29.5.07

No Family, no party

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

Ormai è sicuro: dal Family Day nascerà un Family Party, il cui compito sarà difendere i valori della famiglia tradizionale cattolica insidiati dal complotto omosessuale. Sulla cui esistenza sono stati fugati gli ultimi dubbi grazie alla diffusione, da parte di Roberto Calderoli, del 'Protocollo dei Savi di Milanovendemoda', un inquietante documento nel quale i più celebri stilisti gay teorizzano il lancio della minigonna maschile, la barba finta obbligatoria per le femmine e l'instaurazione di una spietata dittatura omosessuale. La calligrafia del Protocollo, scritto a mano su carta intestata del quotidiano 'La Padania', è identica a quella di Calderoli, ma i dubbi che si tratti di un falso teso a mettere in cattiva luce la comunità omosessuale sono stati fugati da una perizia effettuata dallo stesso Calderoli.
Ma vediamo come sarà strutturato il nuovo Family Party.

Il simbolo Dovrebbe essere un centrino da tavola, opera del designer bergamasco Bartolo Ostia. Bocciata la proposta della Lega Alpina Sanfedista, che voleva una valanga stilizzata che travolge una comitiva di prostitute rumene in gita: il bozzetto, che prevedeva sullo sfondo anche una famiglia di stambecchi in atteggiamento esemplare (la femmina che allatta, il maschio che incorna un escursionista depravato, distinguibile per il rossetto sulle labbra) è stato ritenuto troppo complicato dalla commissione giudicante, formata da un parroco, una perpetua, un carabiniere in pensione e un cappellano militare. Deluso anche Savino Pezzotta, che aveva proposto come simbolo un'immagine di San Giuseppe sulla Milano-Brescia.

Il programma Tra i punti fermi l'abolizione del divorzio (anche retroattiva, con obbligo dei divorziati, compresi quelli molto anziani, di risposarsi e rifare il viaggio di nozze, partendo in auto con i barattoli appesi al paraurti), l'uso del tesoretto come sussidio statale per il pranzo di Natale e le pulizie di Pasqua, sgravi dell'Ici per chi dimostra di usare sempre le pattine in casa, diritto di voto all'embrione congelato, rinnovo della Cresima ogni cinque anni come per la patente. Bocciata la proposta di ricostituire la Santa Inquisizione, contestata dall'ala ambientalista a causa dei fumi tossici che si sprigionano dai roghi.

Omosessuali Potranno curarsi in appositi centri specializzati, con terapie a base di docce ghiacciate, recita integrale del rosario (con lo speciale rosario di Medjugorie, lungo due metri e mezzo), enormi porzioni di minestrone (pare mortifichi la libido per almeno una settimana) e infermiere scollate, con tette gigantesche, che cercano di redimerli o, in caso di rifiuto, di soffocarli nella scollatura.

Scuola Abbandono definitivo del darwinismo: i libri di testo verranno corretti, le immagini di scimmie antropomorfe sostituite da fotografie dei vescovi della Cei. La scuola pubblica verrà parificata a quella privata, purché il preside sia un salesiano e adotti gli stessi programmi della celebre Riforma Calderon, varata nella Spagna del Seicento e giudicata dal Family Party molto più avanzata della riforma Gentile. Crocefisso appeso in tutte le aule, ma a grandezza naturale, infisso sopra un piccolo Golgota costruito con terra di riporto dietro la cattedra. Negli istituti di nuova costruzione un impianto di amplificazione riprodurrà i gemiti del Cristo morente. La tradizionale campanella di fine lezioni è sostituita da una campana di bronzo di sei tonnellate che il preside farà vibrare con un enorme batacchio, lo stesso usato per punire gli studenti.

Organigramma Il Family Party sarà retto da un direttorio maschile di 50 anziani, sul modello armonioso di comunità arcaiche come la Sacra Corona Unita o le Pro loco delle valli resciane: agli uomini il governo, alle donne il rigoverno.

23.5.07

LA NOTTE DELLA REPUBBLICA

di Marco Travaglio - dal blog di Beppe Grillo

"Caro Beppe,
vorrei comunicare a tutti gli amici del blog l’ultima notizia scomparsa di una lunga serie. Il 15 maggio 2007 la III Corte d’appello di Milano ha condannato il senatore forzista Marcello Dell’Utri e il boss della mafia di Trapani Vincenzo Virga a 2 anni per ciascuno per tentata estorsione. Nessun giornale, a parte l’Unità e il Corriere della sera, l’ha scritto. Nessun telegiornale o programma televisivo, tranne Annozero, l’ha detto. L’Ansa, onde evitare che qualcuno se ne accorgesse, ha dedicato alla cosa ben sette righe e mezza, sotto questo titolo depistante: “Sponsorizzazioni: confermata in appello condanna Dell’Utri”. Come se il reato fosse la sponsorizzazione. Nel testo, si spiegava (si fa per dire) che l’estorsione riguardava imprecisate “modalità di sponsorizzazione della Pallacanestro Trapani”. Quanto a Virga, l’Ansa “dimenticava” di spiegare che è un boss mafioso, vicinissimo a Provenzano, arrestato dopo lunga latitanza nel 2001 e condannato all’ergastolo per mafia e omicidio.
Riepilogo brevemente i fatti. Nel 1990 il presidente della Pallacanestro Trapani, Vincenzo Garraffa, medico e futuro deputato del Pri, cerca uno sponsor per la sua squadra, neopromossa in serie A2. Publitalia, la concessionaria Fininvest presieduta da Dell’Utri, lo mette in contatto con la Dreher-Heineken. Si firma il contratto: per 1 miliardo e mezzo di lire, i giocatori esibiranno sulle magliette il logo della “Birra Messina”, marchio italiano della multinazionale tedesca. Garraffa paga la provvigione a Publitalia: 170 milioni. Ma due funzionari della concessionaria berlusconiana battono cassa e pretendono da lui altri 530 milioni, in nero. In pratica, Publitalia vuole indietro la metà del valore della sponsorizzazione, ovviamente sottobanco. Garraffa rifiuta e, ai primi del ’92, incontra Dell’Utri a Milano. Gli spiega di non disporre di fondi neri e di non poter pagare senza fattura. Dell’Utri – come denuncerà Garraffa – lo minaccia: “Ci pensi, abbiamo uomini e mezzi per convincerla a pagare”. Garraffa non paga. E, qualche settimana dopo, riceve nell’ospedale di cui è primario una visita indimenticabile: quella del capomafia Vincenzo Virga, scortato da un guardaspalle. Virga è di poche parole: “Sono stato incaricato da Marcello Dell’Utri e da altri amici di vedere come è possibile risolvere il problema di Publitalia”. Garraffa ribatte: “Senza fattura, non intendo pagare”. E Virga: “Capisco, riferirò. Se ci sono novità, la verrò a trovare…”.
L’anno seguente la Pallacanestro Trapani, nonostante i successi sul campo, non trova più uno sponsor. Garraffa s’inventa un’autosponsorizzazione antimafia, ovviamente gratuita, con lo slogan “L’Altra Sicilia”. Che gli porta fortuna: la squadra viene promossa in serie A. Maurizio Costanzo invita lui e i suoi giocatori a parlarne al “Costanzo Show”, su Canale5. Ma poi, all’ultimo momento, cambia idea e disdice l’invito. Garraffa ci vede lo zampino di Dell’Utri. E denuncia tutto ai magistrati di Palermo. Che trasmettono gli atti, per competenza, al Tribunale di Milano. Qui Dell’Utri e Virga vengono condannati per tentata estorsione aggravata a 2 anni a testa. L’altro giorno, la Corte d’appello ha confermato le condanne.
Ora manca soltanto la Cassazione. Dell’Utri intanto è stato condannato definitivamente a 2 anni per false fatture in altre sponsorizzazioni gonfiate e in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Naturalmente, visto il pedigree, rimane a pie’ fermo in Parlamento e viene pubblicamente elogiato per la sua “intelligenza” da diessini dalemiani come Nicola Latorre (niente a che vedere con Pio La Torre, ammazzato dalla mafia) e ossequiosamente intervistato da giornali e tv su tutto lo scibile umano, fuorchè sulle sue condanne.
Come ricorda Daniele Luttazzi nel suo ultimo spettacolo, Daria Bignardi l’ha recentemente invitato alle “Invasioni barbariche” su La7 e ha subito premesso: “Non parliamo dei suoi processi”. Dell’Utri, comprensibilmente, non ha avuto nulla da obiettare. Anzi, ha aggiunto che il suo giornalista preferito è Luca Sofri. Che, guardacaso, è il marito della Bignardi. Ecco, dei processi di Dell’Utri è meglio non parlare mai. Il senatore ha uomini e mezzi per convincere."
Marco Travaglio

22.5.07

Maglia rosa all'uranio arricchito

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

È partito il Giro d'Italia, con un giorno d'anticipo perché era impossibile riuscire a tenere fermi i ciclisti sovreccitati. Parecchi, con le narici fumanti, sono scattati direttamente dalla loro stanza d'albergo, inutilmente inseguiti dal concierge che sventolava il conto. Alcuni, dopo il traguardo della prima tappa in Sardegna, hanno proseguito a nuoto raggiungendo il continente e hanno percorso a piedi in due giorni l'intero tracciato del Giro. È stato impossibile effettuare i controlli antidoping perché le provette esplodevano pochi istanti dopo essere state riempite.
Inevitabili le polemiche sui nuovi cocktail di farmaci che, malgrado la raffica di squalifiche, continuano a circolare liberamente. Un direttore sportivo è stato fermato dai Nas mentre cercava di introdurre in albergo, inosservato, un elefante africano per fare trasfusioni ai suoi ciclisti. Ma vediamo quali sono i nuovi metodi di dopaggio, sempre più raffinati.

Anabolizzanti Quelli di vecchia generazione aumentavano la muscolatura in modo troppo evidente: corridori rachitici durante le gare primaverili, al Giro non riuscivano a disputare la volata perché occupavano per intero il vialone del traguardo, abbattendo con le spalle le transenne sui due lati. Gli anabolizzanti di nuova generazione, per ovviare all'inconveniente, agiscono sull'altezza e non più sulla larghezza. La squadra tedesca Kalofunken, lo scorso anno di altezza media, quest'anno è formata da ciclisti sui due metri e 70, filiformi, con biciclette enormi, scarpe numero 50 e borracce ricavate da scaldabagni. Il direttore sportivo Udo Kraut ha chiesto agli organizzatori barriere paracolpi di gommapiuma all'ingresso delle numerose gallerie lungo il percorso.

Eteroemotrasfusione
È stata inventata per aggirare i divieti sull'autoemotrasfusione. Anziché iniettarsi il proprio sangue, si usa quello del ciclista della stanza accanto, prelevandolo nel sonno. Popescu, un gregario transilvano che in vent'anni di carriera aveva vinto solo una gara, però di motociclismo, lo ha adottato per primo nel periodo in cui era vicino di stanza di Lance Armstrong. Ha continuato a non vincere, ma ha imparato perfettamente l'inglese in una sola notte. La diffusione di questa pratica è testimoniata dall'impressionante colpo d'occhio alla partenza: alcuni ciclisti pallidissimi cadono svenuti dopo poche pedalate, mentre altri colleghi, paonazzi, riescono a salire a stento sulla bicicletta perché il loro peso corporeo è raddoppiato in una notte. La squadra spagnola Cisterna è composta solo da corridori eterotrasfusi.

Cocaina L'assunzione diretta ha esiti controversi, e soprattutto può essere facilmente scoperta dalle analisi. Per questo alcuni medici hanno escogitato un sistema geniale: legano un sacchetto con un chilo di coca dietro il sellino, attirando i cani antidroga entro un raggio di cento chilometri. Inseguito da una muta di cani, il ciclista aumenta di molto l'andatura.

Uranio arricchito Molto costoso ma molto efficace, consiste in un blister di 12 supposte di uranio arricchito. Con una sola supposta il ciclista diventa fosforescente e raggiunge i 200 chilometri all'ora in poche pedalate. Importante dotare la bicicletta di un sistema di refrigerazione perché l'attrito può fondere il telaio in pochi secondi.

Ipnosi Consiste nel convincere il ciclista, sotto ipnosi, che le salite non esistono, sono solo discese osservate da un altro punto di vista. E dunque possono essere affrontate con un rapporto lunghissimo, a velocità sostenuta. Lo scalatore spagnolo Chisco, con questo sistema, ha scalato lo Stelvio alla media di 65 all'ora. Purtroppo, per il fenomeno detto 'inversione psichica', ha poi percorso la discesa molto lentamente, sbuffando e piantandosi sui pedali, ed è stato raggiunto dal gruppo.

Monocilindrico È un sistema polemicamente adottato dai medici sportivi di molte squadre per tutelare la salute dei corridori. Anziché intossicare i ciclisti con intrugli assurdi, si monta sulle biciclette un motore monocilindrico.

9.5.07

L’assalto di 833 liste e il salario politico

di Gian Antonio Stella - Il Corriere della Sera

PALERMO — Se il ragionier Giuseppe Milazzo andrà al seggio con l’auto blu di presidente uscente della VI circoscrizione comunale, quella dei quartieri popolari verso l’aeroporto, non si sa. Si sa che il suo appello agli elettori, chiamati a scegliere tra Diego Cammarata e Leoluca Orlando, è accorato: «Non votate per persone che sfrutteranno il vostro voto per soli interessi personali!». Bel pulpito..
Prima di fare politica, spiega lui stesso nel sito internet, non aveva lavorato un solo giorno. Dopo, è stato fatto vicepresidente Consiglio di Amministrazione Opera Pia S.Lucia di Palermo, piazzato nel CdA «dell'Assessorato Regionale Cooperazione, Commercio, Artigianato e Pesca di Siracusa». Inserito tra i raccomandatissimi assunti senza concorso all'Amia, nettezza urbana. Dove ha preso ogni mese una busta paga che si cumulava con quella di presidente circoscrizionale: 4.750 euro al mese. Slogan: «In prima persona per continuare». La politica, dice, per lui è una passione. C'è da credergli. Dicono che è lì che si deciderà lo scontro frontale tra il sindaco uscente, l'aitante avvocato dal sorriso standard riproposto dalla CdL, e il suo predecessore, che dopo aver fondato la Rete e seminato scompiglio nella vita politica nazionale e infine girato il mondo come autore di libri scritti solo in tedesco e in inglese come se non volesse più occuparsi delle faccenduzze palermitane, ha deciso di tornare. E provare a riprendersi quella città che in qualche modo ritiene gli appartenga. Dicono che si deciderà, il duello, non solo sul carisma elettorale dei due candidati e men che meno sulla benedizione calata dall'alto da parte di Berlusconi (che con la battutaccia sugli elettori orlandiani «malati di mente» avrebbe un po' incasinato le cose) o di Prodi. A pesare saranno le centinaia e centinaia di aspiranti «deputatini» circoscrizionali, aspiranti presidenti, aspiranti consiglieri comunali, aspiranti assessori.
Una folla di 3.962 persone che ha preso d'assalto il Palazzo delle Aquile e i palazzetti dei parlamentini di quartiere sotto le bandiere di 33 liste, ridotte a 31 solo dall'intervento dei giudici. Tutta la Sicilia ormai è una affamata, tragica e ridicola «Elezionopoli» con un esercito di 18.413 uomini e donne, giovani e vecchi, idealisti e furboni decisi a sgomitare sventolando i vessilli di 833 (ottocentotrentatré) liste per andarsi a prendere tutte le poltrone possibili. Dalle Isole Eolie (dove la destra è per fare l'aeroporto e un enorme porto e nuovi complessi alberghieri e la sinistra grida alla devastazione dell'arcipelago) ad Agrigento, da Gela a Raffadali, il paese di Totò «Vasa Vasa» dove il candidato è il fratello, Silvio Cuffaro. Si era già visto qualcosa di simile a Catania, nelle elezioni del 2005 vinte dalla destra, poi a Messina nelle comunali del 2006 vinte dalla sinistra. Ma mai come stavolta la verità è accecante: la politica, che stando a una inchiesta di Emanuele Lauria su Repubblica ingoia qui un milione di euro al giorno, è il vero business dell'isola. Il primo distributore di buste paga. Va da sé che la guerra per conquistare le postazioni di rendita è combattuta con tutti i mezzi. «È scattata una corsa alla spesa, ufficiale e non», ha confermato Carlo Vizzini che di campagne elettorali ne vede da quando prima di lui faceva politica il papà, «assolutamente incontrollata». Nella sola sfida di Palermo, dicono le stime, vengono bruciati in questi giorni nove milioni di euro. In un diluvio di manifesti, volantini, santini. Facce da pugile, facce da Grande Fratello, facce da bodyguard, facce da pornostar. Totò Scicchigno ammicca avendo al collo un papillon assai «scic».
Leopoldo Piampiano invita a non perdere tempo. Sesto Terrazzini dice che lo divora una «passione allo stato puro». Vito Onesti tuona: «Solo Onesti al Comune!». Dietro, però, si muoverebbe anche dell'altro. O almeno così dicono quelli della sinistra in una lettera a Giuliano Amato: «Ci sentiamo di affermare che il voto rischia di essere inficiato da innumerevoli illegalità, da un vero e proprio mercimonio che rischia di corrompere il carattere democratico della competizione elettorale. Nei quartieri popolari della nostra città, stiamo assistendo a fenomeni inquietanti: numerosi candidati dei partiti che sostengono la candidatura del sindaco uscente stanno distribuendo soldi, telefonini, buoni per la benzina, pacchi di pasta, finte lettere d'assunzione». La destra ha reagito indignata. «Torna l'orlandismo, secondo il quale il sospetto è l'anticamera della verità», ha sibilato sferzante Renato Schifani. «Hanno elementi concreti o nomi da fare? Lo dicano. Sennò…». Quanto ai due galli principali, si arpionano e si beccano e si assaltano a ogni ora. Ma non si sono mai incontrati becco a becco. Quelli di Orlando dicono che Cammarata «ha una fifa blu a fare un confronto pubblico perché Leoluca lo farebbe a pezzi». Quelli di Cammarata rispondono ridendo che «Diego non fa che prendere atto di quel che Orlando ha detto alle primarie nel centrosinistra e cioè che questi dibattiti non servono a niente». «U sinnacu» uscente, dopo aver accusato il predecessore di essere «un camaleonte, un presuntuoso: tanto fumo e niente arrosto» e aver teorizzato che «questa è una città intelligente che non si fa ingannare da chi cambia pelle» e dunque «Orlando si illude ma non arriverà nemmeno al ballottaggio», assicura che i sondaggi sono tutti dalla parte sua: «Come candidati io sto al 52%, lui al 46, come partiti noi stiamo 20 punti davanti». Il fondatore della Rete, dall'altra parte, ostenta l'aria del vecchio micione che comincia a credere di avere già il sorcio in bocca: «Se conosco Palermo, e la conosco, forse non andiamo neanche al ballottaggio. A mio favore, intendo. Il difficile verrà dopo».
E il primo accusa il secondo di avergli lasciato «una città allo sfascio, una crisi idrica pazzesca, 7.350 Lsu e precari che ci siamo impegnati a stabilizzare senza creare un solo nuovo precario» e assicura che le polemiche sugli autisti dei bus senza patente sono una minchiata perché «quelli che non sono adatti faranno altre cose: non siamo mica così matti da dare un pullman in mano a chi non è adatto a guidare!» e giura che chiuso il capitolo «qui si verrà assunti solo con regolari concorsi». Il secondo dice che sì, è vero che prese tutti quegli Lsu ma «nessun amico o amico degli amici: era una scelta politica, perché non avevano dato ai palermitani il reddito minimo di sopravvivenza e io non voglio la fame, a Palermo!». E spiega che con lui «la città aveva un "rating" A3 e adesso siamo così inaffidabili che non ci hanno declassato ma abolito!» e che «qui non arriva un centesimo dall' Europa dal 1999, quando c'ero io» e «Cammarata ha fatto da zerbino a Berlusconi e invece se vinco io a Prodi lo faccio nero, se non ci dà il reddito minimo, chiaro? Butto giù il governo, chiaro?». E via così. Mentre l'uno e l'altro battono i quartieri baciando tutti e stringendo le mani a tutti e promettendo qualcosa a tutti. Dovevate vederlo, ieri mattina, Cammarata tra i gamberoni e i panini con la milza e le angurie della Vucciria. Antonino Mercante, detto «Formaggio», una specie di masaniello dei precari, ogni tanto strillava: «Un applauso per u sinnacu!». E giù scrosci di battimani. Mentre Orlando ammiccava sornione: «A mmia li applausi li fanno da soli. Senza "Formaggi" e formaggini».

4.5.07

Come vivere e bene senza lavarsi

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

L'emergenza idrica sta assumendo dimensioni drammatiche. Ma la società italiana, a partire dalla sua classe dirigente, è pronta per una vera e propria rivoluzione culturale. La Lega ha fatto sapere che la tradizionale cerimonia dell'ampolla sacra (tra le più cliccate su You-Tube nella sezione 'video esilaranti') sarà modificata: anziché prelevare acqua dal Po, la delegazione leghista rovescerà nel fiume l'ampolla riempita l'anno scorso. Gli onorevoli Boso e Borghezio, in aggiunta, sputeranno nel fiume.

Flavio Briatore e Lele Mora hanno rinunciato a rinnovare l'acqua delle loro piscine in Sardegna: useranno quella dell'anno scorso, dopo averla filtrata per depurarla dal cocktail di fondo tinta, benzina super, cocaina, banconote e paella che la rende limacciosa. La Fontana di Trevi sarà svuotata e riempita di palline di plastica colorata (dono dell'Ikea): al posto di Anita Ekberg, farà il bagno nuda nelle palline colorate Cristina D'Avena. Fulco Pratesi e altri ambientalisti hanno messo a punto un nuovo codice igienico.

L'acqua dello sciacquone può essere riutilizzata per lavarsi i denti e poi per cucinare gli spaghetti, che assumeranno un caratteristico sapore di dentifricio e orina, rendendo superfluo il condimento. Ancora bollente, la stessa acqua può servire per un pediluvio, infine per annaffiare i gerani che assumeranno un suggestivo colore nero. Raccogliendo i residui dell'annaffiatura rimasti nei sottovasi, li si può rollare e fumarseli in santa pace, procurandosi una visione realistica delle cascate del Niagara.

La doccia - una volta alla settimana - non deve durare più di dieci secondi. Ci si può lavare perfettamente con piccoli accorgimenti: rasarsi completamente i capelli prima della doccia, non insaponare le ascelle e altri meati difficili da risciacquare e soprattutto avere già fatto in precedenza un bagno in albergo.

Mutande e calzini possono durare anche 15 giorni, avendo l'accortezza di farli leccare accuratamente dal cane ogni sera. Quando, dopo qualche giorno, assumono la necessaria rigidità, anziché sprecare acqua li si può lavare con scalpello e fiamma ossidrica. Gravissimo lavare la macchina troppo spesso. Molto meglio cambiarla una volta al mese, restituendo quella sporca al concessionario. Oppure, ai semafori, provocare con insulti razzisti i lavavetri che la copriranno di sputi, poi, raggiunta la distanza di sicurezza, scendere e passare la pelle di daino.

Grandi novità anche in gastronomia. I legumi, fino a oggi inutilmente ammorbiditi nell'acqua, possono essere consumati secchi, inghiottiti interi come pillole o anche polverizzati con un pestello e inalati. Lo chef Pistoloni, nella sua rinomata Cascinetta del Cacciatore, serve già da tempo spaghetti croccanti spolverati con curry e shampoo secco. Molto apprezzati anche il gelato liofilizzato, che impasta bronchi e polmoni con i sintomi della silicosi, però aromatizzandoli al pistacchio, e la sbrisolona al piccone, specialità del posto, da consumare in cortile perché lo spaventoso rumore della masticazione potrebbe disturbare gli altri clienti. Su ogni tavolo sono presenti un vasetto di cicatrizzante per le gengive e il numero dello studio dentistico più vicino.

Ma è soprattutto il governo che si muove. Un decreto legge prevede la riduzione drastica delle bottiglie d'acqua minerale, con le nuove pezzature mignon, ditale e sorsetto, carissime ma già molto di moda tra i giovani rampanti che le inghiottono intere senza neanche stapparle. Incentivi economici per le imprese che producono water senz'acqua: si va dal modello Winchester, corredato di un fucile di precisione per sparare all'escremento, al modello Strada, una tazza senza fondo da collocare sul marciapiede per poi prelevare la cacca con gli stessi sacchetti dei cani e buttarla nel cassonetto.

Respinta una proposta di legge che prevedeva di rattoppare gli acquedotti bucati e mettere in galera i sub-concessionari mafiosi che speculano sulla siccità. Il relatore non è stato in grado di pronunciare il suo discorso perché aveva la gola secca.

30.4.07

Apocalisse al Lingotto

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

Sta per aprire i battenti la Fiera del Libro di Torino. Ecco gli appuntamenti più attesi e le principali novità e tendenze.

Noir italiano
Risolti i gravi problemi logistici: per riuscire a ospitare tutti gli scrittori di noir italiano (alcune centinaia), sono stati costruiti due nuovi alberghi nei dintorni del Lingotto, con stanze insonorizzate per coprire le urla di terrore delle cameriere quando rifanno i letti. Tra gli ospiti più attesi la rivelazione dell'anno Poldo Minuto, che rivisita la recente storia politica italiana attraverso l'omicidio di una prostituta; la coppia Poroni-Carattolo, che rivisita la recente storia politica italiana attraverso l'omicidio di un dentista; e la raccolta di racconti di giovani scrittori 'Carotide', che rivisitano la recente storia politica italiana attraverso l'omicidio di un commercialista, di una casalinga, di un idraulico, di una cartomante, di uno psichiatra e di una infermiera. In controtendenza l'emergente Amanda Kurt, che nel suo nuovo romanzo 'Pozze di sangue' rifiuta ostentatamente di mettere in relazione l'omicidio di un taxista con la recente storia politica italiana, spiazzando la critica e sconcertando i lettori.

Dibattiti
Molto atteso quello con André Glucksmann e Bernard-Henri Lévy 'Contro il divismo degli intellettuali', nel corso del quale alcuni celebri parrucchieri rifaranno la messa in piega alle due star della cultura europea mentre firmano autografi. Durante le prove generali i due, assistiti da un regista teatrale di fiducia e da un visagista, hanno lungamente discusso come sistemare le sedie per offrire al pubblico il profilo più fotogenico. Nella tavola rotonda 'La critica si giustifichi', i critici italiani dovranno spiegare perché hanno ignorato il libro di Marco Materazzi, preferendogli Philip Roth. Susanna Tamaro, come sempre molto riservata, non sarà presente alla serata a lei dedicata, 'Incontro con Susanna Tamaro', ma manderà alcune diapositive delle sue caprette, del suo cagnolino, del suo asino, della sua mucca, e forse anche qualche riga manoscritta del nuovo romanzo autobiografico 'Orazio e Clarabella'.

Federico Moccia
Avrà uno stand tutto suo, arredato dalle migliaia di peluche ricevuti dalle ammiratrici. Scriverà in diretta, nei cinque giorni della manifestazione, il suo nuovo romanzo 'Dimmi che mi vuoi tanto bene e fammi pucci pucci', storia di un adolescente scemo che si innamora della compagna di banco e solo alla fine dell'anno si accorge di avere sbagliato classe.

Lecturae Dantis
Il successo travolgente delle letture pubbliche di Benigni e Vittorio Sermonti ha fatto proseliti. Il direttore della Fiera Ernesto Ferrero ha ricevuto insistenti richieste di leggere Dante da parte di Elisabetta Canalis, Dolce e Gabbana, Franco Califano e Lapo Elkann, cedendo solo alle pressioni di quest'ultimo per ragioni di politica culturale: è proprietario del Lingotto e ha minacciato di sfrattare tutto il baraccone per rimetterci una catena di mietitrebbia. Altre letture pubbliche previste: monsignor Ravasi leggerà la Genesi nella nuova edizione a fumetti, mimando i vari personaggi e accompagnando le parole con i rumori di fondo richiesti (chi ha assistito alle prove giura che il rumore del tuono gli viene benissimo). Poco distante Guido Ceronetti leggerà l'Apocalisse, molto velocemente per riuscire a terminarla prima della fine del mondo, da lui prevista qualche ora prima della chiusura della Fiera del Libro. Alain Elkann leggerà la sua intera autobiografia nello spazio dietro il bar denominato 'Un minuto a testa'.

Letteratura etnica
Grande curiosità per Lambaranore Uikì Melamba, scrittrice congolese che scrive in congolese storie congolesi. Dopo la lunga trafila di scrittori africani che vivono a Parigi e scrivono in inglese, o scrittori creoli che vivono a New York e scrivono in spagnolo, ecco la sorprendente novità di una scrittrice che odia la contaminazione culturale, detesta i viaggi e mette le mani addosso a chiunque le parli di globalizzazione. Non è mai uscita dal Congo e verrà a Torino solo per la giornata, tornando a dormire a Brazzaville.

18.4.07

Al Family Day con i Killing Mother

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

Fervono i preparativi per il Family Day, che poi sarebbe il Giorno della Famiglia, ma per vendere i diritti televisivi all'estero ha dovuto adeguarsi, sul modello della Coppa dei Campioni ribattezzata Champion's League. Il numero dei partecipanti si preannuncia imponente, soprattutto grazie al contributo di parecchi politici del centrodestra che porteranno in piazza almeno due o tre famiglie. Si temono tafferugli per la conquista della testa del corteo: il Coordinamento delle Seconde Mogli ha fatto sapere di non potere accettare una posizione defilata, ma dovrà vedersela con l'Unione di Primo Letto, potentissima lobby che sfila sventolando testamenti, rogiti e carte da bollo. La questione sarà probabilmente risolta facendo aprire il corteo da un cordone di parroci, che non avendo famiglia sono i più indicati per mantenere la calma.

È un'incognita l'atteggiamento dei Collettivi Autonomi Amanti, da sempre in clandestinità. Lo storico centro sociale Buonasera Dottore, che raccoglie le veterane e i veterani della relazione adulterina, minaccia di bruciare in piazza le migliaia di pullover e di cravatte ricevuti furtivamente a Natale dal proprio partner mentre era a Cortina in famiglia. Probabile un corteo autonomo, con concentramento al Motel Le Rose sul raccordo anulare, e un percorso a zig-zag per depistare gli investigatori privati.

Molto complicate la trattative per convincere a sfilare nel corteo principale anche i figli. I più piccoli, dopo una sfibrante concertazione, hanno accettato di partecipare a patto che siano riforniti di palloncino, zucchero filato, skate-board, zainetto firmato e scarpe fosforescenti con i sonagli e le luci di posizione. Per evitare di smarrirsi, saranno preceduti da un enorme schermo televisivo che trasmette cartoni giapponesi. Secondo uno studio distribuito dagli organizzatori, il sentimento della famiglia è, nei più piccini, particolarmente forte, anche se il 56 per cento è convinto che la madre sia Cristina D'Avena e il padre il campione di wrestling Undertaker.

Ancora più difficili le trattative con gli adolescenti: ore di discussione inutili perché i rappresentanti dell'Unione Teen Agers avevano le cuffiette dell'i-Pod nelle orecchie e non hanno capito una mazza. Alla fine, in cambio di una mancia di 50 euro e di una felpa della band Killing Mother, hanno promesso che sfileranno per poter filmare i nonni che cadono e si fratturano il femore e metterli su YouTube nella sezione 'video divertenti'. Alcuni volontari, muniti di pertiche con l'uncino, seguiranno il corteo dei ragazzi per raccogliere i pantaloni a vita bassa che cadono a terra. Le adolescenti hanno promesso, in occasione del Family Day, di coprirsi l'ombelico. Ci applicheranno sopra un adesivo con la scritta 'Sex Forever'.

Pittoresco si preannuncia il corteo dei nonni e delle nonne, che sarà aperto da dieci coppie che festeggiano le nozze d'oro, accompagnati dalle badanti slave che gli spiegano dove sono. I cugini, i cognati e gli zii, riuniti nel rassemblement Parenti in Campo, saranno presenti dietro lo striscione 'Vengo a cena ma non stare a preparare niente di speciale', e leggeranno un documento programmatico con dieci menù elaborati. Un loro rappresentante chiederà al Parlamento di codificare, finalmente, la pratica dell'autoinvito.

Acceso dibattito, tra gli organizzatori, sull'eventuale adesione di famiglie molto tradizionali e devote, da Cosa Nostra alla Sacra Corona Unita, fondamentali nel processo identitario della società italiana, ma sorde alla richiesta di partecipare disarmate. Si cerca un compromesso: accettare chi è munito di porto d'armi, oppure chi si fa accompagnare da un secondino. Stupore per l'invito degli organizzatori a nuclei familiari formati da membri obesi. Si è poi capito che lo scopo era avere in corteo anche le famiglie allargate. Molti gli intellettuali che hanno annunciato la loro adesione: Federico Moccia.

5.4.07

Claudio Magris sul Corriere della Sera (2005)


C'è una sola persona moralmente e culturalmente autorizzata a pronunciare la «devolution» e qualche anno fa avevo anzi proposto che le fosse riconosciuto con una specifica legge il diritto esclusivo di usarla: Alberto Sordi, sovrano interprete della pagliaccesca vocazione italica a «fare l'americano», a darsi l'aria di frequentatore del West pur abitando nel Varesotto o a Porta Portese e ad adoperare senza necessità termini anglosassoni nonostante la propria esilarante pronuncia. Purtroppo Alberto Sordi è morto e i suoi involontari imitatori hanno poco del suo genio e molto della balordaggine dei personaggi da lui creati. Non c'è infatti alcun motivo di dire «devolution» anziché riforma federalista, così come fa ridere i polli chiamare «governatori» i presidenti delle Regioni, quasi essi potessero, come negli Stati Uniti, concedere o negare la grazia al condannato sulla sedia elettrica.
Il termine «devolution», ripetuto con coatta iattanza, è vacuo come il «cioè» postsessantottino; non è tanto una parola che esprima un concetto, quanto un rumore, come quelli che il corpo talora emette anche involontariamente, magari con effetti socialmente imbarazzanti; un segnale convenuto di riconoscimento fra simili, come il fischio di certi animali o quello irriferibile immortalato da una celebre canzone goliardica. Purtroppo, in questo caso, non è in gioco una festa delle matricole o di addio al celibato, bensì il Paese, l'Italia, lo Stato, la Patria o come vogliamo chiamarlo; il suo destino e il suo futuro, la sua dignità, il senso e il peso della sua presenza nel mondo.
La ributtante riforma costituzionale in cantiere, che si appresta a cancellare quel poco o tanto di buono che c'è ancora nello Stato italiano e il senso stesso dello Stato e dell'Italia, non nasce dalla doverosa e sacrosanta esigenza di decentramento. È ovvio che la democrazia inizia ed esiste concretamente dal basso, nella realtà di istituzioni e autogoverni locali attenti alla peculiarità dei loro compiti ed è ovvio che un centralismo elefantiaco (come quello statale, spesso peraltro imitato da quello regionale, a differenza dalla più viva realtà comunale) è non solo potenzialmente livellante e illiberale, bensì anche anchilosato e inefficiente.
Ma la devoluzione — okay, devolution — non si ispira a queste esigenze concrete. Essa nasce da una regressiva negazione dell'unità del Paese e dal livoroso desiderio di distruggerla. Non a caso, sino a poco fa, veniva strombazzata — pur senza alcuna intenzione di porla in atto — la parola «secessione», con cui si sciacquavano la bocca macchiette di provincia assai poco simili all'aristocrazia cavalleresca del vecchio Sud di Via col Vento.
E secessione significa, appunto, distruggere l'unità del Paese.
A questa unità — a questo senso di più vasta appartenenza comune, pur nella creativa e amata varietà di città, territori, tradizioni, dialetti e costumi diversi — si vuol contrapporre un ringhioso micronazionalismo locale, spiritualmente strozzato dal proprio cordone ombelicale conservato sott'olio e chiuso a ogni incontro, pronto ad alzare ponti levatoi i quali offendono anzitutto il libero e schietto amore per il luogo natio, che è il piccolo angolo in cui impariamo a conoscere e ad amare il mondo. Vissuto e amato liberamente, il paese natale non è una endogamia asfittica né una sfilata folcloristica; Dante diceva che l'Arno gli aveva insegnato ad amare fortemente Firenze, ma anche a sentire che la nostra Patria è il mondo, come per i pesci il mare. Le diversità sono il modo in cui si articola l'unità umana — come un albero nella varietà delle sue foglie, diceva Herder, scrittore illuminista e preromantico tedesco, amico e poi avversario di Goethe.
Anche la cultura esiste nella peculiarità delle sue forme ed è giusto che una Regione possa e debba curare, nell'istruzione e nelle iniziative culturali, la propria specificità, ma sempre nell'ambito di una formazione generale che interessa il Paese. La sicilianità di Verga è inscindibile dalla sua grandezza, ma non interessa un veneto meno di un siciliano; un'esclusiva competenza locale in materia scolastica che inducesse gli scolari piemontesi a ignorare Leopardi per studiare Gianduia sarebbe disastrosa anzitutto per quegli scolari. Già oggi dilaga un concetto regressivo della particolarità culturale: ad esempio, per ottenere — nella miseria totale in cui versa l'Università — qualche minimo finanziamento che permetta di comprare qualche libro o qualche rivista indispensabile, dobbiamo inventarci, a Trieste, qualche fasulla ricerca locale. Così il (poco) denaro verrà speso non per studiare Goethe, Mann o le conseguenze culturali della divisione della Germania dopo il '45, bensì per studiare qualche viaggiatore letterato tedesco che, andando a Venezia, abbia passato una notte a Trieste, dicendo magari, il mattino, «che bella città». Le peculiarità locali compongono, costituiscono l'unità del Paese; se la distruggono, distruggono se stesse, così come un dialetto, parlato con gioiosa e spontanea naturalezza, viene falsificato in una tonta ideologia se lo si vuol sostituire o contrapporre alla lingua nazionale.
La «devolution» mira, oggettivamente, a disfare l'Italia, al contrario del federalismo patriottico (e antinazionalista) propugnato già in anni lontani da forze risorgimentali come il Partito Repubblicano — oggi snaturato e autoridicolizzato — che miravano a un Paese unitario e articolato nelle sue preziose varietà e destinato a integrarsi, senza dissolversi, in una unitaria e variegata Europa. La «devolution» è propugnata da partiti che costituiscono oggi la maggioranza parlamentare, benché divisi su molti problemi e soprattutto sul senso della Patria, visto che An, che organizza le marce e feste del Tricolore, governa insieme alla Lega, il cui leader ha dichiarato di volersi pulire il sedere col Tricolore. In realtà la «devolution» non si limita a intaccare la Nazione e lo Stato, ma si propone di evirare gli organi dello Stato capaci di impedire l'abuso dei poteri, non solo locali; mina l'armoniosa vita civile di una vasta e pluralistica comunità, retta da quel sistema di separazione, controllo e contrappeso di poteri elaborato dal pensiero liberale per garantire i cittadini e le libertà.
La riforma costituzionale che la maggioranza vuole varare è un attentato al patriottismo e al buon governo. Ma il Parlamento è composto di eletti che, secondo la Costituzione, sono responsabili verso il Paese, non verso il partito o la circoscrizione in cui sono stati eletti. Si è già visto come, nella maggioranza, a proposito della «devolution» ci siano persone cui sta più a cuore l'Italia che il proprio partito. È da sperare che parecchi avranno la dignità e il fegato di ribellarsi a questa mutilazione, di capire che essa deturpa anche il loro volto.

4.4.07

Chi ha munto la vacca dei nostri telefoni

EUGENIO SCALFARI - REPUBBLICA

ROMA- L'affare Telecom approda in Parlamento; in Senato col ministro Gentiloni avremo la prova generale, poi alla Camera la prossima settimana con Prodi in persona. L'affare Telecom - come ama chiamarlo usando un francesismo peggiorativo l'ex ministro Tremonti - in realtà non è un "affaire", ma è certamente un problema. Del quale giova esaminare la dimensione, le incognite, le possibili soluzioni. E i protagonisti: Prodi (e Rovati), Tronchetti Provera, Guido Rossi. Nello sfondo del passato Colaninno; nello sfondo del futuro forse Berlusconi. Al centro l'azienda telefonica, malamente privatizzata e di fatto ancora in posizione monopolistica.
Proprio dall'azienda deve cominciare la nostra analisi. Dai suoi debiti. Dai suoi ricavi. Dai suoi (insufficienti) investimenti. Dal suo azionariato. Con una prima precisazione per sfatare un luogo comune ripetuto in questi giorni da tutti, nessuno escluso: non è affatto vero che Telecom sia schiacciata dal suo debito. Non è quella la sua malattia. Esso ammonta a 41 miliardi; probabilmente, calcolando operazioni a breve su titoli "derivati", si arriva a 45. Si tratta certamente d'una mole imponente e tuttavia gestibile. In buona parte sotto forma di bond a tasso fisso e lontana scadenza, e di anticipazioni bancarie a lungo termine.



A fronte di questo debito ci sono ricavi e "cash flow" altrettanto imponenti e un attivo patrimoniale di tutto rispetto. Non è dunque questo il punto debole dell'azienda, bensì la struttura dell'azionariato di controllo. Il punto debole, anzi debolissimo e patologico, non sta dentro Telecom Italia ma a monte, nella lunga catena societaria al vertice della quale troviamo la finanziaria personale di Tronchetti Provera il quale, da quel puntino lontano lontano, controlla la più grande azienda italiana con soltanto l'1 per cento di capitale, attraverso Pirelli e Olimpia. Anche queste società - che sono soltanto scatole finanziarie salvo un pallido residuo industriale nella Pirelli - sono fortemente indebitate senza tuttavia generare flussi di ricavi e di "cash flow". La loro fonte di sostentamento unica è Telecom, a condizione ovviamente che la grande azienda a valle trasformi a ritmo accelerato i suoi profitti in dividendi per i piani alti e altissimi della catena di controllo.
Si configura in tal modo una geometria non nuova nel capitalismo italiano, spinta in questo caso al suo limite estremo: il potere di comando che dal remoto puntino Tronchetti si irradia verso la base aziendale incatenandone le decisioni agli interessi dell'azionista di riferimento e il flusso di risorse finanziarie che quell'azionista confisca a proprio vantaggio depauperando l'azienda che le produce. Il paradosso è qui: Telecom Italia dovrebbe essere l'azienda-figlia, invece nella realtà dei fatti è l'azienda-madre dei suoi genitori Olimpia, Pirelli e, su su, Marco Tronchetti Provera.

Questa anomalia c'è sempre stata in Telecom fin da quando fu privatizzata e affidata al "nocciolino duro" in cui la Fiat fungeva da leader di riferimento. All'epoca - si parla di un decennio fa - la Fiat con una decina di altri nomi rutilanti guidò per circa un anno la ex Stet monopolista pubblica della telefonia, con una partecipazione dello 0,6 per cento del capitale. Il consiglio d'amministrazione era guidato dalla famiglia Agnelli e da istituti bancari amici. Presidente era Guido Rossi che aveva accettato l'incarico per guidare la ex Stet privatizzata verso una struttura di "public company", cioè una società senza azionisti di riferimento guidata da un forte management.
Rossi non ha mai nascosto questa sua preferenza verso la "public company" quando si tratta di società di grandissime dimensioni con impegni di investimento ben superiori alle capacità del capitalismo familiare. Ma nel caso Telecom non riuscì a far passare quel suo disegno. Gli Agnelli glielo impedirono, forse anche per non mettere in crisi "ideologica" il capitalismo familiare che aveva il suo massimo esempio proprio a Torino nella struttura dell'accomandita di famiglia che attraverso Ifi-Ifil controllava il pianeta Fiat con il 30 per cento del capitale. Rossi abbandonò. E abbandonarono anche i torinesi subito dopo sotto l'offensiva di un'Opa di proporzioni per l'Italia colossali, lanciata dalla cosiddetta "razza padana": Colaninno-Gnutti sull'asse Mantova-Brescia, alla conquista di Roma. Con la simpatia del governo D'Alema e con i soldi delle banche. Cioè col debito. Che fu, all'epoca, di 38 miliardi.
C'è una differenza strutturale tra la Telecom di Colaninno-Gnutti e quella di Tronchetti-Benetton (nella quale per altro i bresciani di Gnutti sono rimasti fino all'altro ieri)? Una differenza c'è e non è da poco. La Telecom di Colaninno possedeva una rete di partecipazioni in aziende telefoniche all'estero che costituivano altrettanti tesoretti. Sono stati tutti venduti da Tronchetti due anni fa al prezzo di realizzo di 15 miliardi, salvo la Telefonica do Brasil che dovrebbe essere venduta nel prossimo futuro ad un prezzo tra i 7 e i 9 miliardi. Ciò vuol dire che il debito dell'epoca Colaninno, al netto di questi "asset", non era di 38 bensì di 13 miliardi, oppure di 23 se non si considera la società brasiliana. Fa una bella differenza rispetto ai 41 e passa miliardi di debito odierno.
Si tratta ora di capire come mai il debito all'epoca di Tronchetti sia raddoppiato e che fine abbiano fatto i 15 miliardi ricavati dalla vendita delle partecipazioni estere. Presto detto: sono serviti a finanziare l'Opa per l'acquisto delle partecipazioni di minoranza di Tim, la società di telefonia mobile che un anno e mezzo fa Tronchetti aveva deciso di fondere con Telecom portandone la partecipazione dal 70 al 100 per cento.
Ma perché volle il possesso totale del capitale Tim? Perché altrimenti la sua partecipazione in Telecom tramite Olimpia si sarebbe annacquata con l'ingresso dei soci minoritari di Tim. Per conseguenza il flusso di risorse finanziarie da Telecom ai piani alti della struttura societaria sarebbe diminuito. E perché - ultima domanda - voleva fondere Tim in Telecom? Per far lievitare il prezzo di Borsa di Telecom. Tronchetti comprò da Colaninno-Gnutti al prezzo di oltre 4 euro per azione, il doppio della quotazione di allora e di oggi in Borsa. Cercò in tutti i modi di risollevare quel prezzo cui sono legati i margini di garanzia chiesti dalle banche sui debiti di Olimpia e di Pirelli.
In sostanza l'intera politica di Tronchetti è stata condizionata dalla debolezza delle sue società a monte di Telecom, cioè dal suo personale interesse a dispetto di quello della Telecom e dell'ingente massa dei suoi azionisti-risparmiatori.
Questo è il punto debolissimo di Telecom: la confisca delle sue risorse in favore dell'azionista di riferimento.
A suo tempo Raul Gardini fece più o meno lo stesso con la Montedison. Il caso vuole che anche allora, per riparare a quel drammatico crack, fosse chiamato Guido Rossi. Anche allora il buco non era in Montedison ma in Ferruzzi-Gardini. Lo schema è identico. Ha ragione Bersani: l'anomalia è il capitalismo italiano, debole e monopoloide.

Questo è dunque il problema Telecom. Su di esso nasce "l'affaire" politico-mediatico. Tronchetti, che è già consapevole di essere arrivato alla fine della corsa, tenta il diversivo Murdoch: scorporare la rete telefonica di Telecom e scorporare anche Tim. La seconda per venderla e usare i soldi per diminuire il debito, la prima per trasformare Telecom in una società mediatica utilizzando la banda larga della rete e ottenendo da Murdoch i contenuti: programmi, sport, film, intrattenimento.
Deve necessariamente informare il presidente del Consiglio: la rete lavora infatti con licenza dello Stato, occupa suolo pubblico, è un bene pubblico a tutti gli effetti. Non può farne ciò che crede alla chetichella. Per di più lo Stato possiede ancora in Telecom la "golden share". Non intende usarla in conformità alle direttive europee ma essa gli dà tuttavia il diritto di essere informato.
Ci sono due colloqui tra Tronchetti e Prodi. Vertono sullo scorporo della rete. Non una parola sullo scorporo di Tim. Prodi legge quest'ultima decisione sui giornali. Tronchetti sostiene d'averlo informato. Prodi risponde con un comunicato nel quale racconta gli argomenti toccati nei due colloqui. Tim non c'è. Ci sono però altri dati sensibili sulla trattativa con Murdoch. Tronchetti protesta (con ragione) per quelle indiscrezioni del presidente del Consiglio. Ma non si limita a protestare. Fa recapitare a "24 Ore" e al "Corriere della Sera" un documento inviatogli pochi giorni prima dal consigliere di Prodi, Rovati, che contiene un piano (probabilmente redatto da una banca d'affari) per far acquistare dalla Cassa depositi e prestiti il 30 per cento della rete Telecom risanando in tal modo gran parte del debito dell'azienda telefonica.
Scandalo e altissime proteste politiche ed anche confindustriali: il governo vuole dunque resuscitare l'Iri? Rinazionalizzare Telecom?
La difesa di Prodi è debole. Nega di conoscere il piano Rovati. Nega di pensare ad un nuovo Iri. Ricorda (con ragione) che la Cassa depositi e prestiti è stata trasformata in società per azioni da Tremonti e predisposta ad operazioni private con soldi pubblici.
Ma ormai il problema è diventato "affaire" e come tale - dopo ulteriori resistenze di Prodi - sbarca in Parlamento, dove purtroppo si parlerà della spuma politica anziché della sostanza. Di Prodi, Rovati, Tronchetti, anziché di Telecom.

Sulla sostanza intanto è arrivato Guido Rossi. Anche lui suscitando con la sua ascesa-bis alla presidenza della società telefonica, un sommovimento nella Federcalcio e nel Coni.
Per ora Rossi è imperscrutabile, come è giusto che sia. Ma alcune induzioni si possono comunque fare fondatamente.
1. Allo stato dei fatti in Telecom c'è ancora un azionariato di comando: Olimpia, alias Tronchetti più Benetton. Rossi è stato eletto presidente da Olimpia, cioè dal consiglio di Telecom dominato da Olimpia. Immagino che, al momento della nomina, Tronchetti gli abbia chiesto se avrebbe proseguito o invece contrastato le decisioni di scorporo prese pochi giorni prima dal consiglio d'amministrazione. Immagino anche che Rossi gli abbia risposto positivamente.
2. Infatti appena insediato Rossi ha reso esplicita questa sua posizione: accetta le delibere del consiglio. Gli è stato chiesto: quindi Tim sarà venduta? Ha risposto: nelle delibere del consiglio la vendita non è prevista. E' la verità, non è prevista. Se vendere o no è un caso aperto ma lo decide non più Tronchetti bensì Rossi e il consiglio.
3. Olimpia possiede in Telecom il 18 per cento, alcuni fondi d'investimento e altri investitori istituzionali italiani e stranieri arrivano a più del 50 per cento. Il resto è di piccoli azionisti-risparmiatori. Personalmente credo che Rossi al più presto convocherà i fondi per sondare le loro intenzioni su Telecom, sulle sue controllate e sulla sua "governance" futura. Credo anche che punterà per la seconda volta a trasformare Telecom in una "public company".
4. Ovviamente Rossi è contrario ad un'ipotesi di intervento pubblico in Telecom e nella rete distributiva.
Ma qui non avrà ostacoli di sorta.
5. Una cordata italiana o mista per allargare il nocciolo duro? L'opinione di Rossi è sempre stata che l'epoca del capitalismo familiare - anche se composto da famiglie finanziariamente cospicue - è improprio per un'impresa delle dimensioni di Telecom. Personalmente credo perciò che non sarà questa la strada di Rossi. Se invece lo fosse, probabilmente su quella strada incontrerebbe la Fininvest di Berlusconi con tutte le complicanze che il conflitto di interessi dell'ex premier si porta appresso.
Comunque vedremo molto presto in quale direzione Rossi si inoltrerà. E' un grande tecnico. Ho notato che da qualche tempo ha acquistato anche un'esperienza politica prima nascosta dalla ruvidezza del giurista. Non può che essergli d'aiuto nella nuova impresa con cui dovrà cimentarsi.

(21 settembre 2006)

26.3.07

Rive Gauche al nero di seppia

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

Gli intellettuali francesi hanno accolto con preoccupazione e sgomento l'arresto a Rio dell'ex terrorista Cesare Battisti, e si sono offerti di scrivere loro, una frase a testa, il capitolo conclusivo dell'ultimo romanzo del latitante, lasciato incompiuto. Dai tempi in cui definirono Bologna "capitale mondiale della repressione" (la definizione fu di Felix Guattari e Maria Antonietta Macciocchi dopo avere pagato 25mila lire per un piatto di lasagne, nel 1977), gli intellettuali francesi non hanno smesso di occuparsi della grave situazione del nostro paese.

Due i principali capi d'accusa che da Parigi muovono a Roma: non avere ghigliottinato il re dopo il referendum, o almeno Aldo Moro dopo il rapimento, e la totale assenza, nella Costituzione, di norme specifiche in favore degli scrittori di noir. In attesa degli sviluppi della vicenda Battisti, vediamo quali sono gli altri casi scottanti.

Mario Marioni L'ex capo delle Brigate Proletarie Armate per la Costruzione del Nucleo Combattente del Partito Rivoluzionario Antimperialista, con il nome di battaglia di 'Sintesi' fu protagonista di una cinquantina di rapine e un paio di omicidi. Esule a Parigi, scrive romanzi erotici di grande successo e ha aperto sulla Rive Gauche una piccola libreria specializzata in opere dei latitanti di tutto il mondo, molto frequentata da Bernard-Henri Lévy e dagli agenti di polizia dei cinque continenti che gli chiedono i documenti quasi ogni mattina. Ogni giovedì, tra gli applausi degli amici, Marioni appallottola una richiesta di estradizione e la inghiotte.

Gilberto Curcio Meno noto del fratello Renato, fu il fondatore di un gruppo armato alternativo che si proponeva di abbattere lo Stato con assalti all'arma bianca. Fu arrestato mentre caricava una colonna dei carabinieri con la sciabola sguainata. Ancora oggi sostiene che la lotta armata fu sconfitta a causa della mancanza di una cavalleria efficiente. Evaso dall'Asinara grazie alla complicità di un secondino che non sopportava più i suoi racconti di duelli, è rifugiato a Parigi e scrive libretti d'opera di grande successo, quasi tutti musicati da Bernard-Henri Lévy. Ha aperto una piccola libreria sulla Rive Gauche, specializzata in pubblicazioni sulle armi da taglio, molto frequentata da macellai, maître di ristorante e chirurghi.

Sandra Kuberhauser Primula rossa di Sud Tirolo Comunista, scelse la lotta armata perché era l'unica comunista del Sud Tirolo. Dotata di un carattere ferreo, pur essendo l'unico membro del suo gruppo terrorista si mise sotto processo sospettandosi di cedimento al nemico. Venne espulsa dalla Val Pusteria perché nel corso di una rapina a mano armata distrusse alcuni vasi di gerani, reato infamante per quelle popolazioni. Vive a Parigi dove scrive romanzi in tedesco, tradotti da Bernard-Henri Lévy, di grande successo nel suo isolato e in quello di Lévy. È facile vederla sull'uscio della sua piccola libreria, in piena Rive Gauche, mentre con modi spicci cerca di convincere i clienti a entrare da lei e non nelle librerie accanto, gestite da latitanti concorrenti.

Filippo Strippa È l'unico ex terrorista italiano molto malvisto dalla comunità intellettuale di Parigi, perché ha aperto una pescheria invece di una piccola libreria. Ricchissimo grazie alle ostriche, gentile con tutti, ha cercato di farsi benvolere dedicandosi alla letteratura, ma i suoi racconti sulla pesca sono di pessima qualità e le poche copie stampate, sistemate tra le cassette di calamari, hanno un odore disgustoso. Soltanto Bernard-Henri Lévy, per solidarietà, ogni tanto ne acquista una per incartarci le cozze. Strippa, fallito come scrittore, ha provato a ripiegare sulla correzione di bozze, correggendo i dattiloscritti degli altri latitanti. Ma è così negato che non si accorge dei refusi e anzi aggiunge di suo pugno gravissimi svarioni, imbrattando i fogli con schizzi di nero di seppia. Gli intellettuali francesi, con l'esclusione del solo Lévy, ne chiedono insistentemente l'estradizione.

19.3.07

Vestiremo alla mamutones

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

Dopo le polemiche sulla campagna di Dolce e Gabbana, abbiamo chiesto agli stilisti italiani anticipazioni sulle nuove tendenze della pubblicità della moda, sempre più aggressiva.

Hugo Minolacci Geniale e trasgressivo, lo stilista preferito da Madonna e dalla mafia russa ha in programma il lancio della sua nuova linea di intimo in ferro battuto, ispirata agli affreschi della celebre 'Stanza della tortura' nel castello del conte Dracula. Pubblicità choc, con un fabbro ferraio gay che adatta con la fiamma ossidrica gli slip sul corpo di una modella minorenne. Nella sua applauditissima sfilata milanese, Minolacci ha voluto alleggerire ironicamente la sua immagine dark provvedendo personalmente a medicare le modelle con cerotti e creme antinfiammatorie.

Puddu & Gavino Geniali e trasgressivi, gli stilisti preferiti da Madonna e dai rapinatori rumeni sono la risposta sarda alla coppia siciliana Dolce & Gabbana. La forte ispirazione etnica del loro lavoro (scarpe da mamutones, pantaloni a vita bassa aromatizzati al pecorino) sarà valorizzata dalla nuova campagna pubblicitaria, realizzata in Barbagia con modelli nudi che baciano i pastori e fuggono nella macchia mediterranea cercando di schivare le fucilate. Icone gay, Puddu & Gavino hanno recentemente smentito le pesanti dicerie sulla loro eterosessualità sposandosi tra loro in Spagna all'insaputa delle loro mogli, che vivono a Oristano.

Faracchioni Chi non conosce la maison Faracchioni, geniale e trasgressiva, icona gay, prediletta da Madonna e dai contrabbandieri baresi? Gli abiti da matrimonio di Albino Faracchioni e della sorella Magda sono quanto di più sontuoso si possa desiderare: a strati sovrapposti di tulle, velluto, zibellino e marzapane, con il lungo strascico ispirato agli autoarticolati, con rotelle e snodo lubrificato, clacson e luci di posizione, e in coda una simpatica fila di barattoli di latta per la partenza per la luna di miele. Questo per lui. Per lei, invece, la classica marsina. La linea 'Trasporti eccezionali' è stata di recente presentata nelle sfilate milanesi su una apposita passerella a quattro corsie, scortata da due auto della stradale. La nuova campagna della maison Faracchioni punta tutto sulla semplicità: Rita Hayworth e Humphrey Bogart, ricostruiti al computer, escono da Buckingham Palace vestiti Faracchioni, in un cocchio di cristallo trainato da quattro orsi bianchi.

Tonino Beckermeier Lo stilista italo-svizzero, amico personale di Madonna, icona gay, geniale e trasgressivo, sostiene da tempo che la sola forma di eleganza è la nudità. A Milano ha fatto sfilare modelli e modelle completamente nudi, con il suo marchio impresso su una chiappa come le mucche texane. Nudo integrale anche per la campagna pubblicitaria, una serie di primissimi piani di parti del corpo (ascelle, calcagni, ginocchia, orecchie) e lo stesso Tonino Beckermeier, vestito da casalinga italo-svizzera, che sullo sfondo stende la biancheria.

Geniale & Trasgressivo Carlo Geniale e Marcello Trasgressivo, pur essendo icone gay, non lo sanno e dunque continuano imperterriti a molestare le modelle. Nel loro atelier di Napoli continuano ad affluire gli abiti con la griffe falsificata sequestrati agli ambulanti senegalesi, che i due stilisti spiritosamente reimmettono sul mercato con la loro firma. La campagna pubblicitaria, realizzata abusivamente nel carcere minorile di Nisida, è stata sequestrata dalla Finanza.

Jaime Rossi Rivarossi Amatissimo da Madonna, lo stilista apolide ha ispirato proprio a lei la nuova linea new age, cabalistica e spirituale, soffici tuniche di iuta, abiti da vestale, veli da sacerdotessa, presentati attorno a bracieri ardenti. La choccante campagna pubblicitaria, ancora coperta da top secret, prevede ieratiche scene di sesso tra modelle con gli abiti in fiamme e pompieri gay, nudi ma con il cappello d'ordinanza, che accorrono con l'estintore.

1.3.07

Manuale di lotta e di governo

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

Opporsi e governare allo stesso tempo è possibile. Ecco il prontuario di comportamento redatto dalla sinistra
Dopo il corteo di Vicenza, la sinistra italiana ha capito che è effettivamente possibile governare e opporsi allo stesso tempo, purché il dosaggio tra i due ingredienti sia sempre in perfetto equilibrio. Il dirigente ideale è un sottosegretario di Rifondazione che sia anche sottufficiale della Nato, dorma in un centro sociale occupato, nei weekend vada a pescare con Marchionne e si righi da solo la macchina durante i disordini di piazza. Allo scopo, circola negli ambienti governativi un piccolo manuale di comportamento. Ecco i passaggi salienti.

Manifestazioni Sottosegretari e ministri possono partecipare direttamente a cortei ostili al governo, a patto che si presentino senza cravatta e spettinati, e risalgano il corteo al contrario scandendo in modo ritmato il programma di governo e stringendo la mano ai manifestanti. Le auto blu, per evitare gesti ostili, dovranno essere guidate da un autista sosia di Che Guevara e parcheggiate ad almeno cinque chilometri, e il membro del governo dovrà raggiungere il corteo a piedi, correndo, avvolto in uno striscione arcobaleno, sventolando una bandiera italiana, una americana, una palestinese e una israeliana, avendo l'accortezza di maneggiare il tutto senza inciampare.

Rapporti con la Chiesa Ogni appartenente al governo dovrà partecipare tutte le settimane all'Angelus a San Pietro con la famiglia, però commentando criticamente, ad alta voce, il discorso del papa, e dando di gomito al vicino in segno di scherno per la pronuncia tedesca di Ratzinger. Al momento della benedizione, dovrà benedire a sua volta il papa per sottolineare la pari dignità di Stato e Chiesa. In caso di matrimonio religioso, il membro del governo dovrà farsi affiancare da testimoni dalla condotta di vita licenziosa, che mantengano un atteggiamento irridente e siano vestiti in modo sconveniente. Consigliati i riti multiculturali: il matrimonio ideale per un esponente di questa maggioranza è in Chiesa, con due mogli, vestito da pope, con il rito islamico, facendo yoga e cantando 'Bella ciao' durante l'eucaristia.

Politica estera L'alleanza con gli Stati Uniti non è in discussione, ma va sviluppata in forme autonome e nuove. Durante gli incontri ufficiali, mentre l'ambasciatore americano sta parlando, il membro del governo dovrà ribadire la propria indipendenza di vedute fischiettando con aria distratta, o facendo il Sudoku, o mandando sms all'ambasciatore russo. La spedizione in Afghanistan sarà rafforzata, raddoppiando il contingente, ma inviando soldati con la barba lunghissima in segno di rispetto per le popolazioni locali. Ove il contingente fosse abbastanza numeroso, una metà affiancherebbe le truppe americane e l'altra metà potrà allearsi con i talebani.

Politica industriale Un governo di sinistra non può che tornare orgogliosamente davanti ai cancelli della Fiat, come fece Berlinguer. Previsto un duro presidio al cancello dal quale entra ogni mattina Marchionne, per salutarlo di persona e complimentarsi con lui. Per meglio ribadire l'equidistanza tra Confindustria e sindacato, durante le trattative i ministri dovranno stare al centro del tavolo, in un apposito buco dal quale dovranno affacciarsi nei momenti cruciali per servire un drink sdrammatizzante. La privatizzazione di Alitalia, e le privatizzazioni in generale, saranno aperte a tutti i soggetti socialmente rilevanti: al bando di acquisto partecipano anche il subcomandante Marcos (che ha offerto 20 sacchi di caffè), la Federcasalinghe e il Piccolo Teatro di Milano.

Trasporti Com'è possibile privilegiare le ferrovie, come sostengono gli ambientalisti, senza ostacolare la ripresa della Fiat? Per tenere insieme questo doppio obiettivo, le nuove Fiat avranno lo stesso scartamento dei treni e correranno sui binari emettendo il caratteristico, allegro fischio della locomotiva.

26.2.07

Il perdente radicale

di Barbara Spinelli - la Stampa - 25-02-2007

Per capire la natura dell’ultima crisi di governo bisogna probabilmente smettere di usare questa parola: crisi. Crisi ha qualcosa di subitaneo e circoscritto: l’atto d’irresponsabilità di due senatori della sinistra radicale avrebbe precipitato un governo già di per sé litigioso, ma il caso di coscienza non si estenderebbe oltre il perimetro della maggioranza. Il dizionario Devoto descrive la crisi come «esacerbazione o insorgenza improvvisa di fenomeni morbosi violenti, per lo più di breve durata». Crisi è anche un eufemismo: tutto il tessuto intorno è sano, solo quel punto lì è strappo da rammendare.

Meglio dunque parlare di malattia, o di male italiano. È un male non legato a una sola forza ­ l’ideologismo di un’estrema sinistra che ha avuto la sciagurata leggerezza di candidare irresponsabili al Parlamento ma è una patologia che affligge la maggior parte dei politici e quasi tutta la classe dirigente (cioè chiunque eserciti indirettamente responsabilità nella pòlis: attori economici, intellettuali, giornalisti). I sintomi sono chiari: una perdita di memoria che sconfina nell’amnesia, una profonda sottovalutazione del pericolo che si corre quando s’occulta il passato, una mancanza continuativa di coscienza etica. Quel che si è dimenticato è l’epoca che segna il nostro tempo: dieci anni dominati da Berlusconi, caratterizzati da un rapporto arbitrario con la legge, una monocrazia televisiva, una confusione sistematica tra interesse pubblico e interesse privato. La minaccia che si sottovaluta è il ritorno di quell’esperienza. La coscienza etica mancante è quel che impedisce di riconoscere in se stessi la soggezione, radicata e quindi malata, alla forza di Berlusconi. Quest’ultimo continua a determinare il nostro modo di giudicare la politica, di semplificarla, di sprezzarla. In realtà sono nove mesi che gran parte della classe dirigente guarda al governo Prodi attraverso le lenti falsificatrici di Silvio Berlusconi.

Se la crisi sembra al momento superata, se i partiti dell’Unione hanno deciso di non farsi più la guerra e di provare un’intesa rispettosa della guida di Prodi, è perché tali mali sono stati intuiti. Come spesso accade, la paura può esser consigliera cattiva ma anche ottima, e la paura di riconsegnare per la terza volta l’Italia a Berlusconi ha dato forza e nuovo senso della realtà alla coalizione. La paura può servire anche ad aprire salutari casi di coscienza, nella sinistra radicale ma non solo: nella maggioranza, nell’opposizione, e in chiunque osservi e commenti la politica nazionale. È come se per tutti un gioco finisse, distruttivo-autodistruttivo, e il caso di coscienza consiste nel guardare in faccia quella soggezione verso Berlusconi. Sono mesi che quest’ultimo proclama illegittimo il governo ed è un giudizio che inconsapevolmente è interiorizzato da molti. L’intimidazione è enorme e produce malattie che scombinano le menti: le più svariate menzogne vengono prese per vere, i riconteggi dei voti d’aprile vengono accettati creando precedenti gravi, il tentativo di conciliare la sinistra radicale con la responsabilità è giudicato in anticipo inane e in genere passa l’idea che un governo vada giudicato sull’istante, all’ombra del prossimo voto locale, non sull’arco di qualche anno almeno di legislatura.

È una strana sindrome, che fa pensare al perdente radicale descritto da Enzensberger. Nel perdente radicale, osserva lo scrittore citando il filosofo Odo Marquard, «la delusione aumenta con ogni progresso, perché dove i progressi civili sono effettivamente vincenti ed eliminano effettivamente i mali, raramente suscitano entusiasmo: diventano ovvii, e l’attenzione allora si concentra sui mali che restano. Vige insomma la legge della crescente incidenza del rimanente. Quanto più negativo scompare dalla realtà, tanto più irritante diventa il negativo residuale, proprio perché diminuisce» (Enzensberger, Il perdente radicale, Einaudi). Il terroristico perdente radicale è scontento di qualsiasi presente. L’antipolitico spregio della politica, ereditato dal decennio berlusconiano, ha radici che sopravvivono. Sono tante le menzogne di Berlusconi, e tutte mirano a far apparire Prodi illegittimo. Ha cominciato fin dall’inizio della legislatura e in questi giorni ha moltiplicato gli attacchi di questo genere senza che nessuno l’obbligasse a tener conto della legalità oltre che della sua idea di legittimità extralegale. Poi con Alleanza Nazionale e altri partiti ha ripetuto che i senatori a vita non possono sostenere la maggioranza senza perdere dignità morale e anche in tal caso pochi hanno obiettato. Anche questa è soggezione e sta a indicare come l’Italia, contro le speranze di Montanelli, non sia ancora vaccinata.

Perché l’intimidazione funziona in pieno, come se Berlusconi fosse ancora al potere pur non essendo più al governo. Come agli inizi della sua carriera politica, è il controllo sociale che continua a latitare, e questo gli permette di mentire impunemente. Chi urla contro i senatori a vita mentre vanno a votare usa una violenza spaurente non molto diversa dai manganelli. Chi li denuncia farebbe bene a ricordare la lettera che Cossiga, irritato per le accuse d’immoralità rivolte ai senatori a vita nel maggio 2006, quando Prodi ebbe la fiducia, scrisse a Berlusconi. Puntigliosamente, Cossiga ricorda il giorno in cui quest’ultimo ottenne la fiducia dei senatori, il 18 maggio ’94: «Fui autorevolmente incaricato (...) di “organizzargliene” una (di fiducia)! I senatori erano trecentoventisei, di cui undici erano senatori a vita, presenti in Aula furono trecentoquindici e trecentoquattordici i votanti; centocinquantotto voti era la maggioranza richiesta. Votarono sì centocinquantanove senatori, centocinquantatré furono i contrari e due gli astenuti, che al Senato valgono per voto contrario. Il governo Berlusconi ottenne la fiducia per un solo voto, a garantirla tre senatori a vita: Giovanni Agnelli, Francesco Cossiga e Giovanni Leone. Nessuna accusa di immoralità ci fu rivolta allora né dalla sinistra né da te!». Ma non solo chi denuncia dovrebbe ricordare. È responsabile anche chi lascia dire stupidaggini (telegiornali, quotidiani, politici) senza subito ricordare agli italiani i fatti del passato.

Adesso che si tenta una ripresa del governo Prodi sarà utile riconoscere il persistere di questa sindrome, di intimidazione e soggezione: consegnare per la terza volta l’Italia a Berlusconi è un’opzione che deve sparire. Questo vuol dire far politiche riformiste e una politica estera coerente con gli impegni internazionali ma anche eliminare il triplice male dell’amnesia, della sottovalutazione dei pericoli, della menomata coscienza etica.

Significa smettere di fare favori personali a Berlusconi e dunque approvare al più presto una legge sul conflitto d’interessi, senza ripetere il gravissimo peccato d’omissione della sinistra nel 1996-2001. Rinviarla per l’ennesima volta sarebbe non un errore, ma un crimine. Significa non lasciar passare le menzogne sui senatori a vita. Significa, per personalità che tengono all’etica come Pier Ferdinando Casini, sottoporre a esame i propri comportamenti durante il governo Berlusconi e ammettere, come fa oggi Follini, che governare con Calderoli non è meno peggio che governare con Diliberto. Significa votare con questo governo, se la politica estera di D’Alema rompe con le scelte berlusconiane in nome d’una continuità con De Gasperi-Andreotti. Votando contro, Andreotti ha non solo votato contro se stesso. Ha fatto politichetta anziché politica.

Ha scritto Eugenio Scalfari nei mesi scorsi che l’Italia è come uno specchio rotto: ognuno crede di scorgere nel frammento il tutto, e non vede in realtà che se stesso. Non sarà male che questa tentazione finisca, e ben venga l’autorevolezza rivendicata da Prodi. Forse i punti 11 e 12 del suo piano sono i più essenziali, riguardando proprio questo: il suo portavoce sarà portavoce non solo del premier ma del governo, e in caso di contrasto nella maggioranza sarà Prodi a decidere. Lo stesso Scalfari aveva consigliato quest’autorevolezza, quando chiese al premier di esercitare una dittatura di salute pubblica. Questo gli darà forza nell’Unione, verso gli oppositori, e non per ultimo nei rapporti con chi nella Chiesa vorrebbe far politica al posto dei governi sui «temi sensibili».

Il nome scabroso di dittatura è stato dato perché s’adatta allo speciale dramma di Prodi. La sua è una sorta di Grande Coalizione escogitata per uscire dal berlusconismo, che non è stato una dittatura ma un’anomala monocrazia. È una coalizione che s’apparenta al Cln, il Comitato di Liberazione Nazionale formato tra le forze più diverse per ricostruire una legalità dopo il ’43. Se oggi Berlusconi è ancora così potente (influenzando telegiornali, giornali, politici) vuol dire che non ne siamo usciti. Che da questa malattia urge guarire, ciascuno facendo un esame di coscienza. Cercando di capire cosa stiamo dimenticando, quale pericolo stiamo sottovalutando, quel che dobbiamo fare per rimettere un po’ di morale e verità nella politica.

19.2.07

«Cento aerei da passeggio»

Franca Rame e Dario Fo alla manifestazione di Vicenza

Evviva! Avremo anche noi una potente aviazione da guerra con la bellezza di 133 aerei da combattimento che abbiamo appena ordinato agli Stati Uniti. Qualche giorno fa il senatore Lorenzo Forceri, su incarico del Governo, si è appositamente recato, quasi in segreto, a Washington per firmare l’accordo. L’acquisto ci costerà molto caro, ma alcuni tecnici della coalizione governativa ci assicurano che sarà un affare. Ogni macchina da guerra volante verrà assemblata in Italia, esattamente in un grande atelièr di alta meccanica presso Novara. Ci lavoreranno circa 200 operai.

Evviva! Così abbiamo risolto il problema dell’occupazione e dei precari. E’ importante sapere il nome con cui vengono ufficialmente chiamati questi apparecchi d’assalto: Joint Strike Fighter che, tradotto un po’ all’ingrosso, significa caccia bombardiere d’attacco e immediata distruzione.

Ma scusate: Prodi e il suo apparato governativo non ci avevano assicurato che tutte le nostre missioni all’estero, a cominciare dall’Afghanistan, sarebbero state assolutamente missioni di pace e profondamente umanitarie? Io mi credevo che “immediata distruzione” significasse cancellazione totale di obiettivi militari e anche civili casualmente abitati dalle solite vittime collaterali con lancio di napalm, bombe a grappolo e fosforo bianco. “No!”, sono stato subito corretto dalle dichiarazioni dei ministri della guerra Usa. Ci hanno spiegato che quelle bordate di luce accecante sono in verità luminarie per creare effetti festosi e rendere splendenti le immagini paesaggistiche della zona. Ma veniamo al dunque.

Cosa costa in realtà ogni singolo “Fighter Distructor”? Ecco la cifra: esattamente 100 milioni di euro cadauno. Ma non si concedono prototipi singoli: il contratto vale solo se si acquista lo stormo al completo. Nel nostro caso si tratta di 133 aerei. Prendere o lasciare! Così il blocco volante ci verrà a costare 13 miliardi di euro più trasporto, assemblaggio, tecnologia di ricambio, macchine robotiche e uno staff di tecnici della casa costruttrice per la manutenzione e le varianti tecnologiche, giacché il vero collaudo dei volatili meccanici dovrà svolgersi sulle nostre basi che evidentemente abbisogneranno di strutture e hangar speciali. Gli apparecchi di questo stormo avranno eccezionalmente la facoltà di essere riforniti di carburante in volo, quindi la nostra squadra fighter dovrà essere dotata di apparecchi cisterna che seguiranno la flotta di combattimento per pompare a tempo debito il pieno necessario all’azione. Nelle spese dobbiamo ancora aggiungere l’assetto tecnico per i piloti in combattimento: armi leggere di bordo, mitragliatrici da 20 millimetri, razzi e missili, qualche cannone per non essere da meno e la possibilità di caricare ogive atomiche tattiche o pesanti. Il tutto non è compreso nel prezzo iniziale.

Alcuni tecnici da noi interpellati hanno sparato costi da capogiro. Sempre a livello di miliardi di dollari! Una cifra che da sola ci permetterebbe di risolvere d’acchito il problema della disoccupazione giovanile in Italia, aggiunto al problema delle pensioni, oppure finalmente finanziare la ricerca. Ma che scherziamo?! Buttiamo i denari per le pensioni agli anziani e gli asili nido, con ‘sti vecchi che continuano imperterriti a campare oltre il limite mondiale stabilito dall’Onu, e i neonati la cui percentuale di sopravvivenza dopo il parto è cresciuta a dismisura?!! E menomale che possiamo avvalerci di una sanità da terzo mondo! L’Italia deve tornare a livelli guerrieri dell’antica stirpe, pardon… l’aveva già detto Mussolini? Come non detto! E poi vogliamo giocarci l’amicizia del Governo di Bush presentandoci inermi al prossimo conflitto? Basta con questo popolo di mammoni e di “tengo famiglia”. Sacrifichiamo i nostri pochi quattrini, che del resto non abbiamo, pur di guadagnarci una degna alea di potenza guerresca. Facciamoci valere per dio!, come disse un nostro degno politico. Chi l’ha detto? Bondi? La Russa? Berlusconi? Lasciamo correre… e torniamo alle cose serie.

Il fatto curioso e nello stesso tempo sconvolgente è che nessun giornale, fra i numerosi cosiddetti indipendenti, ne abbia parlato, o almeno dato accenno, a partire da la Repubblica, il Corriere, il Messaggero etc. L’unico che ne aveva trattato largamente è il Manifesto. Ma prima di questo quotidiano, chi ha dato notizia dell’inqualificabile acquisto? Due vescovi del Piemonte che in un comunicato osservavano che l’acquistare un così gran numero di potenti aerei da combattimento, attacco e distruzione non era certo un amoroso segnale di pace e non faceva intravedere un programma consono alla costituzione italiana che “ripudia la guerra”. Anzi, se si accumulano armi per guerre dette preventive arriverà il momento in cui bisognerà pure adoperarle. E ancora i vescovi si chiedono: a che servono simili ordigni di morte in un programma di aiuti umanitari, costruzione di scuole, asili nido, ospedali, distribuzione di cibo e medicine?

E sullo stesso argomento leggiamo sul sito di Pax Christi: il governo italiano ha pochi soldi e vi sembra sensato che si sperperino miliardi per procurarci un assetto di quella potenza distruttiva? Sappiamo che l’intento del comando militare USA in Pakistan è di sferrare nell’immediata primavera, in collaborazione con tutti i reparti militari che operano nel Paese sotto l’egida dell’Onu, un attacco definitivo contro i talebani, che si stanno fortemente riprendendo nelle regioni del Sud in loro possesso. E il comando Usa ribadisce, se mai non si fosse capito: tutti i contingenti di varie nazionalità dovranno partecipare all’attacco a fianco delle forze americane. Quindi niente manfrine e furberie d’acquattamento: guai a chi scantona!

Ecco perché il governo italico firma impegni d’armamento d’attacco pesante! È come dire: io ci sto, ci stiamo armando. Ho detto armando? Mi ricorda una canzone: è caduto giù l’Armando. Ma non scherziamo!

Per finire con i diabolici Fighter, c’è un ultima notizia, naturalmente taciuta dal nostro governo libero e giocondo, una notizia tenuta nascosta dai quotidiani governativi e d’opposizione, radio, televisioni e svelata soltanto sul sito di Pax Christi, sul Manifesto, e da alcuni movimenti pacifisti nei loro blog. I velivoli in questione sono prodotti da una nota impresa aeronautica, la Lockheed, la stessa che una trentina d’anni fa pagò nostri ministri e capi del governo della Dc, versando miliardi in tangenti, perché lo Stato italiano scegliesse di acquistare da loro speciali aerei da guerra. Ma allora è proprio un vizio! È inutile, quello è il motto dei nostri dirigenti moderati: “Se proprio non vuoi prostituirti, almeno chiudi un occhio e collabora!”.

Ma qui c’è un’ulteriore notizia veramente gustosa: veniamo a sapere che la Lockheed in questione ha proposto l’acquisto degli stessi “Fighter-ammazza-e-fai-strage” all’Olanda. Il governo dell’Aia, come sua abitudine, di democrazia reale, ha reso nota al pubblico l’operazione e ha richiesto all’America i progetti e gli abbozzi di prototipi. Dopo averli esaminati per lungo tempo con la consulenza di ingegneri specialisti del settore, ha decretato: “Grazie, ma non se ne fa niente. Questi apparecchi non corrispondono ai requisiti che si promettevano nel progetto. Per di più ci verrebbero a costare una pazzia e noi non siamo in grado di sostenere un simile salasso. Quindi rigettiamo la proposta. Ci spiace, ma sarà per un’altra volta.”

Il nostro governo, invece, non ha bisogno di produrre inchieste, verifiche e controlli. Noi si va sulla fiducia! Acquistiamo a scatola chiusa, senza nemmeno conoscere quale sarà il prezzo finale di ogni aereo, al termine dei collaudi e delle varianti. Se poi non funziona sono fatti nostri. Vogliamo disdire il contratto? Passare per anti-americani?! Non se ne parla nemmeno. Ingoiamo il rospo e speriamo che voli!

Vicenza: una base militare? No… solo culturale! Ma forse abbiamo tergiversato un po’ troppo. L’argomento principale di cui dobbiamo trattare è quello di altri aerei e altri aeroporti… in particolare parleremo dell’allargamento della base militare Usa a Vicenza.

Ma il tema che vi proponiamo è ancora più ampio e coinvolge tutte le basi americane in Italia e in Europa. Perché vi facciate un’idea realistica, le basi militari Usa conosciute nel mondo sono oggi oltre 850, il doppio di quelle dell’impero romano d’occidente nel momento della sua massima espansione. In Europa sono 499. In otto di questi siti europei sono custodite 480 testate nucleari (Left 26 genn). Un esercito di 150.000 uomini (civili e militari) presta servizio in queste basi. Una città… come Vicenza!

Mantenere un simile assetto costa 10 miliardi di dollari l’anno solo per la manutenzione ordinaria. Ottanta milioni di dollari vengono spesi soltanto per tenere in ordine i campi da golf dove si sollazzano gli ufficiali. Se non fai un po’ di moto, sparando palline qua e là, che vita è? Con questo malloppo di dollari si potrebbe risolvere il problema dell’Aids in Africa oppure, con un po’ più di impegno, la fame nel mondo.

A queste basi va aggiunto un numero imprecisato di strutture segrete – avamposti per le intercettazioni delle comunicazioni, centri di spionaggio, basi aeronavali e sommergibilistiche – spesso invisibili allo sguardo ma pienamente operative per fini sconosciuti. Questa caterva di basi, visibili e segrete, di fatto sconvolge letteralmente la vita dei territori dove vengono insediate e ci fa capire – come diceva il grande storico e filosofo francese Michael Foucault – come oggi la sovranità imperiale non sia più basata, semplicemente, sul potere di dare la morte – per esempio attraverso la guerra – ma sul potere globale esercitato sulla vita delle persone. Per introdurvi nel clima davvero tragico che questi servizi imposti determinano nella popolazione entriamo subito in argomento con un esempio di forte impatto.

In Italia le installazioni americane, cioè basi, radar, magazzini…, sono 113. Conosciamo le spese militari degli Usa nel nostro Paese e conosciamo anche le spese sostenute dallo stato italiano. Attenti!, non grazie a dichiarazioni dei nostri governi (per carità: il motto “Taci che il nemico ti ascolta” l’abbiamo imparato da tempo. È entrato nel DNA e qui il nemico cui non bisogna far sapere niente ce l’abbiamo in casa: sono gli abitanti del nostro Paese)… Le notizie sulle spese le abbiamo ricevute dall’ultimo rapporto ufficiale reso noto dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Alla pagina “B-10” del rapporto Usa c'è la scheda che ci riguarda: vi si legge che il contributo annuale alla “difesa comune” versato dall'Italia agli Usa per le “spese di stazionamento” delle forze armate americane è pari a 366 milioni di dollari. Tre milioni, spiega il documento ufficiale, li versiamo cash, contanti, mentre gli altri 363 milioni arrivano da una serie di facilitazioni che il governo italiano concede all'alleato: si tratta (pagina II-5) di «affitti gratuiti (di caserme, case e palazzi), riduzioni fiscali varie e costi dei servizi ridotti». Per inciso ciò che le imprese del Nord-Est e del Meridione chiedono disperatamente da anni al governo di Roma senza ottenerlo, gli Usa lo incassano in silenzio già da molti anni. Pronto Usa? Cash, tac!

Dunque il 41 per cento dei costi totali di stazionamento è a carico del governo italiano. Più dell'Italia pagano solo Giappone e Germania (tabella di pagina E-4). Ma calmi… se fidiamo nella disponibilità dei nostri governanti arriveremo a raggiungerli e anche sorpassarli!

Ora entriamo in altri particolari, cominciando con il descrivervi la situazione in Sardegna. Perché iniziamo proprio da quest’isola? Per la semplice ragione che qui è concentrato il 60% dello spazio occupato dalle basi militari Usa in Italia. In Sardegna abbiamo il grande poligono che comprende le aree di Quirra, Perdasdefogu e capo San Lorenzo. E dobbiamo segnalare la base navale più importante per sommergibili atomici, quella sull’isola di Santo Stefano, la Maddalena, che occupa, di fatto per intiero, la piccola e ridente isola degna d’essere ritenuta dall’Unesco patrimonio dell’umanità.

Particolare interessante: chi ha fatto dono agli Usa di questo spazio della costa Smeralda è in persona Giulio Andreotti circa 30, 35 anni fa. Dio gliene renda merito! Il mare che circonda l’isola è proprietà della base a tutti gli effetti, a partire da esercitazioni e collaudi. Sul fondo rotolano di continuo proiettili di varie dimensioni che in seguito alle mareggiate si ritrovano sulla spiaggia.

È inutile dire che in quella zona la balneazione è proibita. Così come per i pescatori proibito è stendere reti nel golfo e dintorni dell’isola. Qualche anno fa ha fatto scalpore la notizia che uno dei sommergibili atomici della base aveva subito un incidente che ha messo in grave pericolo la vita degli abitanti dell’isola e dell’intiero spazio acqueo. Il fatto è avvenuto esattamente il 25 ottobre 2003. In quel caso il sommergibile atomico Hartford andò a incagliarsi nella Secca dei Monaci, presso la Maddalena, riportando seri danni. Il fatto fu ritenuto tanto grave da indurre il comando Usa a sospendere il comandante del sommergibile. L’incidente è stato tenuto celato come al solito dalle autorità italiane e se n’è saputo qualcosa solo grazie alle dichiarazioni del comando Usa. C’è stata perdita di materiale radioattivo? E le notizie dei numerosi casi di leucemia, come le mettiamo?! Mah…

Le autorità americane interrogate non hanno rilasciato alcuna notizia sull’eventuale contaminazione del fondale e delle acque. Solo recentemente, in seguito a manifestazioni iniziate nella piccola isola e riprese in tutta la Sardegna, agenzie straniere hanno condotto alcuni sondaggi scientifici in zona. Esiti delle ricerche eseguite da istituti indipendenti (tra i quali il francese CRIIRAID) hanno rivelato una presenza abnorme di radionucidi nelle alghe.

Da qui sono nate dimostrazioni di protesta da parte degli abitanti e in particolare dei pescatori che vedono ormai compromessa la propria sopravvivenza, sia fisica che di lavoro. Le stesse analoghe manifestazioni di protesta sono esplose a Capo Teulada nel sud dell’isola, dove in seguito alle ripetute esercitazioni militari i pescatori si trovavano costretti a non poter calare le reti nelle acque prospicienti la costa, fra l’altro le più pescose. Durante una di queste proteste, i manifestanti che si erano avvicinati alla zona off limits con le loro imbarcazioni hanno dovuto subire un vero e proprio speronamento da un’imbarcazione della marina militare italiana (9 marzo 2005). Paradossale che a proteggere i pescatori siano intervenuti i marinai della base degli Usa. Grazie America!

Ad un certo punto il comando Usa della Maddalena ha sospettato che la loro presenza non fosse molto gradita alla popolazione che vedeva crescere le contaminazioni radioattive e si sentiva di fatto privata del diritto di gestire liberamente la propria vita. Per di più ai natanti d’ogni genere, compresi quelli dei turisti, non è permesso di attraccare o gettare l’ancora in prossimità di quelle coste. Così si è cominciato a raccogliere la voce che l’intiero contingente navale americano stesse per traslocare altrove. Era questione di mesi. Ma evidentemente era solo un sogno per quegli abitanti. Infatti, secondo quanto riportato ultimamente dalle agenzie di stampa e da alcuni quotidiani locali - Il Giornale di Sardegna e La nuova Sardegna, in data 16 settembre 2005 -, gli Usa intenderebbero prossimamente rafforzare la loro presenza nella base per sottomarini nucleari dell'isola della Maddalena; il progetto prevede un ampliamento della base pari a più del doppio delle volumetrie concesse (da 50.000 metri cubi si passerebbe a 120.000). Insomma ci si sono affezionati… andandosene ci lascerebbero il cuore… per cui… raddoppiano!

Ed ora veniamo a noi, cioè parliamo di Vicenza, la città del Palladio e culla della commedia dell’arte, il più famoso teatro della tradizione antica italiana. Qui si sta progettando un ingigantimento dell’attuale caserma Ederle e della realizzazione della più potente base americana nell’Europa. Qui verrebbe ospitata la nuova 173ma brigata aerotrasportata, che triplica la forza e gli organici di quella ora divisa tra qui e le basi tedesche di Bamberga e Schweinfurt. È proprio uno spasso constatare che mentre i tedeschi, popolo guerriero, stufi di ospitare da più di mezzo secolo le brigate degli amici d’America, li invitano a sloggiare, noi, popolo canterino-pacifico, col nuovo governo di centro-sinistra spalanchiamo felici le braccia per raccogliere quello che in Germania non possono più sopportare. Ma siamo sicuri che questo nostro sia un governo “nuovo”?

Però nella città del Palladio non vedremo giungere solo uomini. La 173ma brigata non è composta da soli paracadutisti e aviotrasportati. Reca con sé un bagaglio più che consistente: 55 tank M1 Abrams (cioè proprio pesanti! Con cannoni da 90 a 120 millimetri), 85 veicoli corazzati da combattimento, 14 mortai pesanti semoventi, 40 jeep humvee con sistemi elettronici da ricognizione, due nuclei di aerei spia telecomandati Predator, una sezione di intelligence provvista di diavolerie elettroniche, due batterie di artiglieria con obici semoventi e i micidiali lanciarazzi multipli a raggio lungo Mrls.

Un forza d’urto sufficiente a cancellare una metropoli! E già che siamo sotto Carnevale si può ben dire una scatenata festa coi botti!

A detta del generale James L. Jones la 173ma brigata è da chiamarsi “maglio mobile con la potenza di fuoco di una divisione d’attacco immediato”. Per chi ama il cinema il nome 173ma brigata fa subito venire in mente Apocalypse Now, dove proprio il contingente d’attacco in questione si esibiva al comando di un capitano-cowboy nella distruzione di villaggi e massacro di popolazione in Vietnam al suono delle Valchirie di Wagner.

Prego… benvenuti nella dolce Padania, accomodatevi! Mentre sorpassate coi vostri elicotteri bombardieri il Mekong, sì voglio dire… il nostro Po, per delicatezza, vi dispiace mettere in onda il Va pensiero di Verdi se in un momento di euforia vi scappa di gettare napalm? Ma il nostro governo, attraverso i suoi ministri, insiste ad assicurare che nella base non ci saranno armi di alcun genere, neanche temperini e tagliacarte!

A parte i lazzi da commedia dell’Arte, per ospitare degnamente tutta questa forza di fuoco, abbisogneranno strutture e sovrastrutture nuove ed efficienti. Il movimento di questi mezzi d’attacco, camion blindati, carri da sfondamento, tank…, avrà bisogno di strade adatte e solide… soprattutto sgombre. Non si accettano ingorghi e traffico caotico, niente biciclette, bambini e vecchietti curiosi. Stare alla larga, prego!

Il Ministro Parisi ha tranquillizzato la popolazione, letteralmente garantendo che: “Il governo ritiene suo dovere vigilare affinché le opere che verranno realizzate siano rispettose delle esigenze prospettate dalle comunità locali, con particolare riferimento all’impatto sul tessuto sociale, sulla viabilità e sulla rete dei sottoservizi.” (la Repubblica, 31 genn. P. 10) Inoltre ha assicurato che il Comune sarà esonerato dalle spese per le infrastrutture e che i servizi sportivi, scolastici e naturali (ora in funzione, da abbattere) verranno ricollocati e ricostruiti altrove a carico degli americani. Ricostruire? Ma dove? Quando? Dov’è il progetto da discutere?

C’è proprio da farsi una grossa risata. Già che c’era, il nostro ministro della guerra, pardon della Difesa!, poteva anche giurare che le autorità di controllo del governo italiano hanno libero e continuo diritto di accesso nella base in ogni ora o momento senza preavviso, onde verificare che i responsabili della base stessa stiano proseguendo come da regolamento previsto. Chissà se ai nostri controllori della Repubblica italiana sarà permesso anche di verificare che nella base di Vicenza, oltre che a uno stivaggio di svariate tonnellate di proiettili di vario calibro, non si trovino per caso anche ogive atomiche.

Stiamo esagerando? Facciamo del terrorismo gratuito? E allora, eccovi qua la testimonianza del Natural Resources Defence Council (Stati Uniti). Secondo questa autorevole fonte sarebbero 40 le testate nucleari stoccate nella base di Torre di Ghedi (provincia di Brescia) e 50 quelle custodite ad Aviano, della potenza variante da 0,3 a 170 chilotoni (quella della bomba sganciata su Hiroshima era di circa 15 chilotoni), tutte bombe, queste, stivate nelle nostre basi a disposizione di Tornado anche dell’aviazione militare italiana. Se gradisce… Quindi stiamo tranquilli, noi qui nel nord siamo al caldo!

Qualcuno, scrivendo su testate di prestigio, si è chiesto se non fosse stato più ragionevole e comodo scegliere come base e relativo nuovo aeroporto uno spazio più consono, situato in una piana meno abitata e sgombra di fabbriche come è la zona intorno a Vicenza, il cui centro dista meno di due chilometri dall’aeroporto in costruzione. A parte il frastuono al quale saranno sottoposti gli abitanti, sorvolati di continuo da jet urlanti in quantità da incubo, essi vicentini saranno vivacemente irrorati dagli scarichi del carburante a iosa… tutta salute!

“Ci voleva poco – commenta l’autore dell’articolo – a trovare nella nostra penisola qualche spazio più adatto alla bisogna.” Ma ecco che in merito risponde Lutwack, il noto consulente strategico del governo Bush che spesso appare ospite sulle nostre reti televisive, che parla come Stanlio e Olio. (Forse esegue parodia con accento inglese) Egli ammette che sarebbe stato facile trovare un altro spazio meno urbanizzato, ma la scelta di Vicenza è dovuta al particolare che una grande percentuale di militari delle truppe ospitate proviene da università e college prestigiosi, dove ha condotto studi umanistici e d’arte. Per cui essi specificamente hanno richiesto di potersi insediare nei pressi di una città d’arte famosa come la patria del Palladio, onde poter arricchire la propria cultura e godere del piacere insostituibile della bellezza.

Quindi, vicentini, siate orgogliosi per la scelta che hanno fatto le truppe di sfondamento aerotrasportate. Sì, dovrete sopportare qualche fastidio, a partire da un traffico d’inferno, pericolo di contaminazioni radioattive, controlli continui, divieti, rischiare di essere scambiati per terroristi…, ma non si può avere tutto dalla vita: la gloria e pure la tranquillità e il benessere! Quindi godetevi ‘sta pacchia!!! Alleluia!!!

18.2.07

Stefano Lorenzetto mi ha intervistato

da Il Giornale, domenica 18 febbraio 2007

Mi ha lasciato solo. Era il mio doppio, il mio specchio, il mio termine di paragone, il mio faro. Adesso s’è ritirato a spaccare legna in Trentino e io mi sento perduto. Claudio Sabelli Fioretti, 62 anni, il pennino più acuminato del Magazine allegato al Corriere della Sera, era la prova vivente di come si possa infliggere tutte le settimane ai lettori una lenzuolata d’intervista senza che le loro gonadi abbiano a risentirne.
Lui era attratto dai cortigiani e dai voltagabbana, perciò dai potenti; io dai dimenticati della prima Repubblica e dai tipi italiani, perciò dalla gente comune. Lui aveva cominciato nel 1999; io nel 1998. Lui era arrivato a 310, «calcolando a spanne»; io a 406, con questa. Lui staccava tre mesi l’anno per andarsene nel Mali o sull’isola di Salina; io qualche settimana per ferie contrattuali, malattie, lutti. Lui ha sempre detto – nelle interviste, a Prima pagina, nel suo blog – che «il più bravo intervistatore d’Italia è Stefano Lorenzetto»; io ho sempre pensato – e oggi che ne ho l’occasione lo dico – che il più bravo è Claudio Sabelli Fioretti.
Eppure ha deciso di smettere. Incomprensibile. Gli ho scritto. Mi ha risposto: «Non è successo niente di traumatico. Solo tu puoi capire la fatica dell’intervista settimanale. Alla mia richiesta di guadagnare di più e lavorare molto di meno, l’azienda mi ha accontentato per il 50%. Risultato: sono felice, sereno, ho preso un anno sabbatico, poi si vedrà. Appena puoi, fallo anche tu». Sono salito a quota 1.190 per scoprire che cosa c’è sotto. Vive nella più sperduta delle 22 frazioni di Lavarone, dove Sigmund Freud scrisse il saggio su delirio e sogni e Toni Bisaglia veniva in villeggiatura. Quattro masi in tutto. Un posto da dove te ne puoi solo andare: la strada finisce davanti a casa sua e alla chiesetta dalle porte sbarrate. Cime innevate per fondale. Da restare senza fiato. L’ultima volta c’eravamo incrociati per caso all’aeroporto di Fiumicino. Ora lo trovo nel campo che sta cercando invano d’accendere un falò di sterpaglie. Quest’uomo è cambiato.
Eccomi qua. Preparati a confessare.
«Capiti a fagiolo: prima che mi cercassi, avevo dichiarato ad Alessandra Del Re di Libero.it che sarebbe stato bello farsi intervistare da te».
Chi è Sabelli e chi è Fioretti?
«Sabelli era il nonno farmacista, Fioretti la nonna casalinga. A quei tempi si potevano fare ’ste puttanate con i doppi cognomi. Mio nonno nacque Sabelli e morì Sabelli Fioretti».
Solo tu e Michelle Hunziker potete permettervi il lusso di prendervi un anno sabbatico.
«Ho letto. Purtroppo non lo prendiamo insieme».
Sei in fuga da te stesso.
«No, sono all’inseguimento di me stesso. E mi sto quasi raggiungendo».
Sei in fuga dalla condizione umana. «Si fa sempre la stessa cosa», dice un protagonista del romanzo di André Malraux.
«L’anno sabbatico ho cominciato a teorizzarlo solo dopo che il Corriere non mi ha rinnovato il contratto».
Che è successo di preciso?
«La Rcs esigeva almeno due interviste al mese. Io, causa stress, ne volevo fare una sola. Fine della trattativa. Mi sentivo una catena al collo. L’appuntamento settimanale era diventato una schiavitù».
Dagospia sostiene che il Comitato di redazione del Corriere, «capitanato dal poeta Sebastiano Grasso, ha intimato a Paolo Mieli di far piazza pulita di tutti i collaboratori a favore dell’utilizzo dei fannulloni interni», e così sei rimasto fregato.
«Mi pare strano che un poeta possa dare ordini a un politico scafato come Mieli. Il risultato comunque corrisponde. A Barbara Palombelli è andata pure peggio: l’hanno licenziata».
Quanti giornali hai diretto?
«Massimo Cirri, il conduttore di Caterpillar, su Radiodue mi presenta così: “Ecco l’uomo che ha distrutto cinque mogli e 14 giornali”».
Terminator.
«In realtà ho avuto solo tre mogli e sono tutte vispe. Per i giornali siamo lì: ho lavorato a Nevesport, Panorama, Repubblica, Tempo Illustrato, Europeo, Secolo XIX e ho diretto Abc, Panorama Mese, Sette, Cuore, Gente Viaggi».
Gente Viaggi me l’ero perso.
«Non fu un grande matrimonio. Misi in copertina una regina nigeriana, ovviamente nera. Non gradirono. Poi mi licenziarono per “dissensi sulla linea politica”».
Di che camperai nell’anno sabbatico?
«Sono pensionato. Risparmio. Mangio l’insalata del mio orto. Faccio la legna nel bosco. La Forestale mi ha assegnato il lotto 26, tutto faggio. Saranno 50 quintali di roba, hai voglia a bruciarla tutta. Molti dicono di guadagnare poco. In realtà spendono troppo».
È vero che sogni un viaggio Mosca-Pechino-Taskent, 45 giorni di treno?
«Anche un viaggio in Australia con i punti Millemiglia Alitalia che ho accumulato andando in giro a fare interviste».
Teoricamente i punti sono della Rcs.
«Dovrò dimettermi, che dici? Comunque il buono è a disposizione di Mieli se desidera volare in Australia».
Che altro hai in programma?
«Andrò a piedi da Lavarone a Roma. Partenza il 6 giugno con Giorgio Lauro di Catersport, 20-25 chilometri al giorno. Niente di religioso, visto che sono un ateo convinto. Non cerco l’infinito, non marcio contro la fame nel mondo. Sarà un incrocio fra il pensiero debole e il wandering, cioè il corrispettivo del cazzeggio nel viaggio. Ho tirato sulla carta geografica la linea retta più breve da qui a Cura di Vetralla, provincia di Viterbo, dove sono nato. E guarda che località sono uscite».
Vediamo.
«Malo, il paese di Luigi Meneghello. Camaldoli, l’eremo. Castiglion Fibocchi, la villa di Licio Gelli. Combinazione, attraversa pure la casa di Cirri a Palazzuolo sul Senio. I lettori del mio blog possono unirsi a qualche tappa».
Hai figli?
«Giovanni, 31 anni. Si occupa di urban dance a Milano».
Urban-dance col trattino?
«Non lo so. Sono troppo vecchio per queste cose. Quando s’è laureato in filosofia, gli avevo consigliato: diventa presidente dell’Enel. Era il periodo di Franco Tatò e Chicco Testa, filosofi».
Quale dei giornali che hai diretto ti dava più potere?
«Cuore. Però m’è costato in cause per diffamazione l’intero ammontare degli stipendi ricevuti».
Pagherete caro, pagherete tutto.
«Il direttore di Cuore era temutissimo. Molti Vip volevano conoscermi».
Per esempio?
«Armando Spataro, il sostituto procuratore che ha chiesto il rinvio a giudizio di Renato Farina. M’invitò a cena».
Perché Cuore ha chiuso?
«Perché vendeva poco. Il popolo di sinistra è distratto. Ancor oggi qualcuno si spinge fin quassù per salutarmi: “Mi dispiace tanto. Sai, io lo leggevo tutti i mesi”. Coglione, tutte le settimane dovevi leggerlo. Non mi pento del titolo che diedi all’editoriale di commiato».
Non me lo ricordo.
«“Quegli stronzi dei lettori”».
Lo trovo perfetto. Perché a soli 30 anni te ne andasti da Repubblica?
«Perché sono un cretino presuntuoso. Ma devi capire, tutte le settimane con Gianni Locatelli scendevo a Roma per i numeri zero e quando tornavamo a Milano il giornale era già bell’e cambiato. Allora Locatelli telefonava su di giri a Eugenio Scalfari».
E il Fondatore?
«Gli rispondeva: “Sì, avevamo deciso così. Ma poi ieri sera siamo stati a cena da Sandra, a cena da Marta, a cena da... e s’è pensato di cambiare”. Mi sembrava quasi un salotto, non un giornale».
Chi ti ha insegnato di più nel mestiere?
«Lamberto Sechi, il direttore di Panorama che ha creato la più prolifica scuola di giornalismo mai vista in Italia. Gli abbiamo regalato l’albero genealogico dei suoi allievi. Si contavano 30 direttori: Carlo Rossella, Giulio Anselmi, Carlo Rognoni, Claudio Rinaldi, Paolo Panerai, Myriam De Cesco, Luca Grandori, Rachele Enriquez, Gianni Farneti, Gigi Melega, Giulio Mastroianni, Pino Buongiorno, Bruno Manfellotto, Franco Serra, Remo Guerrini, Maria Luisa Agnese, Chiara Beria d’Argentine, Mirella Pallotti... Continuo?».
E nella vita da chi hai imparato?
«Non ho avuto grandi maestri. Oggi il mio migliore amico è Sergio, un idraulico di Spinea che ha una casetta qui e sale per il weekend. Questo è un paese di idraulici veneziani, ma non c’è un rubinetto che funzioni. Arrivano il venerdì sera portandosi scorte di caparossoli e cozze. Fra milioni di anni, quando gli archeologi scaveranno e troveranno le cocce, diranno: “Qui una volta c’era il mare”».
Un collega che detesti. Se non gliel’hai mai notificato, è l’ora.
«Non voglio sottrarmi. Aiutami».
Giampiero Mughini ti ha dato dell’imbecille.
«Chi mi dà dell’imbecille mi diventa simpatico. Prendi Filippo Facci. Avrà scritto una decina di corsivi contro di me sul Giornale. Ora siamo amici. O Vittorio Sgarbi. Litigio drammatico. Pubblicai su Cuore il numero di telefono di casa sua. Per ritorsione, lui mandò in sovrimpressione su Italia 1 quello di casa mia. Mi fece saltare la linea».
Che fai? Scantoni?
«Non mi è piaciuto Alain Elkann. Ha interrotto a metà il nostro colloquio: “Questa intervista finisce qui”. L’ho trovato scortese».
Ho controllato: gli unici che sei riuscito a intervistare per ben tre volte sono, in ordine alfabetico, Gian Carlo Caselli, Antonio Di Pietro e Marco Travaglio. Mi fai paura.
«Ma io sono un travaglista. Tu hai paura di Travaglio?».
Figurati.
«Perché non hai nulla da nascondere. Travaglio disturba per un solo motivo: ricorda ciò che molti vorrebbero fosse dimenticato».
Parliamo del tuo passato, allora.
«Sono un ex chierichetto. Mio padre fu podestà di Vetralla. Fino al 1963 ero di destra. Alle elezioni universitarie mi presentai col Pli. Ma sono l’unico italiano che non ha mai votato Dc e Psi».
Voti Ds, lo so. Chi ti ha rovinato?
«Panorama. Ci arrivai nel ’68, fa un po’ te. Ero in una di quelle che Rossella ha definito “le stanze rosse”».
Simpatizzavi per Lotta continua. Nel 1974 versasti al movimento di Adriano Sofri il 10% della liquidazione avuta da Panorama.
«Erano 700.000 lire. Non me ne pento. Spero che non ne abbiano fatto un uso criminale».
Chi vorresti presidente del Consiglio?
«Mi va benissimo Prodi. Però preferirei un diessino».
Un nome.
«Il leader naturale è Walter Veltroni. Anche se non è mai stata la mia passione. Da direttore dell’Unità, con le sue stramaledette videocassette, è stato il primo a trasformare le edicole in bazar».
Il più simpatico dei potenti che hai intervistato?
«Sandro Bondi. Ne esistono due, di Bondi. Quello gentile, che m’abbraccia quando c’incontriamo, e quello che in Tv vuol sbranare Di Pietro».
C’è qualcuno che ti ha detto no?
«Un’infinità: Lilli Gruber, Lucia Annunziata, Lapo Elkann, Anna Craxi, Luciano Moggi, Francesco Totti, Fiorello, Afef. Qualcuno non mi ha nemmeno risposto, come Berlusconi».
Come te lo spieghi?
«Non posso pensare che Berlusconi abbia paura di me. Ho intervistato sua figlia Barbara, il suo medico personale Scapagnini, il suo innamorato Bondi, il suo sodale Dell’Utri, il suo fedele Fede, tutti i suoi avvocati, da Pecorella in giù, e nessuno s’è lamentato. Fammi fare un appello: Cavaliere, la prego, solo qualche domanda!».
Mai stracciata un’intervista?
«Sì, a Sergio Japino, il compagno di Raffaella Carrà. Io m’ero preparato male e lui non aveva niente da dire».
C’è una domanda che non avevi il coraggio di fare?
«In alcuni casi mi sembrava giusto chiarire se il mio interlocutore fosse omosessuale. Allora ci giravo intorno. Mi sono fatto violenza con Alfonso Pecoraro Scanio, Dolce e Gabbana, Gianna Nannini, Barbara Alberti».
Con D&G potevi soprassedere, ti pare?
«Usavo un ignobile trucchetto: che percentuale di femminile c’è in lei?».
Lo uso anch’io: in te?
«Il 25%. Ma non ho mai professato. Non ho ancora trovato un uomo abbastanza bello».
Gioco della torre, il tuo tormentone. D’Alema o Veltroni?
«Butto di sotto D’Alema. E mi costa. Appartengo al club di coloro che si sono stufati di dire che D’Alema è intelligente. Ogni tanto l’intelligenza dovrebbe produrre dei risultati. Se lo confronto con Achille Occhetto, che ha cambiato la storia del Pci e ora lo considerano buono solo per i giardinetti...».
Paralleli storici. Silvio Berlusconi o Arnaldo Forlani?
«Butto Forlani. Berlusconi è stato un grande innovatore, ha svegliato un po’ tutti. Ma resto fra coloro che lo ritenevano pericoloso per la democrazia».
Talmente pericoloso che il giornale pubblicato da suo fratello e dalla Mondadori mi permette di fartelo dire.
«Le due cose possono convivere. Dipendesse da lui, quest’intervista sarebbe già finita».
Elkann ti ha traumatizzato, ammettilo. Enzo Biagi o Giorgio Bocca?
«Biagi è un signore molto perbene che sta invecchiando. Bocca invecchia anche lui, però male. Si lamenta perché le colf extracomunitarie non sanno fargli il bollito. Che mangi un uovo sodo!».
Paolo Mieli o Ferruccio De Bortoli?
«Non si butta mai il proprio direttore. È una regola che ho imparato nelle mie interviste sulla piaggeria».
Vuoi farti una domanda e darti una risposta, così accontenti Gigi Marzullo?
«Sono stato due volte ospite di Marzullo a Mezzanotte e dintorni. È una brava persona. Mi ha confessato che ha le tende di casa, i divani, le camicie e le mutande coordinati: tessuto a strisce biancoazzurre. Da laziale, mi sono commosso».
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it