunale) riconosce e legittima «gruppi armati e movimenti diversi dalle forze istituzionali dello Stato» se le loro «attività violente o di guerriglia in contesti bellici» non trascendono in «azioni di terrore indiscriminato verso al popolazione civile». Il Gup l'ha letta, infatti la cita alla base della sentenza. Ostellino invece no, infatti denuncia «l'assurdo corollario che ammazzare gli americani o gli inglesi non sarebbe un crimine, ma un'azione di guerra». E perché assurdo? E perché singolare? Se gli iracheni che sparano a chi occupa il loro paese sono tutti terroristi, allora lo sarebbero anche i nostri partigiani che sparavano ai nazisti. Che cosa vogliono, questi signori? Un bel processo ai «terroristi» della Resistenza, che infatti i tedeschi chiamavano «banditen»?
Anche Cossiga dovrebbe fare attenzione.Ha sempre difeso i 622 «patrioti» di Gladio, che ogni tanto venivano aviotrasportati nella base Nato di Capo Marrargiu per addestrarsi clandestinamente ad azioni di guerriglia in caso di attacco sovietico. Oggi, se la logica ha un senso, dovrebbe chiamarli terroristi. E poi denunciarli. E poi autodenunciarsi.
Gli stessi che gridano da dieci anni ai «giudici politicizzati» e alla «giustizia di piazza» proprio questo chiedono. I giudici politicizzati sono proprio quelli che obbediscono ai politici, anziché alla legge e alla coscienza: il che si potrebbe dire della Forleo se, prevedendo gl'insulti che le sarebbero piovuti addosso in caso di assoluzione, avesse condannato quei tizi pur ritenendoli innocenti. Magari in base a quelle anonime «fonti di intelligence» che piacciono tanto al governo, ma che per legge sono - fortunatamente - inutilizzabili. Non sarebbe insorto nessuno, anzi: applausi, baci e abbracci al giudice giusto. Che, quando si tratta di magrebini, è quello che condanna. Se poi qualcuno resiste, e insiste a interpellare la legge e la coscienza, ci pensa l'ingegner ministro, con una bella ispezione e una bella marcia di piazza, a estorcergli la sentenza che vuole lui. Ecco: questa è la giustizia di piazza,quella che asseconda le aspettative della «gente» e dei suoi rappresentanti. Montesquieu è meglio lasciarlo in pace: inorridirebbe. Si citi invece Ponzio Pilato. «Chi volete libero: Gesù o Barabba?». Naturalmente, stravinse Barabba.
PERCHÉ CRAXI È INDIFENDIBILE
di Massimo Fini (IL GAZZETTINO, 21 Gennaio 2005)

Cadono in questi giorni i cinque anni dalla morte di Bettino Craxi . Tenterò di farne un ritratto, politico e umano, il più possibile obbiettivo, anche se è difficile per chi, come me, è stato iscritto al Psi fino al 1979 e, pur essendo un antimodernista, resta, per il "qui e ora", un socialista libertario ritenendo che coniugare libertà e giustizia sociale sia ancora l'idea più bella.

Craxi e il partito. Craxi ebbe l'indiscusso merito di liberare il Psi dalla sempiterna sudditanza psicologica dal Pci che, con le segreterie di Mancini e De Martino, era diventata una dipendenza assoluta, spazzò via anche il massimalismo inconcludente alla Riccardo Lombardi e, nei primi anni, indirizzò il partito verso una più pragmatica socialdemocrazia di tipo europeo. Ma questo lavoro è stato completamente annullato da quello che venne dopo. Craxi introdusse nel Psi il "culto del capo" di derivazione comunista e totalmente estraneo alla tradizione socialista, eliminò qualsiasi dibattito interno e si circondò di "yes men", distaccandosi progressivamente dalla realtà e perdendo quell'intuito politico che, agli inizi, ne aveva fatto la fortuna. Non capì che il crollo del muro di Berlino cambiava molte cose anche in Italia, che la gente ne aveva le tasche piene dei taglieggiamenti in stile mafioso della partitocrazia, di cui egli era uno dei principali fautori e beneficiari anche a titolo personale (si leggano le motivazioni delle sentenze che lo hanno condannato a 15 anni di reclusione), e che non vedeva l'ora e l'occasione per liberarsene. Adesso circola la vulgata che Craxi ebbe il coraggio di denunciare in Parlamento la corruzione politica. Lo fece solo dopo che era stato già colto con le mani sul tagliere. Ma quando, pochi mesi prima, era stato arrestato Mario Chiesa, che lucrava sugli ospizi come altri socialisti sui cimiteri e sugli aiuti al Terzo Mondo, parlò di una "mela marcia". L'ultimo Psi era diventato un "comitato d'affari", zeppo di "nani e ballerine", come disse il compagno Formica, di stilisti, di visagisti, di gran mondane e di socialista non aveva più niente. Se un partito centenario e glorioso come il Psi si è ridotto, con lui, a percentuali d'albumina la responsabilità non può che ricadere su chi lo diresse, in modo totalitario, per 16 anni.

Craxi uomo di governo. Le cose migliori le ha fatte in politica estera riuscendo a mantenere la tradizione democristiana di un rapporto equilibrato col mondo arabo e con Sigonella rimarcò che noi eravamo alleati degli Usa, non necessariamente dei servi. In politica interna gli si deve la battaglia contro la contingenza, ma anche una dissennata politica di indebitamento, di assistenzialismo e di offensivo sperpero di denaro pubblico (chi non ricorda i congressi faraonici e kitsch del Psi?), che ha pregiudicato le generazioni future (vedi pensioni) ed è oggi la nostra principale causa di debolezza in Europa.

Craxi uomo. Quando lo incontrai la prima volta, di ritorno dal Cile di Pinochet, di cui denunciò le nefandezze, era uno spilungone smilzo, aveva occhi vellutati e belli (che son gli occhi di sua figlia Stefania) dietro le lenti, una ruvidezza dovuta a una profonda timidezza e un fascino che si deve a quell'elemento inspiegabile che è il carisma. Nel tempo il corpo si appesantì, forse anche per il diabete di cui soffriva dall'età di quarant'anni, la ruvidezza divenne arroganza, il carisma prepotenza. Fu così sorprendente e umiliante vedere il "decisionista" Craxi , il "gradasso" Craxi fuggire come una lepre impaurita dall'Italia e darsi alla latitanza (latitanza, non esilio quasi fosse uno dei fratelli Rosselli in fuga dal fascismo). Quando chiesi al mio vecchio e caro amico Ugo Intini perché Bettino si comportasse così mi rispose: «Perché ha paura della prigione».
Chi ha la pretesa di guidare un grande Paese non ha diritto alla paura, ha il dovere del coraggio. E comunque un uomo di Stato degno di questo nome non delegittima e infanga le leggi e le Istituzioni del suo Paese, di cui è stato Presidente del Consiglio, delegittimando così anche se stesso. È con l'ignominiosa fuga dall'Italia che Bettino Craxi diventa indifendibile.
Ancora oggi.

26.1.05

«La strage di Nassiriya? Avrei deciso in altro modo»
P.B. Corriere della Sera - 25/01/2005

MILANO - «Ma no, figuriamoci: non mi sono mai sognata di legittimare attacchi della guerriglia contro i soldati italiani in Iraq. Nella sentenza ho dovuto affrontare un problema giuridico che ha pochissimi precedenti: cosa significa terrorismo internazionale? Per risolverlo, mi sono limitata ad applicare il diritto internazionale e in particolare quella convenzione delle Nazioni Unite che distingue, appunto, tra guerriglia e terrorismo. Ma nella motivazione spiego più volte che mi riferisco solo agli atti di questo processo, cioè a un’attività di reclutamento che si ferma al marzo 2003 e coincide con il periodo dell’attacco statunitense all’Iraq, cioè con la guerra vera e propria. E’ chiaro che, se avessi dovuto occuparmi della strage di Nassiriya, del recente agguato all’elicotterista italiano o comunque della situazione odierna dell’Iraq, la mia decisione sarebbe stata ben diversa». Il giudice Clementina Forleo risponde così al diluvio di critiche che non solo politici, ma anche magistrati hanno indirizzato contro la sua sentenza «troppo garantista». Mai coinvolta nelle cicliche polemiche sulle presunte «toghe rosse», anche se fu proprio lei a ordinare nel ’97 gli arresti dei neofascisti veneti (condannati in primo grado all’ergastolo ma poi assolti per insufficienza di prove in appello) per la strage di piazza Fontana, Clementina Forleo appartiene alla generazione «giovane» dei giudici poco più che quarantenni e non ha mai simpatizzato per alcun partito e neppure per una delle correnti organizzate della magistratura. Laureata in giurisprudenza a Bari, ha iniziato la carriera nella polizia e ha lavorato come commissario capo a Milano. Qui, nel ’91, ha passato il concorso in magistratura e da allora fa il giudice delle indagini. Il quasi coetaneo pm Francesco Prete, come lei originario di Francavilla Fontana (da loro definita «la capitale intellettuale della Puglia»), riassume così «la fattispecie»: «Clementina Forleo è una bravissima collega che ha sempre saputo dimostrare la propria effettiva indipendenza rispetto a qualsiasi tentativo di pressione esterna: politica, economica o giudiziaria. Non ha posizioni predefinite: in un caso può sembrare più a sinistra di Bertinotti, in un altro processo più a destra di Rauti. È fatta così: ha carattere e coraggio». Molti altri giudici sottolineano che «gip come Bricchetti e Salvini avevano già applicato lo stesso principio di diritto internazionale che impone di distinguere tra guerriglia e terrorismo. E comunque la sentenza verrà riesaminata in appello». Ma in Procura, dove i pm già studiano l’impugnazione, almeno ieri «la gip Forleo» era indubbiamente molto meno popolare.