2.8.06

Indulto : primum vivere

di Barbara Spinelli (La Stampa)

Lo si capisce dalle vignette di Giannelli sul Corriere della Sera, che dipingono un Berlusconi felice di ottenere da sinistra quel che non aveva ottenuto da destra. Lo si capisce dalle parole di Federico Grosso, che su questo giornale, il 25 luglio, parla di legge necessaria al miglioramento delle carceri, ma viziata da un compromesso che garantisce impunità a crimini economici «fortemente caratterizzati da disvalore sociale e morale». Lo si capisce dalle proteste di Eugenio Scalfari, di Luca Ricolfi, di Michele Ainis, di Vittorio Grevi, dell'ex giudice D'Ambrosio, del giudice Caselli.

La legge sull'indulto che ieri è passata al Senato è molto più di un errore. Nasce da una profonda, radicata indifferenza alla cultura della legalità e al rapporto sano fra Stato di diritto ed economia. Le critiche pesanti rivolte da sinistra a Di Pietro, che ha provato a fermare la legge sino a dissociare la lealtà di ministro dalla propria coscienza di cittadino, confermano questa indifferenza. Di Pietro è sospettato di voler conquistarsi visibilità, oltre che di usare un linguaggio sleale, violento. Il che forse non è falso: se c'è un modo di coltivare il protagonismo, quello del ministro è ben scelto. Ma gli strali si concentrano sul dito anziché su quel che il dito indica, e il proverbio cinese evocato da Di Pietro è sempre valido: «Quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito».

Lo sciocco non guarda alla sostanza, bensì all'apparenza. Per lo sciocco vale soprattutto: Primum Vivere, e dunque la sopravvivenza di una coalizione che senza Forza Italia non avrebbe approvato l'indulto. Primum Vivere fu il motto di Craxi quando prese la guida del Psi: lo slogan rovinò una grande scommessa politica (il rafforzamento della sinistra non comunista) trascinando il socialismo italiano nella corruzione. Il centro sinistra non corre quel pericolo ma quasi sembra trascurarlo. Come se in testa venisse anche per lei, in occasioni non marginali, la conquista-salvaguardia del potere e non quel che il potere fa. In tali circostanze il resto conta poco o nulla, anche quando questo resto è la sostanza delle cose: la cultura della legalità e il senso civico della classe dirigente, in un paese dove il problema dell'etica nell'economia e nella politica è il vero suo tarlo e la vera anomalia.

Questa trascuratezza in tema di legalità non cade dal cielo: si può scrivere ormai una storia degli Indifferenti in materia, che nell'ultimo decennio e più hanno perso di vista non solo l'importanza ma anche i benefici delle regole, della buona condotta finanziaria. Che hanno consentito che alla giustizia venisse dato il nome di giustizialismo forcaiolo, alla morale il nome di moralismo. Che hanno sconnesso il legale dall'utile, l'onestà dalle esigenze - considerate più autentiche, pratiche - dell'economia o della gestione del potere. È la storia di come piano piano s'è spenta la passione di Mani Pulite, e la speranza in una classe dirigente rinnovata.

Di questa storia Berlusconi ha profittato, andando al potere nel '94 e nel 2001 senza che conflitto d'interessi e processi l'ostacolassero. Da quale cultura (nel doppio significato del termine) è germinata questa storia che ha creato uno spazio per Berlusconi e che oggi glielo preserva? Da una cultura presente nei luoghi meno prevedibili, sia a destra sia nella sinistra radicale, sia nella politica sia in parte della Chiesa: sfatando le tesi di chi considera finito il catto-comunismo e non vede sorgere la nuova, strana alleanza tra catto-comunisti e Berlusconi. In realtà, buona parte della Chiesa italiana si è rivelata attore di primo piano, e questo spiega come mai tanti cattolici di centro, pur distanziandosi da Forza Italia o combattendola, coltivano il culto berlusconiano dell'impunità.

Con il passare degli anni la Conferenza episcopale ha dimenticato le sue battaglie per la cultura della legalità e contro la mafia, pur di ritagliarsi uno spazio politico che compensasse il declinare, in molti suoi esponenti, della missione spirituale e profetica. Del tutto dimenticata oggi è la nota pastorale redatta il 4 ottobre '91, poco prima di Mani Pulite, che s'intitolava «Educare alla legalità» e condannava il crescente corrompersi del colletti bianchi. Del tutto scordate sembrano le parole tremende - un anatema che sconvolse il clan Provenzano, spingendolo ai delitti della primavera-estate '93 - che Giovanni Paolo II pronunciò contro la mafia (e implicitamente contro i voti di scambio coperti da indulto). Quel discorso, pronunciato dal Papa nella Valle dei templi a Agrigento il 9 maggio '93 («Convertitevi! Mafiosi convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio e dovrete rendere conto delle vostre malefatte!») è da anni introvabile sul sito internet della Santa Sede. La visita in Sicilia neppure è annoverata tra i viaggi del Pontefice.

L'altro attore non irrilevante è Rifondazione di Bertinotti. Val la pena ricordare che fin dal 23 febbraio 2002, quando Di Pietro e la rivista MicroMega organizzarono al Palavobis di Milano una conferenza sulla legalità, l'attuale presidente della Camera si stizzì, svilendo un'iniziativa giudicata superflua, secondaria rispetto alle strutturali questioni economico-sociali: «È la rivolta dei ceti medi professionali - disse -. Da un lato (gli organizzatori) colgono fatti di involuzione della società politica, dall'altro rivendicano un ruolo come ceto e istituzioni, mi riferisco agli intellettuali e alla magistratura. È un terreno ambiguo». Più di tre anni dopo, intervistato dal Corriere della Sera sulle indagini del giornalista Travaglio (inchieste Dell'Utri, Berlusconi), disse: «Marco Travaglio? Non nominatemelo. Solo a sentire il suo nome mi viene l'orticaria. I moralisti danneggiano la sinistra. Non amo il giustizialismo a tutti i costi. Ogni volta che qualcuno si autoinveste del ruolo di censore, di moralizzatore, rischia di fare più danni di chi poi si vuole condannare» (5-10-05).

Così si giunge all'oggi: estendendo l'indulto ai crimini contro la pubblica amministrazione, e a corruzione e concussione (tutti gli scandali dell'ultimo decennio, compresi Parmalat e furbetti del quartierino), il fronte degli Indifferenti di sinistra esita a regolare i conti col berlusconismo. Nei fatti ne è contagiato, come Arturo Parisi temeva nell'estate 2005, quando avvenne il disastro Banca d'Italia. Naturalmente esiste un' urgente necessità di migliorare le carceri italiane, disumanamente stracolme. Due papi si sono battuti per questo. Ma l'emergenza è stata usata per un compromesso con Forza Italia che ha consentito a quest'ultima di imporre la propria agenda giudiziaria, con più successo ancora che nel passato (Grosso ricorda che esisteva un disegno di legge condiviso, del gennaio scorso, che concedeva ai delitti economici un solo anno di sconto e non tre). I processi per questi delitti non sono cancellati ma la certezza della pena, mai lunghissima, è ridotta a zero.

Può darsi che esistano ragioni per difendere l'interezza della legge; ma nessuno è parso convinto al punto tale da illustrarle bene. Che il disagio di chi non ha impedito questo tipo d'indulto sia grande, lo rivelano le parole stupefacenti del deputato prodiano Franco Monaco: «Sono un soldato, il testo dell'indulto lo voto, ma attenti perché è un testo inaccettabile!». Dunque, parte della sinistra ha voluto l'indulto così com'è, pur definendolo «inaccettabile». Ha ritenuto probabilmente che questo sia il prezzo del Primum Vivere, nei momenti in cui occorre conquistare il potere o non perderlo. Primum Vivere è una sorta di scetticismo degenerato, che in simili momenti prende il sopravvento.

L'intera campagna elettorale è stata condotta in fondo all'insegna di questo principio: non si sapeva se la battaglia sulla legalità avrebbe fatto vincere, e son state scelte l'indifferenza, l'afasia. Nessuna parola sul conflitto d'interessi, sulle leggi ad personam della precedente legislatura, in genere sulla questione morale. L'attenzione si concentrò totalmente sul fisco, col risultato che Prodi più che attaccare dovette difendersi. Vero è che promise di ripristinare la «maestà della legge», che denunciò in alcune interviste l'intreccio tra affari e politica. Ma la cultura della legalità è restata sconnessa dall'economia, come se non fosse invece parte fondamentale di essa. Come se per ripartire e crescere, l'economia non avesse prima di tutto bisogno di restaurare il dovere civico del pagare le tasse, del rispettare le leggi, creando un clima fondato sulla fiducia, dunque affidabile. Questo legame urge instaurarlo in Italia, perché altrimenti non solo la democrazia ma anche il mercato, divenendo diseducativi o distorti, falliscono e muoiono. La grande vocazione pedagogica di Prodi, che tante volte lo ha premiato, diverrà più che mai essenziale.

Abbiamo parlato di scetticismo degenerato perché gli scettici non intendevano questo, quando giudicavano superflue tutte le cose sensibili. Nel IV secolo avanti Cristo, Pirrone consigliava l'atarassia e cioè l'imperturbabilità; raccomandava l'afasia, ritenendo che astenersi dal parlare fosse meglio delle affermazioni perentorie; suggeriva l'apatia, che evita emozioni forti. Era poi raccomandata la sospensione di giudizio sulle cose del mondo (l'epoché) ma lo scopo era l'Atman: il collegamento con l'io più profondo dell'uomo, con la scintilla di Dio. Oggi l'Atman è la conquista del potere, la coalizione a qualsiasi prezzo, non la sostanza di quel che in politica si fa e il linguaggio con cui lo si spiega ai cittadini. Primum vivere, deinde philosophari - in primo luogo bisogna vivere, dopo fai filosofia. Il detto antico non è errato: la ricerca della massima saggezza non può soffocare i bisogni elementari e animali dell'uomo, del suo convivere sociale.

Prima di dedicarsi alla sapienza e alla virtù, bisogna procurarsi il necessario per vivere. Ma gli antichi esaltavano le quotidiane virtù dell'onesto cittadino, quando posticipavano l'astratta cerca della Repubblica perfetta. Non esaltavano - oscuro oggetto del desiderio, sensualità speciale di chi comanda - il potere fine a se stesso.

30.7.06

sofri il craxiano contro travaglio lo squadrista

Adriano Sofri per Il Foglio

Non ho nemmeno cominciato a dire che cosa penso dello stato della sinistra – di casa mia, cioè, e di chiunque altri ci voglia stare, ma mia di sicuro – che già si alza la polvere. Una delle cose che vorrò dire riguarda la testa bassa con la quale un’intera classe di dirigenti della sinistra (ci metto dentro tutti, Ds e Margherita, da questo punto di vista) si lascia insultare da personaggi di cui non si vedono i titoli di nobiltà.

E’ tipico di questa sinistra di fare (e dire) le cose quasi vergognandosene. Come la ragazza nubile che ha fatto un bambino (diceva Marx, che era maschilista), però l’ha fatto piccolo. Guardate l’Afghanistan. O è giusto andarci, e allora bisogna battersi perché ci si vada, spiegare perché e come, e mostrarsene fieri: magari perfino manifestare nelle strade per andarci. O è ingiusto, e allora non bisogna. Guardate l’indulto. Finalmente una buona, buonissima cosa, strenuamente aspettata, un atto di generosità verso il prossimo e se stessi, un giubileo in ritardo: ed ecco che, con poche eccezioni, lo si presenta un po’ scusandosene, un po’ scaricando il barile.

Gran paese il nostro, dove Di Pietro è morale, e Giovanni Paolo II no. Ma di questo riparleremo: ora aspettiamo il Senato. Ieri ho letto alcune risposte ai miei pensieri. Risponderò a mia volta. Grazie al cielo, le persone con le quali non voglio intrattenere conversazioni – come quel cretino di Travaglio, che mi dà del difensore di Renato Farina, dello stalliere Mangano, di Dell’Utri eccetera – sono pochissime. Lo farei volentieri con Michele Santoro, che invece ha detto al Corriere di non voler dire niente: “Sarei troppo duro”.

Riesco a ipotizzare di queste parolette due interpretazioni, una più offensiva dell’altra. La prima, che, volendo essere durissimo, Santoro vi rinunci perché io sono, sia pur sospeso sanitariamente, detenuto ecc. Nel qual caso scoprirei di non essermi guadagnato con la mia vita di tanti anni nemmeno il diritto di essere trattato liberamente, e pregherei Santoro di non farsi scrupoli, e picchiare forte. Oppure lui pensa che nelle cose che io scrivo abbia qualche parte una mia situazione di debolezza, o di convenienza, e insomma di ridotta lucidità e serenità. Ancora peggio.

Io penso che chi canticchi Bella Ciao per essere stato messo fuori dalla Rai, a seguito di un ukase prepotente eseguito da vili (giudizio che ho da sempre dato sull’episodio), sbaglia misura, e pronuncia una piccola bestemmia: che lo lascerebbe senza canzoni da cantare quando si trovasse di fronte a un altro genere di esclusione e persecuzione. Persecuzioni dure, di quelle che costano care, il centrodestra ne ha compiute, un po’ cinicamente un po’ sventatamente, e in primo luogo appunto sui detenuti, su quelli mandati in galera da leggi malvagie, e sul modo di tenerli in galera.

(La grottesca disputa di oggi sull’indulto “salvapreviti” era già successa, quando l’opposizione insorse contro la Cirielli perché “salvava Previti”, fottendosene delle migliaia di ultimi che, con la furiosa norma sui recidivi, avrebbe schiacciato). Anche il mio carissimo Enrico Deaglio trova “ingeneroso” il mio giudizio sul basso costo, e anzi sul buon profitto, dei bestseller antiberlusconisti.

Sbaglia, perché non mi passa per la testa di rammaricarmi di quei testi, che anzi (compresi quelli di Deaglio, scritti e film) ho apprezzato spesso, ma non riesco a persuadermi dell’aureola di giustizieri senza macchia e senza paura di cui alcuni loro autori amano fregiarsi. C’è una differenza (ce ne sono molte, ma ora parlo del prezzo pagato) fra Piero Gobetti e Michael Moore o Sabina Guzzanti: ovvia, a meno che Sabina Guzzanti non si prenda, o non venga presa, per Piero Gobetti.

Infine – per oggi – posso sfidare chiunque a indicare una sola riga scritta da me, che ne ho scritte molte, in qualunque sede (io infatti non scrivo sul Secolo d’Italia e sulla Padania solo perché non mi invitano a farlo), che non corrisponda al mio libero pensiero, e che sfiori qualche mio tornaconto.

29.7.06

TRAVAGLIO LO SQUADRISTA CONTRO SOFRI IL CRAXIANO

Marco Travaglio per l’Unità

Caro direttore, dopo aver difeso Renato Farina prezzolato dal Sisde e avermi qualificato «squadrista» sul Foglio di Giuliano Ferrara (già celebre per aver definito «omicida» l’Unità), Adriano Sofri ha riempito ieri alcune colonne dell’Unità medesima per insolentire, senza più far nomi, non solo il sottoscritto, ma tutti coloro che, anche sull’Unità, hanno contestato l’estensione dell’indulto ai reati finanziari, fiscali, societari, contro la Pubblica amministrazione, contro la vita e la salute dei lavoratori.

Ci chiama «contestatori metodici dell’indulto» e ci accusa di aver «evocato argomenti falsi» pur di tenere «decine di migliaia di miei simili boccheggianti nelle celle della Repubblica». Ma l’unico argomento falso, qui, è il suo, visto che nessuno ha contestato l’indulto: io stesso, un mese fa, scrissi sull’Unità che per sfollare le carceri, anziché l’amnistia, era preferibile un indulto di uno-due anni per i reati che incidono maggiormente sulla popolazione carceraria, esclusi dunque quelli che non vi incidono per nulla (quelli dei colletti bianchi). Ivi compreso l’omicidio, per il quale lo stesso Sofri è detenuto.

Sofri scrive che avremmo dimenticato di dire che «Previti non è in carcere e non ci andrà mai più». In realtà l’abbiamo scritto mille volte: ma abbiamo aggiunto che è ai domiciliari in virtù di una legge ad personam (la ex Cirielli) e che, con l’indulto ad personam, tornerà a piede libero. Non è forse questa la ragione per cui Forza Italia ricatta l’Unione imponendo l’inclusione della corruzione giudiziaria nei reati da condonare? Ma Sofri, a questo proposito, difende Forza Italia («l’indignazione sul ricatto di Forza Italia in pro di Previti è fuori tempo, e largamente pretestuosa e demagogica») con un triplo salto logico carpiato: secondo lui, la responsabilità delle polemiche sull’indulto non è di chi ha preteso di includervi la corruzione giudiziaria, ma di chi ha chiesto - del tutto ragionevolmente - di escluderla visto che per quel reato in carcere non c’è nessuno.

L’altro giorno ho intervistato l’avvocato Bonetto, che rappresenta 800 vittime dell’Eternit e ha appena visto sfumare la trattativa con i responsabili della multinazionale per i risarcimenti ai morti e ai malati da amianto perché la multinazionale medesima ha avuto la garanzia da Roma che entro l'anno passerà l'amnistia; l’avvocato ha poi osservato che, includendo nell'indulto anche l’omicidio colposo per i morti sul lavoro, si garantirà ai colpevoli una sostanziale impunità, visto che per quel reato è pressochè impossibile arrivare a condanne superiori ai 3 anni. In seguito a quell’intervista, uscita su Repubblica e ripresa dall’Unità, la Cgil ha chiesto di escludere dall’indulto gli omicidi colposi e gli altri reati contro la salute e l’incolumità dei lavoratori (anche per questi, non c’è nessun detenuto).

Sofri qualifica queste notizie, assolutamente autentiche, verificate e mai smentite da alcuno, come «falsità assolute e ciniche». Lo invito a informarsi meglio: scoprirà che è tutto vero. Se si informasse prima di distribuire insulti di qua e di là, scoprirebbe pure che quello che lui chiama spregiativamente «popolo dei fax» è composto da tante persone oneste e incensurate, che non hanno mai ammazzato, né frodato, né truffato, né corrotto nessuno e sognano un Paese dove gli onesti vengono premiati e i disonesti puniti. E non sono affatto disposte ad accettare l’impunità per quelli che Sofri sminuisce al rango di «marionette della tragicommedia dell’arte italiana: i Previti, i Moggi, i furbi del quartierino» e che invece la gente normale considera autori di gravissimi illeciti da sanzionare severamente e senza sconti.

Questa gente onesta ha vissuto come una violenza inaudita il quinquennio del regime berlusconiano, con le sue indecenze, le sue leggi ad personam e le sue epurazioni bulgare, contro le quali non si ricordano interventi di Sofri. Questa gente onesta ha usato a ragion veduta la parola «regime», insieme all’Unità, a Montanelli, a Eco, a Sartori, a Cordero, a Flores e a tanti altri: non perché fosse caduta nell’«equivoco dell’eroismo antiberlusconista» e si fosse associata al «ritornello del berlusconismo come regime», ma perché la pensava esattamente agli antipodi di Sofri, convinto che «non occorreva coraggio per opporsi al centrodestra, non pendevano la galera o l’esilio o le bastonate sui dissidenti». Ne occorreva eccome, di coraggio, visto che chi non si allineava veniva licenziato dal premier direttamente dalla Bulgaria e poi massacrato per anni a reti unificate.

Sofri, bontà sua, riconosce che essere cacciati dalla Rai «è una vergogna». Ma poi non trova di meglio che sbeffeggiare Michele Santoro perché «replicava canticchiando Bella ciao: ma non per salire in montagna, o per sbarcare a Ustica o Ventotene - piuttosto, per andare al Parlamento europeo, o da Celentano». Come se Santoro fosse andato al Parlamento europeo o da Celentano per sfizio, o per mettersi in mostra, e non - molto semplicemente - perché per cinque anni è stato impedito a lui e ai suoi collaboratori di lavorare in tutte le tv del Paese dal padrone d’Italia (che è anche l’editore di Sofri sul Foglio e su Panorama, dove Sofri si è spesso prodotto in coraggiosissime difese di Berlusconi, Mangano e Dell’Utri).
E come se, nella lista nera, non fossero compresi molti altri giornalisti e artisti, da Enzo Biagi a Daniele Luttazzi, da Massimo Fini a Oliviero Beha, che non sono neppure andati a Strasburgo o a Rockpolitik e che continuano a non lavorare in virtù di quel veto.

Veramente coraggioso anche l’attacco di Sofri a Piero Ricca, trascinato in tribunale per un’innocua contestazione allo stesso padrone d’Italia e più volte malmenato e trascinato in questura solo per la sua presenza nei luoghi dov’era atteso il padrone d'Italia. Davvero molto elegante, infine, la sua denuncia contro quei «giornalisti di matrice varia, dall’estrema destra all’estrema sinistra» che hanno osato «pubblicare volumi di denuncia strenua delle malefatte e delle pagliacciate di Berlusconi, senza pagare alcun prezzo che non fosse un gran successo editoriale e di pubblico, soldi e fama».

Non lo sfiora neppure l’idea che qualcuno pubblichi libri semplicemente per informare i lettori e che i lettori li acquistino semplicemente per essere informati (il fatto che poi quest'opera di informazione comporti, per chi la fa, una gragnuola di querele penali e cause civili da centinaia di miliardi ad opera dello stesso padrone d’Italia ed editore di Sofri, è un effetto collaterale del tutto secondario).

Comprendo che, chiudendo la sua articolessa, Sofri non si dia pace del fatto che nei primi anni ‘90 «Di Pietro era l’eroe popolare del Paese (è successo anche questo)». Sì, è vero, è successo anche questo. È successo che molti italiani, nel 1992-’93, si felicitassero perché finalmente la scritta «La legge è uguale per tutti» che campeggiava nei tribunali si traducesse finalmente in pratica grazie a Di Pietro, Borrelli, D’Ambrosio, Davigo, Colombo, Greco, Boccassini, Ielo e a tanti altri magistrati italiani: che, insomma, i ladri di Stato venissero finalmente trattati come gli altri.

È noto che Sofri - per comprensibili motivi personali e per le sue vecchie amicizie craxiane - abbia con la magistratura milanese un rapporto, diciamo così, problematico. Ma dovrà farsene una ragione: il padrone d’Italia nonchè suo editore a Panorama e al Foglio, nonostante gli sforzi, non è ancora riuscito a spegnere in molti italiani l’idea che chi sbaglia deve pagare e che la legge è uguale per tutti.

Due, cento, mille portavoce

Satira Preventiva di Michele Serra

La costruzione del Partito democratico arranca. Ds e Margherita non hanno raggiunto un accordo: Fassino vuole l'ingresso nell'Internazionale socialista, Rutelli nell'Ordine dei Domenicani

A che punto è la costruzione del Partito democratico? A che punto è la costruzione del Partito democratico? La stessa domanda va posta due volte perché Ds e Margherita non hanno ancora raggiunto un accordo sul portavoce unico. La soluzione del doppio portavoce, sia pure in una futura sede comune, è la più probabile, ed è già stata sperimentata, in gran segreto, una conferenza stampa con due microfoni ai lati opposti della sala, e i due portavoce che si contendono l'attenzione dei giornalisti offrendo il rinfresco più appetitoso, indossando costumi variopinti e cercando di dare la risposta più rapida ed efficace, bruciando sul tempo il rivale.

Tra le questioni sul tappeto, la più delicata appare la collocazione internazionale del nuovo partito: Fassino considera sbocco naturale l'ingresso nell'Internazionale socialista, Rutelli la confluenza nell'Ordine dei Domenicani, sia pure con il grado di semplice diacono per tutti gli iscritti.
La prima soluzione incontra gravi difficoltà di ordine logistico. La richiesta di iscrizione inviata da Fassino all'ultimo indirizzo noto dell'Internazionale socialista, a Parigi, è tornata indietro con la dicitura 'destinatario sconosciuto'. A quell'indirizzo oggi ha sede una brasserie, il cui gestore tunisino, interpellato dai cronisti, dice di ricordare solo, molti anni prima, alcuni anziani con barba e baffi che discutevano al tavolino anche per giornate intere, molto animatamente, ordinando solo un caffè in due e picchiandosi con l'ombrello al termine di aspri litigi. "Brava gente, per carità. Ma non auguro a nessuno clienti come quelli".

A questo punto Fassino e i dirigenti diesse devono decidere se ricostituire l'Internazionale socialista al solo scopo di iscriverci il nuovo partito, cercando nelle case di riposo di mezza Europa gli ultimi eredi legali di quel pittoresco circolo e approfittando della loro demenza senile per fargli firmare un diploma di socio benemerito a Piero Fassino. Oppure soprassedere, e passare al secondo punto all'ordine del giorno: come smaltire i mostruosi ritratti di operai angolosi e contadini riarsi disseminati in tutte le vecchie sedi?

Non meno ardua l'ipotesi di affiliazione internazionale sostenuta da Rutelli: entrare nell'Ordine dei Domenicani oppure, in alternativa, nell'Ordine dei Templari, le cui cene in piedi con l'armatura, la lancia e la mazza ferrata sono molto ambite, secondo il gossip romano, da Barbara Palombelli. L'obiezione che si muove al leader della Margherita è la seguente: perché mai un partito di centrosinistra dovrebbe fare propria la politica tradizionale del clero reazionario? La risposta di Rutelli, giudicata raffinatissima dai politologi e molto apprezzata dalla base per la sua sincerità, è stata: "Non lo so".

A questo punto rientra in gioco la minoranza dei diesse, il Correntone, che approfittando delle difficoltà di Fassino e Rutelli ripropone la sua ipotesi: il Partito democratico avrà la nostra adesione solo se entrerà a far parte della Rete Rigoberta Urruti Pachalan, un'associazione internazionale di indios detenuti, che si mantengono vendendo in tutto il mondo ceste intrecciate nelle carceri. È questa, secondo il Correntone, la collocazione internazionale di maggior respiro per il nuovo partito.

Diversa la posizione di Massimo Cacciari, che dà del coglione a tutte le parti in causa, nessuna esclusa, e preannuncia un suo intervento sul quadrimestrale 'Rivista internazionale di politica e diritto', molto atteso dagli operai di Marghera e dalle loro famiglie.

Nessun problema, invece, per la galassia della sinistra antagonista, che di Partito democratico non vuole nemmeno sentire parlare. In un documento congiunto Comunisti italiani, Pax et Veritas, Comboniani Rap, Nessuno Tocchi Pacciani, Clarisse Disarmate, Verdi, Quinta Internazionale, Circolo Bankari Piazza Affari Okkupata, Rete Apicultori Biologici, Collettivo Punkaghenga, chiedono l'immediata sospensione delle trattative per il Partito democratico. Mossa abile e probabilmente calcolata, perché nessuna trattativa è mai stata in corso.



25.7.06

Indulto, "Eternit pronta a risarcire ma poi ha fatto marcia indietro"

di MARCO TRAVAGLIO (Repubblica.it)

TORINO - Non ci sono soltanto i reati finanziari e quelli di Tangentopoli. Ci sono anche i caduti sul lavoro. E le malattie professionali. E i morti da amianto: 3 mila soltanto per gli stabilimenti Eternit. L'indulto, e ancor di più l'amnistia prossima ventura, rischiano di mandare in fumo il maxiprocesso che si aprirà l'anno prossimo a Torino contro i big boss della multinazionale svizzera: fra questi, il "Berlusconi elvetico" Stephan Schmidheiny, il fratello Tomas (assistito da Carlo Malinconico, segretario generale di Palazzo Chigi) e il loro socio belga, barone Louis De Cartier de Marchienne.

Insieme a una decina di dirigenti e amministratori dei cinque stabilimenti italiani (Cavagnolo, Casale Monferrato, Reggio Emilia, Bagnoli e Siracusa), che dal 1906 fino a vent'anni fa hanno avvelenato la vita a migliaia di lavoratori e cittadini comuni, i tre magnati devono rispondere di disastro doloso e di un'infinità di omicidi colposi. Grazie all'indulto, difficilmente finiranno mai in carcere (anche se condannati a 6 anni, scenderebbero a 3 e otterrebbero l'affidamento ai servizi sociali, cioè resterebbero a piede libero).

Grazie all'amnistia di 5 anni, annunciata per la ripresa autunnale, non verserebbero nemmeno un euro alle vittime e ai loro familiari. E dire che, fino a due settimane fa, i legali degli indagati e delle parti lese erano a un passo dall'accordo per un cospicuo risarcimento ai malati e ai parenti dei morti. Poi, in seguito a una strana telefonata, tutto è sfumato.

"E' accaduto due settimane fa a Lugano", racconta a Repubblica l'avvocato Sergio Bonetto, che insieme al collega genovese Paolo Pissarello rappresenta 800 vittime. "Eravamo riuniti col liquidatore della Bacon, la società che controllava gli stabilimenti italiani della Eternit. Per tre ore abbiamo discusso, incontrando ampia disponibilità dei rappresentanti indiretti della famiglia Schmidheiny a riconoscere i danni e a rifonderli in misura accettabile. Prima d'impegnarsi nero su bianco, il liquidatore ha chiesto di fare una telefonata ed è uscito.

E' rientrato un'ora e mezza dopo, scuro in volto: "Scusate - ci ha detto - ma mi hanno appena revocato il mandato. Dicono di avere avuto la garanzia che entro l'anno arriverà l'amnistia". Non ci è rimasto altro che alzarci e andarcene. Ora, a settembre, nella riunione periodica con i malati e i parenti delle vittime, dovremo comunicare la triste notizia: se passa l'amnistia, nessuno vedrà un soldo di danni".

E l'indulto? "Beh - osserva l'avvocato - la prospettiva di uno sconto di pena così rilevante anche per reati tanto gravi come l'omicidio colposo da amianto, che provoca il mesotelioma pleurico, l'asbestosi, il carcinoma polmonare non solo in chi lavora negli stabilimenti, ma anche in chi abita nelle vicinanze, è un'ulteriore garanzia di sostanziale impunità. Se penso alla fatica che abbiamo fatto per raccogliere le carte che inchiodano l'Eternit, le perizie, le testimonianze, sfidando il potere di quelle potentissime lobby... E se penso che, solo a Casale, si scoprono ancor oggi 35-40 nuovi casi di mesotelioma all'anno...".

L'inchiesta Eternit, coordinata dal procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, è in dirittura d'arrivo: dovrebbe concludersi, con le consulenze tecniche e gli studi epidemiologici, entro fine anno. Ma se, in dibattimento, dovesse cadere l'ipotesi più grave e difficile da dimostrare - il disastro doloso - le eventuali condanne per gli altri reati rientrerebbero facilmente nei 3 anni dell'indulto.

Non basta. L'avvocato Bonetto è parte civile anche in un altro processo, che inizierà a Torino il 7 ottobre: quello a carico degli ex vertici di Fiat Auto (68 manager e dirigenti, da Paolo Cantarella e Roberto Testore in giù), rinviati a giudizio per lesioni colpose gravi o gravissime nei confronti di 187 operai delle carrozzerie Mirafiori. Il processo mette in discussione l'organizzazione dei ritmi di produzione, che avrebbero causato nei lavoratori varie "sindromi da sforzo ripetuto" alle mani, alle spalle e alle braccia. Accuse gravi, ma punite con pene molto basse, certamente inferiori ai 3 anni "tagliati" dall'indulto.

Il procuratore Guariniello, che coordina il pool "Salute e sicurezza", prevede un colpo di spugna pressoché totale di gran parte dei suoi processi anche per i reati ambientali, per il doping e per la tutela consumatori. Come quelli a carico delle multinazionali Bayer e Glaxo, per i presunti danni alla salute provocati da farmaci come il Lipobay e il Lanoxin. Per questi reati, oggi, in carcere non c'è nessuno. Grazie all'indulto, non ci entrerà nessuno nemmeno in futuro.
Furbetti del quartierino e non, Wanna Marchi, Cesare Previti. E molti, molti politici. L'indulto così come è stato pensato riguarda anche casi di corruzione già a sentenza e casi che ci devono arrivare ancora. Ci sarà un esercito che andrà ai servizi sociali
di Marco Travaglio

L’indulto è come la patente a punti. Chiunque, fino al maggio 2006, ha concusso, ha corrotto o s'è fatto corrompere, ha abusato dei suoi poteri per favorire qualcuno, derubato lo Stato col peculato o la sua società con la bancarotta, truffato il prossimo, truccato gare d'appalto, incassato fondi neri, frodato il fisco, falsato bilanci, turbato il mercato finanziario con l'aggiotaggio, scalato banche violando le leggi, speculato con l'insider trading, giocato con la salute dei dipendenti provocando infortuni o addirittura decessi nei luoghi di lavoro, e fino a oggi temeva - in caso di condanna - di andare in carcere a scontare la pena, può tirare un sospiro di sollievo: partirà da meno tre. Nel senso di meno 3 anni di pena, da detrarre da eventuali condanne definitive. Per i reati puniti più severamente (per esempio, la bancarotta o la rapina), l'indulto comporterà semplicemente uno sconto di pena. Per quelli puniti con sanzioni più blande (tutti quelli dei colletti bianchi), significherà azzerare le pene del tutto o quasi. E comunque garantirsi l'esenzione dal carcere: in Italia infatti si scontano dietro le sbarre solo le pene superiori ai 3 anni (sotto, c'è l'affidamento al servizio sociale: cioè l'assoluta libertà con qualche opera buona). Risultato: chi rischia pene fino ai 6 anni scende a 3, e non sconta nemmeno un giorno. Non solo: l'indulto cancella pure le pene accessorie (interdizione da pubblici uffici, cariche societarie, professioni): i condannati resteranno in Parlamento, nella pubblica amministrazione, nei mestieri che esercitavano mentre delinquevano. Giudici, pm e investigatori dovranno portare a termine indagini e processi già sapendo che sarà tutto inutile, o quasi: come per la Juventus, il campionato degli inquirenti partirà con una forte penalizzazione.

L'elenco dei beneficiari di questo colpo di spugna a orologeria, che sta per esser varato urbi et orbi con la scusa delle carceri affollate, è lungo chilometri. In cima alla lista, com'è noto, c'è Cesare Previti (pregiudicato per corruzione giudiziaria), che scenderà da 5 a 2 anni, lascerà gli arresti domiciliari e rientrerà in Parlamento, almeno finché la Camera non si deciderà a dichiararlo decaduto per l'interdizione perpetua. Poi c'è Silvio Berlusconi, imputato per corruzione del testimone David Mills e per i diritti Mediaset (appropriazione indebita, falso in bilancio e frode fiscale), insieme a Confalonieri (falso in bilancio) e ai figli Marina e Piersilvio (indagati per riciclaggio).

Poi ci sono i protagonisti di tutti gli scandali degli ultimi due anni. Comprese le teletruffe di Wanna Marchi e Stefania Nobile: condannate a 10 anni in primo grado, se patteggiano in appello scendono a 6 anni, e con l'indulto a 3: in pratica, non tornano mai più in carcere. I protagonisti dell'inchiesta penale su Calciopoli, a Napoli), non dovranno neppure patteggiare: le pene per la frode sportiva sono talmente basse da vanificare il futuro processo a Moggi, Carraro, Giraudo, Galliani, Mazzini, De Santis, Pairetto, Bergamo, ai figli di papà targati Gea e così via. Idem per Bancopoli (aggiotaggio e altri reati finanziari, a Milano e Roma), che vede inquisiti l'ex governatore Fazio e i multicolori furbetti del quartierino: Fiorani, Gnutti, Ricucci, Coppola, Consorte, Sacchetti, Billè, Palenzona. E sono ancora al vaglio degli inquirenti le posizioni dei politici beneficiati dal munifico banchiere di Lodi: i forzisti Brancher, Grillo, Dell'Utri, Romani e Comincioli, il leghista Calderoli e l'Udc Tarolli. Poi c'è la banda Parmalat, imputata a Milano e a Parma: da Calisto Tanzi in giù, fino ai banchieri (a cominciare da Cesare Geronzi) suoi presunti complici nella truffa a migliaia di risparmiatori. E c'è la banda Cirio di Sergio Cragnotti, anch'essa specializzata in bond-carta straccia. In una tranche collaterale del caso Parmalat sono indagati per corruzione De Mita (Dl) e Burlando (Ds), e in un'altra ancora, per finanziamento illecito, l'ex ministro Alemanno (An). Il "meno tre" potrebbe far comodo anche al forzista Raffaele Fitto e ai suoi coindagati a Bari per le presunte tangenti dal gruppo Angelucci. Per non parlare dei protagonisti dell'ultimo scandalo di Potenza: Vittorio Emanuele e due uomini di Fini: Salvo Sottile e Francesco Proietti Cosimi.

Ma c'è pure un esercito di deputati e senatori nei guai con la giustizia per vari reati, tutti compresi nell'indulto (conflitto d'interessi? Forse). Marcello Dell'Utri è imputato a Palermo per calunnia contro tre pentiti. Francesco Storace e il suo entourage sono accusati a Roma di associazione a delinquere per aver spiato illegalmente Marrazzo e la Mussolini. Il Ds ribelle Vincenzo De Luca, neosindaco di Salerno, è indagato per concussione, abuso, truffa e falso. An voterà no all'indulto, salvo due ex ministri, entrambi indagati: uno è Alemanno, l'altro è Altero Matteoli, rinviato a giudizio per favoreggiamento nell' inchiesta sugli abusi edilizi all'Elba. E la lista "nera" non finisce qui: Ugo Martinat è inquisito a Torino per turbativa d'asta e abuso per alcuni appalti Tav; e Silvano Moffa lo è a Velletri per corruzione. Nutrita anche la pattuglia Udc: se cade l'aggravante mafiosa del favoreggiamento, l'indulto serve a Totò Cuffaro; e, in caso di condanna, servirà di certo al neo- onorevole Vittorio Adolfo, accusato a Sanremo di corruzione, truffa e turbativa d'asta; a Giampiero Catone, imputato per truffa e bancarotta a Roma e L'Aquila; ad Aldo Patriciello, coinvolto nello scandalo molisano della circonvallazione di Venafro; e a Teresio Delfino, indagato per associazione a delinquere e truffa nella gestione allegra dell'Enoteca d'Italia;senza dimenticare Giuseppe Drago, condannato in primo grado a 3 anni e 3 mesi per peculato per aver svuotato la cassa della presidenza della regione Sicilia quando ne era governatore. Idem come sopra per altri ex Dc come Pino Firrarello (FI) e Nuccio Cusumano (Udeur), imputati per gli appalti truccati dell'ospedale di Catania.

A condurre le trattative col centrosinistra per l'indulto è stato l'on. avv. prof. Gaetano Pecorella (FI), che non solo difende Berlusconi in vari processi per reati non esclusi dall'indulto; ma, a quel che si sa, risulta ancora indagato a Brescia con l'accusa di aver pagato il supertestimone Martino Siciliano, affinchè ritrattasse le accuse al suo cliente Delfo Zorzi per le stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Il reato ipotizzato è favoreggiamento: anch'esso compreso nel Grande Condono.

24.7.06

Un ricatto in nome di Cesare Previti

di EUGENIO SCALFARI (Repubblica)

Debbo confessare che il Di Pietro capo di partito non incontra le mie simpatie. Non mi piace la sua squadra. Non mi piace affatto quel suo subdolo personaggio che è andato a fare il presidente della commissione Difesa della Camera con i voti del centrodestra. Diciamo insomma che non sono un fan dell'ex procuratore di Mani pulite.

Ma dichiaro che condivido invece al cento per cento la posizione di Di Pietro sul provvedimento di indulto preparato dal ministro della Giustizia, sul quale la Camera discute oggi e probabilmente voterà domani. Sono molto stupito che quel provvedimento abbia il sostegno di tutti i gruppi del centrosinistra, compresa quella sinistra radicale che spacca il capello in quattro sulla necessità che il governo sia "discontinuo" rispetto alla politica e alla legislazione ereditate da Berlusconi.

Il problema di questo indulto è chiarissimo: il centrosinistra è favorevole all'amnistia ma non riesce ad ottenere la maggioranza qualificata che la legge richiede.

Allora ripiega su un indulto diminuendo di tre anni le pene comminate a tutti i responsabili di reato salvo alcune categorie ritenute di particolare gravità. I reati esclusi dall'indulto sono nel disegno di legge Mastella quelli di natura mafiosa, quelli riguardanti la pedofilia e i reati di terrorismo interno e internazionale. In tutti gli indulti che sono stati approvati in precedenti occasioni (come pure in tutte le precedenti amnistie) sono stati sempre esclusi dai provvedimenti di clemenza i reati di corruzione e di concussione commessi contro la pubblica amministrazione. Invece nel provvedimento Mastella - e per la prima volta nella nostra legislazione - questi reati beneficeranno della clemenza approvata dal Parlamento. Di qui il rifiuto di Di Pietro di votare in favore e di qui anche la nostra concordanza con la sua posizione.

La verità che sta dietro all'estensione dell'indulto ai reati di corruzione e concussione contro lo Stato è presto detta: senza quell'estensione i voti di Forza Italia verrebbero a mancare e quindi non si raggiungerebbe il "quorum" necessario. Mastella e la maggioranza di centrosinistra si sono trovati di fronte a questa "impasse"; per superarla hanno trangugiato il rospo.

Il rospo, tra l'altro, ha un nome abbastanza ostico: si chiama Cesare Previti. Previti deve scontare cinque anni per una sentenza passata in giudicato. Con l'indulto la pena si riduce a due anni per i quali sono previsti provvedimenti alternativi come l'affidamento ai servizi sociali.

Il problema Previti ha rappresentato una spina costante per Forza Italia, che ha cercato di liberarsene in tutti i modi. Soprattutto con un'aggressione continua e durata un decennio intero contro la magistratura italiana nel suo complesso e quella milanese in specie e con leggi "ad personam" che hanno rappresentato una delle più umilianti stagioni politiche del Parlamento italiano.

Nonostante questi innumerevoli tentativi di manipolare e impedire l'azione della giurisdizione, l'obiettivo è stato raggiunto solo in parte; una condanna c'è stata, un reo è stato assicurato alla giustizia. E come lui parecchi altri in analoghe condizioni.

Ora l'indulto che il centrosinistra propone oggi alla Camera, con l'accordo di Forza Italia, realizzerà ciò che non era riuscito al governo Berlusconi. Di più: le persone responsabili di reati contro la pubblica amministrazione sono in tutto sessantasette; un numero esiguo che non contribuirà in nessun modo a quello sfoltimento della popolazione carceraria che è l'intento principale del provvedimento di clemenza.
C'è infine un'ultima ragione che ci spinge a criticare la posizione del governo e a concordare con quella di Di Pietro: gran parte dei parlamentari di An voteranno contro il provvedimento di Mastella. Per ragioni che non condividiamo, ma resta il fatto che i colpevoli di reato contro lo Stato per corruzione e concussione avranno sconti di pena col voto del centrosinistra e di Forza Italia e con il voto contrario di Alleanza nazionale. È una posizione piuttosto scomoda, non vi pare?

5.7.06

E io tiferò contro...

di Matteo Salvini - La Padania

«La nazionale da sempre è un grande strumento di unificazione del Paese». Parola di Romano Prodi, che ieri ha avuto il tempo di scrivere una lettera aperta al cancelliere tedesco, niente meno che sulla Gazzetta dello Sport. E quindi? Quindi io sto dall’altra parte. Quindi tifo contro, contro “questa” nazionale che viene usata per nascondere i mali di “questo Paese”.



Non me ne vogliano i padani Buffon, Zambrotta, Pirlo, Gilardino, Del Piero o Inzaghi, niente di personale. Ma io, per dirla come Gaber proprio non riesco a sentirmi italiano. Mi sento milanese, lombardo e padano, ma orgoglioso di questa Italia proprio non riesco ad esserlo.

Non mi piacciono i bagarini che, anche se si gioca a mille chilometri di distanza, cercano di spacciare i biglietti a cifre incredibili. E non sono padani.

Non mi piacciono quelli che vendono magliette, bandiere, petardi, parrucche e trombette taroccate ed esentasse, per santificare l’italico rituale. E non sono padani. Non mi piacciono quei “tifosi” che hanno fatto casino, sfasciando e imbrattando, per la vittoria di rigore rubata contro l’Australia. E non erano padani. Non mi piacciono quelle persone, tifosi e calciatori ma soprattutto giornalisti, che su Lippi cambiano idea ogni due giorni: ne pensavano tutto il male possibile ieri, ne chiedono la riconferma oggi dopo due stentate vittorie. Non è da padani. Non mi piacciono quelli che passano le loro giornate a stabilire come, quanto e perché faccia bene cantare l’inno di Mameli, scomunicando smemorati, stonati e taciturni. Non è da padani, io preferisco la Terra dei cachi. Non mi piacciono quei politici, e ce ne sono tanti a sinistra e qualcuno anche a destra, che contano sui gol di Totti per fotterci in silenzio un altro po’ di stipendio e di libertà. Non è da padani. E poi, se la devo dire tutta, non mi piacciono gli spaghetti con la pummarola, preferisco il risotto; non mi piace il mare, preferisco la montagna; non mi piace volare Alitalia, preferisco la Lufthansa; non mi piace il mandolino, preferisco la banda d’Affori; non mi piacciono i Savoia, preferisco Maria Teresa D’Austria. e non mi piacciono, soprattutto d?estate, quelli che fanno sempre casino facendo risuonare i loro “ahò” anche nel silenzio delle isole Aran; e non mi piacciono quelli che si arrangiano e vivono una vita da abusivi orgogliosi di fregare il prossimo; e non mi piace la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta e la sacra corona unita; e ancora non mi piacciono le tifoserie “appassionate ma civili” del Sud, come quella del Napoli, che vengono santificate dai giornalisti ma hanno quasi sempre accolto a sassate, spranghate, botte, sputi e pulcinellate i tifosi che scendevano da Nord; e non mi piace Biscardi, non mi piace Galeazzi, non mi piace Moggi, non mi piace Petrucci, non mi piacciono i calciatori che cambiano squadra con la stessa frequenza con cui cambiano le mutande, non mi piacciono i Rolex regalati ad arbitri e guardalinee, non mi piace il calcio a pagamento su Sky.

E poi proprio non mi piace l’inno di Mameli, né la musica né tantomeno il testo, tanto che quando comincia il “pa-ra-pa-pa” prima del giornale radio Rai delle 24 tolgo l’audio. Che rompipalle, dirà qualcuno, ma purtroppo è così: come faccio a tifare l’Italia? Certo tifo Milan, tifo Ivan Basso, tifo Valentino Rossi, tifo la ProRecco di palla nuoto, tifo l’hockey Milano, mi piacciono il basket, la pallavolo e l’atletica leggera. Ma mi permetto un sogno. Che un giorno non troppo lontano un atleta padano porti con sè, sul podio, un po’ di verde, un foulard, magari una bandiera.

Come fecero le Pantere Nere americane alle Olimpiadi, noi aspettiamo che i nostri leoni, che pur ci sono, trovino l’orgoglio e il coraggio di dichiararsi, di dare voce e colore alla loro identità. Nell’attesa, questa sera (a proposito vi aspettiamo per la radiocronaca su Radio Padania libera dalle 19.30!) tifo per la Germania. Anzi, per la Repubblica federale tedesca.

4.7.06

Hanno taroccato pure il Monopoli

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

Dopo il calcio e i Savoia anche il popolare gioco è stato truccato da una cupola di ragazzini. E' solo l'ultimo dei numerosi scandali che ci aspettano nel Terzo Millennio

Dopo Calciopoli e Savoiopoli, quali altri scandali incombono sull'Italia del Terzo Millennio? Lo abbiamo chiesto ai principali istituti di monitoraggio sociale, i quali ci hanno volentieri risposto, ma solo in cambio di un pingue fuoribusta e dell'invio di un torpedone di bagasce.

Scandalopoli Alcuni degli scandali lanciati recentemente sul mercato sarebbero contraffatti. Confezionati da una banda di falsari che ha tentato di piazzarli, con successo, presso giornali e telegiornali. Tra questi, Branzinopoli (sul traffico di cefali truccati da branzini), Carlopoli (si era diffusa l'idea che tutti gli italiani di nome Carlo avessero comperato abusivamente il nome corrompendo l'ufficiale anagrafico) e Schumacheropoli (il pilota tedesco starebbe sulle balle a tutti, ma forti pressioni vengono esercitate dalla Fiat sui giornali per non scriverlo). Il pretore Guariniello sta indagando sullo scandalo degli scandali taroccati, ma è ormai convinto che anche Scandalopoli non sarebbe altro che un falso scandalo per coprire gli scandali veri.

Sessuopoli Il pretore Guariniello sta portando alla luce un vastissimo scandalo: prestazioni sessuali in cambio di prestazioni sessuali. I contorni del gigantesco traffico non sono ancora del tutto chiari, ma pare che oramai in questo paese sia molto frequente, per poter avere un rapporto sessuale consenziente, avere un precedente rapporto sessuale estorto con il ricatto. Sconvolgenti le intercettazioni telefoniche: "Lei - facciamo l'amore? Lui - Eh, cara mia. Solo se prima me la dai.".

Atleticopoli Anche l'atletica leggera è nell'occhio del ciclone. Una cupola di giudici corrotti manipolava il risultato delle gare con i mezzi più vari: spostando avanti o indietro la fettuccia del traguardo, sostituendola con un cavo di acciaio per ferire gli atleti sgraditi, invertendo improvvisamente la direzione della corsa per fare sì che gli ultimi risultassero in testa. La gigantesca truffa è stata denunciata da un maratoneta onesto, insospettito dal fatto che durante la maratona di Milano un giudice colluso lo aveva indirizzato lungo l'autostrada per Bologna. Giunto al casello di Reggio Emilia, il maratoneta onesto ha telefonato al procuratore Guariniello per denunciare lo scandalo. Secondo i primi accertamenti, essendo l'atletica uno sport povero, tra i coinvolti non vi sarebbe alcuno scopo di lucro, ma solo il piacere di imbrogliare.

Elettrautopoli Un colossale traffico di calendari per elettrauto contraffatti (i capezzoli delle donnine nude sarebbero in realtà ritoccati col pennarello) ha portato a scoperchiare uno scandalo ancora più grave: i calendari per elettrauto, anche quelli non contraffatti, sarebbero in realtà calendari per camionisti usati e poi riciclati come calendari da elettrauto nuovi di zecca. Se ne è accorto il procuratore Guariniello notando, dal suo elettrauto, che la miss di novembre aveva i capelli cotonati. Guardando meglio, si notava che il calendario era del 1962.

Dadopoli Per la prima volta al mondo, ricercatori italiani di una Facoltà di ingegneria deviata sono riusciti a costruire dadi a sette facce invece della tradizionali sei. Con questi dadi è possibile fare 7. Ma su alcuni esemplari, pesantemente contraffatti, sulla settima faccia è stato addirittura disegnato il numero 8. È stato quest'ultimo fatto a insospettire alcuni clienti delle bische clandestine, abituati a barare onestamente. "Finché usciva il 7 - ha dichiarato una vittima della truffa - si poteva pensare a un giocatore di particolare talento". Le indagini sono condotte dal procuratore Guariniello.

Monopolopoli Incredibile! Anche il popolare gioco del Monopoli è stato truccato da una cupola di ragazzini. Circolano migliaia di scatole del Monopoli con alcune caselle cosparse di un mastice invisibile. Quando la pedina di un giocatore vi incappa, ci resta incollata e il giocatore è costretto a sborsare cifre esorbitanti al proprietario della strada, fino alla rovina completa. Su Monopolopoli sta indagando il figlio del procuratore Guariniello.

27.6.06

Non faccio parte dei furfanti

di Massimo Fini - Il Gazzettino 25/06/2006

L'altro ieri l'onorevole Berlusconi, davanti a una platea di suoi fan, ha affermato: «Non credo che possa sentirsi degno di essere italiano chi non voterà sì» al referendum sulle riforme costituzionali. In serata ha poi corretto il tiro dicendo che «è indegno di essere italiano solo chi non va a votare». Per la verità l'esercizio del voto in generale, e tanto più in un referendum, è un diritto e non un dovere del cittadino. In Svizzera, dove di queste consultazioni se ne fanno ad ogni momento, va a votare solo la metà degli aventi diritto, ma nessuno si sognerebbe mai di dire che l'altra metà "è indegna di essere svizzera".
Io non andrò a votare al referendum. Ho perso ogni fiducia nella democrazia rappresentativa che, come ho scritto tante volte, è una forma di feudalesimo mascherato, a pro di oligarchie politiche (leggi partiti) ed economiche.
Queste oligarchie, sotto il manto di una legalità solo apparente, compiono ogni sorta di abusi, di soprusi, di sopraffazioni sul cittadino e non credo proprio che un restyling costituzionale possa cambiare una situazione che è consustanziale ad ogni liberaldemocrazia e che da noi viene aggravata dalla mancanza di quell'etica protestante che in altri Paesi agisce un po' da freno alle peggiori degenerazioni del sistema.
Sono quindi "indegno di essere italiano". E me ne vanto. Sono felice di non far parte di quest'Italia di tangentisti, di rackettari, di mafiosi, di ricattatori, di raccomandati, di clientes, di latrones, di gente che ha rubato e ruba su tutto, sugli ospizi, sui cimiteri, sulle tombe, sulla salute dei cittadini e che è ben rappresentata, simbolicamente, dal suo sia pur defenestrato erede al trono, il principe Vittorio Emanuele che, come del resto aveva già fatto il ministro socialista e repubblicano Gianni De Michelis, taroccava i cosiddetti "aiuti al Terzo mondo" e vi forniva al posto delle medicine dei placebo di "acqua e zucchero". Sono felice di non far parte di questo Paese di furfanti che non si vergognano di essere tali, ma anzi se ne vantano («Sì, raccomando. Le "anime belle" devono rassegnarsi»). Sono felice di non far parte di un Paese di omuncoli, senza dignità e senza onore, che non sono nemmeno capaci di conquistare una ragazza senza ricorrere al ricatto del Potere e dove le donne si vendono con la stessa facilità con cui gli uomini le comprano. Sono felice di non far parte di un Paese dove il più pulito c'ha la rogna e che crede di poter riscattare l'orgoglio e la dignità nazionale perdute con qualche vittoria in quel calcio che peraltro ha ridotto, anch'esso, a una fogna.
Sono convinto che quando gli storici, col distacco che consente la distanza, valuteranno l'attuale Italia democratica la considereranno la peggiore di tutta la sua pur lunga storia (sempre che, dopo, non ne arrivi una ancor più malfamata, il che è sempre possibile).
Peggiore non solo, va da sè, dell'Italia preunitaria, l'Italia dei Comuni e delle Repubbliche marinare, lo straordinario Paese-laboratorio che con l'ascesa delle classi mercantili fiorentine, biellesi, piacentine, diede il via alla Modernità (che poi questa si sia rivelata un boomerang non può essere addebitato a quei precursori), l'Italia delle arti e dei mestieri, di Piero della Francesca, di Paolo Uccello, di Leonardo, di Michelangelo, di Raffaello e dei suoi grandi letterati, di Dante, di Petrarca, di Boccaccio, di Cavalcanti, del Tasso e dell'Ariosto, ma peggiore anche della prima Italia unita, aristocratica ed elitaria dove però un ministro della destra storica si suicidò, non reggendo la vergogna, per essere stato accusato di aver portato via dal suo ufficio un po' di cancelleria (oggi i figli dei lestofanti, dei corruttori e dei corrotti, divenuti "martiri", hanno, come minimo, un posto assicurato in Parlamento), ma peggiore persino dell'Italia del Fascismo che aveva perlomeno in testa un'idea di Nazione che cercò di realizzare con alcune operazioni intelligenti (l'Iri, i primi piani regolatori, le prime leggi di tutela artistica e ambientale, l'attenzione alle "arti nuove", il design e il cinema, per parlare solo di alcuni aspetti), anche se poi fu travolta dalla responsabilità della sconfitta nella guerra. Oggi l'unica idea in testa alle nostre classi dirigenti, di qualsiasi colore politico esse siano, è quella di arricchirsi il più rapidamente possibile a spese dei cittadini.
Sono felice di non far parte di un Paese nel cui Parlamento, luogo sacro della democrazia, ci sono più di 150 pregiudicati o inquisiti. Sono felice di non far parte di un Paese che, da Caporetto in poi passando per Mussolini che fugge travestito da soldato tedesco, per il Re e Badoglio che abbandonano Roma al suo destino, per le orribili lettere di Aldo Moro e finendo con Craxi e oltre, ha una classe dirigente di vigliacchi che cercano sempre, al momento del dunque, di sottrarsi, magari confezionandosi anche qualche legge "ad hoc", alle proprie responsabilità. Italiano sarà lei, onorevole Berlusconi.

25.6.06

Compagno falce e coltello

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

La sinistra italiana festeggia la sua cinquecentesima scissione, conquistandosi un posto nel Guinness dei primati. Per l'occasione le Poste emetteranno un francobollo che raffigura uno squilibrato intento a mozzarsi un arto con una roncola.

Con la nascita, a Roma, del Partito comunista dei lavoratori, fondato da Marco Ferrando per conquistare una ragazza, la sinistra italiana festeggia la sua cinquecentesima scissione. L'evento, solenne, è già stato inserito nel Guinness dei primati tra le voci 'l'uomo che ha mangiato più angurie in un'ora' e 'il pettine più lungo del mondo'. Verrà ricordato dalle Poste italiane con l'emissione di un francobollo da 10 centesimi diviso in due parti da 5 centesimi l'una, che si potranno acquistare solo in tabaccherie diverse. Il francobollo raffigura uno squilibrato intento a mozzarsi un arto con una roncola, tra gli applausi di una piccola folla entusiasta. Il simbolo scelto dal nuovo partito (una falce e una lente d'ingrandimento incrociate in campo rosso) va ad aggiungersi a quelli di decine e decine di partiti comunisti e socialisti che affollano festosamente il panorama politico nazionale di ieri e di oggi. Tra quelli in attività e quelli inattivi, ma regolarmente depositati all'ufficio brevetti, abbiamo scelto i più rappresentativi.

Partito Comunista Comunista Nato per difendere rigorosamente l'ortodossia marx-leninista dalle deviazioni già presenti in Marx e Lenin. I suoi 16 iscritti si salutano levando in alto il pugno chiuso che racchiude una falce e un martello. I continui incidenti sugli autobus, e i conseguenti battibecchi con gli altri passeggeri, hanno convinto la direzione del partito a riformare il saluto, consentendo, in presenza di folla, anche la forma ridotta: pugno chiuso senza falce e martello, però cantando per intero l'inno ufficiale 'Bandiera rossa rossa'. Per fare proselitismo, i militanti citofonano alle sei di mattina della domenica agli inquilini di interi isolati leggendo il carteggio tra Marx e Engels. Si riconoscono dal caratteristico elmo dei pompieri, indossato per neutralizzare il lancio di getti d'acqua e vasi di basilico dalle finestre.


Partito di Unità Scissionista È stato fondato in esilio dai fratelli Ulrico e Manrico Barbarossa, all'insaputa l'uno dell'altro, nel 1933, con il proposito di federare tutti gli scissionisti in un unico cartello. I due fratelli si odiavano al punto di essersi costituiti alla polizia fascista pur di poter denunciare anche l'altro (dalla loro vita sono tratti quasi tutti i film di Citto Maselli). Lo slogan è 'Fate bene i conti: più ci dividiamo, più siamo'. Dissapori tra gli eredi Barbarossa hanno portato, negli anni '60, alla scissione del partito di Unità Scissionista in due partiti, con programma identico ma punteggiatura diversa.

Partito Comunista Barnum Raccoglie i militanti comunisti che si sono distinti, nel mondo, per l'originalità e la spettacolarità delle posizioni politiche. Il segretario è l'olandese Mikko Rujnardt, sostenitore dell'esproprio delle biciclette con il ciclista ancora in sella. Della segreteria politica fanno parte l'economista bengalese Vandana Sik, che propone di affidare il governo mondiale a un direttorio di elefanti, e l'ecologista radicale Sarah Boyte, americana, che progetta di ricucire il buco nell'ozono lanciando in orbita un gigantesco rocchetto di filo.

Nuovo Psiup Nato la settimana scorsa dalle ceneri del vecchio Psiup, si propone di raccogliere gli ex psiuppini desiderosi di riaffermare la tradizione psiuppina. L'inno è 'Mondo psiuppino', la rivista ufficiale 'Essere psiuppini', il programma è in fase di completamento ma gli analisti politici prevedono che sia identico a quello del vecchio Psiup. Il nuovo Psiup gode dell'appoggio dei principali logopedisti italiani, che hanno inserito la parola 'psiup' tra gli esercizi obbligatori per il recupero dei verbo-lesi.

Partito Comunista Vintage Mette a disposizione degli iscritti arredi d'epoca delle vecchie sedi comuniste: ritratti di Scoccimarro, cartine dell'Angola, una fotografia di Scoccimarro in Angola, posacenere ancora pieni di cicche di Gitane, libri degli Editori Riuniti e il paltò beige dimenticato da Pajetta in una tintoria di Castro Pretorio, a Roma.

Partito Proletario del Popolo Comunista e Socialista - Movimento dei Lavoratori Linea Rossa Marx-Leninista Internazionalista per la Liberazione delle Masse Fondato da Ugo Bo. È l'unico iscritto, ma non condivide le proprie tesi.

23.6.06

Il calcio del caimano

di Oliviero Beha - L'Unità, 20 giugno 2006

Mentre il paese rischia di affondare nella palude (subcostituzionale), in quella stessa palude il caimano riprende a sguazzare che è una bellezza. E lo fa sotto gli occhi di tutti, come ha sempre fatto da vent’anni. Forse è proprio questa estrema visibilità, che come il sole in faccia acceca, ad impedire la banale percezione dell’accaduto (cfr. la mezzala austriaca Wittgenstein, ”la cosa più difficile non è scoprire verità nascoste, ma vedere quello che si ha sotto gli occhi”).

Da tre giorni Silvio Berlusconi è di nuovo presidente del Milan, carica lasciata alla fine del 2004 per delicatezza in omaggio al conflitto di interessi (absit iniuria…). Esattamente come all’inizio del 1986 quando scese in elicottero a Milanello in qualità di nuovo proprietario e presidente dello “storico club di Via Turati”, fagocitando il pallone, masticandolo da par suo e trasformando quel corposo bolo salivare in un prodotto essenzialmente televisivo. Le tv già ce le aveva, la politica sarebbe formalmente arrivata dopo. Nel 1994. In quell’anno, contemporaneamente alla discesa in campo del Cavaliere in via di caimanizzazione, Umberto Agnelli sotto l’occhio non contrario del più famoso fratello dall’orologio sul polsino ingaggiava quella Triade di cui si parla assai oggi, nelle Procure e nella Federcalcio commissariata. Cose vecchie, si dirà, e risapute. Può darsi.

Certo è che all’epoca nessuno, sia più in generale per quanto concerneva il futuro Caimano sia nello specifico per la Triade dell’attuale associazione per delinquere ai fini di frode sportiva, provò a giustapporre le tessere del mosaico. Che cosa c’era di strano in fondo se il tycoon televisivo più importante d’Europa acquistava il Milan, e successivamente -qualche scudetto e qualche Coppa dei campioni dopo- gareggiava per Palazzo Chigi? Nulla. Ed era forse sorprendente che un pezzo di storia di’Italia sotto forma degli Agnelli, che avevano fatto combaciare a forza i due elementi (per quanto tempo ancora pagheremo dazio al famoso “quel che va bene per la Fiat va bene per il paese”? ), affidasse le sorti del club italiano più importante a qualcuno già stranoto nell’ambiente dei “ladri di cavalli”(definizione dell’Avvocato)? Evidentemente no.

Adesso di nuovo, mentre Borrelli indaga, Guido Rossi sorveglia e la Nazionale di Lippi marcia, sta succedendo qualcosa, con le stesse modalità macroscopiche di sempre. In ballo, ancor più esplicitamente che mai, c’è il rapporto di identificazione tra calcio e politica, o politica economica. Lateralmente, nel terzo club d’Italia Moratti si ricompra il 15 % dell’azionariato interista da Tronchetti Provera, in altre faccende telefoniche affaccendato, rinsaldando i rapporti tra la storica famiglia e l’Inter. Centralmente, dopo essersi sentiti dire di tutto da manager amazzonici quanto a scrupoli di stomaco come Giraudo (“pensino alle auto che alla Juve ci penso io”), gli eredi Elkann si sono ripresi il club, ”rifiattando” su di esso e facendo chiaramente capire che la Juventus e l’azienda sono una cosa sola. Ma chi si muove meglio-come sempre-nella palude è il caimano. Che dalla calcistizzazione del paese (e del pianeta, Mondiali docent) ricava una lezione solare: come ho preso la rincorsa in politica vent’anni fa, in altra epoca, certamente con Craxi ma altrettanto bene con Gullit e Lorella Cuccarini, così ripartirò dagli stessi blocchi oggi, con un po’ di Lega Nord se perdo la Lega calcio, con un po’ di Casa della Libertà avvinta come l’edera, soprattutto con un popolo elettore che è un misto di pubblico televisivo, di tifosi rossoneri, di consumatori di un intricato pasticcio sociale seminato nella palude.

Mentre a Roma si fanno prove tecniche del partito democratico, a spanne nelle difficoltà di amministrazione di un paese affondato nel fango (economicamente, ma soprattutto eticamente e culturalmente), a Milanello, metafora-laboratorio di un po’ di tutto, si gettano le basi per un partito populista. A maggior ragione se dovesse perdere il prossimo referendum, Berlusconi da che cosa dovrebbe rimettersi in moto per ricavarne un immediato vantaggio politico, da sfruttare televisivamente? Non mi soccorre altro che il calcio, e sarebbe per di più una riedizione aggiornata di eventi già visti, purtroppo pesati solo con grande e forse irrimediabile ritardo.
Nella calcistizzazione della politica e nella politicizzazione del calcio, l’ex presidente del Consiglio di nuovo in carica al Milan si è portato assai avanti con il lavoro. Si trova di fronte un paese in buona parte a sua immagine se non proprio ancora a somiglianza, e si comporta di conseguenza. La politica è ormai un messaggio superficiale, uno slogan da spalti per lo più televisivi, un attestato di appartenenza tifosa, un misto di convenienza personale e di difesa dalla “minaccia delle regole” ? Bene. L’Italia è un paese a misura di Moggi e dei Moggi, nel calcio e nel resto ? Benone. E allora perché non ritessere una trama a partire dal Milan, certamente non meno interessante di Forza Italia neppure dal punto di vista della politica ridotta al simulacro che abbiamo davanti a noi?

Si può obiettare che risalire di nuovo in sella al Milan proprio mentre il sistema-calcio è oggetto di seria indagine delle Procure non parrebbe la più strategica delle iniziative, almeno non con la correlazione politica appena esposta. A parte la battuta che vuole Berlusconi ferrato in questo campo, non credo sia il caso di sottovalutare la lungimiranza del caimano, anche se questa scena nel film di Moretti non c’è. Mettiamo che il Milan sia colpevole, e venga riconosciuto tale, pagando pegno. Se il disegno complessivo del Berlusca anche solo parzialmente si avvicina a questa ricostruzione, certo non si lascerà sfuggire l’occasione. Un partito popolar/populista che reagisca all’eventuale “ingiustizia” e alla persecuzione sub specie calcistica pare perfettamente nelle corde dell’ex premier di Arcore. Se vuole spostare in piazza la lizza politica, non mi verrebbe in mente niente di meglio. Se poi le schiere dei tifosi milanisti si dividono su Berlusconi come è sempre accaduto, accorreranno gli altri nel mix rotondopolitico. e comunque questo toglie poco o nulla all’ipotesi di lavoro meta-calcistico del caimano.
Tutto sta a capire se la tempistica berlusconiana è anche stavolta giusta come fu trent’anni fa agli inizi per la televisione, come vent’anni fa con il Milan trasformato in un veicolo di vendita di diritti tv, come dodici anni fa con Forza Italia creata dal nulla grazie a Publitalia e a un paese evidentemente sedimentato per esaltare questa tele-politica dei pannolini. Se per l’ennesima volta il caimano si gira e guizza meglio e più puntualmente degli altri in una palude che conosce come nessuno perché ha prepotentemente contribuito a generarla, non scherzerei su questa eventualità.

Sarebbe in linea con il suo sempiterno populismo centroamericano a superba monetizzazione in un paese che lo odia e lo invidia insieme, sarebbe un modo per ricambiare le carte su un tavolo da gioco attorno al quale è seduta la maggioranza e all’opposizione qualche nostalgico della politica d’antan , mentre intorno l’Italia è una santabarbara. Così facendo il caimano salterebbe ulteriori mediazioni, dal pluralismo alla calcistizzazione, dal contrappunto politico all’immediatezza del tifo. Se gli riuscisse l’operazione saremmo fritti. Un berlusconismo in calzoncini per i posteri, a futura memoria.

Intanto, perché potrebbe coinvolgere quella fascia di giovani, assai meno strutturati culturalmente dei padri e con un buco emotivo da riempire più facilmente, che recalcitrano anche solo al sentir nominare la politica e potrebbero finire invece sotto altre spoglie in quella rete. Poi perché la china di superficialità imboccata dal paese subirebbe una sicura accelerazione. Infine perché avrebbe l’effetto di far sembrare anacronistica la politica politicante già lutulenta di suo, che per controbattere il calcio-populismo del 2000 dovrebbe poter parlare in nome di qualcuno e di qualcosa, il che è oggettivamente sempre più arduo. Se il calcio ha assunto ormai le forme di uno stile di vita onnivoro e onninvasivo, il caimano sarebbe come sempre il primo a pilotare a suo favore il fenomeno e la relativa mutazione antropologica che ne seguirebbe.

Lo vedo come l’estremo opposto di quelle primarie di ottobre degli oltre 4 milioni che avevano ridato smalto a un’idea di partecipazione popolare subito rimpannucciata, e non certo per colpa dei votanti di allora. Berlusconi starebbe cercando il modo di indirizzare verso di sé un moto di popolo, giacché la politica plastificata così efficacemente resistente dal 1994 ormai è palesemente sdrucita, in Parlamento e nelle amministrazioni locali. Una flebo di calcio, dunque, a partire dal Milan, e via. Possibile, se ha un senso questo ragionamento così abborracciato, che la sinistra non si accorga di nulla e lasci filare il caimano nella palude mentre la fiera se la sta organizzando per il futuro “come se” fosse soltanto una partita di pallone?

Arroganza nazionale

di Marco Lillo - L'Espresso

La moglie, il fratello, la cognata e il segretario di Gianfranco Fini. Tutti nel business della sanità. Finché non scoppia una lite per soldi e palazzi

Nella hit parade delle intercettazioni celebri sta per balzare in testa alla classifica Daniela Di Sotto. Al confronto il ritornello sui "furbetti del quartierino" del vecchio Ricucci impallidisce. La moglie di Gianfranco Fini incide il suo hit sul nastro della Polizia di Potenza alle ore 20 del 19 aprile 2005: «Io sono andata a sbattermi il culo con Storace». Scioccato da tanta schiettezza, il pm Henry John Woodcock ha piazzato su questa frase un omissis. "L'espresso" invece la pubblica integralmente perché è significativa per capire gli affari di rilevanza pubblica di cui parlano al telefono Daniela Fini e il segretario di suo marito Francesco Proietti, detto Checchino, oggi deputato.

A differenza delle altre nove volte nelle quali la moglie e il braccio destro dell'ex vicepremier ricorrono alla stessa parola nel corso della telefonata, qui non c'è omissis che tenga. Lo "sbattimento" di Daniela con Storace ha prodotto una convenzione per la clinica della famiglia Fini. Secondo il pubblico ministero Henry John Woodcock: «Francesco Proietti e Daniela Di Sotto (nome da nubile della signora Fini, ndr) fanno esplicitamente cenno all'interessamento profuso dalla Daniela Di Sotto presso Francesco Storace - all'epoca dei fatti presidente della Regione Lazio - affinché la clinica Panigea operasse in regime di convenzione l'esecuzione di esami clinici (Tac e risonanza magnetica) particolarmente costosi». Attenzione ai tempi: la richiesta di convenzione della Panigea porta la data dell'11 febbraio, il parere favorevole della Asl è del 14, la delibera della giunta (che due mesi dopo andrà a casa) è del 18, alla faccia della burocrazia regionale.

La telefonata intercettata è dell'aprile 2005. Daniela Fini e Proietti dovrebbero brindare per i futuri incassi e invece sono infuriati perché a beneficiare della convenzione prodotta dallo "sbattimento" non saranno loro due ma il loro socio di maggioranza. Si chiama Patrizia Pescatori e non è un socio qualunque: è la cognata di Gianfranco Fini. Patrizia Pescatori ha sposato Massimo Fini, un dottore che lavora dal 1986 per la Tosinvest di Giampaolo Angelucci (il re delle cliniche finito ai domiciliari in un'altra indagine dei pm di Bari lunedì scorso). Massimo Fini è il direttore sanitario dell'Istituto San Raffaele, la struttura più importante del gruppo Tosinvest che ha ceduto alla fine degli anni Novanta a sua moglie il centro Panigea, mantenendovi una piccola quota simbolica. La società che gestisce il Panigea (Poliambulatorio Cave Srl) fatturava nel 2004, già prima di avere l'accreditamento, ben 2 milioni e 300 mila euro all'anno. Più piccola invece la seconda struttura della premiata ditta Daniela&Checchino: la Emmerre 3000 srl. Si tratta di un centro fisioterapico che ha visto esplodere il suo fatturato dai 30 mila euro del 2002 ai 540 mila del 2004. Anche in questo caso l'accreditamento è arrivato grazie alla giunta Storace. Il centro infatti lo aveva perso a causa del crack della società che ne era titolare. La Asl Roma C ha però espresso parere favorevole al trasferimento dell'accreditamento dalla fallita alla società dei Fini (MR 3000 Srl) il 14 marzo 2003.


Nonostante gli affari vadano a gonfie vele per entrambe le società, le cognate litigano e vogliono separare le loro strade. I magistrati di Potenza descrivono così la situazione: «Socio di maggioranza del poliambulatorio Panigea è Patrizia Pescatori, la quale, al fine di acquisire l'intero controllo della struttura, propone di scambiare la quota da lei posseduta in Emmerre con le quote possedute da Daniela Fini e da Francesco Proietti in Panigea». Daniela e Checchino vogliono liberarsi della cognata ma «non intendono dismettere le loro quote in Panigea, investimento che ritengono particolarmente vantaggioso. Dal 2003, pur non comparendo ufficialmente quali soci, Proietti e Daniela Fini avrebbero investito in Panigea 100 mila euro pro capite, quota il cui valore sarebbe destinato a rivalutarsi nel tempo, proprio grazie al volume d'affari generato dalle prestazioni sanitarie effettuate in regime di convenzione». A mettere zizzania tra i due rami dei Fini è proprio la convenzione. Daniela si rammarica di avere faticato tanto per portare quattrini a una società nella quale è in maggioranza la cognata: «Lo sai qual è stato il nostro errore? Quando sono andata a sbattermi con Storace bisognava fare un'altra società a cui intestare le convenzioni della risonanza e della Tac». Che fare? Vendere no. «E che, ora che diventa il pozzo di San Patrizio te la do? 'A bella...!», dice Daniela parlando della cognata.

A complicare ulteriormente le cose, secondo i pm di Potenza, arriva «un nuovo vantaggioso affare di cui Proietti è stato l'abile e occulto regista, ovvero l'acquisto, ad un'asta giudiziale, della struttura in cui è ubicata la Emmerre». Il prezzo basso per il valore effettivo dello stabile (un milione e 150 mila euro) è stato sostenuto con un mutuo da Daniela e Checchino che ora non vogliono assolutamente spartirlo con la cognata. Insomma il classico intreccio di soldi e parenti nel quale chiunque metta il dito rischia di farsi male. Saggiamente Gianfranco Fini se ne tiene alla larga. Per il pm Woodcock il leader di An è all'oscuro di tutto. Comunque in un'intercettazione Daniela dice a proposito della questione dell'immobile: «Gli ho fatto vedere il foglio a Gianfranco. Dico: "Io ho tirato fuori 'sti soldi, e a te non t'ho chiesto niente. Perché tu mi hai detto "non mi mettete più in mezzo". Ok. Però tu sappi che se tiri fuori mille lire per tuo fratello, andiamo a litigare io e te. Secondo poi, mi sono rotta il cazzo che la gente c'ha le cose quando pagano gli altri». Il culmine della tensione si tocca quando l'amministratore della Panigea, Marco Bertucci, convoca l'assemblea con la cognata senza avvertire Daniela che si infuria: «Gli ho detto: Marco, tu vai a rubare a casa dei ladri. Ricordati che l'unica università che ho conosciuto io a differenza di te, è quella della strada, hai capito?». Proietti con involontaria ma esilarante ironia corregge: «Quella del marciapiede». Lei presa dal discorso conferma sempre più arrabbiata: «Esatto. Io ho conosciuto quella di università e con quella io ti spacco il culo!».

Anche le nuove leve fanno la loro apparizione. La figlia di Gianfranco Fini sponsorizza l'amico del cuore. Mamma Daniela prima pensa a farlo assumere come portantino da Giampaolo (probabilmente Angelucci) poi Francesco Proietti tira fuori dal cilindro una soluzione: «Alle Poste. Lo posso fa piglia' subito tre mesi per tre mesi con la società interinale e poi lo faccio assumere direttamente». Ma il ragazzo inspiegabilmente rifiuta. Checchino lo chiama sorpreso: «M'ha chiamato Susan, la segretaria dell'amministratore delle Poste, Massimo Sarmi. Mi ha detto che ti hanno chiamato e tu gli hai detto che avevi un altro lavoro, è vero?». «Mica le Poste», risponde l'amico della figlia di Fini, «un'agenzia di lavoro interinale, Obiettivo Lavoro, mi ha chiamato. E io gli ho detto no che sto aspettando una chiamata per lavoro a tempo indeterminato». Il ragazzo è poco sveglio o fa il difficile. Comunque Proietti non si dà per vinto: «Richiamo per andare a parlare con l'amministratore delegato».

Per i magistrati di Potenza «non v'è dubbio che le vicende in esame, sia per ciò che riguarda la convenzione con la Regione Lazio, sia per ciò che riguarda più specificamente i rapporti societari tra Proietti e Daniela Fini, i loro prestanomi e gli altri soggetti interessati alle società impongono un particolare ulteriore approfondimento investigativo». E chissà che non si muova anche l'Antitrust. La legge sul conflitto di interessi imponeva a Daniela Fini di dichiarare le sue società per vigilare sul conflitto di interessi con il marito. A "L'espresso", risulta che abbia dichiarato solo la Davir Srl, società che ha comprato tra maggio e giugno le quote di Panigea (10 per cento) e Emmerre (44 per cento). Eppure Daniela Fini si sentiva padrona ben prima. All'amministratore che non la considerava socia di Panigea replicava: «Che cazzo vuol dire che io non ho le quote? Oh! Non ce le ho intestate, che è differente. Non è che non ce l'ho».

19.6.06

Porci senza ali

di Marco Travaglio - L'Unità

Per due giorni di seguito il Corriere della Sera ha commentato in prima pagina gli ultimi scandali. L'altroieri il vicedirettore Pierluigi Battista s'è occupato di Calciopoli e dei sospetti che aleggiano su alcuni magistrati torinesi. Ieri Piero Ostellino s'è dedicato all'indagine di Potenza che ha portato all'arresto di Vittorio Emanuele. Il primo ha accusato la Procura subalpina di eccessiva prudenza, «archiviando, nella città della Juventus, inchieste che altrove sono invece scoppiate come bombe sulla vita pubblica italiana». Il secondo ha accusato la Procura del pm Woodcock di eccessiva imprudenza, avviando «rumorosissime inchieste poi finite in una bolla di sapone» (cosa peraltro falsa). I due commenti sembrano fare a pugni. Invece sono due facce della stessa medaglia. Che si può riassumere nel celebre motto di Altan: «Porco è bello».
Un motto di cui Giuliano Ferrara è il caposcuola indiscusso, con allievi sempre nuovi e talvolta insospettabili. Sono vent'anni, da quando si cercavano alibi per Craxi, e poi per Andreotti, e poi per Berlusconi & C., che uno stormo di «intellettuali» si affatica a dimostrare che il potere, come diceva Rino Formica, è «sangue e merda». Non, beninteso, per bonificarlo. Ma per assolverlo sempre e comunque.
Sventuratamente, questo compiaciuto e voluttuoso avvoltolarsi nel fango incontra ogni tanto qualche ostacolo: qualche oasi di pulizia e di legalità alla quale si aggrappano i cittadini onesti per continuare a sperare in un cambiamento. La Procura di Milano che ha liberato l'Italia da Calvi, da Sindona, dalla P2, da Tangentopoli, dalle Fiamme Gialle corrotte, dalle toghe sporche romane e dai loro biscioneschi corruttori, e più di recente dalla Banda Parmalat, dai furbetti del quartierino e dagli agenti deviati della Cia. La Procura di Torino, che scoprì con Raffaele Guariniello le schedature Fiat e poi gli abusi nelle sale mediche aziendali di casa Agnelli, e otto anni fa scoperchiò il pentolone del doping alla Juventus e non solo, e nel frattempo con il procuratore Marcello Maddalena e altri pm fece condannare il presidente Fiat Cesare Romiti, fece arrestare e condannare per la prima volta Dell'Utri, intercettò la prima notizia di reato a carico di Previti. La Procura di Palermo, che sotto la regìa di Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte osò processare per la prima volta gli intoccabili per i loro rapporti con la mafia, da Andreotti a Contrada, da Dell'Utri a Mannino. E altre Procure più piccole, come quella di Potenza, sempre elogiate per il loro «riserbo» finchè non facevano nulla, o si occupavano di ladri di polli, e sempre attaccate per il loro «protagonismo» quando fanno qualcosa e magari incappano in qualche «eccellente» (invece di domandarsi perché Woodcock ha la passione per i «vip», bisognerebbe chiedersi come mai, appena s'indaga su un traffico illecito, s'incontra come minimo un parlamentare o un ministro della Repubblica, o con un sedicente principe della monarchia?).
Ogni qual volta esplode uno scandalo, ai cittadini onesti si allarga il cuore: non tutto è perduto, c'è ancora un giudice a Berlino, la legge può esser davvero uguale per tutti. È a questo punto che interviene il trio Ferrara-Ostellino-Battista: a seminare sfiducia e rassegnazione, a dire che sono tutti uguali, guardie e ladri, giudici e imputati, intercettatori e intercettati. E giù fango a carrettate per schizzare tutto e scoraggiare tutti. Se tutto è «sangue e merda», hanno torto i giudici e ragione gli imputati.
Infatti è sulle indagini che si concentrano lorsignori: ora troppo prudenti, ora troppo decise, ma sempre sbagliate. Lo scopo, non dichiarato e forse neppure da tutti pensato, è farla finita con le inchieste, almeno sugli «eccellenti», perché «a certi livelli» è tutto «sangue e merda»: è sempre stato e sempre sarà così. Perciò si sorvola sugli scandali che emergono dalle indagini. Perciò si parla dei giudici e mai dei reati. Dell'inesistente «protagonismo» di Woodcock, e non del quadro devastante che affiora dal suo lavoro, con l'ex famiglia reale trasformata in un bordello, la Rai (finalmente privatizzata) ridotta a un covo di prosseneti, e certi alfieri dei «valori della famiglia» indaffarati a barattare spazi televisivi in cambio di sesso.
Il caso della Procura di Torino è emblematico. Processa la Juve per doping fra il disprezzo e l'indifferenza dei commentatori à la page (gli attacchi sul Corriere di Giorgio Tosatti, amicone di Lucianone, a Guariniello riempirebbero una Treccani). Indaga su Moggi & arbitri. E sui bilanci bianconeri. Nel 2004 intercetta Lucianone, Giraudo e Pairetto per due mesi, poi il gip blocca le intercettazioni. Guariniello, pur disarmato, vorrebbe tener aperto il fascicolo, sperando in qualcosa. Maddalena opta per la richiesta di archiviazione, pronto alla riapertura in caso di nuove notizie di reato. Se sapesse che Napoli sta ancora intercettando, agirebbe diversamente. Ma lo scopre troppo tardi. A posteriori, aveva ragione Guariniello. Forse Maddalena doveva osare di più (e prepararsi alle accuse di «accanimento antijuventino» da Ostellino, Ferrara e Battista). Fra l'altro, per l'eterogenesi dei fini, l'archiviazione di Torino ha salvato Napoli: se il fascicolo subalpino fosse rimasto aperto, si sarebbe dovuto avvertire Moggi con una richiesta di proroga, così lui avrebbe smesso di parlare al telefono e l'indagine napoletana sarebbe morta lì.
Ora dalle intercettazioni emerge che l'aggiunto torinese Maurizio Laudi, giudice sportivo, ha chiesto a Moggi qualche parcheggio allo stadio (che non è casa di Moggi, è un luogo pubblico gestito dalla Juventus) e parlava con i dirigenti federali, dai quali dipendeva, prima di emettere alcune sentenze sportive. Emerge che un pm, Antonio Rinaudo, tifosissimo bianconero, è andato un paio di volte a cena con Moggi. Emerge che il procuratore di Pinerolo era intimo di Moggi. Ed emerge pure un particolare raccapricciante: Moggi regalò per Natale qualche cravatta a Caselli, che gli aveva chiesto delle maglie usate della Juve per una serata di beneficenza. Intendiamoci. Laudi avrebbe fatto meglio a lasciare la giustizia sportiva quando la sua Procura avviò le prime indagini sulla Juve: non si diventava giudici sportivi per volontà dello Spirito Santo. Per il resto, i suoi rapporti con i vertici del calcio, salvo che non emergano novità illecite, erano fisiologici al ruolo che ricopriva. I parcheggi non sono nulla di illegale, né di immorale. Così come le cravatte a Caselli: il quale tre mesi fa, come procuratore generale, ha firmato con Guariniello il durissimo ricorso in Cassazione contro l'assoluzione della Juve al processo per doping. Restano le cene di Rinaudo, che se le poteva risparmiare (anche se nulla sapeva delle indagini su Moggi); e i maneggi del procuratore di Pinerolo, che non si vede come riguardino Torino (a meno di creare una responsabilità oggettiva regionale).
Ecco, è questo topolino che ha scatenato una montagna di attacchi alla Procura torinese, dipinta come un covo di complici di Moggi, succubi dei poteri forti, nuovo porto delle nebbie (su decenni di inerzia della Procura di Roma, competente su tutti i palazzi del potere, anche sportivo, nemmeno una parola). Carlo Federico Grosso, sulla Stampa, chiede «chiarezza» su eventuali contiguità filojuventine (ma non era lui che, un anno fa, firmò un parere pro veritate in difesa di Giraudo e Agricola al processo doping?). E Battista, entusiasta, lo elogia: era ora che venisse «lacerata la coltre di imbarazzo che ha accompagnato il venire alla luce di comportamenti disdicevoli nella Procura torinese»; basta con «la reticenza degli opinion maker» che «ha contribuito a costruire il monumento all'avanguardia 'piemontese' contro la corruzione, il terrorismo e la mafia». Forse Battista non sa che quel monumento non l'ha eretto la reticenza: l'hanno eretto i risultati ottenuti dai Caselli, dai Maddalena, dai Laudi e da tanti altri giudici piemontesi contro le Br (quando magari certi neocon dell'ultim'ora vezzeggiavano l'estremismo), ma anche contro la mafia (che assassinò il procuratore Caccia, maestro di Caselli, Laudi e Maddalena, e tentò di fare la pelle al primo e al terzo). Ma Battista preferisce farfugliare contro i «difensori dell’ortodossia 'piemontese'» e le condotte «non proprio commendevoli» come l'«acclarata abitudine di integerrimi magistrati di intrecciare con Moggi conversazioni incardinate su richieste di parcheggi allo stadio».
Par di sentire Ferrara, che l'altro giorno si scagliava contro «la Procura di Caselli, Laudi e Maddalena, pupilli dei compianti Galante Garrone e Bobbio». Capìta l'antifona? Anche quei moralisti di Bobbio e Galante Garrone van cestinati con ignominia per concorso esterno in moggismo: il «tempio» dell’azionismo piemontese va smantellato perché Maddalena ha archiviato un'inchiesta, Moggi ha regalato tre cravatte a Caselli e Laudi parcheggiava allo stadio. Lo dice Ferrara, che prendeva i soldi dalla Cia e da Tanzi, e quando fu arrestato Squillante con 9 miliardi in Svizzera e i conti comunicanti con Previti, lo definì «uomo probo».
E lo ribadisce col copia-incolla Battista, già vicedirettore del Panorama di Giuliano Ferrara che diffamava il pool di Milano, reo di aver scoperchiato lo scandalo «toghe sporche», allegava videocassette per sputtanare Stefania Ariosto e pubblicava l'«Elogio di Previti» firmato da Ruggero Guarini. Presto, ne siamo certi, se ne parlerà a «Porta a Porta», in un bel dibattito con Bruno Vespa (che concordava ospiti e scalette con l'entourage di Fini), con Cesare Previti nell'ora d'aria, e magari con qualche procace ragazza assunta dallo squisito talent scout finiano Salvatore Sottile, in una memorabile puntata dal titolo: «Porco è bello? Opinioni a confronto».

18.6.06

Spot-beffa, e su Rai e Mediaset va in onda la riforma dei sogni

di SEBASTIANO MESSINA - Repubblica

Domenica e lunedì prossimi ci sarà un referendum importante: quello per la riduzione degli onorevoli. C´è un pezzo d´Italia - qualche milione di casalinghe, di pensionati e di ventenni che non leggono i giornali ma vedono solo la tv di Beautiful, dei telefilm e delle fiction di prima serata - che sa solo questo, sul voto del 25 e 26 giugno. Mentre i politici si affannano nelle polemiche sull´ultima sparata di Bossi, o si arrovellano per cercare di tradurre in parole semplici e comprensibili i complicati meccanismi della devolution e del nuovo bicameralismo, la televisione (o meglio: Mediaset) ha già semplificato la questione, spolpandola delle motivazioni leghiste, disossandola del contenzioso tra premier e presidente, e lasciando sul piatto solo il tema più appetibile, più popolare, più accattivante: il taglio delle poltrone degli onorevoli.
Provate a fare zapping su Canale 5, Italia 1 o Retequattro, e nel giro di mezz´ora beccherete di sicuro lo spot più ricorrente (e più subdolo) di quella che le reti di Berlusconi chiamano «campagna Referendum Costituzione». In pochi secondi è concentrato un piccolo capolavoro di propaganda politica. L´inizio è quello classico dello spot istituzionale, con l´immagine di un´urna elettorale e la data del referendum. Poi viene il bello. «La riforma prevede tra l´altro (pausa) la riduzione del numero dei deputati da 630 a 518» e si vede un contatore come quello dei telequiz che scala di 112 numeri. Non è finita, perché lo spot continua: «... e la riduzione del numero dei senatori da 315 a 252».
Altro contatore, stessa scena. Uno pensa: adesso vediamo cosa dicono degli altri punti. E invece no. Non ci sono altri punti. «Chi è favorevole alla riforma deve tracciare un segno sul riquadro Sì, chi è contrario deve tracciare un segno sul riquadro No» spiega con calma una voce tranquilla, mentre sul video scorrono le immagini stilizzate di elettori che vanno in massa (ma ordinatamente) a votare per il referendum. E gli altri punti della riforma? E la devolution, il premierato forte, il Senato federale? Non ce n´è traccia. Per i più curiosi, c´è in fondo allo spot una riga scritta con gli stessi caratteri delle avvertenze per le pillole contro il mal di testa (quelle che dicono: «Se il malessere persiste consultare il medico»), e cioè: «Per consultare il testo integrale della riforma, visitare il sito www. interno. it». Figuriamoci.
Non è l´unico spot, ha risposto Mediaset ai parlamentari dell´Unione che hanno aperto il caso. «La campagna è stata ripartita in quattro diversi spot per rendere comprensibile ogni singolo messaggio». E´ vero. Ce ne sono altri tre, di spot «istituzionali» sulle reti Mediaset. Il primo fa l´elenco dei cinque punti principali della riforma (al primo posto la riduzione dei deputati, al secondo quella dei senatori, negli altri tre punti c´è tutto il resto). Il secondo spiega la devolution come «ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni». Il terzo illustra i nuovi poteri del primo ministro.
Eppure, chissà perché, lo spot che va in onda durante i programmi più popolari («Beautiful», per esempio, o «Un ciclone in famiglia»), lo spot che finora è stato trasmesso per 20 volte - contro i 5 passaggi di quello sul premierato, gli 8 di quello sulla devolution e i 16 di quello generale - è sempre lo stesso: quello sulla riduzione dei parlamentari. Guarda caso, l´unico argomento che, secondo i sondaggisti, è in grado di far guadagnare consensi al Sì. A Mediaset assicurano che nei prossimi giorni la rotazione tra i quattro spot sarà paritaria, raggiungendo un totale di 158 passaggi, ma ormai il messaggio è stato lanciato: si vota per tagliare le poltrone degli onorevoli.
Cambiando canale, e passando alle reti Rai, si nota subito una differenza. Anche qui c´è uno spot istituzionale (uno solo), ma il tono è molto, molto diverso. Invece del messaggio suadente che elenca le riforme come se fosse la lista dei regali di Babbo Natale, c´è una voce dal tono ufficiale che legge il testo del quesito sulla scheda («Approvate il testo della legge costituzionale concernente modifiche alla Parte II della Costituzione, approvato dal Parlamento e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 269 del 18 novembre 2005?») e avverte che «gli articoli più importanti» riguardano «il trasferimento di competenze alle Regioni», «i poteri di Camera e Senato e quelli del Presidente della Repubblica e del Primo Ministro», «le procedure per la fiducia al governo e per l´approvazione delle leggi».
Nessun accenno alla riduzione dei parlamentari, nessuna sottolineatura né in positivo né in negativo. Alla fine, un chiarimento fondamentale: «Votando Sì, il cittadino approva la riforma. Votando No, esprime la volontà di respingere la legge e di lasciare inalterata la Costituzione vigente». Chi non ha mai sentito parlare della riforma non capisce granché, però riceve uno stimolo a informarsi invece di una pressione a votare Sì.
Informarsi, già, ma dove? Le reti Mediaset se la cavano con gli spot, con le interviste a Berlusconi al Tg5 e stringatissimi servizi nei telegiornali assai poco utili a capire cosa sia questa riforma. Quanto alla Rai, bacchettata sul Corriere della Sera da Giovanni Sartori per le sue striminzite schede e per gli incomprensibili duelli tra un politico che parla di devolution e un altro che parla del premierato, qualcosa è cambiato: negli ultimi due giorni i telegiornali hanno mandato in onda servizi più documentati e interviste meno surreali, ma non bastano pochi minuti durante un tg a spiegare la devolution.
Ci vorrebbero i dibattiti, le Tribune. Che in effetti sono previste, però in orari morti: alle 13,20 su RaiTre e alle 17,30 su RaiDue. «Porta a porta» se ne occuperà stasera, «Ballarò» martedì. Ieri è andato in onda uno Speciale Tg1: bel dibattito, ma alle 16, con mezz´ora di ritardo. Non l´ha visto quasi nessuno. Lo spazio in seconda serata era sequestrato da «Notti mondiali», ed è lo sport che fa audience: per la riforma della Costituzione c´era posto solo al pomeriggio.

16.6.06

Vi racconto le Camicie verdi. E non scambiatele per un fatto folkloristico

da L'Unità: parla l’autore del Dvd “Camicie Verdi” sulle tentazioni violente della Lega

Va preso sul serio? Bossi torna al linguaggio duro, quello del '96, quando lanciò la sua sfida allo Stato con la dichiarazione d'indipendenza della Padania. In quegli anni diceva. «Faremo il governo del Nord, un governo senza poltrone, il governo delle carabine» e ai magistrati che indagavano sulla Guardia nazionale padana, le Camicie verdi, accusate di essere una formazione paramilitare, ricordava: «Una pallottola costa solo 300 lire». Oggi, a pochi giorni dal referendum sulla Costituzione, minaccia il ricorso a vie non democratiche .
Nel film “Camicie Verdi”, distribuito con l'Unità, cerco di dare una risposta documentata e imparziale, proprio a questa domanda: le minacce di Bossi vanno prese sul serio, o sono soltanto sparate da comizio? Ed ecco che scorrono le immagini. Vediamo Bossi, nel '98, portare in piazza 40.000 persona a Verona. Il palco degli oratori è a un isolato dalla casa del procuratore capo Guido Papalia, titolare dell'inchiesta sulle Camicie verdi. Bossi usa toni minacciosi, indica la casa del magistrato. E l'europarlamentare della Lega, Mario Borghezio, dallo stesso palco, urla: «Lo cacceremo a calci nel culo! Daremo la sua casa a un onesto lavoratore!»
Che cosa vi ricordano questi metodi, questo linguaggio?
Nel film c'è anche una mia intervista al senatore Corinto Marchini, il fondatore, nel '96, delle Camicie verdi, poi fuoriuscito dalla Lega. Marchini racconta che Bossi gli chiese di organizzare manifestazioni eclatanti, di bruciare il tricolore in piazza, di tenersi pronto a sparare sui carabinieri. Non sappiamo se Bossi abbia veramente detto cose di una tale gravità. Marchini racconta anche di un complotto interno alla Lega per uccidere Borghezio, col duplice scopo di eliminare un concorrente politico e creare un martire da spendere sulle piazze. Questa sembra veramente una panzana. Ma quando la racconto al diretto interessato, sulla faccia di Borghezio a tutto schermo non si vede battere ciglio. Nessuno stupore, anzi dichiarazioni del tipo, certo in una fase come quella sono cose che potevano anche succedere...
Siccome non volevo centrare tutto il mio documentario sugli aspetti complottardi, ma anzi dare spazio adeguato alle ragioni e agli umori del popolo della Lega non ho montato nel documetario altre rivelazioni di Marchini. «Nel '98 - mi dice l'ex senatore della Lega - uno dei capi delle Camicie Verdi era un certo Signorini, che solo più tardi scoprii essere il realtà un terrorista di Prima Linea, Roberto Sandalo, protetto dai servizi segreti».
A suffragio di questa ipotesi, che Sandalo fosse un infiltrato per conto dei servizi, Marchini non è in grado di fornire prove. L’idea che resta comunque è quella di un terrorista (ex) sicuramente addestrato all'eversione e all'uso delle armi, occupare un posto di comando nell'organizzazione, secondo il procuratore capo di Verona, paramilitare, denominata Camicie verdi, Guardia nazionale padana. Signorini viene smascherato e allontanato. Ma quello è il clima.
Borghezio sostiene: «La violenza della Lega è soltanto verbale». E, come se questa premessa fosse un lasciapassare, lo vediamo, nei suoi comizi dal palco, riversare sulla folla un'incitazione all'odio così feroce e veemente che, pur avendo lavorato sui materiali all'infinito per il montaggio, tutte le volte che partecipo a una proiezione in pubblico mi fa star male. Perché? Forse perché avverto un crescendo di aggressività in quelle immagini, scatenato e irresponsabile, che può sfociare, anzi si vede sfociare, con la strage di Bengasi sobillata dalle stupide magliette di Calderoli, negli scenari apocalittici cui la cronaca internazionale ci ha ormai abituati.
C'è una frase che ricordo e che ritornava sempre nelle mie cronache dai Balcani per il Corriere Della Sera. Parlavo con intellettuali, politici, gente comune, sopravvissuti alle guerre civili scoppiate nella ex Jugoslavia. E tutti mi dicevano la stessa cosa: «Non avevo minimamente previsto l'esplosione di questa violenza, non avrei mai immaginato che il mio vicino di casa si sarebbe trasformato nel mio aguzzino, che il nostro paese sarebbe diventato un campo di battaglia». La cito non per montare un confronto improprio tra la nostra situazione e quella balcanica, ma per ricordare a tutti, e principalmente a chi vota per la Lega Nord, che la violenza, quando viene evocata, tende a uscire di controllo. Attenzione. Facciamo un passo indietro. Ragioniamo. Un politico non deve mai agitare la minaccia del ricorso a vie non democratiche. Si trattasse anche soltanto di parole, di violenza puramente verbale, chi ci dà la garanzia che qualcuno non le prenda sul serio? Nel film mostro le immagini dell'attentato a Montebelluna, 21 maggio 2005. Un'auto carica di bombole viene fatta esplodere. Poteva essere una strage. Sul cofano una scritta: "La prossima è per la Puppato". Laura Puppato, sindaco di Montebelluna, eletta con una lista di centrosinistra a poca distanza da Treviso, dove la linea del sindaco Gentilini regna incontrastata, più volte era stata il bersaglio di violenze verbali. E nel film vediamo Gentilini, tenere uno dei suoi comizi, davanti all'immagine immensa di un biondo padano che a torso nudo spezza le catene. Immagine che sembra prelevata di peso dall'iconografia nazifascista, per non parlare dei toni e dei contenuti del suo intervento.
Naturalmente questo invito alla responsabilità e alla prudenza ha senso solo se rivolto a persone che abbiano a cuore il destino del Paese. Bossi è una di queste persone? Al termine del mio reportage attraverso le varie anime della Lega mi permetto di dubitarne. Bossi è pronto ad allearsi con chiunque pur di ottenere il suo obbiettivo. Nel film, vediamo Bossi che incita a buttare il Tricolore nel cesso, ma lo vediamo anche giurare fedeltà alla Repubblica Italiana e alla Costituzione davanti a un Berlusconi sorridente e compiaciuto. Lo stesso definito monopolista televisivo, riciclatore dei capitali della mafia. Oggi la linea ufficiale della Lega, in vista del referendum del 25 giugno sulla devolution , è moderata e federalista. Ma basta osservare, nel film, le manifestazioni di piazza, anche le più recenti, per notare che lo slogan più urlato è ancora "Se/ces/sio/ne" e il coro intonato con più entusiasmo, anche dall'europarlamentare Mario Borghezio in persona, suona irrimediabilmente così: "E noi che siamo padani/abbiamo un sogno nel cuore/bruciare il tricolore/ bruciare il tricolore".
(Claudio Lazzaro)