29.11.03

IL CONDOMINIO

(parte del monologo di Paolo Rossi al "Varietà di protesta" dell'Auditorium)

Facciamo che Andreotti è stato l'amministratore del nostro condominio per 50 anni. Certo, non era sempre lui l'amministratore, ma comunque lui stava sempre lì, non stava in portineria.
E ammettiamo …
Voi tutti avrete partecipato a quelle manifestazioni di eleganza, educazione civica ed educazione che sono le riunioni condominiali. Giusto?
Ammettiamo che un uomo qualsiasi, un omino, si alza e chiede la parola nell'assemblea condominiale.
Ragioniamo col buonsenso, cominciamo almeno ad usare quello, ragazzi.
Si alza e dice:
Amministratore Andrea Giuliotti [non si sa mai... ho messo un paletto]
- le ricordo che noi al piano terra abbiamo un night rumoroso e pieno di malfattori, scusi non sono abituato a parlare alle riunioni, che Lei si era impegnato a combattere e sfrattare. Ora, io non so se è vero quello che dice la portinaia, che sostiene che Lei ha baciato il proprietario del night lingua in bocca. Quella è la sua vita, è la sua privacy. Quello che so però, è che non ha mai perorato la nostra causa.
- Secondo, mi scusi, quell'ascensore di quella vecchia marca DC9, quello che è saltato in aria con tutti dentro … sì lo so, che è stato per colpa di quella famiglia di libici del condominio di fronte che hanno sparato il petardo, ma … ma era giugno, non era capodanno!
- Terzo. Si ricorda quando ci ha espropriato le cantine per affittarle a quella ditta di export import, la Gladio S.p.A., che Lei sosteneva facessero armi giocattolo. Armi giocattolo un cazzo: il figlio della portinaia c'ha giocato e c'ha perso un occhio. Comunque: che fine hanno fatto questi simpatici imprenditori?
- Quattro. Sto prendendo confidenza. Alla luce dei fatti, io mi chiedo se lo sfortunato scoppio della caldaia nella filiale della Banca sotto casa non avesse a che fare con questa ditta.
- Cinque. Si ricorda quell'anno in agosto? Beh, io me lo ricordo. Io stavo andando alla stazione e per colpa di una valigia è saltato in aria l'appartamento dei Bologna, famiglia che a Lei è sempre stata sui coglioni.
- Sei. Si ricorda il contabile della banca, che lavorava anche nella sua parrocchia, che dopo aver litigato con tutti s'è impiccato alla ringhiera sui tubi innocenti neri dei frati di un ponte di un condominio inglese?
- Sette. Lei a un certo punto, mi scusi, perché no, si mise a fare dei favoritismi a certi condomini per quel club privé: P2. Come no. La dicitura dei pulsanti l'ha cambiata: erano all'ottavo piano e Lei l'ha messo al secondo. E lei ci andava!
- Otto. Io non posso dimenticare la fine che ha fatto il signor Aldo, che era più suo amico che mio. E' morto assiderato in macchina. Non c'era il riscaldamento in casa.
- Nove. Per non parlare del bar di fianco alla banca, che fa un caffè che sembra stricnina. Il bar Sindona, bravo. Quello lì.
- Dieci. Lasciamo perdere la ristrutturazione dell'ala sud del palazzo. Non è mai stato fatto niente.
- Undici. Il giornalaio che parlava male di Lei è sparito.
- Dodici. Recentemente, dal mio lavandino, viene su un terribile e considerevole olezzo di merda. E io volevo chiederLe: è il nuovo amministratore che ha nascosto i fondi neri in cantina, o è Lei che si sta cagando addosso?
[Si stava cagando addosso]
No, io non sto dicendo che Lei è colpevole, no. Io sto dicendo, mi scusi Giuliotti, queste son cose che sono successe, Lei era sempre in amministrazione, allora i casi sono due: o Lei sa chi è stato, oppure porta sfiga. E non credo …
No, allora io non chiedo la galera, a me la galera non piace, per nessuno. Io son fatto così. Non manderei nessuno in galera. Facciamo come si faceva nell'antica Grecia: che uno a un certo punto prende e va via. Va via e non se ne parla più. Facciamo così, meglio: io ho un amico, si chiama Adriano, sta chiuso dentro, Lei va via, lui esce, facciamo zero a zero, pari e patta, e non se ne parla … non se ne parla … più.

FREGHIERI E LA "GIOVINE ITALIANA"

(il pezzo di Corrado Guzzanti all'Auditorium, da leggersi con punti esclamativi di "littoria virilità")

A noi!
Sovversivi di terra di cielo e di mare.
Uomini, donne e balilli d'Italia.
Oggi, 23 novembre di romanissimo autunno, siamo qui alla presenza dei conti Moffa, Buffa e Molliconi, a difendere la satira!
E questa giovine italiana, il cui solo delitto è d'esser nervosa, perché ancora non ha figliato.
Noi ai tempi dell'EIAR, mai si usarono le viscose formule liberal-giolittiane della "sospesa", della "prodotta e non riprodotta", noi si cacciava! Ma non dalla radio, dall'Italia!
Però il coraggio di dirlo, perdio, che cos'è questa ipocrisia!
Questo non è un vero regime, nulla hanno imparato dalla storia. Anche noi all'inizio con Matteotti dicemmo "registra prima i tuoi interventi, poi noi li vediamo": non funzionò!
Ma io non voglio sentir parlare di regime, il regime è una cosa seria. Quando noi facemmo le leggi fascistissime avevamo già fatto il colpo di stato. Prima il "colpo" e poi le leggi, sennò la gente non capisce.
Uno straccio di "marcia" la vogliamo fare … o ci si guasta il fondotinta?
Quando da noi si parlò di televisione, il duce non s'attardò su gasparrismi confusi e digitaloidi, egli intriso di patria fino alle volitive ascelle, da subito studiò la nuova riforma: tre canali al regime, quattro al fascismo e gli ultimi due liberi, con forti disturbi elettromagnetici.
Questo non è regime. Del fascismo essi hanno tutte le idee, ma non hanno il coraggio di sostenerle con littoria virilità. Sono vili. Quello dice le cose, poi le smentisce. Fanno, disfano e aggiustano a piacer loro, ma ancora usano la parola "par condicio". Cosa c'entra, cosa vuol dire, cos'è. Par condicio. E' una bestemmia venuta male?
Il duce non smentiva mai!
Egli, dopo il delitto Cirami o il delitto Lodo Schifani, avrebbe sfidato il Parlamento. Dov'è il coraggio, dov'è l'onore!
Come motosi topi essi si vergognano di ciò che fanno, si muovono nella notte e si passano i malanni attraverso i conti correnti. Vili! E' facile nascondersi dietro Ferrara! Io ci ho parcheggiato un'Audi.
E da noi fascisti veri e littori della storia d'Italia, cosa voglio poi? Che cos'è questo cosiddetto revisionismo? Il regime benevolo. Il regime non ha mai fatto male a nessuno. Ma come, cazzo! Io stesso ho picchiato e smanganellato a destra e mancina tutti i giorni dal '22 al '38. Me lo sono sognato?
Si sarebbe subita l'alleanza con l'imbianchino austriaco? Ma come, scherziamo? Gli s'è insegnato noi! Lo si è svezzato con l'amore di una mamma littoria, lo si veniva a prendere al treno come un bimbo al ritorno dalla villeggiatura. Cosa revisionano! Questa è una milizia di avvocatucoli, commercialisti col riporto cerchiobottaio, plutocrati senza ideali, "corruttori semplici". Corruttori semplici, senza neanche la crema!
Oggi la nobile difesa della razza è un piagnucolio sconnesso da donnette, ci s'accende al riparo dei comizi padani, ma poi in Parlamento ci si nasconde dietro i farfugli e le trepide quisquilie sul lavoro e la sicurezza. Ma cosa? Ma ditelo perdio: non li vogliamo perché sono diversi! Di-ver-si!
Oggi sento dire che le leggi razziali furono un errore. Quell'altro ha dato la mano a Sharon. Chissà se gliel'ha restituita! Satira! Satira. Satira.
E voi! Voi non siete dei veri comunisti. Voi non chiedete la rivoluzione, la dittatura del proletariato. Chiedete solo libertà e giustizia. Chiedete banalmente che vengano applicate le leggi già esistenti. Che venga rispettata la Costituzione. Ma queste sono solo semplici battaglie civili. Dov'è il bolscevismo?
Vedo qui dei semplicissimi cittadini. Volete la democrazia, povere anime. Ma non capite che il problema è aritmetico. Se noi esportiamo tutta la democrazia, a noi quanta ce ne può restare?
Comunisti veri qui neanche l'ombra. E invece là si va a braccetto con quelli veri, e li si difende pure. Che cos'è questa mezza frase "il problema ceceno non esiste". E dilla almeno bene: il problema ceceno non esite più. Satira.
Italiani. Questo non è un regime, ma durerà i vent'anni e forse anche più. Perché voi li lascerete fare. Noi s'ebbe contro quel diavolo di Turati, l'odioso Gramsci, i fratelli Rosselli.
Voi chi avete. Un aventino di post-baciapile, sornioni baffettisti, demopoltronari, margheroidi damerini, marcondirondellisti!
E non sperate nel piccolo Vittorio Emanuele Ciampi. Ch'egli firma tutto. Forse pensa siano ancora cambiali.
Basta via. Il pezzo satirico è finito, manca la chiusa.
Mi auguro stavolta che ce la mettiate voi.
Per quel che ci concerne, noi s'offre ospitalità alla giovane italiana su Marte come fosse una sorella!
Che lì ce n'è di spazio e di calzerotti da lavare.
Ella in fondo è colpevole solo d'aver detto cose dette e risapute, pubblicate e ripubblicate, quindi l'unica che può farle veramente causa è la SIAE!

28.11.03

"Domenica In" censura Paolo Rossi che recita Pericle

di CURZIO MALTESE (Repubblica)

ESISTE un altro episodio di satira censurata in Rai che illustra bene il clima italiano di questi tempi. Stavolta i protagonisti sono il comico Paolo Rossi, il programma Domenica in e Pericle, statista. Qualche settimana fa il comico riceve l'invito a partecipare a Domenica in da Paolo Bonolis, suo amico ed estimatore. Rossi non va in televisione da una vita, eppure è uno degli attori più amati dal pubblico.

Da un anno riempie i teatri di tutta Italia con uno splendido spettacolo sulla Costituzione. Bonolis è uno dei pochi personaggi intelligenti, ironici e non volgari sopravvissuti in video. L'incontro è fatale. Rossi è in tournée, quindi rinvia la partecipazione per quando sarà a Roma. Gli autori di Domenica in sembrano entusiasti. Il comico, che ha una certa esperienza di Ra, chiede: "Siete proprio sicuri?". "Sì! Vieni e fai quello che ti pare!".

La settimana scorsa lo spettacolo diPaolo Rossi arriva a Roma, all'Ambra Jovinelli. Nel frattempo è scoppiato il caso Raiot. Rossi richiama gli autori di Domenica in. "Siete sempre sicuri?". La risposta è ancora sì, senza più l'esclamativo. I funzionari vorrebbero però conoscere in anticipo il testo. Rossi non ha difficoltà a rivelarlo, si tratta di un brano del suo spettacolo. Tre giorni fa, in vista della puntata di domenica prossima cui avrebbe dovuto partecipare, ecco l'ultima telefonata fra il comico e la Rai. "Allora, siete sicuri?". "No". Il testo non è piaciuto ai funzionari, l'hanno trovato troppo forte. Paolo Rossi sarà il benvenuto a Domenica in a patto che si limiti a "una presenza professionale", come per esempio la partecipazione al quiz, due battute, un po' di pubblicità alla tournée, eccetera. L'attore declina.

Il bello della storia è che il testo che Paolo Rossi doveva leggere alle platee della domenica era nientemeno che un discorso di Pericle, il padre della democrazia. Questi i passaggi incriminati. "Qui ad Atene noi facciamo così. Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi per questo è detto democrazia. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private. Ma in nessun caso si occupa delle pubbliche faccende per risolvere le sue questioni private. Qui ad Atene noi facciamo così, ci è stato insegnato a rispettare i magistrati e c'è stato insegnato a rispettare le leggi, anche quelle leggi non scritte la cui sanzione risiede soltanto nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di buon senso. La nostra città è aperta ed è per questo che noi non cacciamo mai uno straniero. Qui ad Atene noi facciamo così" .

I censori, come si noterà, hanno avuto ancora ragione. Il testo è molto forte e poi non fa ridere. Si tratta, alla lettera, di un comizio politico. Pervaso da una profonda, velenosa e ossessiva intenzione polemica contro Silvio Berlusconi. La circostanza che sia stato scritto 2450 anni fa non può costituire un alibi. Una simile intemerata propagandistica poteva essere recitata sulla tivù pubblica soltanto in presenza di un contraddittorio, meglio più d'uno, per esempio davanti a Gasparri, Schifani e Calderoli.

Pericle era del resto una specie di comunista, uno che odiava i politici ricchi, per invidia naturalmente, tanto da chiamarli con disprezzo plutocrati. Responsabile anche d'aver promosso la politicizzazione del teatro, per favorire i suoi amici Eschilo e Sofocle: un vergognoso costume che gli intellettuali della Cdl stanno ora cercando di smantellare.

L'attacco diretto di Pericle al premier avrebbe oltretutto messo in imbarazzo gli autori di Domenica in, trasmissione già all'indice per il sondaggio noto come "basta con Berlusconi" , trasformato subito in "basta dire basta" .

In Italia i comici devono essere prudenti perché gli intellettuali sono assai severi con la satira, attenti alla virgola e alla minima caduta di gusto. D'altra parte il comico è un mestiere di grande responsabilità. A differenza del politico e del giornalista, si pretende che sia impeccabile.

C'è uno solo che può dire montagne di sciocchezze, rifiutare il contraddittorio anche in periodo elettorale, fare i complimenti ai corruttori e le corna ai ministri, raccontare barzellette sui malati di Aids e sull'olocausto, esaltare Mussolini e i massacri russi in Cecenia: nel totale silenzio dei nostri bravi bacchettoni. Questa però è concorrenza sleale.
Altrove ognuno ha il suo mestiere. In America la satira va in onda in prima serata e Michael Moore, nel ricevere l'Oscar, tiene un comizio satirico in mondovisione contro Bush.

Quanto a Pericle, il problema non è del tutto risolto. Il testo censurato dalla Rai rimane colpevolmente inserito in molte antologie scolastiche. Un altro effetto dell'egemonia culturale della sinistra. Storace sia coerente e ne chieda la sostituzione.

24.11.03

RAGAZZI SFORTUNATI
da Silvia Palombi

Va bene il lutto, il dolore, le lacrime, il profondissimo dispiacere ma non la retorica, la melassa a palate su questi nostri poveri cristi, non definiamo eroi dei ragazzi sfortunatissimi mandati a morire in terra straniera da un governo che ha deciso di partecipare a una guerra illegittima, preventiva, dichiarata sulla base di bugie. Mettiamo le parole giuste al posto giusto per favore e proviamo a chiudere un momento gli occhi, in modo da vederci meglio.

scena prima
In un paese senza guerra, come tutte le mattine un giovane va al lavoro, con il pranzo nella cartella che mangerà coi compagni di cantiere. Il tempo è bello forse si può mangiare all'aperto, lontano dalla polvere e scaldandosi all'ultimo sole dell'autunno. La macchina alla quale lavora il nostro giovane si inceppa ma lui è un bravo meccanico e si mette ad aggiustarla. L'ha messa a posto già tante volte che dopo pochi minuti può ricominciare a lavorare. Guarda l'orologio, manca poco alla pausa e ha fame, pensa al grande panino che la mamma gli ha preparato come ogni giorno. Oggi c'è la frittata con le cipolle, la sua preferita e una birra. Una folata di vento? un bagliore di sole? una mosca che gli da fastidio? non lo sapremo mai, sta di fatto che la macchina si rimette a funzionare alla perfezione. Con lui dentro. Quel panino con la frittata sarà l'unica cosa sua che rimarrà a sua madre, l'unica che può in qualche modo invecchiare.

scena seconda
In un paese con la guerra un soldato regolarmente armato è intento al solito noioso lavoro di controllo della zona che circonda la palazzina dove ha sede il comando del suo paese. Fa caldo, le armi pesano, gli occhi pizzicano per il sudore ma deve tenerli bene aperti. Sa fin da piccolo cosa vuol dire essere in guerra, ha partecipato ad altre, purtroppo e sa che in tutte le guerre si muore. Pur sapendo bene a cosa andava incontro è partito volontario. Gli hanno detto che la loro è una missione di pace anche se, armato fino ai denti com'è quella definizione gli suona strana. A un certo punto non capisce bene se gli arriva prima un lampo di luce negli occhi irritati o un boato nelle orecchie, però fa in tempo a sentire un odore acre, che conosce a memoria, in gola. Poi più niente. Alla madre rimarrà la sua foto in divisa, armato di dutto punto, orgogliosissimo.

Quale dei due sarà stato più sorpreso dall'arrivo della morte?
Quale dei due pesa di più sulla nostra società?
Amen.
LA FETECCHIA
da Primo Casalini, Monza

Ieri sera, nel corso de L'infedele, Sabina Guzzanti ha qualificato Giuliano Ferrara di "fetecchia", ed in tal modo lo ha steso. Poiché avevo sentito qualche volta tale termine, ma ne ignoravo il significato, ho cercato di documentarmi. Nel solito Palazzi-Folena, fetecchia non c'è, ma fetente, fetido ci sono, ed anche fetenzia, definito come comportamento o azione sleale, vile, abbietta. Questo già aiuta, e con l'ausilio di Google ho voluto approfondire. Ecco alcuni dei risultati:

e' fatte fetecchia ; sei andato a vuoto; hai preso una cantonata; non hai indovinato; non hai centrato il bersaglio; hai fatto cilecca; sei andato a buca; parola considerata a torto volgare in quanto accostata per un determinato periodo in maniera inesatta a scorreggia non rumorosa.

.dopo aver visto il Pinocchio di Comencini, ogni altra versione è una fetecchia.

Il professor Fetecchia e' dunque una persona che elargisce insulti per poi ottenere in cambio una replica che lo faccia sentire in qualche modo al centro di quelle puerili diatribe dalle quali riceve linfa e forza per andare avanti.

O'Licaone: Ex scagnozzo di Adalberto O'Muflone, ha a disposizione la nave "La Fetecchia", capitanata da Totonno O'Cuorto suo cugino. Tradisce il gruppo in cambio di pochi denari, ma la pagherà cara.

.ha forse ragione Antonio Ricci quando dice "credo che nessuno riesca a farsi tanto male quanto se ne sta facendo Berlusconi da solo, lui è il tapiro in persona ed è anche l'esempio che il tapiro è d'oro perché qualunque fetecchia può diventare ambita".

Come Wind avremo un mezzo milione di abbonati alla fetecchia, e questo dovrebbe rappresentare circa un quarto degli allocchi digitali.

Non è possibile parlare con una persona mentre nel thread arrivano esibizionisti, tifosi, fetecchia-guru da forum che non ne azzeccano una.

Questa fetecchia di casa polverosa e buia. Proviamo anche questa, disse mio padre, hai visto mai.

Amme' me pare 'na fetecchia d'idea, confida sottovoce Angiola a Yoannis Bacchus.

"Vota Antonio, Vota Antonio, Vota Antonio La Trippa" fino alla dissertazione sulla pernacchia che può essere una fetecchia al contrario.

Parecchi impegni di lavoro a Roma e a Milano, non ho avuto tempo per questa fetecchia di blog.

A questo punto, ne so quanto serve. Si potrebbe quindi ufficializzare la cosa utilizzando la denominazione di Giuliano Fetecchia Ferrara, ma facciamolo all'americana: Giuliano F. Ferrara, proprio come George W. Bush.

23.11.03

Alessandro Robecchi (il Manifesto)

Se il sottosegretario pippa la cocaina, se il deputato "brutto ma simpatico" sgancia 2.500 euro a una signorina per cinquanta minuti d'amore, sinceramente, chissenefrega? Con tutte le ondate di sentimenti popolari che ci sommergono - dal patriottismo alla retorica, alla chiamata alle armi - nessuno sente il bisogno di un'ondata di moralismo bacchettone. Semmai sarebbe il caso di spolverare un po' di senso estetico, perché lo spettacolo non è bello e di questi tempi non è rassicurante avere una "classe dirigente" che sembra uscita da un film dei Vanzina. Più che lo scandaletto in sé, come sempre, fa ridere il contorno. Coca lasciata sotto lo zerbino, vip che non pagano, macchinoni costosi, ristoranti alla moda, papponi di lusso che consigliano la strategia alle ragazze: "da quello lì devi farti fare la casa al mare". Come fiera delle vanità non è un granché, somiglia piuttosto a una giostra di periferia.
Stanchi di suonare i tromboni della retorica patriottica, i media si sono buttati a pesce sulla storia, ma ne hanno cavato pochino. Un sottosegretario, un senatore a vita, qualche esilarante trascrizione su sesso & droga, desolatamente priva di rock'n'roll. Poi, la solita gragnuola di pareri e lezioncine, da "la droga fa male" al "succede in ogni ambiente", chiacchiere in libertà adattabili a ogni notizia e situazione, dei prestampati, più o meno. Sorprendente, invece, il tono di comprensione adottato nei confronti del consumatori della cocaina dello scandalo. Se ne fanno i nomi, sì, ma si precisa che sono soltanto clienti e si bada bene - giustamente - a differenziare la loro posizione da quella dei cattivi, gli spacciatori, che la coca gliela procuravano. Sembra di capire che la stampa italiana non è ancora pronta all'imminente drug war lanciata da Gianfranco Fini, distingue ancora tra consumatori e venditori, non almanacca di dosi medie e non affronta nemmeno di striscio le implicazioni per la società. La necessità del recupero forzoso, di un politico di sottogoverno che si fa una pista di coca non è nemmeno presa in considerazione. Strana distrazione, perché se passa il disegno proibizionista già abbracciato dal governo, quella sarà invece l'emergenza nazionale prossima ventura. Chissà, forse invece di intervistare Tinto Brass per fargli dire che una scopata è comunque meglio di una pera (scusate il francesismo), era meglio provare a capire cosa rischierebbero i famosi para-vip con la legge Fini innestata e operativa. I rampolli dell'imprenditoria in comunità? Il senatore a vita, senza passaporto, che tenta il difficile cammino del recupero? Uno scenario surreale, almeno quanto quello attuale, fatto di cani antidroga nei licei e, domani, di retate anti-cannabis.
Ma c'è un altro dato interessante su come i media e l'opinione pubblica hanno reagito all'ultima pochade a base di coca e generone. E cioè il fatto che la droga in sé pare l'ultimo dei problemi e lo scandalo lo producono invece i traffichini coinvolti, l'ambiente para-malavitoso, la telefonata al pusher, il gergo adottato. Insomma, è chiaro che se il senatore, il sottosegretario, il manager o l'imprenditore si andassero a comprare la coca in farmacia, tutto questo non esisterebbe. Non dovrebbero avere contatti con gentaglia poco affidabile, non finanzierebbero la mafia dei narcos e non sarebbero ricattabili, terrorizzati di finire sul giornale. Aggiungo che tanti bravi lavoratori della giustizia e delle forze dell'ordine non avrebbero perso un anno di pedinamenti e intercettazioni per una pesca tutto sommato così mediocre. Fuori dal giro dei simil-vip di via Veneto e dintorni, la cosa sarebbe applicabile a tutti i livelli dell'uso di sostanze, giù giù fino al tossico che non ha a che fare con l'elegante intrallazzatore con la Porsche, ma con il delinquente di strada con il coltello, e che non sa nemmeno cosa compra, e ogni volta rischia la pelle. A guardarla così, persino una vicenda squallida e ridicola come l'ultimo fatterello di cronaca assume un aspetto diverso, che è quello di ridicolizzare una volta di più il proibizionismo, di svelarne la malafede e di metterne in evidenza i limiti intrinseci. Di svelare insomma il meccanismo per cui la droga si accompagna alla delinquenza soltanto perché è la delinquenza che la vende, la stessa delinquenza che, per i suoi affari, brama, desidera e anela un proibizionismo sempre più proibizionista.

21.11.03

Il diario di Sabina Guzzanti per l’Unità


Prologo
Bene la conferenza stampa. Gli sketch che abbiamo montato hanno funzionato bene, hanno riso su tutto. Il direttore di Rai 3 sembra molto convinto, si è prodigato in apprezzamenti sulla qualità dei testi, l’intelligenza e quant’altro. L’Annunziata mi ha aspettato per salutarmi e farsi fotografare con me. Sembra simpatica, dice di rivolgerci a lei se abbiamo dei problemi. Sembra che tutto fili. Continua a sembrarmi impossibile che ci mandino in onda, anche le domande dei giornalisti erano incredule, ma non sembra che ci sia un solo motivo per dubitarne.

15 Novembre
I contributi sono tutti registrati, sono tutti belli, sono molto contenta. I monologhi in studio pure sono venuti bene. Ruffini è venuto ad assistere alla registrazione. Non ha fatto nessuna obiezione. Sembrava contento.
All’ora di pausa Ruffini è andato via, mi ha salutato chiedendo: sono stato abbastanza discreto? Io scherzando gli ho risposto: puoi anche alzare un po’ la voce se vuoi, ne hai il diritto.
Sono contenta dei monologhi. Continuo a pensare che però ci chiuderanno, tutti dicono di no, Ci avrebbero fermato prima. Effettivamente se ci hanno fatto arrivare fin qui, perché dovrebbero interromperci ora? Però mi sembra strano che si possano dire le cose che dico in una tv come questa.
Se penso che questa è l’ultima occasione che ho di parlare in tv, ci sarebbero forse altre cose più importanti da dire, di quelle che ho scelto. Forse avrei dovuto fare la prima puntata sulle guerre anziché sull’informazione. Ad ogni modo è fatta. Il programma è bellissimo e siamo inattaccabili. Si arrabbieranno per la parte a metà tra la satira e l’informazione, diranno non è satira. Argomenti assurdi. In Inghilterra un sacco di programmi di satira sono così, Michael Moore fa programmi così, ma anche Striscia la Notizia contiene servizi di informazione. D’altra parte la premessa è che siccome l’informazione è scarsa e guardando la tv soprattutto è impossibile farsi un’idea di come stiano le cose, questo rende impossibile fare satira. Se faccio una battuta nessuno la capisce. Quindi se dopo avere visto il programma gli spettatori diranno, cosa ci vieni a dire, fatti che sapevamo già, vuol dire che ho avuto torto, se come penso invece la mia esposizione risulterà chiarificatrice, vuol dire che avevo ragione.

16 Novembre
Alle quattro ho quasi finito di sonorizzare la puntata, sono a metà veramente ma gli scogli più grossi sono superati. Entra Anita nella saletta di montaggio e mi dice che Salerno e Valerio mi vogliono parlare, dico ad Anita che è meglio che vengano loro da me, stiamo correndo per consegnare la cassetta in tempo. Anita mi dice: è meglio se vieni. Prima insistono perché mi sbrighi e poi mi fanno perdere venti minuti ad attraversare la Dear...? Mentre parlo capisco: ci hanno soppresso. Lo dico ad alta voce: ci hanno tagliato? Anita guarda dritto davanti a sé e dice che non lo sa. Camminiamo per i corridoi. Vedo Valerio da lontano, gli urlo: ci hanno tagliato? Ridendo. Lui dice, mi dispiace, sì. Ha chiamato Ruffini, ha detto che ci ha pensato tutta la notte, questo non è il momento storico adatto per un programma del genere. Ma in che senso? Per la strage di Nassyria? No perché la strage c’è stata mercoledì e alla conferenza stampa di giovedì, Ruffini non ha detto nulla a riguardo. Salerno dice che infatti gli ha chiesto: momento storico nel senso dei fatti di Nassyria? E Ruffini ha replicato, no, momento storico in generale. Ha detto che il programma non è in linea con lo spirito della rete. Siamo sconcertati. Pensiamo subito che abbia subìto forti pressioni da qualcuno.
Come può avere cambiato radicalmente opinione dalla mattina alla sera? Forse qualcuno gli ha detto, visto che dopo la Gasparri ve ne andate comunque tutti a casa, se invece dimostri d’essere bravo in questa circostanza puoi restare o ti diamo un altro posto. Indiciamo subito una conferenza stampa. I giornalisti insistono a chiederci cosa c’è dietro, come si spiega un gesto così folle? I soldi buttati per metterlo in piedi, perché non ci hanno pensato prima? Arrivano telefonate di solidarietà da un sacco di gente, da Beppe Grillo a Di Pietro, Santoro, sono tutti esterrefatti. Ci arriva la notizia da una giornalista di Repubblica che l’Annunziata avrebbe convinto Ruffini a ripensarci.
Noi non abbiamo ricevuto nessuna telefonata. La giornalista insiste a dire che andremo in onda. Rispondiamo, se vogliono che andiamo in onda bisogna che ce lo comunichino.
Arriva la notizia ufficiale alle 19 circa. La puntata non è finita, non c’è più tempo per fare quello che volevamo fare. Ci precipitiamo alla Dear per migliorare quello che si può. Alcuni sketch avranno le risate sotto altri no. Anche la musica non facciamo in tempo a metterla. Mettiamo il suono della goccia che cade sulle immagini finali. Mentre Igor e il montatore finiscono di pulire la cassetta io, Anita, Giovanna, Salerno, Valerio, Valentina, Max e Mercuzio aspettiamo nel corridoio e cerchiamo di capire che sta succedendo. Ognuno ha la sua teoria. Certo ci hanno fatto alla fine un sacco di pubblicità, gli sciocchini. Se l’ascolto sarà alto non ci possono fare nulla.
Forse Ruffini ha fatto questa mossa per condividere la responsabilità della messa in onda con qualcun altro. L’hanno convinto a metterlo in onda, ma lui l’aveva detto che non si doveva. Io dico quello che succederà secondo me: lo mandano in onda e poi ci danno tutti addosso dicendo che il programma è brutto. Vengo ricoperta da una marea di buuuu. Non possono dire che è brutto sostengono. È elegante, intelligente, ha un ritmo fortissimo, è pieno di cose esilaranti, ricchissimo, pieno di idee, originale pure nella forma. Con quello che si vede in televisione come fanno a dire che questo è brutto? Mi innervosisco. Non ho detto che hanno ragione di dirlo, ma lo diranno. Questo è il meccanismo che si ripete sempre. Se per incidente riesce a passare un pensiero diverso dal pensiero unico, ti attaccano dicendo che è volgare, che non è satira, che sì alcune cose funzionano ma nel complesso è ingenuo, o inadeguato o altre minchiate.
Insistono a dire che mi sbaglio. Accetto scommesse dico io. Non so cosa si inventeranno per attaccarci, ti sorprendono sempre ma ci attaccheranno. Il consiglio di amministrazione della Rai ha bisogno di un motivo per chiuderci.
La sera guardiamo il programma in una ventina di persone. Ridono tutti. Funziona. Finito il programma i telefoni cominciano a squillare. Fioccano congratulazioni e ringraziamenti da tutte le parti. Non mi era mai successo di ricevere tanti complimenti da quando faccio tv.

17 Novembre
alle 10.30 mi telefona Salerno. Abbiamo fatto il botto. In che senso domando, si sono incazzati tutti? No, abbiamo fatto il 18,37% di media di ascolto. quando il programma è cominciato Rai 3 era al 7% circa dopo due minuti siamo saliti all’11% e abbiamo continuato a salire fino ad arrivare a quasi il 26%. È il record storico di Rai3. abbiamo battuto tutte le altre reti da Rai1 a Canale cinque. È una vittoria incredibile! Ma che bello. Ti hanno chiamato dal settimo piano per farti i complimenti? No, nemmeno Ruffini ha chiamato.
Altra bella notizia, sono arrivate una tonnellata di e-mail e continuano ad arrivare. Il numero è impressionante, sono tutte belle, chi scrive poesie, ringraziamenti, complimenti, chi dice che è come se si fosse accorto d’essere anestetizzato, che sentire dire quello che abbiamo detto l’ha come svegliato. Ne arrivano tantissime così. Moltissimi chiedono di vederci in prima serata. Alle 13 ci vediamo per fare il punto nell’ufficio di Valerio. Pare che chiuderanno il programma. Mercoledì si riunirà il CdA per decidere e decideranno di chiudere. Pare che l’Annunziata si sia inviperita. Pare che questo attacco venga più dal centro sinistra che dal centro destra, da una parte del centrosinistra. Nel senso, anche la destra ci avrebbe attaccato ma non hanno fatto in tempo. Uno dei Ds ha detto che non è il momento per dire certe cose, verrà il giorno, ma non è il momento.
Questo è l’arco del dibattito possibile, si può o essere di destra o pensare che non è il momento per avere un’opinione diversa. Su tutto, sulla guerra, sulla libertà d’espressione, se sei all’opposizione in modo responsabile, sei uno che capisce che non è il momento di opporsi.
Per questo la parodia dell’Annunziata è sacrosanta, perché incarna perfettamente questo punto di vista. Pare che si asterrà nella votazione su raiOt, il presidente di garanzia. Altri guai: Mediaset pare abbia fatto causa alla Rai, più probabilmente ha detto che avrebbe fatto causa, ma questo non è un vero problema.
Loro fanno sempre causa, poi spesso la ritirano. La fanno perché se minaccio fai causa, la direzione della Rai può dire: questo programma danneggia l’azienda e avere uno straccio di argomento in mano per chiuderti. Se la sarebbero presa per i dati sugli spostamenti della pubblicità, ma su questo c’è poco da dire. Sono dati ufficiali pubblicati su La Repubblica di luglio e mai smentiti. Non ti puoi seccare perché una cosa scritta sul giornale la leggono e la capiscono in pochi mentre detta in televisione diventa chiara a tutti.
O è vera o non è vera. L’altra cosa sgradevole è che la comunità ebraica di Milano nella persona di Lu... si è seccata perché ho detto: razza ebraica. Vogliono che mi scusi. Non mi scuso perché l’ho detto in un contesto inequivocabile e appropriato. Ho detto: perché la risposta al sondaggio UE viene considerata antisemita? La risposta è stata: ?Israele?, mica: ?razza ebraica? Sottintendendo: se la risposta fosse stata: ?razza ebraica? sarebbe stata antisemita. Quindi ho usato l’espressione giusta al momento giusto. E questa storia che tutte le volte che si critica la politica di Israele si venga tacciati di antisemitismo è intollerabile. Ti fanno sentire pure in colpa. Forse bisognerebbe querelarli quando ti danno dell’antisemita. È una delle offese più pesanti che si possano proferire, forse è sbagliato stare sempre sulle difensive. Altra cosa sgradevole, su Repubblica da cui ti aspetteresti appoggio per un fatto del genere, danno tanto spazio sì, ma in prima pagina fanno scrivere Sebastiano Messina, un uomo che si è distinto per avere osannato ?Velone? sostenendo che era geniale e che ha scritto bene di un sacco di porcherie. Il suo articolo, in contraddizione con quelli pubblicati accanto a lui, sostiene che abbiamo gridato: a lupo a lupo senza motivo, tanto per fare i martiri e che non è vero che hanno chiesto la soppressione del programma prima della messa in onda. Ci sono una tonnellata di dichiarazioni Ansa che lo dimostrano, i suoi colleghi che erano presenti lo hanno testimoniato, ma lui scrive che non è vero, contraddicendo l’evidenza. È il direttore credo che sceglie chi scrive in prima pagina. Così funziona. Ci sono voci diverse in un giornale, ma il direttore fa scrivere quello che in quel momento esprime l’opinione che fa comodo in quel momento. Mi metto a scrivere la seconda puntata ma non mi viene. Chissà perché?

18 Novembre
I giornali ci attaccano dappertutto. Risulto essere il nemico numero uno del popolo ebraico in questo momento, mi dicono che Feltri ha detto che sono come Hitler. Da Ruffini a Gasparri si affannano tutti a porgere scuse solenni alla comunità ebraica per quello che ho detto. Le critiche al programma sono tutte negative tranne l’Unità, anche il Manifesto ha delle riserve. Sebastiano Messina scrive che quando faccio le imitazioni va bene ma il programma è brutto, Aldo Grasso non ne parliamo, è buona La Stampa. Mi tolgo la soddisfazione di dire che l’avevo detto.
In compenso continuano arrivare incoraggiamenti e congratulazioni da tutto il mondo, le email sono millecinquecento. Me ne leggo un po’ per tirarmi su. Sono proprio belle, commoventi, bisognerebbe pubblicarle. Non siamo soli, non è un mondo di replicanti, ci sono tanti esseri umani come noi che vorrebbero solo avere l’occasione di esprimersi. Ma quanti sono! E come sono intelligenti!
Mi torna la voglia di scrivere. Ci mettiamo là con Paolo, David e le ragazze della produzione e buttiamo giù tre pezzi di Vespa molto forti. Ci metto anche Buttiglione dentro e Previti. Questa è la puntata sulla giustizia. Ci sono una marea di cose da dire. In realtà la puntata è pronta, se ci mandano in onda ci siamo. Buone notizie, la comunità ebraica di Milano a inviato un messaggio di pace. Mi hanno invitato a un dibattito pubblico sulla satira e sulla politica di Israele. Meno male, che gioia! Se penso agli ebrei penso a persone colte, intelligenti e piene di senso dell’umorismo, non a dei bacchettoni che fanno il gioco dei censori. Pare che anche loro abbiano capito d’essere stati strumentalizzati, meno male. Rispondo che accetto l’invito con grande piacere.

19 Novembre
Rivincita sui giornali, tranne che su Repubblica e il Riformista (è proprio con una parte della sinistra il problema), si è sgonfiata l’accusa di antisemitismo, la causa di Mediaset pure s’è capito che non sta in piedi. In più l’associazione dei consumatori ha chiesto che raiOt venga messo in prima serata e ha dichiarato che chiederanno un milione di euro alla Rai se chiude il programma.
Stamattina il cda è riunito per decidere su Raiot. Alle 13 esce la delibera. È incomprensibile. Sospendono la messa in onda ma non la produzione, che vuol dire? Dovremmo registrare cinque puntate, poi loro le vedono e decidono. Ma è un programma basato sull’attualità, sarebbe come dire, voi scrivete il giornale di oggi e noi lo mettiamo in edicola fra due mesi. Mi telefona l’Annunziata, fa la spiritosa, dice che ha messo dei paletti. Rido, replico che chiudere il programma è un paletto bello grosso. Dice che si è astenuta, e considera la sospensione del programma una grande vittoria. Perché mai le chiedo? Perché nella delibera non si entra nel merito dei contenuti. Delirano e non se ne accorgono.
Arrivano altre 2000 e-mail di incoraggiamento. Abbiamo deciso che domenica la puntata la facciamo lo stesso in uno spazio da trovare, Villaggio Globale o il Brancaccio, l’Ambra è piccolo. Invitiamo tutti i satirici, spero che vengano e dopo di questo dobbiamo organizzare una manifestazione vera e propria in piazza contro la censura e per la libertà di informazione. La gente ne ha piene le scatole, hanno fatto uno sbaglio grosso come una casa. Spero che da questa vicenda venga messo qualche seme per riappropriarci della nostra libertà e anche di un po’ di dignità. Penso al pezzo di Vespa con Herlizka intitolato: agli italiani piace la frusta.
Quando l’ho scritto avevo il dubbio che tutto sommato fosse vero che ci piacesse, comincio a pensare che non sia vero. E mi viene uno strano amor di patria.

E FASSINO PERSE LA CALMA

Nell'ultimo capitolo del libro di Mario Lancisi, "Alex Zanotelli. Sfida alla globalizzazione", edito da Piemme, con prefazione -intervista a Gherardo Colombo, viene riportata una breve intervista al missionario comboniano, in cui vengono ricostruiti gli incontri che il movimento pacifista ha tenuto con i partiti per scongiurare la guerra all'Iraq.

(?)Padre Alex - assieme a don Luigi Ciotti e altri amici dei movimenti - bussa anche alla porta dei partiti. Di tutti i partiti, a destra come a sinistra. Obiettivo: ottenere il no dell'Italia alla guerra. Su questi incontri, il 26 marzo 2003, ho registrato questa intervista a padre Zanotelli, in cui il missionario comboniano rivela i retroscena di una trattativa non andata a buon fine perché il centrodestra, maggioranza in parlamento, ha votato sì alla guerra..
Prima dello scoppio della guerra all'Iraq lei, con altri esponenti cattolici del movimento pacifista, si è incontrato con tutti gli schieramenti politici per scongiurare il conflitto. Come sono andati questi incontri?
Con Piero Fassino, segretario dei Ds, il dialogo è stato duro e pesante. Volevamo mettere i Ds alle strette per costringerli a schierarsi contro la guerra senza 'se' e senza 'ma'.
Erano recalcitranti?
Tenga conto che il nostro incontro è avvenuto un mese prima della guerra quando la posizione dei Ds e dell'Ulivo non era ancora ben delineata. Ricordo che Fassino era molto nervoso, ad un certo punto si è persino arrabbiato e ha minacciato di sbattere la porta e andarsene via. Io l'ho ripreso, gli ho detto di stare calmo perché non avevamo chiesto l'incontro con i Ds per metterli sotto processo, volevamo soltanto che i partiti ascoltassero le istanze della società civile.
Che cosa vi divideva?
Noi insistevamo: 'Fassino, dicci se siete contro la guerra senza se e senza ma'. Lui invece era dell'opinione che se l'Onu avesse deciso per la legittimità della guerra, essa era legittima, anche se poi i Ds si sarebbero comunque dichiarati contro per ragioni politiche.
Con il resto dell'Ulivo come è andata?
Bene, perché li abbiamo incontrati nella fase in cui si stava delineando una mozione comune di tutto l'Ulivo contro la guerra e l'uso e il sorvolo delle basi Usa.
Si è anche incontrato con D'Alema?
Con l'ex premier mi sono incontrato due volte. Il primo è stato un incontro privato, era stata la Livia Turco che mi aveva pregato di incontrarlo. Il secondo invece è stato un incontro pubblico, in cui ad un certo punto io gli ho detto che mi faceva compassione e lui si è molto incavolato.
Perché compassione?
Perché D'Alema è convinto di decidere qualcosa e invece le decisioni importanti vengono prese altrove. La politica soggiace all'economia.
Con il centrodestra vi siete incontrati?
Sì, abbiamo incontrato una delegazione guidata dal senatore Schifani. Sono stati molto gentili ma anche fermi nelle loro posizioni. Ci hanno detto che capivano le ragioni della nostra contrarietà alla guerra aggiungendo però che la politica è un'altra cosa.

19.11.03

LETTERA DI DI PIETRO ALLA REPUBBLICA

Pongo una questione di metodo che vorrei si esaminasse nelle discussioni che la Margherita e i DS affrontano nelle riunioni di questi giorni in merito alla lista unica per le Europee. Dicono (nei giornali perché a me non lo dicono nemmeno) che l'Italia dei Valori deve restare fuori dal progetto perché non sarebbe un partito riformista e perché la lista unica è riservata ai partiti dell'Ulivo e non a forze politiche esterne. Entrambe le affermazioni sono ambigue, fuorvianti e servono solo per nascondere la reale ragione per cui ci escludono: non vogliono confrontarsi sui seguenti temi che noi vogliamo porre sul tappeto del programma:
1.l'incompatibilità delle candidature per le persone condannate definitivamente per reati gravi;
2.il divieto dei doppi incarichi (parlamentari italiani ed europei, amministratori locali e parlamentari);
3.la necessità di un'unica tornata elettorale (amministrative, europee, referendum) per risparmiare denaro pubblico, per disturbare meno i cittadini e per permettere a tutti di partecipare);
4.l'impegno diretto delle forze politiche nel sostenere le ragioni del referendum contro il lodo Schifani per cui l'Italia dei Valori ha raccolto le firme;
Domando ai signori segretari del centrosinistra: sono queste ragioni per dire che noi non siamo un partito riformista? Ed allora che vuol dire essere riformisti? Forse chiudere un occhio o tutti e due sulla questione morale? Oppure adattare le elezioni ai propri bisogni e non a quelli della collettività? Far spendere più soldi all'erario quando se ne possono spendere meno? Anche noi dell'Italia dei Valori ci riconosciamo come voi appieno nel "documento Prodi". Addirittura io e Rutelli militiamo al Parlamento Europeo nello stesso eurogruppo, l'ELDR. Perché allora due pesi e due misure? E che vuol dire l'affermazione secondo cui la "lista unica" resta chiusa a noi perché non siamo dell'Ulivo? Prima che non lo eravamo ci avete rimproverato per non esserlo e adesso che vogliamo starci ci dite che non possiamo. Anche il Partito Repubblicano Europeo prima non era dell'Ulivo (tanto è vero che si è presentato da solo alle passate elezioni politiche). Eppure il PRE è stato inserito nella "lista unica" e l'Italia dei Valori no. Perché anche in questo caso due pesi e due misure? La verità è una e una sola: l'Italia dei Valori è una forza politica di cui vorreste volentieri farne a meno perché scuote le vostre coscienze, perché non volete affrontare alla radice la questione morale che essa rilancia, perché volete nascondere la testa sotto la sabbia per non vedere. Sapendo, però, di avere bisogno di noi per vincere le elezioni volete tenerci ibernati per utilizzarci solo al momento delle elezioni e solo per fare cassetta elettorale. A questo gioco al massacro non ci stiamo. Per una questione di dignità personale e di rispetto verso quegli elettori che ci hanno dato la loro fiducia che speriamo si rendano conto dell'inganno e ne traggano le conseguenze. On. Antonio Di Pietro Presidente Italia dei Valori

MA NON CHIAMATELO TERRORISMO: E' GUERRIGLIA


di Massimo Fini (da Il Giorno, 12/11/03)

E' ipocrita piangere ora lacrime di coccodrillo sui militari italiani morti nell'attacco di Nassirya e continuare a raccontarci la favola convenuta dei nostri militari che sono in Iraq per portarvi l'ordine, la pace, la democrazia. Può darsi che noi li si veda così, ma così non li vedono, con tutta evidenza, gli iracheni che li considerano per quello che realmente sono: truppe straniere che occupano il loro territorio, alleate di chi li ha bombardati, invasi, ha instaurato un protettorato nel loro Paese e pretende di deciderne le istituzioni e il futuro. L'attacco di Nassirya non è un atto terroristico, 'vile e ignobile' come ha detto il Capo dello Stato e come ripetono tutti i media (terrorismo si ha quando vengono colpiti dei civili inermi), ma di guerriglia che ha preso di mira un obbiettivo. Guerriglia che è sempre stata praticata dai movimenti indipendentisti, noi italiani compresi quando eravamo occupati dai tedeschi. Perché bisognerebbe anche finirla con l'altra favola che questi atti sono opera esclusivamente dei residuali seguaci di Saddam e degli uomini di Al Qaeda. Un tale sistematico stillicidio di attacchi, di attentati, di cecchinaggi non può avvenire senza un consistente appoggio della popolazione locale. Tant'è che i responsabili o i fiancheggiatori o i basisti non vengono mai trovati, perché la popolazione non li denuncia.
E' vero però che con la pretesa di combattere il terrorismo, siamo riusciti a fare dell'Iraq il covo privilegiato del terrorismo internazionale. L'Iraq di Saddam Hussein non ospitava terroristi 'alla Bin Laden' per la semplice ragione che una dittatura del genere non tollera altri poteri sul suo territorio perché potrebbero sfuggire al suo controllo. E infatti non c'era un solo iracheno nei commandos che attaccarono le Torri Gemelle e non un solo iracheno è stato trovato in seguito nelle cellule di Al Qaeda. Oggi che l'Iraq è 'terra di nessuno', fuori da ogni controllo, diventa il ricettacolo ideale per i terroristi internazionali, che vi hanno spazio, appoggi, mano libera e a disposizione bersagli praticamente fissi. Una vera pacchia. Non si dovrebbero occupare altri Paesi ma una volta che la cosa è fatta è molto difficile tornare indietro. Però chi ha deciso di schierarsi in questa guerra a fianco dell''amico americano' deve assumersene tutte le responsabilità. Anche dei diciassette poveri morti di ieri. Non era pensabile che da colpi di questo genere ci preservassero, secondo la consueta 'autoretorica', la nostra presunta maggior 'simpatia' o lo stellone.

18.11.03

CASSAZIONE: IL PROCESSO SME RESTA A MILANO
dalla'Ansa

ROMA - Il processo Sme, almeno il troncone che vede imputato Cesare Previti, resta a Milano, e non verra' trasferito a Brescia, come avevano chiesto, per la seconda volta, gli avvocati dell' ex ministro della difesa.

Ci mettono due ore i giudici della sesta sezione della corte di Cassazione, dopo aver ascoltato gli interventi del procuratore generale e degli avvocati, a respingere la richiesta presentata da Previti, e accogliere la posizione del procuratore generale, Antonio Veneziano: ''Non c'e' nessuna grave situazione locale'' che giustifichi il trasferimento del processo.

Secondo gli avvocati Sammarco e Perrone, i legali del parlamentare, il processo che riguarda la presunta corruzione dei giudici romani andava invece allontanato da Milano, in seguito all'inchiesta che a Brescia vede indagati i due pm, Gherardo Colombo e Ilda Boccassini per abuso d'ufficio in relazione al fascicolo 9520, quello da cui e' scaturito lo stesso processo Sme.

Si e' creato cosi', secondo i legali, ''un corto circuito istituzionale'' nell'intero apparato inquirente e giudicante di Milano. I due pm, Boccassini e Colombo, sono portatori di ''un conflitto di interessi'', essendo contemporaneamente accusatori e indagati. E a sostegno della tesi, proprio questa mattina, in apertura di udienza, l' avv. Perrone aveva chiesto l'acquisizione della richiesta di archiviazione per Colombo e Boccassini, presentata in questi giorni dalla procura di Brescia, che proverebbe ''il condizionamento dei pm''.

Di opposto parere il pg, Antonio Veneziano: respingere la richiesta di rimessione, perche' ''non c'e' nessuna grave situazione locale'' che giustifichi il trasferimento del processo Sme, anche perche' ''lo ha gia' escluso la sentenza delle sezioni unite e gli elementi nuovi presentati dalla difesa Previti non sono rilevanti ai fini della remissione, che deve riguardare l'intero organo giudicante e non comportamenti di singoli magistrati''.

CASSAZIONE: SME; AVV.PERRONI, DECISIONE INGIUSTA

MILANO - Secondo uno dei legali di Cesare Previti, l'avvocato Giorgio Perroni, la decisione della Cassazione di respingere l'istanza di rimessione del processo Sme e' ''ingiusta''. ''E' una decisione ingiusta - ha detto il legale -, perche' riteniamo di aver portato sufficienti e valide argomentazioni per supportare la richiesta di rimessione''. Per l'avvocato Perroni, a questo punto, ''non c'e' dubbio'' che la sentenza possa essere emessa gia' nelle prossime udienze, la prima delle quali dovrebbe tenersi venerdi' prossimo. (ANSA).

SME: TAORMINA,PER AVERE GIUSTIZIA BISOGNA CHIAMARSI ANDREOTTI

ROMA - ''Bisogna chiamarsi Andreotti per avere sentenze corrette da parte della Corte di Cassazione''. A sostenerlo, commentando la decisione con cui oggi la Cassazione ha rigettato la richiesta di rimessione ad altra sede del processo Sme presentata dai difensori di Cesare Previti, e' l' avvocato e parlamentare di Forza Italia Carlo Taormina. Secondo Taormina, inoltre ''con la sentenza odierna l' istituto della rimessione e' stato cancellato dall' ordinamento italiano ed e' autentica vergogna - ha aggiunto - che in questo paese nulla possa essere fatto per avere una giustizia imparziale, a meno che interessi convergenti di fazioni politiche opposte determinino nella stessa magistratura la volonta' di rendere sentenze corrette''. ''Quando si e' politicamente morti - ha spiegato Taormina - si puo' avere anche ragione e si puo' trovare un giudice che te la da'. Quando si tratta di Berlusconi o di Previti, l' uno e l' altro politicamente vivi, la corte di Cassazione si allinea all' esigenza di rendere sentenze politiche''. Secondo l' on. Taormina ''sulla decisione relativa alla rimessione del processo Sme a Brescia grava un inquietante interrogativo e cioe' quali siano stati i motivi per cui la procura di Brescia ha depositato la richiesta di archiviazione a favore di Colombo e Boccassini tre giorni prima della decisione odierna della Cassazione; quali - ha proseguito - quelli per cui la procura di Brescia ha trasmesso la richiesta di archiviazione alla procura generale della stessa citta' ed infine quali quelli per cui tale procura l' ha trasmessa al procuratore generale della Cassazione che questa mattina l'ha depositata ai componenti del collegio. Occorre accertare - ha concluso Taormina - se una tale sincronia evidenzi un ruolo ancora fortemente preminente degli uffici giudiziari di Milano su ogni altro''. (ANSA).

SME: DOPO CASSAZIONE, SENTENZA POSSIBILE A GIORNI

MILANO - Con la decisione dei giudici della sesta sezione della Corte di Cassazione di respingere l'istanza di rimessione ad altra sede, proposta da Cesare Previti, il processo Sme dovrebbe ricominciare gia' venerdi' prossimo davanti ai giudici della prima sezione penale del Tribunale di Milano. Il collegio, presieduto da Luisa Ponti, davanti al quale dal marzo del 2002 e' in corso il dibattimento, avrebbe infatti il tempo per notificare ai difensori degli imputati l'avviso per l'udienza che, essendo gia' stata inserita nel calendario prima dello stop imposto dalla legge Cirami, in pendenza della richiesta di trasferimento, non necessita di quei tempi tecnici previsti per una fissazione ex novo. Altre udienze sono previste sabato e lunedi' prossimo. Il processo potrebbe, quindi, vedere il suo epilogo in tempi brevi. Quasi sicuramente a giorni. C'e' chi azzarda anche sabato prossimo, chi invece propende per la prossima settimana. Sono infatti previste solo la replica del pm e le controrepliche degli avvocati e queste ultime dovranno concentrarsi solo sui punti trattati dal rappresentante della pubblica accusa. Le repliche, inoltre, di norma hanno una durata contenuta tale da risolversi, pertanto, in una sola udienza. Gli imputati potranno fare delle dichiarazioni spontanee (per le quali potrebbe essere riservata l'udienza successiva) ed e' poi previsto che i giudici della prima sezione penale del Tribunale di Milano si ritirino in camera di consiglio. Questo lo scenario che si puo' delineare in assenza di casi di legittimo impedimento, eventualmente sollevati da imputati e difensori alla prossima udienza e di ulteriori iniziative delle difese che potrebbero far slittare il verdetto. L'avvocato Alessandro Sammarco, tra le altre cose, aveva ipotizzato un nuovo ricorso in Cassazione, in caso di risposta negativa dei giudici della Suprema Corte (come si e' poi verificato), per ottenere il trasferimento del processo, mentre in passato gli stop erano venuti quando i legali dell'ex ministro della Difesa avevano utilizzato lo strumento dell' istanza di ricusazione del collegio o di alcuni suoi membri, sempre respinta dai giudici della Corte d'appello milanese. (ANSA).








17.11.03

LE ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA
Alessandro Robecchi sul Manifesto

Finalmente trovate le famose armi di distruzione di massa. Hanno tamponato un isolotto alla Maddalena, in Sardegna, senza nemmeno fare la constatazione amichevole. Un sottomarino nucleare americano che pesa quasi 7.000 tonnellate è un bel giocattolino costoso che serve, manco a dirlo, a difenderci dai cattivi. Tutti quei cattivi che stanno nelle acque della Sardegna, estremisti saraghi, militanti della jihad gamberetta. Le astute autorità italiane, sempre vigili, hanno appreso la notizia da un piccolo quotidiano locale americano, situato a circa diecimila miglia dall'incidente, e al momento non sono nemmeno in grado di stabilire quando è avvenuto il tamponamento, forse il 17 ottobre, forse il 25. In questi casi la tempestività è tutto. E infatti: se l'incedente fosse stato irreparabile, nel giro di qualche centinaio di chilometri ora non ci sarebbe nessuno in grado di protestare. Oscurata dai terribili bollettini provenienti dal fronte irakeno, la notizia ha preso qualche timido colonnino sui giornali, ben nascosta tra il cordoglio e la retorica. Di più: dell'incidente si è saputo a causa della rimozione di un paio di alti papaveri yankee, giudicati incapaci di fare manovra con un sottomarino e quindi rimossi. E' l'unico segnale che il possibile disastro non era poi così disastroso: probabilmente se ci fossero state vittime, o fughe radioattive o catastrofi nucleari, gli alti papaveri sarebbero stati promossi, come è successo ai piloti del Cermis, che dopo aver ammazzato degli sciatori europei hanno finalmente fatto carriera. Unico ad avanzare qualche timida protesta, con tre settimane di ritardo, il ministro dell'ambiente Matteoli, un po' seccato - ma comprensivo nei confronti dell'imbarazzo americano - dal fatto che i nostri "alleati" non ci dicano niente di quello che fanno e disfano sul nostro territorio giocando con l'energia atomica e probabilmente anche con le testate nucleari.
Del resto, questo ministro Matteoli è lo stesso prestigiatore che si diletta, in questi giorni con le scorie nucleari, alle quali ha finalmente trovato un posto. A duecento metri dal mar Jonio premiato con la bandiera blu e a centocinquanta dai alcuni villaggi turistici, a Scanzano Jonico, intende seppellire tutte le scorie radioattive italiane. Lì si coltivano fragole e kiwi, si aspettano decine di migliaia di bagnanti, si realizza un'economia locale fatta di agricoltura e di ospitalità: quale posto migliore per portarci tutta la merda nucleare del regno? Si obietta che il luogo non è zona sismica, bella pensata: e allora perché non fare a Scanzano Jonico anche il ponte di Messina? Ribatte qualcuno che è meglio avere una sola sede per le scorie nucleari che tante sedi sparse in giro per l'Italia, che lo stesso ministro definisce "temporanee" e i suoi tecnici "inadeguate". Per capirci: meglio scippare in silenzio un angolo di Basilicata che impestare (sempre in silenzio, mi raccomando) centinaia di paesi italiani dove le scorie radioattive riposano oggi in depositi insicuri, magazzini anonimi, forse scatole in cartone. Questo, secondo il ministro (e i servili cronisti che lo intervistano) dovrebbe rassicurarci; un po' come ci rassicura il fatto che la Maddalena sia un parco nazionale inviolabile dall'uomo. Insomma, un'oasi incontaminata - ma contaminabile - per sottomarini americani.
Con una certa astuzia figlia dei tempi, i sostenitori della Lucania atomica dicono che il nuovo sito sarà supersicuro, scintillante, a prova di bomba e anche (ma tu guarda) di "attacco aereo", forse insinuando che così non potrà far danni nemmeno l'imam di Carmagnola con il suo amico bin Laden. Già s'immagina il sollievo della popolazione: avremo kiwi fosforescenti e fragole con le corna, d'accordo, però al Quaeda ci fa un baffo, tié. Quanto ai bagnanti, peggio per loro, c'è il libero arbitrio e non lo dice mica il dottore che si deve andare ad abbronzarsi a Scanzano Jonico. Possono sempre andare alla Maddalena, no?

15.11.03

DANIELE LUTTAZZI : "SONO STATO TAGLIATO DA PIPPO BAUDO"
dall'Adnkronos

''Certo che alla fine e' stato un intervento soft. Me lo hanno tagliato''. Daniele Luttazzi torna a parlare del suo ritorno in tv a 'Cinquanta' quando la settimana scorsa e' stato ospitato dal programma di Pippo Baudo. ''Sono grato a Baudo che mi ha invitato e ha imposto il mio nome, altrimenti sarebbe stato impossibile per me entrare in Rai -spiega Luttazzi all'ADNKRONOS- Ho accettato l'idea di farmi fare delle battute con lui al fianco che suonava una campana quando avessi esagerato. Questo per sottolineare lo stato attuale della Rai: si possono fare certe cose solo se controllati. Una testimonianza palese che c'e' la censura''.

''Purtroppo -spiega ancora Luttazzi- ho visto che le battute su Tremonti ('appena eletto ministro -questa la battuta 'tagliata'- va al Tg1 a dichiarare che nelle Finanziaria c'e' un buco da 60mila miliardi. Il Fondo monetario internazionale indaga e dice che non e' vero. Allora Ciampi convoca Tremonti e gli chiede spiegazioni:
'Tremonti, quanto fa 7 per 8?'; e ancora: 'Tremonti dice di essere ministro delle Finanze ma io non lo vorrei come amministratore del mio condominio'), Gasparri che favorisce smaccatamente Mediaset ('All'annuncio della Legge Gasparri i titoli Mediaset in borsa sono schizzati subito verso l'alto. A Mediaset gli affari vanno talmente bene che stanno pensando di aprire la Partita Iva').

E ancora, Luttazzi sostiene che la Rai ha tagliato le battute ''sul Tg1 che non informa ('Vi presento Rutelli, nel caso guardiate il Tg1'), sulla Chiesa che si lamenta del razzismo e per la legge Bossi-Fini ma e' la stessa Chiesa che ha fatto votare per Forza Italia alle elezioni. Le situazioni in cui Baudo si e' trovato a dover scampanellare sono state moltissime -spiega il comico- anche un riferimento all'antiproibizionismo che ha provocato l'applauso dell'orchestra''.
''Persino all'inizio -dice- ho fatto un riferimento alla mia intervista fatta a Marco Travaglio ('sono contento di tornare in tv dopo due anni e mezzo di censura avuta per aver ospitato un giornalista che riferiva di fatti riguardanti il candidato alla presidenza del Consiglio') durante 'Satyricon' ed e' stato tagliato. La Rai ha parlato di tagli tecnici ma non si puo' poi accusare me dell'apparente tiepidita' dell'intervento. Me lo hanno tagliato''.

Luttazzi spiega di aver appreso dei tagli solo quando ha visto la messa in onda del programma su Raitre: ''Non ho partecipato a nessuna fase di montaggio -dice il comico che nel corso del suo intervento a 'Cinquanta' ha fatto salire lo share dall'8 al 20%- l'unica cosa che ho suggerito il giorno dopo la registrazione a Baudo e' stata di tagliare la battuta su Fini fascista. Per il resto Baudo mi aveva detto, poco prima della messa in onda, di aver tagliato la battuta su Tremonti. Speravo che i giornalisti si sarebbero resi conto di quel che era accaduto: il mio scopo era parlare di censura invece si e' parlato della mia autocensura inestistente. Assurdo, mi sento strumentalizzato, voglio ristabilire la verita'''.

Critiche che, ammette Luttazzi, ''mi hanno fatto molto male, mi e' parso che i giornali avessero un copione da rispettare, della serie 'diamo addosso all'eroe'. Ma io non sono ne' ingenuo ne' stupido, sapevo che una cosa che non piaceva l'avrebbero tagliata''.
Luttazzi, pero', non si arrende: ''Mi ha invitato Sabina Guzzanti per la sua nuova trasmissione su Raitre 'Raiot' -annuncia- e penso di accettare visto che la prima puntata e' sull'informazione''.
GUIA SONCINI E WALTER NUDO
dal Foglio

Il privato non è politico da tempo immemorabile. Poiché paghiamo il canone,
è un bene che ogni tanto la Rai si ricordi di fare il suo dovere, ovvero di
fare in modo che il privato sia televisivo. Dopo l’Isola, la televisione non
sarà mai più la stessa, al lordo di quella doccia, di quell’appuntamento per
Natale, di quel tozzo di pane e di quello spagnolo da villaggio vacanze. Ma,
da domani, saranno i cittadini a non essere più gli stessi. A non avere più
la stessa capacità di relazionarsi, al netto di tutti quei pretesti per
gruppi d’ascolto, scambi di sms, discussioni e gare di ricostruzione dei
momenti memorabili davanti alla macchinetta del caffè o in fila alla posta.

***

Per fortuna che la cacciata di Adriano Pappalardo ha fatto il 60 per cento
di share. Almeno abbiamo potuto smettere di combattere e iniziare a
esercitarci nella nostra attività favorita: predicare ai convertiti.
All’inizio, era davvero difficile. All’inizio, avevi voglia a spiegare al
direttore che quell’Isola sarebbe diventata un culto, che non vedevi da
tempo i tuoi amici tanto eccitati e non ti trovavi dal primo Grande Fratello
a organizzarti le giornate a seconda delle trasmissioni, che se i giornali
italiani non se ne occupavano per intere pagine era un limite loro, derivato
dal loro essere, appunto, giornali italiani: usi a svegliarsi in ritardo.
All’inizio, capitava di trovarsi a cena in sei e di essere solo in due a
capirsi, mentre gli altri guardavano scettici il vostro entusiasmo e voi lì
ad affannarvi a dire ?credeteci sulla parola, è meraviglioso? e quelli ?mi
stai dicendo che tu ti appassioni alle vicende di Giada de Blanck??, e
qualunque arbitro avrebbe dato ragione a loro, perché non esisteva una
motivazione logica, dignitosa o anche solo plausibile, non esisteva
spiegazione razionale ? o anche solo spiegazione tout court ? al fatto che
l’Isola che non c’è v’avesse preso per incantamento.

***

Ha avuto una funzione sociale, su questo non c’è dubbio. Una funzione
aggregante. Ed è stata una cartina di tornasole democratica. Non vorrei dire
io-l’avevo-detto, ma: io l’avevo detto. L’avevo detto per settimane, che
l’unica ragione per cui Pappalardo era ancora lì era l’imperfezione del
maggioritario isolano. Se solo lo candidassero, predicavo, se solo ce lo
dessero in pasto, lo cacceremmo con plebiscito popolare. Un giorno un
ulivista mi ha detto che secondo lui non era vero. Che io non capivo quanto
Pappalardo fosse amato dalla gente. Che l’intolleranza nei confronti di
Pappalardo era snob ed elitaria. Che il mio giudizio non era
rappresentativo, e che ? ove candidato alla cacciata ? Pappalardo avrebbe
trionfato e sarebbe rimasto sull’Isola. E’ stato allora che ho capito perché
non vinciamo le elezioni.

***

Il più bel messaggio l’ho ricevuto durante una delle prime puntate. A
colloquio catodico coi parenti, c’era Susanna Torretta (catalizzatrice delle
peggiori battute all’interno dei gruppi d’ascolto; sembra che solo per lei,
al mondo, non sia prevista l’applicazione del politicamente corretto e della
presunzione d’innocenza; gli spettatori, neanche fossero tanti Platinette,
appena quella diceva ?Non mi piace questa situazione? chiosavano ?Credo che
butterò qualcuno da una scogliera?; solo un signore seduto sul mio divano,
sentendola dire ?Sono un po’ triste perché penso a Francesca?, ha avuto un
moto di umanità nei sui confronti: ?Sì, anch’io sono un po’ triste ? e
vorrei tanto farmi la Torretta?). La sorella della Torretta (una Laura
Pausini bionda) le stava dicendo che gli amici al bar sentivano tanto la sua
mancanza: ?Ti saluta Pier lo Svizzero?. Il messaggio che è arrivato di lì a
poco sentenziava: ?A casa di Pier lo Svizzero c’è l’eredità Vacca?. Era
inutile invocare il politicamente corretto, lei l’ha capito e appena tornata
ha iniziato a sfoggiare in tutte le dirette delle mises che attirassero
l’attenzione sul suo presente. Susanna Afildicapezzolo Torretta.

***

Non tutti s’intendono di didattica.
Non Maria Teresa Ruta, che s’indigna perché Alfonso Signorini dice che nei
confronti di Walter Nudo hanno avuto un atteggiamento mafioso (?Parole come
‘mafia’ fate il piacere di risparmiarvele?).
Non Simona Ventura, che dice che hanno ricevuto tanti messaggi di protesta
per un insulto che Davide Silvestri ha indirizzato alla de Blanck, e con una
certa foga gli fa chiedere scusa, e lui è così contrito, e noi davanti alla
tele ci scervelliamo, perché sull’insulto ci son sempre stati i bip e non
riusciamo a decifrare che insulto possa mai essere per provocare tale
indignazione; finché Pinketts fa la sua brava battuta e dice che Silvestri
?mongola? lo intendeva nel senso di ?abitante della Mongolia?, e finalmente
non c’è il bip.
Non Ringo, che da Bruno Vespa s’offende perché gli ospiti televisivi Paolo
Crepet e Stefano Zecchi cianciano di ?degrado? rispetto alla scelta di
undici poveri cristi che nessuno ospitava più in televisione di andare a
dimagrire ad abbronzarsi e a scannarsi in televisione dimodoché la
televisione stessa li riscoprisse e riprendesse a invitarli.
Non tutti s’intendono di didattica ? almeno non quanto la coppia di
spettatori che ha trovato il modo di sfruttare le grande bouffe del venerdì
sera, quando fanno fare agli isolani qualche giochino e poi li premiano con
del cibo ?ma avete solo un minuto per mangiare?, e quelli si ficcano in
bocca mezzo chilo di frittata e lo inghiottono senza masticare: la coppia fa
stare sveglio il figlio piccolo e gli indica i deportati dentro al
televisore come un bau bau. ?Lo vedi come finisci se non impari a stare a
tavola??.

***

Nessuno mi toglie dalla testa che quelli della produzione lo sapessero, che
Ringo non avrebbe retto, e l’abbiano mandato lì apposta. Sapendo che poi al
corpo estraneo di un sostituto il gruppo avrebbe reagito, anche se magari
non immaginando a che livelli. Fatto sta che tutte le dinamiche di cinquanta
giorni di programma hanno avuto come perno Walter, l’uomo che osò sostituire
Ringo. (Quelli della produzione naturalmente negano: ?L’abbiamo lanciato
dall’elicottero, gli abbiamo fatto saltare i punti, siamo dei veri
bastardi?). Walter, da parte sua, è stato assai dignitoso. Brillante no, con
quel suo ripetere ?cosa ci posso fare se avete avuto cinque giorni di
pioggia prima che arrivassi?, con quel suo scalciare e grugnire. Brillante
no, però dignitoso. Mai una volta che si sia lasciato scappare ?Che colpa ne
ho, se non ero abbastanza famoso neppure per stare in questo covo di sfigati
dimenticati dai media, che colpa ne ho se neppure in un casting di questo
genere riesco a giocare da titolare?. Dignitoso. Non per nulla è l’unico che
sia in it for the money.

***

A un certo punto ho pensato che il minimo ? esteticamente parlando ? lo si
raggiungesse con quello spagnolo da Righeira, la grotta chiamata ?cueva?, le
zanzare chiamate ?mosquitos?, la Ventura che non sa l’italiano figuriamoci
lo spagnolo e quindi se ne usciva con robe tipo ?Hasta la vista siempre?, il
povero pelato deportato a Santo Domingo che qualunque cosa quelli dovessero
fare augurava ?Suerte?. A un certo punto ho sviluppato un’intolleranza nei
confronti di qualunque cosa suonasse ispanica. Se qualcuno mi avesse offerto
una piña colada avrei dato in escandescenze. Poi sono passate le settimane:
le fissazioni linguistiche si sono aggravate e (coincidenza) si sono
trasferite in zona lingua italiana. Il tricologicamente svantaggiato ha
iniziato a dire a ogni registrazione: ?E’ tutto vero, sull’Isola dei famosi?
(era prima di Panorama, prima che i poveri deportati venissero costretti ?
contratto alla mano ? a procurarsi ferite lacero-contuse per contestare il
resoconto del settimanale ? ma di questo, miei piccoli lettori, vi parlerò
fra un po’). La Ventura ? implacabilmente ossessiva come sa esserlo solo lei
(la ragione per cui vorresti spararle ma allo stesso tempo la sua grandezza)
? ha aperto ogni puntata dicendo che quello era ?il primo reality show
targato Rai2? (un plus? un minus? una minaccia?); ha invitato pressoché ogni
ospite a commentare ?da par tuo?; ha detto di ogni stronzata che non fosse
completamente fuori luogo che ci stava ?come un limone fra le cozze?.
Entrambi hanno buttato lì che il programma, la puntata, i concorrenti
toccavano ?tutto l’arco costituzionale delle emozioni?. Mentre il paese
assisteva perplesso, Vespa ha messo su una puntata di Porta a porta
sull’Isola, ha telefonato a Paolo Bonolis, e quello ha decretato che l’Isola
era stata ?un crescendo rossiniano di emozioni?. E allora è stato chiaro che
è la maledizione dell’Isola: il delirio linguistico colpisce anche i
migliori.

***

La sera in cui l’Italia libera e democratica ha mandato a casa Pappalardo,
quello ha provato a salvarsi in extremis, col ricatto morale dei ?bambini
poveri?: non siamo noi qui quelli che devono lamentarsi ma ? appunto ? i
bambini poveri, probabilmente gli stessi per cui da piccoli non lasciavamo
cibo nel piatto. La sera in cui facemmo la rivoluzione, io c’ero, e ho
votato per cacciare Pappalardo nonostante sapessi che l’sms costava un euro.
La produzione mi ha gentilmente mandato un sms di conferma: ?Voto ricevuto.
Adriano Pappalardo ama la natura e gli animali, è molto affezionato al suo
dobermann di nome Axl. Vota ancora per ricevere altre curiosità?. Al ricatto
morale del bieco Pappalardo, si aggiungeva quello dei biechissimi autori del
programma: stai cacciando uno che ama gli animali. Se non detestassi chi ama
gli animali almeno quanto chi ama i bambini (poveri), forse mi sarei
lasciata commuovere. Se all’Italia libera e democratica fregasse qualcosa
dei dobermann forse Pappalardo sarebbe arrivato alla fine. O se solo ?
subito prima ? non ci fosse stata la domanda di Simona Ventura (?Quanto
prendi per una serata in discoteca??) e la risposta di Walter Nudo:
?L’ultima volta 1000 euro?. Un ventesimo di Luisa Corna. L’Italia libera e
democratica è una livella, e come tale ? non potendo abbassare le quotazioni
della Corna ? ha deciso di alzare quelle di Nudo.
***

Un sublime niente. Quello che i facitori dell’Isola non perdonano, a
Panorama, è lo spavento che il giornale ha causato. I giorni di panico.
Scriveranno che i concorrenti non vengono congelati, nei sette giorni fra il
decreto di espulsione e la ricomparsa in studio? Scriveranno che tornano dai
loro bambini, diamine, è tivvù, mica sequestro di persona, e che il
ricongiungimento in studio è solo una sceneggiata? Scriveranno che
Pappalardo lo sapeva, che sarebbe arrivata la moglie, che gliel’avevamo
detto per paura che in diretta desse troppo in escandescenze, poi lui si è
sbagliato e si è strappato l’auricolare e ha esultato un minuto prima che
lei comparisse e non ha avuto la prontezza di inventarsi una scusa tipo
?Simona tu non ci crederai ma mi era sembrato di sentire l’odore di Lisa? e
c’è stato un attimo di gelo ma tanto non importa? Un niente più sublime che
mai. Il ragazzino vorrebbe farsi una canna, la ragazzina flirta con un
operatore. Ordinaria prevedibilità. Quattro foto con teleobiettivo, e alcune
pagine di testo per descriverle. Era difficile farlo meglio, quell’articolo.
Era difficile cogliere il punto. Che se vuoi parlare di un programma che ha
tenuto la classe dirigente di questo paese incantata davanti al televisore
per trecentosessanta secondi mentre i sei deportati rimasti facevano la loro
prima doccia d’acqua dolce, ma con acqua sufficiente a bagnarsi solo per un
minuto a testa, se vuoi scrivere di quel niente sublime, allora devi entrare
nel gioco. Devi essere sublime come può esserlo solo il niente.

***
La doccia vincit omnia, ma ci sono stati altri momenti di storia della
televisione, in queste settimane.
?A Natale tutti insieme, eh?.
?O tutti e quattro o niente?.
Il rapper di Quarto Oggiaro.
La Chiappini con la zanzariera in testa che chiede al fidanzato rimasto a
Milano ?Ma mi ami ancora? (e sei giorni dopo torna in Italia e lo molla).
E, soprattutto, il tozzo di pane di Pappalardo.
Il tozzo di pane è il primo assaggio della sconfitta elettorale di
Pappalardo. Gli avevano strappato questo benedetto tozzo di pane, d’accordo:
era sempre uno di quei giochini ?un minuto per abbuffarsi?, il minuto era
scaduto e gli hanno tolto pane e prosciutto di mano. Al terzo giorno in cui
Pappalardo la menava con ’sta storia, non c’era donna in Italia che non lo
detestasse. Non c’era donna cui l’ossessivo rimuginare (rigorosamente a voce
alta) di Pappalardo su questo inaccettabile sopruso non ricordasse
l’ossessivo rimuginare del proprio marito allorché gli fu negata la
promozione o invalidato un gol al torneo aziendale di calcetto. Non c’era
donna che non compatisse Lisa, la povera donna costretta per dovere
coniugale a solidarizzare sorridente con Pappalardo. Il tozzo di pane di
Pappalardo è stato il tema ? per una settimana almeno ? di tutte le
registrazioni dell’Isola e di tutte le conversazioni fra spettatori. Una
settimana dopo Michele Serra, nel programma di Fabio Fazio, ha tenuto la sua
rubrica ?Segni della fine del mondo?. Fazio gli ha detto che il messaggio di
uno spettatore suggeriva che uno dei segni della fine del mondo fosse il
fatto che da una settimana si parlasse solo del tozzo di pane di Pappalardo.
Serra ha sorriso, si è detto disposto ad accogliere il suggerimento, ma era
chiaro che non sapeva di cosa si stesse parlando. La mente più lucida della
sinistra italiana impreparata sul tozzo di pane è il primo assaggio delle
sconfitte elettorali che ci toccheranno.

***

?A Natale tutti insieme, eh? e ?O tutti e quattro o niente? possono sembrare
slogan meno efficaci di ?un milione di posti di lavoro?, ma vanno inseriti
nel contesto.
La forza di Walter Nudo è il sensodicolpismo di tutti noi. Noi che quando
parlava al telefono con Elvis e Martin piangevamo. Per i bambini abbandonati
che siamo stati. Per i figli con cui non passiamo abbastanza tempo. Perché
abbiamo visto film lacrimevoli tutta la vita e sappiamo che quando entra in
scena il bambino bisogna piangere. ?A Natale tutti insieme, eh? è Debra
Winger che, sul letto di morte, dice al figlio che un giorno si ricorderà di
quando lei lo lasciava giocare invece di costringerlo a finire i compiti,
capirà che le voleva bene e rimpiangerà di non averglielo mai detto, siamo
noi che piangiamo davanti a ?Voglia di tenerezza? ? un po’ per il povero
bambino che non si meritava di avere una madre così stronza da fargli i
ricatti emotivi in punto di morte, un po’ per Debra Winger che sta pur
sempre morendo, un po’ per noi stessi, perché chi non ha il sospetto di non
aver detto abbastanza il proprio affetto a qualcuno finché si era in tempo
per farlo?
L’ascesa di Walter Nudo è avvenuta per esclusione: non perché lui fosse
niente di che, ma perché gli altri erano troppo stronzi. Non meraviglia che
? con la casuale eccezione di Maria Teresa Ruta ? nessuno di loro negli
ultimi anni avesse messo insieme un contratto retribuito: per essere gente
che di mestiere comunica sono veramente delle pippe di comunicatori. Come
hanno fatto a non capire che il paese avrebbe solidarizzato con il povero
Nudo, uno senz’arte né parte quanto gli altri ma incomprensibilmente
trattato come diverso dal gruppo? Come hanno fatto a fare così di tutto
perché noi simpatizzassimo con Nudo e poi a meravigliarsi dell’effetto da
loro stessi causato? E alla fine, come hanno potuto continuare a non capire,
a non vedere che mandando via quello yacht, dicendo che ?o tutti e quattro o
niente?, che lui da solo non avrebbe passato una notte da pascià lasciando i
suoi sodali digiuni sotto la pioggia, come hanno potuto apprezzare,
ringraziarlo, lodarlo, rivalutarlo, come hanno fatto a non capire che in
quel momento Nudo stava rinunciando a un niente (una notte al coperto in
compagnia di Giada de Blanck ? quale allegria) e in cambio di quel niente si
stava assicurando la vittoria? Come hanno fatto a non rendersi conto che
Nudo stava facendo di se stesso un essere superiore che si preoccupa del
benessere di coloro che l’hanno fin lì squallidamente vessato? Come hanno
fatto a non capire che il Nudismo sarebbe di lì in poi stato una lista
elettorale che non aveva bisogno di alleanze per vincere?

***

In un angolo chissà quanto remoto del cervello, lo sanno anche loro, che
?L’isola dei famosi? era il titolo sbagliato. ?I’m a celebrity, get me out
of here? (titolo dell’edizione inglese) era più ironico. ?L’isola di quelli
che furono famosi per un quarto d’ora troppi quarti d’ora fa? sarebbe stato
troppo lungo, certo, ma avrebbe reso di più l’idea. Lo sanno anche loro, se
ne rendono conto guardando gli altri, se non guardando loro stessi. Appena
ha avuto Susanna Afildicapezzolo in studio, Simona Ventura le ha rinfacciato
di aver detto a uno degli autori: ?Voglio fare della fiction: se ce la fa
Davide Silvestri, non vedo perché non dovrei farcela io?. Susanna Torretta
ha ragione. Sa di essere una celebrità di quarta classe in questo momento
dotata di una visibilità di prima classe, e quindi di avere quel demi-monde
in mano. Lo sanno anche loro, ma chissà se se ne fanno una ragione. Chissà
come si è sentita Carmen Russo l’altra sera da Vespa, quando la scheda che
la presentava ha scandito: ?Da Drive in all’Isola dei famosi? ? e sono
davvero pochi gli spettatori che non sanno che fra i due programmi sono
passati un paio di decenni, e chissà Russo nell’intervallo come ha pagato il
mutuo. La produzione dice che per la seconda edizione le candidature
abbondano. Io non sono così convinta. E’ vero che chi per campare inaugura
profumerie sa che il proprio cachet, con un bagno di visibilità del genere,
come minimo si decuplicherà. E’ vero che i demicelèbre che hanno assistito
alla prima edizione conoscono i numeri del successo, quelli che i
partecipanti non si sarebbero mai aspettati, e sanno di andare sì a
sputtanarsi, ma di fronte a parecchi milioni di persone. E’ vero che, se fai
quel mestiere lì (il mestiere di chi inaugura profumerie, di chi vuol essere
riconosciuto dal lattaio), per un programma di successo faresti qualunque
cosa. Ma è anche vero che, oltre alla quantità di pubblico, ora conoscono
anche la gravità dello sputtanamento. Sanno come ci si riduce, cosa ci si
sente dire al rientro, quanto si viene presi per il culo. Probabilmente la
produzione dice il vero: vorranno andarci lo stesso ? anzi, di più. A
Scherzi a parte continuano ad andarci da anni, no?

***

Modesta proposta di casting per la seconda edizione.
Rosanna Lambertucci.
Simona Izzo.
Francesca Senette.
Alessia Merz.
Marta Flavi.
Paolo Crepet.
Arturo Diaconale.
Pietro Maso.
Otelma.
Stefano Bettarini.

***

Chi glielo doveva dire, a Carmen Russo, che a vent’anni dalla sua maggior
gloria televisiva avrebbe avuto un’altra occasione. Chi glielo doveva dire,
che sarebbe finita addirittura a Porta a porta. Se va avanti così, finisce
che sale un gradino nella gerarchia dei famosi per la loro fama e la
prossima volta Vespa le fa fare addirittura una domanda a un
sottosegretario. Chi ce lo doveva dire, a noi, che dovevamo sentirci
inferiori. Perché alla fine questo ha certificato, l’Isola dei famosi: la
nostra inferiorità. Il minor numero di nozioni in nostro possesso. La nostra
impreparazione in materia di pop culture, settore ampio ma nel quale ci si
sentiva fin qui ferratissime. Poi è arrivato Walter Nudo, sull’Isola dei
famosi. E noi, che pure sapevamo che era lui, lo guardavamo nuotare e
gongolavamo all’idea che nessuno l’avrebbe riconosciuto, e ci sforzavamo di
ricordare una voce, una qualunque, del suo curriculum. E loro l’hanno
guardato, nell’acqua, col giubbotto salvagente e i capelli bagnati sugli
occhi, e hanno detto: ?E’ Walter Nudo?, e non è stato perché li avevano
avvisati, no, è stato perché nel loro ecosistema Nudo non è un corpo
estraneo (anche se di lì in poi hanno scelto di comportarsi come se lo
fosse). E’ per questo che di lì a poco, durante un litigio fra Carmen Russo
e Adriano Pappalardo, Nudo ha dato in escandescenze urlando che quel litigio
era indegno di loro: ?Due professionisti! Per me due miti!? ? e a nessuno
dei deportati è parso dicesse un’enormità. Siamo state noi, sciagurate, che
ne abbiamo riso. Ah ah. Pensa un po’. Uno che ha per miti questi qui. E non
sapevamo che, di lì a poco, avremmo scoperto di essere tali e quali a lui.

13.11.03

In guerra senza saperlo


di Marcello Sorgi - La Stampa


L’attacco al comando dei carabinieri di Nassiriya, con il più alto numero di perdite subito dall’Italia dal 1945 ad oggi, non è certo paragonabile all’11 settembre, tale è la sproporzione di mezzi, strategie e dimensioni, e tale la differenza tra vittime civili e militari. Eppure, come ha spiegato il generale Carlo Cabigiosu, già a capo delle nostre truppe in Kossovo ed ora al fianco della delegazione italiana in Iraq, ha per noi lo stesso significato: non solo un lugubre avvertimento, ma una dichiarazione di guerra.

Tutt’insieme l’illusione di una presenza moderata, umanitaria, solidale nel disgraziato teatro iracheno è finita davanti a quei corpi straziati dei carabinieri in divisa, di quei poveri soldati alla vigilia della licenza, di quel volontario, figlio di un alto ufficiale, che era andato ad accompagnare un regista che voleva vedere e girare da vicino le scene della nostra bontà, della nostra amicizia, della nostra tipica, riconosciuta e apprezzata indole caritatevole.

A ben vedere è proprio quel sogno che l’auto-bomba di Nassiriya ha infranto. L’idea degli «italiani brava gente» che, prima di animare una felice stagione di film neorealisti, ci aveva fatto sopportare, in guerra, la doppia occupazione tedesca - americana e il paese spaccato a metà, e per oltre un trentennio, nel dopoguerra, ci aveva evitato il peggio della prima ondata di terrorismo internazionale. Quel modo metà vaticano e metà andreottiano di convivere con la confusione araba dimostrando un tasso di ambiguità superiore, perfino, a quello mediterraneo dei nostri interlocutori. E ancora quel darsi di gomito, in un mix di furbizia e favori inconfessabili, che ci faceva chiudere un occhio sui missili di Gheddafi contro Lampedusa, o favorire la fuga da Sigonella dell’assassino Abu Abbas.

E’ con questo spirito che noi abbiamo aderito alla maggior parte delle missioni umanitarie di questi ultimi anni, dal Libano alla Somalia, dall’Algeria a Sarajevo, dal Kossovo a Timor Est. E lo abbiamo fatto - va detto - con convinzione e con buona fede, con grande professionalità, lasciando in giro tanta riconoscenza. Le immagini di quel che sappiamo fare le abbiamo viste e riviste, ieri, per un giorno intero in tv: soldati che distribuiscono cibo, che medicano, che giocano a pallone con i ragazzini, che parlano gesticolando, senza sapere le lingue ma facendosi capire.

Nelle missioni di pace, la nostra specialità, tutto ciò ha dato un buon risultato. Qualcosa di cui giustamente andiamo in giro orgogliosi, come risulta ormai dai sondaggi e come è dimostrato dal fatto che iniziative umanitarie o di peace-keeping sono state decise da governi di centrosinistra e centrodestra. Ma è esattamente questo che la bomba di Nassiriya ha cancellato, con un brusco richiamo alle alternative radicali e semplificate del mondo del dopo 11 settembre.

Così, la partecipazione morbida all’intervento in Iraq, la solidarietà «non belligerante» (com’è stata definita dal governo) con l’alleato Usa sono apparsi concetti troppo sofisticati per un terrorismo internazionale che alla fine guarda solo con chi stai. L’amicizia fin troppo sbandierata con il popolo iracheno non ha avuto valore per i commando di feddayn pro-Saddam, per i militari sbandati ma ancora armati, per la mafia in rotta del partito Baath. La copertura tardiva dell’Onu all’intervento, ottenuta finalmente con la seconda risoluzione un mese fa, è diventata un velo da squarciare. E adesso che il velo è caduto, la verità è davanti ai nostri occhi: l’Italia è entrata in guerra quasi senza accorgersene, senza capirlo, senza essere sicura di volerlo fino in fondo.

Strage a Nassiryah


Il Foglio

Colpiti i carabinieri italiani, colpito al cuore l’Iraq che collabora con gli stranieri per rinascere libero .
Nassiryah. Perché proprio i carabinieri? Il loro quartier generale, contro al quale ieri si sono andati a schiantare un camion e un’auto bomba provocando la morte di almeno 17 italiani e otto iracheni, si trova (come altre quattro basi italiane) nel centro di Nassiryah dove l’esposizione agli attentati è certo maggiore che nelle basi campali nonostante le imponenti misure di sicurezza che erano state prese dall’Arma e che includevano “muri” di ghiaia e cemento a protezione del cancello d’ingresso. I carabinieri sono inevitabilmente un bersaglio prioritario per i terroristi. Svolgono attività di controllo del territorio, antisommossa, prevenzione e antiterrorismo e soprattutto si occupano di arruolare, riorganizzare e addestrare la nuova polizia irachena. Nelle ultime settimane sono proprio gli iracheni delle forze di polizia a essere indicati dalla guerriglia come collaborazionisti e a essere al centro degli attacchi del terrorismo. Altra attività dell’Arma dei carabinieri, accanto alla lotta contro la criminalità e le azioni antisommossa, è il lavoro di intelligence e di controllo della sicurezza. La maggior parte dei carabinieri in Iraq fa parte della Seconda Brigata Mobile, costituita per far fronte alle operazioni all’estero e composta da veterani delle operazioni nei Balcani e in Somalia. Questi compiti hanno contribuito a rendere i carabinieri italiani un bersaglio ideale per i gruppi terroristici. Finora la zona di Nassiryah non era stata presa di mira, anche perché area a prevalenza sciita, quindi poco incline a rimpiangere Saddam Hussein, anche se proprio i carabinieri avevano sostenuto il primo scontro a fuoco del contingente italiano, nell’agosto scorso, con una banda di malavitosi. L’attacco di ieri potrebbe non essere opera dei gruppi fedeli all’ex rais ma pare un tipico attentato dei gruppi estremisti islamici legati ad al Qaida, condotto con la stessa tecnica impiegata per distruggere la sede dell’Onu a Baghdad e utilizzata per la prima volta da Hezbollah in Libano negli anni Ottanta per devastare i comandi statunitense e francese delle forze di pace. L’intelligence britannico da Bassora aveva segnalato già nei mesi scorsi l’infiltrazione di terroristi dai confini iraniani, mentre a Sud del settore italiano, dall’Arabia Saudita, si è avuta notizia dell’ingresso di militanti wahabiti in territorio iracheno alcuni dei quali recentemente intercettati con carichi di armi ed esplosivi dalle guardie di frontiera di Riad. Inoltre, secondo l’agenzia di stampa AdnKronos, un doppio allarme rosso, che avvertiva della minaccia di attentati contro obiettivi italiani a Nassiryah, sarebbe arrivato durante la notte precedente all’attentato dall’intelligence militare italiano, il Sismi, e persino dalla Cia. I sospetti e gli infiltrati La minaccia del terrore si sta allargando, da Baghdad gli attacchi si stanno espandendo anche in altre zone del paese, soprattutto dopo l’ultima risoluzione delle Nazioni Unite che ha internazionalizzato la questione irachena. Da allora sono stati colpiti non soltanto gli americani e i britannici, ma anche i polacchi, gli ucraini, perfino la Croce Rossa internazionale, e oggi i Carabinieri italiani, con un tragico bilancio. Obiettivo dei terroristi sembra essere chiaro: indurre gli organismi internazionali e i paesi alleati che sostengono gli anglo-americani a lasciare l’Iraq. Ci sono già i primi effetti. Portogallo e Bangladesh, hanno rinunciato a inviare i propri contingenti a seguito degli ultimi attentati, la Corea del Sud ha preso tempo mentre Onu e Croce Rossa hanno abbandonato Baghdad. Lo stesso attentato contro la base dei carabinieri conferma la presenza di cellule attive ben al di là del “triangolo sunnita” capaci di organizzare e condurre azioni su vasta scala. Un attentato del genere non può essere organizzato in breve tempo ed è stato certamente pianificato a lungo e in dettaglio. Un’ipotesi probabile è che a sostegno dei terroristi abbia giocato anche qualche infiltrato, come quelli che sono stati smascherati nei comandi militari statunitensi a Baghdad dopo gli ultimi attentati. Molti abitanti di Nassiryah lavorano a stretto contatto con i carabinieri e con il contingente italiano (poliziotti, interpreti, maestranze, eccetera) e dunque conoscono bene le basi dei nostri militari.

Ritirateli


di Rossana Rossanda - Il Manifesto

Si richiamino le truppe italiane dall'Iraq: questo dicono i corpi dilaniati dei militari e dei civili. E si richiamino oggi. Ogni giorno che passa quelli che restano sono esposti a una guerriglia più forte, organizzata e - chiunque sia a dirigerla ed è difficile che si tratti di un gruppo terrorista straniero - che ha l'appoggio evidente della popolazione. La guerra all'Iraq non l'abbiamo voluta. L'ha voluta l'amministrazione neoconservatrice americana. Non è stata autorizzata dalle Nazioni Unite. Non abbiamo alcun dovere di inviare un contingente italiano, né dell'esercito, né dei carabinieri, né alcuna ragione di tenervelo. E' stata, come avevamo scritto fin da quando ne gravava la minaccia e non occorreva essere profeti, un'impresa folle, preparata dagli Usa fin nei minimi particolari sotto il profilo dell'invasione e dello schiacciamento di un esercito in campo, e del tutto impreparata per la fase che sarebbe seguita. E ancor meno in vista di una guerriglia che forse, ripiegando sotto l'urto iniziale per la grandissima sproporzione delle forze, avrebbe potuto dispiegarsi dopo l'azione militare vera e propria. Come sta avvenendo.
Sappiamo dallo stesso New York Times che fra Pentagono e il Dipartimento di Stato, e al loro interno, molti militari ed esperti civili avevano messo in guardia i falchi, ma questi, i più stolidi che mai abbiano guidato gli Stati Uniti, hanno proceduto senza alcuna informazione sul paese reale e nella convinzione che le truppe americane sarebbero state accolte con giubilo e gli iracheni, liberati da Saddam Hussein, avrebbero tirato giù alcune statue del dittatore e sarebbero alacremente tornati al lavoro.
Non è stato così. Gli Usa non sono stati accolti come liberatori, ma come occupanti. E dopo giorni di saccheggi senza precedenti cui non si sono opposti, proteggendo ostentatamente soltanto il Ministero del petrolio, è cominciata una guerriglia ogni giorno più mirata. E chiunque sta con gli Stati Uniti o è venuto sotto le loro ali o è stato imposto da Bremer è considerato un occupante o strumento dell'occupante e quindi un bersaglio. Tutti, comprese le organizzazioni umanitarie prima non presenti, compresa la rappresentanza delle Nazioni Unite che ha patito la morte di Sergio Vieira de Mello e dei suoi collaboratori. E' una guerriglia nazionalista furibonda e crudele, che si serve di tutti i mezzi, attentati suicidi inclusi, e della quale non si vede la fine.
Per questo gli Stati Uniti chiedono ai loro alleati, dei quali si ricordano soltanto a posteriori, di mandare in Iraq delle truppe in modo da non essere i soli esposti alle pallottole. Si dice per compiti di pacificazione. Ma quale pacificazione? Li vogliono in funzione antiguerriglia. La linea della new strategy - colpire tutto un paese per abbattere un eventuale santuario di Al Qaeda - li ha indotti a metter fuoco al Medio oriente e ve li incastra. Nessun ordine regna nell'Iraq, come in Afghanistan, dove nessun ordine è tornato, imperversano i signori della guerra, le donne sono costrette al burqa come prima e in più torna a dilagare il papavero. Nessun problema di strutture politiche e sociali in Medio oriente né altrove può essere risolto da una guerra. Al contrario. Questa non può che scatenare il peggio.
Non è lecito al nostro governo incoraggiare su questa strada Bush, tantomeno sulla pelle dei soldati e dei carabinieri italiani. Non c'è segno che Washington abbia imparato qualcosa da quel che è avvenuto. Anzi, le ultime dichiarazioni di Bush non escludono che attacchi da qualche altra parte, chiedendo poi agli alleati di funzionargli da retrovia. E' il contrario di una politica e se l'Italia fosse amica degli Stati Uniti invece che ai loro ordini, oltre a ritirare i propri suggerirebbe a Bush di ritirare i suoi. Questo potrebbe fare il presidente Ciampi che ora lo incontra.
La retorica del lutto non serve a niente. I cocci ormai sono fatti e toccherà alle Nazioni Unite raccoglierli, impresa che appare sempre più dura ed esigerà tutt'altro approccio da quello di Bremer. Ma è l'unica che abbia un senso e offra, forse, una via di uscita.

L’ORA DEL DOLORE - POI TOCCHERÀ ALLA RIFLESSIONE


di Paolo Gambescia - Il Messaggero

IL TERRORE negli occhi, la morte nel cuore. L’Italia piange i suoi ragazzi caduti. E scopre una verità che solo i distinguo e le ipocrisie della politica nascondevano: in Iraq la guerra continua. E in guerra si muore. Le bombe, i kamikaze non distinguono divise né colori di bandiere. Le guerre non leggono negli animi e negli intenti degli uomini. Purtroppo non ci resta che il dolore e la pietà.
Per rispetto di quegli uomini caduti sul fronte di un conflitto infinito, che il terrorismo alimenta, si debbono mettere da parte opportunismi e speculazioni. Questo è il momento dell’unità. I morti sono i figli di tutti. Di chi questa guerra l’ha rifiutata e di chi questa guerra l’ha ritenuta inevitabile. Di chi si è schierato con gli Stati Uniti e di chi ha manifestato per le strade, con le bandiere multicolori alle finestre contro l’intervento armato per rovesciare il dittatore.
Arriverà il momento della riflessione e della discussione. Arriverà il momento di decidere se è giusto rimanere su quel fronte. Arriverà il momento dell’analisi e del confronto: abbiamo fatto, stiamo facendo tutto quello che è possibile perché l’Iraq, ora che non c’è più Saddam, torni agli iracheni, perché quel paese si avvii alla normalità e alla democrazia?
Arriverà il momento, ma proprio per non offendere quei ragazzi sarebbe sbagliato ora, sull’onda dell’emozione e dell’angoscia, di decidere se ritirare il contingente. Siamo andati con spirito di pace, la logica della guerra ha spezzato un’illusione: che si potessero prendere per mano donne e uomini, ombre in un paese distrutto, materialmente e spiritualmente, per accompagnarli verso un futuro sottratto al ricatto della paura. Ci siamo andati con questa convinzione. Ci sono andati con questa convinzione i nostri soldati senza chiedersi se la decisione presa dal Parlamento rispondesse a logiche e impegni politici. Per questo, adesso, dobbiamo loro rispetto.
Sembra che siano passati anni da quando gli animi si infiammavano nello scontro sulla decisione unilaterale degli Stati Uniti, sull’Onu tenuta ai margini delle scelte, sulla necessità che in Iraq arrivasse un esercito espressione della volontà globale di mettere fine al regime del dittatore sanguinario. Con la conquista di Bagdad e i proclami dell’amministrazione Bush sulla ”missione compiuta” gli animi si sono acquietati. Non il dibattito politico e il conseguente scontro. Dalla scena sono però scomparsi gli uomini. Gli attentati continuavano, gli americani morivano. Ma negli ultimi tempi sembrava che tutto ciò fosse semplicemente inevitabile e che si dovesse solo, purtroppo, allungare il rosario delle croci. Uomini come numeri. I numeri di una tragedia prevedibile a dispetto delle teorie sulle guerre lampo. E quando si entra in questa spirale, fatta una scelta bisogna andare fino in fondo costi quello che costi, è difficile ricordare che sotto le bombe e le macerie ci sono uomini.
Se rispetto per quei morti impone ora di non dividersi e di non strumentalizzare, rispetto per quei morti, per questi nostri morti, impone che non ci siano la legge dei numeri e il colore delle divise a dettarci scelte e comportamenti. Neppure lo schieramento di campo deve toglierci la lucidità. Essere amici degli Stati Uniti non significa per forza condividere ogni scelta di quell’amministrazione. Essere contro il terrorismo, battersi per sconfiggerlo, non comporta appiattimento su strategie che possono rivelarsi errate. L’impegno preso dal Parlamento può essere rivisto. Non per codardia, non perché la morte è entrata nelle nostre case e non la registriamo più solo sui teleschermi. Ma perché è giusto autonomamente valutare se le prime scelte sono state giuste, se il quadro militare e strategico è cambiato, se le condizioni imposte dalla politica internazionale hanno mutato la cornice entro la quale le decisioni furono prese. Maggioranza e opposizione hanno una occasione per dimostrare che l’utile di parte non può avere il sopravvento sempre. Sulle bare non si specula, ma le bare non possono neppure essere uno scudo per mettersi al riparo dalle critiche, per evitare una riflessione profonda sulle ragioni della guerra, sulla urgenza della pace, sulla necessità di non assistere inerti alle stragi. In Iraq, come altrove, in tante parti del mondo, muoiono soldati e muoiono civili, uomini e donne, bambini, tanti bambini. Ora, giustamente, ci preoccupa che il terrorismo possa arrivare dentro le nostre case. Ma se non ci impegniamo a costruire e difendere un ordine mondiale rispettoso dei diritti di tutti i cittadini del mondo, la paura non ci lascerà mai.

Il giorno dopo


di Furio Colombo - L'Unità

La frase più bella è di un generale dei Carabinieri che ha detto in televisione: «Abbiamo gli occhi pieni di lacrime». Ci vuole coraggio e umanità per dirlo in divisa, quasi le stesse parole della signora siciliana che aspettava il ritorno del marito carabiniere che invece non tornerà più. Poi il generale ha aggiunto: «E abbiamo il cuore pieno di rabbia». Qui la parola «rabbia» probabilmente vuol dire un immenso senso di impotenza e di frustrazione, un brancolare nella nebbia e nel vuoto, proprio mentre vorresti, a causa della gravità di ciò che è accaduto, non una consolazione impossibile ma un senso, una indicazione, un modo ragionevole per uscire dall’incubo.
La frase più ambigua e - forse involontariamente - più crudele, è di Wladimir Putin che più o meno ha detto, (Rai Due, 12 novembre ore 16): «Come vedete, questioni come quelle della Cecenia riguardano tutti». Rifiutiamo di seguire l’argomento di Putin per due ragioni: ci porterebbe a ricordare l’infelice, improvvisa approvazione italiana per la politica russa in Cecenia, appena due giorni fa. Ma sopratutto ci porterebbe verso un cratere nel quale le truppe americane e alleate in Iraq, nonostante le ripetute tragedie e il numero ormai molto alto di morti, non sono ancora cadute: sterminare, distruggere, tentare di fare terra bruciata e di rendere impossibile la vita degli occupati, sia i militanti che la popolazione, pur di vincere il terrorismo.
Come si sa, il risultato della macelleria russa, in Cecenia è zero. Peggio: sangue che porta sangue. Come si sa, democrazie come quella americana e quella inglese, che pure hanno guidato la guerra in Iraq, non potrebbero mai sopportare una soluzione cecena.
Ma in un momento come questo non conta la polemica, che diventa subito irrilevante. Conta essere accanto al dolore di madri e padri e spose e figli, specialmente figli bambini, travolti da una tragedia di cui né loro né noi sappiamo niente. Ognuno di noi possiede qualche frase per cominciare il discorso su quello che sta accadendo, nessuno sa come finirlo, compreso il presidente Bush, che ha dato il via a tutto con una grande sicurezza, con una batteria di certezze di cui, anche nel suo Paese, oggi non c’è più traccia. Certo non ce ne è fra i soldati americani in Iraq, che vediamo, nei telegiornali satellitari del mondo, aggirarsi per le strade di città e villaggi, armati come nel deserto, guardando una realtà indecifrabile in cerca di un nemico che non si conosce, non si identifica, non si vede. C’è un tentativo di far bene («riportare la democrazia») che continua a cadere nel vuoto sia a causa di un nemico misterioso che sfugge a ogni identificazione. Sia perché nessuno sembra avere disegnato una strada realistica che si possa percorrere un passo alla volta senza ricadere all’indietro. E se sono disorientati i soldati americani (ce lo dicono Newsweek, Time Magazine, l’eroe-soldato Jessica Lynch, la Cnn, gli editoriali del New York Times), come possono non esserlo soldati come i nostri carabinieri, che vengono da un Paese, da case e famiglie, dove tutti capiscono il senso di una missione di pace, ma quasi nessuno ha condiviso questo progetto di guerra?
Non dite che qui si separano le strade fra il brutale ma necessario realismo della storia e l’idealismo astratto di chi non vuol vedere lo spaventoso mondo di Saddam Hussein. Nel pieno del dibattito pace-guerra, nessuno ha voluto ascoltare un progetto che era certamente realistico ma è stato trattato come se fosse assurdo, e come tale accantonato da chi poteva sostenerlo. Era quello di Pannella e Bonino: cercare aiuto internazionale, sopratutto arabo, per esiliare Saddam Hussein, e dare il via, insieme con le Nazioni Unite, a un progetto di costruzione (in quel Paese non si può dire «ricostruzione») di un po’ di democrazia. La storia, adesso, sarebbe radicalmente diversa.
Inutile tornare indietro, inutile sognare (ma noi, su queste pagine abbiamo dato spazio e attenzione a quell’idea). Però una domanda si può rivolgere a tanti strateghi della televisione: non avete mai pensato che qualunque situazione, nella vita privata come in quella pubblica, deve seguire un piano e prevedere sia una normale soluzione nel tempo sia un’uscita di sicurezza? Non vi è venuto in mente che offrire soldati senza sapere niente della loro missione, dei loro pericoli e del loro destino è un gesto antico teatralmente esibito dai Re per conquistarsi vantaggi scambiandoli per vite senza valore?
Adesso quei soldati sono cittadini protetti da diritti civili. Il primo di questi diritti è di partecipare con tutti gli altri cittadini, a decisioni consapevoli. Qui, invece, nessuno di noi sa nulla. Non fra i cittadini, non fra i politici, non nei comandi, che sembrano altrettanto disorientati. Ci unisce il dolore, la solidarietà, il desiderio di essere vicini alle famiglie colpite, di proteggere chi si è salvato. Per il resto è buio. Qual è il piano, discusso con chi, approvato da chi? Dov’è la via d’uscita?
Leggete con attenzione la frase che segue: «Tentare di eliminare Saddam Hussein significa incorrere in un costo incalcolabile di vite umane. Catturarlo risulterebbe probabilmente impossibile. Noi saremmo costretti ad occupare Baghdad e a tentare di governare l'Iraq. No, lungo questo percorso non c’è via d'uscita. C’è invece la violazione dei nostri principi. Noi abbiamo cercato nei decenni di stabilire un modo di rispondere alle aggressioni senza diventare noi stessi protagonisti di aggressione. L’invasione dell'Iraq ci farebbe diventare una potenza di occupazione di una terra duramente ostile». È un brano del libro «A world Transformed» (Un mondo cambiato) scritto nel 1998, con la collaborazione dell’attuale ministro degli Esteri americano Colin Powell, dall'ex presidente degli Stati Uniti George H. Bush, il padre dell’attuale presidente Bush. È stato lui a dire (a predire) «lungo la strada dell’occupazione non c’è via d'uscita». Ma vale anche la non dimenticata frase di John F. Kennedy: «I disastri sono opera umana. Non c’è ragione di non pensare che altri esseri umani potranno trovare una soluzione».
Momenti terribili come questi possono scatenare fiumi di celebrazioni e discorsi. Oppure da vita ad un vero sforzo di tutti gli uomini e le donne di buona volontà per uscirne. Le Nazioni Unite, nonostante la valanga di disprezzo che è stata gettata su quella organizzazione esistono ancora. Il Consiglio di Sicurezza ha appena votato un primo documento utile. Si può lavorare insieme a salvare l’Iraq, ma anche la vita di coloro che dovrebbero restare per sempre a fare da truppe di occupazione in quel disgraziato Paese.
Per i politici che vedono la tragedia ma non hanno il potere (dai democratici americani a tutti coloro che, da sinistra e da destra, non hanno voluto la guerra in Europa) esiste adesso lo straordinario modello d’azione della «Intesa di Ginevra». Se i politici e intellettuali israeliani e palestinesi - al di fuori dei loro governi - sono decisi a tutto per fare la pace tra i loro due Paesi, perché non dovrebbero comportarsi nello stesso modo americani, europei e arabi, di una religione e dell’altra, pur di salvare vite, impedire stragi, finire l’occupazione e arginare il terrorismo? Forse è il momento di agire dei senza potere che vedono qualche metro più avanti, non cercano gloria e vogliono solo fermare la morte.

Il dolore e la politica


di Ezio Mauro - Repubblica

È IL giorno del dolore, per un Paese che si ritrova all?improvviso a contare i suoi morti di guerra, dopo l?ambiguità di parole e concetti che forse non hanno trasmesso agli italiani l?esatta percezione politica del nostro ruolo nella partita mondiale aperta in questo tormentato dopoguerra iracheno. Contiamo i morti, raccogliamo le loro storie di giovani soldati e ragazzi carabinieri cresciuti in tempo di pace e uccisi dal terrorismo iracheno, senza aver compiutamente elaborato – nella coscienza politica collettiva – la consapevolezza di essere in guerra.
Oggi lo sappiamo. E oggi, insieme con lo sgomento per la dimensione della strage, deve prevalere un senso di responsabilità collettiva non solo nel cordoglio per le vittime, ma nel sostegno al compito e al ruolo che i nostri soldati stanno svolgendo nell?Iraq liberato, e nella conferma che il terrorismo omicida non può intimidire una democrazia né dirottare le sue scelte.
Nessuna strumentalizzazione, dunque, perché non si fanno calcoli di parte davanti a una tragedia. Ma, nello stesso tempo, nessuna sospensione della politica. Perché c?è una logica perversa, e tuttavia politicamente facile da leggere, in ciò che è accaduto e continuerà ad accadere in Iraq. Proviamo a parlarne con animo oggettivo e responsabile, come vuole la gravità della giornata. La guerra e il suo trascinamento senza pace, dopo la caduta di Saddam Hussein, nascono da un attacco terroristico che ha colpito l?America, ma che è stato lanciato contro tutto l?Occidente. Le democrazie hanno non solo il diritto ma il dovere di difendere i loro cittadini e i loro valori – dunque se stesse – dalla sfida terroristica. Hanno però l?obbligo, come Repubblica ha sempre ripetuto in questi mesi, di difendersi restando se stesse: dunque rispettando il diritto internazionale, i sistemi di regolazione dei conflitti e gli organismi di garanzia, come le Nazioni Unite. La guerra in Iraq era sbagliata perché usciva da queste regole, sulle quali si regge il diritto e il concetto stesso di Occidente. Anzi: trasformava l?Occidente in un meccanismo di delega, con l?America di Bush che esercitava la forza fuori dal diritto, pretendendo di farlo in nome e per conto del mondo libero.
Queste scelte hanno diviso il nostro continente, tra vecchia e nuova Europa. E anche l?Europa più vecchia si è spaccata in due. Il governo italiano tra la cittadinanza comune europea da ricomporre e la partnership militare con gli Usa ha scelto questa seconda strada: fuori dall?Onu anch?essa, in una visione probabilmente coerente con l?immagine di neo-conservatore di complemento che a Berlusconi piacerebbe impersonare, non potendo contare né su una tradizione né su uno standard internazionale riconosciuto e riconoscibile. La guerra, com?era previsto, ha cacciato il dittatore, e questa è stata una vittoria per la democrazia. Il dopoguerra, com?era prevedibile, stringe i liberatori nell?assedio invisibile del terrorismo, un assedio che sembra senza fine.
Oggi, dopo che l?America ha chiesto aiuto all?Onu per tentare di ritrovare un controllo per il dopoguerra impazzito, l?Italia deve lavorare per riportare la politica al suo posto - accanto alla forza - nella crisi irachena, aiutando le Nazioni Unite a giocare un ruolo effettivo, gli iracheni a costruire un vero governo autonomo, l?Occidente a contare sui valori dell?Europa accanto a quelli dell?America. Cambiando strada, attraverso la politica.
È questo, a nostro parere, il modo più responsabile di rispondere al sacrificio dei soldati, perché non sia vano: chi parla di ritiro dei nostri uomini, dopo un attacco terrorista omicida, ideologizza il dopoguerra simmetricamente all?uso ideologico che Berlusconi ha fatto della guerra. Sapendo che il pantano iracheno riguarda oggi non solo l?America ma tutto l?Occidente: che non può lasciare campo libero al terrorismo, né tantomeno alla rivincita postuma di dittatori sconfitti.

IL LUTTO, L’ILLUSIONE


di Stefano Folli - Il Corriere della Sera

A Nassiriya, in fondo al cratere di una bomba micidiale, è morta l’illusione di un’Italia protetta dal terrorismo grazie a uno scudo misterioso. Il miracolo di Beirut, ai tempi della missione Angioni, non si è ripetuto. Non è bastata ai nostri soldati la cordialità verso la popolazione, non sono serviti i sorrisi, l’assenza di ogni arroganza, le armi leggere, le piccole attenzioni proprie di un certo stile, le medicine distribuite, il garbo verso i bambini e l’amicizia verso qualche ras locale. È stato inutile che i nostri coraggiosi Carabinieri stabilissero la loro guarnigione a ridosso del centro urbano, anziché in qualche remota località: quasi a voler riprodurre la tranquilla serenità di una stazione dell’Arma in un paese italiano. Gesti nobili e generosi, in sintonia con lo spirito di chi era andato in Iraq per portare pace e sicurezza, non certo per inseguire modelli tardo-coloniali. Ma il terrorismo non fa sconti e insegue logiche devastanti. Più viene da lontano, cellula assassina estranea al territorio e al suo tessuto civile, più colpisce con spietata indifferenza. I bambini iracheni dilaniati dalla stessa bomba che ha spezzato la vita di diciotto italiani sono un monumento all’indegnità morale del fondamentalismo. Restiamo sgomenti di fronte all’enormità del delitto, ma non sorpresi. Stupiti, semmai, che in Europa ci sia qualcuno (pochi, in verità) che rifiuta ancora di vedere la vocazione criminale dei fondamentalisti e la minaccia rivolta al mondo arabo moderato prima ancora che all’Occidente.
Diciotto vite: dodici Carabinieri, quattro soldati dell’Esercito, due civili. Militari d’Italia, volontari di una missione di pace di cui non ignoravano i rischi, spesso veterani di operazioni analoghe in Kosovo e altrove. Eroi moderni di un Paese che, purtroppo, oggi ha bisogno dell’eroismo di questi uomini semplici e determinati. Uomini che hanno speso il loro coraggio in Iraq al servizio di un’idea non facilmente definibile di patria, un’idea che non è quella dei loro nonni e neanche dei loro padri. È una patria intesa come adesione a una comunità sovranazionale di valori sui quali incombe la pressione del terrorismo.
Non è sempre facile riconoscerla e accettarla, questa comunità che va dagli Stati Uniti a Israele passando per l’Europa; e che abbraccia o dovrebbe abbracciare tanti Paesi derelitti, soffocati da satrapi simili a Saddam Hussein. L’Italia oggi s’inchina di fronte alle diciotto vite recise in Iraq, consapevole che la loro missione di pace è parte di una lotta più ampia alle forme di intolleranza violenta e destabilizzante.
Le parole del presidente Ciampi, sulla scaletta dell’aereo che lo portava a Washington nell’ora del lutto, hanno colto perfettamente il punto di fondo. Solo rafforzando, e non indebolendo i legami dell’Italia con i suoi alleati, si possono influenzare scelte che riguardano tutti, frenare l’America nei suoi errori e nei suoi fallimenti (che sono tanti), contare di più sulla scena internazionale. Cambiare quello che c’è da cambiare nella strategia generale. Coinvolgere le Nazioni Unite, trasferire appena possibile il potere a Bagdad a un governo indigeno. Non sappiamo se sarà sufficiente. Ma il dopoguerra iracheno di Bush si è trasformato in ciò che vediamo: un’altra guerra. Dovremo imparare a chiamarla con il suo nome.
I caduti di Nassiriya hanno dato la loro vita anche per questo e l’Italia non potrà dimenticare il loro sacrificio. Ieri il Parlamento ha scritto una pagina di grande dignità. Senza confondere i ruoli, la maggioranza e gran parte dell’opposizione hanno manifestato unite il loro dolore e la loro solidarietà alle forze armate. Soprattutto hanno escluso che il terrorismo possa spuntarla. Il ritiro delle truppe, oggi, sull’onda dell’offensiva di Nassiriya, equivarrebbe alla vittoria dei terroristi e di coloro che mirano a rimettere Saddam sul suo trono. E’ impensabile. Lo è per il governo e per buona parte del centro-sinistra.
L’Italia vive la sua tragedia. Mai così tanti caduti militari in una singola occasione dalla fine della Seconda guerra mondiale. E’ superato persino l’orrore di Kindu, i tredici aviatori massacrati in Congo l’11 novembre del ’61. Ma il Paese ieri ha dato il meglio di sé. Ha risposto con sobrietà e compostezza. E la maturità politica con cui il Parlamento ha reagito rappresenta un segno positivo di buon auspicio.

9.11.03

LA FESTA DEI DUE MURI
Alessandro Robecchi sul Manifesto

Alla presenza di illustrissimi intellettuali come Rosanna Lambertucci e Paolo Brosio, sotto l'attenta regia della signora Santanché e con la benedizione del gerarca-dance La Russa, Gianfranco Fini si appresta - oggi - a picconare un muro di cartone per ricordare che 14 anni fa è caduto il muro di Berlino. Contestualmente, il sindaco di Muggiò (Forza Italia) si appresta a cambiare nome a piazza Palmiro Togliatti, che diventa Piazza Nove Novembre '89 - Caduta del muro di Berlino. Si accompagnano alle celebrazioni del quattordicinale (che razza di anniversario sarebbe?) convegni, studi e tavole rotonde, con conseguente copertura mediatica. In tempi di condono edilizio, ricordare un muro che cade fa notizia.
La scenografia sarà, si spera, all'altezza. Come dice la Santanché, "ci rendiamo conto che la forma è anche sostanza". Quindi vedremo un tricolore molto grande e le bandiere degli stati appena ammessi nell'Unione Europea. E sentiremo la musica, compreso il Va' Pensiero, perché il muro di cartone verrà picconato a Milano e dare una gomitata alla Lega fa sempre piacere. Alla fine, sarà una toccante cerimonia, molto utile al signor Fini per avvicinarsi al suo sogno per nulla inconfessato, quello di succedere a Berlusconi a Palazzo Chigi. Ormai che Silvio è bollito lo dicono tutti, e Follini ci ha pure scritto un libro, dunque la sensazione è che manchi poco e che bisogna darsi da fare. Alla ricerca di vittorie da sbandierare, ecco dunque che torna buono il muro di Berlino, abbattuto (da altri, non dai fascisti italiani) quattordici anni fa: difficile trovare cose più recenti di cui la destra italiana possa vantarsi. Comunque sia, Gianfranco si deve arrangiare: non ha una casa editrice tutta sua e quindi non può dare alle stampe qualche libro sui crimini del comunismo e regalarlo in giro come fece Silvio. Ripiega dunque sulla performance della picconata virtuale al muro di cartone. Per accreditarsi davvero come statista, però, gli manca un tassello fondamentale: un viaggetto in Israele, dove da anni cerca di andare per dimostrare a tutti di essere uno statista, lacuna che sarà colmata tra breve.
Mentre gli ex-post-fascisti e i loro piccoli vip celebrano il fatidico quattordicinale, in molte città italiane volonterose associazioni pacifiste manifestano contro un altro muro - questa volta in costruzione - e cioè quel vergognoso serpentone in cemento che chiude i territori palestinesi in un ghetto senza uscita. Spiacevole coincidenza notata da pochi: mentre si gioisce per la caduta di un muro, si plaude alla costruzione di un altro muro, anche con argomentazioni strabilianti. Per esempio sostenendo che mentre quello della Ddr era un muro, quello di Sharon non lo è, è invece un argine per difendersi. Anzi (sentita con queste orecchie, giuro, sulle onde di una potente radio libera) "parlare di muro è antisemitismo, si tratta invece di una barriera di protezione, tanto è vero che gli israeliani non lo chiamano wall": una logica stringente. Ora, in vista del pensionamento (o del ricovero?) di Silvio, Fini cerca di comporre un rebus per solutori più che abili: picconare un muro già caduto e prepararsi a celebrarne un altro in costruzione, con la certezza che se non ti inchini davanti a Sharon non verrai mai accettato come statista di livello europeo, e al contempo ti terrai addosso l'etichetta di "fascista". Che il giochetto riuscirà non c'è alcun dubbio, dato che il cinismo e la doppiezza pagano sempre, specie nel ginepraio immorale delle giravolte politiche italiane. Semplicemente, come alle corse dei cavalli, bisogna puntare sul muro giusto: di quello "cattivo" e "comunista" si celebra la caduta con la banda, i vip e le telecamere; di quello "buono" si dice e pensa un gran bene, specie perché accettarlo è un passaporto per essere definitivamente accettato come democratico e non più come fascista. Un salto mortale carpiato con avvitamento e giravolta che strappa applausi anche tra le anime belle della sinistra riformista, che guardano a Fini addirittura con speranza e fiducia nel futuro. Il nostro, purtroppo.

7.11.03

Violante e Andreotti


di Giovanni Ferrara, 06/11/03
(dal sito di Libertà e Giustizia)

Della vicenda processuale concernente Giulio Andreotti non parlo, perché so soltanto quel che ne hanno scritto i giornali e perciò, come ogni buon cittadino dovrebbe fare, messe da parte le inclinazioni e valutazioni personali accolgo le sentenze della magistratura, di primo grado, d’appello e di Cassazione, quali che siano, assolutorie o di condanna. A differenza di parecchi avvocati, giornalisti e politici del centro-destra, non penso che le varie sentenze di condanna per violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti, per corruzione, concussione, concorso esterno in associazione mafiosa, aggiotaggio, eccetera, siano ingiuste e comuniste, mentre quelle che assolvono sono giuste e democratiche. In ipotesi, del tutto astratta, si potrebbe infatti sommessamente sostenere che vi sono sentenze assolutorie d’ ispirazione faziosa, come analoghe ve ne sono di condanna; ma a che pro?
Per quanto riguarda, invece, la vicenda della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Luciano Violante, che nel ’93 produsse la Relazione in cui appariva il nome di Giulio Andreotti, sono invece abbastanza bene informato, poiché di quella Commissione facevo parte fin dall’83 (presidenti Alinovi e Chiaromonte); e nella formulazione del testo riguardante Andreotti ebbi qualche parte. Come andarono le cose, l’ha brevemente ma in modo sostanzialmente esatto raccontato Clemente Mastella, il quale, con Pier Ferdinando Casini, che io ricordi, fu tra i democristiani più impegnati in prima persona nella delicata questione. Tanto per memoria, cito qui il passo della Relazione che oggi alcuni denunciano come inizio della “persecuzione” di Giulio Andreotti:
”par.64. Risultano certi alla Commissione i collegamenti di Salvo Lima con Cosa Nostra: egli era il massimo esponente in Sicilia della corrente democristiana che fa capo a Giulio Andreotti. Sulla eventuale responsabilità politica del senatore Andreotti derivante dai suoi rapporti con Salvo Lima, dovrà pronunciarsi il Parlamento”.
Aggiungo che in realtà, per capire bene le cose, bisognerebbe leggere tutta la Relazione, nella quale, per esempio, è ben spiegata la distinzione tra responsabilità penale e responsabilità politica, importante per comprendere l’andamento della vicenda e l’approvazione quasi unanime del documento – il primo, tra i tanti, che abbia affrontato col massimo possibile di chiarezza e concretezza, la questione cruciale del rapporto tra mafia e politica.
A sentire oggi le convulse e confuse proteste di molti, democristiani o socialisti allora, e berlusconiani oggi, la Relazione, e il particolare paragrafo “antiandreottiano”, furono in realtà, come ho accennato, la prima mossa d’un mostruoso intrigo politico guidato da Luciano Violante. Ma ciò è indubbiamente falso, non solo perché, se lo si voleva (e chi inclinava a volerlo, c’era, e come), in qualsiasi momento dei lavori della Commissione l’attività del Presidente poteva essere discussa e ostacolata, il che però, scontate le inevitabili tensioni, non avvenne; ma perché vicende di tale proporzione e portata, se pure gli uomini si danno da fare e la politica è sempre in fermento con le sue tattiche e strategie e lotte e alleanze, nel complesso procedono in virtù del dinamismo di situazioni che sovrastano i singoli e i particolari interessi.
Invece di strepitare tanto, bisognerebbe ricordarsi che i primi anni ’90 erano un tempo in cui già mille segnali indicavano che una grande crisi si stava aprendo, gli avvisi di garanzia cominciavano a fioccare, grandi posizioni cominciavano a declinare, grandi ambizioni(per esempio,il Quirinale)erano andate in fumo, strani e gravi sospetti emergevano e circolavano; per dir solo questo, la Relazione è del ’93, quindici anni prima era stato rapito e ucciso Aldo Moro, dieci anni prima s’erano scoperti gli elenchi della P2, un anno prima erano stati uccisi Falcone e Borsellino.
In un contesto storico del genere, attribuire l’inizio del declino politico di Giulio Andreotti, l’uomo da decenni tra i più potenti d’Italia, alle oscure mene di un parlamentare del PCI (d’un partito, del resto, sempre stato filo-andreottiano),per quanto capace, informato e sottile, è segno di quel modo assurdo di valutare gli eventi che deriva da un’ossessiva personalizzazione. Invero, la violenta e volgare polemica di questi giorni contro l’Opposizione e i suoi esponenti e giornali(L’Unità), non ha niente a che fare con la verità del passato, e l’attacco a Violante è solo una delle torbide manovre che inquinano un’ormai davvero troppo lunga stagione politica.
La vicenda fu assai più complessa, e certo non riducibile alle maligne scelte tattiche d’una persona o d’ un partito(o di correnti di partito, magari proprio della DC).
A quel tempo, come senatore, rappresentavo nella Commissione il Partito Repubblicano, alleato da sempre della Democrazia Cristiana, e nel mio partito ero di quelli che credevano fortemente nella necessità d’un forte impegno giudiziario e politico contro la mafia e i suoi inevitabili collegamenti politici locali e nazionali. Ebbene, quel che oggi posso dire con certezza è che, quando la stesura della Relazione cominciò, era ormai chiaro a tutti che i lunghi anni di lavoro portavano inevitabilmente ad una grave conclusione, difficile da trattare : la voce(in realtà, ben più d’una voce!) che a tutti i livelli politici e non politici circolava da sempre, che ambienti e personaggi democristiani anche di rilievo fossero compromessi con la Mafia, era purtroppo fondata, e pertanto non poteva essere ignorata in un documento ufficiale da consegnare al Parlamento, e dunque al Paese, da una commissione bicamerale politicamente e istituzionalmente responsabile. In particolare, la tragica sorte di Salvo Lima aveva riportato in primo piano il “problema Lima”, aleggiante da anni nell’atmosfera parlamentare, e il problema Lima evocava, inevitabilmente, un “problema Andreotti”.
Oggi si dimentica o si vuol dimenticare quale era il quadro politico d’allora, assai diverso dall’odierno. La questione Andreotti era inevitabilmente molto delicata. Non se ne poteva tacere, ma non si poteva andar oltre una certa misura, sia per l’oggettiva e riconosciuta impossibilità di certezza, sia per il personaggio in causa, di primissimo piano nella vita politica e istituzionale del Paese, sia, infine, per il peso politico del partito di cui Andreotti era uno dei massimi esponenti(forse addirittura il massimo); partito, la DC, col quale tutti dovevano fare i conti, collocato com’era da mezzo secolo al centro della vita nazionale.
Qualsiasi cosa ciascuno di noi pensasse del senatore Andreotti, quali che fossero le naturali tentazioni di approfittare dell’occasione per colpirlo – tentazioni certo presenti nelle forze politiche avversarie della DC, ma anche tra gli alleati della DC e, forse, soprattutto all’interno della DC stessa, abituata da sempre alle più aspre e spregiudicate lotte intestine - nessuno ignorava la gravità delle scelte e delle possibili conseguenze.
Che si dovesse in qualche modo inserire il “problema Andreotti” nel contesto d’una descrizione del fenomeno Mafia-Politica alla fine appariva evidente a tutti, ma anche difficile da accettare per i democristiani, pieni di comprensibile rispetto per Andreotti( e alcuni di loro, di leale e sincera fedeltà). D’altra parte, non era possibile varare la Relazione senza il voto democristiano; e, come ha ricordato Mastella, gli stessi democristiani non volevano, con l’aria che ormai tirava in Italia, dopo Capaci e Via d’Amelio, negare il loro voto ad una descrizione ed analisi del problema Mafia-Politica assai seriamente impostata. Però, devo dirlo, io non credo che fosse solo per opportunistico timore di apparire poco “antimafia” che la maggior parte dei democristiani inclinasse a votare, se possibile, la Relazione: io penso, invece, che tra di loro vi fossero non pochi ormai convinti che, amara e drammatica, fosse giunta finalmente l’occasione di sbarazzarsi d’un sospetto politico e morale che sapevano(al di là delle loro sempre sdegnate negazioni), giustificato e assai grave per il prestigio del loro partito, nonché condizionante gl’interni rapporti di potere. Molti di loro, e non dei minori, avevano l’aria di chi chiede ansiosamente d’esser aiutato a superare un passaggio pericoloso ma necessario ed utile.
Nessuno manipolò niente, il Presidente Violante, assai preoccupato, seguiva, com’era suo dovere, la vicenda; tra incontri, colloqui, confidenze, riflessioni, discussioni, noi cercammo un compromesso dignitoso per tutti e per la verità.
Le poche righe della Relazione sopra riportate, furono, appunto, il frutto di quel compromesso. Non fu facile farsi venire l’idea, e poi scriverla, ma infine vi si riuscì. I miei ricordi di quei giorni di grande tensione sono, passati dieci anni (e un’intera epoca storica), mescolati e spezzettati, ma ho ben presente il momento in cui – o Mastella o Casini, di ciò sono quasi certo – disse: “Lui ha accettato”.
In che consisteva il compromesso che aveva ottenuto l’indispensabile accettazione di Andreotti, è facile leggerlo nel testo: il “problema Andreotti” non è messo in diretto rapporto col “problema Mafia”, bensì col “problema Lima”, col che si faceva entrare Andreotti nel quadro dei rapporti Mafia-Politica, ma solo per via dei suoi legami con Lima; e d’altra parte, la Commissione riconosceva di non poter affrontare un tema così grave e lo rinviava al plenum del Parlamento, il solo organo fornito dell’autorità e sovranità necessaria.
In certe occasioni, le parole contano, e molto.Con quel paragrafo 64 della Relazione, il limite estremo delle possibilità politiche di quel particolare momento, era stato raggiunto ma non superato. Ma intanto, il nome di Andreotti, c’era, e ben chiaro: molti silenziosamente esultavano, ma a molti altri questo finale, nonostante la doverosa dissimulazione, non piacque per nulla. Capivano benissimo che nel più liscio dei modi un’era d’intoccabilità politica finiva e non solo per Andreotti, ma per la DC – poiché a suo modo il vecchio grande Ugo La Malfa aveva ragione, quando diceva “La DC è Andreotti”. E certi rancori, come s’intende dalle scomposte grida di questi giorni, non passano.
Il Presidente Luciano Violante? Quel che ricordo è che tirò un respiro di sollievo: la Commissione aveva seriamente rischiato di naufragare, ma non era affatto naufragata. Se nel frattempo lui stesse segretamente determinando, per telefono, da solo o con pochi intimi, il corso dell’intero sistema politico dell’Italia dell’ultimo decennio del Ventesimo Secolo, non lo so, ma mi sembra piuttosto improbabile.

6.11.03

EBOLI
Palasele, in località Serracapilli
8 novembre 2003
ore 14.00
manifestazione contro il condono e l'abusivismo edilizio


Hanno aderito: Sono intervenuti:
- AICCRE - Associazione dei Consigli dei Comuni e delle Regioni d'Europa Onofrio Spitalieri, Segretario generale Federazione Campania AICCRE
- ANCI - Associazione Nazionale Comuni d'Italia Leonardo Domenici - Presidente - Sindaco di Firenze
- ANCI - Associazione Nazionale Comuni d'Italia Bartolo D'Antonio Presidente Regionale Saverio Tramontano
- ARCI Nuova Associazione Suoni in libertà - Eboli Dario Amaltea - Presidente
- Associazione Arca - Eboli Vincenza La Padula - Presidente
- Associazione Astronave a pedali -Eboli Raffaele Leso - Presidente
- Associazione Bianchi Bandinelli
- Associazione Camici Allegri - Eboli Mario Esposito - Presidente
- Associazione Eboli Insieme Cosimo Petrillo - Presidente
- Associazione Eboli Musica Giuseppe Del Plato - Presidente
- Associazione giustizia e libertà Paolo Barbieri Presidente
- Associazione Oasi Equipe - Eboli Biagio Sica - Presidente - Liberato Santoro - Vice Presidente
- Associazione Palcoscenico Ebolitano Antonio Adinolfi - Presidente
- Associazione Verdi Ambiente e Società Walter Iannotti Segreterio Regione Campania
- Avviso Pubblico - Associazione Enti Locali contro le mafie
- Centro Culturale Studi Storici - Eboli Peppe Barra - Presidente
- CGIL Fausto Morrone Segretario provinciale
- CGIL Michele Gravano Segretario regionale
- CGIL - Funzione Pubblica Salerno Sabatino Parente Segretario provinciale
- CGIL -SPI Eboli
- CISL Segreteria provinciale
- CISL Pietro Cerrito Segretario regionale
- Città Plurale
- CNGEI - Gruppo Eboli 1 Maurizio Rapaccini - Presidente
- Comitato per la Bellezza
- Comune di Nocera Inferiore Alfonso Schiavo Assessore
- Comune di Adri (RO) Sindaco Sandro Spinello
- Comune di Agropoli (SA) Sindaco Antonio Domini
- Comune di Atena Lucana (SA) Sindaco Sergio Annunziata
- Comune di Bellizzi (SA) Sindaco Domenico Volpe
- Comune di Bellosguardo (SA) Sindaco Francesco Pepe
- Comune di Belluno Sindaco Ermano De Col
- Comune di Buccino Alfonso Amato assessore
- Comune di Buccino Alfonso Amato Assessore
- Comune di Caggiano (SA) Sindaco Angelomaria Crucci
- Comune di Campagna (SA) Sindaco Biagio Luongo
- Comune di Campora (SA) Sindaco Giovanni Gnarra
- Comune di Camporosso (IM) Sindaco Marco Bertaina
- Comune di Cannalonga (SA) Sindaco Luigi Pasca
- Comune di Carmagnola (TO) Sindaco Angelo Elia
- Comune di Casalbuono (SA) Sindaco Santino Barone
- Comune di Casaletto Spartano (SA) Sindaco Giacomo Scannelli
- Comune di Caselle in Pittari (SA) Sindaco Romeo Esposito
- Comune di Castiglione dei Genovesi (SA) Sindaco Alberto Vitolo
- Comune di Cava de' Tirreni Fortunato Palumbo, assessore alla repressione dell'abusivismo edilizio
- Comune di Celle di Bulgheria (SA) Sindaco Gino Marotta
- Comune di Centola (SA) Sindaco Giovanni Stanziola
- Comune di Certaldo (FI) Sindaco Andrea Campinoti
- Comune di Colliano (SA) Sindaco Antonio Tartaglia
- Comune di Contursi Terme (SA) Sindaco Salvatore Mastrolia
- Comune di Corciano ((PG) Il Sindaco
- Comune di Corleto Monforte (SA) Sindaco Nicola Auricchio
- Comune di Cuccaro Vetere (SA) Sindaco Simone Valiante
- Comune di Dormelletto (NO) Sindaco Clemente Mora
- Comune di Felitto (SA) Sindaco Donato Di Stasi
- Comune di Feltrino (BL) Sindaco Alberto Brambilla
- Comune di Furore (SA) Sindaco Raffaele Ferraioli
- Comune di Futani (SA) Sindaco Gerardo Aniello Rocco
- Comune di Giffoni Sei Casali (SA) Sindaco Rosario D'Acunto
- Comune di Giffoni Valle Piana (SA) Sindaco Ugo Carpinelli
- Comune di Gioi Cilento (SA) Sindaco Andrea Salati
- Comune di Laurito (SA) Sindaco Vincenzo Speranza
- Comune di Maranello (MO) Sindaco Giancarlo Bertacchini
- Comune di Minori (SA) Sindaco Giuseppe Lembo
- Comune di Mogliano Veneto (TV) Sindaco Diego Bottacin
- Comune di Monteforte Cilento (SA) Sindaco Rosario Sangiovanni
- Comune di Monticello Brianza (LC) Sindaco Mario Villa
- Comune di Nocera Inferiore Alfonso Schiavo Assessore
- Comune di Nova Milanese (MI) Sindaco Laura Barzaghi
- Comune di Novellara (RE) Sindaco Sergio Calzari
- Comune di Olevano sul Tusciano Sindaco
- Comune di Oliveto Citra (SA) Sindaco Carmine Pignata
- Comune di Ottati (SA) Sindaco Filippo Pugliese
- Comune di Perdifumo (SA) Sindaco Vincenzo Paolillo
- Comune di Perito (SA) Sindaco Silvio Baratta
- Comune di Petina (SA) Sindaco Federico Mansi
- Comune di Pisciotta (SA) Sindaco Aniello Mautone
- Comune di Pocenia (UD) Sindaco Sergio Anzile
- Comune di Pollica (SA) Sindaco Angelo Vassallo
- Comune di Pontassieve (FI)
- Comune di Pontecagnano Faiano (SA) Sindaco Ernesto Sica
- Comune di Racale Sindaco Errico Causo
- Comune di Ravello (SA) Sindaco Secondo Amalfitano
- Comune di Rofrano (SA) Sindaco Giuseppe Viterale
- Comune di Roma Sindaco Valter Veltroni
- Comune di Rovigo Sindaco Paolo Avezzù
- Comune di Rutino (SA) Sindaco Carmine Cortazzo
- Comune di Salerno Nicola Landolfo Capogruppo Consiliare Democratici di Sinistra
- Comune di Salerno Francesco Saverio Dambrosio Assessore all'Ambiente
- Comune di Salerno Sindaco Mario De Biase
- Comune di San Cipriano Picentino (SA) Sindaco Attilio Naddeo
- Comune di San Giorgio a Cremano (NA) Sindaco Ferdinando Riccardi
- Comune di San Mango Piemonte (SA) Sindaco Gaetano Napoletano
- Comune di San Mauro La Bruca (SA) Sindaco Gabriele Romanelli
- Comune di San Pietro al Tanagro (SA) Sindaco Enrico Zambrotti
- Comune di San Rufo Sindaco Giuseppe Marmo
- Comune di Sant'Angelo a Fasanella (SA) Sindaco Angelo Rizzo
- Comune di Sant'Arsenio (SA) Sindaco Donato Pica
- Comune di Sanza (SA) Sindaco Vittorio Esposito
- Comune di Scafati (SA) Sindaco Francesco Bottoni, Assessore provinciale al Turismo e Beni culturali
- Comune di Serre (SA) Sindaco Palmiro Cornetta
- Comune di Sicignano degli Alburni (SA) Sindaco Domenico Pizzicara
- Comune di Stella Cilento (SA) Sindaco Pietro Lisi
- Comune di Stio (SA) Sindaco Natalino Barbato
- Comune di Tramonti (SA) Sindaco Armando Imperato
- Comune di Urbania (PS) Sindaco Giuseppe Lucarini
- Comune di Valle dell'Angelo (SA) Sindaco Salvatore Iannuzzi
- Comune di Vallo della Lucania (SA) Sindaco Antonio Sansone
- Comune di Vietri (SA) Sindaco Cesare Marciano
- Democratici di Sinistra On. Giuseppe Soriero, Vice responsabile Dipartimento Regioni e Autonomie Locali Democratici di Sinistra
- Democratici di Sinistra On. Pierluigi Bersani, componente X commissione parlamentare Attività produttive, commercio e turismo
- Democratici di Sinistra On. Vincenzo De Luca: vice presidente Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse
- Democratici di Sinistra Sen. Giuseppe Maria Ayala - membro della Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno mafia, Magistrato, Consigliere di Cassazione
- Democratici di Sinistra Antonio Biscardi - Segretario Sant'Agata de' Goti
- Dott. Luca Tescaroli Sostituto Procuratore a Roma, è stato Pubblico Ministero nel processo per la strage di Capaci
- Federazione Nazionale dei Verdi On. Alfonso Pecoraro Scanio Presidente
- Federazione Provinciale dei Verdi Silvana Rocco - Portavoce Verdi di Battipaglia
- FENEAL UIL Vincenzo Ciancio Segretario provinciale
- Fondazione Antonio Iannello Per la tutela del patrimonio storico, artistico e paesaggistico
- Gioventù Francescana -Eboli Adolfo Fulgione - Presidente
- Greenpeace
- Gruppo Verdi per Salerno Gerardo Calabrese - Portavoce Verdi di Salerno
- IPASVI: collegio Infermieri Professionali Assistenti Sanitari e Vigilatrici d'Infanzia Cosimo Cicia - Vicepresidente collegio provinciale Salerno
- Istituto Nazionale di Urbanistica
- Italia Nostra Gaia Pallottino, Segretario generale
- La Margherita Sen.Giuseppe Scalera, coordinatore regionale
- La Margherita Vincenzo Marrazzo, vicecoordinatore provinciale di Salerno
- La Margherita Sen. Antonio Guerritore, Presidente Salerno Sviluppo
- La Margherita -DL -U Sen.Roberto Manzione Vicepresidente Commissione d'inchiesta sull'inquinamento del fiume Sarno, membro della Commissione d'inchiesta sul fenomeno mafia
- La Margherita- Dl- Ulivo On. Tino Iannuzzi componente 8^ commissione parlamentare: Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici; componente commissione parlamentare consultiva per l'attuazione della riforma amministrativa
- Lega delle Autonomie Locali Oriano Giovannelli, Presidente, Sindaco di Pesaro
- Lega delle autonomie locali Nando Morra - Gaetano Saporito - Stefano Vetrano
- Legambiente Michele Buonomo Presidente Regionale
- Legambiente Area vesuviana Pasquale Raia presidente
- Libera - Associazione contro le mafie don Luigi Ciotti - Presidente
- Liberart - Eboli Pasquale Ciao - Presidente
- On Gianni Mattioli Ministro per le Politiche Comunitarie nel Governo Amato
- On. Vincenzo Cerulli Irelli Ordinario Diritto Amministrativo nell'Università La Sapienza di Roma; ex Presidente Commissione Parlamentare Bicamerale per la riforma costituzionale
- Partito dei Comunisti Italiani On. Oliviero Diliberto Segretario
- Partito della Rifondazione Comunista Segreteria Nazionale
- Partito della Rifondazione Comunista Lorenzo Forte, Capogruppo consiliare di Salerno
- Partito della Rifondazione Comunista Roberto Musacchio Responsabile Nazionale Ambiente e Vertenze
- Partito della Rifondazione Comunista On. Nichi Vendola, componente dell'8^ commissione parlamentare permanente Ambiente, Territorio, Lavori pubblici
- Partito della Rifondazione Comunista Sen. Tommaso Sodano - Membro della commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno mafia
- Partito della Rifondazione Comunista Sen. Luigi Malabarba - membro della 11^commissione parlamentare permanente Lavoro e previdenza sociale
- Pro Loco Città di Eboli Vito Vecchio - Presidente
- Provincia di Napoli Pasquale Sommese, Assessore all'Urbanistica
- Provincia di Napoli Marcellino D'Auria, Assessore Protezione Civile
- Provincia di Napoli Francesco Duraccio, consigliere, presidente del Distretto industriale n.6
- Provincia di Napoli Pasquale Simeone, Consigliere Provinciale, presidente del Consiglio Comunale di Ercolano
- Provincia di Rovigo Federico Saccarin Presidente
- Provincia di Salerno Alfonso Andria Presidente
- Provincia di Salerno Rocco Marchese, Presidente del Consiglio Provinciale
- Provincia di Salerno Giovanni Tarantino - Assessore alle Risorse umane e all'informatizzazione
- Regione Campania Antonio Bassolino Presidente
- Regione Campania Vincenzo Aita Assessore all'Agricoltura e Foreste Regione Campania
- Regione Campania Raffaele Petrone, Presidente Commissione Regionale Ambiente
- Regione Campania Vittorio Nolli - Gruppo Consiliare PdCI
- Regione Campania Andrea Cozzolino - Consigliere Regionale
- Regione Campania Marco Di Lello - Assessore Regionale all'Urbanistica
- Regione Toscana Alessia Petraglia - Consigliere Regionale DS
- Salute & Ambiente Vincenzo Maddaloni - Coordinamento provinciale
- Sindacato Unitario Lavoratori Polizia Municipale - SPPL Gelsomino Bottiglieri Segretario Provinciale
- Sinistra Ecologista On. Fulvia Bandoli Responsabile Settore Ambiente
- Soprintendenza ai Beni Ambientali, Architettonici, Artistici, Storici di Salerno
- UIL Riccardo Fiore Segretario provinciale
- UIL Paolo Pirani Segretario Confederale
- UNCEM - Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani Enrico Borghi Presidente Nazionale
- UNCEM - Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani Donato Curari Presidente Regionale
- Università di Pisa Luciano Bardi
- Università di Salerno Enrico Melchionda - Dipartimento di Sociologia e Scienza della Politica
- Università di Salerno Francesco Amoretti
- Università di Salerno Salvatore Casillo
- Università di Salerno Enrico Rebeggiani
- Università di Torino Alessandro Casiccia
- Università di Torino Alfio Mastropaolo
- Università Federico II - Napoli Rosanna De Rosa
- Università Federico II - Napoli Loredana Mariniello
- Università Statale - Milano Federico Petrangeli
- UPI - Unione Province Italiane Enrico Pennella
- WWF
- On.le Walter Veltroni
- On.le Oliviero Diliberto
- On.le Giuseppe Ayala
- Gruppo Senato Rifondazione Comunista
- ANCI
- Legambiente sulle ecomafie
- Justo Lacunzabalda
- Vezio De Lucia
- Gian Antonio Stella
- Gianluigi Pegolo
- Niccolò Carratelli
- Tino Iannuzzi
- Maria Luisa Albano
- Andrea Cozzolino
- Comune di Novellara
- Comune di Camporosso
- Comune di Camporosso
- Ulivo per Eboli
- Camera del Lavoro Territoriale Salerno
- INU
- Comune di Corciano
- SPPL
- Gruppo Verdi per Salerno
- UNCEM
- Carmine Pirozzi
- Ebolitana orgogliosa di esserlo
- Oreste Mottola
- DS - CI - VERDI - PRC Scafati

L'invito del Sindaco di Eboli Gerardo Rosania

Il sistema delle autonomie, con l'ultima finanziaria, esce particolarmente colpito, sia sotto l'aspetto del ruolo e delle funzioni degli Enti Locali che subiscono scelte sulle quali non hanno potuto neanche far valere la propria opinione, sia sotto l'aspetto dell'autonomia finanziaria, penalizzata fortemente, tanto da mettere in discussione la nostra capacità di fornire servizi in risposta alle esigenze che vengono espresse dal territorio. Taglio dei trasferimenti, blocco delle assunzioni, patto di stabilità ecc. sono tutti elementi che mettono in crisi la nostra possibilità di intervento.

Una delle imposizioni più inaccettabili è, indiscutibilmente, quella del Condono Edilizio, previsto nel maxi decreto che accompagna la finanziaria.

Viene messa in discussione la possibilità dei comuni di governare e programmare l'utilizzo e lo sviluppo del proprio territorio attraverso strumenti quali i Piani Regolatori; viene vanificata la battaglia per
l'affermazione di una cultura della legalità, per la quale tante amministrazioni comunali sono in trincea quotidianamente, ridando spazio e vigore a quell'industria illegale del "mattone selvaggio" in cui fortissima è la presenza della criminalità organizzata;

Viene caricato l'Ente Locale di insostenibili oneri legati alle urbanizzazioni da realizzare per servire le abitazioni "legalizzate", a fronte di entrate misere ed incerte;

Viene pericolosamente colpita quella grande risorsa rappresentata dal suolo, dall'ambiente che tanti comuni hanno teso a salvaguardare e a valorizzare in questi anni, sia per la piena affermazione di una cultura di rispetto dell'ambiente, sia guardando ad uno sviluppo turistico del proprio territorio;

Il livello locale del sistema istituzionale viene pericolosamente espropriato della propria autonomia in spregio alle nuove disposizioni costituzionali, riaffermando una pericolosa logica centralistica.

Diventa indispensabile una risposta forte di tutti i comuni, indipendentemente dalla colorazione politica, per fermare il condono edilizio.

Per questo l'Amministrazione Comunale di Eboli (che negli anni passati è stata protagonista di una grande battaglia contro l'abusivismo edilizio con la demolizione, in area demaniale, di oltre 400 costruzioni abusive che, con le nuove norme oggi sarebbero condonate), ha proposto una grande manifestazione unitaria, cui partecipino Regioni, Province, Comuni, Comunità montane, Forze Politiche, rganizzazioni Sindacali, Associazioni ambientaliste, culturali, cattoliche e laiche, Ordini Professionali, Enti territoriali ecc. per far crescere una netta opposizione a questa scelta del condono edilizio.

L'idea era di tenerla il 25 ottobre, ma l'accavallamento dello sciopero generale indetto unitariamente dalle Organizzazioni Sindacali richiede necessariamente uno slittamento della data che può essere stabilita per l' 8 novembre 2003 qui ad Eboli con concentramento alle ore 14.00 presso il Palasele, il nostro Palazzetto dello Sport.

Ti aspetto pertanto in forma ufficiale all'iniziativa.

Il Sindaco di Eboli
Gerardo Rosania

5.11.03

Crocifisso: la sentenza ufficiale del giudice dell'Aquila


TRIBUNALE DI L'AQUILA
IL GIUDICE DESIGNATO
letti gli atti e i documenti di causa, a scioglimento della riserva di cui al verbale dell'udienza del 15 ottobre 2003, ha pronunciato la seguente
ORDINANZA
nel procedimento iscritto al n. 1383/2003 del Ruolo Generale degli Affari Contenziosi di questo Tribunale
tra
Smith Adel, in proprio e quale esercente la potestà genitoriale sui minori Sxx Axx e Sxx Kxx, elettivamente domiciliato in L'Aquila, via -------, presso lo studio dell'Avv. Dario Visconti, che lo rappresenta e lo difende per procura apposta a margine del ricorso;
- ricorrente -
e
ISTITUTO COMPRENSIVO DI SCUOLA MATERNA ED ELEMENTARE DI NAVELLI, in persona del Dirigente scolastico Pro Tempore, domiciliato e ex lege in L'Aquila, ------------ , presso l'Avvocatura distrettuale dello Stato, che lo rappresenta e difende ai sensi dell'art. 1 del R.D. 30 ottobre 1933, n. 1611 (giusta circolare ministeriale n. 36 - prot. n. 8596/DM)
- resistente -
e
MINISTERO DELL'ISTRUZIONE, DELL'UNIVERSITA' E DELLA RICERCA, in persona del Ministro pro tempore, domiciliato e ex lege in L'Aquila, -------------- , presso l'Avvocatura distrettuale dello Stato, che lo rappresenta e difende ai sensi dell'art. 1 del R.D. 30 ottobre 1933, n. 1611;
- resistente -
FATTO
Con ricorso e art. 700 c.p.c., Adel Smith, in proprio e quale esercente la potestà sui figli minori Axxx Sxxx e Kxxx Sxxx, premesso che:
- lo stesso, cittadino italiano, risiede in Ofena insieme alla propria famiglia, i cui componenti professano tutti la religione islamica;
- in occasione dell'inizio dell'anno scolastico ha potuto constatare che nei locali della Scuola materna ed elementare statale "Antonio Silveri" di Ofena, in cui si svolge l'attività didattica cui partecipano anche i figli dello stesso, vi è esposto il crocifisso, simbolo con valenza religiosa riferibile soltanto a coloro che professano la religione cristiana;
- autorizzato dalle maestre, il ricorrente ha affisso anche un quadretto riportante un versetto della Sura 112 del Corano, che è stato però rimosso il giorno successivo su disposizione del dirigente scolastico;
- il permanere dell'affissione del solo crocifisso costituirebbe lesione delle libertà di religione e di uguaglianza, costituzionalmente tutelati, tanto del ricorrente quanto dei figli minori, ponendosi peraltro in contrasto con il principio di laicità della Repubblica italiana affermato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 203 del 1989, che peraltro qualifica lo stesso come (principio supremo dell'ordinamento costituzionale);
ha domandato in via cautelare d'urgenza la rimozione del crocifisso dalle aule della scuola statale materna ed elementare frequentata dai suddetti figli minori.
Fissata l'udienza di comparizione personale delle parti, si sono costituiti tanto l'Istituto comprensivo di scuola materna ed elementare di Navelli, circolo didattico cui appartiene la Scuola materna ed elementare "Antonio Silveri" di Ofena, quanto il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, rappresentati e difesi dall'Avvocatura distrettuale dello Stato, i quali:
- preliminarmente, in rito, hanno eccepito la nullità del ricorso per aver agito il solo Smith per entrambi i figli minori, laddove l'art. 320 c.c. prescrive che la rappresentanza legale spetta congiuntamente ad entrambi i genitori;
- in via subordinata al mancato accoglimento di detta eccezione di nullità, hanno eccepito il difetto di giurisdizione dell'autorità giudiziaria ordina ria per essere la questione oggetto del ricorso in esame devoluta dall'art. 7 della L. 21luglio 2000, n. 205 alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo;
- in via ulteriormente subordinata, hanno eccepito la nullità del ricorso per la mancata indicazione della domanda che il ricorrente intenderebbe proporre con l'instaurando giudizio di merito e, comunque, il difetto di irreparabilità del danno non solo per quanto attiene al ricorrente in proprio, ma anche in relazione ai figli minori (di sei e quattro anni), che non sarebbero suscettibili in ragione della loro tenera età di patire il danno lamentato;
- nel merito, hanno affermato che nell' dei principi costituzionali, giuridici, di costume e della sensibilità sociale, non può negarsi che (tuttora permanente nella coscienza dei singoli e dei popoli la considerazione comune e universale di un principio di trascendenza superiore in cui tutte le religioni e tutti i credo anche laici, pur nelle diverse forme, confluiscono), principio che giustificherebbe, unitamente a quanto più volte affermato dalla Corte costituzionale in relazione alla tutela penale della religione cattolica, la permanenza del crocifisso nelle aule scolasti che;
ha concluso per il rigetto del ricorso.
All'udienza di comparizione personale delle parti del 15 ottobre 2003, sentito personalmente il ricorrente e discusso il ricorso dai procuratori delle parti, questo Giudice si è riservato di provvedere.
DIRITTO
1. Preliminarmente, devono esaminarsi le eccezioni di nullità del ricorso formulate dai resistenti.
1.1. Quanto all'eccezione di nullità del ricorso per non essere stata indicata la domanda che il ricorrente intenderebbe proporre nell'introdurre il giudizio di merito ai sensi dell'art. 669-octies c.p.c. in caso di accoglimento del ricorso, ad avviso di questo Giudice, la stessa non è fondata.
A ben vedere, infatti, le conclusioni rassegnate con il ricorso costituiscono chiaramente la domanda che il ricorrente intende proporre con l'instaurando giudizio di merito, ossia la condanna dell'Istituto scolastico alla rimozione del crocifisso dalle aule frequentate dai figli del ricorrente. Con le stesse si richiede, infatti, anche la condanna alle spese della contro-parte: orbene (cfr. pag. 30 del ricorso), sicché è di tutta evidenza come non possa trattarsi della domanda cautelare: come noto, in caso di procedimento cautelare ante causam, il giudice deve provvedere sulle spese dello stesso solo laddove rigetti il ricorso (art. 669-sep comma 2, c.p.c.).
E' la cautela richiesta, piuttosto, ad essere contenuta nella narrativa del ricorso stesso, e in particolare nell'ultima parte dello stesso (cfr., in particolare, pag. 29), da cui si evince - peraltro, con tutta chiarezza - come il ricorrente invochi in via anticipatoria la rimozione del crocifisso dalla aule in parola.In verità, anche laddove non si voglia condividere quanto ritenuto da questo Giudice al riguardo, parimenti l'eccezione non potrebbe essere accolta.
Vero è che, tanto in dottrina quanto in giurisprudenza, si è ritenuto che è affetto da nullità il ricorso cautelare ante causam che non indichi la do manda che verrà fatta valere con l'instaurando giudizio di merito (cfr. Trib. Napoli, ord. 30 aprile 1997, in Foro it., 1998, 270; Pret. Vigevano - Sez. dist. Mortara, ord. 1° agosto 1995, ivi, 1996, I, 1864; Trib. Potenza, 29 marzo 1995, in Giur. merito, I, 405; per alcuno, il ricorso dovrebbe addirittura indicare petitum, causa petendi e conclusioni:
cfr. Pret. Alessandria, ord. 16 marzo 1993, in Giur. it., 1993, I, 775, che ritiene altresì trattarsi di nullità insanabile, perché siffatto ricorso non sarebbe in grado di raggiungere lo scopo che gli è proprio, ossia il collegamento teleologico tra domanda cautelare e do manda di merito), ma si è prontamente escluso che l'onere di indicazione della domanda dell'instaurando giudizio di merito richieda un'analitica e necessariamente ben distinta formulazione delle conclusioni di merito. E ciò soprattutto laddove si consideri - come rilevato in dottrina - che la disciplina del rito ordinario di cognizione consente all'attore di integrare o precisare la domanda nel corso dell'istruttoria (art. 183, comma 5, c.p.c.).
Deve affermarsi, pertanto, l'ammissibilità del ricorso che contenga anche in modo implicito, ma inequivocabilmente, l'indicazione della do manda di merito (cfr. Trib. Trani, ord. 16 gennaio 1997, in Foro it., 1998, I, 2017; Trib. Nocera Inferiore, 1° agosto 1995, in Giur. iL, 1996, I, 238). Sicché nel caso in esame, in cui è inequivocabile che la domanda di merito sia la condanna della scuola pubblica a rimuovere il crocifisso dalle aule frequentate dai figli minori del ricorrente, non sussisterebbe comunque nullità alcuna del ricorso.
1.2. Parte resistente ha eccepito, inoltre, quanto alla cautela invocata da Adel Smith quale esercente la potestà sui figli minori, la nullità del ricorso in quanto proposto da un solo dei genitori, laddove l'art. 320 c.c. prevede la regola della rappresentanza congiunta dei genitori che esercitano la potestà sui figli minori.
Non ignora questo Giudice che si è ritenuto da parte di alcuno in dottrina che, quando sia promossa un'azione dei confronti di un minore, l'atto di citazione debba essere rivolto - a pena di invalidità (sanata dalla costituzione di entrambi) - ad entrambi i genitori, in quanto la rappresentanza del minore spetta agli stessi congiuntamente.
Nel caso in esame, però, viene in rilievo non il profilo passivo di un rapporto processuale, ma l'esercizio dell'azione giudiziale in nome e per conto dei figli minori, fattispecie in relazione alla quale la giurisprudenza ritiene che, laddove non siano destinate ad incidere sul patrimonio del minore, non sia necessario l'esercizio con giunto da parte di entrambi i genitori (oltre alla preventiva autorizzazione del giudice tutelare)
(in tal senso, alcune pronunce in materia di impugnazione davanti al giudice amministrativo proprio di provvedimenti dell'amministrazione scolastica: cfr. T.A.R. Lombardia, 9 giugno 1986, n. 284, in T.A.R, 1986, I, 2827; T.A.R. Abruzzo, Sez. Pescara, 10 maggio 1985, n. 157, in T.A.R, 1985, I, 2492; T.A.R. Calabria, Sez. Reggio Calabria, 13 dicembre 1984, n. 287, in T.A.R, 1985, I, 742).
La proposizione di una domanda giudiziale, anche cautelare, non de ve essere necessariamente proposta da entrambi i genitori, benché la potestà genitoriale sia normalmente congiunta, per di più laddove - come nel caso all'esame di questo Giudice - si tratta di richiesta di provvedimento d'urgenza e, comunque, privo di incidenza sulla sfera patrimoniale dei minori e volto piuttosto ad ampliare la sfera giuridica soggettiva degli stessi, che si assume compressa nel suo pieno esplicarsi.
2. Esclusa la nullità del ricorso introduttivo, questo Giudice deve esaminare l'eccezione di difetto di giurisdizione dell'autorità giudiziaria ordinaria, poiché - secondo l'assunto difensivo dei resistenti - la presente controversia rientrerebbe nella giurisdizione esclusiva sancita dall'art. 33 del D. Lgs. 31 marzo 1998, n. 80, così come modificato dall'art. 7 della L. 21 luglio 2000, n. 205, per «tutte le controversie in materia di pubblici servizi» tra cui, in particolare, ai sensi della lettera e) del comma 2 di detta disposizione, quelle «riguardanti le attività e le prestazioni di ogni genere, [.] rese nell'espletamento di servizi pubblici, ivi comprese quelle rese nell'ambito [.] della pubblica istruzione».
Benché, ad avviso di questo Giudice, sia necessario tenere distinta la domanda - cautelare e di merito - proposta dal ricorrente in proprio e quella proposta dallo stesso quale esercente la potestà genitoriale sui figli minori, ciò non di meno comunque l'eccezione non è fondata e deve affermarsi la giurisdizione dell'autorità giudiziaria ordinaria adita.
La lettera e) del comma 2 dell'art. 33 suddetto, infatti, prosegue escludendo espressamente dalla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo i «rapporti individuali di utenza con soggetti privati» e le «controversie meramente risarcitorie che riguardano il danno alla persona». Orbene, proprio considerando tali espresse esclusioni dall'ambito di estensione della giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo nella materia dei servizi pubblici, procedendo alla qualificazione della domanda - rilevando a tal fine non il contenuto dei provvedimenti d'urgenza richiesti, bensì l'azione di merito che si intenda intraprendere, rispetto alla quale la cautela invocata si pone come strumentale - deve ritenersi sussistere la giurisdizione del giudice ordinario.
2.1. In primo luogo, infatti, deve rilevarsi come la pretesa di tutela del diritto inviolabile e costituzionalmente garantito di libertà religiosa dei figli minori del ricorrente, che si assume leso in conseguenza all'esposizione del crocifisso nelle aule della scuola pubblica "Antonio Silveri" di Ofena (facente capo all'Istituto comprensivo di scuola materna ed elementare di Navelli che gli stessi frequentano, attiene al rapporto individuale di utenza del pubblico servizio di istruzione tra detti alunni e l'istituto scolastico alla cui attività i medesimi attendono.
Orbene, il legislatore del 1998-2000, nel prevedere un riparto di giurisdizione per settori omogenei di materie - con criterio, in verità, non esente da censure di incostituzionalità (cfr. Trib. Roma, Sez. Il, 16 novembre 2000, in 6 giur, 2001, 72) - ha, però, con assoluta chiarezza, lasciato al giudice naturale dei diritti le controversie che attengano alla tutela del cittadino quale fruitore di un servizio pubblico in relazione agli attentati che ai propri diritti possano derivare nello svolgersi del rapporto che viene in essere con la fruizione del servizio stesso.
Né sembra possibile sviare la questione all'esame di questo Giudice riconducendola - come ritengono i resistenti (cfr. pag. 5 della memoria difensiva depositata in data 14 ottobre 2003) - ad un profilo organizzativo del pubblico servizio di istruzione. A ben vedere, affermare ciò vorrebbe dire che con il ricorso in esame il ricorrente abbia inteso censurare un profilo relativo all'organizzazione dei mezzi nell'ambito di un ufficio pubblico, essendo appunto mezzi materiali anche quelli facenti parte dell'arredo scolastico, nel cui ambito verrebbero dettate le disposizioni che prevedono l'esposizione del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche (come si dirà diffusamente di seguito).
Tale prospettazione, benché in passato sostenuta in giurisprudenza (cfr. Pret. Roma, 17 maggio 1986, in Riv. Giur. Scuola, 1986, 619), sembra non voler cogliere la vera essenza della questione, elidendo il profilo della lesione - seppure prospettata - di un diritto assoluto costituzionalmente tutelato. Evidente forzatura che, di fronte al rilievo in tal senso del resistente in sede di discussione del ricorso, ha spinto il rappresentante dell'Avvocatura dello Stato a contestare che l'assunto difensivo possa essere riassunto nella riconducibilità della questione a meri profili attinenti all'arredo scolastico (cfr. verbale dell'udienza del 15 ottobre 2003).
Non appare pertinente, pertanto, il richiamo a quella giurisprudenza amministrativa per cui «rientra nella giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo la controversia promossa da genitori e alunni maggiorenni e relativa a provvedimento di carattere organizzativo del servizio scolastico, in quanto l'esclusione della giurisdizione e del giudice amministrativo delle controversie con gli utenti non si estende anche alle ipotesi in cui sono in discussione gli aspetti organizzativi e generali per la prestazione del servizio e quindi anche spaziale entro cui il potere è gestito, tanto più che è sommamente interessante per la collettività, e specialmente per il settore, il modo con cui l'istruzione pubblica è erogata alla generalità dei cittadini» (così Cons. Stato, Sez. IV, 21 febbraio 2001, n. 896).
La questione all'esame della giustizia amministrativa riguardava, infatti, un provvedimento amministrativo avente ad oggetto l'assegnazione di edifici agli istituti scolastici, sic ché, anche laddove si voglia ritenere che tale controversia rientrasse nell'ambito dell'espletamento del servizio pubblico di istruzione (in verità, con evidente dilatazione del concetto di "pubblica istruzione"), comunque non si trattava di questione riconducibile ad un rapporto privato di utenza, ma appunto - come si legge - afferente profili organizzativi generali, funzionali alla prestazione del servizio.
2.2. In verità, a ben vedere, anche laddove nel caso in esame si fosse in presenza - secondo la prospettazione di parte resistente - di questione attinente profili organizzatori dell'amministrazione pubblica, ciò non di meno dovrebbe affermarsi la giurisdizione dell'autorità giudiziaria ordinaria.
Come è possibile evincere dal ricorso - e come, comunque, precisato dal ricorrente, per il tramite del proprio difensore, all'udienza del 15 ottobre 2003 (cfr. verbale) -, la cautela richiesta è funzionale al fruttuoso esercizio dell'azione di responsabilità aquiliana per l'assenta lesione del diritto di libertà religiosa di cui si invoca la tutela con la reintegrazione in forma specifica e art. 2058 c.c.. Conseguentemente, tanto l'azione proposta da Adel Smith in proprio, quanto quella proposta da questi quale genitore esercente la potestà sui figli minori, rientrerebbero nell'ulteriore esclusione sancita dalla lettera e) dell'art. 33 del D. Lgs. n. 80/1998 (e successive modificazioni) rispetto alla previsione della giurisdizione del giudice amministrativo per le controversie relative a servizi pubblici, ossia le azioni risarcitorie.
La circostanza stessa che il rimedio invocato dal ricorrente si concreti in una richiesta di ordinare ai resistenti un facere, prima in via provvisoria ed urgente e, quindi, in via definitiva, discende dal fatto stesso che venga pro posta un'azione risarcitoria in forma specifica e non può determinare - come invece ritiene parte resistente - una diversa qualificazione della domanda quale attinente ad un aspetto organizzativo del servizio pubblico, atteso che la reintegrazione in forma specifica implica sempre la condanna ad facere a un non facere e a un dare da parte del soggetto danneggiante (cfr. Trib. Ve nezia, ord. 14 aprile 2003, n. 214, in AmbienteDiritto.it).
Conseguentemente, deve ritenersi sussistere la giurisdizione del giudice ordinario adito anche in relazione alla domanda cautelare proposta da Adel Smith in proprio, benché in relazione a questi non possa configurarsi certo un rapporto individuale di utenza del servizio pubblico di istruzione con l'Istituto resistente, non essendo questi fruitore di siffatto servizio pubblico presso la Scuola materna ed elementare statale "Antonio Silveri" di Ofena.
3. Esclusa in relazione alla presente controversia la giurisdizione esclusiva dell'autorità giudiziaria amministrativa, è appena il caso di rilevare che può ritenersi pacifica la sussistenza della giurisdizione del giudice ordinario, vertendosi in materia di diritti soggettivi e, per di più, venendo in rilievo un diritto di libertà inviolabile e costituzionalmente garantito (cfr. Trib. Roma, Sez. II, ord. 18 dicembre 2002, in www.edscuola.it Pret. Milano, ord. 15 febbraio 1990, in Foro it., I, 1746; Trib. Milano, 18 dicembre 1986, ivi, 1987, I, 2496).
Né appare dubitabile che la situazione giuridica soggetti va dedotta dal ricorrente, in proprio e in relazione ai figli minori, sia di diritto soggettivo, poiché si riconnette in via diretta alla norma costituzionale dell'art. 19, che tutela non solo al libertà di culto, ma anche - e come si dirà più ampiamente di seguito - la libertà c.d. negativa di religione e la libertà di coscienza in relazione al fenomeno religioso (come sostenuto dalla dottrina e come affermato dalla Corte costituzionale in più decisioni).
E comunque, anche scendendo al rango della legislazione ordinaria, posizione di diritto sarebbe quella in capo ai ricorrenti alla luce della disciplina del nuovo con cordato. In tal senso, del resto, si è espressa la stessa Corte costituzionale nella sentenza n. 203 del 1989, orientamento ribadito nella sentenza n. 13 del 14 gennaio 1991 in relazione al diritto di avvalersi o non avvalersi dell'insegnamento della religione cattolica.
Ad affermare ciò, del resto, sarebbe sufficiente l'art. 2 della L. 20 marzo 1865, n. 2448, All. E, che devolve alla giurisdizione dell'autorità giudiziaria ordinaria le materie riguardanti un diritto civile o politico (cfr. Pret. Milano, ord. 15 febbraio 1990, cit.).

4. E' stata in passato controversa, piuttosto, la possibilità di emanare provvedimenti che prevedano un facere (come richiesto, appunto, nel caso in esame) ovvero un non facere da parte della pubblica amministrazione.

A norma dell'art. 4 della L. n. 2248/1865, All. E, nonostante la posizione di diritto soggettivo del privato che si assuma violata da un atto o da un comportamento della pubblica amministrazione, è infatti vietato al giudice di sostituirsi all'autorità amministrativa, sicché - salvo deroghe espresse - non è ammessa, tanto in sede di giudizio ordinario di cognizione quanto in sede cautelare ed urgente, non solo l'adozione di provvedimenti di annullamento, modifica o sospensione di un atto amministrativo, ma anche di un comportamento (come appunto la condanna ad un facere o ad un non facere direttamente incidente nella sfera di discrezionalità della pubblica amministrazione, ossia in quegli atti o comportamenti attuativi dei fini istituzionali della pubblica amministrazione.

A fronte di tale divieto, che è logica e necessaria conseguenza della separazione della funzione giurisdizionale dalla funzione amministrativa, oggi sancita dagli art. 97, 102, 104 e 113, ultimo comma, Cost., la giurisprudenza di merito ha individuato il presupposto giurisdizionale della carenza assoluta di potere della pubblica amministrazione come idoneo a rendere inoperante il divieto di cui all'art. 4 suddetto (cfr. Pret. Monza, 23 marzo 1990, in Foro it., 1990, I, 1745).
Tale giurisprudenza evolutiva dei giudici di merito è stata successivamente fatta propria dalla Suprema Corte di Cassazione, che ha affermato come, allorché il privato chieda la tutela di un proprio diritto soggettivo non condizionato dal potere in concreto eser citato dalla pubblica amministrazione, la giurisdizione appartenga al giudice ordinario.
Versandosi inoltre in ipotesi di attività materiale lesiva posta in essere dalla pubblica amministrazione in carenza di potere, non opera il di vieto di condanna della stessa ad un facere (cfr. Cass. civ., S.U., 1° luglio 1997, n. 9557) che è ammessa nella misura in cui la stessa non interferisca su atti discrezionali dell'amministrazione (cfr. Cass. civ., S.U., 29 gennaio 2001, n. 39) e non contrasti con il divieto riguardante la diversa ipotesi di attività rientranti nella sfera dei poteri e delle finalità istituzionali di essa (cfr. Cass. civ., S.U., 30 dicembre 1998, n. 12906).

Orbene, premesso che nel caso all'esame di questo Giudice la con danna alla rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche non determina un'ingerenza nell'attività discrezionale della pubblica amministrazione volta alla realizzazione delle finalità istituzionali della stessa, occorre verificare se nella fattispecie in esame sussista un potere - che non può che essere attribuito da norme di legge, stante il principio costituzionale di legalità dell'azione amministrativa (art. 97 Cost.) - che consenta all'amministrazione scolastica l'esposizione del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche frequentate dai minori figli del ricorrente.
Escluso ciò, potrà ritenersi che nel giudizio - ordinario e, quindi, anche cautelare d'urgenza - che verta sulla presunta violazione o compressione di un diritto costituzionalmente garantivo, qual è il diritto alla libertà religiosa, non sussiste il limite interno alla giurisdizione ordinaria che vieta all'autorità giudiziaria ordinaria di emettere un ordine di fare (o di non fare) a carico della pubblica amministrazione, quando quest'ultima non sia dotata di alcun potere ablatorio o compressivo del diritto medesimo (cfr. Pret. Torino, ord. 11 febbraio 1991, in Foro it., 1991, I, 2586; Pret. Torino, ord. 19 luglio 1988, in Foro it., 1988, I, 3343; Cass. civ., S.U., 9 marzo 1979, n. 1463).

5. Secondo il Ministero dell'istruzione (cfr. Nota 3 ottobre 2002 - prot. n. 2667), l'esposizione del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche sarebbe prescritta dall'art. 118 del R.D. 30 aprile 1924, n 965, recante disposizioni sull'ordinamento interno degli istituti di istruzione media, e dall'art. 119 del R. D. 26 aprile 1928 n. 1297, precisamente nella Tabella Callo stesso allegata (Regolamento genera/e sul seri i. dell'istruzione elementare), quanto agli istituti di istruzione elementare.
Si può subito rilevare che nessuna disposizione prescrive l'affissione del crocifisso nelle aule delle scuole materne, mentre è pacifico che anche nell'aula in cui svolge attività didattica il piccolo Kxxx, di anni quattro, è esposto il simbolo della croce.

Con riferimento all'altro figlio del ricorrente, Adam, verrebbero in vece in rilievo le disposizioni da ultimo citate, che appunto prescrivono che il simbolo della croce debba far parte dell'ordinario arredamento delle aule scolastiche e che spetta al capo d'istituto (art. 10, comma 3, e art. 119 del R. D. 26 aprile 1928 n. 1297) - oggi, a seguito della riforma operata dal D. Lgs. 6 marzo 1998, n. 59, al dirigente scolastico - assicurare la completezza (nonché la buona conservazione) di tutti gli arredi occorrenti.
Si tratterebbe di disciplina di rango regolamentare, dunque, in relazione alla quale, peraltro, la stessa pubblica amministrazione si è più volte interrogata circa la permanente vigenza nel nostro ordinamento (si veda anche, in relazione all'esposizione del crocifisso nella aula giudiziarie, il quesito del 29 maggio 1984 - prot. n. 612/14-4 posto al Ministero dell'interno dal Ministero di grazia e giustizia).

In particolare, con riferimento alle scuole pubbliche, a seguito dell'entrata in vigore della L. 25 marzo 1985, n. 121 di modifica del concordato (Ratifica ed esecuzione dell'accordo, con protocollo addizionale firmato a Roma il 18 febbraio 1985 n° 121, che apporta modifca al Concordato Lateranense dell'11 febbraio 1929, tra La Repubblica italiana e La Santa Sede), l'allora Ministero della Pubblica Istruzione si è interrogato circa il possibile contrasto con il nuovo quadro normativo in base al quale viene impartito l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole.
Al riguardo il Consiglio di Stato, Sezione III, con il parere 27 aprile 1988, n. 63/88, ha preliminarmente distinto la normativa riguardante l'affissione del crocifisso nelle scuole da quella relativa all'insegnamento della religione cattolica; ha quindi rilevato che «le due norme citate, di natura regolamentare, sono preesistenti ai Patti Lateranensi e non si sono mai poste in contrasto con questi ultimi» e che «Nulla, infatti, viene stabilito nei Patti Lateranensi relativamente all'esposizione del Crocifisso nelle scuole», sicché «le modificazioni apportate al Concordato lateranense, con l'accordo, ratificato e reso esecutivo con la Legge 25 marzo 1985, n. 121, non originario, non possono influenzare, né condizionare la vigenza delle norme regolamentare di cui trattasi»; ha così concluso che le suddette disposizioni devono intendersi «tuttora legittimamente operanti».
Le stesse motivazioni, peraltro, sono state fornite dall'Avvocatura dello Stato di Bologna nel pare re reso in data 16 luglio 2002 (menzionato nella suddetta Nota 3 ottobre 2002 del Ministero dell'istruzione), che ha affermato la permanenza in vigore ditale disciplina e la non lesività della libertà di religione della stessa nel prevedere l'affissione del crocifisso nelle aule scolastiche.

Siffatto argomentare è, in verità, eccessivamente semplicistico. Non è necessario un particolare approfondimento, infatti, per rilevare come le norme che prevedono l'esposizione del crocifisso nelle scuole pubbliche non siano entrate in contrasto con le disposizioni concordatarie poiché entrambe partono dalla logica della confessione cattolica come istituzione religiosa privilegiata.

Un minimo approfondimento della natura stessa della normativa in questione consente, invece, di giungere ad una soluzione del tutto opposta. Il R.D. 30 aprile 1924, n. 965 estendeva quanto già previsto con ininterrotta continuità da una norma del regolamento per l'istruzione elementare (R.D. 15 settembre 1860, n. 4336 di attuazione delle L. 13 novembre 1859, n. 3725 - c.d. legge Casati), poi ripresa dal Regolamento generale dell'istruzione elementare del 19(1)8 (R.D. 6 febbraio 1908, n. 150). In tale solco si pone, quindi, l'art. 10 del R.D. n. 1297/1928 nel prevedere l'affissione nelle aule delle scuole elementari del crocifisso.
Si tratta, quindi, di una normativa regolamentare di esecuzione di una legge che, per quanto laica si voglia ritenere, appartiene comunque ad un sistema costituzionale, quale quello disegnato dallo Statuto Albertino, che all'art. 1 sanciva che la religione cattolica era la sola religione dello Stato.

E benché l'origine della disposizione in parola risalga all'epoca dello Stato liberale, ciononostante la previsione dell'affissione del crocifisso nelle aule scolastiche risponde ad intenti confessionali, come è stato da più parti e autorevolmente osservato dalla dottrina storica.
«Dall'unità d'Italia la scuola costituisce [.] terreno tradizionale di confronto fra gli interessi ideologici dello Stato e della Chiesa, forse l'oggetto privilegiato delle pretese confessionali e probabilmente, quindi, anche il luogo ove si avverte più forte l'esigenza di laicità».
In altri termini, anche all'epoca dello stato libera le, la previsione dell'affissione del crocifisso nella aule della scuola pubblica esprimeva il regime di privilegio accordato alla religione cattolica.

La dottrina giuridica (oltre che storica) indica, poi, nella previsione dell'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche contenuta nei RR. DD. n. 965/1924 e n. 1297/1928, nonché negli altri uffici pubblici (a proposito della presenza del crocifisso nelle aule giudiziarie, si veda la Circolare n. 1867 della Div. III n. 2134 del Reg. Circ. emessa in data 29 maggio 1926), uno dei sintomi più evidenti del neo-confessionismo statale del regime fascista, che ha nel Concordato del 1929 il suo ideale punto di arrivo.
Conclusioni cui detta dottrina perviene anche sulla scorta del chiaro tenore delle circolari dell'epoca (basti riportare un passo della circolare del Ministero dell'interno del 16 dicembre 1922, indirizzata ai Prefetti, in cui si rileva come «in questi ultimi anni in molte scuole sono state tolte le immagini del Crocifisso e il ritratto del Re: tutto ciò costituisce aperta e non più oltre tollerabile violazione d'una precisa disposizione regolamentare, offende altresì, e soprattutto, la religione dominante dello Stato e il principio unitario della Nazione [ diffidandosi «perché siano immediatamente restituiti [ i due simboli sacri alla fede e al sentimento nazionale»).

Premesse le ragioni storiche e l'interesse pubblico perseguito dalla disciplina in parola, la funzione regolamentare esplicata dai suddetti regi decreti non può non ritenersi superata, a meno di affermare che ci sia un altro interesse pubblico che, sostituendosi al precedente, continui a giustificarne il vigore. Nel caso in esame, però, ciò non può sostenersi, proprio alla luce del nuovo quadro normativo di riferimento disegnato dalle disposizioni dell'Accordo di modifica del concordato, come peraltro correttamente "intuito" sul finire degli anni ottanta del secolo scorso dall'Amministrazione di grazia e giustizia prima (si veda il citato quesito del 29 maggio 1984) e della pubblica istruzione poi, quest'ultima nel richiedere il citato parere reso dal Consiglio di Stato.

L'esplicita abrogazione del principio della religione cattolica come religione di Stato, contenuta nel punto 1, in relazione all'art. 1, del Proto collo addizionale agli Accordi di modifica del Concordato del 1929, ha sicuramente introdotto un nuovo assetto normativo che si pone in contrasto insanabile con la disciplina (scolastica e non) che impone l'esposizione del crocifisso.
Per quanto l'accordo di revisione del 1984 non contenga alcun riferimento esplicito all'affissione del crocifisso, assorbente è il rilievo che i provvedimenti che ciò prescrivono, peraltro di rango secondario, in quanto intimamente legati al principio della religione di Stato, debbano ritenersi abrogati.

Come noto, l'abrogazione esplicita di un principio giuridico comporta necessariamente e naturalmente l'abrogazione tacita delle disposizioni che vi fanno riferimento, in particolare se si tratta di normativa di rango secondario, che offre una minore resistenza nell'eventuale contrasto determinatosi con l'introduzione di una nuova disciplina della materia, dovendo le disposizioni regolamentari, per loro stessa natura, eseguire il dettato di de terminate disposizioni di legge.

Nel caso del nuovo concordato, poi, l'eliminazione del primo, la sciando intatte le seconde, vorrebbe dire eludere una delle poche novità so stanziali contenute nella riforma sancita dall'accordo di Villa Madama.

Non può negarsi che tanto la dottrina - soprattutto certi studiosi di diritto ecclesiastico - quanto anche la giurisprudenza, ordinaria e amministrativa, hanno avuto la tendenza a ridimensionare la portata dell'innovazione conseguente all'art. 1 del Protocollo addizionale suddetto.
La stessa Corte costituzionale, per ribadire la legittimità costituzionale delle disposizioni del codice penale in tema di reati contro il sentimento religioso, ha precisato, che le stesse «troverebbe tuttora un qualche fondamento nella constatazione, sociologicamente rilevante, che il tipo di comporta mento vietato dalla norma impugnata concerne un fenomeno di malcostume divenuto da gran tempo cattiva abitudine per molti» (cfr. Corte cost. sentenza n. 925/1988).
In altri termini, sebbene non possa ritenersi, nell'ordinamento costituzionale, la Repubblica Italiana come uno stato confessionale in senso cattolico, tale religione è però professata, nella comunità statale, dalla maggioranza dei suoi cittadini. Così ragionando, però, si continua sostanzialmente a considerare la religione cattolica come "religione dello Stato".

Come è stato rilevato in dottrina, evocare il criterio della maggioranza, del gruppo (numericamente e culturalmente) prevalente, cui debba guardare il legislatore, in tema di libertà è l'argomento più denso di pericoli per le libertà dei consociati. «Una delle più significative rivoluzioni del ventesimo secolo è rappresentata dall'esplosione dell'idea democratica: un'idea che trova un'essenziale riferimento nei principi di sovranità della persona umana e di eguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge».

Il principio di uguaglianza assume, inoltre, un significato particolare nelle società plurietniche, culturalmente variegate, dove vi sono delle minoranze per cui l'eguaglianza «rimane solo saldissimo principio contro ingiustizie, discriminazioni, razzismi Diviene l'asse portante per l'affermazione del "diritto alla differenza"».

In molte norme della Costituzione italiana (artt. 3 e 8, comma 1), ed in verità anche nella comune valutazione dei rapporti sociali, il principio di libertà si pone in diretta connessione con quello di uguaglianza. Ed anche a proposito della libertà di religione è necessario considerare la relazione che sussiste tra i principi di libertà e di uguaglianza.
E' quanto ha ritenuto di recente la IV Sezione penale della Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 439 del 1° marzo 2000. Richiamandosi anche ad esperienze di altri paesi, il Supremo Collegio ha ritenuto che la rimozione del simbolo del crocifisso da ogni seggio elettorale si muovesse nel solco tracciato dalla giurisprudenza costituzionale in termini di laicità e pluralismo, reciprocamente implicantisi.

Vero è che tale decisione fa perno sul concetto di neutralità del pubblico ufficiale, ma essa è solo apparentemente lontana dalla questione all'attenzione di questo Giudice - come, invece, ha ritenuto l'Avvocatura nel discutere il presente ricorso - poiché, a ben vedere, proprio in considerazione del fatto che la scuola pubblica rientra (espressamente, nella previsione della lettera e) dell'art. 33 del D. Lgs. n. 80/1998 e successive modificazioni) nel novero dei servizi pubblici, anche l'oggetto del ricorso in esame riguarda la questione della laicità delle istituzioni.

Alcuni commentatori hanno rilevato criticamente come la conclusione cui è pervenuto la Suprema Corte nella decisione sopra riportata tragga origine da una lettura parziale, e per ciò solo non corretta, del concetto di laicità, poiché, come tratteggiato dalla nota sentenza n. 203 del 1989 della Corte costituzionale, laicità non significa indifferenza nei confronti delle religioni, ma implica la «garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione in regime di pluralismo confessionale e culturale», non comportando tuttavia il rinnegamento o l'abbandono delle proprie radici storico- religiose.
Esisterebbe - secondo detta opinione - un'identità italiana, forgiata dai principi del cattolicesimo, che non può essere cancellata, «così come non si possono cancellare la Divina Commedia o gli affreschi di Giotto», che pur nel rispetto delle diverse sensibilità, del multiculturalismo e del concetto di laicità dello Stato, non potrebbe essere intesa quasi come una sorta di onta da cancellare, giacché, anche da un punto di vista pedagogico, il nascondimento di quell'identità costituisce un disvalore che priverebbe la popolazione di fondamentali elementi di identificazione personale e comunitaria.

Tale ragionamento, cui fa riferimento - e su cui sembrerebbe, in realtà, fondarsi - il parere n. 63/1988 del Consiglio di Stato, è quello diffusamente utilizzato dalla giurisprudenza e dalla dottrina per giustificare nell'attuale regime costituzionale la legittimità delle norme penali a tutela del sentimento religioso.
Sennonché, anche tali disposizioni, come quelle relative all'esposizione del crocifisso nelle scuole pubbliche, hanno la medesima origine ideologica, trovavano fondamento nella previsione della religione cattolica come religione di Stato di cui all'art. 1 del Trattato lateranense, venuto meno il quale, il permanente vigore è stato motivato con il passaggio della religione cattolica da religione di Stato a fatto culturale e sociale di rilievo nazionale, procedendo attraverso il concetto di religione della maggioranza dei cittadini.

E' questa, in buona sostanza, l'opinione di coloro che ritengono che il perdurante vigore dei provvedimenti che dispongono l'esposizione del crocifisso nelle aule possa desumersi dall'art. 9 dell'Accordo di revisione concordataria del 1984, che prevede l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole e riconosce «i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano».

Orbene, non si può negare che tale norma del nuovo concordato abbia in un certo senso riassunto le due formule precedenti della religione di Stato e della religione della maggioranza dei cittadini nel quadro di un rinnovato rapporto fra istituzioni e società civile.
Ciò costituisce lo sviluppo di una costruzione giuridica che si fonda su un fatto incontrovertibile, il ruolo storico e quello attuale della Chiesa, e continua a tradursi in un diffuso atteggiamento privilegiato per la religione cattolica.
Sennonché, come ha già osservato il Supremo Collegio nella sentenza n. 439/2000, «il riconosci mento contenuto nell'art. 9 1. cit. è privo di valenza generale perché non è un principio fondamentale dei nuovi accordi di revisione ma è funzionale solo all'assicurazione dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche: peraltro, non obbligatorio ma pienamente facoltativo, limitato cioè agli alunni che dichiarino espressamente di volersene avvalere, senza che agli altri possa farsi carico di un onere alternativo (infatti, gli alunni possono anche non presentarsi o allontanarsi dalla scuola: corte cost. 14.1.1991, n. 13)».
Ritenere la rilevanza sociale e culturale della religione cattolica in quanto religione della maggioranza dei cittadini equivale a stabilire una perfetta identità tra cultura cattolica e cultura civile nel nostro paese, che - in verità - non corrisponde neanche al significato della nuova norma concordataria in materia scolastica, la quale, pur tra tante (in parte certamente volute ed in parte in ogni caso inevitabili) ambiguità, fa riferimento ad un patrimonio storico in cui si collocano anche - e non solo - i principi del cattolicesimo.

Le giustificazioni addotte per ritenere non in contrasto con la libertà di religione l'esposizione del crocifisso nelle scuole (e negli uffici pubblici), così come di ogni altra forma di confessionalismo statale, sono divenute ormai giuridicamente inconsistenti, storicamente e socialmente anacronisti che, addirittura contrapposte alla trasformazione culturale dell'Italia e, soprattutto, ai principi costituzionali che impongono il rispetto per le convinzioni degli altri e la neutralità delle strutture pubbliche di fronte ai contenuti ideologici.

Per tale ragione, non può concordarsi con quell'opinione che ritiene che il crocifisso potrebbe rimanere nella aule scolastiche «quando l'insieme degli studenti (se maggiorenni, o dei loro genitori se minorenni) di una scuola pubblica vi colgano tutti pacificamente, implicitamente, un comune significato culturale (oltre a quello di fede dei soli cristiani); se viceversa anche un solo alunno ritenga di essere leso nella propria libertà religiosa negativa, essi andrebbero rimossi».
Proprio perché è in questione non solo la libertà di religione degli alunni, ma anche la neutralità di un'istituzione pubblica, non è possibile prospettare una realizzazione del principio di laicità dello Stato e, quindi, della libertà di religione dei consociati "a richiesta", ma piuttosto deve essere connaturato all'operare stesso dell'amministrazione pubblica.

A ciò si aggiunga che ritenere il crocifisso sia solo un "simbolo passi vo", oltre a sviare la forte valenza religiosa per la fede cristiana di tale simbolo, costituisce una forzatura. Il crocifisso assume, infatti, nella sua sinteticità evocativa una particolarmente complessa polivalenza significante: se ogni simbolo è costituito da una realtà conoscitiva, intuitiva, emozionale molto più ampia di quella contenuta nella sua immediata evidenza, per il crocifisso ciò si esalta, comprende una realtà complessa, che intrinseca- mente non si può esprimere per tutti nello stesso modo univoco.
Appare persino riduttivo affermarne l'ambivalenza di cui si è detto sopra, che, peraltro, veniva storicamente ricomposta fino a quando la contrapposizione tra cristiani e non cristiani è rimasta comunque circoscritta a coloro che nel crocifisso vi leggano pacificamente un simbolo culturale e cristiani che sottolineano il significato religioso e assolutamente non culturale, ma confessionale, del simbolo della croce (che a rigore, come è stato osservato in dottrina, «esprimerebbe un conflitto radicale con la cultura, la politica e l'istituzione giudiziaria del tempo e che di conseguenza non potrebbe essere utilizzata per un "concordismo" con qualsiasi Stato sulla terra, anche col migliore di essi»).
Ciò ha consentito - più da parte degli studiosi del diritto ecclesiastico che del pensiero costituzionalistico - di ricondurre i profili individuali della libertà religiosa ai rapporti tra Stato e culti religiosi, che nell'esperienza storica italiana altro non sono stati che sfumature di un'omogenea tradizione giudaico-cristiana.

La società multietnica odierna introduce, però, delle incrinature che sicuramente sono provocate dalla necessità di contemperare concezioni etico-religiose fortemente divergenti dalla tradizione culturale italiana, mettendo così in luce tutti i limiti di un'impostazione che dei due profili della libertà di religione, la fede e il culto - peraltro mantenuti con chiarezza di stinti dalla corte costituzionale sin dalle sue prime sentenze -, ha visto prevalere il secondo.
In particolare, nell'ambito scolastico, la presenza del simbolo della croce induce nell'alunno ad una comprensione profondamente scorretta della dimensione culturale della espressione di fede, perché manifesta l'inequivoca volontà - dello Stato, trattandosi di scuola pubblica - di porre il culto cattolico «al centro dell'universo, come verità assoluta, senza il mini mo rispetto per il ruolo svolto dalle altre esperienze religiose e sociali nel processo storico dello sviluppo umano, trascurando completamente le loro inevitabili relazioni e i loro reciproci condizionamenti .
Come è stato acutamente osservato in dottrina, «è anche il segno visibile che la scuola di fronte al fatto religioso arretra la sua sfera d'azione, rinuncia alla sua funzione educativa, compie la precisa scelta di abbandonare il criterio dell'approccio culturale e critico, accogliendo simboli e concetti la cui interpretazione, quando non è delegata per legge all'autorità ecclesiastica, risulta in ogni caso inevitabilmente riconducibile alla tradizione cattolica per i forti condizionamenti che essa ancora esercita sul corpo sociale ed ai quali è molto difficile sfuggire specie in giovane età».

Alla luce di quanto si è detto, si comprende anche come non possa condividersi la netta distinzione operata dal Consiglio di Stato tra la normativa riguardante l'affissione del crocifisso nelle scuole e quella relativa all'insegnamento della religione cattolica.
Come era stato correttamente avvertito dallo stesso Ministero della pubblica istruzione, che detto parere aveva richiesto, l'affissione del crocifisso nelle aule è questione non neutra rispetto al problema dell'istruzione o, più in generale, non può essere dissociato da quello dell'educazione.
La presenza del crocifisso nelle aule scolastiche, infatti, comunica un'implicita adesione a valori che non sono realmente patrimonio comune di tutti i cittadini, presume un'omogeneità che, in verità, non c'è mai stata e, soprattutto, non può sicuramente affermarsi sussistere oggi, e che, però, chiaramente tende a determinare, imponendo un'istruzione religiosa che diviene obbligatoria per tutti, poiché non è con sentito non avvalersene, connotando così in maniera confessionale la struttura pubblica "scuola" e ridimensionandone fortemente l'immagine pluralista.
E ciò facendo si pone in contrasto con quanto ha stabilito la Corte costituzionale al riguardo, rilevando come il principio di pluralità debba intendersi quale salvaguardia del pluralismo religioso e culturale (cfr. Corte cost. 12 aprile 1989, n. 2(1)3 e 14 gennaio 1991, n. 13), che può realizzarsi solo se l'istituzione scolastica rimane imparziale di fronte al fenomeno religioso.

E' appena il caso di rilevare, seppure in estrema sintesi, che, alla luce di quanto si è detto, parimenti lesiva della libertà di religione sarebbe l'esposizione nelle aule scolastiche di simboli di altre religioni.
L'imparzialità dell'istituzione scolastica pubblica di fronte al fenomeno religioso deve realizzarsi attraverso la mancata esposizione di simboli religiosi piuttosto che attraverso l'affissione di una pluralità, che peraltro non potrebbe in concreto essere tendenzialmente esaustiva e comunque finirebbe per ledere la libertà religiosa negativa di coloro che non hanno alcun credo.
Sebbene non possa negarsi che la contemporanea presenza di più simboli religiosi eliderebbe la valenza confessionale che si è detto avere l'esposizione del solo crocifisso.
In conclusione, ritenuta la mancanza di una norma - sia essa di legge che di rango secondario - che prescriva l'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, considerato conseguentemente che non v'è preclusione alla condanna dell'Amministrazione ad un facere, premessa la ricostruzione del diritto di libertà nell'attuale assetto costituzionale, ad avviso di questo Giudice, deve ritenersi che sussista il /fumus boni iuris per la concessione della cautela invocata dal ricorrente.

6.1. Quanto alla sussistenza dell'imminenza e dell'irreparabilità del pregiudizio lamentato dai ricorrenti, richiesto dall'art. 700 c.p.c., è invece necessario distinguere la posizione del ricorrente in proprio da quella dei figli minori.
Solo in relazione a questi ultimi, infatti, può ritenersi sussista il requisito dell'imminenza del danno, che consente di accordare l'invocata cautela atipica, e che esso sia di tutta evidenza in considerazione della natura del bene giuridico leso (cfr. Pret. Monza, ord. 23 marzo 1990, cit.).

La valutazione della sussistenza del pericolo discende dall'accertata sussistenza dello "scuotimento" o della crisi del diritto di libertà di religione come si è cercata di delineare sopra.
Se il concetto di pericolo di risolve in un rapporto tra eventi, di cui il primo - ossia l'evento lesivo denunciato - si è già verificato, e l'altro, invece, futuro, nel caso all'esame di questo Giudice il giudizio probabilistico volto a porre in correlazione i due eventi è quanto mai agevole: vi è un grado di probabilità assai elevato circa il permanere del suddetto simbolo confessionale nelle aule della scuola pubblica, e quindi anche in quella di Ofena di cui si tratta, proprio in considerazione dell'orientamento espresso dall'amministrazione centrale con la Nota 3 ottobre 2002 - prot. n. 2667 e del vincolo che la stessa determina per i dirigenti scolastici; ne consegue che continuerà a perpetrarsi la lesione al diritto inviolabile di religione dei piccoli alunni di fede islamica.

In altri termini, nel caso all'esame di questo Giudice, è la circostanza di fatto - pacifica - dell'esposizione del crocifisso nelle aule frequentate da Adam e Khaled Sxx ad essere di per sé sufficiente per ritenere la sussistenza dell'imminenza del pregiudizio.

A ciò si aggiunga che se un adulto può - in teoria - essere meno esposto a condizionamenti culturali, i più giovani, e in particolare gli alunni delle scuole elementari e medie, in assenza di convinzioni radicate, tendono a dare al simbolo religioso la valenza che gli è immediatamente propria. Come è stato lucidamente rilevato, affermare il contrario vorrebbe dire dare per scontata la formazione culturale e delle coscienze dei giovani, e quindi ritenere già realizzato lo scopo stesso dell'istruzione pubblica.

Il danno lamentato, poi, è per definizione irreparabile. Come più volte si è ripetuto, si è in presenza di un diritto di libertà assoluto e costituzionalmente garantito, non suscettibile di essere risarcito in relazione alla lesione medio tempore patita. Non a caso, infatti, la domanda di merito proposta dal ricorrente è di risarcimento in forma specifica attraverso la con danna dell'Istituto convenuto alla rimozione del simbolo della croce, trattandosi di lesione per definizione non risarcibile in termini economici.

A tal proposito non appare superfluo osservare che la rimozione del crocifisso, che il ricorrente invoca come indispensabile per prevenire la (ulteriore) lesione, è l'unica misura possibile per inibire la lesione del diritto di libertà dei figli minori, poiché l'alternativa sarebbe non far partecipare all'attività didattica i piccoli Adam e Khaled. In relazione al primo, in parti colare, non è neanche rimesso alla discrezione dell'utente (o dei genitori di questo) la scelta se fruire o meno del servizio di istruzione pubblica: infatti, la L. 31 dicembre 1962, n. 1859 prevede l'obbligo e prevede all'art. 8 la responsabilità dei genitori o di chi ne fa le veci - anche penale per l'istruzione elementare (art. 731 c.p.) - per l'adempimento dell'obbligo da parte dei figli minori per complessivi dieci anni (cfr. L. 20 gennaio 1999, n. 9).

6.2. Per quanto riguarda, invece, il ricorso presentato da Adel Smith in proprio, la circostanza che lo stesso non attenda ad attività didattica presso la scuola materna ed elementare "Antonio Silveri" di Ofena, che non abbia alcun obbligo di frequentarla e che possa, quindi, anche sottrarsi alla lesione lamentata non recandosi all'interno delle aule, deve far ritenere che non sussista in relazione alla posizione giuridica soggettiva dello stesso l'imminenza del pregiudizio.Per tale ragione, questo Giudice deve rigettare il ricorso quanto alla domanda cautelare proposta dal ricorrente in proprio.

7. Questo Giudice reputa opportuno chiarire, infine, chi sia il soggetto destinatario del j imposto dalla presente ordinanza.

Come noto, l'art. 21 della L. 15 marzo 1998, n. 59 ha attribuito la personalità giuridica, già prevista per gli istituti tecnici professionali e gli istituti statali, anche - tra gli altri - ai circoli didattici. In particolare, il comma 7 di detto art. 21 prevede l'autonomia «organizzativa e didattica» degli istituti.

Non possono esservi dubbi, quindi, che soggetto destinatario dell'ordine di rimozione in via cautelare dei crocifissi esposti nelle aule della Scuola materna ed elementare "Antonio Silveri" di Ofena è l'Istituto comprensivo di scuola materna ed elementare di Navelli, al quale detta scuola appartiene, e non il Ministero dell'istruzione.

8.Quanto alle spese di lite del presente procedimento, è necessario distinguere. In relazione alla domanda cautelare proposta da Adel Smith in proprio, in considerazione del rigetto della stessa per mancanza del requisito del pericolo, si deve provvedere con la presente ordinanza alla liquidazione delle spese del procedimento, ai sensi dell'art. 669-sep c.p.c. E questo Giudice reputa sussistere giusti motivi, da individuarsi nella particolare natura della controversia, per compensarle interamente tra le parti, ai sensi dell'art. 92, comma 2, c.p.c.. Con riferimento, invece, alla cautela invocata dal ricorrente in nome e per conto dei figli minori, l'adozione di un provvedimento positivo da parte di questo Giudice determina che la statuizione in ordine alle spese è rimessa alla decisione dell'instaurando giudizio di merito.

P.Q.M.

- rigetta il ricorso proposto da Adel Smith in proprio;
- in accoglimento del ricorso proposto da Adel Smith quale esercente la potestà genitoriale sui figli minori Axxx Sxx e Kxxx Sxx, condanna l'Istituto comprensivo di scuola materna ed elementare di Navelli, in persona del Dirigente scolastico pro tempore, a rimuovere il crocifisso esposto nelle aule della Scuola statale materna ed elementare "Antonio Silveri" di Ofena frequentate dai suddetti minori;
- assegna termine di giorni trenta per l'inizio del giudizio di merito;
- compensa interamente tra Adel Smith, quale ricorrente in proprio, e i resistenti le spese del presente procedimento;
- riserva di provvedere all'esito del giudizio di merito in ordine alle spese del procedimento proposto da Axx Sxx quale esercente la potestà genitoriale sui figli minori Axxx Sxx e Kxxx Sxx.

SI COMUNICHI.

L'Aquila, 22.10.2003

IL GIUDICE
(Dott. Mario Montanaro)

La querelle Travaglio - Ferrara, via Lettere al Corriere


DAL CORRIERE DELLA SERA
LETTERE A PAOLO MIELI


23 ottobre 2003
Caro Mieli,
lei scrive giustamente che il diritto di replica è sacro, «previsto dalle più collaudate regole del fair play da tempo in uso nel mondo civile».
E' quel che dico anch'io: da nove mesi attendo che Giuliano Ferrara me lo conceda, pubblicando una mia lettera di risposta a una intervista del Foglio a un politico palermitano, il quale mi definiva «sicario» e «killer prezzolato» al soldo di misteriose entità siciliane. Un «mandato linguistico a uccidere» in piena regola, finora fortunatamente andato a vuoto.
La mia lettera è stata debitamente censurata, e attende ancora di essere pubblicata. Anche perché sono curioso di sapere chi mi avrebbe prezzolato:non foss'altro che per poter finalmente ritirare la grana.
Marco Travaglio

24 ottobre 2003
Caro Mieli,
ieri Marco Travaglio mi ha rimproverato per non aver pubblicato una sua replica a un paio di righe dedicategli, nel Foglio , da un politico siciliano intervistato. Oggi pubblico quel testo di cui avevo letto solo l'incipit prima di cestinarlo.
Vale infatti la pena di precisare che quella non è una replica, bensì un'invettiva sproporzionata alle critiche ricevute, con insulti per il giornale a cui era diretta: e che per questa sola ragione fu cestinata.
L'inizio della lettera di Travaglio è infatti il seguente: «Signor direttore, comprendo la sua incredulità nell'apprendere che un giornalista (il Travaglio, ndr) ha scritto notizie vere: capita di rado, dalle sue parti». Seguono seimilacinquecento battute (a fronte di poche righe critiche) in polemica, non in replica, con mezzo mondo.
Comunque, sebbene il Foglio abbia pubblicato decine e decine di lettere (anche insultanti) del prolifico autore, imprimatur anche questa per il bene della causa. Se avessi inviato al Monde un droit de réponse come quello di Travaglio, mi aspetterei per primo di essere giustamente cestinato.
La ringrazio delle sue parole solidali.
Giuliano Ferrara

DA IL FOGLIO
24 ottobre 2003

TITOLO:
10 marzo 2003, un giornalista "replica" e viene cestinato dal Foglio

TESTO:
Al direttore
- Comprendo la sua incredulità nell'apprendere che un giornalista ha scritto notizie vere: capita di rado, dalle sue parti. Comprendo anche il suo spontaneo, istintivo slancio di solidarietà verso Luigi Cocilovo, candidato dell'Ulivo e di gran parte dei "professori" e dei "movimenti" alle elezioni provinciali di Palermo, nonostante i gravi fatti accertati sul suo conto dal Tribunale della stessa città.
O forse proprio per questo: se passa la linea secondo cui, per fare politica, è sufficiente non avere condanne, nessuno potrà più dire una parola su Berlusconi, Previti & C. Comprendo, infine, l'eleganza e la correttezza con cui il suo giornale ha voluto raccontare ai lettori il cosiddetto "caso Cocilovo-Travaglio": ascoltando soltanto la campana di Cocilovo e ignorando l'altra, quella del giornalista "giustiziere". Cocilovo ha così potuto raccontare l'articolo, insultare pesantemente il sottoscritto ("immorale, spregevole, sicario, analfabeta, pseudogiustizialista"), insinuare addirittura velatamente che dietro di me si muovano oscuri "mandanti" (mafiosi?) interessati a rimpiazzarlo con un candidato più "malleabile al momento di discutere certe cose". Anche Emanuele Macaluso ha raccontato la sua brava bugia, su La 7, sul Riformista e infine sul Foglio, affermando che io avrei "raccontato che Cocilovo era stato processato", ma mi sarei poi "scordato di dire che era stato assolto". Nel mio articolo su "la Repubblica-Palermo" (ripreso dai siti www.centomovimenti.it e www.democrazialegalità.it), ho infatti scritto: "Il processo di primo grado è di quelli che fanno epoca: l'imprenditore Mollica condannato a 3 anni di reclusione per aver versato 350 milioni a Cocilovo, Cocilovo assolto per avere incassato 350 milioni da Mollica. Miracoli della riforma del cosiddetto "giusto processo". Mollica infatti, in aula, si avvale della facoltà di non rispondere. Così le sue dichiarazioni al pm valgono soltanto contro di lui, ma non contro gli altri. Nella sentenza del Tribunale di Palermo (21 giugno 2002), comunque, si legge che Cocilovo fu "collettore di una tangente, disposto anche a concedere favori sindacali" e "percettore di un contributo elettorale". Ma non può essere condannato. Pare uno scherzo, invece è il "giusto processo". Appurato che Macaluso mente, è chiaro che Cocilovo non è stato assolto perché non abbia preso quei 350 milioni e persino la valigetta Cartier che li conteneva (anche "per concedere favori sindacali", cioè per bloccare gli scioperi della Cisl nei cantieri di Mollica). E' stato assolto solo perché, nei suoi confronti, la prova decisiva " la confessione di Mollica " non è utilizzabile. Il fatto è provato, ma chi ha preso i soldi non può essere sanzionato. Il che "libera" Cocilovo sul piano giudiziario: non andrà in carcere. Ma forse pone un piccolo problema politico, e magari anche (scusi il termine) morale. Soprattutto trattandosi di un sindacalista
candidato del centrosinistra. E' giusto oppure no che i cittadini elettori sappiano queste cose? Perché questo mi sono limitato a fare: a ricordare quel che dice quella sentenza di primo grado, che ora Cocilovo (proprio nella sua intervista al Foglio) definisce addirittura "definitiva": segno che non è vero ciò che aveva dichiarato dopo il mio articolo, e cioè che l'aveva impugnata per cancellare ogni macchia. Mi diverte, poi, l'idea che mi abbia denunciato al Tribunale di Palermo per farmi condannare per aver pubblicato una sentenza del Tribunale di Palermo. Ma fatico a capire come possa "pretendere" che "tutti riconoscano la mia innocenza, a sentenza definitiva". Perché, delle due, l'una: o non l'ha letta, oppure mente anche su questo. Io, pur essendo un noto "analfabeta", l'ho letta tutta. Cinquantanove pagine, in cui la parola "innocenza" non compare mai. A proposito: perché non la pubblica a puntate sul Foglio?
E' comprensibile che il candidato dell'Ulivo sperasse di tenerla nascosta: purtroppo la stampa esiste proprio per questo. Per informare, soprattutto là dove qualcuno nasconde e occulta.
E lei, direttore, mi insegna che per fare politica non basta essere incensurati. Bisogna essere anche insospettati e insospettabili. O almeno lei me lo insegnava quando batteva in lungo e in largo il Mugello a bordo di una Mercedes, per ricordare a tutti gli elettori che Di Pietro se n'era fatta prestare una dal suo amico Rocca della Maa Assicurazioni. Eppure era stato assolto, anzi l'accusa si era rivelata talmente inconsistente da non bastare nemmeno per il rinvio a giudizio. Nessuna formula dubitativa (tipo l'articolo 530 comma 2 applicato a Cocilovo), nessuna ragione tecnica come l'inutilizzabilità della prova: il reato non esisteva, punto e basta. Eppure lei scrisse che c'era anche il piano morale, che non sta bene farsi prestare soldi.
D'accordissimo con lei. Ma che cos'era, lei, nel 1997? Un giustiziere? Un sicario? Un analfabeta? Uno pseudogiustizialista? E in quale "democrazia liberale"? per usare un'espressione a lei cara (vedi editto di Arcore) la sinistra candiderebbe senza batter ciglio un signore con una sentenza (e un fatto) del genere sulle spalle? E in quale democrazia liberale un giornale "liberale" come il suo denuncerebbe un giornalista che fa il suo mestiere, ricordando quella sentenza e raccontando quel fatto?
Dopodiché, intendiamoci, la gente si fa un'idea, riflette, sceglie, decide e vota come meglio crede. Ma ha il diritto di sapere tutto dei candidati che le chiedono il voto. Soprattutto se in quel "tutto" non ci sono privatissime storie di corna (come accade spesso in America), ma alcune condotte leggermente più pubbliche e più degne di riflessione.
Fino a qualche giorno fa gli elettori palermitani non sapevano nulla di Cocilovo. In seguito al mio articolo, hanno appreso che per il Tribunale di Palermo è il "collettore di una tangente, disposto anche a concedere favori sindacali". Ora, grazie al Foglio, sanno che èpure un bugiardo.
Marco Travaglio

Avevo giustamente cestinato questa sua, che infatti non è un diritto di replica a giudizi duri espressi su di lei nelle nostre colonne. E' una sequela smaniosa di insulti e di espressioni primitive di inimicizia personale a sfondo narcisista, diretti prima di tutto al giornale in indirizzo, poi ad altri. Visto che lei paragona i suoi diritti ai miei nei confronti del Monde, giustificando l'intolleranza dei francesi in una lettera al Corriere, le dico che se avessi risposto con i suoi toni al giornale parigino che ha ospitato un articolo diffamatorio nei miei confronti, mi sarei cestinato da solo. Lei aveva tutto il diritto di schierare un suo articolo contro la Candidatura a sinistra di Luigi Cocilovo, dal momento che milita con ardore nel partito della destra forcaiola, ma è decisivo come sempre il "come". Perfino estraendo le proprie gemme dai mattinali di polizia o dagli archivi di procura, un giornalista non esaltato può essere capace di argomentare con un minimo di decenza e di rispetto degli altri. Questo diritto di replica dimostra ciò di cui lei non è capace, e dunque imprimatur.
[Giuliano Ferrara]

2.11.03

Quando muore Fellini

Roberto Benigni

Quando muore Fellini il grido è forte
spacca la testa che improvvisa piange
lacrime dal Marecchia fino al Gange
alluvionano il mondo alla sua morte.
Quel giorno dimmi chi non lacrimava
nemmeno la persona troppo frigida.
Pianse Rondi, e Akira Kurosawa
pianse la Loren con la Lollobrigida
pianse Anita, e Marcello pianse il Sole
pianse Mollica lacrime a bizzeffe
piansero i vermi, e tutte le parole
quel giorno cominciarono per Effe.
Quando muore il maestro di Amarcorde
anche i poeti abbassano la testa
era più bello di Harrison Forde
era più sexy lui di Mae Weste.
Era leggero come Cavalcanti
saggio come i filosofi tedeschi
umano come posson solo i santi
profondo come Fiodor Dostoieschi.
Elegante, narciso, mai avaro
lui era insieme Topolino e Pippo
lugubre come Antonio Fogazzaro
buffo come Peppino de Filippo.
Quando dava l'azione, come un rombo
il set s'illuminava d'alabastro:
era come Cristoforo Colombo
un condottiero come Fidel Castro.
Lo esaminavan le psicanaliste
ma a lui nessuno mai tolse le brache
Fellini avea più forza di Maciste
e più immaginazione di Mandrake.
Dolce come Verlaine, come Beatrice
e maledetto come James Dean
Casto della purezza di Euridice
e intelligente come Rin Tin Tin.
M'han detto ch'era morto: ebbi uno sciocche
come se fosser morte le albicocche
Fellini m'hai riempito di passioni
e per estremo saluto ti dirò
citando un bel refrain di Little Tony
che t'amo, t'amo, t'amo, e t'amerò.
COLPO DI SCENA: LE BIERRE SONO LE PRIME AD APPLICARE LA LEGGE BIAGI
Alessandro Robecchi sul Manifesto

Fantasia al potere. I caramba si chiamano "Ciccio", la polizia "Pippo". Per la Finanza lo sforzo è addirittura epico e viene soprannominata "Fiorenza". Una nota sbarazzina: le guardie giurate si chiamano "Giusy". E' possibile che, prima delle retate, il dibattito interno alle brigate rosse si dispiegasse - severo e irriducibile - per trovare un nome alla forestale. Se ti fermano per un controllo, poi tu chiami i capi per dire che Ciccio, o Pippo, ti ha chiesto "il biglietto da visita". Con tutto il rispetto (pochino), da quel che emerge giorno dopo giorno nelle ricostruzioni dei media, queste famigerate bierre di nuova generazione ricordano Peter Sellers e l'ispettore Clouseau piuttosto che la "geometrica potenza" d'antan.
Tocca dar ragione a Moretti (Nanni): se parli male, pensi male. Cosa diavolo vorrebbe dire "sostenere un quantum corrispondente al tipo di risposta strategica"? Sarebbe un metalinguaggio per iniziati? O semplicemente il tentativo di ammantare di paroloni roboanti un paio di concettini elementari messi in croce alla bell'e meglio? E "far avanzare un processo sulle gambe politiche-militari" cosa sarebbe, la parodia di un politichese vintage, modernariato delle parole, pura archeologia del nonsense? Naturalmente, nell'epoca della comunicazione globale, niente resta impunito o - perlomeno - inedito. Così ci ritroviamo le lettere brigatiste (anche quelle private) sparate in copertina, le foto dei pedinamenti gentilmente concesse alla stampa dagli inquirenti (no copyright), gli sprazzi di sintassi ballerina gentilmente tradotti sui giornali. Si può provare un po' di pena e un po' di pietà, ma è difficile, comunque la si metta, non cogliere qualcosa di potentemente ridicolo in questo universo parallelo, in questo mondo virtuale di rivoluzionari-pendolari che annotano tutto con grottesca e burocratica precisione, che fissano regole e regolamenti, che insistono sulla disciplina, che si danno le pagelle, che intentano al loro interno procedimenti disciplinari di tipo aziendale. C'è quella che arriva in ritardo alle prove generali della rapina, c'è quell'altra che decide di fare un bambino: sembra di vederli, i famosi capi, che allargano le braccia indignati: "non c'è più religione?".
Poi si scopre che le bierre hanno al loro interno una specie di legge Biagi che regolamenta i rapporti di lavoro subordinati, para subordinati o di semplice collaborazione. Ci sono i "militanti complessivi", appena due, che hanno una specie di contratto a tempo indeterminato. Poi gli altri: terroristi co.co.co., terroristi a progetto, terroristi a "rapporto organizzato ma esterno", una vera giungla normativa. L'importante è che il datore di lavoro sappia quale tipo di impegno puoi dedicare alla ditta, regolare a tempo pieno, o irregolare part-time, o magari - recente riforma del mercato del lavoro rivoluzionario - "si riconosce la figura del semiregolare". A ognuno i suoi compiti e ad ognuno le sue responsabilità. Per esempio se sottoscrivete un contratto da "semiregolare", sappiate che date la vostra "disponibilità stabile vincolata e non svincolabile". Mentre se vi impegnate come "irregolari" siete "attivabili in base alla disponibilità e all'occasione". Più tempo libero, insomma. Quello a cui non sfuggirete è il colloquio di assunzione, che serve soprattutto a stabilire il vostro"livello di internità". Qualche formalità e poche domande e poi? grazie, vada, le faremo sapere.
Tutto ciò è molto triste, per i motivi noti. Per il danno al movimento e ai movimenti. Per il montare di quell'odiosa e schifosa "onda nera" di cui scriveva ieri Parlato su questo giornale. Ma anche per la ridicola e in qualche modo rattristante prevalenza della burocrazia in questo pensiero debole e sedicente rivoluzionario, che pianifica e valuta e "contrattualizza" e dà bacchettate sulle dita e insiste sulla disciplina, sull'allenamento, sulla preparazione, come fosse alla catena di montaggio della qualità totale. Finché Ciccio, o Pippo, non ti sequestra il computerino con tutti i tuoi segreti. E oplà: fine della corsa.