14.3.04

CHE SORPRESA: SILVIO VUOLE LA TV A SCUOLA

di Alessandro Robecchi (Il Manifesto)

Ma tu guarda come va il mondo. Qui finisce che Silvio ce lo faremo spiegare da una adolescente dell'Ohio, Crudelia Moratti da un teenager della Georgia. Dopo il tam-tam mediatico e l'overdose tele-radiofonica del "premier" e il monologo-vespasiano in seconda serata, la riforma della scuola finisce che ce la spiegano le cronache Usa - avamposto del liberismo - più che l'accalorato eloquio del liftato. Già, perché Silvio l'ha buttata lì senza parere, quasi en passant: nelle ore di refezione, a scuola, si potrà guardare alla tivù un divertente programma televisivo per imparare l'inglese. Ecco sdoganata la tivù anche nelle scuole, la tivù come educatore, la tivù-supplente. La tivù.
Per informazioni si può chiedere a Carlotta Maurer, 14 anni (nel 2001), studentessa di una scuola dell'Ohio, che per il rifiuto di guardare la tivù a scuola, nelle ore di lezione, è finita addirittura in galera. Storia poco edificante, ma vera. Perché negli Usa - come vanta il sito di Channel One -12.000 scuole pubbliche (350.000 classi, un totale di 8 milioni di alunni dai 6 ai 14 anni) si "formano" assistendo nelle ore di lezione al telegiornale "per ragazzi" prodotto dal Network "educativo" privato. Ogni dieci minuti di "lezione", due minuti di pubblicità, un affarone per le scuole (un telecomando costa pur sempre meno di un docente) e per il Network (otto milioni di spettatori obbligati sono un bel pacco di dollari di spot); un furto di sapere e dignità per i bimbi, ipnotizzati dalla tivù (e dunque incoraggiati a capire come va veramente il mondo). Fu così che Carlotta Maurer, 14 anni, fece il suo gesto di ribellione, uscendo dall'aula una bella mattina, dicendo che a vedere la tivù e a chiamare tutto questo scuola non ci stava. Grande preoccupazione delle gerarchie dell'istituto, allarme per il ribellismo adolescente e misure drastiche: un po' per ammonimento e un po' per punizione, Carlotta passò la giornata al Wood County Juvenile Detention Center, riformatorio della contea, insomma in galera.
Inutile dire che Carlotta è diventata una specie di simbolo, la punta di lancia della protesta, un "caso clamoroso". Per quanto, a dirla tutta, sembra un "caso" ancor più clamoroso e terrificante che otto milioni di marmocchi americani della scuola pubblica (quel che ne resta) siano educati dalla tivù. Tornando a casa nostra, non si fatica a capire che il maggior beneficiario del mercato pubblicitario - incidentalmente anche capo del governo - sia favorevole alla televisione che insegna l'inglese (e l'impresa? E l'informatica? Si torna sempre alle tre I di Berlusconi: I soldi, I soldi, I soldi).
Ma il problema liberista con la scuola pubblica è proprio questo: è una cosa che deve dare, e non prende niente. Eppure la scuola di cose da vendere ne ha. Per esempio - come spiegano i pubblicitari americani - ha un bene inestimabile: l'accesso agli studenti. Un mercato interessante, immenso, un prorompente serbatoio di consumi. Diciamo la verità: nel clima attuale di smantellamento generalizzato del pubblico, qualcuno si scandalizzerebbe se una grande impresa donasse computer a una scuola? Se sul tappetino del mouse ci fosse il nome del gentile sponsor? Se il libro di testo te lo regalano, puoi sopportare che in copertina ci sia la pubblicità dei fiocchi d'avena, o le facce delle star di Fox tv? Se con i tuoi ditini incerti impari a contare due più due, ti secca proprio farlo con le caramelle Tootsie Roll? Esilarante il caso di bibite e merendine: piani decennali consentono alle scuole di incassare milioni di dollari assicurando la distribuzione di coca-cola. Contratti che contemplano anche sostanziosi bonus in caso di incremento delle vendite, per cui si assiste allo spettacolo di presidi e professori che caldeggiano l'uso di bibite gassate, anche in classe, che piazzano meglio i distributori, che ammaestrano gli alunni a un filo-aziendalismo sospeso tra il ridicolo e il talebano. Anche questa piaga ha il suo piccolo eroe, ovvio. Mike Cameron, 17 anni (nel '98) decise che non era per niente contento di celebrare al suo liceo - la Greenbrier High School di Evans, in Georgia - il coke-day, la giornata dedicata allo sponsor, in cui tutti, studenti e insegnanti, cantano le lodi delle bollicine che cacciano i soldi per la scuola. E' una cosa che fa un po' Corea del Nord, se ci pensate, e Mike non ci sta, va a scuola con una maglietta della Pepsi e viene espulso. Un caso da manuale su come rendere privata la scuola pubblica. Un manuale che forse Silvio & Crudelia hanno studiato per bene.

13.3.04

PICCOLA POSTA

di Adriano Sofri (Il Foglio)

Ho senz'altro una ripugnanza per Marco Travaglio, ma anche per troppi altri, e ne cavo la conseguenza di tacerne. Qualche volta preferisco di no, perché mi sembra che la mia esperienza possa illuminare meglio una questione generale. Così, qualche tempo fa, svolgendosi la elegante discussione sulle pezze al culo, pensai di scrivere all'Unità, ma lasciando il direttore libero - sul serio, non per buona educazione - di non pubblicare la mia lettera se solo gli fosse dispiaciuto, perché Travaglio è un suo ingente collaboratore.
Per esempio ieri, nella sua rubrica, Travaglio ha concluso un catalogo di nomi contemporanei (Previti, Berlusconi, Baget Bozzo, Cirami, Ferrara, Tanzi, Cesare Battisti jr, Delfo Zorzi, e Gaetano Pecorella) con la seguente frase: "A questo punto, profittando della confusione generale, Sofri chiede la scarcerazione di Priebke". Bene. Ecco il testo della mia lettera che l'Unità, con il mio sentito consenso, non pubblicò.
«Caro Furio Colombo, il tuo editoriale di lunedì mi induce a descriverti la mia esperienza personale del caso Travaglio, benché sappia che non potrà che procurarti un dispiacere. Però, al di là della mia rivendicata parzialità, conto che la trama abbia una sua vivacità. Andrò a ritroso, così risalendo anche la carriera di quello specialista investigativo. Prendo a pretesto un incidente di pochi giorni fa, quando si è grottescamente perfezionato un quindicennio di dannazione e contraffazione della mia persona: l'Enciclopedia Rizzoli-Larousse (come la chiamerò piuttosto: prestigiosa? Autorevole?) nell'edizione a diffusione straordinaria che accompagna il Corriere della Sera ha pubblicato, come l'Unità ha riferito, alla voce "Brigate Rosse", una fotografia che ritrae me e Renato Curcio, con la didascalia: "Renato Curcio e Adriano Sofri, militanti del cosiddetto 'nucleo storico' delle Brigate Rosse".
Quando me l'hanno mostrato, non mi sono nemmeno stupito, né indignato. Mi è sembrato poco meno che ovvio. Un tocco finale. Il Corriere ha definito l'episodio un errore, e l'errore "imperdonabile": aggettivo appropriato. La circostanza della foto (sul cui fondo figura infatti Bruno Vespa) era la mia partecipazione, con Curcio e con esponenti politici di partiti varii, a una puntata di "Porta a Porta" dedicata alla eventualità di un indulto, già nel giugno del 1996. Sulla prima pagina del quotidiano Il Giorno quella trasmissione fu commentata, col titolo "I cattivi maestrini ci risparmino le loro prediche", dalla firma, a me del tutto sconosciuta, di Marco Travaglio.
Il quale, dopo aver deplorato i "furtivi incontri amorosi fra D'Alema e Fini, Prodi e Berlusconi, repubblichini e partigiani", ospitati dal "paraninfo catodico Bruno Vespa", spendeva la sua retorica squadristica contro "il duo Anni di Piombo", cioè io e Curcio, e concludeva così (ti prego di leggere con attenzione): "Implorino l'indulgenza plenaria da quello Stato borghese che ancora vent'anni fa sognavano di rovesciare. Ma lo facciano alla chetichella, dietro le quinte, con un fil di voce, lasciando perdere le tv e i giornali, che non fanno per loro. E quando usciranno di galera, lo facciano in punta di piedi, strisciando contro i muri magari nottetempo, senza farsi vedere né sentire. Poi, possibilmente, evitino di impartire lezioni, di pubblicare articoli, libri, memoriali, mie prigioni. Meglio che scompaiano dalla circolazione. Perché a qualcuno, sentendoli ancora parlare, potrebbe venire la tentazione di ripensarci e di andarli a cercare. Lievemente incazzato".
Hai letto con attenzione? Sono stato assai addolorato quando la polemica fra il Foglio e l'Unità ha evocato istigazioni all'omicidio o volontà di chiudere la bocca all'avversario. Oltretutto, si rischia di smarrire il senso delle vere istigazioni all'omicidio. Cose scritte su Lotta Continua (non fui mai io a scriverle, ma, per dirla brutalmente, Lotta Continua ero io, e dunque me ne assunsi la responsabilità) contro Calabresi tra il 1969 e il 1972 furono istigazioni all'omicidio. Che cos'era l'articolo del 1996 di quello sconosciuto Travaglio? Allora io telefonai al Giorno, declinai l'offerta del direttore di rispondere sulla prima pagina del giornale, e trasmisi una dettagliata informazione privata sul mio indirizzo, i miei orari e i miei itinerari, da trasmettere a Travaglio, per l'eventualità che volesse intanto venire lui "a cercarmi".
Non vidi comparire sul mio viottolo quel giustiziere. Poi Travaglio si esercitò anche sul Borghese, con due lunghe puntate di illustrazione "investigativa" della mia vicenda giudiziaria, sulle quali la mia opinione non può esser detta con parole vigilate. Sull'Espresso Travaglio avrebbe poi compilato una quantità di testi contro me, raccolto dalla più spregevole mondezza l'insinuazione sui depistaggi degli ex di Lotta Continua per l'assassinio di Mauro Rostagno, protestato contro i miei famosi privilegi carcerari, e in genere contro la rilassatezza dei tribunali e delle galere nei confronti dei delinquenti comuni. Qualche ulteriore riflessione di questa portata Travaglio ha poi trasferito nelle sue rubriche sull'Unità.
Ecco. Immagino di darle un dispiacere. Non ho niente da obiettare alla presenza di chiunque sui giornali o gli schermi di più diverso orientamento politico - io stesso vado dovunque mi invitino - e confido, nella confusione dei tempi, su quello che si dice e si è piuttosto che sull'anagrafe ufficiale. E considero del tutto irrilevante la discussione sull'eventualità che Marco Travaglio sia di destra o di sinistra; e anche, ma con più pena, sulla presa che lo stile di Marco Travaglio (o di Antonio Di Pietro) fa sullo stato d'animo di persone che si sentano di sinistra e moralmente intransigenti. Non entro in dispute come quella sollevata a proposito delle pezze al culo: non hanno bisogno di me, né io di loro. La mia incresciosa situazione mi esenta da ogni solidarietà di schieramento. Ho una cella singola, sono una minoranza di uno: è della mia personale esperienza che ti ho voluto parlare. Buon lavoro".

10.3.04

Digitale Terrestre
da Fausta Maria Rigo

Caro Sabelli, no, non è un attacco di grafomania. Quelli che seguono sono i pro e contro del DT, molti contro pro... Il digitale terrestre è una modalità di trasmissione con cui si cerca di risolvere l'annosa diatriba sorta delle frequenze radiotelevisive: infatti non verrà più occupata una frequenza da ogni emittente ma tutti potranno trasmettere sulla stessa o su gruppi di frequenza comuni (Esempio: se ora i 7 canali nazionali impegnano 7 frequenze differenti, con il digitale terrestre ne impegneranno solo una, liberando così lo spazio per altri canali, ma questo non sembrerebbe essere il progetto...).

Il segnale unico che arriverà così nelle nostre case verrà decodificato da un apposito dispositivo detto "Decoder" che, in base al canale da noi prescelto, decodificherà solo la parte dei segnali di nostro interesse, il tutto - si dice - senza modificare l'impianto d'antenna esistente. Il Decoder, a detta dei suoi sostenitori, sarà pure interattivo: ciò significa che si potrà sfruttare questa tecnologia per il televoto e per giocare da casa a quiz e giochini televisivi, nonché per disporre di altri servizi semplicemente collegando il decoder ad una presa telefonica. (Ricevo dall'etere e trasmetto sul doppino telefonico!)

Per approntare nei tempi stabiliti (si parla del 2006) la Televisione Digitale Terrestre Italiana lo Stato sborsa dalle proprie casse un contributo di EUR135 per singolo decoder.

Ma allora, vi chiederete, dove sta il problema? Qualche delucidazione.

Uno.
Esistono 3 tipi di Decoder:
- il primo si aggira intorno ai EUR 135 (quelli del contributo): permette solo di decodificare il segnale e non offre servizi interattivi (ah, ah!);
- il secondo si aggira intorno ai EUR 250 e sembrerebbe essere completo di quasi tutti i servizi di livello base;
- il top della gamma, infine, si raggiunge con EUR 400 disponendo di tutti i servizi previsti

Due.
I decoder sono stati approntati senza conoscere né le reali esigenze di mercato, né tantomeno i servizi che si intendono offrire (a buon intenditor: qualcuno ricorda il caso dei decoder satellitari proposti per i Clienti italiani qualche anno fa?) mettendo a rischio l'investimento economico fatto per il decoder circa possibili (e probabili) premature modificazioni degli standard tecnologici.

Tre.
Una volta fatto l'acquisto si arriva a casa, si collega il tutto e non funziona! Si scopre così che bisogna chiamare il tecnico antennista per modificare l'impianto... Il tutto per VEDERE GLI STESSI CANALI CHE VEDEVATE PRIMA!

Quattro.
Chiamato l'antennista e sostenuto il piccolo/grande salasso (ormai siete in mezzo al guado e ne va della vostra reputazione), potrete accomodarvi "finalmente" nel salotto di casa vostra e godervi GLI STESSI CANALI CHE VEDEVATE PRIMA!

Cinque.
Qualche istante prima che cominci la partita di calcio sorgerà un altro problema: vostra moglie vorrà andare in camera da letto a guardarsi il film dell'autore preferito e scoprirà amaramente che non potrà farlo perché il decoder decodifica una canale alla volta, cosicché tutti i membri della famiglia saranno costretti a vedere ciò che viene decodificato in quel momento: la partita!

Sei.
Dopo aver sperimentato in più occasioni l'annoso problema della contemporaneità, speso qualche altro Euro in improbabili sistemi di ripartizione, vi accorgerete che l'unica soluzione sarà quella di acquistare un decoder per ogni televisore che avete in casa. Il tutto per VEDERE GLI STESSI CANALI CHE VEDEVATE PRIMA!

Sette.
Vi accorgerete che oltre al cane, tutte le sante volte che andrete a riaprire la vostra bella casetta di campagna/montagna/mare, dovrete preoccuparvi di portare con voi il benedetto decoder, a meno che non vogliate acquistarne altri. Il tutto per VEDERE GLI STESSI CANALI CHE VEDEVATE PRIMA!

Otto.
Dopo qualche mese (o anno) di tribolazione aspettate di sperimentare l'interattività offerta dal sistema televisivo digitale terrestre (che ricordo dovrebbe essere bidirezionale): qualche tentativo più tardi scoprite che il vostro decoder non riesce a condividere la linea telefonica con gli altri dispositivi di casa (telefono voce, allarme, fax, personal computer, telesalvalavita, ecc. ecc.) pertanto dovrete ri-chiamare il tecnico per far installare qualche filtro. Dopo qualche tentativo scoprirete che per impiegare l'interattività offerta, dovrete rinunciare a qualche apparecchio collegato alla linea telefonica e pagare qualche Euro di connessione. Il tutto per VEDERE GLI STESSI CANALI CHE VEDEVATE PRIMA!

Nove.
Mentre vi affannate a convincere voi stessi (e senza successo vostra moglie la quale aveva già previsto tutto) che i costi sostenuti avevano un senso, dopo aver acquistato l'ultima meraviglia, il mega impianto Home-Theatre scoprirete che il segnale, banalmente, è solo stereofonico e che tutti gli effetti audio desiderati non sono disponibili. Il tutto per VEDERE GLI STESSI CANALI CHE VEDEVATE PRIMA!

Dieci.
Nonostante possiate esibire a parenti ed amici l'ultimo acquisto pubblicizzandone pregi e vantaggi, dovrete comunque continuare a pagare:
- la connessione telefonica all'operatore di vostro maggiore gradimento;
- l'abbonamento al digitale satellitare per le partite, le anteprime cinematografiche ed i cartoni animati;
- la tessera del noleggio DVD
- dulcis-in-fundo l'abbonamento RAI
Mentre avrete già dato per l'acquisto del decoder e per le (annose) attività di contorno.
Il tutto per VEDERE GLI STESSI CANALI CHE VEDEVATE PRIMA!
E allora?

8.3.04

FIORI FALSI
Restituiteci la bella sagra e liberate il telegiornale

di Michele Serra (Repubblica, 7 marzo 2004)

Ieri, al TG1 delle 13,30, la parole del Capo dello Stato contro la grazia a Priebke sono andate in onda dopo Adriano Pappalardo che cantava "Papaveri e papere" insieme a Fabrizio Del Noce. Il primo quarto d'ora del primo telegiornale italiano, tranne una brevissima apertura sul maltempo, era tutto su Sanremo, anzi su Del Noce a Sanremo: intervista di Mollica a Del Noce, poi il duetto Pappalardo-Del Noce, infine Cattaneo e Del Noce che ricevono una mesta delegazione di abbonati Rai. Infine uno scellerato scorcio di Umberto Bossi e Mino Reitano che cantano, da Vespa, "Italia/Padania".

Anche se forma e sostanza erano da Istituto Luce, l'idea trasmessa da quell'incredibile tigì non era di "regime", bensì di pazzia. Uso il termine con delicatezza, non volendo offendere alcuno, semmai difendere la Rai, il TG1, Sanremo, noi pubblico e perfino Del Noce dal collasso logico, culturale e perfino commerciale che ha condotto, negli anni, a sovraccaricare un'antica sagra popolare di tali e tante aspettative, speranze e vanità da farla piegare su se stessa come certi tralicci dopo certe nevicate.
Siamo tutti qui a discettare sul meno cinque o più cinque per cento, come se il paralizzante, malato narcisismo televisivo dovesse riguardare un intero paese e non solamente i tre o quattro ufficetti competenti. E dimentichiamo di dire la cosa più semplice, meno intellettuale e più vera, e cioè che Sanremo è una vecchia gara di canzoni divenuta, suo malgrado, il teatro di guerra di troppe megalomanie, da quella politica (squallido, anzi super-squallido il dopofestival infarcito di onorevoli imbarazzati e imbarazzanti; orribile l'ipotesi, anche solo ventilata, di un gemellaggio Ariston-Nassiriya) a quella televisivo-pubblicitaria.

Il grottesco overdosaggio di immagini, commenti, commenti sui commenti, deborda da un contenitore troppo piccolo, e soprattutto incongruo: il dibattito sulla mafia non merita di essere riaperto da Tony Renis; quello sul federalismo e l'unità nazionale, affidato ai primi piani di Bossi e Reitano, diventa una insopportabile presa per il culo; Dustin Hoffman che dice "cacca" non può costituire materia di articoli di inviati che sono stati in Afghanistan a rischiare la pelle; e il bipolarismo Rai-Mediaset, con la nevrastenica conta mattutina delle oscillazioni Auditel, è appena una bega aziendale e non può diventare materia di analisi politica per un intero paese.

Si restituisca Sanremo alla casalinga di Voghera, che ne è stata espropriata. Si renda omaggio alla fatica degli artisti (Ventura, i suoi compagni di palco, gli autori, gli orchestrali, i cantanti: non è colpa loro se oggi, in Italia, si è giovani promesse a quarant'anni), che sono riusciti a lavorare perfino in un contesto così nevrotico e arbitrario. Si scrivano, per favore, meno pagine di giornale (questa compresa) su un evento che è ormai un ricatto mediatico in piena regola. Si salvi Sanremo volendogli bene e rispettandone l'adorabile insulsaggine, riportandolo alle tre serate canoniche, due di eliminatorie e una finale, un giovedì venerdì e sabato da paese normale, un paese dove il Capo dello Stato che si pronuncia su un eccidio di italiani passa, al telegiornale, prima e non dopo Pappalardo


MANTOVA-SANREMO
Celentano, un sotterfugio inutile - Il boom di Mantova contro i detrattori

di Antonio Dipollina

Pur disponendo di alcune bellissime canzoni recenti, Celentano ha fiutato l'aria che tirava al Festival e ha cantato un rock del 1957. Sul resto, meglio che l'ala dell'oblio scenda giù veloce. Ed è auspicabile che presto si vendano in giro t-shirt con la scritta "Io non ho amici criminali".
***
Gli ascolti dimostrano peraltro che il sotterfugio di chiamare Celentano confidando nel fatto che uno sguardo alla telecamera risolva tutto, è vecchia di almeno dieci anni e non ci casca quasi più nessuno. Per non parlare dell'idea che ancora qualcuno sia interessato a quello che Celentano dice. La sua frase sul Festival di Mantova ("Perché fare un altro festival se il festival è già qui?") la dice lunghissima sulla profondità delle argomentazioni. Il giardiniere Chance, quello del film, quello che diceva: dopo la primavera viene l'estate e poi l'inverno, risale a venticinque anni fa.
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Nel dubbio, comunque, Celentano è stato spinto sul palco un minuto dopo che a Brescia l'arbitro fischiasse la fine della partita della Juve: per spettacolarità e intensità, una vittoria 10-1 del calcio su Sanremo.
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Per mantenere l'effetto sorpresa, la direzione di Raiuno ha impedito che l'arrivo di Celentano venisse annunciato al Tg1. Così molta gente è tranquillamente andata al cinema, o a casa di amici a vedere la partita o si è dedicata ad altro. Mosse geniali.
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Secondo alcune fonti, Celentano si sarebbe esibito gratis. Questa finisce nel prossimo libro di Totti.
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A mezzanotte un signore ha fatto squillare il telefonino di Nando Dalla Chiesa, impegnato nel finale del festival di Mantova. Era il proprietario del teatro Ariston di Sanremo, che si felicitava con lui per la riuscita della manifestazione gli assicurava che in tv aveva guardato molto più Mantova che il baraccone rivierasco. La città dei fiori di zucca molto più che la città dei fiori.
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Alla faccia dei tristissimi denigratori, Mantova è stato - oggettivamente - un successo clamoroso rispetto alle previsioni. L'anno prossimo - passata la simbologia dell'antisanremo - si replica nel mese di maggio, con il sole, per conto proprio e con parecchia credibilità in più da spendere. Basterebbe avere un grosso nome "alternativo" a sera per chiudere le esibizioni degli emergenti, basterebbero tre o quattro tra i vari Battiato e Fossati e così via. E a quel punto chi se ne importerebbe mai più di Sanremo, dovessero anche condurlo Bonolis e Fiorello.
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Altri momenti orari significativi: alle 23.23 all'Ariston di Sanremo è entrato in scena Andrè, all'Ariston di Mantova è salito sul palco Giorgio Conte. Alle 23.51 a Sanremo hanno fatto irruzione sul palco Mietta e Morris Albert, a Mantova è partita la prima nota del set di Massimo Bubola. Fate voi.
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Siccome Wynona Rider ha bidonato i sanremesi, Gene Gnocchi l'ha gratificata dal palco dicendo che era stata scoperta all'ipercoop di Sanremo mentre usciva con un caciocavallo nascosto nella borsetta. La Rider ha avuto problemi giudiziari di cleptomania negli Usa. I dieci spettatori che hanno capito la gag hanno riso parecchio.
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Non serve un genio per stabilire che Paola Cortellesi è stata la migliore presenza a Sanremo non solo di questa edizione, ma anche degli ultimi anni.


L’INTERVISTA
Guglielmi: meglio del passato, però questo non era Sanremo
«In gara piccoli personaggi che stridevano con la scenografia: al centro c’era solo il vuoto»

di Emilia Costantini (Il Corriere della Sera, 8 marzo 2004)

ROMA - Angelo Guglielmi, ha visto il Festival di Sanremo? «Poco, ma oggi non serve vedere la tv per sapere ciò che propone».
Per quello che ha visto, è stata un’edizione innovativa?
«Come semplice spettatore, ho preferito questa edizione a quelle del passato: il gruppo Ventura-Gnocchi-Cortellesi-Crozza è intelligente, vivace, capace di ironia, tutte doti rare in tv. Come esperto, ho assistito a un’edizione non tanto innovativa, quanto a una Sanremo senza Sanremo. Innovativo è stato affidarsi al gruppo della Ventura, al posto dei soliti sacerdoti officianti, ma non andava dimenticata la cerimonia».
Si spieghi.
«Il Festival è un torneo della canzone, grande kermesse popolare di cultura canora. In quanto tale, deve poter contare sui rappresentanti più significativi di questa cultura, che invece sono mancati: se io avessi dovuto organizzare Sanremo, non avrei trascurato la presenza dei cantanti più amati dalla gente, quelli che vendono milioni di dischi. E invece, quest’anno era evidente la povertà delle performance canore: piccoli personaggi squallidi, che stridevano oltretutto con la magniloquente scenografia. Un’orchestrazione misera, musiche mediocri, con testi di cui non si ricorda una parola. Esibizioni che suggerivano solo compassione. Sembrava un piccolo Castrocaro, senza nemmeno il folklore tipico dei festival provinciali. Mi pare proprio che gli organizzatori non abbiano capito cos’è Sanremo. E non è stato un problema di soldi, che mi pare siano stati spesi in abbondanza: c’era il lusso intorno, ma al centro c’era il vuoto, perché mancava la struttura portante, ossia la canzone. La Ventura, dal canto suo, è bravissima: sulle sue spalle sa reggere bauli, ma stavolta aveva sulla schiena una grande balla di cartone che, con la sua vivacità, risuonava nel vuoto. Insomma, un’innovazione forzata: mancando i big, si sono inventati un altro "centro", diverso da quello che Sanremo esige».
Per questo, la puntata di venerdì, con il revival dei vari Al Bano, Marcella Bella, Mino Reitano... ha avuto successo?
«È la conferma di quello che dico . Così come la presenza di Celentano: bravissimo, ma è stato portato all’Ariston come fosse un "di più" e invece è un cantante. In passato, Grillo o Benigni potevano rappresentare il "di più", ma Celentano doveva essere funzionale alla gara, invece è stato presentato come eccezionale».
E Dustin Hoffman?
«Qui c’è da fare un’altra riflessione: questi personaggi, grandi per carità, ci chiedono molti soldi per partecipare. Ma noi cosa chiediamo a loro in cambio? Loro pretendono ricchi cachet e noi ci accontentiamo della loro presenza: certe presenze vanno organizzate, altrimenti sono inutili».
Ha visto il Dopofestival?
«Mi sono divertito solo la prima sera con la Parietti, ma francamente le apparizioni di politicanti mediocri erano tristi. Il Dopofestival, nei tempi migliori, era un luogo di pettegolezzo alto, spregiudicato. E invece hanno voluto inserire l’elemento dell’attualità politica, andando anche in questo caso "fuori centro"».
Ma almeno, le spalline del reggiseno in mostra della Ventura le sono piaciute?
«Una "trovatina" dello stilista di turno. Ma la Ventura si è fatta apprezzare per altro».
Quella svista sull'8 marzo
di Gian Antonio Stella
Negli occhi di tutti, scrisse atterrito il cronista del New York Times , restò l’immagine di una ragazza che, lanciatasi nel vuoto nella speranza di aggrapparsi all’edificio accanto, restò impigliata per alcuni interminabili secondi finché le fiamme le divorarono il vestito lasciandola precipitare. Forse era russa, tedesca, finlandese... Ma non è improbabile che quella poveretta fosse italiana. Come italiane erano almeno 39 (molti corpi erano irriconoscibili) delle 146 donne morte in quello spaventoso incendio in una fabbrica di camicie dimenticato dall’Italia e ricordato invece, per un equivoco storico, come l’atto di origine dell’8 Marzo.

Era il pomeriggio di sabato 25 marzo 1911, quando il fuoco attaccò gli ultimi tre piani di un palazzone di Washington Place, nel cuore della metropoli americana. E ancora non è chiarissimo come la data, col passare dei decenni, sia stata «adattata» alla Festa della Donna. Ci hanno provato in diversi, a cercare di ripercorrere la storia di questa svista che ancora oggi domina gran parte dei siti Internet (prova provata: mai fidarsi della «rete») dedicati alla genesi della ricorrenza odierna. Prime fra tutti Tilde Capomazza e Marisa Ombra, autrici una quindicina d’anni fa di 8 Marzo / Storie, miti e riti della Giornata Internazionale della Donna . Studio ora ripreso dalla tesi di laurea di una giovane veneziana, Marina Senigaglia, che ricostruisce con qualche integrazione un’infinità di versioni diverse.

C’è chi, come le femministe francesi degli anni Cinquanta, dice che la giornata della donna sia stata scelta «per commemorare il 50° anniversario di uno sciopero di lavoratrici tessili, brutalmente represso a New York l’8 marzo del 1857». Chi per ricordare la rivolta pacifista delle operaie di Pietrogrado, l’8 marzo 1917. Chi, come il bollettino del Pci Propaganda nel ’49, per celebrare l’8 marzo 1848, quando le donne di New York scesero in piazza per avere i diritti politici. Chi in memoria dell’incendio del 1911 (con la data sfalsata di due settimane e passa) e chi di un fantomatico incendio a Boston nel 1898. Col risultato che alla fine, a forza di passaparola e di equivoci, ne è uscito un collage, fissato nel 1954 da un fumetto del settimanale della Cgil Il lavoro (che due anni dopo pubblicherà anche una specie di fotoromanzo assai raffazzonato) in cui si è mischiato tutto: date, luogo, episodi, numero dei morti, tutto. Con la probabilità che siano stati confusi più incendi (81 nella sola New York e nel solo 1911 in fabbriche di quel tipo) compreso uno avvenuto effettivamente l’8 marzo (1908) alle scuole di Collingwood in cui erano morti 173 bambini e due insegnanti. Per non dire del caos su chi, come e quando propose per primo la fatidica data oggi legata alle mimose.

Certo è che, fosse anche falso il collegamento storico, non c’è episodio nella storia delle donne più adatto a segnare un punto di svolta quanto la catastrofe alla Triangle Waist Company . Le cinquecento ragazze tra i 15 e i 25 anni che lavoravano con un centinaio di uomini e rare colleghe più anziane, negli ultimi tre piani del palazzo, alle dipendenze di Isaac Harris e Max Blanck, facevano infatti una vita infame. Una sessantina di ore di lavoro la settimana (l’anno prima un grande sciopero durato mesi aveva strappato un orario di 52 ore, ma lì non era applicato), straordinari sottopagati, spazi ridotti, sorveglianza feroce. Come accade con certi contratti anomali di oggi (della serie: nessuno inventa mai niente) i padroni avevano infatti affidato tutto, con una specie di subappalto interno, a una rete di caporali ciascuno dei quali gestiva e pagava sette operaie, che faceva marciare a ritmi elevatissimi. Incidenti sul lavoro a catena. Tutele sindacali zero. Porte sbarrate dall’esterno perché le ragazze non si allontanassero. Il posto giusto per gli ultimi degli ultimi: gli ebrei e gli immigrati italiani.

Mancavano venti minuti alle cinque del pomeriggio. Altri cinque e tutte le lavoratrici della camiceria si sarebbero alzate per tornare a casa, a Brooklyn. Gli impiegati degli altri uffici del palazzo se n’erano andati a mezzogiorno. Come fosse partita la prima fiammata, avrebbe ricostruito il giorno dopo il Daily Telegraph ripreso dal Corriere della Sera , non si sa. Ma in pochi istanti il fuoco attaccò i mucchi di stoffa dilagando per l’ottavo piano e avventandosi sul nono e sul decimo. Fu l’inferno. Le poverette cercarono di scendere per la scala anti-incendio ma era troppo leggera e cedette di colpo, mentre le fuggitive piombavano. Alcune riuscirono a raggiungere l’ascensore, che per un po’ andò su e giù portando in salvo alcune decine di ragazze, poi cedette di schianto: nella tromba, a fiamme domate, sarebbero stati trovati una trentina di corpi.

Fu allora che New York assistette, col cuore in gola, a decine di scene che avrebbe rivisto l’11 settembre del 2001 alle Twin Towers. «La folla da sotto urlava: "Non saltare!"», scrisse il New York Times . «Ma le alternative erano solo due: saltare o morire bruciati. E hanno cominciato a cadere i corpi». Tanti che «i pompieri non potevano avvicinarsi con i mezzi perché nella strada c’erano mucchi di cadaveri». «Qualcuno pensò di tendere delle reti per raccogliere i corpi che cadevano dall’alto», scrisse il Daily , «ma queste furono subito strappate dalla violenza di questa macabra grandinata. In pochi istanti sul pavimento caddero in piramide orrenda cadaveri di trenta o quaranta impiegate alla confezione delle bleuses». «A una finestra del nono piano vedemmo apparire un uomo e una donna. Ella baciò l’uomo che poi la lanciò nel vuoto e la seguì immediatamente». «Due bambine, due sorelle, precipitarono prese per la mano; vennero separate durante il volo ma raggiunsero il pavimento nello stesso istante, entrambe morte». Forse erano Rosaria e Lucia Maltese, forse Bettina e Francesca Miale, forse Serafina e Sara Saracino...

Erano centinaia, le ragazze e le bambine italiane che lavoravano lì, sfruttate da quei carnefici. Centinaia. E almeno 39 identificate («da un anello, da un frammento di scarpa») più dieci ufficialmente disperse, videro finire così il loro sogno americano. I loro assassini, al processo, vennero assolti. L’8 marzo, dopo tante rimozioni, ricordiamoci anche di loro.

7.3.04

UN TERZO UN TERZO E UN TERZO
di Alessandro Robecchi per il Manifesto


Nonostante le loro emergenze personali - tipo pagare l'affitto, tipo passare da lavoratore "a termine" a "lavoratore a progetto" e altri dettagli privati - gli italiani hanno ben chiare in mente le priorità che servono a rilanciare e far funzionare il Paese. Per esempio bisogna cambiare la legge sulla par condicio, sennò Silvio rischia di non farcela a truffarli ancora, ci resta male e finisce lì, tapino, come un Tony Renis nel deserto. Non buttiamoci giù: dopotutto abbiamo scoperto l'America e inventato la pizza, peggiorare una legge di merda è alla nostra portata.
Particolarmente innovativo nell'universo parallelo della par condicio appare il geniale disegno dei tre terzi. Un terzo al governo, un terzo alla maggioranza di governo, un terzo all'opposizione. Cerchiamo di capirci: un ipotetico dibattito televisivo sulle pensioni potrebbe svolgersi cosi:
Un terzo al governo - Il ministro Maroni illustra come farvi lavorare tre anni in più, come darvi un po' meno soldi, decide lui di investire (?) la vostra liquidazione e annuncia trionfante che chi comincia a lavorare oggi avrà per pensione, tra quarant'anni: due cipolle e un peperone. Ma per il peperone faremo il punto nel 2013.
Un terzo alla maggioranza - Sandro Bondi rileva che grazie al crollo del muro di Berlino vivremo più a lungo e che il suo capo vuole salvare il Paese a dispetto dei comunisti che vogliono solo andare in pensione.
Un terzo all'opposizione - Francesco Rutelli interviene dicendo che è vero, in effetti viviamo più a lungo, e che questa delle pensioni è effettivamente una cosa di cui discutere senza gabbie ideologiche e che casomai, amici, avete pensato al sistema delle quote? Buona idea, no? Dài, che aspettate?
Come si vede, il tempo è esattamente ripartito, non fa una grinza. Un altro esempio? Dibattito sulla guerra.
Un terzo al governo: Frattini spiega che il mondo è cambiato e abbiamo un grande ruolo internazionale, che invece di fare i camerieri degli Usa siamo stati promossi maggiordomi. Una bella soddisfazione.
Un terzo alla maggioranza: La Russa spiega le nuove strategie internazionali e le esigenze della lotta al terrore, oltre al ruolo preziosissimo dei nostri ragazzi laggiù.
Un terzo all'opposizione: Francesco Rutelli sottolinea che è bello essere contro la guerra, ma l'estetica non è tutto e se c'è un dittatore da cacciar via, beh, quando ce vo' ce vo', e poi, non drammatizziamo, dopotutto mica siamo veramente in guerra.
Avrei altri esempi qui nel cassetto. Alcuni ipotetici ma molto probabili, altri sentiti con le mie orecchie. In sostanza il metodo dei tre terzi per la par condicio mi sembra perfetto e funziona così: uno porta un ombrello, uno ti distrae con le chiacchiere, e poi c'è il terzo dell'opposizione, che porta la vaselina.
Si discute molto se applicare questo criterio soltanto ai telegiornali, oppure ai telegiornali e agli approfondimenti, oppure a tutto quanto, compresa la pubblicità. Tipo: uno spot per il governo, uno per la maggioranza di governo pagato con i soldi del capo del governo, e uno all'opposizione che tanto non ha i soldi per pagarselo. Buona idea. Poi c'è grande dibattito: nelle trasmissioni di evasione e spettacolo, potranno andare i politici? E' una buona domanda, tenendo presente che se non ci può andare un politico (come prevede la legge attuale) ci può sempre andare il presidente del Milan (trasmissioni sportive), oppure il padrone di Mondadori (trasmissioni culturali), oppure il cantante, accompagnato dal fido Apicella (trasmissioni di svago). Della legge sulla par condicio, naturalmente, Silvio vorrebbe rivedere anche la parte relativa alla cartellonistica: che ci siano ancora muri liberi è frutto solo dell'arroganza delle sinistre. Se passeranno le revisioni desiderate, ecco che avremo il suo faccione in sei per tre in ogni angolo e angolino del Paese. Anzi, come, dice il disegno di legge Malan, ordinato da Silvio in persona, nel mese precedente il voto le affissioni non sarebbero nemmeno "soggette al versamento di tasse o diritti". Ci mancherebbe altro! Figurarsi se uno fa i manifesti dicendo "meno tasse" e poi paga le tasse sui manifesti. Che coerenza sarebbe, scusate!

5.3.04

SOFRI NEL DUOMO DI MILANO
da Corriere della Sera


Quando gli è arrivata la richiesta, una lettera nel carcere di Pisa, per prima cosa ha voluto essere certo di non creare imbarazzi, «nel Duomo di Milano? Ma il cardinale Tettamanzi lo sa?». Rassicurato, Adriano Sofri ha detto subito di sì e scritto la richiesta al magistrato di sorveglianza. Se gli daranno il permesso, giovedì prossimo andrà nella cattedrale, davanti a migliaia di persone riunite in preparazione della Quaresima, a sillabare l'ultimo, dolente capolavoro di Oscar Wilde: «Ogni uomo uccide ciò che ama / Alcuni lo fanno con uno sguardo amaro / Alcuni con linguaggio forbito / Il codardo lo fa con un bacio / Con la spada lo fa l'ardito... ». È la Ballata del carcere di Reading che il grande scrittore e poeta irlandese pubblicò nel 1898, dopo l'assurda condanna per «omosessualità» che gli costò due anni di carcere e lavori forzati.
Un testo sull'orrore della galera - « Ogni carcere è costruito / con pietre di vergogna / E sbarre, ché non veda Cristo /come il fratello è tratto » - per il quale hanno pensato subito a lui. Don Luigi Garbini ha ideato l'evento e spiega che lo spunto è la domanda di Nicodemo nel Vangelo di Giovanni. «Se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio», dice Gesù. E Nicodemo: «Come può un uomo rinascere quando è vecchio?». Ecco, il tema del primo incontro, l'11 marzo, è la «nascita-rinascita». Così don Luigi ha scritto al detenuto di Pisa: «Ho associato il tema della rinascita alla Ballata di Wilde. Cercavo qualcuno che potesse leggere quel testo senza trasformarlo in lettera mortificata dalla performance dell'attore e in questo senso credo che lei sia l'unica persona che può viceversa rendere vivo quel racconto, in cui si annuncia un inevitabile perdono soprattutto quando è l'uomo a "uccidere ciò che ama"».
L'esperienza e il dolore del carcere. La «rinascita» della coscienza e dell'uomo. L'«inevitabile perdono». Chiaro che gli amici di Adriano Sofri raccontino come l'ex leader di Lotta continua, condannato in via definitiva, tenga molto a questo appuntamento. Sofri, dopo otto tormentati processi, è stato condannato per l'omicidio del commissario Luigi Calabresi, avvenuto proprio a Milano il 17 maggio 1972. Si è sempre dichiarato innocente ma non si è mai sottratto alla pena. Trentun anni più tardi è un uomo molto diverso dal giovane leader di Lotta continua. E dal '97 non è non è mai uscito dal carcere, se non quando andò a Venezia per l'istanza di revisione del processo, non ha mai chiesto un permesso di uscita se non l'anno scorso, quando presentò domanda per assistere all'udienza della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo. Allora quella domanda gli fu negata, non perché non avesse diritto al permesso ma perché sarebbe dovuto andare all'estero. Don Luigi Garbini, riccioli neri e occhialini da intellettuale, sorride: «Dopo il sì dell'interessato, adesso attendiamo l'autorizzazione dei magistrati».
Luigi Manconi, che ha visitato Sofri in carcere appena l'altro giorno, non nasconde le sue speranze: «A Milano, nel Duomo... Sarebbe uno dei più grandi gesti simbolici di riconciliazione avvenuti nel nostro Paese».
Il problema sono i tempi, appena una settimana, «gli ho parlato nel pomeriggio e no, la risposta non era ancora arrivata», spiega don Roberto Filippini, cappellano del Carcere di Pisa. «L'attenzione che gli è stata mostrata, l'interesse per il tema, Sofri ha accolto con gioia l'iniziativa. Il problema è che nel frattempo è cambiato il magistrato di sorveglianza, i tempi sono stretti, staremo a vedere...».
L'evento che inizia giovedì si chiama «Pause» e incrocerà in tre serate poesia, musica e arte: nell'ultima interverrà il cardinale Tettamanzi. È organizzato dal Gruppo Artache con il patrocinio dell'Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite e in collaborazione con il Progetto Culturale della Cei - il tutto con la supervisione del Duomo.
La prima serata prevede anche la partecipazione della cantautrice Suzanne Vega e del video-artista Mark Wallinger. «Seguiamo il progetto pastorale dell'arcivescovo», spiega l'arciprete del Duomo, monsignor Luigi Manganini: «Vogliamo parlare al cuore dei cittadini, quale che sia la loro fede: quando il cuore degli uomini si apre all'arte è più pronto anche ad accogliere Gesù».
Tra l'altro, nell'edizione italiana della Ballata dell'editrice «SE», Sandro Boato associava le due vicende. Qualche tempo fa, commentando il De Profundis , Sofri disse: «In carcere non c'è futuro da guardare, gli occhi senza orizzonti si ammalano subito». E Wilde, nella Ballata : « Non avevo mai visto nessuno / Con tanta ansia negli occhi / Fissare un pezzetto d'azzurro / che i prigionieri chiamano cielo ».
Simona Ravizza
Gian Guido Vecchi

3.3.04

Ecco alcuni possibili remakes di romanzi e film da allegare ai quotidiani: da 'Ombre russe' a 'Il burino del Po'

La massima vendita di libri e videocassette è data ormai da romanzi e film offerti dai quotidiani, ma la concorrenza si sta facendo spietata. Dato fondo ai classici da Esiodo a Gino e Michele, ai capolavori del cinema dai fratelli Lumière a Panariello, non si sa più cosa proporre. Ecco alcuni possibili 'remakes'.

1 - La Certosa di Parmalat - Ascesa e caduta di un giovane rampante pronto a ogni azzardo, Fabrizio del Bingo. Illustrazioni dalla Totentanzi di Holbein.
2 - Tarocco e i suoi fratelli - Avvincente storia di inganni televisivi. Commento musicale di Ezio Taricone, autore di 'Stelle e Striscia'.
3 - Su la testa - Storia natalizia d'avventure al plastico, con la consulenza, per l'ampliamento del sorriso, di Christian de Sirchia. Blefaroregia di Sergio Lenone. Un avventuriero, detto anche Funny Face o Plastic Man (il suo nemico è Scalface), si rifà il volto per continuare indisturbato i suoi attentati dinamitardi alle banche che raccolgono euro. Alla fine del trattamento il protagonista si ritrova la faccia di Massimo Bondi.

4 - Ombre russe - Storia di una schizofrenia. Un presidente vede comunisti dappertutto ma va in vacanza col capo del Kgb.
5 - El purtava i scarp del Tenno - Satira di Jannacci e Grillo sulla globalizzazione: l'invasione della manifattura giapponese.
6 - Garsparr de la nuit - Personaggio tenebroso cerca di oscurare le reti televisive statali, ma incorre in divertenti disavventure. Regia di Blackout Edwards.
7 - Abbassa la tua radio per favore - Cd cantato da Little Tony Blair.
8 - Non si trattano così anche i cavilli - Maratona giudiziaria di Cesare Previti: come non pagare il tasso sull'Ariosto.

9 - Il tumulto dei Ciampi - Appassionante storia di fantapolitica che vede alcuni personaggi agitarsi in vista di una prossima candidatura alla presidenza della repubblica.
10 - Anche i Formigoni nel loro piccolo s'incazzano - Storia di conflitti regionali lombardi.
11 - Dieci piccoli idonei - In un ateneo remoto vengono invitati dieci ricercatori idonei per concorso, ma con contratto CoCoCo. A uno ad uno, scaduto il contratto, i ricercatori vengono eliminati. Come in Agata Christie, il colpevole è un giudice.
12 - Che, des brumes? - Un ministro dei trasporti si ostina a combattere la nebbia sulle autostrade imponendo alle macchine di tenere i fari accesi anche quando sono in garage.

13 - La Corte si ritiri - Superba interpretazione del ministro Castelli.
14 - Il Corsera Nero - Antologia dal Libro dei Sogni di Silvio Berlusconi.
15 - I misteri di Parisi - Lunghissimo romanzo a puntate appena conclusosi, sulla possibile candidatura di Prodi.
16 - Il prete bullo - Romanzo di Gianni Baget-Bozzo.
17 - Uno, nessuno, cinquecentomila - In occasione di una manifestazione sindacale Clemente Mimum riceve tre dati, uno dalla questura, uno dal governo e uno dagli organizzatori, e opta per il secondo.
18 - Nessuno torna indietro - Romanzo di Albania de Cespedes sui tentativi di rimpatrio degli immigrati clandestini.

19 - Il barbone rampante - Bildungsroman sulla carriera del ministro Maroni.
20 - Il cavaliere insistente - Cartone animato su un personaggio che a furia di plastiche facciali tenta di raggiungere l'immortalità e il governo perpetuo.
21 - Limelift - Personaggio di statura chapliniana tenta l'ultimo trucco per restare alle luci della ribalta.
22 - I promessi spasimi - Storia italiana del XXI secolo riscritta per pensionati. Appassionante il brano 'Addio tre monti sorgenti dal buco'.
23 - Aspettando godo - La lenta scalata al potere, tra verifiche e ribaltoni, di un presidente della camera dei deputati.

24 - I corsari del bermuda - Avventure del direttivo di Forza Italia alle Cayman Islands.
25 - L'azzurro e il nero - Film con Berlusconi che dice al telefono "è la tv, bellezza, e non puoi farci nulla!".
26 - Guerra e pece - Come fare una guerra e vedersi saltare in aria i pozzi di petrolio.
27 - Per un pugno di euro - Storie di scioperi tranviari.
28 - Uno stadio in rosso - Per i forsennati investimenti del proprietario una squadra di calcio va in bancarotta.
30 - Quore - Un gruppo di ragazzi, non potendo frequentare le scuole private, impara l'ortografia in una scuola pubblica.

31 - Frattaglie d'Itaglia - Documentario leghista, con accluso rotolo di carta igienica tricolore.
32 - Il burino del Po - Grande romanzo di Umberto Bossi. Alcune videocassette a luci rosse.
33 - Il ritorno dei morti viventi - Musical di nani e ballerine.
34 - La romena - Da un inedito di Alberto Moravia, sulla triste vicenda di un'extracomunitaria che cade preda della mafia della prostituzione.
35 - Tre uomini in burka - Pruriginosa vicenda tra i transessuali di Kabul.
36 - Diletto e castigo - Vicende di masochisti.
37 - La mia, via - Storia di un'attricetta decisa a raggiungere il successo, che si offre per un film con Tinto Brass.

26.2.04

La riguerra di George
DI Stefano Benni, Il Manifesto

Popolo americano e popoli sudditi, ho una grande notizia per voi. Abbiamo vinto la guerra in Afghanistan e in Iraq con poche perdite. Abbiamo portato la pace in quei paesi e da allora ci muoiono decine di marines e civili ogni giorno. Questa è la prova che la guerra è meglio che la pace. Perciò ho una buona notizia: una nuova grande guerra sta per iniziare. Contro un nemico ancora più subdolo e pericoloso di Osama e di Saddam.

Questo nemico è il CLIMA.

Questa sigla significa in realtà Complotto Leninista Internazionale per Massacrare l'America. Ma il Pentagono li ha scoperti, e niente li salverà dalla nostra ira. Essi vogliono attaccare le nostre coste con iceberg e tornadi, invaderci con bufere di pioggia e neve, inaridire i nostri fiumi e destabilizzare il quadro internazionale: ma non cederemo alla loro basse pressioni e alle loro funebri isobare.

Non ci lasceremo intimidire!

In Africa il CLIMA ha un piano per desertificare il continente, di modo che i Bongo Bongo chiedano acqua al posto delle nostre armi, e magari si ribellino attaccando i nostri bananeti e pretendano di abbeverarsi al nostro glorioso Mississipi...

Ma ciò non accadrà: abbiamo già spedito sul posto un milione di distributori di Coca-Cola, ognuno guardato a vista da un marines anti-scasso. Così il problema della sete è risolto.

Inoltre abbiamo mandato latte in polvere tossico e medicinali da esperimento. I morti, generalmente, non bevono.

In quanto all'inquinamento e al buco dell'ozono, qualcuno ha osato incolpare le nostre aziende petrolifere, le nostre auto, i nostri utili disboscamenti. Accuse da comunisti obsoleti, pagati dalle lobby dei camini e delle biciclette.

Non ho firmato il protocollo di Kyoto perché dopo Pearl Harbour non mi fido dei giapponesi, e poi non so cosa vuol dire protocollo. Ma so benissimo cosa vogliono dire Effetto Serra e Buco dell'Ozono: sono subdole armi di sterminio di massa in possesso del CLIMA, specialmente del suo braccio armato chiamato Anidride Carbonica, nome in codice Co2, un gruppo terrorista che negli ultimi anni ha visto moltiplicare i suoi adepti nell'atmosfera.

Abbiamo già un piano per chiudere gli aeroporti americani a ogni volo che possa trasportare anidride carbonica. Ogni molecola in transito verso gli Usa dovrà fornire le impronte digitali. Sappiamo che tra gli iscritti alla Co2, ogni atomo di carbonio usa accoppiarsi in modo orgiastico e amorale con due atomi di ossigeno. Da ora in poi ogni reazione chimica di questo tipo verrà considerata associazione a delinquere. Non ci lasceremo certo intimidire da un biossido bisessuale.

Inoltre da oggi ogni iceberg che si staccherà dalla banchisa polare verrà bombardato. Anzi, bombarderemo la banchisa preventivamente.

Per evitare gli incendi nell'Amazzonia, la disboscheremo tutta. Questo l'ho già detto anni fa e lo ripeto.

Il governatore della California Schwarzenegger ha ordine di arrestare ogni onda anomala superiore ai quindici metri.

Ogni temperatura sopra i quaranta gradi verrà considerata propaganda antiamericana. Ogni campo da golf sarà dotato di irrigatori supplementari.

Non tollereremo parimenti che CLIMA attacchi le nostre città con piovaschi e grandinate. Tutte le nuvole di forma sospetta verranno bombardate.

In quanto alla desertificazione, abbiamo pronti dieci milioni di oasi gonfiabili.

Il progresso americano basato sul petrolio, sul golf e sul surf non teme nessuno.

Ma sappiamo che questo CLIMA ha un capo subdolo. Un signore che dopo avere creato il mondo non sa più gestirlo, un pessimo manager andato in crisi per qualche gas di scarico e qualche molecola sballata. Ebbene se questo signore, sostenuto da meteorologi terroristi e cirrocumuli bolscevichi, vuole dichiaraci guerra, troverà pane per i suoi denti.

Le chiese integraliste americane hanno un giro di introiti e proprietà che le ha fatte inserire tra le prime multinazionali del mondo. Se uniamo i soldi delle chiese e dei petrolieri possiamo non solo andare su Marte, ma molto più su, e bombardare molto molto in alto.

Non dite che sono un pazzo megalomane, so quello che dico.

Il CLIMA non ci spezzerà. Ed è inutile che Kerry mi attacchi. Lui è un veterano di guerra, io un imboscato, ma l'esercito è con me.

Marines, ognuno di voi da domani stia all'erta: ogni nuvola, ogni iceberg, ogni soffio di vento, può nascondere il complotto. Non respirate ossigeno, potrebbe essere una trappola del nemico! Saddam è nelle nostri mani, Osama sta per caderci e il CLIMA sta per conoscere la nostra vendetta.

God blast America.

Dio spazzi via l'America.

E noi spazzeremo via lui.

25.2.04

berlusconi voltagabbana: era interista

Notizia ASCA del 25/02/2004, ore 11.21.

La fede calcistica di Silvio Berlusconi non e' sempre stata rossonera: all'inizio l'attuale presidente del Milan, nonche' presidente di Forza Italia e del Consiglio, era infatti tifoso dell'Inter. La rivelazione e' di ''Tuttosport'' che e' andato a scovare la testimonianza di Giovanni Ticozzi che e' stato uno dei giocatori della squadra di calcio Edilnord quando l'allenatore era Silvio Berlusconi. Per la verita' il Ticozzi, che ha confermato ''stima infinita'' per il Cavaliere, ha pero' incrinato l'immagine di
un Berlusconi in tuta a dare ordini da allenatore a bordo campo durante la settimana e sulla panchina alla domenica.
''Guardi -ha dichiarato Giovanni Ticozzi a Tuttosport- che hanno raccontato un sacco di balle, su Berlusconi allenatore. Ora glielo spiego io, che sono stato un suo giocatore. Niente libero, innanzitutto. Lo ha schierato una sola volta, abbiamo perso e da allora e' stato abolito. E poi a lui non bastavano nemmeno le due punte, allora: si giocava con tre attaccanti e con suo fratello Paolo aggiunto''. Come era il fratello? chiede l'intervistatore. ''Diciamo -racconta Ticozzi- che se noi fossimo stati il Milan, lui sarebbe stato un onesto giocatore di serie B. Pero' qualche gol lo segnava''. ''Berlusconi -prosegue nei ricordi- non ha mai diretto nemmeno un allenamento: ci si trovava la domenica a Brugherio, lui dava le maglie. Ricordo che erano amaranto. Eravamo i piu' forti, una specie di Real Madrid. Qualche giocatore era arrivato dal Milan di Carraro, grande amico di
Berlusconi, ma anche dall'Inter, squadra per la quale il presidente, allora, faceva il tifo. Si', davvero, era interista''.
E ancora sull'attivita' di allenatore Ticozzi ha aggiunto: ''Non parlava tanto, ne' di schemi ne' di moduli. Ci mandava
all'attacco e noi vincevamo. Soldi? No, solo rimborso spese, specie per me che dovevo prendere metropolitana ed autobus.
Ma a volte passava a prendermi in macchina, ero un po' il suo pupillo. L'anno era il 1965, se non ricordo male. La
squadra era l'Edilnord, categoria juniores B. Cominciammo la stagione con Fossa in panchina: era un grande lo chiamavano
il 'mago Herrera dei giovani'. Duro' solo 4 giornate poi Berlusconi prese la panchina. Vincemmo quasi sempre ma alla
fine non ci riusci' di raggiungere l'Ausonia''.

24.2.04

Le esternazioni del Cavaliere e l'effetto boomerang
di MICHELE SERRA - Repubblica

L'ALTRA sera, mentre la telecamera passava in rassegna i volti costernati del conduttore, degli ospiti e del pubblico della Domenica sportiva, subissati dalla interminabile e incredibile telefonata autocongratulatoria del multipresidente Silvio Berlusconi, per un attimo si è avuta la sensazione (ottima) di un colmo raggiunto. Le facce e gli sguardi esprimevano (non tutte, ma in larga prevalenza) un concetto molto semplice, molto umano, molto popolare: che due palle! Se l'indignazione politica, molto praticata a sinistra, è un atteggiamento nobile ma elitario, e richiede il supporto di una cognizione istituzionale non sempre reperibile nei mercati rionali, il "che due palle" ha invece l'invincibile volgarità, e vitalità, dei sentimenti di maggioranza.

Se a recalcitrare sotto i bastoni e le carote del premier non sono più solo gli intellettuali antipatici, ma i simpatici esperti di moviola, e il pubblico casuale e apolitico di uno studio televisivo milanese (che ha salutato l'intervento riparatorio di Lucia Annunziata con uno scrosciante applauso di liberazione), allora significa che, appunto, forse il colmo è davvero raggiunto.

Mentre Berlusconi diceva io qui, io là, io su, io giù, schierava formazioni, indicava tattiche, vantava vittorie, mulinava il libretto degli assegni (un vero signore), evocava valorose gesta giovanili, ventilava nuovi trionfi, il televisore effondeva la sensazione di un delirio finalmente percepibile anche dal famoso "ventre" del Paese al quale, dicono, Berlusconi intende rivolgersi nel tentativo di rovesciare, antipoliticamente, una partita politica ormai quasi perduta.

Siano davvero i famosi e spettrali "focus" reclutati tra la "gente comune" a orientare le parole del premier, o sia solamente il suo abnorme ego, la sortita domenicale odorava tremendamente di collasso tecnico-tattico. Non tutti, davanti al televisore, erano tenuti a sapere che parte degli ospiti non osava contraddire Berlusconi perché è alle sue dirette dipendenze (anche a queste assurdità conduce il forsennato conflitto di interessi: la chiacchiera calcistica porta la mordacchia tanto quanto quella politica).

Non tutti erano tenuti a conoscere l'atmosfera di cupo controllo che regna in Rai, e certo non facilita la spontaneità e la saldezza di conduttori e programmisti. Non tutti, facendo due più due più due, potevano calcolare sul momento da quale pazzesco cumulo di poteri (istituzionale, politico, mediatico, economico, calcistico) risuonava quella voce minacciosamente cordiale. Tutti, però, potevano benissimo percepire l'ingombro esagerato di quella presenza sussiegosa, di quella orgogliosa petulanza (interrompeva tutti, correggeva tutti), soprattutto di quella incredibile raffica di "io" che costituisce il traliccio attorno alla quale il premier appende ogni sua bandiera.

C'è uno zoccolo duro di fedelissimi che avrà sicuramente apprezzato la dottrina calcistica del presidente del Milan, e altrettanto sicuramente non avrà colto la malacreanza di un cazziatone rivolto in pubblico al suo dipendente Ancelotti (uno dei tanti, spiace dirlo, che tiene le spalle curve quando parla il principale). Ma attorno a quello zoccolo incoercibile si avverte l'erosione da sfinimento che l'assalto mediatico del premier rischia di provocare, o sta già provocando, proprio in quella "gente comune" che della propaganda berlusconiana è il target più appetito, ma anche il più volubile.

Sbucare da ogni cantone, da ogni video vantandosi di essere Berlusconi alla lunga suscita, anche nei passanti più distratti, un senso di indifferenza prima, di saturazione poi, infine di esasperazione. E tra gli ingredienti più importanti dell'umor popolare c'è quella variante primaria del buon senso che è il senso del limite. Anche il più potente dei Grandi Fratelli ci mette un attimo a diventare solo un anziano zio invadente. E tra un po', quando ci ripeterà per la miliardesima volta che lui ha vinto la Champion's League per via delle due punte, nei tinelli italiani saranno in molti a cambiare canale per via delle due palle.
MOVIMENTO PER LA LIBERAZIONE DELLA DROGA DALLO SPORT
di Aldo Vincent (http://cassate.blog.excite.it)

Diciamocelo francamente: la vicenda Pantani ci ha scosso, e ora che anche Cannavo' e' rientrato nel suo loculo, possiamo parlarne a bocce ferme. La droga nello sport e' un problema. Troppo poca e troppo cara, direbbe Maradona, ma proprio in questi giorni sono usciti dati allarmanti con nuove mafie che incrementano il business con fatturati da capogiro, mentre Carraro e Pescante, poveracci, non si sono accorti ancora di nulla.

Ma un rimedio c'e' e lo vado dicendo da tempo: liberiamo la droga dallo sport e facciamo in modo che pochi atleti che si dopano non intacchino la reputazione di milioni di drogati per bene che sono in giro persino in Parlamento.

FONDIAMO UN MOVIMENTO PER LA LIBERAZIONE DELLA DROGA DALLO SPORT!!

Tanto e' risaputo, per incuria o incompetenza i controllori non sono in grado di controllare: troppi prodotti, troppe novita', troppe scappatoie. E allora lasciamo che gli atleti possano doparsi!!

Potremmo creare cosi' nuovi posti di lavoro per la ricerca scientifica senza questa fuga di cervelli che manda i nostri giovani a ricercare stimolanti all'estero!! E potremmo organizzare Olimpiadi sponsorizzate dalle case farmaceutiche con risultati finalmente che rispecchiano il progresso della scienza e della tecnica. Ma ci pensi? I cento metri in sette secondi, il salto a tre metri, il giro d'Italia in una settimana!!

E tante tante medaglie e applausi e Bill Gates che finalmente apre un Centro Studi in Italia per il Windows fai-da-te con il Piccolo Chimico incorporato!!

E poi, quando gli atleti, finiscono la loro carriera, invece che la pensione, se raggiungono i cinquant'anni, tutti dal Presidente della Repubblica che li nomina Cavaliere!! Non e' fantastico?

Conto sul tuo aiuto per aderire numerosi al nuovo movimento: LIBERIAMO LA DROGA DALLO SPORT!!

22.2.04

SANTIFICAZIONE DI UN CICLISTA
di Paolo Ghezzi sull'Adige

SAN MARCO. Tra le svariate materie prime che scarseggiano in Italia c?è il senso della misura. Un?eclatante conferma la si è avuta dopo la morte prematura del Pirata con la bandana. Se si fosse spento in una casa di riposo di Cesenatico nel 2054 - magari pianto da nipoti e pronipoti - i nostri futuribili colleghi giornalisti avrebbero scritto cinquanta-sessanta righe ricordando la storica doppietta Giro-Tour della fine del secolo precedente, nel lontanissimo 1998. E finita lì. Invece, convinti (erroneamente) anche noi italiani del Duemila, come gli antichi Greci, che "muor giovane chi al cielo è caro", e infastiditi da chi sottilizza sui banali e infamanti dettagli dell?epo e della coca, abbiamo seduta stante trasformato il povero Pantani in: messia degli arrampicatori, apostolo della pedivella, protettore degli scalatori, patrono dei pirati, nostrosignore delle bandane, martire dei giudici sportivi, crocifisso dei perfidi piemme, angelo-di-chi-è-senza-peccato-scagli-la-prima-pietra, serafino dei depressi, cherubino dei solitari, stella dei nostalgici, astro solare dei malinconici, redentore degli innocenti, santo fragile.
Ecco, fragile sì, nella vita, tanto quanto era forte nella salita. "Amico fragile", dunque, per dirla con il titolo autobiografico di De André. Ma perché "santo", come un incompreso puro di cuore? Perché, soprattutto, come hanno fatto decine di migliaia di fans, chiedergli perdono, supplicarlo di perdonarci?
SENSI DI COLPA. Sentirsi in colpa per Pantani? Chiedergli perdono? Dovremmo semmai avere sensi di colpa per i bambini africani o iracheni che - difendendo coi denti i nostri standard di ricchi abitanti dell'emisfero nord, area occidentale - lasciamo nella fame; per i vecchi che dimentichiamo nelle case di riposo; per i figli che trascuriamo; per gli amori che calpestiamo; per i vicini che ignoriamo; per i colleghi di lavoro che pugnaliamo alle spalle; per gli amici che tradiamo; e via colpevolizzando, ammesso e non concesso che il senso di colpa serva per provare a cambiare rotta esistenziale, e non semplicemente per sentirsi - con un certo autocompiacimento - così scassati da suscitarci un'esagerata indulgenza per quei deboli di spirito che siamo, e quindi annegare il rimorso nella televisione, nello shopping, negli alcolici, nella ginnastica genitale e in tutte le altre droghe (naturali o sintetiche, virtuali o simboliche) che il mondo moderno gentilmente ci offre per aiutarci a dimenticare le ingiustizie del pianeta, e ad affogare eventuali soprassalti di coscienza e di rivoluzione.
PSICOFARMACI. Ma sentirsi in colpa per Pantani? Chiedergli perdono, come a un agnello immolato, perché "l'abbiamo lasciato solo"? Stiamo scherzando? Se vogliono, se devono, si sentano in colpa i parenti, gli amici, i colleghi, i manager e magari certi cronisti sportivi che l'hanno sparato nell'alto dei cieli per poi precipitarlo nella polvere: è affar loro, rispondano alla loro coscienza. Ma il Panta-fan, la devota di San Marco, il fedele del Pirata - queste decine di migliaia di italiani che si scoprono orfani di un "eroe" - non si sentano, por favor, colpevoli per quella morte prematura e romantica, al residence Le Rose, la sera della festa degli innamorati, che l'ex campione si è cercato. Piangano caldissime lacrime, ma per favore, non gli chiedano perdono. Riservino piuttosto i rimorsi per ciò di cui sono direttamente, personalmente responsabili. Vittorio Feltri - che di depressione è esperto - ha scritto che "di Pantani è pieno il mondo", intendendo che il male di vivere non è un privilegio dei Geni dell'arte o dello sport. E ha suggerito una ricetta infallibile: un bravo dottore, gli psicofarmaci giusti, un po' di pazienza con se stessi. Come vedete, si torna anche qui alla chimica, alla vera scienza amica (e nemica) della contemporaneità. Pur non avendo le certezze di Feltri, non mi scandalizzerei se un panta-fan prendesse un ansiolin per dormirci sopra. Vorrei sperare invece che nessuno intraprendesse una cura di prozac per fronteggiare un infondato e inutile senso di colpa per la fine solitaria dell'ex Osannato. Ma, come càpita per l'inflazione, c'è la colpa reale e quella percepita. E una delle fragilità del pensiero debole contemporaneo è proprio il percepirsi colpevoli della mala sorte dei miti che emotivamente ci ferisce (la bandana triste dello scalatore pelato, appunto) e autogiustificarsi disinvoltamente se nella vita di tutti i giorni siamo fedifraghi, bugiardi, traditori, evasori fiscali (vero, Esse Bì?), analfabeti emotivi, ipocriti sentimentali.
L'ALBERO DI ALEX. Oggi, 22 febbraio, anniversari. Sessantuno anni fa, a Monaco, tagliavano le teste della Weisse Rose, degli studenti antinazisti Sophie Scholl, Hans Scholl, Christoph Probst. Tre anni dopo, a Vipiteno, nasceva Alexander Langer, che oggi festeggerebbe dunque il 58° compleanno, se il 3 luglio 1995 non si fosse appeso a un albero a Fiesole, sopra Firenze. Le circostanze di una morte non dovrebbero oscurare le passioni e le battaglie di una vita. Vale per il ciclista che lascia il ricordo delle sue arrampicate. Vale per il musicista che ci consegna, nel tempo, le sue canzoni. Vale per un politico anomalo come Langer, che va ricordato per la generosità dell'impegno, per la pregnanza delle parole. Adriano Sofri, tre anni fa, ne scrisse così: "Nel suo primo giornale di scolaro bolzanino nel 1961, il quindicenne Langer aveva esposto un programma ingenuamente squillante: "Vorremmo esistere per tutti, essere di aiuto a tutti ed entrare in contatto con tutti... Venite a noi, e vi aiuteremo con tutte le nostre forze. Venite a noi con fiducia...". Nell'ultimo biglietto, trentaquattro anni dopo, rimise tra virgolette l'appello evangelico: " 'Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati'. Anche nell'accettare quest'invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto"". Cioè credere che la politica sia un modo (seppure imperfetto) di costruire la giustizia quaggiù.
MARCO E ADRIANO. Ripenso a Langer, attraverso la citazione di Sofri, e approdo a un altro Marco, il più famoso nell'attualità italiana prima che irrompesse il dramma di Pantani: Boato. Erano tutti e tre in "Lotta Continua", e oggi - morto Alex - Marco cerca di tirar fuori Adriano dal carcere di Pisa. Lo crede innocente del delitto Calabresi. Per questo, per lui, ha escogitato una legge ad hoc per una grazia ad personam. Ecco, se posso disonestamente attribuire un pensiero ai defunti, e a costo di attirarmi gli strali della potente lobby degli exlottacontinuisti, mi piace pensare che ad Alex che voleva giustizia PER TUTTI, questa giustizia ope legis per uno solo non sarebbe piaciuta. Neanche se quell'uno fosse stato il suo amico Adriano.

MENO SILVIO PER TUTTI
di Alessandro Robecchi per il manifesto

Come i piloti dei jet, o i giocatori di basket, dovremmo dotarci di eccellenti tempi di reazione. Silvio è partito come un tappo di champagne nella galassia della sua campagna elettorale e adesso ci rimbalzerà nelle orecchie per mesi come una pallina da flipper. L'uscita sui politici ladri segue di poche ore l'ennesima barzelletta sui campi di sterminio, che a sua volta segue l'ultimo piagnisteo vittimista, che a sua volta segue l'ultimo inno ottimista e così via. Rischiamo di non stargli dietro, di non tenere il ritmo. Chi di noi ogni tanto non vorrebbe una pausa? Calma! Non ho ancora finito di indignarmi per quella prima e già devo restare a bocca aperta per la cazzata dopo, è spossante, ti stressa: Silvio sarà pure immortale, ma per gli altri è una specie di malattia sociale. Insieme ai dati dello smog le centraline delle città dovrebbero dare anche il tasso di Silvio nell'aria, possiamo sempre uscire con una mascherina di Bondi.
Sarà esattamente questo: inquinamento. Peggiorato dal fatto che questa volta Silvio balla da solo, sa che le europee sono un referendum sul cavalier Patacca e quindi non ha problemi a trattare ruvidamente anche i coinquilini della maggioranza, pur di vincere lui.
Fin qui è tutto chiaro, un po' di fumogeni per le elezioni. Giovanni Sartori, firma illustre del Corriere, liberale indignato dai tempi che corrono, fa notare come in questo parapiglia del "Silvio-contro-tutti" la menzogna sia praticamente la norma, avallata e confermata col timbro dei tg. Ha ragione da vendere, naturalmente e non mancano le prove, ma c'è forse il rischio che questo continuo bombardamento mediatico sulle gesta e le dichiarazioni del premier faccia addirittura di peggio. Che lasci intorno, nell'immaginario del Paese, soltanto macerie.
Mollati gli ormeggi dagli alleati che lo tenevano un minimo coi piedi per terra, Silvio parte per il cyberspazio della sua battaglia solitaria. Volano piatti e la mobilia buona del paese, quella che resta, viene sfregiata continuamente. Della Costituzione si parla ormai come fosse un contratto con gli italiani firmato in tivù, che i subdoli comunisti imposero ai democristiani ricattati e impietriti. Tutto quello che contiene la parola "sociale" viene spernacchiato e deriso, o addirittura affidato al ministro Maroni. Un ricco che paga le tasse è considerato uno snob che fa volontariato mentre, se seguisse la morale, potrebbe pure non pagarle. Eccetera eccetera. Ogni volta che Silvio si fa spazio per le sue scazzottate contro il mondo butta giù uno scaffale di prezioso vasellame collezionato in anni di lotte, di battaglie intellettuali, politiche, anche di faticosi compromessi.
Soprattutto per questo il rischio di non stargli dietro, di non reggere il ritmo pare piuttosto grave. Ma il problema si complica quando - come spesso gli accade - Silvio fa testacoda. Tra i suoi yesmen ce ne sono alcuni che hanno costruito in fretta e furia una carriera da garantisti, perché il garantismo serviva parecchio. E ora eccoli costretti a dar ragione al capo che dice "ladro" a tutti. Esperti di comunicazione come il professor Amadori ci spiegano che è una precisa strategia. Raccogliere il peggio del qualunquismo da fila-alla-posta e ridistribuirlo a piene mani (finalmente si ridistribuisce qualcosa!) con l'uso dei media di proprietà o in comodato. Dunque, conviene prepararci, prima di tutto sui tempi di reazione. Consiglio indignazioni rapide, da smaltire nel giro di due o tre ore, in modo da riposare un po' ed essere pronti per la bordata seguente. Poi organizzarsi un sistema di turni in famiglia. Tipo: mi spiace, io oggi non mi indigno, però guarda tu i tg e incazzati tu, ti do il cambio alle cinque. O ancora praticare una sana autoriduzione: un Silvio a targhe alterne, un giorno sì e un giorno no. Ora visiterà un cantiere alla settimana, tagliando nastri su paludi dove non è arrivata nemmeno una carriola, parteciperà a convegni, andrà alla radio con cadenza regolare, sguinzaglierà i suoi chierichetti in ogni posto ove sia previsto un contraddittorio, a cui lui si sottrae. Sopravviveremo? Ogni specie si adatta, ovvio, però bisogna difendersi meglio. Comincerei con una terapia a scalare: lentamente, senza traumi, ma ogni giorno un po' meno Silvio per tutti.

21.2.04

Ritorno ai bei tempi: «Manette, manette!»

I fedelissimi applaudono Berlusconi, ma in Forza Italia c’è anche chi impallidisce e chiede: sono forse io, Signore?
di Gian Antonio Stella - Corriere della Sera, 20 febbraio 2004

Manette! Manette! Dopo anni di messianiche battaglie garantiste dovute alle grane giudiziarie sue e di amici, Silvio Berlusconi ha riscoperto in questi giorni i bei tempi in cui metteva le sue tivù «a disposizione di Di Pietro», plaudiva a Gianfranco Fini scatenato contro il «governissimo dei ladroni, il ladronissimo Dc-Psi-Pds» e chiedeva agli aspiranti candidati di Forza Italia di sottoscrivere una impegnativa dichiarazione.
Il testo era il seguente: «Dichiaro:
1) di non avere carichi pendenti
2) di non aver ricevuto avvisi di garanzia
3) di non essere stato e di non essere sottoposto a misure di prevenzione e di non essere a conoscenza dell'esistenza a mio carico di procedimenti in corso...».
Provvisoriamente accantonati i reucci del cavillo che a lungo l’hanno assistito nelle aule giudiziarie, ha dunque deciso coi «Cavalieri Azzurri» di Milano e ieri ad Atene di sparare tre colpi.
Primo: «Fermate i vecchi politici! L'imperativo categorico di Forza Italia è sempre stato la moralità».
Secondo: basta con quelli «che non hanno mai messo piede in una vera azienda, nel mondo del lavoro, persone che hanno soltanto chiacchierato nella loro vita, che non hanno combinato nient’altro che prendere i soldi dei cittadini».
Terzo: «Ci sono tanti signori che hanno la casa al mare, la casa in città, la casa ai monti, la barca... Guardando a quel che guadagnano questi signori e quello che a volte devono anche dare ai loro partiti, mi chiedo: ma come hanno fatto a farsi tutte queste proprietà? Sono soldi rubati. Soldi rubati ai cittadini».

FOLLINI - Mentre salivano gli applausi dei fedelissimi e le polemiche anche intestine aperte da Marco Follini, tuttavia, tra le sue file si avvertivano vistosi sbandamenti accompagnati dalla domanda che cadde all’ultima cena: «Sono forse io, Signore?»
Al primo colpo si è accasciato Gianstefano Frigerio, vecchia talpa democristiana milanese, condannato a diversi anni di carcere in vari processi di Tangentopoli e nonostante ciò non solo eletto tra gli azzurri in Puglia col nome d’arte di Carlo Frigerio (lifting anagrafico), non solo salvato dalla galera dopo la conferma in via definitiva delle pene ma promosso due mesi fa a coordinatore dei dipartimenti. Al mancamento seguiva una catena di pesantissime emicranie. Prima Alfredo Vito, l’ex diccì tornato alla Camera come berlusconiano nonostante Paolo Cirino Pomicino gli rinfacci 22 condanne per corruzione. Poi Gaspare Giudice, per il quale i giudici di Palermo hanno chiesto inutilmente l’arresto considerandolo «a disposizione» del presunto boss di Caccamo Giuseppe Panzeca. E via via altri deputati e senatori condannati, inquisiti o miracolati dalla prescrizione: «Sono forse io, Signore?».

I «FANIGUTTÙN» - Al secondo colpo, nei dintorni sono impalliditi ancor più numerosi. Chi saranno mai questi politici che non hanno «mai messo piede in una vera azienda» e quindi nell'ottica berlusconiana sono «faniguttùn», fannulloni che «hanno solo chiacchierato nella loro vita» senza «combinare nient’altro che prendere i soldi dei cittadini»? Il vicepremier Gianfranco Fini, che in gioventù passò del tempo al Secolo d’Italia per darsi poi alla politica a tempo pieno 27 anni fa o Umberto Bossi, di cui si ricordano tre feste di laurea senza laurea e 10 mesi di lavoro all’Aci prima che entrasse al Senato 17 anni fa o il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini che masticava politica con le merendine ed è parlamentare da 21 anni? O il ministro azzurro Enrico La Loggia, chiamato a svecchiare la vecchia politica nella scia di un fratello del bisnonno ministro borbonico, di un nonno senatore del Regno e di un padre deputato diccì e presidente della Regione Siciliana? Per non dire di Beppe Pisanu che fa il parlamentare da 32 anni e Claudio Scajola che ebbe in dote dalla Balena Bianca di papà sindaco la sua prima presidenza di un’Asl quando aveva 28 anni e tanti tanti altri azzurri che solo quello hanno sempre fatto: politica. «Sono forse io, Signore?».


I REDUCI DEL PSI - Quanto al terzo colpo, il vice-coordinatore Fabrizio Cicchitto e la sotto-segretaria Margherita Boniver e il cappellano di corte Gianni Baget Bozzo e l’amato consigliori Gianni De Michelis e insomma tutti i reduci del Psi si sono sentiti fischiare le orecchie. La velenosa battuta berlusconiana sulle ville e le barche suona infatti fastidiosamente simile all’atto di accusa che Enzo Mattina lanciò a un’assemblea socialista del 1987: «Caro Bettino, dobbiamo affrontare la questione morale prima di tutto nel nostro partito. Diamo un’occhiata alle denunce dei redditi di molti nostri compagni. Con quei redditi dichiarati, al massimo si mantiene una buona casa di livello medio-basso. Invece cosa vediamo? Case lussuose. Yacht da centinaia di milioni. Ville al mare, in montagna, in collina. Cosa dobbiamo concludere? Che abbiamo sposato tutti mogli ricche? È possibile che tutte le ragazze ricche sposino dirigenti nostri?». Craxi gli rispose andandosene a fare una pennica. Tema: come dire agli elettori, dopo anni di battaglie contro le inchieste e i Robespierre del sospetto, che oggi sì, oggi basta una casa o una barca perché siano frutto di «soldi rubati ai cittadini»?
E poi, il Cavaliere ce l’aveva con la barca del «faniguttùn» D’Alema o con la villa principesca dietro piazza del Popolo del «faniguttùn» azzurro Angelo Sanza, villa avuta in «comodato d'uso» e dotata di campi da tennis, parco, ascensore, sala fitness, vasca in mosaico pompeiano accanto al letto e garage con tetto trasparente sotto la piscina con grande soddisfazione di Angiolino, figlio d’un impiegato Inam? O forse ce l’aveva con tanti altri del suo giro visto che lui stesso ebbe a dire: «Erano zucche e li ho trasformati in principi»? Ah, saperlo! Saperlo! «Sono forse io, Signore?». E il Signore, quello vero, rispose: «Forse no, ma di’ al tuo capo che chi è senza peccato...».

19.2.04

APPUNTAMENTO CON AL TACCHINO

Parla il direttore artistico del festival di Sanremo, grande grande grande
di Guia Soncini (Il Foglio)

Bisogna immaginarselo, Tony Renis, con una maglietta rossa e blu con una scritta "Tony" impressa su una manica, le lettere si stanno staccando, la maglietta deve averla comprata in un negozio di quelli da poco sulla Melrose o giù di lì, a occhio a non più di quattordici dollari e novantanove, non ha il cappellino con cui si fa in genere fotografare ma dei terribili stivaletti grigi e una catenina con un pendaglio, c'è una palma d'oro che non è una di quelle di Cannes ma una di quelle di Sanremo, "è un regalo che il direttore artistico fa alle quarantacinque persone del suo entourage, quelle che gli sono state più vicine", e ci sarà da divertirsi, al festival, a vedere chi sono i cattivi segnati sulla lavagna, chi sono i benpiùdiquarantacinque al cui collo non c'è il pendaglio. Gemello del ciondolo di Tony Renis è quello che sta al collo del padrone di casa, probabilmente il secondo a essere forgiato. Renis riceve chez Carmelo Messina, "ero l'assistente di Saccà, poi è arrivato questo nuovo... buoni rapporti ma...". Ma c'è Sanremo da organizzare, ed è arrivato lui: i figli di Messina arrivano, e lo baciano, "Ciao zio". Bisogna immaginarselo, Tony Renis, mentre ti toglie dall'imbarazzo dell'unico argomento che non puoi non affrontare e che non sai come affrontare senza indisporre subito l'intervistato, mentre presenta Messina: "E' il mio consigliori. Visto che dicono". Già, dicono. Eppure Messina non ha nulla dell'apparente mitezza di Tom Hagen, consigliori di casa Corleone. Bisogna immaginarselo, Tony Renis, quando indica il sodale e dice "Carmelo è un vero amico: leale", e si capisce subito che per lui "leale" è il complimento massimo.

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Bisogna immaginarselo, Tony Renis. Umile e sbruffone, ingenuo e scafato. "Sono sorpreso. Impressionato, ecco. Tutto questo interesse, questa bagarre sconvolgente. Proporzionata a una gravissima crisi di governo, ma non...". Ma non a quello che e pur sempre solo un festival di canzonette. E neppure di canzonette, al di là della denominazione: mai visto uno spettatore cui interessino le canzoni, di Sanremo, e non le vallette; e anche quest'anno, è chiaro che la parte più interessante saranno i vestiti della Ventura: ce la farà ad andare oltre i vertici di orrore dell' "Isola dei famosi"? "Anche Simona sa di essere lì per le canzoni". "Lui ha riportato la canzone al centro", spiega Messina, che interviene quando teme che Renis l'irruento faccia gaffe. Tipo: scusi, Renis, ma alcuni di questi che cantano a Sanremo (e che per la maggior parte noi che stiamo qui non avevamo mai sentito nominare) lei che sta a Los Angeles li conosceva? "Neanche mezzo". Come, neanche mezzo: mai sentita neppure "Supercafone"? "No..." (sguardo di disperazione di Messina) "Ma sì. certo che sì". Bisogna immaginarselo, Renis, mentre garantisce che il suo sarà "un festival risorto" e si dice "orgoglioso" di dare a uno come Pacifico "la possibilità di spiccare finalmente il volo". Già, ma con le major che non mandano i cantanti come la mettiamo? "Ah lei vuol fare subito come nella canzone di Pacifico, infilare la lama nella carne".

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Bisogna immaginarselo, mentre conferma tutto ciò da cui ti hanno messo in guardia: non prendere altri impegni, mettiti comoda e fingi di avere tutto il tempo del mondo a disposizione. Bisogna immaginarsi non un direttore artistico, e certo non un organizzatore ("Non posso pensare a tutto io", è la sua risposta a questioni marginali come quali e quanti calciatori dovranno fare da valletti a Simona Ventura nella serata in cui è previsto ci siano dei calciatori ma di una questione importante come l'identità dei valletti, e in particolare di quel valletto che va sotto il nome di George Clooney, si parlerà più tardi, e a lungo). Bisogna immaginarsi un entertainer. Che se gli chiedi di Mogol di cosa diavolo possa insegnare ai cantanti uno che ama raccontare di sé di essere talmente stonato che quando, per convincere qualche interprete a eseguire una sua canzone, gliela canticchiava, quello immancabilmente pensava fosse una porcheria comincia a risponderti da molto lontano. Mentre Messina cerca di far passare la linea "Mogol dice così per vezzo", Renis parte dalla nazionale cantanti; passa per l'inno del Milan e quello della Ternana, entrambi scritti da lui assieme a Mogol; arringa in difesa di coloro che, pur stonati, hanno però un fortissima sensibilità musicale, "anche alcuni critici"; devia sull'orecchio assoluto. Quando arriva al fatto che i primi a definire Mogol poeta furono i russi, hai completamente dimenticato la domanda. Ed è meglio così, perché a quel punto, non si sa bene perché e attraverso quali scorciatoie e deviazioni, Renis sta facendo la sua seconda uscita con cadenza sicula ("Non bisogna mai parlare") e subito dopo si sta producendo nella prima di molte imitazioni, ripetendo la frase attribuita a Frank Sinatra "Non farti mai vedere ma devi sempre far parlare di te". Ed è allora che capisci che si diverte. Che non c'è niente che lo diverta quanto alimentare i pettegolezzi sul suo conto. "I don't care what they say about me, as long as it's not true" (io non mi curo di quello che si dice su di me, purché non sia vero), diceva Katharine Hepburn. Si vede che a Hollyvood si usa così.

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Quindi è stato lei. "A fare cosa?". A mettere in giro tutte le voci che girano. L'ha fatto perché si parlasse di lei. "Quali voci?". Bisogna immaginarselo, con l'aria di chi davvero non sa di cosa tu stia parlando.

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Bisogna immaginarsi la fatica con cui il discorso viene ricondotto nei binari, stavo dicendo delle major, e come a questo punto il poliziotto buono Renis lasci il posto al poliziotto cattivo Messina, e la tesi del complotto viene esposta. "Lui non vuole dirlo, ma avevano un disegno ben preciso. Loro non volevano che Sanremo si facesse; e se non si faceva quest'anno non si sarebbe fatto mai più. Pensavano che non facesse vendere abbastanza dischi, che fosse meglio spostarlo di città, il progetto c'era già, e il passo successivo sarebbe stato farlo con un altro netvork televisivo". Beh, "un altro". In Italia non è che ce ne siano diecimila: sta dicendo che il direttore artistico messo lì dal Cav. è l'uomo che sta per salvare la Rai ed evitarle di perdere il più prezioso gioiello della corona regalandolo a Mediaset? Sta dicendo che chiedere di togliere Renis da Sanremo significa chiedere la vittoria ai punti di Mediaset? "Le sinistre si stanno dimostrando i veri alleati di Berlusconi". Dice Messina che le scuse opposte a questa gestione sono state le più varie, e le più infondate. Dice che prima hanno detto che oramai era tardi, non si potevano più trovare le canzoni: "Lui si è messo al lavoro, e sono arrivate setteottocento canzoni. E allora? Allora erano tutte scuse" Renis: "Erano settecentoottanta, ma non diciamolo sennò fanno polemica"). Dice che poi hanno obiettato che l'anno scorso c'era stato un accordo per un rimborso spese, per le case discografiche Sanremo era troppo oneroso e si era deciso che ci sarebbe stato un ulteriore contributo economico in parte a carico del Comune di Sanremo in parte a carico della Rai (tradotto per noi dal pensiero debole: non solo io metto a disposizione dei tuoi cantanti una vetrina promozionale gratuita da una dozzina di milioni di spettatori, dimodoché tu gratuitamente possa far sentire il loro disco e la gente prenda in considerazione l'idea di comprarselo, ma voglio sollevarti dal disturbo di doverci rimettere i soldi dell'albergo, per te e per il cantante in questione); l'accordo per il rimborso spese non era stato rispettato dal Comune: "I cinquecentomila euro del Comune non li avrebbero visti mai, lui ha convinto la Rai a farsene carico, e non solo: li ha convinti anche a ripetere il contributo". (Renis: "Ho trasformato un'una tantum in un'una semper"). Renis dice che "chissà cosa gli hanno raccontato, i loro dirigenti italiani, alle major del disco". Già. Chissà come si fa, a convincere delle multinazionali a credere al lupo cattivo. A spingerli a privarli di cotanta (gratuita) vetrina.

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Bisogna immaginarsi Tony Renis all'hotel Cala di Volpe. "Con mia moglie Elettra, e un amico che sarà a Sanremo: Lionel Richie". Bisogna immaginarselo che prende il sole, e il telefono che squilla. "Era il mio amico Gianmarco Mazzi, che conosco per via della nazionale italiana cantanti e che però non sentivo da un po', perché con una scusa o con l'altra non mi facevano mai giocare, dicevano che non mi allenavo, e allora mi hanno fatto ambasciatore della nazionale italiana cantanti nel mondo". Che è un po' peggio che venire messo in porta, ed è uno smacco incommensurabile per uno che ti spiega che lui voleva fare il calciatore, che fare il cantante è stato un ripiego, colpa di suo padre, che gli diceva: "Tu sei un artista, non puoi fare il calciatore", ma lui sarebbe stato un grande, e te lo spiega alzandosi e continuando a parlare, mentre in mezzo al salotto palleggia senza palla. Bisogna immaginarselo.

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Bisogna immaginarsi la riunione dei vertici Rai che cercano disperatamente un direttore artistico, e Mazzi suggerisce Renis, e Cattaneo dice: "Ma Renis è un uomo no", perché lui è uno che se ne sta in disparte, dice, da un po' di anni, e Cattaneo dice a Mazzi di provare a chiamarlo e chiederglielo, e come credete che glielo chieda, Mazzi? Bisogna immaginarsi il divertimento di Renis, nel riferire: "Ti faccio un'offerta che non puoi rifiutare".

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Bisogna immaginarsi la "grassa risata" e il "neanche morto" con cui Renis racconta di avere accolto l'offerta, e quel Mazzi che "era un mastino, non demordeva, lui ha fatto telefonare da tutti, da Mogol, da Claudia Mori, anche Adriano credeva fosse una buona idea". (Bisogna fra parentesi immaginarsi la diplomazia con la quale Renis elude le domande sulla possibilità di vedere i suoi amici Mina e Celentano a Sanremo, prova a dire di non averglielo ancora chiesto, si obietta che non è che il giorno prima del festival uno può pensare di chiamare Mina e dirle: "Scusa tanto, mi era passato di mente: saresti mica disposta a un ritorno sulle scene, diciamo fra un paio di giorni?", e allora lui dice che "è vero che qualche volta the dreams come true, ma credo che questo sogno resterà tale", e pazienza). Bisogna immaginarsi il cedimento finale di Renis ("Devono avermi imbriagato"), che però dice che ha avuto poco tempo, e pare metta le mani avanti, e "ora c'è la competition, è iniziata l'anno scorso, quest'anno c'è 'Zelig', 'Il Grande fratello', 'La Corrida', non si possono fare paragoni coi numeri degli anni in cui la concorrenza sospendeva i programmi e si metteva a guardare il festival". Bisogna immaginarsi i "chimel'hafattofare" che attraversano la mente di uno che dice di rendersi conto solo ora della fatica dei predecessori. "è una cosa immane", e anche "è mio modesto parere che Pippo Baudo sia insuperabile". E si può solo immaginare il tono con cui dice: "Mi avrebbe fatto piacere che mi avesse dato almeno un colpo di telefono".

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Bisogna immaginarsi un ragazzo di Porta Ticinese che fa di necessità virtù, e dell'assenza delle major una forza. "Io so che Baudo ha due belle orecchie. Non credo fosse colpa sua. Lui sceglieva fra quello che le major gli proponevano. Era colpa del loro dispotismo: il festival è una vetrina, se poi loro in vetrina piazzano oggetti che non godono del gusto del pubblico non si lamentino se restano in vetrina". Ma, lodi della critica a parte ("Castaldo è leale. Ha anche avuto dei problemi col suo direttore, che vuole attaccarmi politicamente, ma lui non può scrivere il contrario di quel che pensa, e ha dovuto riconoscere che le canzoni sono belle. Su ventidue, le radio cui le ho fatte sentire mi hanno detto che ce ne sono almeno diciotto trasmettibili. Gli altri anni otto, sei... due... una. Castaldo ha scritto bene perché è leale"), l'assenza delle major non è stata un problema da poco. E, come si tentava d'indagare alcune ore e molti cambi di discorso fa, è inspiegabile. Stiamo parlando di multinazionali, gente per cui "business is business", pure se per portare a casa il business è necessario fare accordi col Male Supremo. "Già. Hanno un padrone, le major. E devono fare fatturato. E non rinunciano facilmente a un passaggio così. Chissà cos'hanno raccontato ai loro padroni. A meno che per loro il business non sia più business".

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Bisogna immaginarsi l'educata comprensione, fra il rassegnato e il compassionevole, con cui Renis racconta di Eros Ramazzotti: "Un grande artista, cui avevamo riservato l'ultima serata: sarebbe stato un momento magico in occasione del suo ventennale, mi aveva dato la sua completa adesione, lui personalmente mi aveva detto 'Tony, sarò al tuo festival', e invece una settimana dopo la casa discografica ha fatto di tutto per non farlo venire. Le pressioni devono essere state forti, perché per un artista comunque il festival di Sanremo ha un fascino. Poi certo, io non mi sono mai lasciato e non mi lascerei mai condizionare da nessun presidente ci nessuna casa discografica, ma si vede che ci sono artisti che non hanno la forza o la voglia di lottare, di discutere o d'imporsi. A me non sarebbe potuto capitare, ma io sono fatto a modo mio.

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Bisogna immaginarsi un uomo per cui gli amici sono tutto. Mina, che gli fece fare il suo primo Sanremo. "Ero innamoratissimo di Mina, e non gliel'ho detto se non molti anni dopo. Lei mi chiamava, e io correvo che sembravo Speedy Gonzales. L'avevo accompagnata a fare una serata all'Enalc hotel di Castel Fusano, e alle due di notte arrivò Ezio Radaelli, che allora era il patron di Sanremo e voleva convincerla a partecipare. Lei non ne aveva nessuna voglia, disse di no, continuammo a mangiare e a bere finché, alle cinque di mattina, Mina Mazzini disse: 'Ezio, partecipo. Ma solo se inviti anche il mio amico Tronis'. Lei mi chiamava così, anagrammando il nome e il cognome. Era come una sorella, per me. Anche se avrei preferito qualcosa in più. Comunque portai a Sanremo 'Pozzanghere"'. Da sorteggio, fu il primo a esibirsi, "e il primo ad andare a casa. Fu un dolore talmente grande. Atroce. Pensai: farò il travet in banca. Avevo già fatto la mia brava gavetta, sa. Avevo scritto una canzone per l'epoca scandalosissima, che diceva 'Ay Carmela, dammi la mela, e con la mela fammi godere'. Ero stato un bambino prodigio. E avevo già scoperto quello che reputo il più grande artista italiano: Adriano Celentano". Gli amici, già. Mogol, che da figlio di Mariano Rapetti delle edizioni Ricordi gli fece portare "Quando quando quando" al Sanremo successivo. "L'avevo portata in giro, ma mi dicevano tutti che era tardi, mancavano pochi giorni alla chiusura delle selezioni sanremesi. Mi dicevano di tornare dopo il festival, ma io volevo andare al festival. La feci sentire a Giulio, e lui disse 'Forte, andiamo dal mio papà'. Lui era una persona seria, mi disse 'Io te la mando ma non ti prometto niente'. Al primo ascolto alla commissione piacque talmente che la misero da parte: non c'era bisogno di risentirla, erano sicuri sarebbe stata una finalista. La misero da parte talmente bene che se ne scordarono: finì fra le prime otto escluse. Solo che quell'anno il festival dovevano presentarlo Tognazzi e Vianello, e Tognazzi aveva portato una canzone alle selezioni. L'ottava esclusa. Tognazzi disse che non avrebbe presentato se la sua canzone non concorreva, e così ripescarono le prime otto. Trentadue canzoni in gara, invece delle solite ventiquattro". Non tutto il conflitto d'interessi viene per nuocere.

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Bisogna immaginarselo, il berlusconiano che dice di non aver mai parlato del festival con Berlusconi, e che non vuol dire ma lascia capire che certo, l'unica operazione vittoriosa del governo rischia d'essere Sanremo, e se gli chiedi se come premio voglia un seggio al Senato dice: "L'ha detto lei"; bisogna immaginarselo, il direttore artistico che dice che il festival non sarà come lo vuole lui, "l'optimum sarebbe un festival di tre giorni, e chiudere alle undici e mezza", ma ci sono esigenze aziendali, e amen; bisogna immaginarselo, il diplomatico che se gli prospetti la rivolta dei giornalisti esclusi dal dopofestival ti dice che "era oneroso anche per loro, fisicamente faticoso, fare le quattro di notte tutte le sere"; bisogna immaginarselo mentre magnifica quella che secondo lui sarà la vera sorpresa del festival, un sassofonista catanese quattordicenne che improvvisa jazz. E il valletto George Clooney? "Vuole una barca di soldi, ancora non ci siamo messi d'accordo". Urge autotassazione delle spettatrici.

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Bisogna immaginarselo mentre dice che se "non ci fosse stato Sanremo, sarei lì che cerco di riprendermi l'Oscar che mi hanno scippato tre anni fa", e racconta che quando Jennifer Lopez lesse un nome che non era il suo pensò si fosse sbagliata, e il regista che inquadrò in diretta la sua faccia incredula e delusa è ora creative consultant per Sanremo, e Gregory Peck lo chiamò per dirgli che la sua canzone era comunque la più bella. Fa una straordinaria imitazione, di Gregory Peck, poi riprende il tono normale e ti racconta che comunque aveva vinto il Globe, e aveva detto "I knew it", e tutti temevano stesse svelando un magheggio ma era solo che giorni prima aveva mangiato in un ristorante cinese con la moglie e con un amico che è stato l'accordatore di Rubinstein e fa l'imitatore di Elvis Presley a Las Vegas; avevano pranzato al cinese dopo aver comprato un pianoforte bianco nella Valley, e il biglietto nel suo fortune cookie diceva: "Vincerai un premio importante", e quindi lui lo sapeva.

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Bisogna immaginarsi Renis che pronostica la propria vittoria in quest'impresa "against the odds, come dicono da quelle parti", e si concede un solo minuto d'amarezza, in cui parla di "orgoglio", di "dignità" e dice: "La mia fortuna è che non somatizzo, perché è così che hanno ucciso Enzo Tortora". Bisogna immaginarsi Renis che cambia tono prima che la gente si stufi e cambi canale senso dello spettacolo, anche in salotto. "Chiambretti aveva le idee chiare": è convinto, Renis, che "comunque vada sarà un successo" sia un buon motto, per il festival. Immaginatevi la faccia che fa quando gli si chiede se questa è la storia di "Appuntamento in riviera". Prima pensa gli si stia chiedendo di raccontare gli esordi di carriera, poi capisce. Il film (1962, regia di Mario Mattòli) in cui Tony Renis fa un Tony Renis che va a Sanremo e trionfa contro tutto e tutti, specie contro i cattivi manager musicali. Lì, non faceva il direttore artistico ma il cantante. E il perfido impresario gli attribuiva una relazione con Mina per alzare le vendite. Mettendo a rischio il suo matrimonio. Figurarsi. Lui, che quando squilla il telefono con un Tchaikovskji per suoneria, ed è Elettra, prende un tono puccipucci che neanche i fidanzatini di Peynet.

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Bisogna infine immaginarsi la cronista incantata che ascolta il raccontatore di fiabe e dimentica che in quel momento sta andando in onda "Elisa di Rivombrosa", bisogna immaginare che alla fine Renis abbassi la voce e si immedesimi nella parte dell'uomo ferito. "Il Golden Globe, l'Oscar scippato, il premio alla carriera a Sanremo: leggi i giornali italiani e sembra che io non abbia fatto niente...". Stai per crederci, per esprimergli solidarietà, poi l'entertainer che è in lui prende (ancora una volta) il sopravvento: "Sembra sia solo amico di Joe Adonis e di Al Capone, Al Fagiano, Al Tacchino". Bisogna immaginare il sorriso innocentemente soddisfatto di cui Renis gratifica la persona che gli passa il telefono e lo invita ad ascoltare, facendogli scoprire che la musica d'attesa del radiotaxi e' "I hate you then I love you", ovvero "Grande grande grande" cantata da Céline Dion. Musica di Al Tacchino.