26.2.07

Il perdente radicale

di Barbara Spinelli - la Stampa - 25-02-2007

Per capire la natura dell’ultima crisi di governo bisogna probabilmente smettere di usare questa parola: crisi. Crisi ha qualcosa di subitaneo e circoscritto: l’atto d’irresponsabilità di due senatori della sinistra radicale avrebbe precipitato un governo già di per sé litigioso, ma il caso di coscienza non si estenderebbe oltre il perimetro della maggioranza. Il dizionario Devoto descrive la crisi come «esacerbazione o insorgenza improvvisa di fenomeni morbosi violenti, per lo più di breve durata». Crisi è anche un eufemismo: tutto il tessuto intorno è sano, solo quel punto lì è strappo da rammendare.

Meglio dunque parlare di malattia, o di male italiano. È un male non legato a una sola forza ­ l’ideologismo di un’estrema sinistra che ha avuto la sciagurata leggerezza di candidare irresponsabili al Parlamento ma è una patologia che affligge la maggior parte dei politici e quasi tutta la classe dirigente (cioè chiunque eserciti indirettamente responsabilità nella pòlis: attori economici, intellettuali, giornalisti). I sintomi sono chiari: una perdita di memoria che sconfina nell’amnesia, una profonda sottovalutazione del pericolo che si corre quando s’occulta il passato, una mancanza continuativa di coscienza etica. Quel che si è dimenticato è l’epoca che segna il nostro tempo: dieci anni dominati da Berlusconi, caratterizzati da un rapporto arbitrario con la legge, una monocrazia televisiva, una confusione sistematica tra interesse pubblico e interesse privato. La minaccia che si sottovaluta è il ritorno di quell’esperienza. La coscienza etica mancante è quel che impedisce di riconoscere in se stessi la soggezione, radicata e quindi malata, alla forza di Berlusconi. Quest’ultimo continua a determinare il nostro modo di giudicare la politica, di semplificarla, di sprezzarla. In realtà sono nove mesi che gran parte della classe dirigente guarda al governo Prodi attraverso le lenti falsificatrici di Silvio Berlusconi.

Se la crisi sembra al momento superata, se i partiti dell’Unione hanno deciso di non farsi più la guerra e di provare un’intesa rispettosa della guida di Prodi, è perché tali mali sono stati intuiti. Come spesso accade, la paura può esser consigliera cattiva ma anche ottima, e la paura di riconsegnare per la terza volta l’Italia a Berlusconi ha dato forza e nuovo senso della realtà alla coalizione. La paura può servire anche ad aprire salutari casi di coscienza, nella sinistra radicale ma non solo: nella maggioranza, nell’opposizione, e in chiunque osservi e commenti la politica nazionale. È come se per tutti un gioco finisse, distruttivo-autodistruttivo, e il caso di coscienza consiste nel guardare in faccia quella soggezione verso Berlusconi. Sono mesi che quest’ultimo proclama illegittimo il governo ed è un giudizio che inconsapevolmente è interiorizzato da molti. L’intimidazione è enorme e produce malattie che scombinano le menti: le più svariate menzogne vengono prese per vere, i riconteggi dei voti d’aprile vengono accettati creando precedenti gravi, il tentativo di conciliare la sinistra radicale con la responsabilità è giudicato in anticipo inane e in genere passa l’idea che un governo vada giudicato sull’istante, all’ombra del prossimo voto locale, non sull’arco di qualche anno almeno di legislatura.

È una strana sindrome, che fa pensare al perdente radicale descritto da Enzensberger. Nel perdente radicale, osserva lo scrittore citando il filosofo Odo Marquard, «la delusione aumenta con ogni progresso, perché dove i progressi civili sono effettivamente vincenti ed eliminano effettivamente i mali, raramente suscitano entusiasmo: diventano ovvii, e l’attenzione allora si concentra sui mali che restano. Vige insomma la legge della crescente incidenza del rimanente. Quanto più negativo scompare dalla realtà, tanto più irritante diventa il negativo residuale, proprio perché diminuisce» (Enzensberger, Il perdente radicale, Einaudi). Il terroristico perdente radicale è scontento di qualsiasi presente. L’antipolitico spregio della politica, ereditato dal decennio berlusconiano, ha radici che sopravvivono. Sono tante le menzogne di Berlusconi, e tutte mirano a far apparire Prodi illegittimo. Ha cominciato fin dall’inizio della legislatura e in questi giorni ha moltiplicato gli attacchi di questo genere senza che nessuno l’obbligasse a tener conto della legalità oltre che della sua idea di legittimità extralegale. Poi con Alleanza Nazionale e altri partiti ha ripetuto che i senatori a vita non possono sostenere la maggioranza senza perdere dignità morale e anche in tal caso pochi hanno obiettato. Anche questa è soggezione e sta a indicare come l’Italia, contro le speranze di Montanelli, non sia ancora vaccinata.

Perché l’intimidazione funziona in pieno, come se Berlusconi fosse ancora al potere pur non essendo più al governo. Come agli inizi della sua carriera politica, è il controllo sociale che continua a latitare, e questo gli permette di mentire impunemente. Chi urla contro i senatori a vita mentre vanno a votare usa una violenza spaurente non molto diversa dai manganelli. Chi li denuncia farebbe bene a ricordare la lettera che Cossiga, irritato per le accuse d’immoralità rivolte ai senatori a vita nel maggio 2006, quando Prodi ebbe la fiducia, scrisse a Berlusconi. Puntigliosamente, Cossiga ricorda il giorno in cui quest’ultimo ottenne la fiducia dei senatori, il 18 maggio ’94: «Fui autorevolmente incaricato (...) di “organizzargliene” una (di fiducia)! I senatori erano trecentoventisei, di cui undici erano senatori a vita, presenti in Aula furono trecentoquindici e trecentoquattordici i votanti; centocinquantotto voti era la maggioranza richiesta. Votarono sì centocinquantanove senatori, centocinquantatré furono i contrari e due gli astenuti, che al Senato valgono per voto contrario. Il governo Berlusconi ottenne la fiducia per un solo voto, a garantirla tre senatori a vita: Giovanni Agnelli, Francesco Cossiga e Giovanni Leone. Nessuna accusa di immoralità ci fu rivolta allora né dalla sinistra né da te!». Ma non solo chi denuncia dovrebbe ricordare. È responsabile anche chi lascia dire stupidaggini (telegiornali, quotidiani, politici) senza subito ricordare agli italiani i fatti del passato.

Adesso che si tenta una ripresa del governo Prodi sarà utile riconoscere il persistere di questa sindrome, di intimidazione e soggezione: consegnare per la terza volta l’Italia a Berlusconi è un’opzione che deve sparire. Questo vuol dire far politiche riformiste e una politica estera coerente con gli impegni internazionali ma anche eliminare il triplice male dell’amnesia, della sottovalutazione dei pericoli, della menomata coscienza etica.

Significa smettere di fare favori personali a Berlusconi e dunque approvare al più presto una legge sul conflitto d’interessi, senza ripetere il gravissimo peccato d’omissione della sinistra nel 1996-2001. Rinviarla per l’ennesima volta sarebbe non un errore, ma un crimine. Significa non lasciar passare le menzogne sui senatori a vita. Significa, per personalità che tengono all’etica come Pier Ferdinando Casini, sottoporre a esame i propri comportamenti durante il governo Berlusconi e ammettere, come fa oggi Follini, che governare con Calderoli non è meno peggio che governare con Diliberto. Significa votare con questo governo, se la politica estera di D’Alema rompe con le scelte berlusconiane in nome d’una continuità con De Gasperi-Andreotti. Votando contro, Andreotti ha non solo votato contro se stesso. Ha fatto politichetta anziché politica.

Ha scritto Eugenio Scalfari nei mesi scorsi che l’Italia è come uno specchio rotto: ognuno crede di scorgere nel frammento il tutto, e non vede in realtà che se stesso. Non sarà male che questa tentazione finisca, e ben venga l’autorevolezza rivendicata da Prodi. Forse i punti 11 e 12 del suo piano sono i più essenziali, riguardando proprio questo: il suo portavoce sarà portavoce non solo del premier ma del governo, e in caso di contrasto nella maggioranza sarà Prodi a decidere. Lo stesso Scalfari aveva consigliato quest’autorevolezza, quando chiese al premier di esercitare una dittatura di salute pubblica. Questo gli darà forza nell’Unione, verso gli oppositori, e non per ultimo nei rapporti con chi nella Chiesa vorrebbe far politica al posto dei governi sui «temi sensibili».

Il nome scabroso di dittatura è stato dato perché s’adatta allo speciale dramma di Prodi. La sua è una sorta di Grande Coalizione escogitata per uscire dal berlusconismo, che non è stato una dittatura ma un’anomala monocrazia. È una coalizione che s’apparenta al Cln, il Comitato di Liberazione Nazionale formato tra le forze più diverse per ricostruire una legalità dopo il ’43. Se oggi Berlusconi è ancora così potente (influenzando telegiornali, giornali, politici) vuol dire che non ne siamo usciti. Che da questa malattia urge guarire, ciascuno facendo un esame di coscienza. Cercando di capire cosa stiamo dimenticando, quale pericolo stiamo sottovalutando, quel che dobbiamo fare per rimettere un po’ di morale e verità nella politica.

19.2.07

«Cento aerei da passeggio»

Franca Rame e Dario Fo alla manifestazione di Vicenza

Evviva! Avremo anche noi una potente aviazione da guerra con la bellezza di 133 aerei da combattimento che abbiamo appena ordinato agli Stati Uniti. Qualche giorno fa il senatore Lorenzo Forceri, su incarico del Governo, si è appositamente recato, quasi in segreto, a Washington per firmare l’accordo. L’acquisto ci costerà molto caro, ma alcuni tecnici della coalizione governativa ci assicurano che sarà un affare. Ogni macchina da guerra volante verrà assemblata in Italia, esattamente in un grande atelièr di alta meccanica presso Novara. Ci lavoreranno circa 200 operai.

Evviva! Così abbiamo risolto il problema dell’occupazione e dei precari. E’ importante sapere il nome con cui vengono ufficialmente chiamati questi apparecchi d’assalto: Joint Strike Fighter che, tradotto un po’ all’ingrosso, significa caccia bombardiere d’attacco e immediata distruzione.

Ma scusate: Prodi e il suo apparato governativo non ci avevano assicurato che tutte le nostre missioni all’estero, a cominciare dall’Afghanistan, sarebbero state assolutamente missioni di pace e profondamente umanitarie? Io mi credevo che “immediata distruzione” significasse cancellazione totale di obiettivi militari e anche civili casualmente abitati dalle solite vittime collaterali con lancio di napalm, bombe a grappolo e fosforo bianco. “No!”, sono stato subito corretto dalle dichiarazioni dei ministri della guerra Usa. Ci hanno spiegato che quelle bordate di luce accecante sono in verità luminarie per creare effetti festosi e rendere splendenti le immagini paesaggistiche della zona. Ma veniamo al dunque.

Cosa costa in realtà ogni singolo “Fighter Distructor”? Ecco la cifra: esattamente 100 milioni di euro cadauno. Ma non si concedono prototipi singoli: il contratto vale solo se si acquista lo stormo al completo. Nel nostro caso si tratta di 133 aerei. Prendere o lasciare! Così il blocco volante ci verrà a costare 13 miliardi di euro più trasporto, assemblaggio, tecnologia di ricambio, macchine robotiche e uno staff di tecnici della casa costruttrice per la manutenzione e le varianti tecnologiche, giacché il vero collaudo dei volatili meccanici dovrà svolgersi sulle nostre basi che evidentemente abbisogneranno di strutture e hangar speciali. Gli apparecchi di questo stormo avranno eccezionalmente la facoltà di essere riforniti di carburante in volo, quindi la nostra squadra fighter dovrà essere dotata di apparecchi cisterna che seguiranno la flotta di combattimento per pompare a tempo debito il pieno necessario all’azione. Nelle spese dobbiamo ancora aggiungere l’assetto tecnico per i piloti in combattimento: armi leggere di bordo, mitragliatrici da 20 millimetri, razzi e missili, qualche cannone per non essere da meno e la possibilità di caricare ogive atomiche tattiche o pesanti. Il tutto non è compreso nel prezzo iniziale.

Alcuni tecnici da noi interpellati hanno sparato costi da capogiro. Sempre a livello di miliardi di dollari! Una cifra che da sola ci permetterebbe di risolvere d’acchito il problema della disoccupazione giovanile in Italia, aggiunto al problema delle pensioni, oppure finalmente finanziare la ricerca. Ma che scherziamo?! Buttiamo i denari per le pensioni agli anziani e gli asili nido, con ‘sti vecchi che continuano imperterriti a campare oltre il limite mondiale stabilito dall’Onu, e i neonati la cui percentuale di sopravvivenza dopo il parto è cresciuta a dismisura?!! E menomale che possiamo avvalerci di una sanità da terzo mondo! L’Italia deve tornare a livelli guerrieri dell’antica stirpe, pardon… l’aveva già detto Mussolini? Come non detto! E poi vogliamo giocarci l’amicizia del Governo di Bush presentandoci inermi al prossimo conflitto? Basta con questo popolo di mammoni e di “tengo famiglia”. Sacrifichiamo i nostri pochi quattrini, che del resto non abbiamo, pur di guadagnarci una degna alea di potenza guerresca. Facciamoci valere per dio!, come disse un nostro degno politico. Chi l’ha detto? Bondi? La Russa? Berlusconi? Lasciamo correre… e torniamo alle cose serie.

Il fatto curioso e nello stesso tempo sconvolgente è che nessun giornale, fra i numerosi cosiddetti indipendenti, ne abbia parlato, o almeno dato accenno, a partire da la Repubblica, il Corriere, il Messaggero etc. L’unico che ne aveva trattato largamente è il Manifesto. Ma prima di questo quotidiano, chi ha dato notizia dell’inqualificabile acquisto? Due vescovi del Piemonte che in un comunicato osservavano che l’acquistare un così gran numero di potenti aerei da combattimento, attacco e distruzione non era certo un amoroso segnale di pace e non faceva intravedere un programma consono alla costituzione italiana che “ripudia la guerra”. Anzi, se si accumulano armi per guerre dette preventive arriverà il momento in cui bisognerà pure adoperarle. E ancora i vescovi si chiedono: a che servono simili ordigni di morte in un programma di aiuti umanitari, costruzione di scuole, asili nido, ospedali, distribuzione di cibo e medicine?

E sullo stesso argomento leggiamo sul sito di Pax Christi: il governo italiano ha pochi soldi e vi sembra sensato che si sperperino miliardi per procurarci un assetto di quella potenza distruttiva? Sappiamo che l’intento del comando militare USA in Pakistan è di sferrare nell’immediata primavera, in collaborazione con tutti i reparti militari che operano nel Paese sotto l’egida dell’Onu, un attacco definitivo contro i talebani, che si stanno fortemente riprendendo nelle regioni del Sud in loro possesso. E il comando Usa ribadisce, se mai non si fosse capito: tutti i contingenti di varie nazionalità dovranno partecipare all’attacco a fianco delle forze americane. Quindi niente manfrine e furberie d’acquattamento: guai a chi scantona!

Ecco perché il governo italico firma impegni d’armamento d’attacco pesante! È come dire: io ci sto, ci stiamo armando. Ho detto armando? Mi ricorda una canzone: è caduto giù l’Armando. Ma non scherziamo!

Per finire con i diabolici Fighter, c’è un ultima notizia, naturalmente taciuta dal nostro governo libero e giocondo, una notizia tenuta nascosta dai quotidiani governativi e d’opposizione, radio, televisioni e svelata soltanto sul sito di Pax Christi, sul Manifesto, e da alcuni movimenti pacifisti nei loro blog. I velivoli in questione sono prodotti da una nota impresa aeronautica, la Lockheed, la stessa che una trentina d’anni fa pagò nostri ministri e capi del governo della Dc, versando miliardi in tangenti, perché lo Stato italiano scegliesse di acquistare da loro speciali aerei da guerra. Ma allora è proprio un vizio! È inutile, quello è il motto dei nostri dirigenti moderati: “Se proprio non vuoi prostituirti, almeno chiudi un occhio e collabora!”.

Ma qui c’è un’ulteriore notizia veramente gustosa: veniamo a sapere che la Lockheed in questione ha proposto l’acquisto degli stessi “Fighter-ammazza-e-fai-strage” all’Olanda. Il governo dell’Aia, come sua abitudine, di democrazia reale, ha reso nota al pubblico l’operazione e ha richiesto all’America i progetti e gli abbozzi di prototipi. Dopo averli esaminati per lungo tempo con la consulenza di ingegneri specialisti del settore, ha decretato: “Grazie, ma non se ne fa niente. Questi apparecchi non corrispondono ai requisiti che si promettevano nel progetto. Per di più ci verrebbero a costare una pazzia e noi non siamo in grado di sostenere un simile salasso. Quindi rigettiamo la proposta. Ci spiace, ma sarà per un’altra volta.”

Il nostro governo, invece, non ha bisogno di produrre inchieste, verifiche e controlli. Noi si va sulla fiducia! Acquistiamo a scatola chiusa, senza nemmeno conoscere quale sarà il prezzo finale di ogni aereo, al termine dei collaudi e delle varianti. Se poi non funziona sono fatti nostri. Vogliamo disdire il contratto? Passare per anti-americani?! Non se ne parla nemmeno. Ingoiamo il rospo e speriamo che voli!

Vicenza: una base militare? No… solo culturale! Ma forse abbiamo tergiversato un po’ troppo. L’argomento principale di cui dobbiamo trattare è quello di altri aerei e altri aeroporti… in particolare parleremo dell’allargamento della base militare Usa a Vicenza.

Ma il tema che vi proponiamo è ancora più ampio e coinvolge tutte le basi americane in Italia e in Europa. Perché vi facciate un’idea realistica, le basi militari Usa conosciute nel mondo sono oggi oltre 850, il doppio di quelle dell’impero romano d’occidente nel momento della sua massima espansione. In Europa sono 499. In otto di questi siti europei sono custodite 480 testate nucleari (Left 26 genn). Un esercito di 150.000 uomini (civili e militari) presta servizio in queste basi. Una città… come Vicenza!

Mantenere un simile assetto costa 10 miliardi di dollari l’anno solo per la manutenzione ordinaria. Ottanta milioni di dollari vengono spesi soltanto per tenere in ordine i campi da golf dove si sollazzano gli ufficiali. Se non fai un po’ di moto, sparando palline qua e là, che vita è? Con questo malloppo di dollari si potrebbe risolvere il problema dell’Aids in Africa oppure, con un po’ più di impegno, la fame nel mondo.

A queste basi va aggiunto un numero imprecisato di strutture segrete – avamposti per le intercettazioni delle comunicazioni, centri di spionaggio, basi aeronavali e sommergibilistiche – spesso invisibili allo sguardo ma pienamente operative per fini sconosciuti. Questa caterva di basi, visibili e segrete, di fatto sconvolge letteralmente la vita dei territori dove vengono insediate e ci fa capire – come diceva il grande storico e filosofo francese Michael Foucault – come oggi la sovranità imperiale non sia più basata, semplicemente, sul potere di dare la morte – per esempio attraverso la guerra – ma sul potere globale esercitato sulla vita delle persone. Per introdurvi nel clima davvero tragico che questi servizi imposti determinano nella popolazione entriamo subito in argomento con un esempio di forte impatto.

In Italia le installazioni americane, cioè basi, radar, magazzini…, sono 113. Conosciamo le spese militari degli Usa nel nostro Paese e conosciamo anche le spese sostenute dallo stato italiano. Attenti!, non grazie a dichiarazioni dei nostri governi (per carità: il motto “Taci che il nemico ti ascolta” l’abbiamo imparato da tempo. È entrato nel DNA e qui il nemico cui non bisogna far sapere niente ce l’abbiamo in casa: sono gli abitanti del nostro Paese)… Le notizie sulle spese le abbiamo ricevute dall’ultimo rapporto ufficiale reso noto dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Alla pagina “B-10” del rapporto Usa c'è la scheda che ci riguarda: vi si legge che il contributo annuale alla “difesa comune” versato dall'Italia agli Usa per le “spese di stazionamento” delle forze armate americane è pari a 366 milioni di dollari. Tre milioni, spiega il documento ufficiale, li versiamo cash, contanti, mentre gli altri 363 milioni arrivano da una serie di facilitazioni che il governo italiano concede all'alleato: si tratta (pagina II-5) di «affitti gratuiti (di caserme, case e palazzi), riduzioni fiscali varie e costi dei servizi ridotti». Per inciso ciò che le imprese del Nord-Est e del Meridione chiedono disperatamente da anni al governo di Roma senza ottenerlo, gli Usa lo incassano in silenzio già da molti anni. Pronto Usa? Cash, tac!

Dunque il 41 per cento dei costi totali di stazionamento è a carico del governo italiano. Più dell'Italia pagano solo Giappone e Germania (tabella di pagina E-4). Ma calmi… se fidiamo nella disponibilità dei nostri governanti arriveremo a raggiungerli e anche sorpassarli!

Ora entriamo in altri particolari, cominciando con il descrivervi la situazione in Sardegna. Perché iniziamo proprio da quest’isola? Per la semplice ragione che qui è concentrato il 60% dello spazio occupato dalle basi militari Usa in Italia. In Sardegna abbiamo il grande poligono che comprende le aree di Quirra, Perdasdefogu e capo San Lorenzo. E dobbiamo segnalare la base navale più importante per sommergibili atomici, quella sull’isola di Santo Stefano, la Maddalena, che occupa, di fatto per intiero, la piccola e ridente isola degna d’essere ritenuta dall’Unesco patrimonio dell’umanità.

Particolare interessante: chi ha fatto dono agli Usa di questo spazio della costa Smeralda è in persona Giulio Andreotti circa 30, 35 anni fa. Dio gliene renda merito! Il mare che circonda l’isola è proprietà della base a tutti gli effetti, a partire da esercitazioni e collaudi. Sul fondo rotolano di continuo proiettili di varie dimensioni che in seguito alle mareggiate si ritrovano sulla spiaggia.

È inutile dire che in quella zona la balneazione è proibita. Così come per i pescatori proibito è stendere reti nel golfo e dintorni dell’isola. Qualche anno fa ha fatto scalpore la notizia che uno dei sommergibili atomici della base aveva subito un incidente che ha messo in grave pericolo la vita degli abitanti dell’isola e dell’intiero spazio acqueo. Il fatto è avvenuto esattamente il 25 ottobre 2003. In quel caso il sommergibile atomico Hartford andò a incagliarsi nella Secca dei Monaci, presso la Maddalena, riportando seri danni. Il fatto fu ritenuto tanto grave da indurre il comando Usa a sospendere il comandante del sommergibile. L’incidente è stato tenuto celato come al solito dalle autorità italiane e se n’è saputo qualcosa solo grazie alle dichiarazioni del comando Usa. C’è stata perdita di materiale radioattivo? E le notizie dei numerosi casi di leucemia, come le mettiamo?! Mah…

Le autorità americane interrogate non hanno rilasciato alcuna notizia sull’eventuale contaminazione del fondale e delle acque. Solo recentemente, in seguito a manifestazioni iniziate nella piccola isola e riprese in tutta la Sardegna, agenzie straniere hanno condotto alcuni sondaggi scientifici in zona. Esiti delle ricerche eseguite da istituti indipendenti (tra i quali il francese CRIIRAID) hanno rivelato una presenza abnorme di radionucidi nelle alghe.

Da qui sono nate dimostrazioni di protesta da parte degli abitanti e in particolare dei pescatori che vedono ormai compromessa la propria sopravvivenza, sia fisica che di lavoro. Le stesse analoghe manifestazioni di protesta sono esplose a Capo Teulada nel sud dell’isola, dove in seguito alle ripetute esercitazioni militari i pescatori si trovavano costretti a non poter calare le reti nelle acque prospicienti la costa, fra l’altro le più pescose. Durante una di queste proteste, i manifestanti che si erano avvicinati alla zona off limits con le loro imbarcazioni hanno dovuto subire un vero e proprio speronamento da un’imbarcazione della marina militare italiana (9 marzo 2005). Paradossale che a proteggere i pescatori siano intervenuti i marinai della base degli Usa. Grazie America!

Ad un certo punto il comando Usa della Maddalena ha sospettato che la loro presenza non fosse molto gradita alla popolazione che vedeva crescere le contaminazioni radioattive e si sentiva di fatto privata del diritto di gestire liberamente la propria vita. Per di più ai natanti d’ogni genere, compresi quelli dei turisti, non è permesso di attraccare o gettare l’ancora in prossimità di quelle coste. Così si è cominciato a raccogliere la voce che l’intiero contingente navale americano stesse per traslocare altrove. Era questione di mesi. Ma evidentemente era solo un sogno per quegli abitanti. Infatti, secondo quanto riportato ultimamente dalle agenzie di stampa e da alcuni quotidiani locali - Il Giornale di Sardegna e La nuova Sardegna, in data 16 settembre 2005 -, gli Usa intenderebbero prossimamente rafforzare la loro presenza nella base per sottomarini nucleari dell'isola della Maddalena; il progetto prevede un ampliamento della base pari a più del doppio delle volumetrie concesse (da 50.000 metri cubi si passerebbe a 120.000). Insomma ci si sono affezionati… andandosene ci lascerebbero il cuore… per cui… raddoppiano!

Ed ora veniamo a noi, cioè parliamo di Vicenza, la città del Palladio e culla della commedia dell’arte, il più famoso teatro della tradizione antica italiana. Qui si sta progettando un ingigantimento dell’attuale caserma Ederle e della realizzazione della più potente base americana nell’Europa. Qui verrebbe ospitata la nuova 173ma brigata aerotrasportata, che triplica la forza e gli organici di quella ora divisa tra qui e le basi tedesche di Bamberga e Schweinfurt. È proprio uno spasso constatare che mentre i tedeschi, popolo guerriero, stufi di ospitare da più di mezzo secolo le brigate degli amici d’America, li invitano a sloggiare, noi, popolo canterino-pacifico, col nuovo governo di centro-sinistra spalanchiamo felici le braccia per raccogliere quello che in Germania non possono più sopportare. Ma siamo sicuri che questo nostro sia un governo “nuovo”?

Però nella città del Palladio non vedremo giungere solo uomini. La 173ma brigata non è composta da soli paracadutisti e aviotrasportati. Reca con sé un bagaglio più che consistente: 55 tank M1 Abrams (cioè proprio pesanti! Con cannoni da 90 a 120 millimetri), 85 veicoli corazzati da combattimento, 14 mortai pesanti semoventi, 40 jeep humvee con sistemi elettronici da ricognizione, due nuclei di aerei spia telecomandati Predator, una sezione di intelligence provvista di diavolerie elettroniche, due batterie di artiglieria con obici semoventi e i micidiali lanciarazzi multipli a raggio lungo Mrls.

Un forza d’urto sufficiente a cancellare una metropoli! E già che siamo sotto Carnevale si può ben dire una scatenata festa coi botti!

A detta del generale James L. Jones la 173ma brigata è da chiamarsi “maglio mobile con la potenza di fuoco di una divisione d’attacco immediato”. Per chi ama il cinema il nome 173ma brigata fa subito venire in mente Apocalypse Now, dove proprio il contingente d’attacco in questione si esibiva al comando di un capitano-cowboy nella distruzione di villaggi e massacro di popolazione in Vietnam al suono delle Valchirie di Wagner.

Prego… benvenuti nella dolce Padania, accomodatevi! Mentre sorpassate coi vostri elicotteri bombardieri il Mekong, sì voglio dire… il nostro Po, per delicatezza, vi dispiace mettere in onda il Va pensiero di Verdi se in un momento di euforia vi scappa di gettare napalm? Ma il nostro governo, attraverso i suoi ministri, insiste ad assicurare che nella base non ci saranno armi di alcun genere, neanche temperini e tagliacarte!

A parte i lazzi da commedia dell’Arte, per ospitare degnamente tutta questa forza di fuoco, abbisogneranno strutture e sovrastrutture nuove ed efficienti. Il movimento di questi mezzi d’attacco, camion blindati, carri da sfondamento, tank…, avrà bisogno di strade adatte e solide… soprattutto sgombre. Non si accettano ingorghi e traffico caotico, niente biciclette, bambini e vecchietti curiosi. Stare alla larga, prego!

Il Ministro Parisi ha tranquillizzato la popolazione, letteralmente garantendo che: “Il governo ritiene suo dovere vigilare affinché le opere che verranno realizzate siano rispettose delle esigenze prospettate dalle comunità locali, con particolare riferimento all’impatto sul tessuto sociale, sulla viabilità e sulla rete dei sottoservizi.” (la Repubblica, 31 genn. P. 10) Inoltre ha assicurato che il Comune sarà esonerato dalle spese per le infrastrutture e che i servizi sportivi, scolastici e naturali (ora in funzione, da abbattere) verranno ricollocati e ricostruiti altrove a carico degli americani. Ricostruire? Ma dove? Quando? Dov’è il progetto da discutere?

C’è proprio da farsi una grossa risata. Già che c’era, il nostro ministro della guerra, pardon della Difesa!, poteva anche giurare che le autorità di controllo del governo italiano hanno libero e continuo diritto di accesso nella base in ogni ora o momento senza preavviso, onde verificare che i responsabili della base stessa stiano proseguendo come da regolamento previsto. Chissà se ai nostri controllori della Repubblica italiana sarà permesso anche di verificare che nella base di Vicenza, oltre che a uno stivaggio di svariate tonnellate di proiettili di vario calibro, non si trovino per caso anche ogive atomiche.

Stiamo esagerando? Facciamo del terrorismo gratuito? E allora, eccovi qua la testimonianza del Natural Resources Defence Council (Stati Uniti). Secondo questa autorevole fonte sarebbero 40 le testate nucleari stoccate nella base di Torre di Ghedi (provincia di Brescia) e 50 quelle custodite ad Aviano, della potenza variante da 0,3 a 170 chilotoni (quella della bomba sganciata su Hiroshima era di circa 15 chilotoni), tutte bombe, queste, stivate nelle nostre basi a disposizione di Tornado anche dell’aviazione militare italiana. Se gradisce… Quindi stiamo tranquilli, noi qui nel nord siamo al caldo!

Qualcuno, scrivendo su testate di prestigio, si è chiesto se non fosse stato più ragionevole e comodo scegliere come base e relativo nuovo aeroporto uno spazio più consono, situato in una piana meno abitata e sgombra di fabbriche come è la zona intorno a Vicenza, il cui centro dista meno di due chilometri dall’aeroporto in costruzione. A parte il frastuono al quale saranno sottoposti gli abitanti, sorvolati di continuo da jet urlanti in quantità da incubo, essi vicentini saranno vivacemente irrorati dagli scarichi del carburante a iosa… tutta salute!

“Ci voleva poco – commenta l’autore dell’articolo – a trovare nella nostra penisola qualche spazio più adatto alla bisogna.” Ma ecco che in merito risponde Lutwack, il noto consulente strategico del governo Bush che spesso appare ospite sulle nostre reti televisive, che parla come Stanlio e Olio. (Forse esegue parodia con accento inglese) Egli ammette che sarebbe stato facile trovare un altro spazio meno urbanizzato, ma la scelta di Vicenza è dovuta al particolare che una grande percentuale di militari delle truppe ospitate proviene da università e college prestigiosi, dove ha condotto studi umanistici e d’arte. Per cui essi specificamente hanno richiesto di potersi insediare nei pressi di una città d’arte famosa come la patria del Palladio, onde poter arricchire la propria cultura e godere del piacere insostituibile della bellezza.

Quindi, vicentini, siate orgogliosi per la scelta che hanno fatto le truppe di sfondamento aerotrasportate. Sì, dovrete sopportare qualche fastidio, a partire da un traffico d’inferno, pericolo di contaminazioni radioattive, controlli continui, divieti, rischiare di essere scambiati per terroristi…, ma non si può avere tutto dalla vita: la gloria e pure la tranquillità e il benessere! Quindi godetevi ‘sta pacchia!!! Alleluia!!!

18.2.07

Stefano Lorenzetto mi ha intervistato

da Il Giornale, domenica 18 febbraio 2007

Mi ha lasciato solo. Era il mio doppio, il mio specchio, il mio termine di paragone, il mio faro. Adesso s’è ritirato a spaccare legna in Trentino e io mi sento perduto. Claudio Sabelli Fioretti, 62 anni, il pennino più acuminato del Magazine allegato al Corriere della Sera, era la prova vivente di come si possa infliggere tutte le settimane ai lettori una lenzuolata d’intervista senza che le loro gonadi abbiano a risentirne.
Lui era attratto dai cortigiani e dai voltagabbana, perciò dai potenti; io dai dimenticati della prima Repubblica e dai tipi italiani, perciò dalla gente comune. Lui aveva cominciato nel 1999; io nel 1998. Lui era arrivato a 310, «calcolando a spanne»; io a 406, con questa. Lui staccava tre mesi l’anno per andarsene nel Mali o sull’isola di Salina; io qualche settimana per ferie contrattuali, malattie, lutti. Lui ha sempre detto – nelle interviste, a Prima pagina, nel suo blog – che «il più bravo intervistatore d’Italia è Stefano Lorenzetto»; io ho sempre pensato – e oggi che ne ho l’occasione lo dico – che il più bravo è Claudio Sabelli Fioretti.
Eppure ha deciso di smettere. Incomprensibile. Gli ho scritto. Mi ha risposto: «Non è successo niente di traumatico. Solo tu puoi capire la fatica dell’intervista settimanale. Alla mia richiesta di guadagnare di più e lavorare molto di meno, l’azienda mi ha accontentato per il 50%. Risultato: sono felice, sereno, ho preso un anno sabbatico, poi si vedrà. Appena puoi, fallo anche tu». Sono salito a quota 1.190 per scoprire che cosa c’è sotto. Vive nella più sperduta delle 22 frazioni di Lavarone, dove Sigmund Freud scrisse il saggio su delirio e sogni e Toni Bisaglia veniva in villeggiatura. Quattro masi in tutto. Un posto da dove te ne puoi solo andare: la strada finisce davanti a casa sua e alla chiesetta dalle porte sbarrate. Cime innevate per fondale. Da restare senza fiato. L’ultima volta c’eravamo incrociati per caso all’aeroporto di Fiumicino. Ora lo trovo nel campo che sta cercando invano d’accendere un falò di sterpaglie. Quest’uomo è cambiato.
Eccomi qua. Preparati a confessare.
«Capiti a fagiolo: prima che mi cercassi, avevo dichiarato ad Alessandra Del Re di Libero.it che sarebbe stato bello farsi intervistare da te».
Chi è Sabelli e chi è Fioretti?
«Sabelli era il nonno farmacista, Fioretti la nonna casalinga. A quei tempi si potevano fare ’ste puttanate con i doppi cognomi. Mio nonno nacque Sabelli e morì Sabelli Fioretti».
Solo tu e Michelle Hunziker potete permettervi il lusso di prendervi un anno sabbatico.
«Ho letto. Purtroppo non lo prendiamo insieme».
Sei in fuga da te stesso.
«No, sono all’inseguimento di me stesso. E mi sto quasi raggiungendo».
Sei in fuga dalla condizione umana. «Si fa sempre la stessa cosa», dice un protagonista del romanzo di André Malraux.
«L’anno sabbatico ho cominciato a teorizzarlo solo dopo che il Corriere non mi ha rinnovato il contratto».
Che è successo di preciso?
«La Rcs esigeva almeno due interviste al mese. Io, causa stress, ne volevo fare una sola. Fine della trattativa. Mi sentivo una catena al collo. L’appuntamento settimanale era diventato una schiavitù».
Dagospia sostiene che il Comitato di redazione del Corriere, «capitanato dal poeta Sebastiano Grasso, ha intimato a Paolo Mieli di far piazza pulita di tutti i collaboratori a favore dell’utilizzo dei fannulloni interni», e così sei rimasto fregato.
«Mi pare strano che un poeta possa dare ordini a un politico scafato come Mieli. Il risultato comunque corrisponde. A Barbara Palombelli è andata pure peggio: l’hanno licenziata».
Quanti giornali hai diretto?
«Massimo Cirri, il conduttore di Caterpillar, su Radiodue mi presenta così: “Ecco l’uomo che ha distrutto cinque mogli e 14 giornali”».
Terminator.
«In realtà ho avuto solo tre mogli e sono tutte vispe. Per i giornali siamo lì: ho lavorato a Nevesport, Panorama, Repubblica, Tempo Illustrato, Europeo, Secolo XIX e ho diretto Abc, Panorama Mese, Sette, Cuore, Gente Viaggi».
Gente Viaggi me l’ero perso.
«Non fu un grande matrimonio. Misi in copertina una regina nigeriana, ovviamente nera. Non gradirono. Poi mi licenziarono per “dissensi sulla linea politica”».
Di che camperai nell’anno sabbatico?
«Sono pensionato. Risparmio. Mangio l’insalata del mio orto. Faccio la legna nel bosco. La Forestale mi ha assegnato il lotto 26, tutto faggio. Saranno 50 quintali di roba, hai voglia a bruciarla tutta. Molti dicono di guadagnare poco. In realtà spendono troppo».
È vero che sogni un viaggio Mosca-Pechino-Taskent, 45 giorni di treno?
«Anche un viaggio in Australia con i punti Millemiglia Alitalia che ho accumulato andando in giro a fare interviste».
Teoricamente i punti sono della Rcs.
«Dovrò dimettermi, che dici? Comunque il buono è a disposizione di Mieli se desidera volare in Australia».
Che altro hai in programma?
«Andrò a piedi da Lavarone a Roma. Partenza il 6 giugno con Giorgio Lauro di Catersport, 20-25 chilometri al giorno. Niente di religioso, visto che sono un ateo convinto. Non cerco l’infinito, non marcio contro la fame nel mondo. Sarà un incrocio fra il pensiero debole e il wandering, cioè il corrispettivo del cazzeggio nel viaggio. Ho tirato sulla carta geografica la linea retta più breve da qui a Cura di Vetralla, provincia di Viterbo, dove sono nato. E guarda che località sono uscite».
Vediamo.
«Malo, il paese di Luigi Meneghello. Camaldoli, l’eremo. Castiglion Fibocchi, la villa di Licio Gelli. Combinazione, attraversa pure la casa di Cirri a Palazzuolo sul Senio. I lettori del mio blog possono unirsi a qualche tappa».
Hai figli?
«Giovanni, 31 anni. Si occupa di urban dance a Milano».
Urban-dance col trattino?
«Non lo so. Sono troppo vecchio per queste cose. Quando s’è laureato in filosofia, gli avevo consigliato: diventa presidente dell’Enel. Era il periodo di Franco Tatò e Chicco Testa, filosofi».
Quale dei giornali che hai diretto ti dava più potere?
«Cuore. Però m’è costato in cause per diffamazione l’intero ammontare degli stipendi ricevuti».
Pagherete caro, pagherete tutto.
«Il direttore di Cuore era temutissimo. Molti Vip volevano conoscermi».
Per esempio?
«Armando Spataro, il sostituto procuratore che ha chiesto il rinvio a giudizio di Renato Farina. M’invitò a cena».
Perché Cuore ha chiuso?
«Perché vendeva poco. Il popolo di sinistra è distratto. Ancor oggi qualcuno si spinge fin quassù per salutarmi: “Mi dispiace tanto. Sai, io lo leggevo tutti i mesi”. Coglione, tutte le settimane dovevi leggerlo. Non mi pento del titolo che diedi all’editoriale di commiato».
Non me lo ricordo.
«“Quegli stronzi dei lettori”».
Lo trovo perfetto. Perché a soli 30 anni te ne andasti da Repubblica?
«Perché sono un cretino presuntuoso. Ma devi capire, tutte le settimane con Gianni Locatelli scendevo a Roma per i numeri zero e quando tornavamo a Milano il giornale era già bell’e cambiato. Allora Locatelli telefonava su di giri a Eugenio Scalfari».
E il Fondatore?
«Gli rispondeva: “Sì, avevamo deciso così. Ma poi ieri sera siamo stati a cena da Sandra, a cena da Marta, a cena da... e s’è pensato di cambiare”. Mi sembrava quasi un salotto, non un giornale».
Chi ti ha insegnato di più nel mestiere?
«Lamberto Sechi, il direttore di Panorama che ha creato la più prolifica scuola di giornalismo mai vista in Italia. Gli abbiamo regalato l’albero genealogico dei suoi allievi. Si contavano 30 direttori: Carlo Rossella, Giulio Anselmi, Carlo Rognoni, Claudio Rinaldi, Paolo Panerai, Myriam De Cesco, Luca Grandori, Rachele Enriquez, Gianni Farneti, Gigi Melega, Giulio Mastroianni, Pino Buongiorno, Bruno Manfellotto, Franco Serra, Remo Guerrini, Maria Luisa Agnese, Chiara Beria d’Argentine, Mirella Pallotti... Continuo?».
E nella vita da chi hai imparato?
«Non ho avuto grandi maestri. Oggi il mio migliore amico è Sergio, un idraulico di Spinea che ha una casetta qui e sale per il weekend. Questo è un paese di idraulici veneziani, ma non c’è un rubinetto che funzioni. Arrivano il venerdì sera portandosi scorte di caparossoli e cozze. Fra milioni di anni, quando gli archeologi scaveranno e troveranno le cocce, diranno: “Qui una volta c’era il mare”».
Un collega che detesti. Se non gliel’hai mai notificato, è l’ora.
«Non voglio sottrarmi. Aiutami».
Giampiero Mughini ti ha dato dell’imbecille.
«Chi mi dà dell’imbecille mi diventa simpatico. Prendi Filippo Facci. Avrà scritto una decina di corsivi contro di me sul Giornale. Ora siamo amici. O Vittorio Sgarbi. Litigio drammatico. Pubblicai su Cuore il numero di telefono di casa sua. Per ritorsione, lui mandò in sovrimpressione su Italia 1 quello di casa mia. Mi fece saltare la linea».
Che fai? Scantoni?
«Non mi è piaciuto Alain Elkann. Ha interrotto a metà il nostro colloquio: “Questa intervista finisce qui”. L’ho trovato scortese».
Ho controllato: gli unici che sei riuscito a intervistare per ben tre volte sono, in ordine alfabetico, Gian Carlo Caselli, Antonio Di Pietro e Marco Travaglio. Mi fai paura.
«Ma io sono un travaglista. Tu hai paura di Travaglio?».
Figurati.
«Perché non hai nulla da nascondere. Travaglio disturba per un solo motivo: ricorda ciò che molti vorrebbero fosse dimenticato».
Parliamo del tuo passato, allora.
«Sono un ex chierichetto. Mio padre fu podestà di Vetralla. Fino al 1963 ero di destra. Alle elezioni universitarie mi presentai col Pli. Ma sono l’unico italiano che non ha mai votato Dc e Psi».
Voti Ds, lo so. Chi ti ha rovinato?
«Panorama. Ci arrivai nel ’68, fa un po’ te. Ero in una di quelle che Rossella ha definito “le stanze rosse”».
Simpatizzavi per Lotta continua. Nel 1974 versasti al movimento di Adriano Sofri il 10% della liquidazione avuta da Panorama.
«Erano 700.000 lire. Non me ne pento. Spero che non ne abbiano fatto un uso criminale».
Chi vorresti presidente del Consiglio?
«Mi va benissimo Prodi. Però preferirei un diessino».
Un nome.
«Il leader naturale è Walter Veltroni. Anche se non è mai stata la mia passione. Da direttore dell’Unità, con le sue stramaledette videocassette, è stato il primo a trasformare le edicole in bazar».
Il più simpatico dei potenti che hai intervistato?
«Sandro Bondi. Ne esistono due, di Bondi. Quello gentile, che m’abbraccia quando c’incontriamo, e quello che in Tv vuol sbranare Di Pietro».
C’è qualcuno che ti ha detto no?
«Un’infinità: Lilli Gruber, Lucia Annunziata, Lapo Elkann, Anna Craxi, Luciano Moggi, Francesco Totti, Fiorello, Afef. Qualcuno non mi ha nemmeno risposto, come Berlusconi».
Come te lo spieghi?
«Non posso pensare che Berlusconi abbia paura di me. Ho intervistato sua figlia Barbara, il suo medico personale Scapagnini, il suo innamorato Bondi, il suo sodale Dell’Utri, il suo fedele Fede, tutti i suoi avvocati, da Pecorella in giù, e nessuno s’è lamentato. Fammi fare un appello: Cavaliere, la prego, solo qualche domanda!».
Mai stracciata un’intervista?
«Sì, a Sergio Japino, il compagno di Raffaella Carrà. Io m’ero preparato male e lui non aveva niente da dire».
C’è una domanda che non avevi il coraggio di fare?
«In alcuni casi mi sembrava giusto chiarire se il mio interlocutore fosse omosessuale. Allora ci giravo intorno. Mi sono fatto violenza con Alfonso Pecoraro Scanio, Dolce e Gabbana, Gianna Nannini, Barbara Alberti».
Con D&G potevi soprassedere, ti pare?
«Usavo un ignobile trucchetto: che percentuale di femminile c’è in lei?».
Lo uso anch’io: in te?
«Il 25%. Ma non ho mai professato. Non ho ancora trovato un uomo abbastanza bello».
Gioco della torre, il tuo tormentone. D’Alema o Veltroni?
«Butto di sotto D’Alema. E mi costa. Appartengo al club di coloro che si sono stufati di dire che D’Alema è intelligente. Ogni tanto l’intelligenza dovrebbe produrre dei risultati. Se lo confronto con Achille Occhetto, che ha cambiato la storia del Pci e ora lo considerano buono solo per i giardinetti...».
Paralleli storici. Silvio Berlusconi o Arnaldo Forlani?
«Butto Forlani. Berlusconi è stato un grande innovatore, ha svegliato un po’ tutti. Ma resto fra coloro che lo ritenevano pericoloso per la democrazia».
Talmente pericoloso che il giornale pubblicato da suo fratello e dalla Mondadori mi permette di fartelo dire.
«Le due cose possono convivere. Dipendesse da lui, quest’intervista sarebbe già finita».
Elkann ti ha traumatizzato, ammettilo. Enzo Biagi o Giorgio Bocca?
«Biagi è un signore molto perbene che sta invecchiando. Bocca invecchia anche lui, però male. Si lamenta perché le colf extracomunitarie non sanno fargli il bollito. Che mangi un uovo sodo!».
Paolo Mieli o Ferruccio De Bortoli?
«Non si butta mai il proprio direttore. È una regola che ho imparato nelle mie interviste sulla piaggeria».
Vuoi farti una domanda e darti una risposta, così accontenti Gigi Marzullo?
«Sono stato due volte ospite di Marzullo a Mezzanotte e dintorni. È una brava persona. Mi ha confessato che ha le tende di casa, i divani, le camicie e le mutande coordinati: tessuto a strisce biancoazzurre. Da laziale, mi sono commosso».
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

17.2.07

Il Nuovo dizionario Zapparelli

da Gianni Guasto

* ABBECEDARIO - Espressione di sollievo di chi s'è accorto che c'è anche Dario

* ADDENDO - Urlo della folla quando a Nairobi stai per pestare una merda

* ALUNNO - Esclamazione sfuggita a Papa Leone all'apparire di Attila

* APPENDICITE - Attaccapanni per scimmie

* ASSILLO - Scuola materna sarda

* AUTOCLAVE - Armi automatiche dell'età della pietra

* BALESTRA - Sala ginnica per gente di colore

* BASILICA - Chiesa aromatica

* BIGODINO - Doppio orgasmo

* BUCANEVE - Precisa pisciata maschile invernale

* CALABRONE - Grosso abitante di Cosenza

* CALAMARI - Molluschi responsabili della bassa marea

* CAPPUCCETTO ROSSO - Profilattico sovietico

* CATALESSI - Catalani condannati alla pentola a pressione

* CERBOTTANA - Cervo femmina di facili costumi

* CERVINO - Domanda dei clienti all'oste romano

* CIAMBELLANO - Colui/colei che ha il più bel buco di culo del reame

* CONCLAVE - Riunione di cardinali violenti e trogloditi

* CONTORSIONISTA - Ebreo arrotolato

* COREOGRAFO - Studioso delle mappe della Corea

* CUCULO - Gay balbuziente

* CURRICULUM - Gara di finocchi ai tempi dell'antica Roma

* DISSENTERIA - Attitudine a dir sempre di no

* DOPING - Pratica anglosassone del rimandare a più tardi

* ECCEDENTE - Frase di un dentista latino dopo un'estrazione

* ELETTROPOMPA - Novità bolognese a luci rosse

* EMPORIO - Fratello di Giorgio Armani

* EQUIDISTANTI - Cavalli in lontananza

* EQUINOZIO (1) - Zio del cavallo

* EQUINOZIO (2) - Cavallo che non lavora

* EUFRATE - Monaco mesopotamico

* FAHRENHEIT - Tirar tardi la notte

* FANTASMA - Malattia dell'apparato respiratorio che colpisce i forti consumatori di aranciata

* FOCACCIA - Foca estremamente malvagia

* FONETICA - Disciplina che regola il comportamento degli asciugacapelli

* GAIEZZA - Gioia omosessuale

* GESTAZIONE - Gravidanza di moglie di ferroviere

* GIULIVA - Slogan di chi è vessato dall'Imposta sul Valore Aggiunto

* INCUBATRICE - Macchina fabbricatrice di sogni terribili

* LATITANTI - Poligoni con molte, moltissime facce

* LORD - Signore inglese molto sporco

* LUX - Primo tipo in assoluto di FIAT

* MAREMMA - Nome di una famosa maiala

* MARRON GLACES - Testicoli sotto zero

* MELODIA - Preghiera di una vergine

* MESSA IN PIEGA - Funzione religiosa eseguita da un prete in curva

* NEOLAUREATO - Punto nero della pelle che ha fatto l'università

* OBIETTORE - Ottico fabbricante di obiettivi che se è particolarmente serio viene chiamato "obiettore di coscienza"

* OPOSSUM - Marsupiale americano possibilista

* PARTITI - Movimenti politici che nonostante il nome sono ancora qui

* PIUMONE - Richieste di sporcaccioni veneti mai sazi di sesso

* PREVENIRE - Soffrire di eiaculazione precoce

* RAZZISMO - Scienza che studia i propulsori a reazione

* RAZZISTA - Fabbricatore di missili


* REDUCE - Sovrano con tendenze di estrema destra


* RIMEMBRARE - L'atto di rimettere al suo posto il "coso" a chi è stato evirato (vocabolo coniato da J.W.Bobbitt)


* SALADINO - Biscotto salato con il raffreddore

* SALAME - Tipo di figura che il maiale non vorrebbe mai fare

* SALMONE - Cadavere di obeso

* SANCULOTTO - Patrono degli omosessuali

* SBRONZI - Ubriachi di Riace

* SCIMUNITO - Attrezzato per gli sport invernali

* SCORFANO - Pesce che ha perduto i genitori

* SOMMARIO - Indicativo presente del verbo "essere Mario"

* SPAVENTO - Società per azioni eolica

* STRAFOTTENTE - Dicesi di persona di grandi qualità amatorie

* TACCHINO - Parte della scarpina

* TELEPATIA - Malattia che colpisce chi guarda troppo la TV

* TEMPOREGGIARE - Scoreggiare andando a tempo (tipico dei musicisti poco educati)

* TONNELLATA - Marmellata di tonno

* TROIKA - Donna russa di facili costumi

* UGELLO - Volgarismo in gergo negro per "pene"

* VIBRATORI - Macchina per vibromassaggio bovino

* VIGILIA - Donna vigile urbano

* ZONA DISCO - Parcheggio per gli UFO

6.2.07

MATARRESE SECONDO GIAN ANTONIO STELLA

sul Corriere della Sera

Tonino e l’abitudine di rimangiarsi tutto Dopo l’omicidio Spagnolo disse lo stesso: «Il calcio non si può fermare, altrimenti questo nostro mondo finisce»
Uffa, ’sto morto... Non è che Antonio Matarrese abbia sbuffato proprio così. Ma è difficile negare che il suo commento al dibattito sul «cosa fare » dopo l’uccisione a Catania di Filippo Raciti grondasse di un’insofferenza da lasciar basiti. Non bastasse, dopo un silenzio di ore e ore, ha osato dire che non si era mai espresso con quei toni. Risultato: la radio che l’aveva intervistato hamesso on line la registrazione. E ora sappiamo che il presidente della Lega è anche più bugiardo di Pinocchio. In un paese serio, Don Tonino sarebbe già in viaggio verso le Antilledopo aver lasciato sul tavolo le dimissioni: scusate. È infatti recidivo.
Ricordate cosa accadde alla fine di gennaio di dodici anni fa, dopo l’omicidio a coltellate del tifoso genovese Vincenzo Spagnolo prima di Genoa-Milan, sospesa solo al 38’ del primo tempo quando proprio non era possibile proseguire? Intervistato dalla «Domenica sportiva», disse: «Male hanno fatto Genoae Milan asospendere la partita per lutto, il calcio non si può fermare, altrimenti questo nostro mondo finisce». E anche allora, allo scoppiar delle polemiche, fece precipitosamente marcia indietro. Non l’avevano capito, spiegò: «Non sono contrario assolutamente alla decisione presa ieri, mi sono soltanto preoccupato di quello che poteva succedere dentro e fuori lo stadio...».
Francesco Merlo, sul Corriere, lo infilzò due volte. Prima ricordando che non era nuovo a quel genere di commenti dato che aveva già sancito: «Cadono i governi e muoiono i Papi, ma il calcio non può cadere». Poi affondando il colpo: «Quando l’istinto lo tradisce, Tonino nostro rimedia. Come? Rimangiandosi tutto». Il fatto è che in tanti anni «l’Andreotti del pallone» (soprannome abusato ma assurdo: Zio Giulio non si sarebbe mai lasciato scappare certe sciocchezze) ha detto tutto e il contrario di tutto.
A Braga nel 1982, furente con la nazionale partita male ai Mondiali spagnoli, urla: «Li prenderei tutti a calci!». Per esultare dopo il trionfo: «Consegniamo alla storia l’anno della rivalutazione mondiale del calcio italiano!». Accoglie l’arrivo del Cavaliere nel calcio ironizzando («Si vuole allargare un po’ troppo, mi sa che non dura») e quella in politica ringhiando: «Basta con le commistioni tra sport e politica!». Per poi lanciare immediati segnali di pace subito dopo la vittoria elettorale, con calorose congratulazioni.
Esplosa Calciopoli, non maschera la diffidenza verso Francesco Saverio Borrelli diffidandolo dallo «spaventare il mondodel calcio ricreando Mani Pulite» e invitandolo a «integrarsi meglio nel nostro mondo» e poi attacca Luciano Moggi al suo ritorno in tv: «Non si rende conto che per un po’ di tempo deve restare fuori. Si purifichi. Vorrei vedere un Moggi che continua a piangere sugli errori. Io mi sento offeso. Non ci sta aiutando a rifare il vestito nuovo al calcio. Adesso bisogna far capire che non ci sono padrini o uomini prepotenti».
«Un dittatorello. Simpatico, ma dittatorello», lo definì un giorno Candido Cannavò. E spiegò: «Ricordo quando mi scagliai contro Tonino chiedendogli di lasciare il Parlamento dopo la nomina a presidente della Federcalcio. Mi disse: la mia famiglia non me lo permetterebbe mai». E lì è il cuore, nella grande famiglia Matarrese. Così ricca e potente da essersi guadagnata un nomignolo: «i Kennedy di Andria». Rivisto poi in unavariante sarcastica: «i Kennedy delle orecchiette».
Il padre Salvatore, il cui busto di bronzo troneggia, dicono i biografi, all’ingresso del palazzo ai confini del quartiere Japigia in cui ogni figliolo ha un piano e tutti insieme si ritrovanoda anni in leggendarie tavolate, faceva il muratore, «a undici anni prendeva la calce con le mani» e passò la vita a tirar su figli e condomini, figli e condomini. Ed ecco in ordine anagrafico e di ruolo via via assunto Michele (a capo dell’azienda e dell’associazione industriali baresi), Vincenzo (presidente del Bari calcio), Giuseppe (vescovo a Frascati e sponsor di Francesco Storace), Tonino (commercialista, presidentissimo e deputato Dc per cinque legislature), Amato (progettista) e Carmela, l’unica femmina, sposata con un magistrato.
Quanto agli edifici, impossibile contarli. Ma almeno uno era noto a tutti: il mostro di cemento di punta Perotti, abbattuto nell’aprile dell’anno scorso. Anche Tonino fu abbattuto, dopo la prima esperienza alla guida della Lega e della Federcalcio. Non gli perdonarono, allora, un sacco di cose. L’inimicizia con Franco Carraro. Il fallimento della nazionale di Arrigo Sacchi, che commentò la sua cacciata dicendo: «L’hanno trattato peggio di Totò Riina».
L’insopportabile contrasto tra le delusioni sportive e una vanità che era arrivata a fargli confidare che puntava alla presidenza della Fifa: «Vinco il Mondiale e vado al posto di Havelange ». Finito in seconda fila e trombato anche alle Europee 2004, dov’era in lista con l’Udc, pareva finito. Rilanciato da Calciopoli e dalla voglia dei presidenti di una figura che non inquietasse nessuno, si reinstallò sentenziando: «Matarrese era il calcio, è il calcio e sarà il calcio».
Adora, don Tonino, parlare in terza persona come Giulio Cesare e i centravanti spalmati di brillantina. L’ha fatto anche ieri, sbuffando per le polemiche: «Una persona di buonsenso non può pensare che Matarrese volesse dire certe cose!». Falso: le aveva dette davvero. Anzi, la registrazione di Radio Capital dimostra che aveva detto di peggio. Prendendosela coi «saputelli» che discutono della violenza negli stadi, spiegando che il calcio «è un gioco talmente delicato che può fermarsi un attimo per le giuste riflessioni» («un attimo »...) ma «lo spettacolo deve continuare perché questo non è un giochino». Di più: quelli che propongono norme troppo severe sono «un po’ esaltati. E anche un po’ irresponsabili». Allora per quanto tempo dovrebbe chiudere, il calcio? «No, il calcio non deve mai chiudere. Il calcio è un’industria. Che paga i suoi prezzi». Morti compresi. Ben detto, presidente: questo non è un giochino. Ne tiri le conseguenze.

31.1.07

BOCCA, IL RAZZISMO DEL BOLLITO

Mario Giordano per “Il Giornale”


Baluba, fora dai ball. Tornatevene a casa vostra. Mi avete rovinato il bollito. Finalmente un editoriale come si deve di Giorgio Bocca: dimenticati per un attimo le montagne partigiane e l'antiberlusconismo ad alta gradazione, il giornalista cuvée centra l'argomento da par suo: non se ne può più di tutti questi extracomunitari. Hanno rovinato il nostro Paese.
Questa volta bisogna dirlo. Perché si può anche sopportare il fatto che rubino o che spaccino o che mandino le donne a battere sui viali. Si può accettare che reclutino kamikaze in viale Jenner, si può chiudere un occhio se ci accoltellano all'angolo della strada o se stuprano le nostre ragazze. Ma c'è una cosa che proprio non si può tollerare: non sanno cuocere la carne. Ci hanno guastato il bollito.
Non stiamo scherzando, è un problema serio. Merita un editoriale sull'Espresso, merita l'attenzione di Giorgio Bocca. Perché l'integrazione va bene, l'accoglienza, il dialogo, il reciproco rispetto, il multiculturalismo, la convivenza e la tolleranza sono virtù indiscutibili. Che, però, sia chiaro, si fermano a un passo dal cotechino con salsa verde.
Due metri prima dello zampino con la peverada. Perché, diciamocelo, questi immigrati non imparano la lingua, ma soprattutto non imparano la testina, la lonza e la rollata. Ma ci pensate? Se parli loro di coda pensano alla questura e non alla vaccinara; se dici guanciale ti portano un cuscino. E soprattutto non rispettano le regole della mostarda e dei funghi trifolati. Infrangono la legge. Dello Stato? Sì, ma soprattutto della lepre al civet.
Sia chiaro: questo non è razzismo. Al massimo, razzismo del bollito. Con contorno di patata lessa. Molto lessa, per la verità. Ma in quanto pubblicata su settimanale debenedettiano, assai radical e assai chic, riteniamo che il sentimento gastro-xenofobo sia sdoganato nei salotti buoni del Paese. Per cui citiamo, con deferenza da gourmand: pagina sette, firma in rosso, fotina sobria.
Titolo: «Il bollito sempre cotto al punto sbagliato». Più che un titolo, un grido di dolore. Ora io dico: com'è possibile fargli un torto così? Il bollito, capite? Proprio il bollito cotto male? A lui che, si sa, non è mai stato di Bocca buona. Di questo passo dove finiremo? Passi l'11 settembre, passino Bin Laden e la testa tagliata a Nick Berg: ma la vera tragedia è che non si trova una cuoca che sa fare la bagna caouda.
Ma sì, persino nelle Langhe sono arrivati cous cous e kebab, che mal si sposano col dolcetto e pure col barbaresco. E così il grande inviato ha ben ragione di lamentarsi: abbiamo abbandonato le nostre tradizioni. Il crocifisso? Il presepe? Le radici cristiane? Macché: «Il modo di cuocere, condire, friggere, mettere in savor».
Si capisce: non sappiamo più mettere in savor. Soprattutto non lo sanno fare a casa Bocca: «Avrò cambiato in questi anni sei o sette immigrate ai fornelli, ma un bollito cotto da bollito, piemontese o emiliano, non l'ho più mangiato, sempre stopposo, sempre cotto al punto sbagliato». AAA, cercasi disperatamente donna di servizio per illustre giornalista. Si richiede: conoscenza dell'arrosto, pratica di scaloppine, buone referenze sullo stufato di bue. E, possibilmente, razza ariana.
Diciamolo una volta per tutte: basta con questi neghèr in cucina. Com'è che diceva Calderoli? Ecco, bravi: basta con i bingo bongo ai fornelli. Giorgio Bocca, che già fu razzista antisemita in gioventù e poi sostenitore del leghismo barbaro delle origini, ha trovato finalmente una nuova collocazione politica: la xenofobia enogastronomica, il lepenismo dei fornelli, il pogrom quattro stelle michelin.
Gli immigrati vanno cacciati coi forconi, anzi no, con le forchette in pugno. Basta con queste cuoche che infarciscono le carni piemontesi di agli e radici schiacciate, basta con gli odori d'Oriente, con il meticciato culinario, la mescolanza di condimenti. Ci vuole la purezza del sangue. E, ammesso che ci sia qualche differenza, del vino. Barbera rossa la trionferà.
L'articolo è ricco di spunti, oltre che di spuntini. Bocca si lamenta anche per il fatto che non ci sono più i camerieri di una volta, le persone di servizio di una volta, le tate di una volta. «Signor padrone», si sa, non suona bene quando viene pronunciato con accento ecuadoregno o filippino, anziché con la «o» larga delle madamin d'na vota. E poi questi immigrati pensano sempre ai fatti loro, pensate un po': vorrebbero persino guadagnare due soldi lavorando, al contrario del grande inviato che, come è noto, scrive i suoi articoli gratis.
Articoli, sia chiaro, che si bevono tutti d'un fiato come certi bicchieri di barbera. Anche l'effetto è simile: alla fine, in realtà, l'impressione è che la fotina in alto sia l'unica cosa sobria della pagina. «Ecco perché non amiamo questa umanità forestiera», riassume il distico. La foto mostra una cuoca ai fornelli, pentolone e condimenti.
Sintesi finale: non amiamo questa umanità forestiera perché non sa cuocere stinco e muscoletto. E noi non possiamo, per una volta, che essere d'accordo con il maestro antica riserva: ci vuole la purezza della carne. Il neo-razzismo al rosmarino. La selezione dell'abbacchio che si scioglie in Bocca. Perché, chiaramente, l'umanità si divide in due: quelli che non fanno i bolliti. E quelli che lo sono.

28.1.07

POLITICA E CRIMINE

di Furio Colombo - L'Unità

Cittadini attenzione. Il giorno 24 gennaio, il coordinatore nazionale di Forza Italia Sandro Bondi ha lanciato al Paese il seguente messaggio: «Prodi e gli altri non devono scherzare col fuoco. Esiste un limite oltre il quale un equilibrio democratico si può rompere. E al punto di rottura siamo quasi arrivati. Allora sono guai per tutti. Perché con Forza Italia al 32 per cento, come dicono tutti i sondaggi anche quelli commissionati dal centrosinistra sarebbe pericoloso tirare troppo la corda. Potrebbe provocare reazioni nel Paese, sommovimenti. Tutto ciò può determinare reazioni molto gravi della gente». (La Stampa, 24 gennaio 2007)
Siamo di fronte a un ultimatum: o rinunciate a governare o ci saranno rivolte nel Paese. Considerato il ruolo politico dell’autore di queste parole, è naturale immaginarsi una reazione giornalistica immediata, una serie di quelle tormentose interviste che seguono di solito una frase pronunciata dentro l’Unione sui Pacs, sul testamento biologico, sulla pretesa dei gay di non essere esclusi dalle unioni legittime. Invece (e forse persino Bondi si sarà meravigliato) silenzio.
Per capire ciò che sto dicendo immaginate per un momento che una frase così arrischiata («ci saranno rivolte») fosse stata pronunciata da un Diliberto o da un Giordano. Si sarebbero scatenati giornali e istituzioni. Si sarebbe parlato francamente del ritorno del pericolo comunista. Bondi invece brandisce i sondaggi contro le elezioni, e «vede» - certo da un punto di vista privilegiato, dato l’enorme potere economico a cui è vicino - sommovimenti e rivolte di tipo libanese.
Eppure alle parole di Bondi è seguito un cauto silenzio dei media, e un composto aplomb delle istituzioni che, a quanto pare, non si sono sentite turbate dall’annuncio (certamente autorizzato dal leader-padrone di Forza Italia) di sommosse descritte come inevitabili («se questi non se ne vanno...») e implicitamente approvate («esiste un limite»).

«Questo decreto sulle nuove regole che vogliono imporre alle mie televisioni è un piano criminale verso il capo della opposizione e verso le sue proprietà private. Sono sicuro tuttavia che il governo non troverà complici per la realizzazione di questo progetto criminale. Vincendo le prossime elezioni amministrative dimostreremo i brogli elettorali che ci sono stati».
C’è anche un riferimento interessante per chi scrive nella dichiarazione di guerra qui trascritta: «Ho visto Ballarò. Dobbiamo fare anche noi a Mediaset un programma simile. Dobbiamo rispondere agli attacchi». (La Repubblica, 25 gennaio). Naturalmente avete riconosciuto la voce. È Silvio Berlusconi, il quale considera un attacco personale imporre regole di mercato alle sue televisioni. È una protesta comprensibile, se si tiene conto che lui è l’unico grande proprietario di televisioni private in Italia. Ed è l’unico politico al mondo che ha governato sostenuto da un partito formato dalle sue televisioni. Ma lui, senza pudore, annuncia che se si toccano gli interessi delle televisioni private di Silvio Berlusconi si attacca in modo grave e inaudito il capo della opposizione Silvio Berlusconi. Chiunque direbbe: risolviamo il problema con una buona legge sul conflitto di interessi. Berlusconi invece definisce «criminale» ogni intervento sulle sue proprietà. Lo costringerebbe a uscire dalla doppia illegalità: servire se stesso servendosi del Paese.
Come vedete sono tre frasi esemplari, illogiche, prepotenti, minacciose. C’è l’orgogliosa identificazione del proprietario con il politico. Chi tocca l’uno tocca l’altro.
Questo spiega in che senso una testata è «omicida», (come i suoi dipendenti hanno detto de l’Unità, quando denunciava il conflitto di interessi di Berlusconi). Tra politica, proprietà e protezione di se stesso lui non vede alcuna differenza. Attacca e morde con una dichiarazione di guerra alle istituzioni a costo di autodenunciarsi come titolare del conflitto di interessi che ha passato anni a negare e altri anni a «risolvere» con la risibile legge Frattini che non prevede, per il pericoloso fenomeno alcuna sanzione.
Nel citato programma Rai Ballarò tutto lo schieramento berlusconiano negava che «lui» prendesse parte agli affari dell’azienda durante i Consigli dei ministri. «Ogni volta “lui” usciva. Ha affermato testualmente la ex ministro Prestigiacomo: «Do la mia parola d’onore che mai si è occupato dei suoi interessi».
Simpatico, canagliesco e brutale, nella classica tradizione post romantica, il suo capo, benché così fedelmente assistito (fino all’impegno del proprio onore) la smentisce. Infatti dice: «Ho visto Ballarò e bisogna fare anche noi una trasmissione così a Mediaset. Dobbiamo rispondere a questi attacchi». In questo modo smentisce anche il suo rappresentante Confalonieri (che un po’ compare come vice ministro, un po’ come presidente Mediaset) che si era affannato a ripetere: «Le nostre tv al servizio di “lui” in politica? Mai, garantisco, mai!».
Ma lo spavaldo padrone non bada all’onore dei suoi e preannuncia una nuova battaglia di televisioni nella sua guerra infinita che tormenta l’Italia ormai da dieci anni. Durante questi dieci anni di doppio governo (affari e politica) Berlusconi ha raddoppiato la sua ricchezza. Eppure, forse per prudenza, nessuno accetta di considerarlo un pericolo. Anzi ti dicono, anche da sinistra, «non esageriamo, è un politico come gli altri». C’è una piccolissima differenza: Berlusconi è la quattordicesima ricchezza più grande del mondo, e due o tre capricci a quanto pare, se li può togliere quando crede. Però non si capisce perché, spargere intorno a lui il sussurro che più lo agevola: ma quale emergenza? Ma quale pericolo per la democrazia? E continuano a nascere proposte di cose da fare insieme. Prima o dopo le rivolte di popolo annunciate da Bondi?
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«Si riapre la catena di processi della Sme», titolano alcuni giornali più coraggiosi. Si riferiscono alla sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato incostituzionale la «legge Pecorella». Con essa il presidente della commissione Giustizia della scorsa legislatura (e avvocato personale di Berlusconi in tutte le legislature), aveva confezionato la liberazione di Berlusconi dai giudici di Milano. Il pm non poteva più proporre appello contro un imputato assolto. Ora che questa normale competenza è stata restituita alla pubblica accusa, alcuni processi contro Berlusconi (a parte i nuovi) potranno continuare in secondo grado.
Qual è la risposta dell’ex Primo ministro noto nel mondo per aver aperto il semestre europeo italiano dando del «kapò» all’eurodeputato tedesco Schultz che aveva osato accennare alla cacciata di persone libere dalla Rai e al conflitto di interessi? Eccola, da statista: «Questa sentenza dimostra che tutte le istituzioni sono in mano alla sinistra».
Come vedete il senso del ridicolo è scomparso da tempo. Quel che disorienta è che sia scomparso dal giornalismo.
Non un accenno, da nessuna parte, alla portata eversiva del commento a questa sentenza, specialmente se collegata alle parole di Sandro Bondi, che annunciano una imminente rivolta di popolo. Eppure tutto ciò in fondo è poco se confrontato a quello che è accaduto e sta accadendo con la vicenda Mitrokhin. Provate a immaginare la mobilitazione che si sarebbe scatenata se - per puro e sfortunato caso - fosse stato presente, nello stesso albergo e nella stessa stanza, uno sbadato passante in qualche modo legato all’Unione, mentre stavano avvelenando al polonio l’ex spia sovietica Litvinenko. È certo che ogni giorno, in ogni talk show, con ricostruzioni e modellini, quell’atroce delitto sarebbe sugli schermi pubblici e privati di tutte le reti italiane.
Invece mentre assassinavano Litvinenko era presente chissà come, chissà come mai, il prof. Scaramella. Che non è professore ma, di professione, spia personale della Commissione Mitrokhin, cioè spia retribuita dalla Repubblica italiana. Missione: svelare che Romano Prodi era stato «uomo del Kgb», ovvero preparare, in caso di perdita delle elezioni, una buona ragione per la rivolta di piazza di Bondi e la rivincita di Berlusconi sulle leggi criminali contro le sue aziende e le sentenze criminali contro la sua persona. Scaramella,a nome e per conto della commissione Mitrokhin e del Senato della Repubblica italiana, il suo lavoro l’ha fatto, benché sia finito in prigione per calunnia e vi resti tuttora. Litvinenko è morto di una morte spaventosa avvelenato chissà da chi. Ma, guarda caso, ha lasciato una testimonianza. Prima di morire ha detto: «Prodi era un nostro uomo», le esatte parole commissionate a Scaramella dalla Commissione Mitrokhin (come risulta dalle intercettazioni pubblicate). Dopo morto non ha niente da dire.
Il caso sconvolgerebbe qualunque Paese, anche fuori dalle tradizioni democratiche dell’Occidente. Infatti una commissione parlamentare con poteri giudiziari ha lavorato per anni e con abbondanti fondi dello Stato, assumendo consulenti che poi sono risultati «da galera», allo scopo dichiarato di eliminare il capo dell’opposizione. Se è «legge criminale» la mite legge Gentiloni perché tocca di striscio gli interessi privati di un uomo ricchissimo, che adesso è anche capo dell’opposizione, come definire la commissione Mitrokhin e i suoi scopi da colpo di Stato? Ma tutto questo ci dà modo di verificare la vasta conseguenza del quasi completo controllo mediatico nelle mani non di una sola coalizione o di un solo partito ma di una sola persona.
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L’uso berlusconiano dei media pubblici e privati è così ferreo da cambiare la percezione degli eventi persino agli occhi degli esperti. E questo spiega la passione con cui Berlusconi si batte perché non glielo si limiti neppure marginalmente. E spiega perché non vuole sentire parlare di una vera legge sul conflitto di interessi nel senso del diritto occidentale. Infatti lo priverebbe della sua presunta magia carismatica.
La persistenza negli anni di quel conflitto spiega anche qualcosa che altrimenti sarebbe davvero inspiegabile. Pensate che una rispettabile e rispettata docente associata di scienze politiche all’Università di Bologna, Donatella Campus, pubblica con le pregiate Edizioni del Mulino un testo scientifico intitolato «L’antipolitica al governo».
I tre personaggi esemplari proposti dalla prof. Campus sono De Gaulle, il generale che ha guidato la Resistenza francese e la rinascita di quel Paese, ha tenuto testa ai militari e fatto finire la guerra d’Algeria; Ronald Reagan, il personaggio che ha colto al volo l’occasione della Glasnost, ha aiutato il leader sovietico Gorbaciov a uscire senza danno dalle macerie del suo impero e ha - proprio lui, che parlava sempre di «impero del male» - portato Russia e America fuori dalla guerra fredda in modo dignitoso e indolore. E il terzo chi è? È Berlusconi, l’uomo che ha spaccato l’Italia e continua a spaccarla.
Nel libro della Campus Berlusconi è descritto come desidera essere Berlusconi, un audace liberal che si scrolla di dosso la politica tradizionale e inaugura un rapporto libero e inedito con la opinione pubblica. La Campus non nota che Berlusconi «entra in campo» con una cassetta, non in persona (dunque senza domande e senza dover rendere conto). E che da quel momento tiene costantemente i giornalisti a distanza e sotto intimidazione. A volte, fatalmente, e dopo gli esempi Biagi e Santoro, la categoria diventa ossequiosa. E incline alla celebrazione. Fenomeno irrilevante? È mai accaduto a De Gaulle o a Reagan?
La Campus non nota le leggi ad personam, non nota le leggi vergogna, non nota l’uso degli avvocati difensori come deputati e senatori a capo di commissioni chiave per gli interessi personali del leader. Non nota la politica come finzione (Pratica di Mare), come repressione (Genova), come intimidazione ostentata e padronale (la messa in stato di accusa da parte dei suoi media, di chi gli tiene testa). Non nota l’illegalità di controllare e dirigere la Tv di Stato, mentre presiede controlla e dirige quella privata.
Il libro della Campus è il perfetto monumento al conflitto di interessi. Ci dice che quel conflitto di interessi, quando è abbastanza forte, colpisce soprattutto i media. Esso, infatti, cambia e riorganizza la percezione degli eventi anche gli agli occhi degli esperti. La controprova è nel libro di Marc Lazar uscito negli stessi giorni. Anche lui è un politologo ma, dalla Francia, lavora al riparo dal totale controllo mediatico che Berlusconi mantiene sull’Italia. Sentite che cosa scrive Lazar: «L’Italia è un grande malato e la terapia del dottor Berlusconi non gli ha permesso di ristabilirsi. L’economia ristagna e le prospettive sono fosche. Al di là dei proclami boriosi si perpetua una vecchia tradizione politica di immobilismo. Silvio Berlusconi non ha avviato alcuna liberalizzazione né innestato alcuna modernizzazione. Tuttavia ha verosimilmente significato un cambiamento completo dell’universo delle rappresentazioni mentali».
Berlusconi è certamente l’antipolitica. Ma in un senso distruttivo e vendicativo contro quella parte non piccola del suo Paese che non coincide con la sua proprietà. Solo il suo mondo inventato e strettamente sorvegliato dai media può avere indotto qualcuno, per quanto esperto, a scambiarlo per Reagan o De Gaulle.

PER IL GIORNO DELLA MEMORIA

contributo di Emanuele Fiano sul Riformista

Vivo personalmente il giorno della Memoria come un giorno difficile.
Essere figli di un sopravvissuto ad Auschwitz, non permette di dimenticare, non avrei bisogno di date io; per noi, in famiglia, la memoria è religione laica quotidiana. La mia memoria della shoah è intima, non condivisibile; la memoria pubblica è invece, ovviamente, un’altra cosa, necessaria e fondamentale. I suoi caratteri vanno condivisi, la battaglia contro i suoi nemici pure.
Anche se io volessi, anche se torcessi il viso dal ricordo, una parte di me, pur guardando avanti, come l’ angelo di Klee descritto da Walter Benjamin rimarrebbe per sempre voltata all’indietro, ricercando i volti che non ho conosciuto.
Per questo contemporaneamente vivo il Giorno della Memoria, come un fondamentale momento del nuovo calendario civile della mia patria, ma anche come luogo rischioso dove la cerimonia o la retorica possono farmi sentire estraneo. Estraneo a me che di quel 27 Gennaio 1945 sono in via indiretta figlio.
Per questo vivo male la polemica che un gruppo di autorevoli storici italiani ha scatenato contro l’ipotesi di decreto legge del Ministro Mastella, reo secondo la comunità scientifica, di avere pensato alla punibilità del reato di negazione della Shoah. L’ho percepita inizialmente come un pericoloso via libera all’oblio.
Le cose non sono poi andate così, certamente anche per merito della sollevazione degli storici, che, mi si permetta la critica professionale, pur senza aver letto materialmente il testo, ha colto di quel provvedimento il rischio illiberale.
Il problema sollevato è reale, ma anche reale è il pericolo: il negazionismo, l’antisemitismo, l’antisionismo, il pregiudizio e la discriminazione razziale, etnica, religiosa o sessuale esistono, e proliferano soprattutto nel non-luogo culturale per eccellenza, e cioè Internet, dove senza filtro, e senza storici che possano li per li contraddirne gli assunti, si diffondono insulti, menzogne, incitazione alla discriminazione e apologia di crimini contro l’umanità. In aggiunta, sempre più, la nostra cultura accoglie al proprio interno, ed è bene che così sia, altre culture extra europee, molto poco al corrente dei caratteri storici del progetto sterminazionista del secolo scorso.
Lo scandalo sul rischio di punire il reato d’opinione è comprensibile, ma io mi chiedo, dopo che il decreto ha eliminato questa parte, non è che l’opinione diventata oggi maggioritaria, e cioè che le idee, per orribili che esse siano, non possono essere punite, ipotechi già il dibattito che svolgeremo in parlamento sulla conversione in legge del decreto, e questo ci porterà ad annullare de facto tutto il provvedimento? Quale ragionamento potrebbe infatti adesso sostenere la punibilità dell’apologia di nazismo o di fascismo o di razzismo, non siamo forse anche qui nel campo delle idee e delle opinioni, pur aberranti; quale sostenibilità avrebbe ora il reato di diffusione di idee discriminatorie, come per esempio i protocolli dei Savi di Sion ?
Con le nuove modifiche alla legge basterebbe infatti semplicemente "diffondere", pur senza fare "propaganda", idee antisemite o sulla superiorità e l'odio razziale per essere perseguiti. Dubito che i firmatari di quell’appello potranno difendere anche solo questa versione, perché la loro contraddizione, con un prinicipio liberale che non conosce limiti nel campo della espressione di idee, sarebbe profonda.
Il comportamento e le idee del leader Ahmadinejad, sollevano da mesi lo sdegno e la reazione dell’intera comunità internazionale, sia per i suoi proclami contro l’esistenza di Israele sia per il sostegno incisivo che ha dato alla propaganda negazionista. Certo, il problema più reale in quel caso è la sua arma atomica, ma sperando che non si arrivi a tanto, quel tipo di affermazioni proferite in Italia dovrebbero essere considerate lecite? O bisognerebbe vedere scoppiare la bomba per percepire come reale l’esistenza di un reato.
Convengo anch’io, che punire un’idea confligga clamorosamente con l’idea di libertà svolta al suo massimo grado e che combattere il messaggio che ci è tramandato dalle aberrazioni della concezione etica dello stato nazionale novecentesco non possa che essere fatto osservando il massimo di liberalità.
Ma percepisco anche il rischio che una posizione troppo illuministica ed elitaria sui rischi delle forme di diffusione della propaganda razzista e discriminatoria, si risolva in un mancato approfondimento dei nuovi pericoli culturali.
Per questo lancio un appello affinché quanto prima in Parlamento ci si possa confrontare con una rappresentanza della comunità degli storici che hanno manifestato il loro pensiero in questi giorni, per giungere insieme a valutare un testo di legge che non punendo la semplice opinione non abbandoni neanche il rischio della discriminazione alla pura punibilità del fatto compiuto.
Lo dobbiamo fare per costruire per costruire una memoria pubblica comune per questo paese, sempre comunque dilaniato, non più rivolta solo all’indietro ma in avanti, per costruire su basi solide un pezzo dei nuovi diritti di cittadinanza che combatta la discriminazione e difenda le idee.

17.1.07

BALLATA PER FABER

di Matteo Tassinari

Il suo ultimo disco s’intitolava “Anime Salve” e lui le conosceva perché anche lui lo era. Anzi, lo è. Avevo un viso bellissimo Fabrizio, quello di una persona capace di vivere intensamente il dolore altrui. Sono passati 8 anni da quando lo piansi perché mia madre mi disse che al tg parlavano della morte di De Andrè. La vita mi aveva fatto il dono di intervistarlo tre volte (Forlì, Riccione e Rimini) e la beffa di essere stato invitato a casa sua e non esserci andato. Con Enrica, infatti, c'invitò a passare una decina di giorni a Tempio Pausania in Sardegna dove viveva con Dori Ghezzi. A noi non ci sembrava vero e ovviamente accettammo. Poi, per le solite ragioni di cui non si conosce la ragione, non ci andammo. Oggi il rammarico è davvero tanto. Parlammo liberamente quella notte e l’intervista si trasformò in un bellissimo scambio di parole, fluido, in quel post concerto notturno nel back-stage del Palazzetto dello sport di Rimini. Poi passarono alcuni mesi e nel silenzio Fabrizio era in ospedale. Quel giorno, era un lunedì, per un attimo, per un periodo imprecisato il tempo e la memoria si sono arrestati su quella voce e su come colpiva e scolpiva con le parole l’anima di chi le ascoltava.
Nato ricco, da una famiglia molto conosciuta a Genova (suo padre era amministratore dell’Eridania) quindi di estrazione medio-borghese per passare la vita intera a denunciarne le ipocrisie di quel vivere a lui troppo stretto e poco incline alla misericordia umana. Un magnifico borghese, sipotrebbe definire, che tradì le sue origini sociali per cantare in chiave trobadorica medievale di prostitute, disertori di guerra, amici fragili, barboni, indiani uccisi da “un generale di 20 anni con occhi turchini e giacca uguale e figlio del temporale”. Un artista che ha sempre avuto la percezione netta che il mondo era ingiusto e ottuso e per questo ci commuoveva metteva in parole e musica “La buona novella” o “La cattiva strada” o “La guerra di Piero”, quando in quella quartina dove il soldato sceglie di morire piuttosto di uccidere: “E se gli sparo in fronte o nel cuore\soltanto il tempo avrà per morire\ma il tempo a me resterà per vedere\vedere gli occhi di un uomo che muore\. Non mancano certo gli esempi per dimostrare perché Fabrizio De Andrè è il più poeta dei cantautori. Ma non solo quelli italiani, anche quelli americani come Bob Dylan o Leonard Coehn (canadese) o Georges Brassens (francese). Dov’è arrivato lui, gli altri non ce la faranno mai, almeno io la penso così. Nessun altro autore ha saputo cantare così civilmente l’odio per l’inciviltà del nostro tempo, il cinismo e l’indifferenza che hanno invaso questo mondo. Detestava le maggioranze (come non capirlo) e le loro capacità di fagocitare i sentimenti per poi anestetizzarli. Amava la notte (come non capirlo) e in lei ci si perdeva lavorando, scrivendo, bevendo, fumando, lavorando, incidendo, per poi svegliarsi alle quattro del pomeriggio. Quelle poche volte che ho avuto occasione d’incontrarlo mi ha sempre colpito come con le sue parole mi spiazzava, mi metteva in condizione di non riuscire a replicare ad ogni sua affermazione. La verità umana è cangiante. E questa sua lucida cognizione della ferocia dei vincitori, piuttosto che ispirargli rabbia e impotenza accendeva la sua potenza narrativa e dilatava la sua dolcezza. Trovò la forza di cantare l’esperienza del sequestro vissuta con sua moglie Dori, percependo la debolezza finale dei suoi aguzzini e, per questo motivo, perdonandoli. L’ascolto di quelle ballate, di quei versi, di quella voce così profonda e tersa, è la grande compagnia che ci ha lasciato. Per ora. E su questo terra.

Fonzie all'attacco di Nanni Moretti
"Happy Days non era qualunquista"

di Michele Serra - Repubblica

E tu, stai con Fonzie o con Nanni Moretti? Prima che qualche malintenzionato si impossessi di un quesito così nevralgico per le sorti della sinistra italiana, facciamolo nostro. Dichiarando subito (nello spirito di Caserta) che noi stiamo con entrambi. Fortemente con entrambi. La cronaca. In Italia per lavoro, l'indimenticabile Fonzarelli (al secolo Henry Winkler, oggi uno splendido sessantenne) è stato intervistato dal settimanale Chi. Che gli ha sottoposto una frase caustica di Nanni Moretti sui dirigenti della sinistra italiana.

Che ti puoi aspettare da chi è cresciuto guardando Happy Days? Fonzie ha risposto da par suo, anzi meglio. In tipica azione di contropiede, ha collocato Happy Days e i suoi fan nel bel mezzo del Movimento: "Alle convention di Happy Days si manifestava contro la segregazione degli afroamericani e a favore dei portatori di handicap. Ho sempre appoggiato Bill Clinton e ora sostengo Hillary. Sono un uomo di pace, amo il mio paese ma non la politica di George Bush".

Se non è egemonia culturale della sinistra questa... Non solo nei cineforum, ma perfino nelle fasce più pop dei palinsesti si praticava, già in pieni anni Settanta e Ottanta, il più sfrenato politically correct. Di Robin Williams, quando giovanissimo faceva Mork di Ork ("Io sono Mork, sull'uovo vengo da Ork") già si sapeva che, in quanto alieno e dunque immigratissimo, era portatore di istanze democratiche. Ma di Fonzie, che ci pareva soprattutto un divertentissimo cazzaro, veniamo a sapere solamente in extremis che era ed è impegnato politicamente. Pazienza: quello che conta è chiarire una volta per tutte che la cultura di massa è un mare magnum che contiene, al suo interno, veramente di tutto, dall'eccellente artigianato di parecchi serial americani a piccoli capolavori come i Simpson. E un'infinità di porcherie, naturalmente. Uno tsunami di robaccia.

E dunque formarsi davanti a un televisore, a patto che consenta di guardare almeno ogni tanto fuori dalla finestra, leggere qualche libro e qualche giornale, non è in sé una garanzia di perdizione. Se alcuni dirigenti della sinistra danno la netta impressione di avere qualche neurone scarburato la colpa probabilmente non è di Fonzie, quanto piuttosto dell'accumulo nocivo, decennio dopo decennio, di riunioni non sempre utili, in stanze non sempre aperte ai refoli della primavera e alle voci della strada. Ne ha ammazzati di più la stesura di una mozione, e peggio ancora degli emendamenti a una mozione, piuttosto che l'intera serie di Nonno Libero.

Certo la questione del rapporto tra cultura alta e bassa si è complicata, negli ultimi anni. O per cinismo o per stupidità (spesso è impossibile distinguere i due moventi...), è diventato molto di moda lodare in blocco la melma e la fuffa televisiva, i tormentoni e i ritornelli, e di conseguenza schifare e deridere tutto quanto puzza di kultura. Ed è considerato molto spiritoso, per dire, dichiarare che l'incredibile Hulk ha meglio operato, per l'emancipazione dell'umanità, di Kant o di Benedetti Michelangeli. Di qui, per dignità, la nostra intatta difesa dei cineforum, e addirittura (lo dico! lo dico!) la rivendicazione della grandezza assoluta della "Corazzata Potemkin": no, non era una boiata pazzesca. Era un capolavoro, compagno Fantozzi.

In conclusione, stare sia con Fonzie sia con Moretti non significa dare il classico colpo al cerchio e alla botte. Significa, credo, saper distinguere, o comunque provare cocciutamente a farlo. Lo stesso Nanni Moretti, per altro, ha dato molteplici prove di conoscere e amare diversi aspetti della cultura di massa, comprese alcune delle canzonette sgangherate (alcune belle, alcune sgangherate) che accompagnano i suoi film. Perché poche cose commuovono (lo diceva anche Proust) come le cattive canzoni. E il cast di "Ecce bombo" quasi al completo, se l'Italia fosse l'America, sarebbe stato l'eccellente protagonista di una serie di telefilm indimenticabile, compreso il famoso e invisibile amico etiope.

Tenendo ben presenti le differenze di calibro, le diverse (come dire?) temperature intellettuali di Happy Days e di Ecce Bombo, decidiamo dunque di annetterceli entrambi. Perché non è vero che bisogna amare sia il "basso" che l'"alto". Bisogna, potendo, amare il meglio dell'alto e il meglio del basso.

15.1.07

Manca l'acqua beviamo Negroni

Satira Preventiva di Michele Serra (L'Espresso)

Come affrontare gli sconvolgimenti del clima e la desertificazione del pianeta? L'amministrazione Bush, accusata di scarsa sensibilità ambientale, in realtà ha preparato da diverso tempo un piano molto accurato. Prevede misure molto severe di risparmio idrico, la più drastica delle quali è la riduzione dei campi da golf da 18 buche a 17. Ma soprattutto, il governo americano intende rovesciare la mentalità negativa in materia di catastrofi, e vedere nella desertificazione un'occasione irripetibile di sviluppo economico.

Turismo La creazione di vaste zone desertiche anche in paesi temperati, come la Spagna, la Francia e l'Italia, permetterà la nascita di una fiorente attività carovaniera. Per spostarsi in cammello da Roma a Parigi, per esempio, ci vorranno almeno 50 giorni, con aumento smisurato delle spese di pernottamento nelle oasi. La biada e le carote potranno raggiungere i 50 dollari al barile. Ma gli esperti americani assicurano che anche altri settori potranno avere uno sviluppo insperato: la grande disponibilità di sabbia a basso prezzo, per esempio, fa prevedere un boom nella produzione di clessidre. Bene anche i documentari sui serpenti a sonagli, che potranno essere prodotti anche a Rieti o a Tolosa. A ruba, in tutte le Borse, i titoli delle aziende di pompe funebri.

Abbigliamento e accessori È in questo settore che gli americani prevedono un vero e proprio boom, tale da rilanciare decisamente l'economia globale. "È vero", si legge nel rapporto, "che la popolazione mondiale sarà dimezzata in cinquant'anni da sete, fame, pestilenze, guerre per l'acqua, scorbuto e attacchi di predoni. E che, dunque, il mercato sarà ridotto del 50 per cento. Ma questa diminuzione dei clienti sarà compensata da una diffusione oggi quasi impensabile di capi di vestiario finora solo di nicchia. Chi potrà fare a meno del fazzoletto con le quattro cocche da tenere sul capo sotto il sole cocente, o delle speciali ginocchiere Nike per avanzare carponi sulla sabbia rovente?". Quanto all'altra metà della popolazione mondiale, che dovrà sopravvivere in zone alluvionate o definitivamente sommerse, prevedibile il boom delle piroghe, delle maschere con boccaglio, dei batiscafi (finora riservati a una ristretta élite di studiosi, saranno necessari per rincasare) e dei costumi da tritone e da sirena per uscire la sera.

Venezia Innamorati di Venezia, i turisti americani non vedono l'ora di visitarla nella nuova veste subacquea. Nelle simulazioni al computer, piazza San Marco appare splendida come sempre, con la sola differenza dei branzini al posto dei piccioni. Prezzi proibitivi nei bar: da Florian una bombola da sub shakerata, aromatizzata al Martini e con una fettina di limone, costerà fino a 300 euro. Divertenti le olive zavorrate. Suggestive le gondole sommergibili, con il gondoliere che indossa il caratteristico scafandro a righe bianche e blu. Deludenti le gite in vaporetto sopra una distesa di acqua stagnante, chiusa a nord dalle Alpi e a ovest dalla flotta americana ormeggiata a Milano.

Hollywood L'industria del cinema avrebbe preferito una nuova glaciazione, considerata più spettacolare per via dei mammuth e soprattutto dei pinguini che sono molto più di moda dei cammelli, e meno sindacalizzati. Ma anche la prospettiva di un'estinzione dell'umanità per disidratazione è considerata uno scenario molto stimolante dall'industria dell'entertainment. Tra i progetti già avviati: 'Babbo Natale nel Sahara', spiritosa commedia con Santa Claus che costringe i beduini a indire libere elezioni votando le sue renne presidente della Repubblica. 'Sfida a Bukur', primo western ambientato nello Yemen, con gli indiani, i cow-boy, la diligenza e tutto quanto identico, "tanto chi se ne frega", spiega ridendo il produttore. E infine 'Drink!', geniale apologo nel quale si invita l'umanità a risparmiare le riserve idriche bevendo solo Negroni.

13.1.07

Lo spettacolo del male

di Michele Serra - Repubblica

Una madre scarmigliata leva il coltellaccio sul suo bambino: sta per ucciderlo e darlo in pasto, sotto forma di spezzatino, agli avventori della sua trattoria. Un padre disperato non sa come sfamare i suoi figlioletti: per levarsi di dosso l'impotenza e l'umiliazione li strangola entrambi. Sono due delle storie (vere) messe in scena da Paolo Poli nel suo ultimo, ferocissimo eppure comicissimo spettacolo teatrale, ispirato alle cronache italiane di questo secolo così come le hanno raccontate sei grandi giornaliste e scrittrici.

Il noir appare qui trasfigurato dallo sguardo favoloso e beffardo di uno dei teatranti più caustici (ed eleganti) mai visti in scena. Eppure, allo spettatore appena uscito dalle raffiche di orrore delle cronache, il teatro di Poli offre, tra cento altre cose, l'occasione per una riflessione non fugace su uno dei sentimenti più diffusi di questi giorni, specie attorno al macello spaventoso di Erba.

Il sentimento è quello di una inedita e raccapricciante qualità del male a noi contemporaneo, sbocco inevitabile di una società sempre più destrutturata e per definizione "senza valori". Ebbene, i fatti innominabili (infanticidio, cannibalismo...) narrati da Poli risalgono al principio di questo secolo, ravvivando la memoria, parecchio sbiadita, di quando l'efferatezza e la sopraffazione avevano per motori specialmente l'ignoranza e la fame, e la brutalità di rapporti sociali parecchio ferini, ancorché sorretti da "valori" ancora molto solidi, per esempio quelli della civiltà contadina, per esempio quelli della sottomissione sociale alle classi "superiori" o alla Chiesa.

Quanto ai conflitti tra vicini, basterebbe la ricca casistica delle violenze rurali per sapere quanto spesso il coltello, il randello e il fucile hanno preteso di risolvere convivenze ostili. Oppure riaprire pagine di tenebrosissimo degrado sociale, come la compravendita degli orfanelli, come la larga diffusione dell'incesto nelle famiglie patriarcali dell'Italia contadina, eccetera eccetera...

Chi, poi, ami attardarsi nella riflessione molto contrita e molto pentita sul Novecento fonte di ogni efferatezza politica, sempre nel teatro di Poli (ma ovviamente in infiniti altri luoghi) potrà trovare qualche illuminante notizia sulla scelleratezza, il sadismo e la pazzia ideologica degli evi antecedenti: sette cristiane purificatrici prevedevano, per tutelarsi dalle insidie del sesso, l'auto-evirazione, e pazienza, ma spesso provvedevano a evirare (per salvarli!) anche passanti non esattamente volontari...

Il sospetto, dunque, è che l'angosciosa percezione di un salto di qualità del male e della violenza sia dovuta soprattutto a una assai più diffusa conoscenza di crimini sempre avvenuti, ma solo oggi diventati materia prima quotidiana di un sistema mediatico cresciuto in maniera esponenziale. Ogni frammento di orrore viene ingigantito, ogni urlo di dolore amplificato, su ogni singola variazione attorno all'orrendo tema della violenza dell'uomo sull'uomo vengono allestiti fluviali dibattiti. L'esile scia di sangue che i cantastorie trascinavano per piazze e villaggi è diventata il mare di sangue che esonda dal video: ma è sempre lo stesso sangue, probabilmente anche la stessa dose pro-capite, solo con un rendimento "narrativo" moltiplicato per mille, per un milione, per un miliardo di volte.

La vera novità è dunque che sappiamo. Che vediamo. Che sentiamo. E su questo dovrebbe svilupparsi la vera discussione. Perché se è vero, anzi è quasi ovvio, che una coscienza diffusa del male, una rappresentazione non censurata e non moralistica dei delitti, fanno parte dei diritti di una società matura, e che sono in genere le dittature a oscurare le cronaca nera; è anche vero che ciò che chiamiamo "informazione" è anche, e al tempo stesso, un gigantesco spettacolo e un mercato mondiale immenso (veicolo fondamentale della pubblicità).

L'attrazione per le storie fosche e crudeli, fin dai primordi della cultura orale e scritta, è una delle componenti forti della psicologia popolare. Ma siamo sicuri che l'impatto enorme e oramai incontrollato del delitto nell'informazione di massa, il proliferare di veri e propri format televisivi attorno ai fatti di sangue, il pullulare di "esperti" e criminologhi e opinionisti che paiono interessati a ingigantire i fatti anche per ingigantire il loro potere professionale e i loro cachet; siamo sicuri, dicevo, che tutto questo obbedisca solo al dovere di cronaca, al bisogno di conoscenza e di trasparenza, insomma ai diritti dell'opinione pubblica?

Oppure l'opinione pubblica, se interpellata, preferirebbe qualche zoomata in meno sulle macchie di sangue, e qualche notizia in più sui retroscena delle guerre, sui crimini "puliti" dell'economia e della politica?

Forse, ecco: la "notizia" che la bestialità, tra gli uomini, è sempre esistita, e in forme ugualmente abominevoli, potrebbe aiutare tutti, giornalisti e opinione pubblica, venditori e acquirenti della merce informazione, a calmierare leggermente il mercato del nero. Molti delitti sono remake di orrori già accaduti. Non è obbligatorio, ogni volta, presentarli come il delitto del secolo: ogni secolo, purtroppo, ne sciorina tanti quanti basterebbero a disgustare perfino il più efferato e morboso dei pubblici paganti.