27.11.06

Iraq, un disastro più lungo della Seconda guerra mondiale

da Repubblica.it

POCHE ore prima dell'attacco "shock e terrore" su Bagdad il vicepresidente Dick Cheney scosse la testa con quella sua aria da maestro alle prese con bambini molto ottusi e disse in televisione: "Quanto durerà la guerra in Iraq? Parliamo di settimane al massimo, non di mesi". Rumsfeld, il suo braccio armato al Pentagono, gli fece eco poco dopo: "Sei giorni, sei settimane, dubito sei mesi".

Era il 19 marzo del 2003, quando la banda degli infallibili, quei neo-spartani dell'Amministrazione Bush che non sbagliavano mai fecero queste previsioni e oggi, lunedì 27 novembre, la guerra in Iraq ha raggiunto e superato i 1.348 giorni.

La "guerra dei sei giorni" che Cheney e Rumsfeld avevano promesso all'America, sognando quei rapidi e decisivi trionfi che le armate israeliane avevano saputo conquistare, è diventata più lunga della Seconda Guerra Mondiale, che terminò nella baia di Tokyo con la resa giapponese dopo 1347 giorni dall'aggressione a Pearl Harbor, più lunga della Guerra in Corea, ormai prossima a raggiungere la Guerra Civile, che consumò 1.460 giorni e bene avviata sulla strada del Vietnam se quello che ha detto Bush a Saigon, pochi giorno or sono, non è un'altra fanfaronata: "In Vietnam perdemmo perché abbandonammo la lotta".

Se sono un classico di tutte le guerre l'illusione del soldato di "tornare casa a Natale" e le promesse di una rapida e decisiva vittoria fatta da coloro che li manderanno al macello, questo in Iraq, divenuto ieri ufficialmente il secondo, più lungo conflitto dopo il Vietnam nella storia americana, è una antologia di errori, "miscalculation", proclami a vuoto e aperte menzogne quale anche la casistica della propaganda di guerra raramente a ha visto.

La "guerra delle poche settimane" ha raggiunto le 194 settimane. Il costo, che un altro di coloro che non sbagliavano mai, Paul Wolfowitz, già vice di Rumsfeld e ora spostato a guidare la sventurata Banca Mondiale, aveva indicato davanti al Parlamento in "50 milioni di dollari", largamente autofinanziati dai "100 milioni di dollari del petrolio iracheno", brucia quella cifra ogni settimana, al ritmo di sei milioni di dollari al giorno e questo senza neppure calcolare il prezzo che rimpiazzare i mezzi, i veicoli, le armi, gli aerei logorati in anni di missione tra la sabbia sarà pagato in futuro dai contribuenti americani. Scott Wallsten, ricercatore all'American Enterprise Institute, uno dei circoli di tifosi neo-con dove l'esportazione della democrazia a cannonate era il vangelo, ha calcolato in 500 miliardi di dollari lo spreco di Tesoro publico già avvenuto e in un trilione, mille miliardi, quasi il prodotto interno lordo italiano, il conto finale.

Soltanto il numero ancora limitato dei caduti e dei feriti risparmia a questa lunga guerra, che persino Kissinger ha ormai battezzato come "impossibile da vincere", il prezzo di sangue pagato contro nazisti e giapponesi. Un prezzo che pure aumenta ogni giorno, in un'escalation che soltanto l'assenza della leva, e di figli e figlie di papà in guerra, rende ignorabile per la maggioranza. Gli ormai quasi 3 mila caduti, che sono una media di due morti al giorno, e 30 mila feriti, più di venti al giorno, non sono bollettini paragonabili ai massacri della Guerra Civile, con il suoi 650 mila morti nè al Vietnam, che ne ammazzò 58 mila. Ma i trentamila raggiunti da colpi, esplosioni, schegge nemiche sono l'equivalente di due intere divisioni inghiottite da quella terra che, sempre secondo quelli che non sbagliavano mai, in questo caso Cheney, "ci avrebbe accolto come liberatori", lanciando fiori e baci.

E i veri, sicuri vincitori non sono i ragazzi intrappolati nel fuoco incrociato della guerra civile, sono i chirurghi, i medici, le infermiere, i portaferiti e le società farmaceutiche e produttrici di strumenti medicali che hanno portato il rapporto fra feriti e morti a 10 contro uno e non riescono a salvare o a rappezzare soltanto i casi più disperati. Un rapporto di un caduto ogni dieci feriti è inaudito, in guerra. Persino in Vietnam, dove pure le terapie antibiotiche e le tecniche di rianimazione era già molto avanzate, in rapporto era di cinque feriti e un morto. Nella Guerra Civile, solo i più fortunati scampavano a cancrene, infezioni e setticemie e un ferito aveva più probabilità di soccombere che di sopravvivere in un ospedale da campo.

La guerra per vendicare l'11 settembre ha fatto ormai tanti morti americani quanti ne fecero gli assassini di al Qaeda quel giorno e dei morti iracheni, ora che il cosiddetto governo di Bagdad ha ufficialmente proibito di fornire statistiche, si possono soltanto fare stime a mucchi, come i cadaveri caricati sulla carrette dei monatti: 100 mila, trecento mila, seicentomila, secondo "Lancet" la rivista medica britannica.

"Questa amministrazione di ideologhi incompetenti - ha detto lo storico della Texas University Wynn Brine, quindi di uno stato dove il patriottismo è dogma e Bush è figlio prediletto - si è lasciata ipnotizzare dalla retorica churchilliana, dal complesso di Monaco, della guerra contro il Nazismo e l'imperialismo nipponico, credendo al sogno di un Iraq come la Germania o l'Italia, scambiando la propria ignoranza della storia e della geografia per missione divina". "I caduti in battaglia", ha aggiunto Evans Thomas, storico della guerra nel Pacifico, "hanno purtroppo un peso relativo nella storia, anche se umanamente ognuno di loro ha un valore assoluto. A Okinawa, l'ultima grande battaglia della Seconda Guerra, morirono 250 mila uomini, ma chi moriva sapeva per che cosa dava la vita". E 1347 giorni dopo quel 7 dicembre 1941 a Pear Harbor, quel "giorno che vivrà per sempre nell'infamia", sulla tolda della corazzata Missouri, chi aveva pianto i propri morti vide almeno in giorno, se non della gloria, della fine. Nel 1348esimo giorno della "guerra dei sei giorni", l'infama continua.

24.11.06

Tutti nudi a castello Odescalchi

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

Le nozze Cruise-Holmes scatenano fenomeni di emulazione tra i Vip. Il re del rap duro Philo Budder pretende un buffet favoloso a base di mucche e maiali macellati sul posto dagli invitati

Il matrimonio a castello Odescalchi tra Tom Cruise e la terza moglie di Tom Cruise ha scatenato una gara di emulazione tra fidanzati famosi, che anelano a superare in magnificenza una cerimonia già entrata nel Guinness dei primati per almeno due aspetti: il numero di ostriche cadute per terra nella ressa, e il numero di inviati dei tg che si sono azzuffati per raccattarle e mangiarle.

A chi andrà la palma per il matrimonio più memorabile? Vediamo i candidati.

Tom Cruise e Tabika Bobelson Per le sue quarte nozze, previste tra una ventina di giorni, Cruise ha scelto la modella Tabika Bobelson, diventata famosissima e miliardaria per la campagna pubblicitaria di una spazzola per cani. I due si sposeranno a Bracciano, sede delle precedenti nozze di Cruise, per finire i resti del buffet. Saranno accompagnati da alcuni figli adottati per l'occasione: una cinesina in leasing e due ghanesi a noleggio, già presenti come figli adottivi in diversi matrimoni hollywoodiani. La torta nuziale, a forma di consulente finanziario, farà il suo ingresso in limousine. La cravatta è di marzapane. Il matrimonio non sarà più secondo i dettami di Scientology (Cruise trova monotono ripetersi) ma secondo il cerimoniale dei neoplutoniani, che prevede il nudo integrale per tutti gli invitati. Sarà presente Walter Veltroni.

Philo Budder e Johanna Manilovic Continua la bella favola del re del rap duro, cresciuto nel ghetto taglieggiando i disabili e primo in classifica a diciotto anni con il cd 'Sono una merda spaventosa', vincitore del Grammy per il migliore arrangiamento: le urla degli accoltellati sono masterizzate in perfetto sincrono. Il gigantesco afroamericano, 190 chili nonostante una gamba di legno, impalmerà a Los Angeles la modella anoressica Johanna Manilovic, conosciuta in carcere. Per le nozze è stato prenotato il Plaza di New York, che lo sposo provvederà a svuotare personalmente dei clienti stanandoli stanza per stanza. Favoloso il buffet, con mucche, maiali e galline macellati sul posto dagli invitati.

Amos Cobianchi Bianchi e Spiridiana Borromeo Portofino in subbuglio per i preparativi delle nozze tra i due nobili rampolli. La favolosa Villa Lavazza, già Villa Riello e prima ancora Villa Telefunken, residenza estiva dei von Opel poi acquistata da Berlusconi e rivenduta a Ricucci che l'ha ceduta all'Aga Kahn, è ridotta a un cesso perché nessuno dei proprietari ci ha trascorso più di una settimana. Il padre della sposa ha speso due milioni di euro solo per derattizzarla. Il menù per tremila invitati sarà curato dal mago della cucina destrutturata, il cuoco andaluso Miguel Arregui, che miscelerà nei suoi sifoni centinaia di ingredienti scelti a caso, per divertire gli invitati. Si sa solo che la torta di nozze, di consistenza melmosa, sarà servita in piscina, nel senso che la riempirà quasi per intero.

Silvio Berlusconi e Gwenda Pur non essendo divorziato, Berlusconi si sposerà lo stesso, per non cedere alle odiose prepotenze della magistratura. La fortunata è la conturbante sciantosa Gwenda (al secolo Pierina Paoloni), conosciuta a Las Vegas durante l'ultimo G8, anche se si teneva a Ottawa. I festeggiamenti faranno sicuramente impallidire qualunque precedente: Villa Certosa sarà ampliata per l'occasione annettendosi l'aeroporto di Olbia e alcuni quartieri periferici, che saranno rasi al suolo per edificare un fac-simile del Parco di Yellowstone, completo di orsi e di ranger, tutti interpretati da personale sardo per favorire lo sviluppo dell'isola. Il vino sarà Bordeaux del 1923, dieci bottiglie in tutto, più altre 10 mila con l'etichetta contraffatta per non arrendersi alle regole staliniste imposte dall'enologia di sinistra. Clamoroso il regalo per la sposa, un diadema di perle, diamanti, smeraldi, rubini, oro, platino, mosaico ravennate, antiche icone russe e un Van Gogh, il tutto incastonato su un telaio da go-kart, da indossare solo nelle occasioni speciali con l'aiuto di un argano. Le nozze, rigorosamente cattoliche e benedette dal Vaticano, saranno celebrate solennemente da un cardinale che conserverà l'incognita per non essere arrestato.

19.11.06

CORPORATIVISMI

da Nico Valerio

Bravo, condivido tutto: corporativismo editoriale contro corporativismo giornalistico.
Ma è solo un piccolo aspetto.
Bisogna aggiungere che il prodotto giornale si è degradato molto.
E non solo per colpa degli editori, ma soprattutto di cattivi direttori e giornalisti.
Il fatto che siano quasi tutti raccomandati, figli di papà o assunti per amicizia,
e che si frequentino tra loro senza fare la vita dei comuni mortali, si fa sentire.
La corporazione chiusa e snobistica dei giornalisti italiani, unici al mondo,
è legata al Potere e fa la vita del potere. Nei Paesi anglosassoni non è così.
Dai quotidiani (per parlare solo di questi) è sparita la cultura, la scienza,
la critica, la saggistica, e ogni approfondimento (che per forza vuole
articoli lunghi). Una sola cosa bella avevamo inventato, la terza pagina,
e l'abbiamo cancellata. Oggi i quotidiani italiani sono brutti e inutili.
La politica è tanta (per quale motivo gli editori "impuri" italiani
comprerebbero una testata, che è quasi sempre in perdita,
se non per autodifesa, per ingraziarsi qualcuno, o fare do-ut-des
attraverso le pagine politiche o economiche?),
ma presentata come pettegolezzo. Ma le avete sentite le domandine
che fanno i cronisti "politici" ai politici? Sapendo che è questo che vogliono
i giornalisti per fare il pezzo, i politici si adeguano.
Vent'anni fa esisteva ancora la critica musicale, per fare un altro esempio.
Il jazz, per dire, recensito ad ogni concerto o festival. Dopo l'evento,
naturalmente. Oggi è finito. I rari giornali che ne parlano
pretendono un pezzullo pubblicitario "prima" dell'evento. Dopodiché, se il concerto
non si tiene (è accaduto), resta impressa nella carta a imperitura memoria
la recensione preventiva. Tutto è appiattito, banalizzato come in tv.
Nei quotidiani, anche nel Corriere della Sera, ci sono troppo sport e troppa tv.
E' assurdo che il CdS imiti in tutto i tabloid popolari. Il lettore di qualità
comprava il CdS perché di qualità. Se è come gli altri giornali non lo compra più.
I titoli sono spesso sbagliati e evidenziano spesso un aspetto marginale dell'articolo.
Il ridicolo è che oggi gli articoli sono lunghi in media la metà di 20 o 30 anni fa,
quindi brevi o brevissimi, ma "ritornano" spesso, cioè vengono ripubblicati
con poche variazioni. Chi, come me ha un poderoso archivio di ritagli
(su pc e cartacei) se ne accorge subito: gli argomenti sono sempre gli stessi pochi.
Ma ormai solo pochissimi articoli per testata valgono la pena dell'acquisto
del quotidiano. Grafici e direttori senza idee hanno distrutto i giornali
(senza contare i gadgets, ma quello è il meno: potrebbero in teoria
convivere con giornali di qualità). Un esempio personale:
20-30 anni fa ogni numero del Corriere della Sera dava (a me che sono pieno di interessi)
ben 10-20 articoli degni di essere conservati. Oggi, tra grafiche illeggibili e inutili
che non aggiungono ma ripetono particolari dell'articolo, tabelle incomprensibili
in corpo 8, foto rosseggianti inguardabili [ma sant'iddio, se la tecnologia
per le foto sui quotidiani è ancora così arretrata, non mettetele 'ste foto,
grafici e direttori-succubi!], titoli, sottotitoli, colletti, sommari e sommarietti,
tra sport, pettegolezzi vip e televisione, è tanto se riesco a isolare 2-3 articoli belli o importanti.
Questo sull'ex "migliore" quotidiano italiano, divenuto ormai un giornale "popolare".
Vale la pena comprare il quotidiano - si dicono in molti -
se su internet trovi ben altro che quei 2-3 articoli?
Ci vogliono due farmaci urgentissimi: abolizione dell'Ordine dei giornalisti
e abolizione totale di ogni provvidenza di Stato alla stampa, sotto
qualsiasi forma.

17.11.06

Merola e le lacrime Napulitane

di MARCELLO VENEZIANI - Libero 15/11/2005

Santo subito, ambress ambress. Eh, Maronna mia do' Carmine, che esagerazzione. Quanta commozione pubblica e istituzionale per la morte di Mario Merola, il re della sceneggiata, e dunque di Napoli. Capisco il lutto della plebe, dei guappi e dei guaglioni, ma le lacrime Napulitane dell'omonimo presidente della Repubblica mi sembrano fuori luogo. Grandi scrittori e illustri gentiluomini, difensori dell'ordine pubblico e testimoni della civiltà sono morti senza neanche il telegramma del Quirinale; invece il Capo dello Stato, il presidente della Camera, il governatore della Regione si mobilitano commossi per il cantore della Napoli camorrista. Erano tre comunisti, una volta, Napolitano, Bertinotti e Bassolino; adesso si sono arresi alla Guapparia. Amavano il marxismo, ora preferiscono la sceneggiata. Capisco il messaggio di dolore del guappasigilli Mastella che come ministro della Giustizia e autore dell'indulto è assai beneamato a Poggioreale e a Forcella; e come portamento potrebbe figurare bene nelle sceneggiate di Mario Merola. Lo propongo con Bassolino e la Russo Jervolino per un remake meroliano di Isso, Essa e o' Malamende. Ma una Repubblica che con le sue massime cariche s'inchina a omaggiare Merola in piena bufera di malavita a Napoli, mi pare davvero una storpiatura demagogica e una caduta di tono. UOMO VERACE Come avrete capito, non sto facendo uno sgarro a Mario Merola, caduto su un'impepata di cozze, che oltre la pietà dovuta ad un defunto, fu anche a suo modo un grande artista e pure un uomo di cuore, verace e appassiunato. Quel che sto criticando è l'ascesa sugli altari di un mito negativo, di ciò che Mario Merola ha rappresentato. Pace all'anima sua, non sto criticando la persona e il popolo accorso ai funerali ma il simbolo e la retorica istituzionale. Io mi ricordo cos'erano le sceneggiate di Merola, che valori veicolavano, che gente attiravano, che effetto producevano. Se andavi a vederlo a teatro, non tanto a Napoli dove almeno c'era una sorta di patriottismo popolano, nutrito di folclore e di sentimenti teneri e sanguigni, ma nel resto del sud, potevi fare un censimento della malavita locale e dell'indice di consenso all'illegalità. Vedevi gente con le borchie e il trippone prospiciente sul cinturone, trofei storici della criminalità, matricolati avanzi di galera, spacciatori e contrabbandieri, qualche puttanona con pappone, vari biscazzieri e mariuoli in via di sviluppo. Un tale che mi rubò l'auto da ragazzo fu beccato, su mia denuncia, dai carabinieri a teatro durante una sceneggiata napoletana. Il pubblico delle sceneggiate non era solo spettatore, ma partecipe, attivo, come un coro in una tragedia greca o come in una retata ai quartieri bassi. Condivideva le passioni del palcoscenico, si identificava nella rappresentazione, piangeva e inveiva. Di solito il personaggio negativo non era il delinquente ma l'infamone, ovvero chi tradiva, magari faceva la spia ai carabinieri o il doppio gioco, era vigliacco e colpiva di spalle. Gli perdonavano di uccidere, ma non "allascordona" dicevano da noi, ovvero all'insaputa, di nascosto. A volte tentavano di salire sul palco per malmenare o' Malamente, per punire l'Infamone o per concupire la Femminona. A volte li aspettavano fuori. Non capivano la differenza tra fiction e realtà. Il pubblico più affezionato conosceva a memoria parole e gesti della sceneg giata, visti non so quante volte. Li recitavano insieme, a volte precedendo gli attori. Ricordo una sceneggiata meroliana dove a un certo punto o' Malamente sparava secondo copione 5 colpi di pistola. Quella volta ne sparò solo tre. Si alzò dalla platea un noto malvivente locale, sguainò la pistola e sparò in aria gli altri due colpi, dicendo: E chiss te li si scurdat? (E questi li hai dimenticati?). Applausi e delirio solidale del gentile pubblico. L'umanità meroliana si divideva in piezz'e core e piezz'e merde , con rare possibilità di mediazione. Merola era il Peron della sceneggiata, il missionario di una ideologia e di un'estetica che potremmo definire il Popolanismo, variante pacchiana del populismo. L'apice della predicazione era quando recitava o' Zappatore e il rozzo padre di campagna ingiungeva al figlio ingrato che lo snobbava davanti alla bella gente e faceva quasi finta di non conoscerlo: Vas' 'sti man' (Bacia queste mani). E lì la gente si commuoveva, all'unanimità: comunisti alla Di Vittorio e nostalgici della civiltà contadina, marpioni, aristocratici terrieri, vecchi zotici o cafune (anzi ca' fune , con la fune, perché un tempo i contadini erano trattati come bestie con la fune al collo). IL TUTTO ESAGERATO Mario Merola celebrava l'etica della camorra, l'ebbrezza del gioco d'azzardo (un mazzo di carte è stato deposto sulla sua bara), l'estetica del malavitoso e la mimica del guappo, il catalogo dei sentimenti dei bassifondi dove tutto è esagerato: piangere, amare, ridere, stroppiare e' mazzate. Il riscatto di Pulcinella. Ora vedo giornali e intellettuali, autorità e partiti, assecondare per un evidente voglia di compiacere il pubblico, un relativismo assoluto della morale, che porta a considerare in positivo chiunque abbia popolarità, a prescindere dall'effetto pubblico che produce e dal modello che rappresenta. Questo merolismo di ritorno mi pare uno schiaffo a una città come Napoli, che sta affondando tra tanti cloni ed epigoni della sceneggiata meroliana. Scetateve uagliune e' malavita era l'inno al risveglio della camorra. Volete farne l'inno nazionale?

15.11.06

TERZISTA PER FORZA

da Vittorio Grondona - Bologna

Non ho votato Prodi alle primarie. Proprio non ci riesco a votare per un democristiano. Ho avuto la delusione di Bertinotti eletto presidente della Camera. L’avrei preferito in prima linea. Ora cerco di difendermi dalle cavolate di questa maggioranza confusionaria e facilona con i soldi degli altri. Sono gli stessi politici che mi hanno fatto perdere nel 2001 con le stesse menate che stanno attuando anche adesso. Tasse e guerra, prima con la NATO ora con l’ONU. Poi la chicca concertata dell’indulto: oltre 29.000 barabba sbaragliati alla rinfusa liberi nella società. Siamo riusciti ad entrare nell’euro perché ne avevamo capito l’importanza e quindi buona parte degli italiani avevano accettato i necessari sacrifici richiesti. Il giorno dopo il varo dell’ipotesi di finanziaria 2007 del 30 settembre, fatta passare subito per un capolavoro da tutte le forze politiche del centro sinistra, dai sindacati ed anche da Scalfari, che nonostante il suo ottimismo in proposito ammiro sempre moltissimo, avevo dichiarato il mio dissenso specificando quali fossero le cose che non potevano incontrare il favore della gente meno abbiente, la quale come al solito era chiamata a sostenere le maggiori rinunce, mascherate ipocritamente da un miserevole ipotetico miraggio di guadagno IRPEF. Anche il più sprovveduto degli italiani avrebbe dovuto immediatamente capire che 35 miliardi di euro non sarebbero saltati fuori dal 10 % della popolazione. I fatti mi stanno dando ragione. Sarei molto grato ai giornalisti di informarmi solo quando Prodi & Co avranno deciso definitivamente come gestire il 2007. Adesso leggo ogni giorno cose che cambiano in continuazione. E’ decisamente tempo perso. Mi incappo anche in argomenti che non condivido affatto, come l’articolo di Francesco Merlo, che le esigenze del blog mi costringono a commentare solo in famiglia. Per tutto questo e per tanto altro ancora mi considero un terzista per forza.

ANTONIO SCURATI: LA PROF ESPIATORIA

di Gabriella Jacomella per il “Corriere della Sera”

«Nell'immaginario collettivo, questa prof è il capro espiatorio che ci permette di relegare il legame tra seduzione e insegnamento in una zona di perversione e vergogna. Così possiamo dire che è una schifezza, e rimuovere per l'ennesima volta il problema». Per Antonio Scurati, parlare del caso milanese è come ritornare su pagine già scritte. Nel suo ultimo romanzo, Il sopravvissuto, ha raccontato i misteri di un rapporto docente- allievo dal fascino inquietante. E dall'esito tragico.

Anche in questa vicenda, però, il finale non è certo positivo.
«Non voglio assolvere nessuno, e sul fatto in sé ho poco da dire. Ma la curiosità morbosa che ha generato dimostra come il sesso del maestro sia tra i grandi "rimossi" e tra le ipocrisie di questo tempo. Qui, è chiaro, siamo in presenza di un caso patologico; ma il fatto che sedurre ed educare siano due dimensioni non disgiungibili, questo non vogliamo accettarlo».

Insegnare, dunque, come connubio di fascino e conoscenza?
«Certo. Già nell'antica Grecia l'educazione era seduzione, e negli anni della rivoluzione sessuale il problema era stato fortemente tematizzato. Oggi invece scontiamo un puritanesimo strisciante, importato dagli Stati Uniti; tendiamo a ritenere sconcertante e immorale che il maestro abbia una sessualità e che questa entri nello specifico di ciò che fa, cioè insegnare».

E perché non rinunciare a questa che, in fondo, è un'arma a doppio taglio?
«Perché in Italia c'è stato un crollo dell'istituzione scolastica, che ha perso tutta la sua autorità. E allora, l'unica arma rimasta al docente è la seduzione. Che poi è il grande tema di questa società dello spettacolo: i politici sono seduttivi prima di ogni altra cosa. Agli insegnanti, questo non è concesso».

Forse perché di fronte non hanno elettori, ma ragazzini.
«Ma le nuove generazioni non sono più educate dalla scuola o dalla famiglia; esistono altre "agenzie educative" — tv, pubblicità — profondamente e perversamente seduttive. Il ragazzo, andando a scuola, vede decine di tette e culi ovunque, sembra che sesso e seduzione siano la chiave per capire il mondo; e varcata la porta dell'aula, dovrebbe dimenticare tutto e dedicare ogni attenzione a qualcuno che è asessuato? Noi ipocritamente diamo per scontato che qualora ci sia sesso tra docente e discente, si tratti di plagio; mentre invece è tutta la società che incita a una sessualità disinibita, strumentale, che i preadolescenti replicano in forme eccessive».

E la scuola, che può fare?
«I nostri insegnanti sono reclutati con un sistema perverso, con migliaia di precari catapultati tra i banchi senza selezione né controlli. La scuola italiana va alla deriva. E questo caso ne è il sintomo lampante».

LA SATIRA

di Francesco Merlo per la Repubblica

Nulla è al riparo dalla satira, e forse Dio è la satira per eccellenza perché ha un materiale immenso davanti, e cioè l´infinita finitezza dell´uomo. Tanto più che l´idea del segretario del Papa, Georg Gaenswein, di esorcizzare Crozza, Fiorello e la Littizzetto con l´acqua benedetta più che una minaccia sembra già una gag.
Anche in questo caso dunque sarebbe facile e doveroso schierarsi con la libertà di satira, se essa fosse esercitata laicamente, in tutte le direzioni, anche verso se stessa, con Fiorello che fa la satira di Fiorello, Crozza che satireggia il nostro Papa, e ovviamente anche l´Imam, che è un altro Papa. Noi, per educazione, non satireggiamo né l´uno né l´altro, ma se dobbiamo giocare, allora è necessario giocare in tutto il campo, dando i calci a tutti i palloni. Insomma, secondo noi, non si può prendere in giro un profeta e un altro no, non si può satireggiare Cristo e risparmiare, per paura, Maometto.
E non perché la religione, come del resto l´ateismo, non sia satirizzabile. Anche gli insegnamenti morali sono definibili per via satirica. Il comandamento stesso è un piatto satirico, un piatto "saturo". Si fa infatti satira sull´incontinenza sessuale e su quella verbale, sulla bestemmia, sui ladri e sugli onesti, sull´omicidio, sul peccato, su tutti gli atti proibiti e sulla stessa proibizione. La satira, che sempre si appunta sui difetti, non ha confini: basta un appiglio perché venga fuori. E il mondo è tutto un appiglio per la satira: se sei biondo perché sei biondo, se sei bruno perché sei bruno. Ogni cosa ha il suo contrario, la sua negazione, la sua deformazione, la sua satira.
Qui, poi, c´è l´ingenuità e c´è la goffaggine di un bel sacerdote che giura di non avere mai visto le trasmissioni che non gli piacciono, aggiunge «non le guarderò mai», e ancora: «spero di dimenticarle». Se sta mentendo, padre Georg pecca due volte: contro il divieto di dire bugie e contro il buon senso. Se invece è vero che non guarda la televisione e non ascolta Fiorello alla radio, se davvero non sa chi siano Crozza e la Littizzetto, allora sarebbe da compatire perché non sa cosa si perde, e sarebbe anche da rimproverare cristianamente, come pastore d´anime. Oggi infatti non si può fare catechismo senza la televisione.
Ciascuno di noi può, se vuole, tenere spenta la tv o addirittura non averla. Ma non può farne a meno chi ha per missione di salvare le anime di questo mondo, il quale si racconta e si educa attraverso la tv. La televisione è la scrittura moderna, è il calamo dei nostri tempi. Se un intellettuale non condivide quello che legge, quello che è scritto, non per questo si rifiuta di leggere, né mette al bando la scrittura. Anche il rifiuto della scrittura deve esser servito scrivendolo; anche il rifiuto della televisione ha necessità di un passaggio televisivo, il solo efficace e, saremmo tentati di dire, il solo "reale".
Il Papa sarà pure un raffinatissimo intellettuale, ma è curioso che non abbia spiegato, non tanto ai giornalisti dell´“Avvenire”, quanto, almeno, al suo segretario personale che non si può governare la trasgressione come si fa negli educandati, e che, al contrario, per spuntare gli artigli della satira, bisogna conviverci con saggezza e con leggerezza. Che poi padre Georg non sappia ironizzare su se stesso, che egli pretenda che non si rida neppure di lui, beh, qui il problema si fa patologico e la satira allora si impone non come innocua, ma addirittura come terapeutica. A padre Georg sono necessarie dosi massicce di Fiorello, almeno una volta dopo i pasti principali, come un controveleno, un antidoto, perché non solo la satira non fa male alla testa, ma qualche volta la guarisce.
La satira è lo sfottò. E´, come accennavamo prima, il piatto "saturo" delle critiche e dunque delle deformazioni. Nella “Divina Commedia” ci sono quantità inestimabili di satira aggressiva antipapista, da Bonifacio VIII sino al papé satàn, che – è vero – nessuno sa cosa voglia dire, ma un suono di sberleffo satirico sicuramente ce l´ha. Nella storia della Chiesa sono stati satira i miti di evangelizzazione e i ritorni letterali ai dettami della sacra scrittura. Insomma, la satira antipapista ha avuto sempre come progetto la ricristianizzazione del mondo. E dunque la satira non è anticristiana. E non solo perché il protestantesimo l´ha usata contro gli eccessi papisti. Ma anche perché gli stessi cattolici hanno fatto la satira alla loro chiesa: i francescani, i gesuiti, i giansenisti. Alla fine, la satira è uno dei tanti mezzi attraverso cui l´uomo comunica, si appropria della realtà. Non è l´antagonista della realtà e neppure del buono perché la bontà stessa è anch´essa satira.
Aggiungiamo adesso che c´è una facilità di satira verso questo Papa. Tutti, anche i migliori, anche gli ex infallibili, hanno qualcosa di satirizzabile, un punto debole. Siamo tutti vulnerabili. Persino Achille aveva il suo tallone. Ebbene, non solo il segretario, ma lo stesso Benedetto XVI e la sua chiesa hanno un che di fobico. Persino fisicamente il Papa tedesco sembra nato e cresciuto nelle biblioteche piuttosto che tra la gente. Come resistere dunque e non farne la satira? E tuttavia, visti i tempi, ci sembrerebbe civico fare anche la satira ai versetti, al Corano e ai barbuti, oltre che al Papa e al suo segretario. Certo, comprendiamo la paura fisica che frena i nostri comici, con effetti esilaranti, da immediata autosatira, specie quando dicono che fanno satira su cose che conoscono mentre l´Islam non lo conoscono; o, ancora quando spiegano che dovrebbe essere l´Islam a ridere dell´Islam. La verità è che sono in malafede e – in questo ha ragione l´“Avvenire” – anche un po´ vigliacchi.
Tutti sappiamo che ridere dell´Islam può costare la vita, e che è questa la barbarie che limita e censura, tra le altre cose, anche la nostra libertà d´espressione. Capiamo anche che il coraggio chi non ce l´ha non se lo può dare, e però la satira non appartiene solo all´universo cristiano, è una funzione dell´anima che deve esercitarsi su tutto, dal buddismo all´ateismo, dall´Imam al Papa. E invece succede che i comici sfottono il Papa e sdottoreggiano sull´Islam e sui suoi costumi, sulla poligamia, sui kamikaze e sulle vergini che li attendono, sui veli, con quel drammatico fardello dell´occidentale che deve avere riguardi per gli orientali e diffidenza satirica, sarcastica e morale verso se stesso. No, caro padre Georg, il pericolo viene sempre e solo da chi non sa ridere. Il giorno in cui si potrà ridere dell´Islam, anche l´Islam se la riderà di noi, e persino di lei.

14.11.06

IL CLIMA E GLI AFFARI

IL CLIMA E GLI AFFARIda Fabrizio Carbone

Attenzione: il cambiamento climatico sta diventando il big business del secolo

Da un paio di settimane tutte le fonti di informazione che contano e che danno la linea nell'informazione planetaria (CNN, BBC, Time, Newsweek) stanno cominciando a parlare in termini chiari e netti del pericolo che provocheranno a breve i cambiamenti climatici in atto sul nostro Pianeta. Prima non era così. Fino a poche settimane fa non era così certo che i cambiamenti fossero causati dall'uomo tecnologico. Solo le cassandre ambientaliste (in Italia sommariamente e spregevolmente definite verdi da tutto il resto della popolazione capace di intendere e di volere) erano quelle maledette cornacchie che catastrofizzavano ogni cosa. Oggi il vento è cambiato. Vuoi perchè il maggior oppositore a misure concrete per risanare il Pianeta, il presidente Usa, Giorgio Cespuglio (lo chiama, in italiano, così il premio Pulitzer Jarred Diamond), ha perso nettamente le elezioni di medio termine; vuoi perchè tutti gli ultimi rapporti commissionati dai governi americano, inglese, tedesco e altri, concordano nel dire che se non si farà qualcosa per cambiare rotta abbiamo poco, ma molto poco da ridere. Era ora, direbbero i seri e autorevoli catastrofisti che dai primi anni Ottanta avevano fornito al mondo i dati su quello che sarebbe accaduto e sta per accadere. Eppure ora c'è da mettersi le mani nei capelli, cari amici e nemici, perchè il birillo ora, come sempre, resta saldamente in mano esattamente a coloro che per più di mezzo secolo hanno massacrato risorse non rinnovabili e inquinato a man bassa per profitti immensi. Perche? Ma perchè sono loro oggi a premere per iniziare a spendere i soldi per il risanamento; sono pronti a scatenarsi nel big business dei prossimi decenni: miliardi di miliardi di dollari e di euro da spendere ovunque nel mondo, ma tutti "in favore dell'ambiente". Sono pronte le tecnologie, le macchine a idrogeno, a trazione mista, a solare, ad acqua calda. Erano nei cassetti e nei ripostigli insieme a tutto quello (eolico, solare temico, fotovoltaico, geotermico, biodiesel, centrali microelettriche e a biomassa) che dovrebbe farci uscire dal pericolo di rimanere sott'acqua, inondati dallo sciogliemento dei ghiacci dell'Antartide e della Groenlandia (quelli del Polo Nord non fanno danni; quel che resta dei piccoli ghiacciai alpini ne fa pochissimi). Si scatenerà la grande offensiva del megacapitale per prendere in mano tutti i progetti possibili, buoni e cattivi, pessimi e mediocri, che serviranno a far vedere a tutti di cosa sono capaci i grandi magnati della Terra, Banca Mondiale in testa.

Non una parola è uscita dalle labbra dei mostri sacri del capitalismo per scusarsi con il Mondo. "Non avevamo creduto, non avevamo capito, avevamo troppi interessi, abbiamo fatto finta di nulla, siamo stati dei mascalzoncelli. Scusateci. E ora (rivolti agli ambientalisti scientifici, agli Istituti di ricerca più seri) diteci cosa sarà meglio fare per il futuro di tutti noi e soprattutto dei nostri amati figli e nipoti". Non una parola di questo tono. Al contrario ora la parola d'ordine è una sola: "Fuori i verdi dai coglioni, che ci pensiamo noi!"

E' triste per uno come me che ha scritto a difesa della Natura e dell'ambiente dalla metà degli anni Sessanta (che è stato persino premiato dall'Enea per gli articoli sul clima e sui cambiamenti in atto) constatare come siano sempre gli stessi a non cadere mai nella polvere, a fregarsene di tutto e di tutti, a fare il bello e il cattivo tempo, è proprio il caso di dirlo, sempre e comunque per fare profitto. Io che non conto nulla me ne sto lontano a guardare; mi viene, oltre alla tristezza, persino un po da ridere se non fosse una tragedia. Ho il mio cantuccio in Finlandia, lassù dove i cambiamenti climatici si sentono ancor più che a Roma.

Mi ritrovo in mano un libro che Baldini&Castoldi pubblicarono dieci anni fa. Un libro di Ross Gelbspan, americano e premio Pulitzer, intitolato Clima Rovente. Ma non parlava dei cambiamenti climatici e del riscaldamento del Pianeta. Documentava tutto il movimento di denari che le grandi compagnie petrolifere, gli inquinatori, gli speculatori e i massacratori del clima, spendevano ogni anno per foraggiare le campagne di disinformazione ( tutto va bene) e di costante azione distruttiva contro organizzazioni come Greenpeace e il Wwf internazionale, insomma contro chi da decenni forniva i dati su cosa stesse accadendo. Dati, cifre, elaborati, papers, migliaia di pagine di rapporti della comunità scientifica internazionale, Unep e IPCC in testa ( i due enti delle Nazioni Unite preposti allo studio della situazione con ben 2500 climatologi al lavoro 24 ore su 24). Milioni di dollari sono stati spesi (nel ventennio 1980-2000 e oltre) per imbrogliare le carte e fornire dati falsi. Li hanno ricevuto finti enti di ricerca e spericolati personaggi che hanno avuto fondi per mestare nel torbido. Li hanno avuti dai petrolieri e da tutti coloro che, da domattina, saranno pronti a ricevere dai governi del mondo, moltissimi soldi per salvare la Terra.

Lo so, sono un utopista e un sognatore, ma vorrei sentire l'urlo furente di chi è stato costantemente oltraggiato, schernito e preso per pazzo. Un urlo immenso che ci liberasse dai più grandi mascalzoni che il mondo abbia mai avuto.

13.11.06

FRANCESCO MERLO SULLA REPUBBLICA

Da un lato c´è la semplicità e dall´altro il barocco. Ci sono loro che in meno di 24 ore adeguano il pensiero politico alla novità del voto e noi che «il Molise è un dettaglio locale». Loro che hanno già sostituito Rumsfeld con Gates, come avevano esplicitamente chiesto i vincitori, e noi che a cinque mesi dal risultato elettorale non siamo neppure d´accordo su chi ha vinto e su chi ha perso. Loro che già ieri a pranzo hanno brindato insieme, da un lato il presidente cow boy e dall´altro la "lady liberal" Nancy Pelosi, e noi che ancora ci diamo reciprocamente del ladro e del bugiardo.
Loro che adeguano la politica alla realtà e noi che surroghiamo la realtà con la politica. Loro che sono veloci nei riti, nello sventolio di bandiere e nei ricambi istituzionali e noi che ci impantaniamo nelle sedute-fiume di Camera e Senato, Bertinotti o D´Alema?, Napolitano o D´Alema?, e poi mille vertici, mille correnti, mille portavoce, mille sottosegretari, e lo scorporo, la delega, la concertazione, l´ossimoro, il manuale Cencelli, l´indulto ma con sofferenza, tax sì e tax no, liberalizzo ma proteggo, il partito democratico e la crisi del gazebo, ministri contro ministri, il governo in piazza contro il governo.
Il pragmatismo e l´efficacia degli americani contro le sottigliezze, le sfumature e le rendite di posizione degli italiani. Da quella parte c´è la velocità e da questa i brogli, la par condicio e ovviamente la verifica. L´America piaceva già a Goethe, che pure non c´era stato, perché «non ha i castelli e non ci sono i basalti»: l´idea dell´America liscia liscia, bella e diretta, olimpicamente classica, senza le contorsioni inverificabili della verifica.
Pensate, Bush non ha chiesto la verifica, non ha dato la colpa al destino cinico e baro, non ha detto «paghiamo un difetto di comunicazione», oppure «non abbiamo saputo far arrivare il nostro messaggio», o ancora «la colpa è dei giornali». Anzi si è messo a rincuorare i giornalisti accreditati alla Casa Bianca che facevano la faccia triste, mentre a Roma quando Francesco Rutelli, alla vigilia del cambio di governo, andò spudoratamente a passeggiare alla Rai fu tutto un correre, uno stringer di mani, un tradire: «Liberateci, liberateci».
E cosa diventerebbe in Italia il governo bipartisan della politica estera inventato da Bush in 24 ore? Un inciucio, naturalmente. E come si comporterebbe la politica italiana dinanzi al dimezzamento del potere tra destra e sinistra, alla coabitazione forzata, al risico dei 51 seggi contro 49? Con il solito trasformismo, con il mercato parlamentare, ovviamente: il senatore della Virginia James Webb, per esempio, sarebbe già stato discretamente avvicinato, come il paffuto Di Gregorio. E quale governo italiano ammetterebbe la sconfitta, come ha fatto Bush, mentre i risultati del Senato erano ancora in bilico? Quale premier italiano si congratulerebbe con l´avversario prima ancora della conclusione dello spoglio?
Come si vede siamo davanti all´ennesima lezione americana, non solo di democrazia, ma di verità. Non è infatti un insulto alla logica notare che, bambinoni come Clinton, cow boy rozzi come Reagan e come i due Bush, o agricoltori babbioni come Carter, i presidenti americani raccontati da molti giornali e da molti intellettuali italiani, semplicemente non esistono. Così Bush non è uno Stranamore, non è il generale pazzo che gioca follemente con la guerra, ma è un autentico prodotto della democrazia americana, testardo sì ma non davanti alla sconfitta, e anzi intelligente nell´apertura agli avversari che hanno vinto. Non solo infatti si congratula, ma capisce che c´è una nuova maggioranza che è contraria alla sua politica, che ci sono nuovi e legittimi umori che chiedono rappresentanza istituzionale e che la democrazia, di cui egli è pedina, gli impone di riconoscerli e di adattarsi.
E poco importa che la campagna elettorale sia stata dura, al punto che Bush era Thief invece che Chief, ladro invece che capo. Un giornalista gli ha chiesto: «Signor presidente, Nancy Pelosi le ha dato dell´incompetente, del bugiardo e ancora ieri ha detto che lei è pericoloso. Come potete cooperare?» Ecco la risposta di Bush: «Faccio politica da abbastanza tempo per capire quando finisce una campagna elettorale e quando comincia il governo».
La verità e che li dipingiamo imperialisti e guerrafondai, superficiali e sostanzialmente stupidi, perché i presidenti americani ci fanno l´effetto che alla volpe fa l´uva quando è troppo in alto. E dimentichiamo che attorno a loro si raccolgono le migliori intelligenze accademiche, quelle stesse presso le quali noi facciamo accattonaggio intellettuale, perché in Italia non c´è titolo più esibito, anche da parte dei più accesi antiamericani, dell´essere stato in una università americana, allievo dei consiglieri della Casa Bianca.
Ci piace prendere in giro l´America delle americanate, ricorrendo sempre al vecchissimo, consunto cliché di superiorità del Vecchio Continente, della vecchia signora sul pavernu. Perciò ripetiamo stancamente che gli americani non conoscono la raffinatezza della civiltà cortese, non hanno avuto il Rinascimento, che agli americani manca il passato dove sono state forgiate le buone maniere, mancano il Medioevo, le cattedrali gotiche, i templi greco-romani. Se volete un elenco dei pregiudizi europei che sono all´origine dell´attuale antiamericanismo rileggetevi nella riedizione adelphiana lo splendido libro (1955) di Antonello Gerbi "La disputa del Nuovo Mondo".
Si va da Humboldt che li considerava «una stirpe degenerata» a Schopenhauer che li definiva «mongoli modificati dal clima» a Hegel secondo il quale non valeva la pena occuparsene né da parte della storia né da parte della filosofia. Attualizzati e rimodernati quei pregiudizi d´autore sono ancora oggi gli ordigni difensivi che costruiscono l´ideologia antiamericana, sono la pappa, dozzinale e cafona, di una storia raccontata ad "usum revolutionis" dai nostri ostinatissimi cattivi maestri e che ci fa malpensare, legittima i rancori, le riserve da camerieri, da provinciali. Perciò arriviamo a dubitare che siano davvero stati sulla Luna, qualcuno giura che le due Torri se le sono distrutte da soli, vediamo dappertutto complotti della Cia, che sarebbe la kappa dell´Amerika, il suo sottosuolo dostoevskiano.
Insomma neghiamo quella democrazia che perciò ad ogni elezione ci stupisce. E restiamo a bocca aperta vedendo che anche Bush, come tutti gli altri, ci impartisce lezioni, nonostante la stanchezza di una nazione in guerra. L´America di Bush è ancora l´America di Tocqueville, e rimane il nostro modello di riferimento. La sola differenza è che oggi siamo noi quegli incredibili americani che furono scoperti e deformati dai pregiudizi. Con una lingua politica che è una babele, con le procedure istituzionali ridotte ad apparati cerimoniali, con una inaderenza cadaverica alla realtà che velocissima ribolle, siamo noi «i decaduti» raccontati nel libro di Gerbi. I selvaggi, l´umanità sguaiata, siamo diventati noi.

7.11.06

Al bar dello sport trent'anni dopo addio Luisona, arriva l'happy hour

di STEFANO BENNI

Mi chiedono se dopo trent'anni il bar Sport esiste ancora. Quel vecchio ritrovo che non era solo luogo di consumo, ma teatro di racconti e ironia. Credo che i bar sport della mia giovinezza siano una razza in estinzione, come le balene e le macchine da scrivere. Ne sopravvivono alcuni nelle periferie delle città e soprattutto nei piccoli paesi. I sociobarologi sanno dove trovarli, ma conservano gelosamente il segreto. Comunque sia, il microcosmo del bar è cambiato, e ne faccio qualche esempio.

Il nome
Una volta sull'insegna del bar c'era scritto Bar, e basta. Al massimo si poteva aggiungere il nome del proprietario, Bar Gino, o dello sponsor, Bar Moka, o della fede calcistica, Bar Rossoblu, o un appunto logistico, Bar Mercato. Una preposizione come "da" o "al" era già uno spreco di neon, e un'inquietante segno di mollezza grammaticale: Bar da Gino, Bar al Porto, Bar dello Sport. Adesso, per essere preso in considerazione, un bar deve avere un'insegna che contenga definizioni plurime e poliglotte. Ossia: Caffèteria panineria wine-bar enoteca degustazione snacks internet point. Oppure: Lounge bar pasticceria pub croissants bistrot long drinks happy hour. Potete dire: mio marito va tutte le sere al lounge torna a casa pieno di drinks, mi vomita gli snacks sulla moquette, si addormenta no-sex e io trombo col boy del pizza express.


Paste
Chiunque può notare l'anemia saccarifera che ha dimezzato e miniaturizzato il peso di paste e brioche. Paste come la Luisona non esistono quasi più, o vengono vendute come panettoni. Una volta, per portare a casa dodici paste, serviva un ben sagomato vassoio di cartone da esibire penzolante al mignolo. Adesso dodici bignè stanno sopra un biglietto da visita.
Diversa anche la gamma dei caffè. Da alto, basso e corretto, siamo passati a centododici tipi diversi con nomi come Orzino, Mokaccino, Cremino, Estivo, Americano, Noisette. Anche nei gelati, siamo passati dai dieci gusti ai centocinquanta. Che sono poi i dieci gusti di una volta ognuno con quindici coloranti diversi.

Rumori
Il rumore del bar Sport era una inconfondibile risacca umana, un sobbollire di stomaci e trippe, un tinnire di bicchieri e biliardi. Vi si distinguevano rutti possenti, scatarrate introflesse ed estroflesse e bestemmie non ancora moviolate dalla televisione. C'era lo sbattere ritmato delle carte da gioco sul tavolo, il tinnire dei flipper, il rullare del calcetto, il cozzare delle palle da biliardo, il sibilo della macchina espresso che fumava come una locomotiva del west. Ora tutto il rumore viene da un grande schermo televisivo al centro, che spara videoclip e telegiornali a tutto volume. Quasi nessuno guarda o ascolta, ma ci si sente a casa.

Bancone
Molti vecchi banconi di legno sono stati sostituiti da monoliti e moloch di alabastro, vetroresina e tantalio. Da banconi, sono diventati barricate. Ma è cambiato soprattutto quello che c'è sopra. Nel vecchio bar Sport c'erano a malapena la zuccheriera e le schedine. Ora sul bancone si affollano cinquanta tipi di zucchero, compreso lo zucchero amaricante e lo zucchero per mancini e un intero buffet di stuzzichini, dal tarallo all'oliva, dall'uovo di edredone alla mini-frittata. Con un aperitivo, si può fare un pasto completo. Ma il barista non ci rimette mai. Infatti l'aperitivo costa come tre pasti completi.

Vino e liquori
Una volta il vino era bianco o rosso o tutt'al più novello. Ora un cartello annuncia a tutti che è arrivato il Beaujolais nouveau, o che c'è un'ampia scelta di vini sudafricani. Ma soprattutto c'è l'happy hour, che vuole dire che in quell'ora si beve a prezzo ridotto. Ma non è una novità: una volta c'era la John sleepy hour. Quando il barista Giovanni si addormentava ubriaco, e tutti ne approfittavano per vuotare le bottiglie degli amari.

Calcio e conversazione
Un grande richiamo del bar Sport era il tabellone del totocalcio, su cui il barista-mosaicista intarsiava le letterine di plastica coi risultati del campionato. Sotto questa lapide del destino si sostava in febbrile consultazione, controllando le schedine. Dato che le letterine di plastica si staccavano e si perdevano facilmente, i risultati erano in una lingua criptica e monca. Ad esempio: Jueus - Itr 1-0, oppure Mln. - Fiorna 1 - b. Bisognava decifrare o chiedere spiegazioni. Adesso tutti entrano al bar conoscendo risultati e classifiche, e spesso hanno già i gol registrati nel telefonino. È aumentata (in quantità ma non in qualità) anche la competenza. A un esperto degli anni 60 bastava sapere a memoria le formazioni di serie A. Nel duemila un tecnico di media competenza deve conoscere nome e misure delle fidanzate dei calciatori famosi, e le formazioni di Mali, Corea del Sud ed Estonia. Ora come allora, non sa dov'è il Mali né la Corea né l'Estonia. Ultimo particolare, nella conversazione del bar, l'esempio della televisione ha abolito due frasi "non me ne intendo" e "forse ho sbagliato".

Toilette
Nel vecchio bar Sport c'erano spesso i bagni esterni per raggiungere i quali dovevi uscire ad affrontare intemperie, labirinti e lunghi viaggi. Ma soprattutto c'era il bagno con la terribile turca magnetica. Una trappola viscida e subdola che, per quanta attenzione tu facessi, possedeva un malefico potere di attrazione gravitazionale, che ti faceva scivolare e finire col culo incastrato. Ora, anche in bar modesti, ci sono grandi toilettes con water igienizzati, maniglie antiscivolo, sistemi di allarme e rotoli di carta igienica grandi come rotative, Ma sopra questo bagno c'è sempre il cartello "Bagno fuori servizio. Si prega di usare il bagno di fronte". E nel bagno di fronte ci aspetta la subdola turca magnetica.

Fuori e dentro
Una volta fuori dal bar si stava seduti al tavolo e se pioveva, appoggiati al muro con l'ombrello. Adesso ci sono i gazebi, enormi serre di vetro dentro le quali in estate si fa la sauna e in inverno ci si arrostisce al calore rovente di stufe - fungo. Dai vetri del gazebo si possono vedere a pochi centimetri, i volti terrei degli automobilisti bloccati nell'ingorgo. A volte un Tir entra col muso, per chiedere informazioni. Ma ci sarà sempre qualcuno che dirà: dai, non andiamo dentro al bar, stiamo fuori che respiriamo, e vi rinchiuderà nella prigione di cristallo.

Animali
Gli animali del bar Sport erano molti e accettati. Lo scarafaggio dello zucchero, la mosca della birra, che sapeva nuotare anche a dorso, il topo del magazzino e Polpetta, il gatto mimetico, dello stesso colore della sedia, su cui tutti si sedevano schiacciandolo, e naturalmente il cane Poldo che dormiva dietro il bancone. Ora fuori dal bar ci sono cartelli come "Io non posso entrare", "locale igienizzato" e "locale derattizzato". Ma la fauna non è scomparsa. Nello zucchero dietetico ci sono degli scarafaggi magrissimi, le mosche entrano dal condizionatore, e le signore entrano portando infilati nella pelliccia e sommersi nelle tette, dei cagnolini tremanti con gli occhi terrorizzati. Fuori, altri cani in triste attesa, legati a segnali stradali, piangono per ore. Il topo spia dal cassonetto, e sa che tornerà il suo momento.

Prezzi
Nel vecchio bar Sport se qualcuno chiedeva un bicchiere di acqua di rubinetto, il barista gli chiedeva: mi faccia vedere la pastiglia da ingoiare. Nel senso che in quel bar si serviva solo vino, a meno che non ci fossero gravi ragioni mediche. Anche il sangue al naso dei ragazzini veniva pulito col sangiovese. Ora l'acqua di rubinetto è stata sostituita dall'acqua minerale. E l'acqua minerale è il solo prodotto che nel nostro paese è rincarato più del petrolio. Cosa sarebbe accaduto se trent'anni fa, in un bar, qualcuno avesse chiesto un bicchiere d'acqua e gli avessero detto, sono tremila lire, signore?

Storie
Non ho nostalgia del bar Sport, ma delle storie che ci sentivo. Inventate, raccontate, esagerate, e soprattutto create personalmente. Cominciavano così: "Sentite amici cosa mi è successo ieri". Adesso entro in un bar e sento: "Sentite amici cos'è successo ieri a Briatore".

Sarà anche una bella storia, ma io esco.

1.11.06

Le grida contro chi viene dal Nord e «non capisce» la città

di Gian Antonio Stella - Corriere della Sera

C’è ’o sole, ’o mare, ’o babà, ’a sfogliatella, ’a granatina, ’o presepe e se volete possiamo andare avanti a scrivere di quanto è bella e colta e gentile Napoli e quanto è migliorata con Bassolino rispetto ai tempi di Pomicino e con Pomicino rispetto ai tempi di Lauro e con Lauro rispetto ai tempi di Liborio Romano e giù giù ai tempi di Franceschiello... Ma servirebbe?
Ieri sera è arrivato il 72°morto ammazzato del 2006 e i dati sono questi: con un ventesimo della popolazione italiana, il capoluogo campano e la sua provincia ospitano un nono di tutti gli omicidi. Certo, sarebbe ingeneroso non riconoscere al Governatore diessino e a Rosa Russo Iervolino qualche buona ragione, quando si lagnano di chi della loro città non vede le cose positive fatte negli anni.
Chi conosce un po’ Napoli sa che non esiste in Europa una città più complicata da amministrare. E sa che non c’è niente di più facile che intingere il pennino negli aspetti più insopportabili. La camorra, il racket, gli scippi, la truffa alle assicurazioni, il mercato nero di griffe false... Provateci voi, dicono. Provateci voi a governare una città dove lo Stato ne ha sbagliate troppe e già Montesquieu scriveva che «non c’è palazzo di giustizia in cui il chiasso dei litiganti e loro accoliti superi quello dei tribunali di Napoli» giacché «lì si vede la Lite calzata e vestita». A risolvere il dramma della spazzatura che si trascina da quando i commissari dell’inchiesta parlamentare di Stefano Jacini inorridivano per la «nauseabonda sozzura che si riscontra nei contadini del Napoletano».
A trascinare fuori la città e il suo hinterland sgarruppato dall’incubo di una disoccupazione atavica, dove già nel 1863 i carabinieri che volevano smascherare dei pompieri abusivi (tutti i pompieri, volevano fare) furono presi a fucilate. Tutto vero. Tutto giusto. La realtà, però, è sotto gli occhi di tutti. Sono sicuri, Antonio Bassolino e Rosa Russo Iervolino, di fare davvero un buon servizio a Napoli e ai napoletani, levandosi ogni volta a difendere il decoro della loro città contro chi «non capisce »? Perché, diciamolo, sempre così finisce: Giorgio Bocca scrive «Napoli siamo noi» dove denuncia la delusione per la drammatica sfioritura della «primavera napoletana »? Non capisce. Roberto Saviano scrive quel formidabile atto di accusa che è il libro «Gomorra»? Non capisce. L’Espresso fa una copertina titolandola «Napoli addio »? Non capisce.
Michele Santoro dedica una puntata di «Anno Zero» al cancro che pare divorare questa città amatissima che è nel cuore di tutti? Non capisce. Anni fa, dopo l’ennesima denuncia, lo scrittore Domenico Rea si sfogò: «Ho scritto venti libri su Napoli, migliaia di articoli, sono napoletano da cinquemila anni: resto sempre molto sorpreso quando arriva un giornalista dal Nord che in pochi giorni, o in pochi mesi, pretende di scoprire quel che io non ho visto in 72 anni». Ma è davvero così? C’è «un’altra Napoli» che viene quotidianamente sfigurata e stravolta e stuprata solo dal pressappochismo, magari un po’ razzista, dei polentoni? Aleggere il Corriere del Mezzogiorno, il suo «Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità», i commenti dei suoi editorialisti, nella stragrande maggioranza meridionali, non è così.
I primi a porre il problema della mancanza d’ossigeno civico, oggi, a Napoli, sono i napoletani. Capitale di una regione che ha un decimo della popolazione italiana ma produce solo un quindicesimo della ricchezza nazionale, che ha gli stessi abitanti ma esporta meno di un settimo del Nordest, che ha un ottavo di tutte le pensioni d’invalidità, che piazza quattro centri (Casalnuovo, Lettere, Crispano e Melito) agli ultimi quattro posti per reddito pro capite dei comuni italiani, che ha visto negli ultimi anni sciogliere per rapporti con la criminalità ben 71 Comuni (più che tutto il resto d’Italia messo insieme) Napoli appare sempre di più, perfino al di là dei meriti e degli errori di chi l’amministra, come la grande emergenza nazionale.
Il 33% dei ragazzi intervistati attraverso il «Questionario» dell’Associazione Studenti Napoletani contro la camorra ha dichiarato di aver subito almeno una aggressione. I Comuni sciolti per camorra in provincia sono 39, sette dei quali sciolti due volte. Carabinieri, polizia e finanza nel solo 2005 hanno sequestrato 90 chili di eroina, 294 chili di cocaina, 2.104 chili di marijuana... Per non dire del racket che strangola le attività economiche. Il dossier «SoS impresa » della Confesercenti di Napoli denuncia «un "prelievo" che costa complessivamente alle imprese 77 miliardi di euro di cui quasi 30 miliardi escono dalle tasche dei commercianti per finire in quelle dei mafiosi». Le «assicurazioni» offerte dal racket in cambio di protezione sono «aumentate in media del 30% ed in alcuni casi, con l’introduzione dell’euro, addirittura raddoppiate. Un salasso che negli ultimi cinque anni ha provocato la chiusura di 357 mila imprese».
Un negozio del centro paga alla camorra da cinquecento a mille euro al mese, un supermarket tremila, un cantiere edile dal 5 al 7% del lavoro. Ottantamila negozianti hanno «posizioni debitorie, di cui almeno 8.000 con associazioni per delinquere di tipo mafioso finalizzate all’usura». Antonio Bassolino, disperatamente deciso a difendere non solo l’immagine della città ma anche quella del suo lavoro in questi anni, dice che sì, certo, i napoletani «sono seduti su un vulcano», ma l’esercito no, l’esercito non lo vuole. E con lui, salvo dissensi, sembrano schierate anche le altre autorità locali. Può darsi abbiano ragione. Ma certo l’emergenza c’è. È sotto gli occhi di tutti. E non serve a niente esorcizzarla con qualche grido di dolore contro chi «non capisce ».

30.10.06

Bibbia senza Dio per atei devoti

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

Un filo rosso che lega libertini papi rinascimentali alle bestemmie del nonno di Mel Gibson attraversando gli uscieri raccomandati dai dorotei democristiani. Radici ed evoluzione della religione più trendy: la miscredenza

I cosiddetti 'atei devoti' rappresentano, insieme ai punkabestia e ai tatuati, uno dei più singolari fenomeni antropologici della nostra epoca. Tanto che il marketing sta studiando, come per i gay, una serie di proposte commerciali apposite. Si va dalle vacanze a Lourdes e Fatima, ma con accompagnatrici ninfomani, a cappelle laterali riservate, nelle chiese, per seguire la Messa fumando sigari cubani sdraiati su comodi canapé e leggendo 'Newsweek'. Invitante anche la proposta di percorrere il pellegrinaggio di Santiago di Compostela portati sulle spalle da un terziario francescano. Quasi pronto il Nuovo Messale per atei, identico a quello usato dai preti ma con la parola 'Dio' sbianchettata in tutte le pagine e sostituita da piccole pubblicità di Prada. In realtà, secondo alcuni studiosi, gli atei devoti non sarebbero che una variante più trendy di un gruppo sociale numerosissimo in Occidente, quello dei cristiani che se ne fottono. Non rappresenterebbero dunque una vera e propria devianza (come ha sostenuto il pool di psicologi che ha avuto in cura Marcello Pera), ma l'evoluzione naturale di una cultura religiosa, quella occidentale, poco portata alla riflessione spirituale e molto a birra e salsicce. Ma quali sono le radici storiche e culturali degli atei devoti? Quali i padri fondatori?

Il Papato Autentici iniziatori dell'ateismo devoto furono alcuni papi rinascimentali, che trombavano come ossessi prima e dopo ogni cerimonia religiosa e facevano il bagno nelle tinozze di monete d'oro come zio Paperone. Soltanto uno di loro, un Borgia salito al soglio con il nome di Papa Silvio I, nominò Dio in una sua enciclica, ma era solo un'esclamazione ('Dio, quale maraviglia le femmine ignude e il mio cavallo che vince alle Capannelle!').

I dorotei Importante corrente democristiana, i suoi potentissimi membri si facevano fotografare quasi ogni domenica mentre facevano la comunione per ingraziarsi l'elettorato cattolico. In realtà, erano abili fotomontaggi: il politico inginocchiato stava in realtà ingerendo una fetta di abbacchio, o sostenendo una visita dall'otorino. Rimasti celebri, tra i dorotei, il veneto Toni Bisaglia, che costruì diverse autostrade a sei corsie, tutte tra casa sua e casa di sua sorella, sostenendo che l'asfalto era consacrato; e il napoletano Gava, famoso per il miracolo della moltiplicazione dei posti di usciere alla Provincia. Nell'epoca d'oro del suo potere, alla Provincia di Napoli dovettero costruire un gabbiotto per gli uscieri grande come la navata di San Pietro.

Antioco Ferrara Capostipite della famiglia Ferrara, Antioco fu un ricco erudito che, annoiandosi molto nel suo castelletto turrito, coltivò il pallino della confutazione dialettica. Arrivò a dimostrare, nell'ordine, la natura divina delle nespole, la formula matematica dell'Islam, l'inferiorità delle donne, l'inesistenza del vaiolo e la veneficità del pesce pescato di notte. Poi, nella seconda parte della sua vita, dimostrò il contrario di tutti i precedenti assunti. Nelle sue memorie, 'Le confessioni di un buontempone', confidò di non avere alcun interesse reale per le questioni affrontate, ma di essersi divertito un sacco.

Mel Gibson senior Nonno di Mel Gibson, nonostante avesse solo la seconda elementare si appassionò alla religione sentendo le bestemmie in una palestra di pugilato. Equivocando, pensò che il cristianesimo fosse la forma più completa di sport da contatto, e teorizzò che Gesù Cristo era stato il più formidabile peso medio della storia, pur essendo ebreo. Odiava i negri, le donne, gli omosessuali, gli arabi, i democratici e gli intellettuali, e accusava i vicini di casa di sporcargli il giardino buttando le cicche. Divenuto predicatore con il nome d'arte di Padre Paranoia, incitava i passanti a brandire la croce contro i nemici della cristianità, o perlomeno contro le macchine in divieto di sosta sul suo passo carraio. Visse e morì senza avere la più vaga idea del concetto di Dio, ma con un'ottima preparazione atletica.

27.10.06

E il Cavaliere ereditò auto blu e superscorta

di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella - Corriere della Sera

MILANO - Non si fidava, il Cavaliere, del suo successore. E così, mentre ancora stava a Palazzo Chigi in attesa di lasciare il posto a Romano Prodi, avrebbe deciso di darsela da solo, la scorta per il futuro: 31 uomini. Più la massima tutela a Roma, Milano e Porto Rotondo. Più sedici auto, di cui tredici blindate. Il minimo indispensabile, secondo lui, di questi tempi.
Un po' troppo, secondo i nuovi inquilini della Presidenza del consiglio. Che sulla questione, a partire da Enrico Micheli, avrebbero aperto un (discreto) braccio di ferro con l'ex-premier. Guadagnando finora, pare, solo una riduzione del manipolo: da 31 a 25 persone. Quante ne aveva il "bersaglio Numero Uno" Yasser Arafat, ricorda Massimo Pini, il giorno che andò a visitare Bettino Craxi. Certo, qualcuno ricorderà a Berlusconi quanto disse ai tempi in cui aveva deciso col ministro dell'Interno Claudio Scajola di tagliare il numero degli scortati. Tra i quali, come rivelarono mille polemiche e le intemerate di Francesco Saverio Borrelli, c'era anche il pm dei suoi processi, Ilda Boccassini, che si era esposta contro la mafia in Sicilia. Disse che per molti la scorta era "solo uno status symbol" usato "impropriamente, magari sgommando". E si vantò, giustamente, di aver sottratto alla noia di certe inutili tutele "788 operatori di polizia dirottati così in altri settori per garantire una maggiore sicurezza dei cittadini".
Né val la pena di ricordare che, ai tempi in cui le Br ammazzavano la gente per la strada e i politici erano esposti come mai prima, il presidente del consiglio Giulio Andreotti viaggiava con scorte assai più contenute: «Mia moglie a Natale faceva un regalino a tutti, e certo non erano molti». E' vero: è cambiato tutto. E la scelta di ridurre drasticamente le spese per proteggere gli ex-capi del governo fatta da Giorgio Napolitano quando stava al Viminale, appare lontana anni luce. Berlusconi è stato il premier che ha appoggiato fino in fondo Bush, ha schierato l'Italia nelle missioni in Afghanistan e in Iraq, si è battuto in difesa della sua idea di Occidente con una veemenza (si ricordi la polemica sulla "superiorità sull'Islam") che lo ha esposto non solo ai fanatici come quel Roberto Dal Bosco che gli tirò in testa un treppiede ma all'odio di tanti assassini legati ad Al Qaida. Garantirgli la massima tutela è un dovere assoluto. Punto e fine. Il modo in cui si sarebbe auto-confezionato questa tutela, invece, qualche perplessità la solleva.
Il 27 aprile, cioè diciassette giorni dopo il voto e prima che Romano Prodi si insediasse, la presidenza del consiglio stabiliva che i capi del governo "cessati dalle funzioni" avessero diritto a conservare la scorta su il tutto il territorio nazionale nel massimo dispiegamento. Altri dettagli? Zero: il decreto non fu pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» e non sarebbe stato neppure protocollato. Si sa solo che gli uomini di fiducia "trattenuti" erano 31. Quelli che con un altro provvedimento il Cavaliere aveva già trasferito dagli organici dei carabinieri o della polizia a quelli del Cesis. Trasferimento che l'allora presidente del Comitato di controllo sui servizi Enzo Bianco, appoggiato dal diessino Massimo Brutti, aveva bollato come "illegittimo". Scoperta la cosa all'atto di insediarsi come sottosegretario con delega ai "servizi" al posto di Gianni Letta, Enrico Micheli avrebbe espresso sulla faccenda l'irritazione del nuovo governo. E dopo una lunga trattativa sarebbe riuscito a farsi restituire, come dicevamo, sei persone.
Quanto alle auto, quelle "prenotate" dall'allora presidente sarebbero come detto 16, delle quali 13 blindate. Quasi tutte tedesche. Resta la curiosità di sapere se vanno o meno contate tra quelle del parco macchine di Palazzo Chigi. Così stracarico di autoblu che il grande cortile interno non può ospitarne che una piccola parte. Il resto sta in via Pozzo Pantaleo 52/E, una strada fuori mano alle spalle di Trastevere, nel quartiere portuense. Serve una macchina? Telefonano: "Mandate un'auto, per favore". Se non c'è traffico, una mezz'oretta. I ministri sparpagliati qua e là che fanno riferimento a Palazzo Chigi, non sono pochi: Linda Lanzillotta (Affari Regionali), Giulio Santagata (Attuazione del programma), Luigi Nicolais (Riforme e Innovazioni nella pubblica amministrazione), Barbara Pollastrini (Pari opportunità), Emma Bonino (Politiche europee), Vannino Chiti (Rapporti con il Parlamento) Rosy Bindi (Politiche per la famiglia) e Giovanna Melandri (Politiche Giovanili e Sport). Ma le autoblu a disposizione, comprese le due Maserati in dotazione a Prodi e Micheli, sono una marea: 115. E il bello è che sono già calate: fino al 17 maggio erano 124.
Costi? Una tombola. Nel solo 2005, per "acquisto, manutenzione, noleggio ed esercizio dei mezzi di trasporto nonché installazione di accessori, pagamento dei premi assicurativi e copertura rischi del conducente e dei trasportati, spese per permessi comunali di accesso a zone a traffico limitato", quel parco di autoblu ci è costato 2 milioni e 152 mila euro, 400 mila in più rispetto alle previsioni. Ai quali vanno sommati gli stipendi degli autisti, presumibilmente gravidi di straordinari. Un anno eccezionale? Niente affatto: la fine di una rincorsa. Nel 2001, per le stesse cose, erano stati spesi 940 mila euro. Nel 2002 un milione e 389 mila. Nel 2003 un milione e 322 mila. Nel 2004 un milione e 800 mila. Una progressione inarrestabile. Fatte le somme, dal 2001 al 2005 dalle casse di palazzo Chigi sono usciti per le autoblu 7 milioni 603 mila euro. Pari a 14 miliardi e 721 milioni di lire. Eppure, per i viaggi appena più lunghi, devono aver anche volato. Lo dicono i bilanci: per "noleggio di aeromobili per esigenze di Stato, di governo e per ragioni umanitarie e spese connesse all'utilizzo dell'aereo presidenziale" sono stati spesi nel solo 2005 due milioni e 150 mila euro. Il quadruplo del 2002, quando i voli della presidenza ci erano costati 577.810 euro. Sarà stata colpa del caro petrolio...

21.10.06

Ops, m'è caduta la fattura nel water

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra (L'Espresso)

Le corporazioni dei carburatoristi e degli anestesisti, le gilde dei salsicciai e delle merlettaie, le logge degli elettrauto e degli armaiuoli, la confraternita dei gioiellieri e altre associazioni professionali si sono presentate davanti a Palazzo Chigi per una manifestazione di protesta contro la Finanziaria 2006. Tutti vestiti con costumi trecenteschi, e preceduti dai gonfaloni, dai suonatori di liocorno e dalla statua del Santo Protettore, hanno contestato l'accusa di avere una mentalità corporativa e medievale. Al suono del liuto, il loro portavoce messer Oddone de' Fornaciai (eletto dopo un torneo all'arma bianca) ha recitato un carme beffardo all'indirizzo del governo, circondato da paggi e damigelle. Momenti di tensione quando l'Ordine dei Notai e la Consulta dei Gabelloti, attraversando la strada a cavallo, sono stati investiti dall'autobus, tra gli applausi della folla. Ma vediamo qual è la situazione di alcune delle professioni bersagliate dalle inique pretese della Finanziaria.

Idraulici Solo una categoria denuncia un reddito medio inferiore a quello degli idraulici. Si tratta dei neonati. Gli idraulici si giustificano sostenendo che le loro fatture, regolarmente emesse, non possono essere consegnate al cliente perché compilate dietro un water o sotto un bidet, e dunque impresentabili. Chiedono, altresì, che venga loro riconosciuta un'indennità per gli insulti dei clienti che li aspettano vanamente, anche per mesi, con il lavandino intasato. Richiesto di spiegazioni circa i proverbiali ritardi, il portavoce della categoria prima non si è presentato alla conferenza stampa, poi ha chiesto qualche mese di tempo per replicare.

Parrucchieri Se i tagli di capelli fatturati fossero quelli effettivi, gli italiani dovrebbero avere, in media, capelli lunghi un metro e mezzo e barba da fachiro. Il record di evasione appartiene a un acconciatore di Treviso che ha fatturato, in dieci anni, solo una manicure, però a metà tariffa perché effettuata su un monco.

Medici I medici specialisti ammettono di essere, almeno in parte, degli evasori: ma spiegano che ciò dipende dalle loro segretarie che, al termine della visita, non emettono fattura a causa dei contrattempi più impensabili. I più frequenti dei quali, secondo le statistiche, sono: "Mi scusi, ma mi è esplosa la biro a causa di un raro difetto di fabbricazione"; "Mi scusi, ma il blocchetto delle fatture è stato divorato nottetempo dalle termiti"; "Abbia pazienza, ma, a causa del bradisismo, si sta aprendo una voragine sotto i nostri piedi e dunque dobbiamo fuggire molto rapidamente"; "Le avevo appena preparato la fattura, ma un raggio spaziale di colore verdastro l'ha misteriosamente incenerita".

Chirurghi estetici In Italia, nel 2005, sono state fatturate solo dieci operazioni di plastica al seno, tutte intestate a Valeria Marini. Poiché risulta che le italiane con il seno rifatto sono circa due milioni, ne deriva che le operazioni in nero sono la quasi totalità. Tra i casi più imbarazzanti, quello di due chirurghi estetici di Foggia che ogni anno si operano a vicenda il naso, contemporaneamente, allungandolo o accorciandolo, pur di figurare nell'elenco dei pazienti e non in quello dei medici. La categoria si considera comunque calunniata, e sta per uscire 'Reddito zero', il polemico pamphlet di un chirurgo estetico di Varese conosciuto con lo pseudonimo di Aston Martin.

Mimi Chiedono di riconoscere ufficialmente la validità delle loro fatture, mimate con le dita. La loro deontologia professionale fa espressamente veto di parlare e di scrivere.

Cantanti lirici Accusato di avere fatturato sotto la voce 'motivetto' la sua interpretazione da protagonista del 'Lohengrin' di Wagner, il tenore Teodosio Cortemassima ha preferito trasferirsi a Montecarlo per difendersi meglio dalle accuse. Difficoltà con il Fisco anche per una coppia celebre, la soprano Mezzacuratolo e il baritono Willy Podgorsky, che hanno tentato di far passare per 'congiunti a carico' una coppia di elefanti usati per l'Aida.

17.10.06

Qualche domanda al premier spiato

di GIUSEPPE D'AVANZO - Repubblica

In qualsiasi altro - appena decente - Paese dell'Occidente, che un premier sia spiato da una grande azienda privata di telecomunicazioni sarebbe una notizia coi fiocchi. "Terrebbe" la prima pagina per settimane. Scatenerebbe la curiosità preoccupata dell'opinione pubblica. Costringerebbe i cronisti a rimboccarsi le maniche per afferrare qualche briciolo di notizia autentica. Solleciterebbe il Parlamento a interrogarsi. Magari convincerebbe quelle distratte aule vocianti a istituire addirittura una commissione d'inchiesta. In un qualsiasi altro Paese dell'Occidente accadrebbe di tutto tranne che la notizia coi fiocchi diventasse una notiziuccia presto seppellita da una coltre di silenzio. E dunque Prodi ha ragione a dolersene con El Pais. È vero: "È avvenuto un abuso molto grave". Anche se sprofondato in un flusso verbale che frulla confusamente i conti pubblici, la Telecom, la mozzarella, qualche imprudente inesattezza, l'avventata mossa di Rovati, sorprendenti riflessioni sull'equivalenza tra verità e menzogna, lo sconfortato rammarico del presidente del Consiglio non può essere abbandonato come una lettera morta.

Chi tace e perché, dunque? Per venirne a capo bisogna rinfrescare la memoria dei fatti anche al presidente del Consiglio perché l'affaire dei dossier illegali nasce non quando salta fuori lo spionaggio contro Prodi, ma quasi sette mesi prima. Prima delle elezioni. Prima della vittoria del centro-sinistra. Prima dell'ingresso di Romano Prodi a Palazzo Chigi, a noi di Repubblica - per dire - era già sufficientemente chiaro che fosse all'opera una "banda del ricatto": "Qualche ufficio riservato della Guardia di Finanza, di fatto controllato dall'intelligence. Le agenzie di investigazione che lavorano in outsourcing per l'intelligence. La sicurezza privata delle grandi aziende come Telecom che, con l'intelligence, hanno sempre avuto scambio di informazioni e di uomini" (Repubblica, 11 marzo). Non ci voleva poi Mago Merlino per concludere che il Paese era alle prese con "un "apparato" legale/clandestino deforme, pericoloso per la democrazia, scandaloso, ma del tutto "visibile" a volerlo vedere" (ancora l'11 marzo). Presto il tableau si arricchiva anche di qualche nome.

"È questo Cipriani (un private eye) che fa saltare il banco. È l'uomo di mano di Giuliano Tavaroli, già capo della sicurezza aziendale e responsabile della struttura Telecom che dispone le intercettazioni su ordine della magistratura. Il nome di Tavaroli conduce nel cuore stesso del Sismi. Meglio nell'ufficio stesso del direttore del Sismi Nicolò Pollari perché Tavaroli da decenni non muove passo senza la collaborazione di un carabiniere (Marco Mancini) che oggi è il braccio destro del capo delle spie" (Repubblica, 12 marzo). Chi voleva vederlo quell'intreccio oscuro e minaccioso ha avuto modo di farlo già a quel tempo, ma la politica ha preferito guardare altrove, quasi incapace di prendere atto dell'infezione, impotente a comprenderne il pericolo, addirittura impedita a programmare il necessario lavoro di bonifica. Si era alla vigilia delle elezioni e per molti l'appuntamento è valso da alibi. Ma dopo le elezioni?

Dopo le elezioni, la faccenda appare anche più grave. La politica può leggere (ancora Repubblica, 23 maggio) che la Telecom ha messo su "una rete spionistica per raccogliere dossier (veri e falsi) contro amici, nemici, politici, ministri, giornalisti, banchieri, magistrati, uomini di finanza, manager concorrenti e finanche arbitri e giocatori di calcio". E ancora non accade nulla. Non una protesta, non una lamentela, non una preoccupazione. Quell'apparato legale/clandestino sembra non interessare nessuno. Appaiono in gioco gli spazi di libertà e i diritti, ma tra chi governa la cosa pubblica (Parlamento, governo) si raccoglie soltanto il silenzio. Sepolcrale taciturnitas - imbarazzata o inquietante? - che si fa addirittura ostinatissima quando i protagonisti dell'affaire (Cipriani, Tavaroli, Mancini) finiscono in galera. I primi esiti delle inchieste giudiziarie sul sequestro di Abu Omar e Telecom, anzi, raccontano di una realtà ben più nera di quella fin lì svelata. Il nodo che stringe l'intelligence politico-militare di Nicolò Pollari con la Telecom di Tronchetti Provera è ben più stretto e i passi sono più storti di quanto si potesse immaginare. In Telecom, si apprende, esiste una "control room" e una "struttura S2OC" "capace di fare qualsiasi cosa, anche intercettazioni vocali: può entrare in tutti i sistemi, gestirli, eventualmente dirottare le conversazioni su utenze in uso, con la possibilità di cancellarne la traccia senza essere specificatamente autorizzato".

E poi giornalisti pedinati e intercettati dal Sismi; giornalisti "influenzati" per manipolare l'informazione; giornalisti pagati dal Sismi per pubblicare dossier falsi contro Romano Prodi (si accusa il premier, allora presidente della commissione europea, di aver autorizzato lui - e non il governo di Roma - i sequestri illegali della Cia). Neanche questa circostanza che lo coinvolge in prima persona - e il divieto assoluto di legge per il Sismi di ingaggiare giornalisti - sembra scuotere il presidente del Consiglio. Che sceglie, anche in questo caso, il silenzio. Anzi, peggio. Manda in Parlamento un sottosegretario a dire che tutto va bene perché il governo, che non sa nulla, ha chiesto a Pollari che cosa è accaduto e quello, come sempre, ha detto che non sa nulla, che i suoi uomini non gli hanno detto nulla e quindi non può essere successo nulla di quel che si va dicendo.

Prodi non fa una piega anche se la scena è alquanto comica. Conferma, sostenuto dai ministri dell'Interno, della Difesa e degli Esteri, la fiducia a quell'uomo che non sa nulla. Allunga l'ombra del segreto di Stato sul pasticcio di Abu Omar. Non sembra impensierito dalla connection che esiste tra l'affaire Telecom e i maneggi del Sismi. Può fiorire una quiete tale che il breve disordine dell'estate può essere ricomposto in autunno. Riapre l'Ufficio Manipolazione e Disinformazione di Via Nazionale che doveva azzoppare anche il premier con il dossier falso. Quel Mancini (braccio destro del capo) torna al lavoro a Forte Braschi. Nicolò Pollari è politicamente accreditato più di prima come i giornalisti al suo soldo, "perdonati" dall'analfabetismo etico della corporazione giornalistica e definiti addirittura "guerrieri della libertà" da Silvio Berlusconi. Che la lista degli spiati si allunghi ogni giorno di più (molti i ministri del precedente governo) non importa proprio a nessuno. Come sempre per le cose italiane, la faccenda appare molto grave, ma per nulla seria.

Fino a quando, e siamo ad oggi, Prodi decide di dolersi del silenzio. Meglio tardi che mai. Ma forse per spiegare il silenzio di oggi, Prodi dovrebbe farci sapere la sua sul silenzio di ieri. Perché quel che oggi incuriosisce è appunto l'improvviso scuotimento del governo e del premier. Che cosa è accaduto? Che cosa è cambiato? Qual è la novità che l'opinione pubblica non conosce? Perché quel che ieri non sollecitava alcuna reazione del governo, ora dovrebbe allarmare il Paese? Perché i gattini ciechi della Quercia che, fino all'altro ieri, andavano ripetendo, con Massimo Brutti, che "tutto va bene, madama la marchesa", oggi - toh!, con Massimo Brutti, sempre lui - invertono la rotta e strillano che "sono tornati i tempi della P2"? Con chi ce l'hanno? Che cosa sa quel Brutti che nessuno sa? Che cosa accade nel retrobottega del governo? Chi sono i "cattivi" e quale arma o minaccia hanno sfoderato? Ha ragione Prodi. Il silenzio che ha circondato la "banda del ricatto" e lo spionaggio illegale che lo ha coinvolto (e con lui migliaia di altri) non è decente. È ora di romperlo, finalmente. Per farlo, appare opportuno che Prodi ci faccia sapere che cosa lo ha convinto a rovesciare il tavolo. Per favore, signor presidente, ci dica che cosa diavolo sta succedendo lassù. O là sotto, faccia lei.

15.10.06

MAHATMA BONDI E IL DIGIUNO PER RE SILVIO

di Gian Antonio Stella

Un giorno, per metter alla prova la sua dedizione, gli chiesero che cosa sarebbe stato disposto a fare, per il «suo» Silvio. Rispose: «Andare in carcere». «Al posto suo?», insistettero. «Non solo al posto suo», si immolò: «Andrei in carcere per lui». Va da sé che, quando ha annunciato di voler fare uno sciopero della fame per il Cavaliere, c'è chi ha malignato. Poi c'è chi ha riso e chi si è inchinato rispettoso. Ma non uno si è stupito: un gesto così poteva farlo solo lui, Sandro Bondi.
Per ora l'ha solo annunciato, ma per cause di forza maggiore. Stremato da mesi di battaglia quotidiana, l'altra sera è stato colpito da un malore a Lucera, in Puglia e ha dovuto farsi ricoverare in ospedale per accertamenti. Tutto bene, per fortuna.
Dimettendolo, gli hanno però raccomandato di riposare. Lui, dicono, non vuol sentir ragioni: il tempo di rimettersi un po' in forze, cosa che gli auguriamo tutti, e si metterà nella ossuta scia del Mahatma Gandhi.
Daniele Capezzone, che come segretario dei radicali di digiuni se ne intende anche se non come il massimo esponente italiano del settore, Marco Pannella, è stato netto: «Al di là del merito e degli obiettivi, che tutti attendiamo di capire meglio, un'elementare regola di civiltà politica impone rispetto e attenzione».

Certo è che la scelta del coordinatore di Forza Italia, pur essendo nel solco di una lunga tradizione, è assolutamente inedita.
Gli archivi sono pieni di scioperi della fame. Cristina Morelli, consigliera ligure dei Verdi, ne fece uno (sia pure mitigato dal consumo quotidiano di cappuccini e succhi di frutta) contro una deroga regionale alla caccia a storni e fringuelli. Il sindaco di Pagani (Salerno) Alberico Gambino e tre consiglieri comunali contro la condanna a sei punti di penalizzazione e la squalifica dello stadio «Marcello Torre» dove giocava la Paganese. Il piccolo imprenditore Luca Armani contro il Tribunale di Bergamo che lo aveva condannato a togliere dal sito Internet del suo timbrificio quel cognome («Ma se è il mio! Ce l'ho da quando sono nato!») che poteva far pensare a Giorgio Armani. Alcune famiglie di Cervinara, provincia di Avellino, contro l'immobilismo delle autorità nell'opera di derattizzazione delle loro palazzine, immobilismo non scalfito neppure da un cortometraggio dal titolo «Balla coi topi».

L'aspirante deputata Wanda Montanelli smise un giorno di mangiare perché Di Pietro l'aveva tradita bocciando la sua candidatura. Clemente Mastella, esponendosi a un vistoso calo di due o tre etti, perché non gli davano (resta immortale il suo commento all'annuncio di averla avuta vinta: «Meno male, non ce la facevo più») certi rimborsi elettorali. Ignazio Garsia, fondatore del Brass group palermitano, perché la politica culturale penalizza il jazz. Nando Orfei perché gli impedivano di usare al circo le tigri e gli elefanti.
E perfino il Mago Zurlì annunciò un giorno la clamorosa protesta contro una procedura d'urgenza dell' Ispettorato comunicazioni che aveva bloccato il via alle trasmissioni di una emittente specializzata in cartoni e pupazzi, a partire da Topo Gigio: «Mamma! Che gruviera!». Uno sciopero della fame per difendere un impero televisivo dall'assalto bolscevico però, se sarà confermata la motivazione, non lo aveva ancora fatto nessuno. E fa di Sandro Bondi, in un mondo di infedeli, un gigante della fedeltà assoluta. In un pianeta come la politica dove tutti sono pronti a tirare indietro la gamba, lui si espone fino in fondo accettando per amore di quello che rispettoso chiama «il Presidente» («P» maiuscola e flautata) ogni possibile supplizio. A partire dai dardi dell' ironia di chi gli ricorda come il digitale terrestre, oggi denunciato come un infame esilio imposto a Retequattro dai «banditi» rossi, era sventolato due anni fa da Maurizio Gasparri a riprova della bontà della sua riforma giacché «entro il 1? gennaio 2005» sarebbe stata raggiunta la copertura del 70% della popolazione: «Il digitale terrestre è una scelta strategica fatta da tutta l'Europa e va finanziata perché la popolazione dovrà rinunciare alla tv analogica».

Ma lui, da quando era comunista, è fatto così: si dà tutto. Anzi, sfida i sorrisetti altrui rivendicando la sua parte fino in fondo, quasi a farne un punto di forza. Ostenta la foto del Cavaliere sul comodino. Accetta senza un lamento per il bene del partito d'essere segato: «Come disse Natta mentre i colonnelli del Pci lo pugnalavano alle spalle: sono un felice frate elevato a priore». Scrive poesie dal titolo «A Silvio»: «Vita assaporata Vita preceduta Vita inseguita Vita amata Vita vitale Vita ritrovata Vita splendente Vita disvelata Vita nova». Si lascia rosolare da Claudio Sabelli Fioretti che gli chiede un difetto del suo amato: «Un difetto di Berlusconi... Un difetto di Berlusconi... Non so... Non riesco a trovarlo...». Offre la testa al patibolo dopo la catastrofe (quattro milioni di voti in meno) alle Europee del 2004: «Forza Italia ha una piccola flessione. Forza Italia però, non Berlusconi. Io come coordinatore ne trarrò le conseguenze».
Si fa beccare da Sgarbi mentre, vedendo entrare il Sommo Silvio mentre lui è al microfono, dice: «Mi scusi Presidente se parlo in sua presenza». Arrossisce se gli chiedono: «Tra Berlusconi e la famiglia a chi vuole più bene?». «Spero di non dovere mai scegliere». Sabina Negri, già moglie di Roberto Calderoli, una volta lo fotografò così: «Sono sicura che se rinascesse vorrebbe essere Veronica». Ma lo farebbe, Veronica, uno sciopero della fame per Retequattro?

13.10.06

Le grisaglie in piazza - "Operai? No, notai"
di ALBERTO STATERA - Repubblica

ROMA - "Workers?" chiede un po' stralunata nella marea umana una distinta signora americana che cerca invano di entrare a visitare il Colosseo. "Non operai, notai", risponde un gentile signore in grisaglia che marcia per i Fori Imperiali sotto un cartello che, per l'appunto, designa, tra le tante, la categoria professionale protestataria cui appartiene. "What's notai?" fa la gentile signora.

E il signore allunga un po' il passo. Come spiegare a una distinta signora che presumibilmente viene dalla California che in Italy c'è sempre voluta una firma del notaio, libero professionista, ma al tempo stesso pubblico ufficiale, per vendere un'auto usata o per comprare un appartamento? In America e in quasi tutto il mondo per acquistare un'auto basta aggiungere i propri dati al libretto di circolazione e per comprare un appartemento basta andare su Internet a verificare la proprietà dell'immobile e l'esistenza di eventuali ipoteche. Il notaio, icona canora dell'Italia anni Cinquanta ("Porto il mantello a ruota e fò il notaio") non esiste.

Il signore in grisaglia incede verso piazza Venezia, dove incravattato si scontrerà di lì a poco con un cordone di celerini che bloccano il passaggio, come fosse un no-global di quelli che anni fa a Genova furono bastonati.

E' la pattuglia dei notai, pur modesta per numero, un po' il "brand", il marchio di questa marcia, più degli avvocati, dei dottori commercialisti, dei ragionieri, dei dentisti, dei geometri, dei farmacisti, dei geologi, dei chimici, degli attuari, dei dottori agronomi, dei dottori forestali, dei consulenti del lavoro, degli architetti, degli ingegneri, delle ostetriche, dei veterinari, degli spedizionieri doganali, degli infermieri professionali.

Perché ti chiedi: cosa hanno in comune con tutte queste categorie professionali? Certo non il reddito, né il tenore di vita.

Mentre suona la banda di Mondragone assoldata dagli avvocati del Foro di Santa Maria capua Vetere, il gruppetto notarile, sordo ad ogni goliardia di massa, si muove con la dignità di una specie di casta sacerdotale. Noblesse oblige. Sapete chi è sull'inarrivabile vetta dei redditi dei lavoratori autonomi? I notai. E soprattutto sapete con quale cifra media? 428.497 euro all'anno, come dire una settantina di milioni al mese procapite delle ex lire.

E sono le dichiarazioni dei redditi spedite a quel vampiro di Visco. Il che significa che qualcuno di loro guadagna 300 mila e qualcuno 600 mila e molto di più. Spesso sono professionisti coi fiocchi e possono evadere il fisco meno delle altre categorie perché hanno il repertorio, ma ciò non esclude che molti di loro facciano parte di quelle poche decine di migliaia di soggetti che detengono il 15 per cento della ricchezza nazionale, pari alla ricchezza complessiva di alcuni milioni di poveri.

E' forse questo ceto medio, come sostenevano oggi incedendo per i Fori Imperiali Fini, La Russa, Alemanno, Gasparri, il vecchio liberale Alfredo Biondi e il molto ex socialista Maurizio Sacconi? Ben difficile sostenerlo, come è difficile sostenerlo per gran parte dei marciatori in corteo, per i farmacisti (103.830 euro di reddito lordo dichiarato), i dottori commercialisti (63.861), i medici liberi professionisti (53.662), i dentisti (42.825).

Questi ultimi, cui evidentemente il reddito dichiarato diciamo che non fa giustizia, sono tra i più incavolati per l'obbligo di riscuotere i compensi esclusivamente con assegni non trasferibili o bonifici bancari per importi superiori ai 100 euro dal primo luglio del 2008. Ma perché se uno ti paga con un assegno o un bonifico non ti va bene, in un mondo in cui il denaro contante quasi non si usa più e si paga soprattutto con la plastica delle carte di credito?

Quale lavoratore dipendente, anche quelli da 200 mila euro, protesterebbe per un assegno o un bonifico, visto che le tasse gli sono trattenute alla fonte dal datore di lavoro?

Poi ci sono gli avvocati, non una pattuglia esile come quella dei notai, ma numerosa tra il Colosseo e i Fori Imperiali almeno quanto quella degli infermieri professionali. Chiedete al professor Francesco Giavazzi, l'uomo dell'agenda delle liberalizzazioni cui il ministro Bersani s'è un po' ispirato, perché questo paese trabocca di legulei, più numerosi che in ogni altra parte d'Europa, e perché sono così arrabbiati per le riforme.

Vi spiegherà che, pur a disparità di reddito, non solo c'è un filo ideale che collega gli avvocati ai farmacisti, ai notai e ai conducenti di taxi perché tutti in qualche modo sono percettori di "rendite", ma che gli incentivi distorti legati alla determinazione dell'onorario dei legali sono un impedimento a ogni riforma del rito civile, con una riduzione delle udienze.

Più udienze uguale più parcelle e quindi l'interesse a far durare il processo il più a lungo possibile.
"Bersani, cambia pusher", dice uno striscione che ondeggia sulla testa di la Russa, "Prodi, una faccia che scor. aggia", un altro che sovrasta le ostetriche, "Eutanasia per Mastella", strilla il cartello dei dentisti.

Ma stavolta che c'entra il povero Mastella? "E' il ceto medio - strologa l'ex viceministro Adolfo Urso - è come la marcia dei quarantamila tanti anni fa a Torino contro lo strapotere sindacale". "Coraggio, coraggio, Prodi è di passaggio", intona lo slogan dei girotondini borghesi. Prodi è avvertito, i tentativi di riforme liberali in questo paese sono quasi un'utopia. E, a parte il folclore di questa singolare neo-marcia dei quarantamila, in qualche modo dovrà tenerne conto.

10.10.06

Niente giornalista niente problema
di Astrit Dakli - Il Manifesto

Non è difficile uccidere dei giornalisti. Fanno un mestiere che li espone all'odio e circolano indifesi. Si può perfino usare la loro uccisione per fare un regalo di compleanno, come quello che Vladimir Putin ha ricevuto ieri per i suoi 54 anni: la testa di Anna Politkovskaja, la più feroce critica del suo regime. Forse è un regalo avvelenato, che se lo sia ordinato da solo o che gli sia stato fatto da altri: tutti attribuiranno comunque al presidente russo la responsabilità di questo assassinio e non è gradevole neppure per un ex agente del Kgb vedere la propria firma messa in calce a un omicidio illustre - anche se in Russia uccidere giornalisti scomodi è ormai una tradizione. Poco cambia se, come è probabile, l'ideazione e l'attuazione di questo delitto vengono dalle alte sfere delle forze armate (di cui Anna Politkovskaja ha troppe volte messo a nudo la ferocia, l'incompetenza e l'avidità di denaro e di potere) più che direttamente dal Cremlino.
Non è stato certo difficile uccidere questa giornalista. Sparare nell'ascensore di casa sua a una donna priva di ogni difesa è un gioco da ragazzi; quanto all'inchiesta, già il fatto che l'omicida non abbia avuto problemi a lasciar sul posto pistola e cartucce e a farsi vedere da alcuni testimoni fa capire che essa non andrà lontano. Del resto, non ci sarà un'ondata di indignazione per questo omicidio. Chi denuncia le malefatte dei militari in Cecenia o le collusioni tra mafiosi, giudici e politici non è molto popolare: è solo un «rompicazzo», come Anna veniva elegantemente definita. Vladimir Putin nei mesi scorsi ha fatto un repulisti nella Procura generale, da tempo accusata da tutte le parti (compresa Anna Politkovskaja) di essere troppo al servizio del Cremlino: ma i nuovi arrivati, procuratore capo in testa, sono ancor più fedeli al presidente di coloro che sono stati rimossi. Qualcuno vuol scommettere sugli esiti di questa inchiesta? Non è mai difficile uccidere dei giornalisti, soprattutto se sono persone libere, che vogliono fare il loro mestiere fino in fondo e raccontare le cose che il potere - quello dei grandi boss mondiali come quello dei piccoli boss di quartiere - vuole invece tenere nascoste. Due esempi freschi: ieri a nord di Kabul, in una zona che il regime afghano e la Nato definiscono «calma» e che è controllata da signori della guerra locali, sono stati uccisi due reporter tedeschi di Deutsche Welle. Volevano vedere cosa succedeva lì; ovviamente non avevano alcuna scorta. Il mese scorso in un carcere di Ashgabad (Turkmenistan) è stata uccisa Ogulsapar Muradova, giornalista turkmena molto critica del regime satrapico imposto da Saparmurat Niyazov al suo paese: non era accusata di niente, ma la sua voce dava fastidio - meglio arrestarla e strangolarla, senza neanche simulare, come a casa dell'amico Putin, un omicidio ad opera di ignoti.
P.S. La politica degli editori verso i giornalisti, qui a casa nostra, rivela (senza sangue e violenza, certo) la stessa ansia di normalizzare e conformare che sta dietro l'omicidio di Mosca. I giorni di blackout informativo che abbiamo alle spalle - lo sciopero dei giornalisti contro il precariato dilagante e per un nuovo contratto - testimoniano che anche nelle redazioni dei paesi «liberi» si preferirebbero più dita ubbidienti sulle tastiere e meno teste libere che pensano. Non è una bella prospettiva.

9.10.06

Noi complottisti

I complottisti dell'11 settembre scrivono al direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli ed a Pierluigi Battista, Sergio Romano, Enrico Deaglio

Caro Direttore,

chiedendo a Lei (o, se ciò è da Lei ritenuto più opportuno, al dott. Sergio Romano ) di pubblicare questa nostra lettera ci appelliamo, prima che alla legge sulla stampa, al Suo rispetto per la verità.

Nella rubrica "Opinioni" di qualche giorno fa, il dottor Pierluigi Battista indica i sottoscritti e altri loro omonimi, che noi non conosciamo (deduciamo ciò dal fatto che egli ci denomina "i Giulietto Chiesa e i Franco Cardini": siamo dunque più di due) quali titolari di un "circo itinerante dei complottisti" che starebbe facendo "un tour" per propagandare una "Grande Cospirazione ...intessuta di colossali sciocchezze" a proposito dei fatti dell'11.9.2001. Le sciocchezze che noialtri "maniaci del complotto" propaganderemmo sarebbero state smentite dal n.XI.37/38 del "Diario" diretto da Enrico Deaglio"che ha portato in Italia il lavoro certosino di trenta giornalisti del Popular Mechanics i quali avrebbero smascherato il "cumulo di menzogne e di teoremi bislacchi al centro della grande fantasia complottista". Pertanto, a quel che sembra, noi propaganderemmo "un sacco di bugie".

Purtroppo per il Suo valente collaboratore, la realtà è ben diversa. Enrico Deaglio ha riciclato, con un anno e mezzo di ritardo, il numero del marzo 2005 della rivista Popular Mechanics in cui compariva un'inchiesta-dossier dal titolo Debunking 9.11 lies ("Smentiamo le menzogne dell'11 settembre"), redatto non da "trenta giornalisti", bensì da uno solo, Benjamin Chertoff, dal giornale definito our senior researcher ("il nostro ricercatore più esperto"), il quale avrebbe – a suo dire – intervistato ben 300 testimoni. Preferiamo tradurre senior con "più esperto" (la lingua inglese usa tale aggettivo in questo senso), giacché non possiamo credere ch'egli sia "il più vecchio", come una traduzione letterale indurrebbe a far credere. Difatti, il signor Chertoff è un promettente venticinquenne. Ignoriamo quanto sia esperto, e in quali campi, ma una cosa la sappiamo: egli è nipote di Michael Chertoff, un signore che il Presidente Bush ha nominato a capo del Dipartimento "Homeland Security". Un ministro, quindi: il quale ben conosce le questioni dell'11 settembre, in quanto era a quel tempo assistant attorney a New York (e in tale veste è stato anche sospettato di aver occultato alcune prove che sarebbero state utili all'inchiesta). La parentela è stata confermata dal giornalista Christopher Bollyn su American Free Press del 7 marzo 2005 (al quale
il Chertoff aveva cercato di mentire, negando il fatto). Naturalmente, dopo che negli States la cosa è stata smascherata, il dossier di Popular Mechanics è rapidamente scomparso dalla circolazione: oggi più nessuno lo citerebbe senza coprirsi di ridicolo. Ma, come accade sovente, lo si è ripresentato sotto altra forma (il libro Debunking 9/11 myths a cura di David Dunbar e Brad Reagan, Hearst Books, nato già vecchio) e intanto, secondo una buona regola commerciale di stampo liberista, si è cercato di riciclarlo alla periferia dell'impero. Non fanno così le multinazionali, quando "regalano" ai bambini africani derrate e medicinali scaduti, deducibili dalle imposte? Ha quindi davvero ragione la copertina del periodico del Deaglio: "Una boiata pazzesca".

Pertanto, tutto quello che, riassumendo il Deaglio che ricicla il Chertoff, il Battista afferma a proposito dei dubbi emersi su alcuni aspetti della ricostruzione ufficiale di quella tragica giornata, non solo è stato ampiamente contestato dal marzo dello scorso anno ad oggi, ma è destituito di plausibile fondamento. E' purtroppo stato altresì accertato che i molti pretesi intervistati dal Chertoff si riducevano da intervistati a ripetitori delle tesi avallate e fatte proprie dall'amministrazione Bush, quando non addirittura a persone in un modo o nell'altro legate agli organi governativi. Quanto noi affermiamo, e molto di ben più grave, è ampiamente documentato in molte ricerche uscite sia a stampa, sia on line. Ci limitiamo a citare almeno tre fra le pubblicazioni più serie e attendibili: Jürgen Elsässer, Comment le Jihad est arrivé en Europe, Vevey, Xenia, 2006 (l'edizione originale è in tedesco; quella francese si avvale di una Prefazione di J.-P. Chevènement); Webster Tarpley, 9/11. Synthetic terror made in USA, Joshua Tree, California, Progressive Press 2006, ben 492 pagine; Barrie Zwicker, Towers of deception. The media cover-up of 9/11, New Society Publishers (Canada), 2006, pp.400 accompagnate dall'impressionante DVD The great conspiracy. Aspettiamo con ansia il prossimo elzeviro dell'amico Battista, quando si sarà letto queste oltre mille pagine. Cordiali saluti.


Giulietto Chiesa e Franco Cardini
Dalla nostra carovana circense,7.10.2006.