17.9.07

Se gli agnelli diventano lupi


SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

Gli Agnelli ancora non hanno finito di contarsi, molti non si conoscono tra di loro. Ma tutti hanno diritto all'eredità. Anche gli Staminer del ramo merovingio e quelli di Casale Monferrato. Commenta

Come mai Capinera Agnelli non è andata alla prima comunione della piccola Otaria Rattazzi? E perché l'ultimo nato di casa Elkann si chiama Peppe, forse per contrariare gli altri Agnelli? E come valutare la decisione dei Nasi, dei Grande Stevens e dei Borromeo di calpestare le magnifiche ortensie della villa di Marilù Barba Cobolli Wittenberg durante la cerimonia funebre della zia Sibillina Barba? Sono queste le domande che scuotono l'opinione pubblica italiana, interessatissima alle dispute dinastiche e finanziarie di casa Agnelli. Vediamo, dunque, di fare chiarezza.

La famiglia Gli ufficiali d'anagrafe di mezza Europa stanno cercando di stabilire almeno il numero preciso degli Agnelli e degli imparentati. Secondo una stima approssimativa, si tratterebbe di circa quattromila persone, tutte aventi diritto a una quota d'eredità. Oltre agli Agnelli ci sono i Nasi, gli Elkann, i Rattazzi, i Gabetti, i Santalbano di Santalbano e i Santalbano di Papò, i Montezemolo, gli Gnemmi, gli Gnommi, gli Staminer del ramo merovingio e quelli di Casale Monferrato, i Pautasso di Helsinore, i Rebaudengo di Malta, più altri lontani cugini che nelle scorse settimane hanno suonato il campanello di Villar Perosa presentando le credenziali e pretendendo almeno il tagliando gratuito della Punto. Molti degli Agnelli neppure si conoscono tra loro, e durante l'ultimo raduno degli eredi si mormora che un cameriere precario, approfittando della confusione, si sia accreditato come un cugino Nasi, riuscendo a ingannare anche il notaio e impossessandosi della tabacchiera d'oro del nonno Giovanni.

Il patrimonio Si parla di svariate migliaia di milioni di euro, la cui divisione tra i 4 mila pretendenti è allo studio di un pool di matematici tedeschi, che dopo tre anni di inutili calcoli hanno proposto di dividere tutto in grossi mucchietti e tirare a sorte. Ma la soluzione non è piaciuta agli eredi diretti, che sono solo un centinaio e rischiano di ritrovarsi proprietari di una cinquantina di metri della pista del Lingotto mentre magari un qualunque zio Rebaudengo si prende l'Alfa Romeo. Tutto è dunque ancora in discussione.

Gli immobili Oltre alla celebre villa di Villar Perosa, con le porte da calcio in ogni camera da letto e due guardialinee al posto dei comodini, c'è quella del Sestriere, con lo skilift che porta ai piani superiori, quella di Sankt Moritz che appartenne allo Scià di Persia e venne disegnata da Soraya in persona (il tetto è cotonato), l'attico di Manhattan al trecentesimo piano con vista sui due mari, Atlantico e Pacifico, la villa di Kabul purtroppo bombardata (c'era la collezione di cristallerie boeme di Nasturzia Agnelli), la villa di Portofino e Camogli (è lunga dodici chilometri e unisce le due città), la villa di Bombay con gli elefanti addestrati che servono a tavola, il castello in Transilvania con vampiri veri, anche volanti, e infine le duecento villette a schiera lungo la Tangenziale di Torino volute dall'eccentrico prozio Gigi, che lasciò la vicepresidenza della Fiat per fare il geometra. Essendo una famiglia molto unita, fino adesso i quattromila Agnelli hanno condiviso ognuna di queste case, arrivando per i week-end tutti insieme ogni venerdì sera. Molto suggestiva la cerimonia del check-in, con gli Agnelli smistati nelle stanze da robuste guardie armate per impedire colluttazioni. Ma i frequenti e imbarazzanti scambi di cravatte e di spazzolino da denti hanno fatto capire che è venuto il momento di dividersi le case, a costo di smontarle e portarle via, una stanza a testa.

La Fiat Grande imbarazzo tra gli eredi quando i notai hanno fatto notare che c'è anche la Fiat. Gli Agnelli presenti hanno cominciato a tossicchiare e guardare in aria. Qualcuno ha chiesto a che distanza dai campi da golf si trovano gli stabilimenti. La soluzione, per adesso, è dare la fabbrica in affido a Marchionne, che ha accettato solo a patto che la famiglia si limiti a telefonare ogni tanto, per cortesia non tutti insieme.

5.9.07

Vita sotto assedio di un cronista a Palermo
"Sotto scorta in una Sicilia senza onore"

intervista a Lirio Abbate (Giuseppe D'Avanzo - Repubblica.it)

Dice Lirio Abbate che il lavoro di cronista a Palermo o è accurato o non è. Lirio ha 37 anni, è redattore all'Ansa. Come tutti i siciliani "buoni", come tutti i siciliani migliori, non è portato a far gruppo, a stabilire solidarietà e a stabilirvisi. Sono i siciliani peggiori quelli che hanno il genio del gruppo, della "cosca", ricordava Sciascia. Sarà per questo, che Lirio se ne sta per conto suo e segue la sua strada anche se sa bene quale sarebbe il modo più conveniente per starsene in ombra, un po' in disparte e in pace. Puoi sempre scivolare lento sulla superficie dei fatti e quindi "prendere atto": prendere atto che quello è indagato per mafia; che quell'altro è stato rinviato a giudizio; che quell'altro ancora è sotto processo per favoreggiamento alle cosche; che la magistratura sempre "indaga a 360 gradi".

Nessuno te ne vorrà. È il tuo lavoro e se fai il tuo lavoro con prudenza, senza eccessi, con mediocrità, nessuno salterà su contro di te. Però, dice Lirio, che ha una compagna e un bimba di dieci mesi, questo lavoro non è accurato, non è onesto perché non racconta quel che vede e sa: "Io so, noi sappiamo chi sono i mafiosi e gli amici dei mafiosi o i loro protettori. Non ho, non abbiamo bisogno di attendere una sentenza o la parola della Cassazione o un'inchiesta giudiziaria perché penso che, prima della responsabilità penale, sempre eventuale, ci sia una responsabilità sociale e politica accertabile. Se il deputato, il consigliere regionale, l'assessore, il primario, il professore universitario se ne vanno in giro con il mafioso è un fatto. Si conoscono, passeggiano sottobraccio, si baciano quando s'incontrano. È soltanto accuratezza non rinviare ai tempi di una sentenza quel racconto. È il mio lavoro dirlo ora, subito. Non sono una testa calda, non sono un estremista, sono un cronista e credo che il mio impegno sia stretto in poche parole: raccontare quel che posso documentare".

Deve essere questa convinzione che ha fottuto Lirio. Alla vigilia delle elezioni amministrative (maggio 2007), il suo metodo di lavoro deve aver messo di cattivo umore qualche capintesta moralmente opaco. La sua certosina ostinazione a ricostruire la rete di complicità "borghesi" che, per 43 anni, ha custodito la latitanza di Bernardo Provenzano non deve aver migliorato l'umore di altri. Un giorno lo chiamano in questura e gli dicono che "non si deve preoccupare, ma che sarà protetto con discrezione". Lirio si preoccupa, altroché. Cerca di capire. Capisce che sono in corso delle intercettazioni nel quartiere mafiosissimo di Brancaccio e in quelle conversazioni è saltato fuori che occorrono delle armi per fare "una sorpresa a quel rompicoglioni". Dice Lirio che, in quei momenti, quel che ti sta accadendo ti appare del tutto sproporzionato. "In fondo, sei consapevole che il tuo lavoro, per quanto meticoloso e accurato, nella migliori delle ipotesi si avvicina, senza svelarla, all'autentica realtà delle cose. Ti chiedi qual è stata la frase, il dettaglio, il nome che può avere inquietato e non sai dirlo. Puoi forse immaginarlo, non averne la certezza. Così vai avanti. Fingi che non sia accaduto niente. Tieni per te l'angoscia, senza rovesciarla su chi ti è accanto. Tanto passerà".

Non passa invece. Un giorno Lirio trova sulla sua auto "la lettera di un amico". Lo invita "a stare attento". In questura dicono che la minaccia è "molto seria", che una scorta armata lo seguirà passo passo durante il giorno. Per un cronista andarsene in giro con uomini armati è molto buffo. Il lavoro ne è irrimediabilmente pregiudicato. Quale "fonte" accetterà di incontrarti? Quale fonte ti confermerà quel che non potrebbe confermarti? Devi fermarti all'ufficialità, al "prendere atto". Dice Lirio che anche per questo, con la direzione dell'Ansa, decide di "staccare", di venir via dalla Sicilia, di starsene qualche mese a Roma, nella redazione centrale.

Lirio è tornato a Palermo soltanto dieci giorni fa e quelli subito si sono fatti sotto. Nella notte gli hanno sistemato una bomba incendiaria sotto l'auto. Il quartiere della Kalsa bloccato per ore. Polizia a sigillare la zona; artificieri per disattivare l'ordigno; vigili del fuoco preparati al peggio; carri dei vigili urbani per spostare in fretta le auto che davano impiccio e, nei giorni successivi, il silenzio di Palermo. Un silenzio freddo, scrupoloso, amaro che lo imprigiona come in una bolla d'aria. Dice Lirio che non vuole parlare di "solitudine" perché gli sembra retorico e inesatto: se ne vergognerebbe.

"In quel che mi accade" sostiene Lirio "mi sento fortunato. Sento accanto a me l'amichevole presenza dei miei colleghi di redazione. La direzione dell'Ansa è premurosa. Polizia e magistratura di più non potrebbero fare per rassicurarmi. Ma, se si esclude questo cerchio protettivo, avverto l'indifferenza della città. Un sindacato di giornalisti ha diffuso un comunicato in cui si diceva, più o meno, che - è vero - Lirio Abbate è minacciato, ma è un affare che riguarda soltanto lui perché - tranquilli - i cronisti siciliani non corrono alcun pericolo. Si può? Quest'incomprensione collettiva è un grumo di veleno e di amarezza che aggrava l'angoscia peggio della minaccia di quei vigliacchi e non parlo di me soltanto, parlo delle decine di casi che, come il mio, si consumano ogni giorno in città, nell'indifferenza di una Palermo muta che quotidianamente "prende atto" di negozi bruciati dagli estorsori che non risparmiano i piccoli e piccolissimi esercizi e finanche i distributori di benzina. Una città dove, se ti portano via l'auto o la moto, sai a chi puoi rivolgerti - tutti sanno chi è il mafioso del quartiere - per fartela restituire dietro il pagamento di una cauzione, così la chiamano. È vero, l'iniziativa di Confindustria è straordinaria. Erano dodici anni che le associazioni antiracket invocavano un gesto, un passo deciso. Ora c'è una promessa. Vedremo con il tempo se alle parole seguiranno i fatti. Però, perché prima di mandar via chi paga il pizzo non si comincia a mettere fuori da Confindustria l'imprenditore condannato per mafia? Ce ne sono. Basta guardare a Caltanissetta".

Dice Lirio che hanno ragione il capo dello Stato e il governo a chiedere che "la società civile" faccia la sua parte contro la mafia. È la parte del problema con cui egli sente di dover fare più dolorosamente i conti, oggi. "È un paradosso. Credi di dover fare in modo accurato il tuo lavoro di cronista per illuminare nell'interesse dell'opinione pubblica, di quella "società civile", gli angoli bui e sporchi del cortile di casa. Poi scopri che sei un ingenuo. Nessuno vuole guardare da quella parte, in quegli angoli - no - preferiscono voltarsi da un'altra parte anche se stai lì a tirargli la giacchetta. E allora perché lo faccio?, ti chiedi. Perché infliggo a chi mi è caro ansia, paura, apprensione e, Dio non voglia, pericoli? Perché, mi chiedo, non ascolti chi ti dice: ma chi te lo fa fare, vattene da qui, vattene subito, non ti accorgi che non vale la pena?".

La voce di Lirio sembra rompersi ora. Percettibilmente, il timbro diventa roco e trattenuto come di chi si sta sforzando di controllare un'emozione che forse è rabbia, forse è avvilimento o forse entrambe le cose. Dopo qualche secondo, Lirio dice finalmente: "Lo sai perché non decido di andarmene? Per onore. Sì, per onore! Non per il mostruoso, folle, ridicolo onore di cui si riempiono la bocca mafiosi deboli con i forti e forti con i più deboli, ma per quell'onore che mi chiede di avere rispetto di me stesso, che mi impedisce di inchinarmi alla forza e alla paura, di scendere a patti con ciò che disprezzo. Quell'onore che molti siciliani hanno dimenticato di coltivare".

27.7.07

CASO UNIPOL-BNL-DS, I PUNTINI SUGL’”I”

di Marco Travaglio

Sul caso Unipol-Bnl-Ds, che qualche furbetto seguita a chiamare “caso Forleo” (inesistente), si continua a raccontare un sacco di frottole.
1)Si favolegga che la gip Clementina Forleo si sia spinta al di fuori delle propria orbita, “anticipando una sentenza di condanna”. Ma, che almeno due dei tre esponenti Ds sorpresi al telefono con Giovanni Consorte non siano stati semplici “tifosi” della scalata Unipol alla Bnl, ma ben di più e di peggio, non lo dice solo la Forleo: lo dicono anzitutto gli stessi D’Alema e Latorre al telefono con Consorte. Il 6 luglio 2006 Consorte ha il problema di accordarsi con il socio forte di Bnl, Francesco Gaetano Caltagirone, editore, costruttore, suocero di Casini e capofila dei “contropattisti” Ricucci, Coppola, Lonati, Statuto e Bonsignore. E dice a Latorre: “L'ingegnere (Caltagirone, ndr) e i suoi accoliti si sono defilati [...]. Io domani ho l'incontro con loro alle sei, alle otto ti chiamo e ti dico come va a finire”. Latorre, che in teoria sarebbe un parlamentare Ds e non un uomo d’affari, propone: “Ma che deve fare una telefonata Massimo (D'Alema, ndr) all'ingegnere (Caltagirone, ndr)?”. Consorte: “È meglio che Massimo fa una telefonata. Perché a questo punto se le cose non vengono fatte, si sa per colpa di chi”. L’indomani, puntualmente, Caltagirone e i contropattisti si accordano con Unipol. Missione compiuta. E’ “tifo” questo? E’ “informarsi”? O è partecipare a una scalata che i magistrati ritengono illecita (“disegno criminoso”), in quanto occulta, compiuta prima del lancio dell’Opa?
Qualche giorno dopo, 14 luglio 2005, D’Alema riparla con Consorte: “Ho parlato con Bonsignore, che dice cosa deve fare, uscire o restare un anno… Se vi serve resta (azionista della Bnl, ndr)… Evidentemente è interessato a latere in un tavolo politico”. Consorte:“Chiaro, nessuno fa niente per niente”. Ecco: trattare pacchetti azionari con un socio della Bnl come Vito Bonsignore, fra l’altro eurodeputato dell’Udc e pregiudicato per corruzione, in cambio di misteriosi e finora inspiegati “tavoli politici a latere” che cos’è? Tifare, informarsi, o partecipare – in palese conflitto d’interessi tra politica e affari - a una scalata che i giudici ritengono illegale in quanto occulta, compiuta prima del lancio dell’Opa?
2)Si favoleggia di un insanabile contrasto fra la Procura, che non ha iscritto i parlamentari Ds nel registro degli indagati, e la Gip che, “invadendo il campo” dei pm, li accusati di complicità in un “disegno criminoso”. Ma non c’è alcun contrasto tra gip e pm milanesi. L’ha detto il procuratore Francesco Greco, domenica scorsa, al Sole 24 ore: “La nostra scelta è stata di non far nulla nei confronti dei parlamentari (non iscriverne ancora nessuno sul registro degl’indagati, ndr) finchè le Camere non avessero dato l’autorizzazione a utilizzare le intercettazioni telefoniche che li riguardano. E da questo punto di vista la Forleo ci dà ragione”. Del resto, anche se pochi se ne sono accorti, nella richiesta di autorizzazione all’uso delle telefonate intercettate del caso Unipol-Bnl inoltrate dalla Procura alla gip Forleo il 10 luglio 2007 (a firma del pm Luigi Orsi), si legge che questa è finalizzata a indagare sull’“aggiotaggio manipolativo e informativo” commesso da “Consorte, Sacchetti, Cimbri, Fiorani e Boni (…) in concorso fra loro e con altri da identificare” perché “con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, attivavano una scalata occulta alla Bnl e compivano atti concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo dell’azione ordinaria della Bnl ed in particolare, mentre negavano reiteratamente e specificamente al mercato di condurre la scalata a Bnl, rastrellavano pacchetti di azioni Bnl (…), disponevano acquisti a nome e nell’interesse di altri soggetti ad essi collegati (…), e finalmente il 18 luglio 2005 coordinavano ed eseguivano i plurimi contratti in virtù dei quali veniva formalizzato il passaggio delle azioni già proprietà dei soci di Bnl definiti ‘contropattisti’ (Caltagirone, Coppola, Statuto, Lonati, Grazioni, Bonsignore) ai soggetti legati alla ‘cordata Unipol’ e rendevano pubblico il concerto che non si era costituito quel giorno, ma preesisteva quanto meno dalla metà di giugno 2005. Così provocavano una sensibile alterazione del prezzo dell’azione ordinaria della Bnl e ciò in ragione dell’effetto che detta occulta attività determinava in più direzioni (…): Fatti di aggiotaggio informativo (propalazione di notizie false) e manipolativo (negoziazioni sul mercato ordinario e dei blocchi della Borsa di Milano) consumato in Milano tra il 18 marzo ed il 18 luglio 2005 (…). Le fonti di prova che si sono sinteticamente rassegnate trovano decisivi riscontri nelle conversazioni telefoniche degli indagati, comprese quelle alle quali hanno preso parte membri del Parlamento. Ciò per la fondamentale ragione che le comunicazioni telefoniche intercettate cadono proprio nel corso del periodo in cui il reato di aggiotaggio ipotizzato si sta consumando (giugno-luglio 2005). Nel corso di queste conversazioni infatti l’indagato Consorte espone ai suoi interlocutori quello che sta facendo (…)”.
Ora, se le parole hanno un senso, i reati di aggiotaggio sono stati commessi “in concorso con altri da identificare”: e, visto che al telefono si è sempre in due, anche per i pm di Milano i possibili concorrenti nel “disegno criminoso” sono i parlamentari che parlano con Consorte. La Forleo non ha fatto altro che esplicitare questo concetto, spiegando al Parlamento perché quelle telefonate sono assolutamente necessarie per le indagini già avviate e per quelle ancora da avviare e chiarendo che, una volta autorizzate, le telefonate potranno essere usate anche contro i parlamentari interessati. Alcuni insigni giuristi scrivono che la Gip non poteva comunque “accusare” parlamentari non ancora indagati dalla Procura. Ma la Procura e la Gip ribattono di non aver ritenuto possibile indagare quei parlamentari, visto che le eventuali prove a loro carico, le uniche, sono contenute proprio nelle telefonate in questione: che, finchè il Parlamento non ne autorizzerà l’uso, sono inutilizzabili. Come se non esistessero. Se anche fosse vero che s’è sbagliato, lo si è fatto perché la legge Boato del 2003 che impone l’autorizzazione del Parlamento per qualunque telefonata intercettata in cui compaia la voce di un parlamentare, è una boiata pazzesca. Una “norma indecorosa, scritta coi piedi, grossolanamente invalida”, tant’è che “è facile previsione che tale sia dichiarata dalla Corte costituzionale”. Parola di Franco Cordero, principe dei processualisti italiani, su la Repubblica di ieri. Invece di prendersela con la Forleo, il Parlamento farebbe bene a non legiferare coi piedi. O comunque, dopo averlo fatto, a prendersela con se stesso.

25.7.07

NON PERTINENTE SARA' LEI

di Marco Travaglio per il suo blog

"Anche il Presidente della Repubblica dei Mandarini Intoccabili, davanti al Csm, ha voluto dare la sua bastonata al gip Clementina Forleo, rea di “valutazioni non pertinenti ed eccedenti”, cioè di lesa maestà nei confronti di sei parlamentari che due estati fa scalavano banche e case editrici in combutta con i furbetti del quartierino e si avvertivano a vicenda delle intercettazioni in corso (D’Alema, essendo molto intelligente, per avvisare Consorte del suo telefono intercettato, gli telefonò).
Secondo Napolitano, con queste “fughe di notizie” l’opinione pubblica rimane disorientata. In realtà, proprio grazie al giudice Forleo e ai giornali che hanno riferito le sue ordinanze, l’opinione pubblica ha capito benissimo tutto. E cioè che “non pertinente ed esorbitante” è il comportamento dei politici scalatori, non dei giudici che li hanno scoperti e processati. E che la vera fuga di notizie è quella di chi avvertì politici e furbetti che erano intercettati, rovinando le indagini sul più bello, non certo quelle dei giornali che stanno pubblicando atti non segreti, cioè pubblici.
Napolitano, come pure Marini e Bertinotti, presidenti del Parlamento degl’inquisiti e dei condannati, e come il cosiddetto ministro della Giustizia Mastella, è sgomento per la pubblicazione delle ordinanze della Forleo prima che queste giungessero al Parlamento. Forse il suo costosissimo staff (il Quirinale costa il quintuplo di Buckingham Palace) s’è dimenticato di spiegargli come avvengono queste cose: visto che, dal 2003, la legge impone ai giudici di chiedere il permesso al Parlamento per usare le telefonate intercettate in cui compare la voce di un parlamentare, la gip Forleo ha chiesto quel permesso con due apposite ordinanze. Che, secondo la legge, sono state depositate nella canceller ia del Tribunale venerdì scorso, a disposizione degli indagati e dei loro avvocati. Da quel momento le ordinanze hanno cessato di essere segrete. Gli avvocati ne hanno preso copia e, senza commettere alcun reato, le hanno passate ai giornalisti. I quali, senza commettere alcun reato, le hanno raccontate ai cittadini.
Nessuna violazione del segreto, nessuna fuga di notizie. Di che parlano, allora, le più alte cariche dello Stato? Possibile che non abbiano nulla da dire sugli onorevoli D’Alema, Fassino, Latorre, Cicu, Comincioli e Grillo (Luigi) che scalavano banche abusando del proprio potere, alle spalle dei propri elettori?
Possibile che, ogni qual volta il termometro segnala la febbre e il medico diagnostica la malattia, le alte cariche se la prendano col termometro e col medico?
In ogni caso, se Clementina Forleo e i suoi colleghi vogliono evitare, in futuro, di finire massacrati dai politici della casta, anz i della cosca, sanno quel che devono fare.
1) Mai intercettare un delinquente Vip, onde evitare il rischio che questo poi parli con un politico.
2) Se comunque scappa qualche intercettazione in cui si sentono le voci di politici a colloquio con vari farabutti, fare finta di non riconoscerle.
3) Se il perito che trascrive le telefonate riconosce ugualmente le voci dei politici, cestinare la perizia e cambiare perito.
4) Se i reati risalgono a due anni prima, anche se non è ancora scattata la prescrizione, bruciare tutto perché – come dicono D’Alema e Prodi - “comunque è roba vecchia”.
5) Se la Procura insiste a chiedere di inoltrare le telefonate al Parlamento, evitare di spiegare nell’ordinanza perché queste sono penalmente rilevanti o, meglio ancora, dire che sono tutte cazzate e pregare le Camere di negare l’autorizzazione.
6) Non depositare mai le ordinanze agli avvocati difensori, onde evitare che finiscano sui giornali, e chissenefrega dei dirit ti della difesa.
7) Se non si è d’accordo con l’impostazione dei pm, appiattirsi comunque su di loro perché ora, all’improvviso, piacciono i gip appiattiti sulle Procure.
8) Prima di fare qualsiasi cosa, recarsi in pellegrinaggio a Ceppaloni per la necessaria autorizzazione a procedere del superprocuratore nazionale anti-giustizia Clemente Mastella.

30.6.07

TORNO DALLA GERMANIA

da Emilio Pierini

Dopo nove giorni torno dalla Germania. Mia moglie è tedesca (Freiburg – Foresta Nera) così almeno una volta all’anno (con mio grande piacere) tocca a far visita ai crucchi…..

Prima scena : ad un km da dove abitano i miei suoceri c’è un campo dedito alla floricoltura molto particolare. Vi si possono trovare dei fiori bellissimi. Tu ti rechi in questo campo, lasci una piccola offerta in un box che trovi ai lati della strada e ti prendi i fiori che vuoi. L’offerta viene destinata dal comune alla manutenzione dello stesso campo. Ve lo immaginate in Italia ?

Seconda scena : prendiamo la bici ed andiamo nel centro della città vecchia. Freiburg e’ circondata da 500 km di piste ciclabili con segnaletica dedicata (stop, semafori, dare precedenza). Tutti viaggiano in bici. Il centro storico non e’ accessibile alle auto ma solo ai tram di ultimissima generazione (e dunque non inquinanti). Davanti all’Università di Friburgo (una delle più importanti in Germania) non trovi Mercedes o Bmw come alla Bocconi. Trovi duemila biciclette assicurate a degli appositi spazi con degli enormi catenacci. I tedeschi pedalano……

Terza scena : capito per caso in un quartiere particolare. Si chiama Vauban. Si tratta di un quartiere sorto su una zona della città occupata fino all’inizio degli anni 90 dalle forze armate francesi (poi ritiratesi). Ebbene non ci crederete. E’ un quartiere dove risiedono circa 2.500 persone che hanno rinunciato all’auto. Se vuoi muoverti con le quattro ruote c’è una sorta di rent a car a prezzi accessibilissimi. Si viaggia in Tram (a prezzi agevolatissimi) ed in bicicletta.

L’unico requisito richiesto per abitarci e’ rinunciare all’auto. Ovviamente il quartiere e’ riscaldato grazie a pannelli fotovoltaici ed all’energia solare. Le case sono state progettate in materiali termici speciali, con tripli vetri e disposizione tale da favorire l’esposizione solare. Se lo vedesse Pecoraro Scanio questo quartiere……

Quarta scena : scopro che l’asilo del quartiere dove abita mia moglie ha un tetto interamente coperto da pannelli solari. All’ingresso della scuola c’è un computer con uno schermo visibile anche quando l’istituto e’ chiuso. Puoi consultare quando vuoi quanta energia si sta producendo ed il surplus che viene venduto dallo stesso Comune alla compagnia elettrica statale. I soldi del ricavato servono a finanziare altri progetti “verdi”. Mi prendo a schiaffi da solo per realizzare se e’ tutto vero……

Quinta scena : sono in città di nuovo. Aspetto il tram che ci riporta a casa dopo un pomeriggio di shopping. Il centro storico e’ bellissimo, circondato dalla foresta nera nella quale fanno capolino dalle vette più alte le grandi pale per l’energia eolica. Si sentono solo i rumori delle ruote delle biciclette in una città affollatissima visto che e’ l’ora di punta. Arriva il tram delle ore 13,11 alle ore 13.10 e 58 secondi. Si ferma, si aprono le porte, io e la mia famiglia saliamo.

Le porte si chiudono. Il semaforo dà il rosso ergo siamo ancora fermi. Una signora di una certa età bussa con insistenza alla porta chiusa del tram fermo. Vorrebbe semplicemente salire. L’autista non si scompone. Avrebbe dovuto soltanto premere un tasto, aprire mezza porta e richiudere nella attesa del “verde”. Niente. La signora si dispera. Io, da italiano, non capisco.

E quel mio non capire marca la differenza tra un paese che funziona ed uno che non funziona.

La vecchietta sarebbe potuta entrare senza recare nessun disturbo, medito. Mia moglie, dal suo fare teutonico, mi ricorda molto semplicemente che da lì a cinque minuti sarebbe passato un altro tram puntualissimo.

Viva la Germania….

25.6.07

Un elmo cornuto per capire il Nord

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

A che cosa è imputabile la recrudescenza della questione settentrionale? Gli esperti concordano: la questione settentrionale si è aggravata a causa della incomprensione della sinistra, incapace di cogliere le istanze profonde del Nord. Ecco dunque un breve prontuario di comportamento per le persone di sinistra desiderose di cambiare finalmente atteggiamento.

Razzismo Durante l'annuale Festa del Mestolone, in Val Trompia, vedete un energumeno travestito da guerriero cimbro che estrae dalla bisaccia di pelle di capra un randello e insegue un tunisino. Non cedete al pregiudizio: tirare in ballo il razzismo è pura pigrizia culturale. Quell'uomo è il sindaco, eletto con l'80 per cento dei voti, e sta celebrando la sua riscoperta delle radici ataviche, ubriacandosi di sidro e difendendo il focolare. Anche se il sidro vi ripugna, bevetene un bel boccale insieme a lui, indossate l'elmo cornuto che vi porge, recitate la preghiera druida e attendete l'alba cardando la lana grezza con uno spazzolone di ferro. Solo al primo lucore dell'aurora, quando sarete ben certo di non avere urtato la sensibilità del sindaco, potrete chiamare l'ambulanza per il tunisino.

Tasse Il padre del compagno di banco di vostro figlio è un piccolo industriale. Produce componenti per macchine a tubo. Ogni volta che vi incontra, vi deride perché pagate le tasse pur avendo un reddito che è un quarto del suo. Perché contrariarlo? Solo per sbattergli in faccia la vostra cosiddetta superiorità civica? Dimostratevi spiritosi, piuttosto: ridete insieme a lui del fatto, in effetti molto divertente, che siete voi, pur meno abbiente, a pagargli la sanità, la scuola del figlio, l'asfaltatura delle strade sulle quali sfreccia con la sua enorme Audi intestata a una società di leasing panamense. Perderete qualche grado della vostra spocchia di sinistra e guadagnerete un amico: per compensarvi, vi regalerà componenti per macchine a tubo. Se non sapete cosa farne, è perché vi sfugge la dinamica dell'economia del Nord.

Cultura La nuova giunta della vostra cittadina ha appena ridotto la cifra per le attività culturali da ventimila euro a cento, stanziandoli per l'acquisto di venti pesci rossi per la fontana civica. Se volete rendervi odioso, facendo pesare a gente che lavora la vostra presunta cultura, protestate pure. Non farete che approfondire il solco tra la sinistra snob e i genuini sentimenti popolari. Meglio, dunque, stabilire una collaborazione, mediando tra le vostre ubbie intellettuali e lo stato delle cose: proponete di realizzare, come programma culturale, una coreografia per pesci rossi, da far dirigere con una bacchetta di legno al presidente della Provincia. Lui si sentirà gratificato, voi avrete la vostra attività artistica del cazzo, che volete di più?

Etica sessuale Vi dà fastidio che Calderoli inveisca contro i culattoni? Non sopportate che il vostro garagista sia andato al Family Day con l'amante rumena dicendo alla moglie che andava a Roma a comperare uno spinterogeno? Vi ribellate se il parroco definisce contronatura gli omosessuali? Beh, vuol dire che vivete rinchiusi da anni nei vostri salotti fichetti, e non frequentate più i luoghi normali, come un bar pieno di camionisti turchi, il reparto punitivo di una caserma della Legione Straniera, un chiosco frequentato dai clienti delle prostitute. Avete perso i contatti con i sentimenti delle persone semplici. Siete voi che dovreste vergognarvi.

Smog Eravate convinti di essere in un garage sotterraneo e avete chiesto dov'era l'uscita. Vi hanno risposto che eravate già usciti e quel velo catramato sopra di voi era il cielo di Lombardia, così brutto quando è brutto. Beh, non fatela troppo lunga. L'operosità padana ha già pensato a tutto. Quando lo smog sarà così denso da formare una cupola compatta, basterà metterlo in sicurezza con un paio di tiranti da Torino a Trieste, e il Nord diventerà il più grande capannone del mondo. Non fate quella faccia. Il Nord si offende se voi siete tristi.

Il vero viaggio si attua sempre dentro sé stessi

di Maria Pia Forte - La Sicila

Estate, tempo di partenze. Il senso di distanza da tutto e insieme di "ritorno a casa" che si prova entrando la sera in un'anonima camera d'albergo di una città estranea; la nudità dell'anima che ritroviamo in una stazione ferroviaria o in un aeroporto mentre ci scopriamo parte di una tribù ben più vasta di quella in cui trascorriamo la vita di ogni giorno, una tribù perennemente in cammino, per svago o per necessità; il sentimento di leggerezza che ci pervade non appena saliamo su qualsiasi mezzo che ci conduca altrove... Sono questi momenti che ci fanno capire quanto il viaggio sia un bisogno primigenio dell'uomo. Perché se partire è un po' morire, è anche vero che partire è vivere. Viviamo in quanto camminiamo, in cerca della nostra essenza più veritiera, o di conoscenza, lavoro, ricchezza, libertà, pace, persino di Dio; e così facendo maturiamo, imparando ad affrontare il viaggio della vita.
"L'uomo nasce nomade, oltre che nudo: senza città né accampamenti, senza difesa. Un marchio che rimane scolpito nelle sue profondità, per poi emergere a ogni occasione", scrive Sabino Chialà in Parole in cammino (edizioni Qiqajon, 226 pagine, 13,00 euro): un libro di affascinanti meditazioni su questo innato nomadismo umano, accompagnate da un ricco corredo di stralci letterari di ogni tempo e luogo, in particolare poetici, che le amplificano disegnando un periplo intorno al senso del viaggio, esaminato attraverso le sue tappe e le sue molteplici forme e dimensioni, senza trascurare i viaggi mitici come quelli di Gilgamesh, Enea, Ulisse o Dante.
A Sabino Chialà, che è monaco della Comunità di Bose fondata da Enzo Bianchi ed è studioso di ebraico e siriaco, chiedo che cosa l'abbia spinto a scrivere questo bel saggio che tutti dovrebbero mettere nella propria valigia per centellinarlo strada facendo.
"Negli ultimi dieci anni, viaggiando soprattutto in Medio Oriente soprattutto per ragioni di studio - mi dice questo affabile viaggiatore, - ho approfondito il senso del camminare. Si è fatta spazio in me la consapevolezza che camminare è vivere, che l'arte del camminare non è un 'di più' rispetto all'arte del vivere, ma ne è il volto per eccellenza. A questa consapevolezza mi sono sentito spesso guidato dalla lettura di alcune pagine, nelle quali mi è sembrato di cogliere un frammento dell'itinerario che si andava disegnando nel mio camminare, pagine che leggevo con sempre maggior passione e che infine ho deciso di raccogliere. Di qui il titolo Parole in cammino, nate in cammino e ancora in cammino. Questo non è un libro sul viaggio, ma vorrebbe essere un compagno di viaggio."
- Bruce Chatwin ha scritto che "il sapiente non tenterà di fermare, bensì di dare, con il viaggio, una forma all'irrequietezza umana". Ma a volte il viaggio non rischia di risolversi in una fuga, una ricerca di diversivi per colmare il vuoto della propria esistenza?
"Per questo abbiamo bisogno di imparare a viaggiare. Può accadere, però, che anche un 'fuggire' si trasformi, strada facendo, in 'camminare', che un 'disperdersi' si apra a un 'ritrovarsi'. La purificazione avviene per via. La speranza è che la superficialità, spossata dalla fatica del viaggio, ceda il passo alla profondità. E' camminando che s'impara a camminare e a trovare la direzione, o meglio, come direbbe Konstantinos Kavafis, a riconoscere la via che si sta percorrendo e a farsene pienamente partecipi."
- Il cammino, lei scrive, è un piacere in sé, a prescindere dalla meta: la meta è "disseminata in ogni istante del cammino". Tanto che Kavafis raccomanda : "Prega che sia lunga la via, / colma d'avventure colma di conoscenze". Un piacere che si è scoperto solo in epoca moderna, ma che proprio quest'epoca, con la sua ansia di sfruttare al massimo il tempo, rischia di vanificare. Come fare per essere dei viaggiatori capaci di fonderci, di "perderci" in ciò in cui c'imbattiamo?
"Viaggiare è innanzitutto un atto di umiltà: è pensare che vi è dall'altro oltre quello che siamo e sappiamo, che in un qualche luogo vi sia un qualcuno capace di consegnarci una parola di vita. Per questo ci mettiamo in cammino: per ascoltare, vedere, toccare, assaporare dell'altro. Per non vanificare dunque il nostro viaggio - anche quello della vita, - è necessario lottare contro tutto quello che tenta di convincerci del contrario. Dobbiamo coltivare in noi il 'bisogno dell'altro'. Solo chi avverte questo bisogno viaggia davvero."
- La storia è stata scritta dai trasmigratori - fuggitivi, carovanieri, pastori, pellegrini, esploratori, che hanno abbattuto barriere e tracciato strade, - più che dai fondatori di città?
"Tutte le grandi civiltà nascono da un esodo, da un distacco. Anche nell'ambito della fede, il grande padre dei credenti, Abramo, ci è presentato come uno 'scacciato'; le prime parole che un Dio a lui sconosciuto gli dice sono: 'Vattene dalla tua terra'. Davanti a lui vi è una promessa vaga ('verso la terra che io ti indicherò'); unica certezza è la necessità di una partenza. E' camminando che si crea. Le città sembrano essere nient'altro che caravanserragli, luoghi di ristoro e di conservazione, depositi di sapienza, anche ; ma di una sapienza cresciuta nelle asperità del camminare."
- L'amore per il cammino è il tratto che forse più accomuna i popoli e le letterature di Oriente e Occidente?
"E' quanto ho tentato di mostrare con l'ultima sezione del libro, dove ho evocato alcuni dei grandi racconti di viaggio, dal mito alla storia, da Gilgamesh a Chatwin. Essi attestano non solo che il viaggio è una delle esperienze primordiali dell'umanità, delle civiltà d'Oriente e d'Occidente, ma anche che gli esseri umani hanno sentito un bisogno irresistibile di narrare questo loro peregrinare, di consegnarlo ai posteri, come una delle eredità più preziose."
- Due bei versi del poeta sufi persiano Galal al-Din Rumi dicono : "O uomo! Viaggia da te stesso in te stesso, / ché da simile viaggio la terra diventa purissimo oro". Una "discesa in sé" che riuscirà più facilmente a chi viaggia da solo?
"Il viaggiatore è un solitario, ma allo stesso tempo è un essere comunitario: il viaggio crea le complicità più profonde che la vita possa riservare. Eppure il viaggiatore resta sempre anche un solitario, appunto perché il vero viaggio è in lui, verso un luogo a lui solo accessibile.

21.6.07

La voce degli innocenti nel lager della memoria

di Giorgio Acquaviva
IL GIORNO 25 gennaio 2004

E' sceso in quel buco nero della storia dell'umanità che è Auschwitz, ne ha studiato ogni più piccolo angolo e svelato ogni più piccolo segreto, e vive portandosi appresso grumi di dolore. Eppure Marcello Pezzetti, 50 anni, lodigiano — fra i massimi studiosi mondiali della macchina di sterminio nazista — è un uomo che sprizza gioia e speranza da tutti i pori. E allora capisci perché l'incontro con Roberto Benigni, ai tempi del film "La vita è bella" fu qualcosa di straordinario: i due hanno in comune la capacità del sorriso anche di fronte alle tragedie più inumane.

Una speranza Pezzetti coltiva nel cuore: che ciò che fu non si ripeta, che le giovani generazioni crescano con consapevolezza e responsabilità, che sulla Shoà non cali l'oblio. (Una parentesi: dice sempre Shoà e non Olocausto, che è termine non amato dagli ebrei, perché ha un che di "sacrificale" che sembra fuori posto quando si parla di sterminio pianificato)

Quando gli chiedi come mai è finito a studiare proprio l'inferno di Auschwitz, Pezzetti risponde senza esitazione: «II problema non è come uno ci finisce dentro, ma se e come uno ne possa uscire. Eppure i sopravvissuti mi avevano messo in guardia: sei sicuro di volerti interessare di questo? E avevano ragione...

E' un peso tremendo convivere con il male assoluto..". Per chi si interessa a quel tema - pochissimi al mondo -non c'è più distinzione fra vita privata e lavoro: «II vero rischio è di fare dei nostri figli, "figli della Shoà"». Marcello Pezzetti ha cominciato prestissimo a interessarsi di Auschwitz, ai tempi dell'università. Cominciò a frequentare il Centro di documentazione ebraica di Milano (in via Eupili) e decise che quello sarebbe stato il suo lavoro, per sempre. La prima volta, all'inizio degli anni '70, ci mise tre mesi ad avere il visto per andare a Oswjecim, nella Polonia comunista, e ad entrare nel recinto del lager. Uno choc. «Non si capiva cosa era successo veramente. Se non era propaganda, ci somigliava molto. Il dépliant faceva l'inventario degli orrori, ma non spiegava nulla. Da nessuna parte ho trovato la parola "ebrei"».

Finché un giorno fece la scoperta fondamentale, lo snodo attorno a cui ruotava la "soluzione finale". Sulla Jù-den Rampe di Auschwitz avveniva la selezione: da una parte gli ebrei (e gli zingari), subito destinati alla morte; dall'altra i polacchi, i russi, i romeni, prigionieri di guerra, politici, minoranze varie, destinati al lavoro forzato.

E allora ecco emergere - anche dalle carte dei piani di costruzione maniacalmente conservate dai tedeschi - Auschwitz-1 (il campo di concentramento) e Auschwitz-2 o Birkenau, con le strutture per lo sterminio, le camere a gas, i forni crematori'. Le fosse. Ora si può dire che quella macchina di morte non ha più segreti.

Con buona pace dei "revisionisti" e dei "negazionisti". E il mondo non può far più finta di non sapere che ci fu una unicità, una specificità atroce nello sterminio degli ebrei. Il che non significa sottovalutazione delle sofferenze degli altri, dal genocidio degli armeni alle foibe titine, anche perché risulterebbe inumano qualsiasi tentativo di fare una classifica del dolore e delle sofferenze. E ora Pezzetti trascorre buona parte del tempo a parlare, illustrare, convincere, spiegare, raccontare.

E' consulente della Commissione Europea e del Ministero dell'Istruzione, lavora con Yadva
Shem la Shoà) a Gerusalemme e con istituti storici di mezzo mondo. La sua "tana" rimane il Cdec che è tuttora il più accreditato istituto storico ebraico italiani (ma perché non collegarlo ai nuovi musei di Roma e Ferrara per mettere in circuito la straordinaria videoteca di cui dispone?). Il Centro soffre di scarsità di mezzi finanziari: ha un bilancio di 600 milioni di lire, i contributi pubblici arrivano a stento a 90.

C'è un via vai continuo di troupe televisive e di ricercatori, di studenti che lavorano alla tesi di laurea e gruppi di alunni dei licei in cerca di materiale. Non sarebbe il caso di rico-noscergli pubblicamente (e concretamente) una funzione sociale e fame un luogo in cui si custodisce la memoria collettiva che - sola - può fare da base a ogni futuro discorso di pace? A proposito: fra due giorni (il 27 gennaio, che ricorda l'arrivo dell'Armata Rossa ad Auschwitz) si celebra la "Giornata della memoria".

Un grazie di cuore a Marcello e agli altri come lui.

12.6.07

ATTENTI A QUEI DUE

da Domenico De Franco

Avrei dovuto capirlo subito che era una trappola. " Non preoccupatevi, arrivate quando volete, quando siete qui a Cornedo, partiamo!" ci aveva rassicurati Claudio. Io, Paolo, Tommaso e Paola li abbiamo li aspettati nella hall (!?!) dell'Hotel Vittoria. Durante l'attesa pensavo ai 25-30 chilometri che avremmo dovuto percorrere, chiedendomi se ce l'avrei fatta senza problemi. Poi, considerando che il gruppo era composto da un'insegnate di matematica, da un pensionato vicentino, da due giornalisti, uno dalla barba bianca e l'altro fisiognomicamente molto diverso da un decatleta, dicevo, tra me e me, che lì in mezzo in fondo non sfiguravo. Quanto mi sbagliassi l'avrei scoperto solo dopo!

Pochi minuti e li abbiamo visti scendere sfoggiando le splendide magliette tecniche della marcetta: Giorgio con la versione rossa (molto bella) e Claudio con quella bianca (più adatta alla marcia sotto il solleone). Dopo i saluti di rito diamo un'occhiata ai rispettivi zaini: avevo premesso a Claudio, vittima di un brutto mal di schiena, di fare a turno con Tommy per portarglielo: è all'incirca alto come un bambino in età scolare (lo zaino intendo...). Provo ad alzarlo: pesa anche, come un bambino delle elementari. Ovviamente non faccio nessun commento, anche perchè il Sabellone se lo incolla lui: "Per i primi chilometri dovrei farcela!".

Così, di buona lena, ci avviamo lungo la pista ciclabile che costeggia il fiume. Tutto sembra perfetto: la splendida giornata di sole, la compagnia, l'umore dei partecipanti che subito familiarizzano chiacchierando alacremente. Giorgio, che non conoscevo di persona, si rivela subito un ragazzo simpatico e affabile. Di domenica procedere a piedi, su una pista ciclabile dove sfrecciano insofferenti torme di ciclisti, in un gruppo scomposto di trekker non è meno pericoloso di farsi contromano il tratto appenninico in autostrada.

Al km 3 avverto uno strano bruciore alla pianta dei piedi: come un pirla, anzichè indossare degli scarponcini da trekking, porto dei sandali. Avevo pensato: fa caldo, coi sandali non dovrei surriscaldarmi i piedi. Niente di più sbagliato: la mancanza dei calzini costringe il piede ad un continuo sfregamento della pianta; inoltre sullo sterrato ogni 10 metri sei costretto a fermarti per togliere i sassolini. E così al km 7 lo sfregamento aveva già prodotto due simpatiche bolle: una sotto la pianta del piede destro e una sul mignolo. Ma ancora è solo allarme giallo e non dico niente. Così, approfittando di una sosta foto, avviene il micidiale scambio degli zaini. Il mio contiene un panino e una bottiglietta di minerale. Quello di Claudio, a considerare la consistenza, oltre all'attrezzatura d'ordinanza, contiene senz'altro un'incudine da viaggio, uno stabilizzatore per televisore b/n o, in subordine un porceddo sardo già cucinato. Lungo la pista, ci fermiamo a chiedere a un signore dall'aria non sveglissima, fermo sul greto di un fiume secco con la sua Diane d'epoca e il suo setter, quanto manca per Montecchio Maggiore. Ci risponde: 10 chilometri. Claudio gli chiede se può farci uno sconto, ma la battuta la capisce solo il cane, che scodinzola. Dai resoconti del blog sull'accurata pianificazione della marcetta (mappe militari, satellitari e via dicendo) ero convinto che per ogni tappa ci fosse un accurato disegno del percorso e delle altimetrie, un pò come per il Giro d'Italia. La realtà è ben diversa: navigazione scala uno a occhio.

Arriviamo nei pressi dell'autostazione di Montecchio per l'ora di pranzo. Proviamo a chiedere informazioni per un bar. Incontriamo nell'ordine: due Sik col turbante, una coppia di indiani (lei molto bella nel suo velo giallo e arancione), tre maggiorate di colore e finalmente un indigeno (inteso come Vicentino!) che ci conferma ciò che il nostro stomaco paventava: la domenica a Montecchio è come The Day After. Ma un angelo inviato da nostro Signore, con le sembianze di un pensionato e nostro compagno di viaggio, tira fuori come dalla borsa di Mary Poppins, ogni ben di Dio. Il pranzo è salvo e gli acidi gastrici sono sedati.

La marcia riprende sotto al solleone: sudo così tanto che non ho nemmeno bisogno di fare pipì. Girato l'angolo ci appare un salvifico bar, di quelli con le vaschette dei gelati in bella mostra. Senza che nessuno dica nulla ci troviamo seduti tutti in torno a un tavolo. Gli altri ordinano birra o thè ghiacciato. Io un taxi. Scambiando il mio per un motto di spirito, la cameriera porta anche a me un thè freddo.

Lì è stato l'inizio della fine. Al km 18 le bolle erano diventate piaghe. Al 23° cancrena. Fortunatamente la putrefazione è sopraggiunta a soli due chilometri dall'arrivo. Dopo aver incocciato una gara di giovanissimi ciclisti (fortissima la tentazione di accoppare il fanalino di coda ed espropriargli proletariamente la bici) è iniziata la più lunga micidiale, rovente e fantozziana salita che la storia del trekking ricordi. E' nelle difficoltà che il vero carattere dell'uomo si appalesa. Il cervello bolle, ognuno reagisce a modo suo: Paolo è diventato dello stesso colore della maglia del Toro, Tommy e Claudio parlano di nuovi modelli di scaldabagno (ve lo giuro su mia madre!). Giorgio parla col suo navigatore e gli chiede come mai le informazioni che ci dà sono in aperta contraddizione con ciò che ci dice Paolo che abita lì. Da diverse prove, io e Claudio, impossessatici del diabolico strumento, notiamo che l'ago elettronico della bussola non si muove più di quello del navigatore del camper di Barbie. L'evidenza sperimentale getta Giorgio in uno stato di prostrazione, come se gli avessimo rivelato a trent'anni che è un figlio adottivo. Subito dopo, chiuso in un mutismo inspiegabile irrompe a casa di una contadina per riempire le sue bottigliette d'acqua, spacciandosi per un pellegrino diretto a Roma per l'Anno Santo. La signora ci saluta chiedendoci di recitare, una volta in Vaticano, un rosario anche per lei.

Comincia il discesone finale. In preda ad un attacco di autolesionismo (cos'ha più da perdere?) Giorgio si butta in mezzo a un vigneto, forse per tagliare un tornante o forse per farla finita sniffando verderame. Come pecoroni, obnubilati da un livello della volontà sotto il livello di guardia, lo seguiamo. Per ritornare sulla strada occorre scendere da una scarpata in mezzo ai rovi. Scivoliamo, cadiamo, Claudio filma tutto. Io maledico il momento in cui sono venuto alla luce e prego il Dio dei giornalisti di scagliare una folgore sui due mitomani che stiamo seguendo.

Il navigatore segna 2,6 km all'arrivo. Paolo dice che mancano trecento metri. E' soprattutto nei momenti estremi che la mente umana tende a pensare positivo. E fortunatamente spesso c'azzecca! Dietro al curvone, in Via dei Sette Martiri, davanti al Monumento dei Caduti (vi giuro che non me lo sto inventando!) si staglia, con la sua sobria architettura minimal, l'albergo.

Ci sbrachiamo sulle eleganti sedie di plastica verdone del pergolato. Claudio, mosso da

compassione (o da tremendi sensi di colpa...) medica le mie vesciche chiedendo qualcosa per bucarle. La moglie di Paolo, che nel frattempo ci aveva raggiunti, tira fuor dalla sua elegante borsetta una cesoia!!! (Che Dio mi fulmini se non è vero!). Risolviamo tutto con un banale spillino.

Intanto Giorgio entra per contrattare la cena con la proprietaria, fresca di una tintura corvina ai capelli. Esce con l'aria sconsolata dicendo che è tardi per mangiare. Ci riprova Claudio. Esce gongolante, invitandoci ad accomodarci al tavolo. Di sicuro avrà sfoggiato, oltre all'indubbio fascino canuto, la sempre efficace panzana dei giornalisti del Gambero Rosso.

A Dio piacendo, mettiamo le gambe sotto un tavolo e ci alziamo solo dopo che quei due crapuloni di Giorgio e Claudio hanno finito di sorseggiare la quinta birra media della giornata (a testa!). In quel momento l'illuminazione: che sia il luppolo il misterioso agente dopante che li sostiene?

Dieci di sera: salutiamo calorosamente i nostri mentori ed aguzzini. La moglie dell'angelo Paolo ci riaccompagna alla macchina. Nel cofano della monovolume c'è il loro pastore tedesco. Il cattivo odore è insopportabile, infatti il cane avvicina schifato il suo naso al finestrino... Ci rimettiamo alla guida, alla fine di una delle giornate più memorabili degli ultimi anni. Nel bene e nel male. Mi auguro di non dover mai frenare durante il tragitto: ho male solo a schiacciare l'acceleratore.

Scrivo queste poche righe immobilizzato in un letto, al solo scopo, non già di sfogo, ma per mettere in guardia tutti gli incolpevoli lobbisti che volessero unirsi ai due Sadici Marcettari. Decidete voi. Ma non dite che non vi avevo avvisato!

2.6.07

L'ultima partita del Comandante "Andarmene? Non ci penso neanche"

di Carlo Bonini - Repubblica.it

NELL'EPILOGO, dunque, il generale di fanteria Roberto Speciale da Petraperzia (Enna), "Ciccio il comandante", come ama farsi vezzeggiare dai suoi amici forzisti e di Alleanza nazionale, non batte i tacchi. Nella sua uscita non c'è traccia di uno di quei suoi "Ossequiosamente obbedisco", "Subordinatamente La saluto", con cui per dodici mesi ha omaggiato un nuovo padrone politico cui scavava la fossa. In trenta minuti di colloquio in via XX Settembre, comunica al ministro dell'Economia Padoa-Schioppa, che gliele chiede, che lui alle dimissioni "non ci pensa nemmeno". Si fa mettere alla porta e destituire dal comando con effetto immediato lasciandosi offrire un posticino alla Corte dei conti (che forse accetterà, o forse no).

Perché questo contemplava il format che il centro-destra aveva scritto e che con diligenza lui ha interpretato in queste due settimane. L'uscita di scena doveva essere rumorosa. E rumorosa è stata. Perché, da oggi, in un'ultima operazione di "spin", rumore possa chiamare altro rumore ("La destituzione è un golpe". "Un attentato alla Costituzione". "Un'esecuzione gappista") convincendo il Paese di essere rimasto orfano di un generale "spezzaferro", di un "civil servant", che non si è piegato all'arroganza della politica.

Roberto Speciale non è stato né l'uno, né l'altro. Roberto Speciale è un fungo cresciuto nel sottobosco in cui, per cinque anni, il centro-destra ha coltivato un disegno di controllo degli apparati che doveva avere nell'intelligence politico-militare, il Sismi di Nicolò Pollari, e nelle Fiamme Gialle, un nuovo potente e pervasivo strumento di controllo e intervento a uso politico. Un grumo di potere non più misterioso almeno da quattro anni. Di cui il governo di centro-sinistra conosceva e conosce uomini e coordinate. Di cui ha fatto le spese (la campagna sul caso Unipol, le intrusioni abusive nelle anagrafi tributarie, il sistema di spionaggio illegale in Telecom). Ma a cui sin qui non ha voluto (o potuto) mettere mano. Per insipienza, per miopia, per divisioni interne. E a cui oggi sacrifica, non a caso, il viceministro Vincenzo Visco (l'unico, a quanto pare, ad aver avvistato per tempo "criticità" che altri non hanno voluto vedere).

Eppure, non era necessario un indovino per intuire come sarebbe andata a finire. Per comprendere quale fosse la posta in gioco. Nell'autunno scorso, con l'uscita di Pollari dal Sismi, Speciale perde il suo mentore e rimane unico custode della potente macchina che, nel luglio 2003, gli era stata consegnata con ben altre e per lui più consone mansioni. E' un Carneade, "Ciccio il comandante". E, in quell'estate, quando decidono di nominarlo comandante generale della Finanza, Berlusconi e Tremonti ne ignorano persino l'esistenza. E' Nicolò Pollari, siciliano come Speciale, che garantisce per lui. Che ne sollecita e impone la nomina.

E' l'uomo giusto, al posto giusto, al momento giusto, ragiona l'allora direttore del Sismi. E' una muffa degli Stati Maggiori della Difesa che a fatica ha superato l'Accademia militare di Modena. Un burocrate furbissimo con un debole per le belle cose (arredi e orologi), la bella gente, i bei luoghi (Capri). Che in dieci anni (dal 1993 al 2003), da poltrone di nessuna visibilità, ha coltivato una fitta rete di benevolenze. Ha comandato infatti il primo Reparto dello Stato maggiore Esercito e quindi il primo Reparto dello Stato maggiore Difesa, da dove ha controllato "il personale" (avanzamenti e stato giuridico della truppa e dei quadri ufficiali. Per un periodo anche la leva).

Nell'estate 2003, Pollari ha bisogno di una testa di legno che governi per conto terzi (per suo conto) la Guardia di Finanza. Il tempo necessario al governo di centro-destra per varare la riforma che (come per l'Arma dei carabinieri) dovrebbe consentire di nominare al comando del corpo un proprio generale. Che prepari cioè a Pollari, generale di corpo d'armata delle Fiamme Gialle, il suo grande rientro quando si tratterà di lasciare il Sismi. E' un piano di cui Pollari si compiace e che Speciale racconta in giro, vantandosene. Pollari dispone. "Ciccio" esegue. Il Sismi si gonfia di ufficiali della Finanza e, va da sé, anche del figlio di Speciale, cui per qualche tempo viene affidato (con esiti disastrosi) il centro di Abu Dhabi. Speciale ridisegna i vertici del Corpo con organigrammi dettati da Pollari e dal suo delfino, il generale Emilio Spaziante, che dalla Lombardia (di cui controlla ogni ufficiale) viene portato a Roma, come capo di Stato Maggiore. Speciale fa e disfa, ritenendo di non dover neppure informare il suo comandante in seconda.

Poi, il piano Pollari va a farsi benedire. E con lui la direzione del Sismi e l'osmosi tra la nostra intelligence militare e le Fiamme Gialle. Speciale resta il solo garante, con pieni poteri di comando, di una ragnatela pazientemente tessuta per quattro anni. Di un apparato che è stato il braccio operativo dell'esecutivo di ieri, oggi opposizione. Il tentativo di Visco di cominciare a intaccarne i gangli (Milano) è troppo. Ma è anche una magnifica occasione. L'operazione può cominciare. E Speciale ne conosce l'epilogo. Si aggiusterà la fascia in vita e si farà saltare come un martire nel governo di centro-sinistra. Forse, farà qualcosa di più. Se è vero, come dicono quando ormai è notte, che oggi, da destituito, sederà ai Fori imperiali nel palco autorità della Festa della Repubblica. Se è vero che in queste ore lo accende l'idea di mummificarsi in Viale XXI Aprile ricorrendo a qualche tribunale amministrativo contro la decisione del governo.

1.6.07

Mandiamo su Giove i rifiuti campani

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

La Regione Campania ha indetto un concorso internazionale per risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti. Sono pervenute da tutto il mondo (perfino dall'Italia) numerose proposte. Ecco quelle che sono state giudicate le più realizzabili.

Il miracolo
È la proposta avanzata dal Comitato scientifico della Cei, che suggerisce di trasportare davanti a ogni cumulo di rifiuti una statua della Vergine, portata in processione dalle autorità locali, e riunirsi in preghiera fino a che i rifiuti spariscano, lasciando nell'aria un intenso profumo di rose. Interessanti risultati delle simulazioni effettuate dai tecnici vaticani: i fedeli, dopo un quarto d'ora in ginocchio nelle discariche, a 36 gradi centigradi, hanno avuto le visioni. A molti è apparsa Santa Chiquita, protettrice delle banane. Altri giurano di avere visto Maradona che calciava un cocomero, con l'effetto a spiovere, centrando una lavatrice sfondata a quaranta metri di distanza.

Vesuvio bis
Un pool di artisti giapponesi, specializzati in installazioni gigantesche purché fuori dal Giappone, propone di ammucchiare i rifiuti fino a realizzare un Vesuvio bis, di uguali dimensioni e di identica forma. Le esalazioni del materiale in decomposizione arricchiranno il Vesuvio bis del caratteristico pennacchio di fumo. Sulle pendici, rese scivolose dai liquami, si potrà sciare anche d'estate.

Capri due
Il sovraffollamento turistico dell'isola ha suggerito a un gruppo di intellettuali l'idea di costruire con i rifiuti una enorme piattaforma galleggiante accanto a Capri. Una Capri due con tanto di faraglioni di pneumatici usati, piazzetta per lo shopping e tavolino di Raffaele La Capria.

Su Giove
Una flottiglia di gigantesche astronavi per trasportare tutta l'immondizia su Giove: è la ragionevole proposta alternativa suggerita dai sindaci dei comuni campani che rifiutano le discariche sul loro territorio. Le astronavi verrebbero guidate da autisti dell'azienza comunale dei trasporti in aspettativa, quasi tutti parenti di Mastella. Due problemi: il costo enorme delle astronavi, troppo elevato anche per essere inserito tra le spese di rappresentanza della Regione, e la ferma opposizione dei sindaci di Giove, che hanno annunciato blocchi stradali accumulando fotoni e neutrini lungo le rotte intergalattiche.

Partita di giro
È un'interessante proposta fatta da un Consorzio di famiglie camorriste. Ogni Comune vende i rifiuti alla Provincia, che li rivende alla Regione, che li rivende alla camorra, che infine li rivende allo Stato quando il prezzo al quintale, dopo tutti quei passaggi, ha ormai raggiunto il costo all'ingrosso del caviale. Resta il problema dello smaltimento, perché i rifiuti rimarrebbero dove sono: ma la camorra assicura che, con i miliardi di euro ricavati, potrebbe aprire un centro studi per il riciclaggio, con docenti di Harvard e premi Nobel prelevati nelle loro case, legati, imbavagliati e portati a Napoli.

Guapperia
I guappi dei Quartieri Spagnoli non condividono le sofisticherie finanziarie della nuova camorra. Propongono i vecchi metodi: sparare ai camion della nettezza urbana per tenerli lontani dai loro quartieri. Il metodo ha un'indubbia efficacia a breve termine. A lungo termine, i camion in fuga incolonnati al Brennero rischiano di guastare i rapporti con la Regione Alto Adige.

Contrabbando
Ecco una vecchia risorsa dell'economia meridionale che può tornare a nuova vita. I motoscafi dei contrabbandieri, rimessi a nuovo con una mano di vernice e tappi di sughero a chiudere i buchi prodotti dalla ruggine, potrebbero portare clandestinamente i rifiuti nei Paesi del Mediterraneo e scaricarli sulle spiagge arabe, cantando 'Caravan Petrol'.

In famiglia
I promotori del Family Day sono stati presi in parola: poiché la famiglia è il nucleo fondamentale della società, ogni famiglia dovrà tenere i suoi rifiuti in casa, e provvedere a smaltirli all'interno delle mura domestiche, ingoiandola, senza rompere le balle al prossimo.

29.5.07

No Family, no party

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

Ormai è sicuro: dal Family Day nascerà un Family Party, il cui compito sarà difendere i valori della famiglia tradizionale cattolica insidiati dal complotto omosessuale. Sulla cui esistenza sono stati fugati gli ultimi dubbi grazie alla diffusione, da parte di Roberto Calderoli, del 'Protocollo dei Savi di Milanovendemoda', un inquietante documento nel quale i più celebri stilisti gay teorizzano il lancio della minigonna maschile, la barba finta obbligatoria per le femmine e l'instaurazione di una spietata dittatura omosessuale. La calligrafia del Protocollo, scritto a mano su carta intestata del quotidiano 'La Padania', è identica a quella di Calderoli, ma i dubbi che si tratti di un falso teso a mettere in cattiva luce la comunità omosessuale sono stati fugati da una perizia effettuata dallo stesso Calderoli.
Ma vediamo come sarà strutturato il nuovo Family Party.

Il simbolo Dovrebbe essere un centrino da tavola, opera del designer bergamasco Bartolo Ostia. Bocciata la proposta della Lega Alpina Sanfedista, che voleva una valanga stilizzata che travolge una comitiva di prostitute rumene in gita: il bozzetto, che prevedeva sullo sfondo anche una famiglia di stambecchi in atteggiamento esemplare (la femmina che allatta, il maschio che incorna un escursionista depravato, distinguibile per il rossetto sulle labbra) è stato ritenuto troppo complicato dalla commissione giudicante, formata da un parroco, una perpetua, un carabiniere in pensione e un cappellano militare. Deluso anche Savino Pezzotta, che aveva proposto come simbolo un'immagine di San Giuseppe sulla Milano-Brescia.

Il programma Tra i punti fermi l'abolizione del divorzio (anche retroattiva, con obbligo dei divorziati, compresi quelli molto anziani, di risposarsi e rifare il viaggio di nozze, partendo in auto con i barattoli appesi al paraurti), l'uso del tesoretto come sussidio statale per il pranzo di Natale e le pulizie di Pasqua, sgravi dell'Ici per chi dimostra di usare sempre le pattine in casa, diritto di voto all'embrione congelato, rinnovo della Cresima ogni cinque anni come per la patente. Bocciata la proposta di ricostituire la Santa Inquisizione, contestata dall'ala ambientalista a causa dei fumi tossici che si sprigionano dai roghi.

Omosessuali Potranno curarsi in appositi centri specializzati, con terapie a base di docce ghiacciate, recita integrale del rosario (con lo speciale rosario di Medjugorie, lungo due metri e mezzo), enormi porzioni di minestrone (pare mortifichi la libido per almeno una settimana) e infermiere scollate, con tette gigantesche, che cercano di redimerli o, in caso di rifiuto, di soffocarli nella scollatura.

Scuola Abbandono definitivo del darwinismo: i libri di testo verranno corretti, le immagini di scimmie antropomorfe sostituite da fotografie dei vescovi della Cei. La scuola pubblica verrà parificata a quella privata, purché il preside sia un salesiano e adotti gli stessi programmi della celebre Riforma Calderon, varata nella Spagna del Seicento e giudicata dal Family Party molto più avanzata della riforma Gentile. Crocefisso appeso in tutte le aule, ma a grandezza naturale, infisso sopra un piccolo Golgota costruito con terra di riporto dietro la cattedra. Negli istituti di nuova costruzione un impianto di amplificazione riprodurrà i gemiti del Cristo morente. La tradizionale campanella di fine lezioni è sostituita da una campana di bronzo di sei tonnellate che il preside farà vibrare con un enorme batacchio, lo stesso usato per punire gli studenti.

Organigramma Il Family Party sarà retto da un direttorio maschile di 50 anziani, sul modello armonioso di comunità arcaiche come la Sacra Corona Unita o le Pro loco delle valli resciane: agli uomini il governo, alle donne il rigoverno.

23.5.07

LA NOTTE DELLA REPUBBLICA

di Marco Travaglio - dal blog di Beppe Grillo

"Caro Beppe,
vorrei comunicare a tutti gli amici del blog l’ultima notizia scomparsa di una lunga serie. Il 15 maggio 2007 la III Corte d’appello di Milano ha condannato il senatore forzista Marcello Dell’Utri e il boss della mafia di Trapani Vincenzo Virga a 2 anni per ciascuno per tentata estorsione. Nessun giornale, a parte l’Unità e il Corriere della sera, l’ha scritto. Nessun telegiornale o programma televisivo, tranne Annozero, l’ha detto. L’Ansa, onde evitare che qualcuno se ne accorgesse, ha dedicato alla cosa ben sette righe e mezza, sotto questo titolo depistante: “Sponsorizzazioni: confermata in appello condanna Dell’Utri”. Come se il reato fosse la sponsorizzazione. Nel testo, si spiegava (si fa per dire) che l’estorsione riguardava imprecisate “modalità di sponsorizzazione della Pallacanestro Trapani”. Quanto a Virga, l’Ansa “dimenticava” di spiegare che è un boss mafioso, vicinissimo a Provenzano, arrestato dopo lunga latitanza nel 2001 e condannato all’ergastolo per mafia e omicidio.
Riepilogo brevemente i fatti. Nel 1990 il presidente della Pallacanestro Trapani, Vincenzo Garraffa, medico e futuro deputato del Pri, cerca uno sponsor per la sua squadra, neopromossa in serie A2. Publitalia, la concessionaria Fininvest presieduta da Dell’Utri, lo mette in contatto con la Dreher-Heineken. Si firma il contratto: per 1 miliardo e mezzo di lire, i giocatori esibiranno sulle magliette il logo della “Birra Messina”, marchio italiano della multinazionale tedesca. Garraffa paga la provvigione a Publitalia: 170 milioni. Ma due funzionari della concessionaria berlusconiana battono cassa e pretendono da lui altri 530 milioni, in nero. In pratica, Publitalia vuole indietro la metà del valore della sponsorizzazione, ovviamente sottobanco. Garraffa rifiuta e, ai primi del ’92, incontra Dell’Utri a Milano. Gli spiega di non disporre di fondi neri e di non poter pagare senza fattura. Dell’Utri – come denuncerà Garraffa – lo minaccia: “Ci pensi, abbiamo uomini e mezzi per convincerla a pagare”. Garraffa non paga. E, qualche settimana dopo, riceve nell’ospedale di cui è primario una visita indimenticabile: quella del capomafia Vincenzo Virga, scortato da un guardaspalle. Virga è di poche parole: “Sono stato incaricato da Marcello Dell’Utri e da altri amici di vedere come è possibile risolvere il problema di Publitalia”. Garraffa ribatte: “Senza fattura, non intendo pagare”. E Virga: “Capisco, riferirò. Se ci sono novità, la verrò a trovare…”.
L’anno seguente la Pallacanestro Trapani, nonostante i successi sul campo, non trova più uno sponsor. Garraffa s’inventa un’autosponsorizzazione antimafia, ovviamente gratuita, con lo slogan “L’Altra Sicilia”. Che gli porta fortuna: la squadra viene promossa in serie A. Maurizio Costanzo invita lui e i suoi giocatori a parlarne al “Costanzo Show”, su Canale5. Ma poi, all’ultimo momento, cambia idea e disdice l’invito. Garraffa ci vede lo zampino di Dell’Utri. E denuncia tutto ai magistrati di Palermo. Che trasmettono gli atti, per competenza, al Tribunale di Milano. Qui Dell’Utri e Virga vengono condannati per tentata estorsione aggravata a 2 anni a testa. L’altro giorno, la Corte d’appello ha confermato le condanne.
Ora manca soltanto la Cassazione. Dell’Utri intanto è stato condannato definitivamente a 2 anni per false fatture in altre sponsorizzazioni gonfiate e in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Naturalmente, visto il pedigree, rimane a pie’ fermo in Parlamento e viene pubblicamente elogiato per la sua “intelligenza” da diessini dalemiani come Nicola Latorre (niente a che vedere con Pio La Torre, ammazzato dalla mafia) e ossequiosamente intervistato da giornali e tv su tutto lo scibile umano, fuorchè sulle sue condanne.
Come ricorda Daniele Luttazzi nel suo ultimo spettacolo, Daria Bignardi l’ha recentemente invitato alle “Invasioni barbariche” su La7 e ha subito premesso: “Non parliamo dei suoi processi”. Dell’Utri, comprensibilmente, non ha avuto nulla da obiettare. Anzi, ha aggiunto che il suo giornalista preferito è Luca Sofri. Che, guardacaso, è il marito della Bignardi. Ecco, dei processi di Dell’Utri è meglio non parlare mai. Il senatore ha uomini e mezzi per convincere."
Marco Travaglio

22.5.07

Maglia rosa all'uranio arricchito

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

È partito il Giro d'Italia, con un giorno d'anticipo perché era impossibile riuscire a tenere fermi i ciclisti sovreccitati. Parecchi, con le narici fumanti, sono scattati direttamente dalla loro stanza d'albergo, inutilmente inseguiti dal concierge che sventolava il conto. Alcuni, dopo il traguardo della prima tappa in Sardegna, hanno proseguito a nuoto raggiungendo il continente e hanno percorso a piedi in due giorni l'intero tracciato del Giro. È stato impossibile effettuare i controlli antidoping perché le provette esplodevano pochi istanti dopo essere state riempite.
Inevitabili le polemiche sui nuovi cocktail di farmaci che, malgrado la raffica di squalifiche, continuano a circolare liberamente. Un direttore sportivo è stato fermato dai Nas mentre cercava di introdurre in albergo, inosservato, un elefante africano per fare trasfusioni ai suoi ciclisti. Ma vediamo quali sono i nuovi metodi di dopaggio, sempre più raffinati.

Anabolizzanti Quelli di vecchia generazione aumentavano la muscolatura in modo troppo evidente: corridori rachitici durante le gare primaverili, al Giro non riuscivano a disputare la volata perché occupavano per intero il vialone del traguardo, abbattendo con le spalle le transenne sui due lati. Gli anabolizzanti di nuova generazione, per ovviare all'inconveniente, agiscono sull'altezza e non più sulla larghezza. La squadra tedesca Kalofunken, lo scorso anno di altezza media, quest'anno è formata da ciclisti sui due metri e 70, filiformi, con biciclette enormi, scarpe numero 50 e borracce ricavate da scaldabagni. Il direttore sportivo Udo Kraut ha chiesto agli organizzatori barriere paracolpi di gommapiuma all'ingresso delle numerose gallerie lungo il percorso.

Eteroemotrasfusione
È stata inventata per aggirare i divieti sull'autoemotrasfusione. Anziché iniettarsi il proprio sangue, si usa quello del ciclista della stanza accanto, prelevandolo nel sonno. Popescu, un gregario transilvano che in vent'anni di carriera aveva vinto solo una gara, però di motociclismo, lo ha adottato per primo nel periodo in cui era vicino di stanza di Lance Armstrong. Ha continuato a non vincere, ma ha imparato perfettamente l'inglese in una sola notte. La diffusione di questa pratica è testimoniata dall'impressionante colpo d'occhio alla partenza: alcuni ciclisti pallidissimi cadono svenuti dopo poche pedalate, mentre altri colleghi, paonazzi, riescono a salire a stento sulla bicicletta perché il loro peso corporeo è raddoppiato in una notte. La squadra spagnola Cisterna è composta solo da corridori eterotrasfusi.

Cocaina L'assunzione diretta ha esiti controversi, e soprattutto può essere facilmente scoperta dalle analisi. Per questo alcuni medici hanno escogitato un sistema geniale: legano un sacchetto con un chilo di coca dietro il sellino, attirando i cani antidroga entro un raggio di cento chilometri. Inseguito da una muta di cani, il ciclista aumenta di molto l'andatura.

Uranio arricchito Molto costoso ma molto efficace, consiste in un blister di 12 supposte di uranio arricchito. Con una sola supposta il ciclista diventa fosforescente e raggiunge i 200 chilometri all'ora in poche pedalate. Importante dotare la bicicletta di un sistema di refrigerazione perché l'attrito può fondere il telaio in pochi secondi.

Ipnosi Consiste nel convincere il ciclista, sotto ipnosi, che le salite non esistono, sono solo discese osservate da un altro punto di vista. E dunque possono essere affrontate con un rapporto lunghissimo, a velocità sostenuta. Lo scalatore spagnolo Chisco, con questo sistema, ha scalato lo Stelvio alla media di 65 all'ora. Purtroppo, per il fenomeno detto 'inversione psichica', ha poi percorso la discesa molto lentamente, sbuffando e piantandosi sui pedali, ed è stato raggiunto dal gruppo.

Monocilindrico È un sistema polemicamente adottato dai medici sportivi di molte squadre per tutelare la salute dei corridori. Anziché intossicare i ciclisti con intrugli assurdi, si monta sulle biciclette un motore monocilindrico.

9.5.07

L’assalto di 833 liste e il salario politico

di Gian Antonio Stella - Il Corriere della Sera

PALERMO — Se il ragionier Giuseppe Milazzo andrà al seggio con l’auto blu di presidente uscente della VI circoscrizione comunale, quella dei quartieri popolari verso l’aeroporto, non si sa. Si sa che il suo appello agli elettori, chiamati a scegliere tra Diego Cammarata e Leoluca Orlando, è accorato: «Non votate per persone che sfrutteranno il vostro voto per soli interessi personali!». Bel pulpito..
Prima di fare politica, spiega lui stesso nel sito internet, non aveva lavorato un solo giorno. Dopo, è stato fatto vicepresidente Consiglio di Amministrazione Opera Pia S.Lucia di Palermo, piazzato nel CdA «dell'Assessorato Regionale Cooperazione, Commercio, Artigianato e Pesca di Siracusa». Inserito tra i raccomandatissimi assunti senza concorso all'Amia, nettezza urbana. Dove ha preso ogni mese una busta paga che si cumulava con quella di presidente circoscrizionale: 4.750 euro al mese. Slogan: «In prima persona per continuare». La politica, dice, per lui è una passione. C'è da credergli. Dicono che è lì che si deciderà lo scontro frontale tra il sindaco uscente, l'aitante avvocato dal sorriso standard riproposto dalla CdL, e il suo predecessore, che dopo aver fondato la Rete e seminato scompiglio nella vita politica nazionale e infine girato il mondo come autore di libri scritti solo in tedesco e in inglese come se non volesse più occuparsi delle faccenduzze palermitane, ha deciso di tornare. E provare a riprendersi quella città che in qualche modo ritiene gli appartenga. Dicono che si deciderà, il duello, non solo sul carisma elettorale dei due candidati e men che meno sulla benedizione calata dall'alto da parte di Berlusconi (che con la battutaccia sugli elettori orlandiani «malati di mente» avrebbe un po' incasinato le cose) o di Prodi. A pesare saranno le centinaia e centinaia di aspiranti «deputatini» circoscrizionali, aspiranti presidenti, aspiranti consiglieri comunali, aspiranti assessori.
Una folla di 3.962 persone che ha preso d'assalto il Palazzo delle Aquile e i palazzetti dei parlamentini di quartiere sotto le bandiere di 33 liste, ridotte a 31 solo dall'intervento dei giudici. Tutta la Sicilia ormai è una affamata, tragica e ridicola «Elezionopoli» con un esercito di 18.413 uomini e donne, giovani e vecchi, idealisti e furboni decisi a sgomitare sventolando i vessilli di 833 (ottocentotrentatré) liste per andarsi a prendere tutte le poltrone possibili. Dalle Isole Eolie (dove la destra è per fare l'aeroporto e un enorme porto e nuovi complessi alberghieri e la sinistra grida alla devastazione dell'arcipelago) ad Agrigento, da Gela a Raffadali, il paese di Totò «Vasa Vasa» dove il candidato è il fratello, Silvio Cuffaro. Si era già visto qualcosa di simile a Catania, nelle elezioni del 2005 vinte dalla destra, poi a Messina nelle comunali del 2006 vinte dalla sinistra. Ma mai come stavolta la verità è accecante: la politica, che stando a una inchiesta di Emanuele Lauria su Repubblica ingoia qui un milione di euro al giorno, è il vero business dell'isola. Il primo distributore di buste paga. Va da sé che la guerra per conquistare le postazioni di rendita è combattuta con tutti i mezzi. «È scattata una corsa alla spesa, ufficiale e non», ha confermato Carlo Vizzini che di campagne elettorali ne vede da quando prima di lui faceva politica il papà, «assolutamente incontrollata». Nella sola sfida di Palermo, dicono le stime, vengono bruciati in questi giorni nove milioni di euro. In un diluvio di manifesti, volantini, santini. Facce da pugile, facce da Grande Fratello, facce da bodyguard, facce da pornostar. Totò Scicchigno ammicca avendo al collo un papillon assai «scic».
Leopoldo Piampiano invita a non perdere tempo. Sesto Terrazzini dice che lo divora una «passione allo stato puro». Vito Onesti tuona: «Solo Onesti al Comune!». Dietro, però, si muoverebbe anche dell'altro. O almeno così dicono quelli della sinistra in una lettera a Giuliano Amato: «Ci sentiamo di affermare che il voto rischia di essere inficiato da innumerevoli illegalità, da un vero e proprio mercimonio che rischia di corrompere il carattere democratico della competizione elettorale. Nei quartieri popolari della nostra città, stiamo assistendo a fenomeni inquietanti: numerosi candidati dei partiti che sostengono la candidatura del sindaco uscente stanno distribuendo soldi, telefonini, buoni per la benzina, pacchi di pasta, finte lettere d'assunzione». La destra ha reagito indignata. «Torna l'orlandismo, secondo il quale il sospetto è l'anticamera della verità», ha sibilato sferzante Renato Schifani. «Hanno elementi concreti o nomi da fare? Lo dicano. Sennò…». Quanto ai due galli principali, si arpionano e si beccano e si assaltano a ogni ora. Ma non si sono mai incontrati becco a becco. Quelli di Orlando dicono che Cammarata «ha una fifa blu a fare un confronto pubblico perché Leoluca lo farebbe a pezzi». Quelli di Cammarata rispondono ridendo che «Diego non fa che prendere atto di quel che Orlando ha detto alle primarie nel centrosinistra e cioè che questi dibattiti non servono a niente». «U sinnacu» uscente, dopo aver accusato il predecessore di essere «un camaleonte, un presuntuoso: tanto fumo e niente arrosto» e aver teorizzato che «questa è una città intelligente che non si fa ingannare da chi cambia pelle» e dunque «Orlando si illude ma non arriverà nemmeno al ballottaggio», assicura che i sondaggi sono tutti dalla parte sua: «Come candidati io sto al 52%, lui al 46, come partiti noi stiamo 20 punti davanti». Il fondatore della Rete, dall'altra parte, ostenta l'aria del vecchio micione che comincia a credere di avere già il sorcio in bocca: «Se conosco Palermo, e la conosco, forse non andiamo neanche al ballottaggio. A mio favore, intendo. Il difficile verrà dopo».
E il primo accusa il secondo di avergli lasciato «una città allo sfascio, una crisi idrica pazzesca, 7.350 Lsu e precari che ci siamo impegnati a stabilizzare senza creare un solo nuovo precario» e assicura che le polemiche sugli autisti dei bus senza patente sono una minchiata perché «quelli che non sono adatti faranno altre cose: non siamo mica così matti da dare un pullman in mano a chi non è adatto a guidare!» e giura che chiuso il capitolo «qui si verrà assunti solo con regolari concorsi». Il secondo dice che sì, è vero che prese tutti quegli Lsu ma «nessun amico o amico degli amici: era una scelta politica, perché non avevano dato ai palermitani il reddito minimo di sopravvivenza e io non voglio la fame, a Palermo!». E spiega che con lui «la città aveva un "rating" A3 e adesso siamo così inaffidabili che non ci hanno declassato ma abolito!» e che «qui non arriva un centesimo dall' Europa dal 1999, quando c'ero io» e «Cammarata ha fatto da zerbino a Berlusconi e invece se vinco io a Prodi lo faccio nero, se non ci dà il reddito minimo, chiaro? Butto giù il governo, chiaro?». E via così. Mentre l'uno e l'altro battono i quartieri baciando tutti e stringendo le mani a tutti e promettendo qualcosa a tutti. Dovevate vederlo, ieri mattina, Cammarata tra i gamberoni e i panini con la milza e le angurie della Vucciria. Antonino Mercante, detto «Formaggio», una specie di masaniello dei precari, ogni tanto strillava: «Un applauso per u sinnacu!». E giù scrosci di battimani. Mentre Orlando ammiccava sornione: «A mmia li applausi li fanno da soli. Senza "Formaggi" e formaggini».

4.5.07

Come vivere e bene senza lavarsi

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

L'emergenza idrica sta assumendo dimensioni drammatiche. Ma la società italiana, a partire dalla sua classe dirigente, è pronta per una vera e propria rivoluzione culturale. La Lega ha fatto sapere che la tradizionale cerimonia dell'ampolla sacra (tra le più cliccate su You-Tube nella sezione 'video esilaranti') sarà modificata: anziché prelevare acqua dal Po, la delegazione leghista rovescerà nel fiume l'ampolla riempita l'anno scorso. Gli onorevoli Boso e Borghezio, in aggiunta, sputeranno nel fiume.

Flavio Briatore e Lele Mora hanno rinunciato a rinnovare l'acqua delle loro piscine in Sardegna: useranno quella dell'anno scorso, dopo averla filtrata per depurarla dal cocktail di fondo tinta, benzina super, cocaina, banconote e paella che la rende limacciosa. La Fontana di Trevi sarà svuotata e riempita di palline di plastica colorata (dono dell'Ikea): al posto di Anita Ekberg, farà il bagno nuda nelle palline colorate Cristina D'Avena. Fulco Pratesi e altri ambientalisti hanno messo a punto un nuovo codice igienico.

L'acqua dello sciacquone può essere riutilizzata per lavarsi i denti e poi per cucinare gli spaghetti, che assumeranno un caratteristico sapore di dentifricio e orina, rendendo superfluo il condimento. Ancora bollente, la stessa acqua può servire per un pediluvio, infine per annaffiare i gerani che assumeranno un suggestivo colore nero. Raccogliendo i residui dell'annaffiatura rimasti nei sottovasi, li si può rollare e fumarseli in santa pace, procurandosi una visione realistica delle cascate del Niagara.

La doccia - una volta alla settimana - non deve durare più di dieci secondi. Ci si può lavare perfettamente con piccoli accorgimenti: rasarsi completamente i capelli prima della doccia, non insaponare le ascelle e altri meati difficili da risciacquare e soprattutto avere già fatto in precedenza un bagno in albergo.

Mutande e calzini possono durare anche 15 giorni, avendo l'accortezza di farli leccare accuratamente dal cane ogni sera. Quando, dopo qualche giorno, assumono la necessaria rigidità, anziché sprecare acqua li si può lavare con scalpello e fiamma ossidrica. Gravissimo lavare la macchina troppo spesso. Molto meglio cambiarla una volta al mese, restituendo quella sporca al concessionario. Oppure, ai semafori, provocare con insulti razzisti i lavavetri che la copriranno di sputi, poi, raggiunta la distanza di sicurezza, scendere e passare la pelle di daino.

Grandi novità anche in gastronomia. I legumi, fino a oggi inutilmente ammorbiditi nell'acqua, possono essere consumati secchi, inghiottiti interi come pillole o anche polverizzati con un pestello e inalati. Lo chef Pistoloni, nella sua rinomata Cascinetta del Cacciatore, serve già da tempo spaghetti croccanti spolverati con curry e shampoo secco. Molto apprezzati anche il gelato liofilizzato, che impasta bronchi e polmoni con i sintomi della silicosi, però aromatizzandoli al pistacchio, e la sbrisolona al piccone, specialità del posto, da consumare in cortile perché lo spaventoso rumore della masticazione potrebbe disturbare gli altri clienti. Su ogni tavolo sono presenti un vasetto di cicatrizzante per le gengive e il numero dello studio dentistico più vicino.

Ma è soprattutto il governo che si muove. Un decreto legge prevede la riduzione drastica delle bottiglie d'acqua minerale, con le nuove pezzature mignon, ditale e sorsetto, carissime ma già molto di moda tra i giovani rampanti che le inghiottono intere senza neanche stapparle. Incentivi economici per le imprese che producono water senz'acqua: si va dal modello Winchester, corredato di un fucile di precisione per sparare all'escremento, al modello Strada, una tazza senza fondo da collocare sul marciapiede per poi prelevare la cacca con gli stessi sacchetti dei cani e buttarla nel cassonetto.

Respinta una proposta di legge che prevedeva di rattoppare gli acquedotti bucati e mettere in galera i sub-concessionari mafiosi che speculano sulla siccità. Il relatore non è stato in grado di pronunciare il suo discorso perché aveva la gola secca.

30.4.07

Apocalisse al Lingotto

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

Sta per aprire i battenti la Fiera del Libro di Torino. Ecco gli appuntamenti più attesi e le principali novità e tendenze.

Noir italiano
Risolti i gravi problemi logistici: per riuscire a ospitare tutti gli scrittori di noir italiano (alcune centinaia), sono stati costruiti due nuovi alberghi nei dintorni del Lingotto, con stanze insonorizzate per coprire le urla di terrore delle cameriere quando rifanno i letti. Tra gli ospiti più attesi la rivelazione dell'anno Poldo Minuto, che rivisita la recente storia politica italiana attraverso l'omicidio di una prostituta; la coppia Poroni-Carattolo, che rivisita la recente storia politica italiana attraverso l'omicidio di un dentista; e la raccolta di racconti di giovani scrittori 'Carotide', che rivisitano la recente storia politica italiana attraverso l'omicidio di un commercialista, di una casalinga, di un idraulico, di una cartomante, di uno psichiatra e di una infermiera. In controtendenza l'emergente Amanda Kurt, che nel suo nuovo romanzo 'Pozze di sangue' rifiuta ostentatamente di mettere in relazione l'omicidio di un taxista con la recente storia politica italiana, spiazzando la critica e sconcertando i lettori.

Dibattiti
Molto atteso quello con André Glucksmann e Bernard-Henri Lévy 'Contro il divismo degli intellettuali', nel corso del quale alcuni celebri parrucchieri rifaranno la messa in piega alle due star della cultura europea mentre firmano autografi. Durante le prove generali i due, assistiti da un regista teatrale di fiducia e da un visagista, hanno lungamente discusso come sistemare le sedie per offrire al pubblico il profilo più fotogenico. Nella tavola rotonda 'La critica si giustifichi', i critici italiani dovranno spiegare perché hanno ignorato il libro di Marco Materazzi, preferendogli Philip Roth. Susanna Tamaro, come sempre molto riservata, non sarà presente alla serata a lei dedicata, 'Incontro con Susanna Tamaro', ma manderà alcune diapositive delle sue caprette, del suo cagnolino, del suo asino, della sua mucca, e forse anche qualche riga manoscritta del nuovo romanzo autobiografico 'Orazio e Clarabella'.

Federico Moccia
Avrà uno stand tutto suo, arredato dalle migliaia di peluche ricevuti dalle ammiratrici. Scriverà in diretta, nei cinque giorni della manifestazione, il suo nuovo romanzo 'Dimmi che mi vuoi tanto bene e fammi pucci pucci', storia di un adolescente scemo che si innamora della compagna di banco e solo alla fine dell'anno si accorge di avere sbagliato classe.

Lecturae Dantis
Il successo travolgente delle letture pubbliche di Benigni e Vittorio Sermonti ha fatto proseliti. Il direttore della Fiera Ernesto Ferrero ha ricevuto insistenti richieste di leggere Dante da parte di Elisabetta Canalis, Dolce e Gabbana, Franco Califano e Lapo Elkann, cedendo solo alle pressioni di quest'ultimo per ragioni di politica culturale: è proprietario del Lingotto e ha minacciato di sfrattare tutto il baraccone per rimetterci una catena di mietitrebbia. Altre letture pubbliche previste: monsignor Ravasi leggerà la Genesi nella nuova edizione a fumetti, mimando i vari personaggi e accompagnando le parole con i rumori di fondo richiesti (chi ha assistito alle prove giura che il rumore del tuono gli viene benissimo). Poco distante Guido Ceronetti leggerà l'Apocalisse, molto velocemente per riuscire a terminarla prima della fine del mondo, da lui prevista qualche ora prima della chiusura della Fiera del Libro. Alain Elkann leggerà la sua intera autobiografia nello spazio dietro il bar denominato 'Un minuto a testa'.

Letteratura etnica
Grande curiosità per Lambaranore Uikì Melamba, scrittrice congolese che scrive in congolese storie congolesi. Dopo la lunga trafila di scrittori africani che vivono a Parigi e scrivono in inglese, o scrittori creoli che vivono a New York e scrivono in spagnolo, ecco la sorprendente novità di una scrittrice che odia la contaminazione culturale, detesta i viaggi e mette le mani addosso a chiunque le parli di globalizzazione. Non è mai uscita dal Congo e verrà a Torino solo per la giornata, tornando a dormire a Brazzaville.

18.4.07

Al Family Day con i Killing Mother

SATIRA PREVENTIVA di Michele Serra

Fervono i preparativi per il Family Day, che poi sarebbe il Giorno della Famiglia, ma per vendere i diritti televisivi all'estero ha dovuto adeguarsi, sul modello della Coppa dei Campioni ribattezzata Champion's League. Il numero dei partecipanti si preannuncia imponente, soprattutto grazie al contributo di parecchi politici del centrodestra che porteranno in piazza almeno due o tre famiglie. Si temono tafferugli per la conquista della testa del corteo: il Coordinamento delle Seconde Mogli ha fatto sapere di non potere accettare una posizione defilata, ma dovrà vedersela con l'Unione di Primo Letto, potentissima lobby che sfila sventolando testamenti, rogiti e carte da bollo. La questione sarà probabilmente risolta facendo aprire il corteo da un cordone di parroci, che non avendo famiglia sono i più indicati per mantenere la calma.

È un'incognita l'atteggiamento dei Collettivi Autonomi Amanti, da sempre in clandestinità. Lo storico centro sociale Buonasera Dottore, che raccoglie le veterane e i veterani della relazione adulterina, minaccia di bruciare in piazza le migliaia di pullover e di cravatte ricevuti furtivamente a Natale dal proprio partner mentre era a Cortina in famiglia. Probabile un corteo autonomo, con concentramento al Motel Le Rose sul raccordo anulare, e un percorso a zig-zag per depistare gli investigatori privati.

Molto complicate la trattative per convincere a sfilare nel corteo principale anche i figli. I più piccoli, dopo una sfibrante concertazione, hanno accettato di partecipare a patto che siano riforniti di palloncino, zucchero filato, skate-board, zainetto firmato e scarpe fosforescenti con i sonagli e le luci di posizione. Per evitare di smarrirsi, saranno preceduti da un enorme schermo televisivo che trasmette cartoni giapponesi. Secondo uno studio distribuito dagli organizzatori, il sentimento della famiglia è, nei più piccini, particolarmente forte, anche se il 56 per cento è convinto che la madre sia Cristina D'Avena e il padre il campione di wrestling Undertaker.

Ancora più difficili le trattative con gli adolescenti: ore di discussione inutili perché i rappresentanti dell'Unione Teen Agers avevano le cuffiette dell'i-Pod nelle orecchie e non hanno capito una mazza. Alla fine, in cambio di una mancia di 50 euro e di una felpa della band Killing Mother, hanno promesso che sfileranno per poter filmare i nonni che cadono e si fratturano il femore e metterli su YouTube nella sezione 'video divertenti'. Alcuni volontari, muniti di pertiche con l'uncino, seguiranno il corteo dei ragazzi per raccogliere i pantaloni a vita bassa che cadono a terra. Le adolescenti hanno promesso, in occasione del Family Day, di coprirsi l'ombelico. Ci applicheranno sopra un adesivo con la scritta 'Sex Forever'.

Pittoresco si preannuncia il corteo dei nonni e delle nonne, che sarà aperto da dieci coppie che festeggiano le nozze d'oro, accompagnati dalle badanti slave che gli spiegano dove sono. I cugini, i cognati e gli zii, riuniti nel rassemblement Parenti in Campo, saranno presenti dietro lo striscione 'Vengo a cena ma non stare a preparare niente di speciale', e leggeranno un documento programmatico con dieci menù elaborati. Un loro rappresentante chiederà al Parlamento di codificare, finalmente, la pratica dell'autoinvito.

Acceso dibattito, tra gli organizzatori, sull'eventuale adesione di famiglie molto tradizionali e devote, da Cosa Nostra alla Sacra Corona Unita, fondamentali nel processo identitario della società italiana, ma sorde alla richiesta di partecipare disarmate. Si cerca un compromesso: accettare chi è munito di porto d'armi, oppure chi si fa accompagnare da un secondino. Stupore per l'invito degli organizzatori a nuclei familiari formati da membri obesi. Si è poi capito che lo scopo era avere in corteo anche le famiglie allargate. Molti gli intellettuali che hanno annunciato la loro adesione: Federico Moccia.

5.4.07

Claudio Magris sul Corriere della Sera (2005)


C'è una sola persona moralmente e culturalmente autorizzata a pronunciare la «devolution» e qualche anno fa avevo anzi proposto che le fosse riconosciuto con una specifica legge il diritto esclusivo di usarla: Alberto Sordi, sovrano interprete della pagliaccesca vocazione italica a «fare l'americano», a darsi l'aria di frequentatore del West pur abitando nel Varesotto o a Porta Portese e ad adoperare senza necessità termini anglosassoni nonostante la propria esilarante pronuncia. Purtroppo Alberto Sordi è morto e i suoi involontari imitatori hanno poco del suo genio e molto della balordaggine dei personaggi da lui creati. Non c'è infatti alcun motivo di dire «devolution» anziché riforma federalista, così come fa ridere i polli chiamare «governatori» i presidenti delle Regioni, quasi essi potessero, come negli Stati Uniti, concedere o negare la grazia al condannato sulla sedia elettrica.
Il termine «devolution», ripetuto con coatta iattanza, è vacuo come il «cioè» postsessantottino; non è tanto una parola che esprima un concetto, quanto un rumore, come quelli che il corpo talora emette anche involontariamente, magari con effetti socialmente imbarazzanti; un segnale convenuto di riconoscimento fra simili, come il fischio di certi animali o quello irriferibile immortalato da una celebre canzone goliardica. Purtroppo, in questo caso, non è in gioco una festa delle matricole o di addio al celibato, bensì il Paese, l'Italia, lo Stato, la Patria o come vogliamo chiamarlo; il suo destino e il suo futuro, la sua dignità, il senso e il peso della sua presenza nel mondo.
La ributtante riforma costituzionale in cantiere, che si appresta a cancellare quel poco o tanto di buono che c'è ancora nello Stato italiano e il senso stesso dello Stato e dell'Italia, non nasce dalla doverosa e sacrosanta esigenza di decentramento. È ovvio che la democrazia inizia ed esiste concretamente dal basso, nella realtà di istituzioni e autogoverni locali attenti alla peculiarità dei loro compiti ed è ovvio che un centralismo elefantiaco (come quello statale, spesso peraltro imitato da quello regionale, a differenza dalla più viva realtà comunale) è non solo potenzialmente livellante e illiberale, bensì anche anchilosato e inefficiente.
Ma la devoluzione — okay, devolution — non si ispira a queste esigenze concrete. Essa nasce da una regressiva negazione dell'unità del Paese e dal livoroso desiderio di distruggerla. Non a caso, sino a poco fa, veniva strombazzata — pur senza alcuna intenzione di porla in atto — la parola «secessione», con cui si sciacquavano la bocca macchiette di provincia assai poco simili all'aristocrazia cavalleresca del vecchio Sud di Via col Vento.
E secessione significa, appunto, distruggere l'unità del Paese.
A questa unità — a questo senso di più vasta appartenenza comune, pur nella creativa e amata varietà di città, territori, tradizioni, dialetti e costumi diversi — si vuol contrapporre un ringhioso micronazionalismo locale, spiritualmente strozzato dal proprio cordone ombelicale conservato sott'olio e chiuso a ogni incontro, pronto ad alzare ponti levatoi i quali offendono anzitutto il libero e schietto amore per il luogo natio, che è il piccolo angolo in cui impariamo a conoscere e ad amare il mondo. Vissuto e amato liberamente, il paese natale non è una endogamia asfittica né una sfilata folcloristica; Dante diceva che l'Arno gli aveva insegnato ad amare fortemente Firenze, ma anche a sentire che la nostra Patria è il mondo, come per i pesci il mare. Le diversità sono il modo in cui si articola l'unità umana — come un albero nella varietà delle sue foglie, diceva Herder, scrittore illuminista e preromantico tedesco, amico e poi avversario di Goethe.
Anche la cultura esiste nella peculiarità delle sue forme ed è giusto che una Regione possa e debba curare, nell'istruzione e nelle iniziative culturali, la propria specificità, ma sempre nell'ambito di una formazione generale che interessa il Paese. La sicilianità di Verga è inscindibile dalla sua grandezza, ma non interessa un veneto meno di un siciliano; un'esclusiva competenza locale in materia scolastica che inducesse gli scolari piemontesi a ignorare Leopardi per studiare Gianduia sarebbe disastrosa anzitutto per quegli scolari. Già oggi dilaga un concetto regressivo della particolarità culturale: ad esempio, per ottenere — nella miseria totale in cui versa l'Università — qualche minimo finanziamento che permetta di comprare qualche libro o qualche rivista indispensabile, dobbiamo inventarci, a Trieste, qualche fasulla ricerca locale. Così il (poco) denaro verrà speso non per studiare Goethe, Mann o le conseguenze culturali della divisione della Germania dopo il '45, bensì per studiare qualche viaggiatore letterato tedesco che, andando a Venezia, abbia passato una notte a Trieste, dicendo magari, il mattino, «che bella città». Le peculiarità locali compongono, costituiscono l'unità del Paese; se la distruggono, distruggono se stesse, così come un dialetto, parlato con gioiosa e spontanea naturalezza, viene falsificato in una tonta ideologia se lo si vuol sostituire o contrapporre alla lingua nazionale.
La «devolution» mira, oggettivamente, a disfare l'Italia, al contrario del federalismo patriottico (e antinazionalista) propugnato già in anni lontani da forze risorgimentali come il Partito Repubblicano — oggi snaturato e autoridicolizzato — che miravano a un Paese unitario e articolato nelle sue preziose varietà e destinato a integrarsi, senza dissolversi, in una unitaria e variegata Europa. La «devolution» è propugnata da partiti che costituiscono oggi la maggioranza parlamentare, benché divisi su molti problemi e soprattutto sul senso della Patria, visto che An, che organizza le marce e feste del Tricolore, governa insieme alla Lega, il cui leader ha dichiarato di volersi pulire il sedere col Tricolore. In realtà la «devolution» non si limita a intaccare la Nazione e lo Stato, ma si propone di evirare gli organi dello Stato capaci di impedire l'abuso dei poteri, non solo locali; mina l'armoniosa vita civile di una vasta e pluralistica comunità, retta da quel sistema di separazione, controllo e contrappeso di poteri elaborato dal pensiero liberale per garantire i cittadini e le libertà.
La riforma costituzionale che la maggioranza vuole varare è un attentato al patriottismo e al buon governo. Ma il Parlamento è composto di eletti che, secondo la Costituzione, sono responsabili verso il Paese, non verso il partito o la circoscrizione in cui sono stati eletti. Si è già visto come, nella maggioranza, a proposito della «devolution» ci siano persone cui sta più a cuore l'Italia che il proprio partito. È da sperare che parecchi avranno la dignità e il fegato di ribellarsi a questa mutilazione, di capire che essa deturpa anche il loro volto.