16.2.05

MOLOTOV & CHAMPAGNE
di Massimo Fini (da Il Gazzettino, 16/02/05)

Le confessioni di Achille Lollo non hanno riportato alla memoria solo l'orrendo, e dimenticato, rogo di Primavalle dove morirono due giovani figli di un netturbino colpevole di essere il segretario della locale sezione dell'Msi, in seguito a un attentato incendiario, opera di alcuni militanti di Potere Operaio, ma anche l'intero clima di quegli anni in cui lo stesso Potere Operaio può essere considerato un emblema significativo. Potere Operaio, Potop per gli amici, era un minuscolo gruppuscolo della sinistra extraparlamentare, il più estremista di tutti se si eccettuano le Brigate Rosse che però allora erano ancora agli inizi, formato dai figli dell'aristocrazia e dell'altissima borghesia, prevalentemente romana (oltre a Diana Perrone, figlia dell'allora proprietario del Messaggero e del Secolo XIX, c'era, fra gli altri, Paolo Mieli, attuale direttore del Corriere della Sera) e da qualche sottoproletario raccattato nelle borgate e usato come manovalanza. Per la sua composizione equivoca era stato soprannominato, con un certo disprezzo, dai militanti degli altri gruppi extraparlamentari: "Molotov & Champagne". Ma si può dire che l'intero Sessantotto, e dintorni, fu "Molotov & Champagne". Negli anni Settanta tutta l'"intellighentia" italiana si era spostata all'estrema sinistra. Non c'era intellettuale, scrittore, giornalista (con l'eccezione di Montanelli, Biagi e qualche altro cane sciolto), sociologo da terza pagina del "Corriere", mondana, mignottina da salotto che non si dichiarasse per la rivoluzione. E la borghesia, con i suoi giornali, aveva seguito l'onda. Sia per opportunismo, sia perché in fondo, si trattasse del Movimento studentesco, di Lotta Continua, di Avanguardia operaia o di Potere Operaio, quei rivoluzionari da salotto erano, nella stragrande maggioranza, "figli di famiglia", erano figli suoi e se li coccolava e vezzeggiava. La copertura alle violenze di quegli anni non fu data tanto dal Pci, che anzi mal tollerava di essere scavalcato a sinistra da degli extraparlamentari che predicavano una rivoluzione a cui i comunisti avevano rinunciato da tempo, fin dai primi anni Cinquanta, quando avevano liquidato Pietro Secchia, ma da questo irresponsabile milieu radical chic. Questa contiguità fra classe dirigente, ricchi borghesi e pseudorivoluzionari di sinistra era palpabile, visibile, e fisica. Mi ricordo che in quegli anni capitai ad una festa in un bellissima casa di via del Corso, a Roma, di proprietà di un certo Jimmy. C'era tutta la "Roma bene", c'era anche l'allora ministro della Sanità, il liberale Altissimo, e c'era Franco Piperno leader di quel Potere Operaio che in quei tempi scendeva in piazza, come gli altri gruppi extraparlamentari, al grido di "Fascisti, borghesi ancora pochi mesi". Con Piperno mi fermai a parlare a lungo accovacciati in un angolo del vastissimo salone. Ricordo i suoi occhi gialli, la voce flautata, e un sottofondo di minaccia nelle sue parole. Io infatti allora, per gli ambienti della sinistra extraparlamentare ero un "fascista" o, nella migliore delle ipotesi un "democratico borghese conseguente" da mettere comunque al muro quando la Rivoluzione avesse trionfato.Nel 1971, sull'"Avanti", avevo denunciato, primo giornalista di un giornale di sinistra a farlo, le violenze squadriste del Movimento studentesco di Milano che nel giro di un paio di settimane aveva pestato a sangue uno studente di origine israeliana accusato di essere un "agente della Cia" e un sindacalista della Uil, un certo Conti. Nell'ottobre del 1973 avevo pubblicato per Linus, diretto da Oreste del Buono, una mappa della sinistra extraparlamentare, che Del Buono aveva chiamato, titolando, "L'extramappa" dove catalogavo i gruppi extraparlamentari di sinistra, dal Movimento Studentesco alle Brigate Rosse, secondo la loro ideologia ma anche secondo la loro propensione alla violenza. Alla Statale di Milano fu appeso untatse-bao dove Del Buono ed io venivamo additati come "servi della Cia". Oreste se la fece subito sotto e rinnegò tutto: l'extramappa e il suo autore. Quanto a me ricevetti due lettere minacciose di Giairo Daghini e di Oreste Scalzone, dirigente di Potere Operaio, cui non detti molto peso ma che, rilette col senno di poi, fanno venire i brividi. Non fu tutto. Luca Cafiero, uno dei leader del Movimento Studentesco, insieme a Mario Capanna e a Salvatore Toscano, sguinzagliò un manipolo di picchiatori armati di spranghe e di catene, al cui comando c'era Giorgio Livrini, figlio di un imprenditore di quello che oggi si chiama "il ricco Nord Est", per darmi una lezione. Per fortuna non mi trovarono, né da "Oreste", lo storico bar di piazza Mirabello, né davanti a casa perché quella notte, per caso, dormii da una mia amica. Altrimenti sarei anch'io oggi uno storpio o peggio come quel povero ragazzo di diciassette anni, Sergio Ramelli che, considerato di destra, fu vittima di un agguato sotto casa da parte di militanti di Avanguardia Operaia e morì dopo 48 giorni di agonia, notizia nascosta nelle pagine interne dei grandi giornali della borghesia milanese. A metà degli anni '70 mi trovavo in Calabria per un'inchiesta che l'Europeo mi aveva chiesto di fare sull'università di Arcavacata, una delle tanti cattedrali nel deserto che era stata voluta, a propria maggior gloria, da Giacomo Mancini, segretario del Psi. Fui prelevato quasi di forza dagli uomini di Mancini e, dopo un lungo giro per le montagne cosentine, portato alla presenza del boss nella sua splendida villa. Mancini, col pretesto che ero un iscritto al Partito socialista, voleva sapere che cosa avrei scritto su Arcavacata. Nel bel mezzo di questa simpatica conversazione, molto simile a un'intimidazione mafiosa, si affacciò sulla veranda che dominava le rosse e brulle montagne del cosentino, uno scenario quasi da Far West, Franco Piperno, che era suo ospite. La cosa curiosa, per dir così, è che in quel momento Piperno era latitante e ricercato dalla polizia. La contiguità col mondo dell'eversione, o della semieversione, era fortissima. Qualche anno dopo Giampiero Mughini, che oggi fa ilclown nelle trasmissioni di calcio parlato, si sarebbe vantato pubblicamente, rabbrividendo per il piacere dall'alluce all'ombelico, che un comunicato dei brigatisti Morucci e Faranda era stato scritto a casa sua, nella sua cucina e con la sua "Lettera 32". Ruggero Guarini, in un'intervista alla Stampa, ha raccontato che per la prima assoluzione di Lollo e degli altri due di Potere Operaio accusati per il rogo di Primavalle si tenne una grande festa in una villa di Fregene, cui parteciparono Alberto Moravia, Dario Bellezza, il pittore Mario Schifano e il fior fiore dell'intellighentia romana. Del resto qualche anno dopo, quando il terrorismo brigatista mieteva una vittima al giorno e altre ne "gambizzava" come si diceva allora con un orrendo neologismo, due guru della cultura italiana, Alberto Moravia e Leonardo Sciascia, si dichiararono "Né con lo Stato né con le Br". Non stupisce quindi che, in quel clima, il rogo di Primavalle fosse attribuito dalla stampa di sinistra ma anche dai giornali borghesi, come Panorama, l'Espresso, Il Messaggero, a una "faida interna fascista" e l'inchiesta su Lollo e gli altri bollata come una "montatura di magistratura e polizia", una "provocazione" e, insomma, un complotto di toghe nere in combutta col Potere democristiano. L'editore Giulio Savelli, che allora era trotzkista e poi, negli anni Novanta, dopo una breve parentesi leghista, è diventato deputato di Forza Italia, quindi dell'Udr di Cossiga e oggi si autodefinisce liberale, pubblicò un libro, "Primavalle: incendio a porte chiuse", scritto da alcuni "giornalisti democratici", in cui si sposava la tesi che Primavalle era stata una "faida interna" fra fascisti. Tesi peraltro non nuova, perché era stata già utilizzata un paio di anni prima per il caso Mazzola-Giralucci, due missini assassinati in una sede del partito a Padova (era stata invece una delle prime azioni omicide delle BR, come racconta Sergio Segio, uno che se ne intende, in un libro di prossima pubblicazione). La magistratura non poteva indagare nella galassia dell'estremismo extraparlamentare di sinistra senza essere sommersa dall'unanime coro della "montatura", della "provocazione", del "complotto". Le piste dovevano essere sempre e solo "nere". E ciò era tanto più bizzarro perché, nell'orgia del conformismo di sinistra che aveva preso il Paese, i fascisti erano praticamente spariti o non osavano mettere piede fuori casa (nel 1974 facemmo, per L'Europeo, un'inchiesta intitolata: "Ma dove sono finiti i fascisti?"). Persino per l'omicidio Calabresi si preferì imboccare la strada delle "piste nere" e perdere tempo a inseguire un certo Nardi, figlio di armaioli di San Benedetto del Tronto, e altri stracci del genere, nonostante Lotta Continua, sul suo giornale, si fosse attribuita, almeno moralmente, l'assassinio e fosse del tutto improbabile, almeno allora, che della gente di destra ammazzasse un commissario di polizia, oltretutto accusato da tutto l'ambiente di sinistra di aver fatto volare dal quarto piano della Questura di Milano un anarchico, Giuseppe Pinelli. È anche per questo che bisognerà aspettare alcuni lustri e la confessione di Leonardo Marino per arrivare a Bompressi, a Pietrostefani e a Sofri. Del resto tutti sapevano che Lotta Continua, come peraltro Potere Operaio, aveva un "livello illegale" che si occupava quantomeno di far delle rapine, per finanziare, oltre che con gli "espropri proletari", il gruppo. Lo sapevo persino io. Perché una di quelle rapine fu fatta con la mia macchina, una Simca coupé rossa. Me la chiese in prestito un mio amico di Lc, Ilio Frigerio, poi diventato parlamentare leghista, dicendo che gli serviva per uscirci con una ragazza. In seguito mi confessò che l'aveva data ad altri "amici" di Lc per quello scopo. Uno scherzetto da prete che non ho dimenticato. Ma al processo Sofri, Pietrostefani e Bompressi negarono anche l'esistenza del "livello illegale", anche l'evidenza, e penso che sia anche per queste menzogne puerili che poi non furono creduti dal Tribunale sulle questioni più importanti. Ma il giornale di Lotta Continua faceva anche dell'altro, pubblicava foto, abitazione, percorsi, abitudini di "fascisti", o presunti tali, una sorta diwanted, di incitazione alla sprangata che ne ha lasciati parecchi sul terreno. Questo era il clima dei "formidabili" anni Settanta, dove bastava militare a sinistra per farne di ogni sorte e garantirsi omertà, protezione o, nei casi peggiori, la fuga. E il problema dei ragazzi delmilieu riche eradical chic della contestazione, di questi rivoluzionari da burletta che il giorno scendevano in piazza a gridare slogan truculenti, a spaccare vetrine e crani, a ingaggiare battaglie con la polizia a colpi di molotov, e la sera, tornati a casa dai loro babbi e mamme borghesi, tutti orgogliosi di quei loro figlioli così deliziosamente antiborghesi, si precipitavano a telefonare alle loro amiche ("Pronto Leonetta? Pronto Dadi?") per organizzare feste in qualche bella villa, è che non solo non hanno pagato alcun dazio per le loro imprese, ma sono stati premiati e oggi fanno i deputati, i senatori, i direttori di giornale, di reti televisive, gli opinionisti. Sono degli impuniti. E non ci si può quindi meravigliare se non hanno nessun senso delle proprie responsabilità. Loro hanno sempre ragione. Avevano ragione quando facevano i comunisti e hanno ragione adesso che sono diventati liberali. Oggi questi irresponsabili costituiscono una buona parte della classe dirigente, equamente distribuiti fra destra e sinistra. E questo spiega anche perché, a conti fatti, non è cambiata la mentalità in questo Paese. Anche oggi, come allora, se la magistratura osa imboccare una strada poco gradita agli attuali "padroni del vapore" si alza un coro quasi unanime che grida alla "montatura", alla "provocazione", al "complotto" e si scrivono libri innocentisti e "garantisti" del tipo di "Primavalle: incendio a porte chiuse". Le toghe non sono più "nere" o democristiane, son diventate "rosse". È cambiato il segno, non la protervia.

15.2.05

Cavaliere, non esageri
di ALDO GRASSO - Corriere della Sera - 15/02/2005

La febbre fa brutti scherzi, specie davanti alla tv. Deforma le immagini, incupisce la visione, affolla lo schermo di cattivi pensieri; dev'essere per questo che i medici consigliano silenzio, quiete, schermo spento. Ma da quell'orecchio Silvio Berlusconi proprio non ci sente, non sa cosa significhi riprendere fiato, rilassarsi, riposare. Costretto a letto dall'influenza, si è abbrutito come un qualunque critico televisivo: ha guardato tutto, ha annotato ogni sfumatura, si è macerato dalla rabbia per i discorsi sentiti. Alle sei del mattino aveva già il telecomando in mano, alle sette la prima lista di comunisti che bivaccano in tv, alle otto l'elenco delle menzogne che si dicono nei talk show contro il governo e via così, fino a notte fonda: un cahier de doléances pesante come un macigno. Così, appena ristabilito, il nostro premier si è presentato nel roseo salotto di Anna La Rosa, quello zuccherino di giornalista. Per dire che non accetterà mai un confronto televisivo con l'opposizione (nemmeno di fronte alla compiacente padrona di casa), che pretende le scuse di chi lo insulta, offeso per essere stato paragonato a Saddam Hussein, a Peron o a un qualche altro dittatore dello Stato libero di Bananas. Via, presidente, non esageri. La tv la guardiamo anche noi e tutto questo odio contro di lei ci è sfuggito. Sì, su Raitre resiste qualche sacca di dissenso, ma è robetta. L'incontro tra Fabio Fazio e Marco Follini era un idillio.
Serena Dandini punzecchia, infastidisce. Corrado Augias usa il fioretto. Le battute più pesanti contro di lei le abbiamo sentite a «Zelig» ma lì, se non andiamo errati, è casa sua, pensavamo fosse tutto concordato.
È sicuramente colpa della febbre se Berlusconi ha avuto le visioni: «Ho visto e sentito una serie infinita di calunnie. Dicono che le tv sono controllate dalla nostra parte politica. È esattamente vero il contrario, perché, l'85% dei giornalisti, ho visto i nomi della Rai, sono iscritti a sindacati di sinistra». Ha visto e sentito cose che noi umani non riusciamo nemmeno a immaginare (e ha avuto persino tempo di consultare le iscrizioni al sindacato).
«Quindi - ha proseguito imperterrito - noi siamo di fronte esattamente ad un'informazione su tutti i mass media, giornali e tv, che è contro il governo e la sua politica. I signori dell'opposizione osano ribaltare anche in questo caso la realtà. Proprio in queste settimane ho sentito con le mie orecchie dire c'è un problema di democrazia in Italia, perché il sistema informativo è tutto nelle mani di un solo uomo. Non è cosi». No, non è così, dobbiamo esserci sbagliati. Forse anche noi, con questi sbalzi di temperatura, abbiamo la febbre. Meno male che in Italia ci sono solo conduttori all'acqua di La Rosa, onesti faticatori del piccolo schermo, marzulli della ragion di Stato.
Per dire, ci fossero solo un David Letterman o un Jay Leno, con un Berlusconi malato, dalle parole si passerebbe ai fatti. È stato solo un brutto sogno, presidente, scherzi della febbre. L'unico guaio è che oggi, a raccontare i sogni, si va in tv.
Il sottosegretario assume la figlia al ministero
di Gian Antonio Stella (Corriere della Sera - 15/02/2005)

«Governerò come un buon padre di famiglia», promise Berlusconi. Elisabetta Casellati, pasionaria azzurra, annuì commossa. Anche lei, giurò a se stessa, avrebbe governato come una buona madre di famiglia. Così, appena nominata sottosegretario, ha assunto come capo della segreteria al ministero della Salute sua figlia Ludovica.

«Grazie, mamma!». «Te lo meriti, amore». I soliti maliziosi, si sa, diranno che non si tratta di una coincidenza. E sputeranno fiele dubitando che la selezione sia stata aspra, che siano stati vagliati migliaia di curriculum, che siano stati consultati i migliori cacciatori di teste o chiamati a colloquio centinaia di giovani... E rinfacceranno a Silvio Berlusconi di avere giurato che lui avrebbe «chiuso coi metodi della vecchia politica» e «sradicato il clientelismo» e risanato lo Stato facendola finita con le spintarelle e le assunzioni facili. E magari arriveranno a tracciare un paragone con il caso di Umberto Bossi, che dopo aver detto che «la natura clientelare dello Stato dopo 150 anni» sarebbe andata in soffitta in nome dell'«assoluta trasparenza contro ogni forma di corruzione e clientelismo», ha visto due deputati leghisti europei assumere a Bruxelles come assistenti accreditati (12.750 euro al mese) suo fratello Franco e suo figlio Riccardo. Ma la bella Ludovica, nella veste di Capo della Segreteria del Sottosegretario di Stato (niente smentite:vedere sito del Ministero) assicura anche a nome della genitrice che non è così.

E spiega, in una deliziosa intervista al Corriere del Veneto, di avere tutte le carte in regola: «Ci ho messo dieci anni perché non mi chiamassero "figlia di" e adesso non vorrei passare per quella aiutata da mammina». Di più: «Può giudicarmi solo chi mi conosce sul lavoro e sa bene qual è la mia professionalità, guadagnata sul campo, dimostrata in ogni incarico che ho avuto». Certo, a incrociare nelle banche dati il suo nome con le voci «salute» o «sanità» o parole simili, si recuperano risultati così scoraggianti (zero carbonella) da far immaginare che sappia della materia quanto sa del Tamarino di Edipo o del delfino di fiume del Punjab. Né si conosce molto delle tappe della carriera manageriale che, sempre nella cocciuta ostinazione di dimostrare che lei è del tutto estranea a ogni raccomandazione della madre parlamentare berlusconiana, ha percorso nella berlusconiana Publitalia, la concessionaria di pubblicità del gruppo Mediaset.

Ludovica Casellati, la figlia (Gobbi)
Dire che sia del tutto sconosciuta, tuttavia, sarebbe ingiusto. Gli appassionati di vita mondana e i frequentatori dei siti di «gossip» veneti, infatti, la conoscono benissimo. Primo: perché passa per una delle più puntuali ospiti di tutte le feste, i cocktail, i galà e rinfreschi che vengono organizzati nei locali pubblici e nelle dimore private dall'Adige al Tagliamento. Secondo: perché da queste sue frequentazioni trae da qualche tempo una rubrica sul Gazzettino dal titolo «Think Pink». Dove c'è grande spazio per la salute e le attività più salutari. Come le battute di caccia in botte in laguna organizzate da ricchi imprenditori col «servidor de valle». O le vacanze all'isola d'Elba di «Gabriella Baggini Morato, meglio nota come Baby dinamicissima imprenditrice padovana» con tutta la famiglia, il marito Orio, la figlia, il gatto Tolomeo e i cani Sofia, Riccardo ed Elton. Per non dire della «incoronazione di Miss Mojito», dei trionfi del «dj Kenny Carpenter consacrato al successo nel gotha della dance newyorkese», delle «serate gastronomiche a tema dedicate al baccalà». Il meglio tuttavia, dicono gli intenditori, è stata la pubblicazione qualche settimana fa di un reportage sulle feste del bel mondo a Cortina: «La palma del divertimento è andata sicuramente al goliardico e pimpante gruppo dei vip padovani ultracinquantenni, che hanno riservato per l'occasione malga Staolin: i Vittadello, gli Stimamiglio, i Brugnolo, i Cristiani, i Facco, gli Agostosi, i Rinaldi, la neo sottosegretaria alla Sanità Elisabetta Casellati Alberti con il marito...».

E chi c'era tra le firme che avevano collaborato al pezzo? Lei, la tenera Ludovica. Conflitto d'interessi amorosi? Ma per carità, lo saprà ben la mamma, cos'è un conflitto. Avvocato, docente universitario, parlamentare di Forza Italia dal 1994, donna combattiva sempre pronta alla pugna e premiata via via con una serie di incarichi istituzionali fino alla presidenza della Commissione Sanità (con soddisfazione di Farmindustria, l'associazione delle imprese farmaceutiche, generosa di versamenti registrati nei suoi confronti) e poi alla vicepresidenza del gruppo azzurro al Senato, la Casellati non ha perso occasione, negli anni, per tirar fuori grinta e fantasia. E un giorno prometteva «entro due settimane» una specie di «angelo custode» per i tiratardi con l'inserimento in ogni discoteca di «una figura istituzionale» (un vigile urbano?) in servizio dalle ore 22 in avanti, un altro sentenziava che «la Rai non è stata mai così pluralista» come in questi anni azzurri, un'altra sbeffeggiava Romano Prodi per la chioma nero-seppia bollandolo come un Pinocchio «pronto a negare l'evidenza anche quando qualcuno avanza sospetti sulla sua capigliatura».

Il massimo, però, l'ha sempre dato sul conflitto d'interessi. E una volta invitava la sinistra a non aver fretta perché la Casa delle Libertà aveva cose più urgenti, un'altra tuonava che «la Cdl ha dimostrato che il conflitto d'interessi può essere risolto», un'altra ancora si compiaceva: «Noi governiamo solo nell'interesse dei cittadini». Va da sé che i suoi avversari, adesso, l'aspettano al varco. Con tre domande. La prima: dopo la nomina a sottosegretario ha chiuso l'attività legale che l'ha vista impegnata fino all'ultimo, per esempio nella difesa di Stefano Bettarini contro Simona Ventura? La seconda: come mai non risulta ancora essersi dimessa dalla carica di amministratore delegato della società finanziaria Esa srl, carica vietata dalla legge sul conflitto d'interessi? La terza: è vero che la giovane Ludovica ha avuto al ministero un contratto da 60 mila euro l'anno, cioè quasi il doppio di quanto guadagna un funzionario ministeriale del 9° livello con quindici anni di anzianità?

14.2.05

Memorie di una camicia verde
CONTRORDINE di ALESSANDRO ROBECCHI

«Giù le mani dai nostri bambini o leggerete il futuro nelle nostre manette». Non vi sfugga il calembour. Mani. Manette. Le zingare che leggono le mani (e rubano i bambini), leggeranno le manette. Ah, ah. Ognuno ha i copy che si merita. Comunque - perdoniamogli lo stile - è questo il nuovo slogan delle camicie verdi per la prossima primavera. Un bel pogrom contro il popolo rom e via, si torna ad «avercelo duro» come ai bei vecchi tempi. Il razzismo è il viagra padano. Alla base della nuova crociata, un episodio di cronaca: a Lecco, due ragazze rom patteggiano otto mesi per tentata sottrazione di minore ed escono subito, in quanto incensurate. Nessuno è sicuro di come siano andate le cose, i racconti sono confusi, le ragazze non parlano italiano, la dinamica non è chiara. Ma è un'occasione d'oro per la Lega, un'occasione di mobilitazione «popolare», accompagnata (la manna dal cielo) dal più antico dei luoghi comuni razzisti: gli zingari rubano i bambini.

Politicamente, due piccioni con una fava. Da un lato si solleticano gli umori più schifosi della base dandole in pasto un «nuovo» pericolosissimo nemico, nientemeno che i ladri di bambini. Dall'altro si assesta una nuova bastonata alla magistratura, perché il messaggio che passa nella maggioranza del pubblico è: rubavano un bambino e le hanno lasciate andare. Cose da pazzi. Dove andremo a finire? Come si vede, è uno schema elementare, sperimentato moltissime volte e che garantisce un certo margine di successo.

Mal che vada si fidelizzano i propri clienti, se va bene si fa un po' di proselitismo tra le menti semplici. Il capro espiatorio di passaggio (questa volta, gli zingari) fa da detonatore, e la bomba è contro i giudici che sono troppo teneri con tutti, zingari, clandestini, baby gang, terroristi, rapinatori in genere. Giudici mollaccioni, marxisti, perdonisti. Se invece si potesse eleggere un muscoloso artigiano padano a fare il giudice, sai che bastonate, e che condanne, per tutte queste merdacce che minano l'alacre operosità padana. Nella suddetta società padana, poi, capita frequentemente che qualche disgraziato resti stritolato nei cassonetti della Caritas in cerca di vestiti usati. O che il dibattito in seno alla maggioranza che governa Milano (Milan, the most glamour city in the world) si concentri su questo: i clandestini possono dormire nei rifugi comunali quando fa molto freddo per strada? Per inciso, l'assessore alla moda è per il no, me ne sfugge il motivo, ma mi accontento della sublime metafora: mondo-fashion versus barboni. Resta il fatto che dalla pancia leghista escono borbottii sinistri che si può anche scambiare per folklore. Ma poi ci si accorge che, salendo ai piani alti del potere (su su fino al ministero della Giustizia), la musica non cambia di molto, anche se le frasi sono più tornite e i copy un po' migliori.

Tutto rientrerebbe nella norma dell'ordinaria barbarie quotidiana, forse. Ma vuole il caso che la nuova battaglia delle camicie verdi - il pogrom contro gli zingari ladri di bambini - cada a ridosso della giornata della Memoria, di quella del Ricordo, nel sessantesimo della scoperta e liberazione di Auschwitz e insomma in giorni in cui il peso della barbarie passata sembra meno leggero. Chiudere i campi nomadi, tagliare gli aiuti per la comunità rom e le sue favelas, dare la precedenza ai lombardi negli asili nido, sono obiettivi sbandierati come imperativi categorici. Manca ancora - una dimenticanza? - la richiesta di cucire un triangolo marron sui vestiti. Quanto ai ghetti ci sono già, e quanto al linguaggio, che non è un dettaglio, siamo più vicini alla birreria di Monaco che alla famosa Unione europea. Ragazzate? Una delle tante intemperanze leghiste tollerate come marachelle? La parola d'ordine è minimizzare, far finta di niente. Ma se qualche volonterosa scolaresca in cerca di memoria non ha i soldi per viaggiare nel cuore della storia, verso Buchenwald, verso Dachau, sappia che può farsi un giro nel fegato della geografia. Coraggio, una fiaccolata contro gli zingari sarà sempre in programma, è gratis, è vicina a casa, e può rivelarsi molto istruttiva. Dico, non vorrete mica farvi rubare i bambini, no?
La pista italiana dell'«Oil for food»
I traffici a Baghdad dell'uomo di Formigoni

di Claudio Gatti - il Sole 24ore del 9 febbraio 2005

L'invito, scritto in inglese e firmato da Tarek Aziz, era stato spedito con due mesi di anticipo, a marzo del 1999. «Dear Mister Roberto Formigoni - recitava - l'aggressione anglo-americana contro l'Irak crea un problema per la Nazione Araba e per tutto il mondo... noi pensiamo che sia ora di condannare quest'aggressione e chiedere la fine dell'embargo... Su questa base La invitiamo alla conferenza che si terrà a Baghdad». La stessa lettera era stata inviata al parlamentare della sinistra laburista inglese George Galloway, al leader ultranazionalista russo Vladimir Zhirinovsky e a decine di altri politici e opinion-maker di tutto il mondo ai quali si offriva viaggio, vitto e alloggio a spese dal governo iracheno.
La conferenza si aprì l'1 maggio 1999 al Mansour Melia Hotel di Baghdad. Per l'occasione, gli iracheni avevano tappezzato l'albergo di striscioni, in inglese, che denunciavano «l'oppressione americana» e chiedevano la fine dell'embargo. La sala si cominciò a popolare a metà mattinata. Ovviamente a riempirsi subito furono le prime file, quelle davanti al palco dove si sarebbe sistemato Tarek Aziz. I posti migliori se li contesero i molti invitati provenienti dall'estero, un gruppetto di dirigenti iracheni e i pochi ambasciatori residenti a Baghdad. Il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni preferì prendersela con calma, soffermandosi a conversare all'ingresso e lasciando che la sala si riempisse quasi completamente. Quando si affacciò Tarek Aziz era però lì pronto a salutarlo. Primo tra tutti gli invitati alla conferenza. Aziz lo prese sottobraccio e lo accompagnò fino a davanti al palco dove chiese a un suo sottoposto in divisa di alzarsi per far accomodare l'ospite italiano. Fu quindi dalla prima fila che, quando venne il suo turno, Formigoni si alzò per raggiungere il microfono sul palco ed esprimere pubblicamente il proprio sdegno per le «ingiuste sanzioni che uccidono i bambini».

Gli invitati a Baghdad. Non è certamente un caso se l'elenco degli invitati a quell'evento, stilato da Saddam Hussein assieme a Tarek Aziz, riporti molti degli stessi nomi di un altro elenco oggi in possesso della speciale commissione d'inchiesta creata da Kofi Annan per indagare sulla vicenda e diretta da Paul Volcker. L'elenco, rinvenuto negli archivi del ministero del Petrolio iracheno, contiene i nomi di decine di personalità straniere a cui, tra il 1997 e il 2003, il regime di Saddam ha dato in omaggio "buoni" per centinaia di milioni di barili di petrolio in cambio del loro supporto alla campagna per l'abolizione delle sanzioni imposte all'Irak dopo la Prima Guerra del Golfo.
In entrambi gli elenchi si legge il nome di Roberto Formigoni. Nel secondo elenco il presidente della Lombardia spicca in quanto maggiore beneficiario di petrolio tra tutti i politici occidentali, con 24 milioni di barili. Solo i russi possono vantarsi di aver fatto meglio di lui.
Che Formigoni fosse oggetto di un trattamento speciale per volontà dello stesso Saddam Hussein è attestato da alcune carte rinvenute negli archivi del ministero del Petrolio di cui «Il Sole-24 Ore» e il «Financial Times» hanno ottenuto copia. In questi fogli le assegnazioni di Formigoni sono spesso registrate con la dicitura "Richieste speciali", ma in due occasioni c'è una nota aggiunta a mano in cui si spiega che i quantitativi di petrolio concessi erano stati approvati dal presidente iracheno in persona.
Nelle stesse carte il nome di Formigoni appare ripetutamente inserito tra parentesi a fianco a quello della Cogep, società di Milano il cui nome completo è Costieri Genovesi Petroliferi. A ottobre dell'anno scorso, contattato dal Sole-24 Ore, il titolare della Cogep, Natalio Catanese, confermò di aver avuto contratti di petrolio dalla società petrolifera irachena Somo, ma negò che fossero in alcun modo collegati al presidente della Regione Lombardia. Questo diniego è stato ribadito anche adesso: «Confermo oggi quello che ho detto mesi fa» ha dichiarato Catanese. Prima di partecipare al programma Oil for Food, la Cogep era una società che non trattava greggio. Tant'è che non aveva alcun trader alle sue dipendenze. Il suo core business veniva dai depositi che aveva a Genova e Alessandria e dalla movimentazione di piccoli volumi di gasolio. Insomma gestiva autobotti, non petroliere. Tra il 1994 e il 1997, i bilanci societari parlano di ricavi che oscillano tra i 30 e i 67 miliardi di vecchie lire. Tutto cambia nel 1998 quando, grazie ai contratti ottenuti in Irak, i ricavi balzano a 167 miliardi, per poi arrivare a 384 nel 1999 e stabilizzarsi tra i 185 e i 220 nei tre anni successivi. Dopodiché, con l'invasione americana del marzo 2003, finisce la pacchia e i ricavi tornano ai livelli di una volta: 47 miliardi. Ma come ha fatto una piccola azienda di prodotti petroliferi raffinati senza alcuna esperienza nel trading di greggio a diventare uno degli interlocutori privilegiati della società petrolifera di Stato irachena Somo? Gli investigatori dell'Onu hanno scoperto che la risposta sta nel nome del suo sponsor: Roberto Formigoni.
Nel gennaio scorso, il presidente della Regione Lombardia disse al Sole-24 Ore di «aver aiutato aziende italiane a fare affari con l'Irak nell'ambito del programma Oil for Food», negando di aver avuto a che fare con i contratti della Cogep. Contattato nuovamente, il presidente non ha voluto accettare l'invito di replica in questo articolo, limitandosi a rinviarci alla dichiarazione di un anno fa.

Il ruolo di Formigoni. Ma c'è un documento rinvenuto a Baghdad, di cui «Il Sole-24 Ore» e il «Financial Times» hanno copia, che lo smentisce. È un fax spedito alle 12,57 del pomeriggio dell'8 giugno 1998. L'intestazione dice «Da: Formigoni. A: Tarek Aziz». «Eccellenza - recita - in seguito al nostro incontro a Roma, del quale le sono grato, poiché so che Somo sta firmando i nuovi contratti, mi lasci ricordarle i nomi delle società petrolifere italiane che le ho segnalato: una è la Cogep e l'altra la Nrg Oil. Molte grazie per quello che sarà in grado di fare. Cordiali saluti, Roberto Formigoni». Sul fax si leggono due note scritte a mano in arabo con cui si trasmette il messaggio al ministro del Petrolio e al direttore esecutivo della Somo e si notano i timbri di accettazione dei loro uffici. Né Catanese né Formigoni possono inoltre smentire di conoscere il personaggio-chiave di questa vicenda: un signore cinquantenne di nome Marco Mazarino De Petro. Ex onorevole democristiano, ex sindaco di Chiavari (fu costretto a dimettersi nel 1987 in seguito a uno scandalo su una faccenda di appalti pubblici), tra i primi iscritti a Comunione e Liberazione e al Movimento Popolare, De Petro è attualmente presidente della Avio Nord, minicompagnia aerea specializzata nel trasporto organi controllata dalla Regione Lombardia. Ma De Petro ha anche un'altra attività. Quando «Il Sole-24 Ore» e il «Financial Times» hanno chiamato il Pirellone, sede della Regione a Milano, chiedendo di lui, si sono sentiti rispondere che è reperibile al numero della segreteria della Presidenza, dove ha a disposizione un ufficio. Stessa cosa a Roma, a piazza del Gesù, nella sede distaccata della Regione Lombardia. Lì «Il Sole-24 Ore» e il «Financial Times» sono stati indirizzati a Gianna Antonini, la segretaria factotum del presidente Formigoni che non esita a spiegare di lavorare con l'ex sindaco di Chiavari «da anni».
Raggiunto telefonicamente da «Il Sole-24 Ore» e dal «Financial Times», De Petro ha ammesso di aver avuto il mandato «da parte della Regione Lombardia di tenere i rapporti internazionali con vari Paesi, incluso l'Irak». Ha anche confermato di esser stato a Baghdad «molte volte per missioni umanitarie e per missioni con imprenditori italiani interessati ad avere rapporti con l'Irak».
Ma per sciogliere questa complessa matassa politico-economica è opportuno fare un salto indietro nel tempo, all'avvio operativo del programma Oil for Food, nel 1997. Pur avendo le seconde maggiori riserve petrolifere al mondo, l'Irak era stato chiuso alle esportazioni sin dai giorni dell'invasione del Kuwait, nel 1990. La riapertura di quel mercato faceva gola a tutti. Eni inclusa.
Nell'aprile di otto anni fa, la compagnia petrolifera italiana decise di invitare nel nostro Paese il ministro del Petrolio iracheno, il generale Amir Rashid. Il 22 aprile, un jet dell'Eni volò ad Amman per prendere il ministro e portarlo a Roma, dove venne sistemato in pompa magna nella suite 105-106 dell'Excelsior, l'albergo di via Veneto a fianco dell'ambasciata americana. Il generale Rashid era un ospite tanto prezioso quanto ambito, e a Roma venne ricevuto da ministri del Governo Prodi, membri del Parlamento e industriali. Lui aveva però una richiesta particolare: voleva portare i saluti di Tarek Aziz al presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Ovviamente fu accontentato. Il 25 aprile, alle 9,50 del mattino il jet dell'Eni atterrò all'Ata, lo scalo privato di Linate. Lì, nella saletta Vip ad attendere il ministro Rashid c'era Roberto Formigoni accompagnato da una giovane interprete. Alcuni mesi dopo quell'incontro, nell'autunno del 1997, Marco De Petro cominciò a contattare esperti del settore energetico per discutere della possibilità di piazzare contratti di greggio iracheno. Non era un campo che gli era familiare. Per settimane il consulente di Formigoni annaspò pressoché nel buio contattando persone inadatte, prima di approdare alla Cogep.
De Petro trovò un accordo con i Catanese e a metà gennaio 1998 partì per l'Irak con un esperto di trading di greggio appositamente assoldato dalla Cogep. Dopo due giorni di trattative, il 18 gennaio, arrivò il momento della firma del contratto con il direttore generale della Somo, Saddam Hassan, cugino del leader iracheno. Era domenica e De Petro si presentò come sempre vestito in blazer blu e pantaloni grigi - una sorta di divisa a cui non rinunciava mai. Lo aspettava un contratto lungo dieci pagine. Nella decima erano riportati prima il nome e i dati del venditore - la Somo - e poi quelli dell'acquirente - la Cogep. Sotto c'era lo spazio per le firme. In rappresentanza del venditore firmò per primo Hassan. Poi fu la volta di De Petro, che pose la firma sotto la dicitura «For buyer» - per l'acquirente. Insomma, il primo contratto di acquisto da parte della Cogep di petrolio iracheno - e l'unico ad esser stato siglato a Baghdad (gli altri furono sempre inviati per fax) - non venne firmato da un funzionario della società milanese bensì dal consulente di Roberto Formigoni. Quando l'hanno vista, gli investigatori dell'Onu hanno immediatamente capito che quella firma costituiva una vera e propria svolta nelle indagini. Per la prima volta erano infatti in grado di documentare il legame tra una società petrolifera che aveva firmato un contratto con la Somo e un uomo politico incluso nella lista dei beneficiari dei "buoni" petroliferi stilata dal ministero iracheno.
Da parte sua De Petro non ha problemi ad ammettere di aver accompagnato personale della Cogep negli uffici della Somo, ma nega fermamente di aver mai firmato alcun contratto. «Non ho mai firmato contratti per la Cogep - dice - Non avevo alcun titolo per farlo». Titolo o non titolo, gli investigatori hanno appurato che gli iracheni lo associavano alla Cogep. Tant'è che svariati documenti successivi arrivarono indirizzati a lui. Un esempio è offerto dal fax spedito dal direttore della Somo Saddam Hassan il 13 giugno 1998. È la copia firmata del secondo contratto, indirizzata a «Cogep Srl, Milano, Italy, Attn Mister Marco».
Da parte sua, De Petro non sentiva però obblighi particolari nei confronti della società milanese ed era disposto a "diversificare". «Il Sole-24 Ore» e il «Financial Times» hanno appurato che per questo entrò in contatto con l'ingegner Alberto Olivi, un ex trader petrolifero della Cameli diventato amministratore unico e proprietario della Nrg Oils, la società genovese segnalata da Formigoni nel suo telex a Tarek Aziz assieme alla Cogep.
Documenti trovati negli archivi iracheni confermano che la società di Olivi aveva fatto affari con la Somo. «Ho avuto contratti nel 1996, nel 1999, nel 2001 e nel 2003» spiega a «Il Sole-24 Ore» e al «Financial Times» l'ingegner Olivi, che sostiene di non essere a conoscenza di alcun intervento a suo favore da parte di Roberto Formigoni. Olivi conferma però di aver discusso di petrolio con Marco De Petro: «(De Petro, ndr) poteva forse supportare l'aggiudicazione di contratti, ma non ci fu né il modo, né il tempo, né l'intenzione di approfondire la cosa... I nostri incontri, probabilmente a Baghdad, non hanno prodotto risultati ai fini delle attività della mia società».

Gli affari della Cogep. Il rapporto tra il duo Formigoni-De Petro e la Cogep continuò invece senza interruzioni per tutto il corso del programma Oil for Food. De Petro in particolare fu tutt'altro che distante o passivo. Al contrario, per tutti quegli anni ebbe incontri regolari con la Cogep per discutere su come ottimizzare gli sforzi di commercializzazione del greggio comprato.
Gli investigatori hanno scoperto che i primi incontri si tennero negli stessi uffici della Cogep, al primo piano del numero 45 di via San Vittore. Seduto attorno al bellissimo tavolo ovale inglese della sala riunioni, De Petro si trovò spesso a discutere di petrolio fino a sera inoltrata con due funzionari della Cogep, Natalio Catanese, suo figlio Andrea e suo fratello Saverio, proprietario tra l'altro della società di design Almax e membro della Compagnia delle Opere.
Delle decine di politici dei 52 Paesi che risultano aver avuto "buoni" di petrolio dall'Irak, Roberto Formigoni è l'unico ad aver ottenuto assegnazioni poi convertite in contratti eseguiti dal gennaio1998 fino alla vigilia dell'invasione anglo-americana. Senza mai un'interruzione. E il fatto che le sue assegnazioni siano continuate anche dopo il 2000 è ritenuto particolarmente significativo. Gli investigatori hanno infatti appurato che a partire dal 2000, su ordine di Saddam, la Somo offrì petrolio soltanto a chi era disposto a pagare una tangente del 10% al regime. Le compagnie petrolifere maggiori si rifiutarono di accettare quest'imposizione in aperta violazione delle risoluzioni dell'Onu ritirandosi dal mercato iracheno, ma la Cogep fu tra le società che si prestarono al gioco permettendo così a Saddam di creare fondi neri, riciclare denaro illecito e, tra le altre cose, acquistare armi.
Gli iracheni ovviamente non usarono mai la parola mazzetta (kickback, in inglese) bensì il termine più morbido di sovrattassa (surcharge). Ma la natura illegale di questi pagamenti era evidentemente chiara ai signori della Cogep, perché tutti i versamenti vennero fatti da uno speciale conto aperto presso la Ubs a Lugano, un conto diverso da quello della Paribas a Ginevra da cui venivano aperte le lettere di credito ufficiali per l'acquisto del petrolio iracheno. Gli investigatori hanno trovato tracce documentali di pagamenti fatti dalla Cogep su due conti segreti della Somo, il primo presso la Franzabank di Beirut e il secondo presso la National Jordan Bank di Amman. In totale, la società milanese ha pagato 943mila dollari in tangenti.
Se c'era il margine per pagare tangenti di questo calibro era perché la Cogep ebbe modo di fare profitti non indifferenti sui 24 milioni di barili acquistati in totale dalla Somo. Anche perché quei barili non li ha mai neppure toccati: li ha sempre rivenduti a qualcuno che li andava a caricare in Irak. Nel marzo del 1999, dal carico di una singola petroliera - la Krovinken - riuscì a guadagnare 270mila dollari. Non ci sono prove che Formigoni e De Petro sapessero di queste tangenti, ma gli investigatori hanno appurato che non tutti i profitti sono rimasti nelle casse della Cogep. A dimostrarlo è il contenuto di un faldone verde che, almeno fino a qualche tempo fa, era conservato in via San Vittore. Per la precisione nella stanza di Andrea Catanese, alle spalle della sua scrivania, vicino alla finestra. Sul dorso, con pennarello indelebile blu, c'era scritto un nome: Candonly. Dentro c'erano le fatturazioni di questa società e le rimesse a essa pagate dalla Cogep. A «Il Sole-24 Ore» e al «Financial Times» risulta che, ad eccezione del primo contratto, quello del gennaio 1998, in cui il pagamento fu in percentuale, per tutti gli altri contratti avuti dalla Somo la Candonly sia stata pagata una commissione di tre centesimi per ogni barile di petrolio acquisito dalla Somo.

Giri di prestanome. Ma chi c'è dietro Candonly Limited? La società è stata registrata a Dublino nel 1991 da Jesse Grant Hester, un prestanome di professione - una cosiddetta testa di legno - con sedi legali nelle Channel Islands e a Cipro. È stata poi chiusa il 12 novembre 1999, sei mesi dopo la costituzione di una consorella londinese dallo stesso nome. Amministratore e proprietario della Candonly inglese risulta essere Michael Patrick Dwen, ma in realtà è anch'egli un prestanome di professione con uffici nelle Channel Islands e a Cipro, e che soltanto in Gran Bretagna è nel consiglio di oltre 400 società diverse. Jesse Grant Hester appare con lui nei consigli di amministrazione di numerose società sparse per il mondo. Gli investigatori hanno appurato che oltre a queste "teste di legno" c'è un altro signore associato alla Candonly: Marco Mazarino De Petro. «Il Sole-24 Ore» e il «Financial Times» sono inoltre in possesso di un documento scritto a mano dal consulente di Formigoni, con il suo nome a fianco a quello della Candonly Ltd.
De Petro nega invece di aver mai sentito nominare questa società o di aver mai avuto alcunché a che fare con essa.
«Quelle della Somo non erano certamente elargizioni a perdere» commenta una persona che frequentava Baghdad nel periodo in questione. «Se gli iracheni tenevano il conto preciso di quello che davano a ogni personalità straniera non era certo per caso. Era per poterlo riscuotere».
Agli investigatori dell'Onu risulta che ciò che più interessava agli iracheni era il sostegno internazionale alla battaglia di Saddam contro le sanzioni. E non c'è dubbio che su questo fronte Formigoni si sia dato molto da fare. Fu lui stesso a vantarsene in una lettera scritta nel 1996 a Tarek Aziz, in possesso de «Il Sole-24 Ore» e del «Financial Times». «Eccellenza - si legge - innanzitutto vorrei confermare con questa lettera la mia solidarietà nei confronti del popolo iracheno... Io ho dimostrato formalmente la mia solidarietà sia davanti al mio Governo che davanti all'opinione pubblica attraverso dichiarazioni e interviste. Credo di poter affermare di aver contribuito a riequilibrare la posizione del Governo italiano». Oltre a partecipare alla conferenza tenuta a Baghdad nel maggio 1999 e ad altre successive, Formigoni si impegnò in prima linea nella campagna a favore della fine dell'embargo. L'11 novembre 2000 fu per esempio lui alla testa della delegazione che partì dall'aeroporto di Linate a bordo di un volo umanitario. Era il primo volo ufficiale italiano su Baghdad dopo quello che nel 1991 era servito allo stesso Formigoni per riportare in patria i nostri connazionali tenuti in ostaggio come "scudi umani" da Saddam. A organizzare il viaggio del novembre 2000 fu la Regione Lombardia. «Questa missione - dichiarò il governatore in una conferenza stampa tenuta in una sala dell'aeroporto - è un segnale di solidarietà a un popolo che soffre, ed esprime la nostra volontà che le sanzioni contro l'Irak abbiano fine».
Nei mesi precedenti all'invasione anglo-americana del 2003, Formigoni si schierò apertamente contro la guerra. Nel febbraio 2003 non esitò a incontrare a pranzo lo stesso Tarek Aziz in occasione del suo viaggio dal Papa, vano tentativo in extremis di fermare la macchina da guerra americana. Nel suo piccolo anche De Petro si diede da fare: a novembre 2002 fu uno dei firmatari di una mozione al consiglio comunale di Genova che criticava l'ipotesi di un intervento militare americano. Non c'è ovviamente nulla di eccepibile in queste iniziative, peraltro condivise da buona parte degli italiani. Gli investigatori dell'Onu stanno ora cercando di stabilire se la campagna pubblica, del tutto legittima, sia stata almeno in parte finanziata da pagamenti privati e non dichiarati. Nell'aprile 2004 in una mozione presentata dall'opposizione nel consiglio della Giunta regionale fu chiesto al presidente Formigoni di rassicurare i cittadini lombardi di non aver fatto «opera di intermediazione petrolifera. Perché ogni opera di intermediazione politica porta con sé vantaggi economici». Il presidente Formigoni non ha mai risposto, ma a volergli ripetere la domanda sarà presto anche la commissione dell'Onu.
Formigoil
di Marco Travaglio (L'Unità dell'11 Febbraio 2005)

Mentre la Casa Circondariale delle Libertà cerca i terroristi complici di Saddam in casa Prodi, nell¹ufficio della giudice Forleo e fra i marocchini che vendono collanine, un¹inchiesta di due noti giornali comunisti - Financial Times e Sole-24 ore - rivela che il pio governatore della Lombardia Roberto Formigoni, tramite il suo pio segretario Marco Mazarino De Petris, anche lui devotissimo a Cl, è coinvolto in un traffico di 24 milioni di barili di petrolio con l'ex tiranno. La Procura di Milano indaga per corruzione internazionale e appropriazione indebita. La cresta sulle forniture - secondo l'accusa- la facevano tutti: Saddam & C. per comprare le armi, ma anche i loro amici. Fosse tutto vero, avremmo il primo governatore che va a petrolio: Roberto Formigoil. Dopo le Sette Sorelle, l'ottava. Altro che «delfino del Cavaliere»: costui è una petroliera. Nome in codice: Comunione ed Esportazione, o Appropriazione, o Estrazione. Ora si attende con ansia una vibrante dichiarazione del Cavalier Bellachioma. L'ultima sul tema Iraq è quella sul congresso Ds: «Dov'era la sinistra italiana mentre noi portavamo la libertà in Iraq? Sempre dalla parte sbagliata. La nostra sinistra ha una speciale predilezione per i dittatori». Ora,visti gli ultimi sviluppi, delle due l'una: o Saddam non è più un dittatore, nel qual caso andrebbe scarcerato e risarcito per questi due anni di ingiusta detenzione patita a causa delle toghe rosse americane; oppure Formigoil è di sinistra, e allora bisogna assolutamente bombardare il Pirellone per esportarvi la democrazia. Formigoil parla di «minestra riscaldata» (con un fastidioso retrogusto di greggio, però). E riesuma un'espressione desueta da decenni: «È un complotto della Cia». Forse perché la campagna contro Oil For Food è un chiodo fisso del Foglio di Giuliano Ferrara, che della Cia era informatore a libro paga. E Ferrara, si sa, è molto intelligente. Anzi, molto intelligence. Colpisce il silenzio del cosiddetto ministro Castelli, inflessibile a targhe alterne. Ieri, sul Corriere, Gian Antonio Stella ha svelato la sua ultima impresa: una richiesta alla Procura generale di Venezia perché «esprima parere positivo al trasferimento in Spagna di Carlo Cicuttini». Cicuttini è il terrorista nero condannato all'ergastolo per la strage di carabinieri a Peteano, latitante per 26 anni grazie alla Spagna franchista, arrestato nel '998. Se tornasse, come chiede, in Spagna sarebbe subito libero, grazie all'amnistia franchista del '977. Eppure il draconiano Castelli, che accusa ogni giorno la sinistra (non solo italiana: mondiale) di «difendere assassini e latitanti», chiede al Pg di Venezia di accontentare il terrorista, che ha la fortuna di essere difeso dal deputato di An Enzo Fragalà. Ma le toghe rosse di Venezia e della Cassazione rispondono picche: rispedirlo in Spagna - scrivono gli ermellini bolscevichi - «equivale alla concessione della grazia fuori dalla procedura prevista». Strano, visto che Castelli alla grazia per i delitti di sangue s'è sempre ferocemente opposto: «io sto con Abele e la sinistra con Caino». Quando la gup Forleo assolse i tre marocchini dall'accusa di terrorismo perché non c'erano le prove, il vicepremier Fini espresse «sdegno e sconcerto». Il ministro Pisanu lanciò l'allarme per i «kamikaze in libertà». E Calderoli comunicò: «Mi vien da vomitare». Si attendono a minuti lo sdegno e lo sconcerto di Fini, l'allarme di Pisanu e il vomito di Calderoli per il tentativo di Castelli di rimettere in libertà non un semplice indagato, ma un terrorista condannato definitivamente per strage. Dopodichè il cosiddetto Guardasigilli ci illuminerà sul «comune sentire del popolo» in proposito. E magari, chissà, l'insetto di Porta a Porta allestirà uno speciale contro il lassismo del Ministero diretto dalla moglie Augusta Iannini. Intanto nelle Procure, grazie ai tagli ministeriali, scarseggia financo il carburante per le scorte e la polizia giudiziaria. Ma ora almeno quel problema è risolto: al pieno di benzina ci pensa Formigoil.

12.2.05

Il decoder sbarca a Saturno
"Satira preventiva" di Michele Serra

L'ultima frontiera sarà il digitale celeste, che proietta le immagini direttamente sugli anelli del pianeta. Agli abbonati verrà fornito un telescopio come gadget

Appena arrivato nelle case degli italiani, il digitale terrestre rischia già l'obsolescenza. Nuove tecnologie incombono, e presto i 20 telecomandi presenti in ogni casa saranno solo un ricordo: al loro posto ci saranno 20 decoder, impilati in un apposito mobile alto tre metri, ispirato alla torre di Babele. Sul retro, il dedalo di cavi e spinotti dovrà essere cardato e pettinato, come la lana dei materassi, almeno una volta all'anno, per evitare i nodi, e disinfestato dalle cimici e dagli scarafaggi da una ditta specializzata, di proprietà del figlio di Adriano Galliani. Le novità imminenti sono queste.

Calcio tridimensionale Senza neanche accendere il televisore, e semplicemente assumendo due etti di funghi allucinogeni e scolando una bottiglia di Barolo, si avrà l'impressione di seguire la partita preferita come se la stessero disputando nel vostro tinello. Chi ha già sperimentato questa tecnologia sostiene che si è convinti di vedere i calciatori in carne e ossa, alternando entusiasmo e terrore, e si è dominati dall'istinto di spostarsi rapidamente da un angolo all'altro della casa per non essere travolti. Ancora allo studio il modo per evitare il down del dopopartita, quando si cade in stato comatoso e si confonde il lettighiere con il telecronista, concedendogli un'intervista sull'operato dell'arbitro.

Calcio telepatico Niente decoder e niente smart-card: un medium (in genere un ex calciatore radiato per slealtà sportiva) segue la partita per voi allo stadio, e vi trasmette telepaticamente le immagini salienti, complete di commento, per cento euro. Il contratto è stato firmato, fino adesso, solo da poche migliaia di utenti, gli stessi che avevano acquistato i bond della Parmalat.

Calcio labiale Un gigantesco schermo, abbastanza grande da poter distinguere nettamente le otturazioni dentali e la placca gengivale, trasmette esclusivamente le immagini del labiale dei calciatori. Bestemmia dopo bestemmia, potrete ricostruire la partita senza mai vedere un'azione di gioco o il pallone. La coppia di telecronisti è costituita da un glottologo e da un sacerdote.

Supermoviola Sky Speciale contratto di Sky per seguire la partita esclusivamente attraverso i replay al rallentatore, commentati da ex arbitri che (solo per i clienti con contratto Excellence) si insultano tra loro e vengono alle mani. È gratuito perché ogni partita dura in media due giorni e dunque ci possono essere fino a 220 interruzioni pubblicitarie. L'Unione consumatori lamenta casi di paresi e primi sintomi di Parkinson tra gli utenti che hanno seguito le trasmissioni sperimentali.

Calcio ustore L'immagine della partita arriverà nelle case degli abbonati riflessa da uno specchietto tenuto in mano da un tecnico a bordocampo. Unico limite, questa tecnologia è in grado di coprire (se muniti di balcone) solo gli ultimi piani dei caseggiati che sormontano lo stadio.

Calcio laser È come il calcio ustore, ma per adesso la sperimentazione è stata interrotta a causa della morte di diversi spettatori che si erano frapposti sbadatamente tra il segnale e il decoder.

Sky Metano Nebulizzate, e poi ricomposte da un sofisticatissimo decoder a forma di tegame, le immagini della partita del cuore arrivano dalle tubature del gas, e si ricompongono sul fondo del tegame quando si arroventa. Unico limite, se si cucina il brasato nello stesso tegame usato per vedere le partite, l'immagine arriva sfocata.

Digitale celeste A differenza di quello terrestre, materializza le inquadrature della partita sulla faccia visibile di Saturno. Oltre al decoder, agli abbonati vengono forniti anche un potente telescopio e un giaccone pesante per resistere al freddo durante le marce di avvicinamento invernali alle postazioni astronomiche. Gli utenti con il contratto Luxury possono godere anche di spostamenti in jeep, guidata personalmente da Adriano Galliani.

9.2.05

La polizia delle parole
[Titolo originale: "La police des mots"; si noti che qui in francese la parola "police" può assumere diversi significati: carattere (nel senso di carattere di stampa), polizia, polizza] traduzione di Letizia Ricci

La politica ha ancora un senso?

A questa domanda la filosofa Hannah Arendt rispondeva: il senso della politica è la libertà. Questa risposta, che dovrebbe rendere tutte le altre superflue, non è più ovvia.

Siamo al punto in cui anche il Partito Socialista [francese] s'interroga sull'eredità del 1968 - "l'emancipazione, la chiamata alla libertà" - e sulle regole di cui il nostro paese ha bisogno. La riflessione si iscrive perfettamente nell'aria del tempo. Mai la libertà è stata così apertamente rivendicata. Eppure è sempre più inquadrata. La democrazia si impantana nelle sue contraddizioni: per garantire le libertà penalizza le idee. Al punto che l'eccessivo "Vietato vietare" sessantottino diventa un preoccupante "Vietato dire". La moltiplicazione delle leggi sul sessismo, l'omofobia, il razzismo, l'antisemitismo, "l'antisionismo radicale", ecc. oggi si basa sul rispetto dell'altro.

Difficile contestare questi testi il cui scopo, sincero, è di rafforzare la tolleranza. Le loro conseguenze tuttavia vanno nel senso inverso delle intenzioni dei loro autori. La regolamentazione galoppante è di per sé contraria all'idea stessa di libertà di pensare e di dibattere. Essa stabilisce una polizia delle parole mentre è nella libera discussione che appare la realtà. Non è nascondendo il male che lo si combatte. Bisogna che sia visibile per poterlo fare indietreggiare. Una società che si lancia a corpo morto nella sanzione delle idee tradisce i suoi dubbi, mostra le sue paure e confessa le sue debolezze.

Siamo così poco sicuri delle nostre convinzioni democratiche da aver bisogno senza sosta di proteggerci da noi stessi?

Crediamo così poco nella forza dei nostri valori comuni da doverci imbavagliare?

Siamo così poco rispettosi dell'altro da doverci mettere la museruola?

Una società deve fissarsi dei limiti, ma la legge non può servire da diserbante per eliminare la gramigna dell'intolleranza. La paura diventa il nostro motore quando ci conduce a restringere il campo delle libertà.

Dei principi che vivono su campi trincerati sono già sul declino. Non è erigendo muri nelle nostre teste e cucendosi la bocca che vinceremo i nostri mali. Solo l'educazione, il richiamo costante dei nostri diritti e dei nostri doveri, dei nostri valori, il dibattito e la pluralità della discussione permettono di rafforzare il rispetto dell'altro e di se stessi.

Denis Jeambar

L'Express, 7 novembre 2004"

4.2.05

QUATTRO PAGINE PER CRESPI
da Adolfo Valente

Caro Sabelli Fioretti: quattro pagine di intervista a Luigi Crespi sul magazine del Corriere, per giunta sotto il titolo pomposo di "Terzogrado", e non c'è una domanda, (ma che dico? Un accenno, almeno) al miserevole fallimento del più grande gruppo di sondaggi italiano, al buco nero di milioni di euro contesi fra Crespi e la Popolare più "popolare" del momento, quella di Lodi, allo scontro che ha opposto il tremontiano Crespi alle Fazio...se banche italiane, all'inchiesta aperta a Milano per bancarotta fraudolenta che lo vede imputato.Imputato Sabelli! Che c'è? Non lo sapevi? Va di moda dimenticarsi delle disavventure giudiziarie, lo so. Ma da te non me lo aspettavo. O ci fai credere che l'omissis è solo una scelta editorial/professionale? C'è stato un tempo nel quale domande come queste non te le saresti lasciate sfuggire. O ci sono persone alle quali non le fai? Ma insomma? Si impara nell'Abc del mestiere. Un'intervista come questa, caro Sabelli, se te l'avesse portata un redattorucolo qualsiasi, senza ricordare che l'intervistato è sotto inchiesta proprio per il gruppo di sondaggi di cui era "guru", senza ricordare che quel gruppo di sondaggi non c'è più, e nessuno ha mai spiegato perché, tu l'avresti cestinata. Invece la firmi. Complimenti. Perché nel buco nero di Crespi, e senza spiegazioni, c'è finito anche un quotidiano on-line, IlNuovo, fatto da tuoi colleghi coraggiosi, che ancora aspettano spiegazioni (oltre a liquidazioni, stipendi e indennizzi vari). Se la deontologia professionale non ti sembrava un buon motivo per pubblicare un'intervista giornalisticamente corretta, caro Sabelli Fioretti, almeno avresti dovuto farlo per rispetto dei colleghi. Tant'è. Prendiamone atto. A quando un "terzo grado" a Calisto Tanzi su come coltiva le rose in giardino? O uno al mostro di Milwaukee con le sue ricette preferite? Restiamo in attesa...
INTERVISTA A CRESPI
da Monica Sargentini

Caro Claudio, leggo sempre con piacere le tue interviste. Ma quella di oggi a
Crespi, perdonami, è imbarazzante. Io Luigi lo conosco, è un personaggio
affascinante, è intelligente, carismatico. Però noi che siamo stati vittime del
suo crac (ora è indagato per bancarotta fraudolenta) e dei suoi casini con le
banche non possiamo leggere a cuor leggero una roba in cui tutto ciò è
completamente dimenticato. 500 persone a casa. Liquidazioni che non vedremo
mai, ecc. Io ho ascoltato per ore la versione di Crespi, come è stato raggirato
dalle banche, vittima di un complotto ecc. Ma poi alla fine a pagare siamo stati
noi che ci siamo ritrovati senza lavoro e senza nemmeno i soldi che ci
spettavano. Lo sai che fastweb aveva dato a crespi tre miliardi di euro con
tutti i soldi delle nostre liquidazioni e indennità varie? Soldi che sono
spariti nel nulla. Lo sai che del Nuovo non c'è più traccia su Internet perché
non è stato solo chiuso, è stato cancellato? Quattro anni di vita mangiati
spegnendo un bottone. Guarda non c'è astio nelle mie parole, perché ora sono al
Corriere e sono felice. Però non è giusto. E da te non me l'aspettavo.
LUIGI CRESPI, HDC E L'AMNESIA DEGLI INTERVISTATORI
da Paolo Pagani, Milano


Carissimo CSF, il monumentale Luigi Crespi, ex patron della fallita Hdc che editava il quotridiano on line ilNuovo.it, pontifica nella tua intervista in tinello. Lì, almeno, pare vi troviate a giudicare dalla fotona sul Corriere della Sera Magazine. Ma, tra chiazze di ragù e sgocciolìo di brodo di pollo (il pollo sei tu), nell'intervista non v'è traccia diell'imputazione per bancarotta fraudolenta piovuta sul capo del Crespi da parte della Procura di Milano, "in ordine" a un crac industriale da 70 miliardi di vecchie lire (lessico da mattinale, per essere chiari). Il gruppo facente capo a Luigi Crespi (Hdc appunto) così come alcune società controllate, sono amministrate da un curatore nominato dal Tribunale di Milano. Né si legge, nell'intervista, del fatto che i 40 giornalisti de ilNuovo.it finiti sulla strada, tutti in causa giudiziaria, aspettano ancora la loro liquidazione (scomparsa) e le spettanze di legge (scomparse pure quelle). Tutto simpaticamente svanito nello stile della più tradizionale “prepotenza padronale”, altro che marxismo e buddhismo (ma mi faccia il piacere). Il saggio orientalista che tu intervisti, infatti, ha scordato di pagare ai dipendenti, per mesi, i contributi previdenziali Inpgi. Forse stava rileggendo l'Ayurveda, nel frattempo?

Quanta amnesia, sono sodduisfazioni, come diceva il Ferrini. In un suo vecchio libro sull’Italia (“Storie di boss ministri tribunali giornali intellettuali cittadini”), il senatore Dalla Chiesa si domandava: ma in che Paese viviamo? Ecco, alcuni passaggi della storia di Luigi Crespi andrebbero valutati con maggiore attenzione. O con minore superficialità, scegli tu. Se anche tu sei cascato nel trappolone del classico "pezzo di colore", caro CSF, significa che Luigi Crespi e la sua storia recente incarnano l’esatto contrario della trasparenza tanto sbandierata nelle interviste. Le battaglie per il rispetto del lavoro e della dignità professionale, calpestati dal corpulento guru de noantri, vanno o no considerate nel novero dei valori da difendere, “senza se e senza ma”? Che un brillante collega come te se lo dimentichi, nel tinello crespiano, è un peccato. Ha proprio ragione, caro senatore Dalla Chiesa: ma in che Paese viviamo?

Quant'è dura la vita del rifugiato
"Satira preventiva" di Michele Serra

"Cara mamma, è tutta una manovra politica.... e mandami, per piacere, 300 euro per il mio ricorso all'Aja. Tuo figlio"

"Cara mamma, penso che la vita sia veramente ingiusta. I tre di Primavalle l'hanno fatta franca, Battisti avrà aperto il solito wine-bar in Honduras, perché solo io devo continuare a fare il rifugiato politico a Parigi? Gli altri compagni in esilio fanno tutti il ristoratore o il giallista, che colpa ne ho se cucino di merda e scrivo anche peggio? L'unica volta che ho provato a scrivere un noir mi sono addormentato già al secondo paragrafo. Per giunta non ho ancora ricevuto i maglioni lavati e rammendati, sei sicura di averli spediti all'indirizzo giusto? Sono triste e mi manchi tanto. Ogni sera viene a trovarmi Oreste Scalzone e mi suona 'Addio Lugano bella' alla chitarra. Non credevo che il mio passato rivoluzionario comportasse una punizione così severa. Tuo Pinuccio".

"Caro Pinuccio, mi dispiace tanto saperti triste, per giunta in una città dove non esistono le lavanderie. Faccio due lavatrici al giorno per te, e la spedizione mi costa metà della pensione. Quando vado alla posta a ritirarla penso che tu abbia ragione quando dici che è tutta colpa dello Stato. Solo che, a 83 anni, non posso fare sei rapine a mano armata e due omicidi come hai fatto tu. Al massimo posso brontolare con l'impiegata dell'ufficio postale, ma è tanto gentile e poi ha due figli, mica posso spararle. Copriti che fa freddo. Mamma".

"Cara mamma, il mio avvocato ha presentato un altro ricorso alla Corte dell'Aja. Chiede lo status di perseguitato politico, e in effetti se penso a tutte le cazzate che mi ha fatto fare la politica, e a come mi ha ridotto, credo che sia la definizione più giusta. A proposito, anche il mio avvocato ti chiede come mai non gli è ancora arrivato il pacco con la biancheria pulita. Ti sei ricordata di non inamidare il colletto delle sue camicie? Gli dà tanto fastidio. Pinuccio".

"Caro Pinuccio, temo di avere confuso le camicie del tuo avvocato con le tue e con quelle di Scalzone. Lavo e stiro per voi tutto il santo giorno e non ho più l'occhio di una volta. Hai 58 anni, non sarebbe ora che ti trovassi un lavoro o una moglie?".

"Mamma, la tua ultima lettera era molto dura. Non ci ho dormito la notte. Ho pensato di essere diventato un brigatista per colpa dello Stato ma anche per colpa tua, perché non mi volevi abbastanza bene. Non mi ricordo più se la mia prima rapina l'ho fatta per protestare contro il golpe in Cile o perché ti eri dimenticata di darmi il bacio della buonanotte. So solo che sono tanto triste, tutti ce l'hanno con me, la società è ingiusta, lo Stato è repressivo e sono l'unico esule italiano a Parigi che non ha mai conosciuto Bernard-Henry Lévi. L'unica buona notizia è che Scalzone ha rotto due corde della chitarra e non può più suonarla. Ma viene lo stesso a trovarmi ogni sera e mi fissa in silenzio. Leggo nel suo sguardo malinconico un tacito rimprovero: perché non scrivi gialli, e perché non hai aperto un ristorante? Vieni a Parigi a cucinare per me, mamma. Ti prego. Apriamo un bistrot e ci diamo tanti bacini".

"Caro Pinuccio, l'unica volta che sono venuta a trovarti a Parigi è venuto a prendermi Scalzone. Voleva costringermi ad accettare un passaporto falso e a fuggire in Brasile. Quando gli ho spiegato che ho un passaporto valido e il Brasile mi fa schifo ci è rimasto malissimo. Non voglio più venire a Parigi, mi sento in colpa di fronte ai tuoi amici perché sono incensurata. A proposito, mi hanno scritto i familiari delle vittime. Mi sono messa a piangere con la testa tra le mani. Ho dimenticato il ferro da stiro acceso e ti ho bruciato la camicia a quadretti azzurri. Quando ho visto la tua camicia bucata, ho pensato ai buchi che hai fatto sulle camicie degli altri. E non ero contenta. Mamma".

"È tutta una manovra politica, mamma. I familiari delle vittime hanno la pretesa, assurda, di far sentire in colpa noi rivoluzionari in esilio. Non cedere, mamma. E mandami, per piacere, 300 euro per il mio ricorso all'Aja. Tuo figlio".

"Caro Pinuccio. Certe volte, verso sera, spengo la tv, ogni tanto mi ricordo di spegnere anche il ferro da stiro, mi siedo in poltrona e mi faccio la seguente domanda: perché il mio unico figlio è uno stronzo? Ti voglio bene lo stesso. Ma i 300 euro me li spendo dall'estetista. A 83 anni non è ancora troppo tardi per rinunciare alla mia lotta di liberazione. Da te. Mamma. P. S. Ti ho bruciato altre tre camicie. Apposta".
IL SUO NOME E` NESSUNO
di Marco Travaglio - L'Unità del 2/2/2005

Ci stavamo appena riavendo dalle ultime imprese del ministro dei Cazzi Nostri, il dottor Girolamo Sirchia, quello che decide quanto dobbiamo bere, fumare, mangiare e si appresta a contingentare anche i nostri amplessi e a fissare per legge le nostre date di nascita e di morte. Quand'ecco ecco prendere il sopravvento il ministro dei Fatti Suoi, l'ingegner Pietro Lunardi, quello che risolse brillantemente il suo «teorico conflitto d'interessi» girando la sua ditta di scavi & trafori, la Rocksoil, alla moglie e alla figliolanza. I due statisti sono l'uno l'opposto dell'altro. Il dottor Sirchia c'entra sempre con tutto, ficca il naso dappertutto, pretendeva persino di decidere se quella povera madre in coma doveva partorire o no. L'ingegner Nullardi non c'entra mai con nulla: qualunque cosa accada, è colpa degli altri. Più che un ministro, un passante. Più che un passante, una talpa. Abituato com'è a scavare nel sottosuolo, si è perso qualche secolo di storia patria: ignora, per esempio, il concetto di responsabilità politica, che indusse fior di ministri della Prima Repubblica a dimettersi: Bisaglia per una partecipazione azionaria nel ramo assicurazioni («conflitto d'interessi», si diceva allora); Lattanzio dopo la fuga di Kappler; se ne andò Cossiga dopo il caso Moro; il sottosegretario Pisanu per il crac Ambrosiano. Eppure non era stato Lattanzio ad aprire le porte del Celio a Kappler. Non era stato Cossiga a rapire Moro. Non era stato Pisanu a svaligiare l'Ambrosiano. Ma se ne andarono lo stesso, perché quegli scandali erano accaduti sotto la loro responsabilità politica. Ora, spiegare il concetto a uno come Nullardi non è difficile: è inutile. Come insegnare l'italiano a Calderoli o il pluralismo a Gasparri.
Il fatto che, a parte Villa La Certosa, non si sia vista una sola «grande opera» fra quelle disegnate dal Cavalier Bellachioma sulla lavagna truccata di Vespa, non sfiora neppure l'ingegner Nullardi. Il fatto che lui stesso avesse promesso di rifare l'Italia da cima a fondo con lo spirito che animò «le Piramidi, la Grande Muraglia e i templi dei Maya», e che oggi basti una nevicata per mettere in ginocchio il paese, proprio su quella Salerno-Reggio che s'era impegnato a completare entro il 2006, non lo tange. Fino a pochi giorni fa poteva vantare almeno la legge sulla patente a punti: poi la Consulta gli ha dichiarato incostituzionale pure quella. L'altro vanto del Nullardi era l'ultimo tratto della Messina-Palermo, inaugurato alla vigilia di Natale, dopo 36 anni, dal Cavalier Bellicapelli e da Totò Cuffaro.
L'unica autostrada al mondo con un solo senso di marcia e senza caselli (di Caselli, da quelle parti, non ne vogliono nemmeno in autostrada). Eppure Gianfranco Miccichè ha tappezzato Palermo di manifesti autoincensatorii: «Messina-Palermo, scommessa vinta!». Peccato che l'abbia finanziata l'Ulivo. E peccato che i taglianastri abbiano precorso un po' i tempi. L'altro giorno, appena un mese dopo la cerimonia, l'autostrada dei miracoli era già chiusa per lavori fra Santo Stefano di Camastra e Tusa. Così gli automobilisti son tornati a incolonnarsi per 25 km. di statale. Il manto ghiacciato ha già provocato incidenti, con diversi morti. Tragica fatalità? Mica tanto. La Polstrada, tramite la Silp-Cgil, accusa su "Repubblica" Berlusconi e Cuffaro di aver «anteposto alla sicurezza le loro esigenze elettorali».
L'autostrada non doveva ancora entrare in funzione, visto che per 40 chilometri - i più pericolosi - le radio e i cellulari non funzionano, specie in galleria («impossibile segnalare incidenti, impossibile comunicare fra agenti»); non esistono cartelli chilometrici; gli aeratori di galleria sono spenti; le colonnine di Sos sono incomplete; senza contare i lunghi tratti a corsia unica. Le pattuglie della Stradale scarseggiano, ne passa una ogni 6-7 ore, visto che si son dimenticati di aumentare gli organici per la nuova tratta, che sta per essere invasa dai tir.
Il segretario Cgil di Palermo, Francesco Cantafia, commenta: «Dopo quasi 40 anni, si poteva aspettare ancora tre mesi, anziché fingere di rispettare le scadenze per esigenze elettorali e consegnare un'arteria insidiosa, che mette a repentaglio la vita di agenti, utenti e operai dei cantieri». Nullardi c'entra qualcosa? Domanda oziosa. Lui non c'entra mai. È talmente assente che, per darsi alla latitanza, non ha neppure bisogno di espatriare: latita benissimo in casa sua, o alla Rocksoil, o al ministero, che poi sono la stessa cosa. Ogni tanto chiama al telefono la segretaria: «Sono Lunardi». Quella picchia due o tre volte sul ricevitore, urlando: «Chi parla?». Poi mette giù, sconsolata: «Non era nessuno». Cioè, appunto, Nullardi. Il suo ufficio non è mai così vuoto come quando c'è lui. Quando va al cinema, vedendo il suo posto libero, la gente gli si siede sopra. In consiglio dei ministri, quando prende la parola, i colleghi non sentendo nulla escono a prendere il caffè. L'altro giorno, in mezzo alla tormenta sulla Salerno-Reggio, lui c'era: per questo non l'ha visto nessuno. Sempre meglio di Sirchia che, fosse stato lì, avrebbe subito ispezionato i camionisti assiderati per controllare se fumavano, verificare la presenza dei cartelli di divieto, far rimuovere i calendari porno, investigare su eventuali grappini o ramazzotti nascosti nel cruscotto e misurare la circonferenza a tutti.

2.2.05

Scusatemi tanto ma adesso devo proprio andare
di RICCARDO BARENGHI

Quali parole si usano, in che modo si costruiscono le frasi, quali espedienti retorici si utilizzano, dove si mettono i punti, come si fa a scrivere che uno lascia il suo giornale dopo venticinque anni? Non so se c'è una regola, non credo, comunque io non l'avevo mai fatto prima. Adesso invece lo faccio e ve lo dico, anzi ve l'ho già detto. E tanto per rincarare la dose, porto via con me anche la jena. Senza di lei non potrei vivere, e soprattutto viceversa. Continuerò a fare quello che credo di saper fare, scrivendo più o meno di politica su un altro giornale. Magari mi troverò malissimo, magari no. Spero di no, ovviamente. Non solo perché mi butto in questa nuova avventura con spirito piuttosto positivo, e dunque mi dispiacerebbe molto se non funzionasse, ma anche perché voglio vedere che significa fare il mio mestiere fuori dal manifesto, dove sono nato, cresciuto e pure un po' invecchiato. Questa è la ragione principale per cui oggi vado via, ho voglia di dare un'occhiata in giro, di distrarmi un po' da un panorama che ormai conosco così bene da riconoscere i passi nel corridoio, in questo momento sta passando Valentino (o è Rossana?).

Una scelta personale, professionale, ma non politica. Quello che penso continuerò a pensarlo anche dove vado, e naturalmente a scriverlo. Ma continuerò anche a metterlo in discussione quando penso sia il caso, così come ho fatto in questi sette anni al manifesto, gli anni in cui Roberta Carlini e io abbiamo diretto il giornale e anche l'ultimo, trascorso tra una jena e una risposta. Un lavoro per me totalmente nuovo, che mi ha appassionato per quanto ho imparato. Dover rispondere quotidianamente a una domanda (e le vostre sono piuttosto intelligenti) ti costringe a informarti, studiare, riflettere, soprattutto riflettere se non vuoi dire cose ovvie. Qualcuna ne avrò detta, spero non molte. Tra quelle non ovvie metterei ovviamente le cosiddette provocazioni, i tagliatori di teste e gli americani, Veltroni al posto di Prodi e qualcun'altra che adesso mi sfugge. Se tornassi indietro le rifarei tali e quali, ostinato ma coerente.

Ma di una vita - e venticinque anni di lavoro, passioni, delusioni, litigi, entusiasmo, affetti, amicizie, rotture, scontri, lutti, sono una vita - non resta solo il ricordo più recente bensì episodi e momenti che attraversano questi cinque lustri e che messi uno in fila all'altro danno il senso di questa storia. Che adesso però è finita (o forse continua con altri mezzi) perché banalmente ogni cosa ha il suo ciclo, e da qualche anno io sentivo che il mio ciclo al manifesto fosse in via di conclusione. Forse anche per questo, quando ho annunciato la notizia in redazione, non ho avvertito ostilità bensì comprensione, dispiacere reciproco ma anche incoraggiamento. Soprattutto affetto, in alcuni casi commovente. Mi resta solo un grande punto interrogativo, come avrebbe reagito Luigi (mi sa male ma chissà).

Mi dispiace, cari lettori, se sentirete la mancanza di noi due (la jena e io). Noi, anzi soprattutto io che quell'altra è una bestia, sentiremo la vostra.
Se il senso comune diventa legge
di Giuseppe D'Avanzo (Repubblica, 2/2/2005)

C´era da attendersi che, all´ordinanza che ha mandato liberi tre islamici accusati di essere terroristi a Milano, si opponesse un´altra di segno opposto o correttivo. È arrivata da Brescia, con inconsueta rapidità. Come per la decisione del giudice milanese Clementina Forleo, più che esultare o maledire ? tentazione a cui pericolosamente cede qualche ministro ? conviene innanzitutto capire. Difficile capire, in verità, perché il giudice di Brescia, Roberto Spanò, non parli a testa fredda e deprechi, apostrofi, ammonisca, strepiti con incomprensibile ardore contro la toga milanese.
Più agevole comprendere che egli risponde, nella sua ordinanza, a tre domande. Quali sono le prove accettabili e legittime in un processo per terrorismo internazionale? Come si può decidere o giudicare la finalità - guerriglia o terrorismo - di un´organizzazione islamica? Qual è il criterio con cui interpretare le norme della legge? Nelle risposte affiora qualche conclusione sorprendente di cui bisognerà tener conto.
L´utilizzabilità delle prove raccolte dal pubblico ministero è stato uno dei capitoli più limpidi dell´ordinanza di Milano. Il giudice Clementina Forleo si è trovata sul tavolo ogni sorta di frammento investigativo e dispaccio d´intelligence. Il lavoro all´ingrosso del pubblico ministero Stefano Dambruoso, escludendo vincoli, forme, termini, aveva accumulato «acquisizioni informative» o «investigative» di natura ignota o non specificata; notizie raccolte, come si dice, in «contesti di collaborazione internazionale» o provenienti da «segnalazioni di organismi americani» o da «dati forniti dal BKA tedesco». Insomma, tutto il catalogo dei servizi segreti del mondo occidentale - buono al più per un´azione amministrativa (l´espulsione) - era stato trasferito, senza alcun riscontro o atto istruttorio, nel processo come se dinanzi al giudice potesse valere quel che vale dinanzi al prefetto o per il ministro dell´Interno. Così sono state presentate come «fonti di prova» interrogatori di «ex-combattenti ristretti in Iraq», ascoltati come testimoni e non come imputati, e cronache dai giornali e addirittura materiale raccolto in internet. Il giudice di Milano ha dichiarato questi atti «affetti da inutilizzabilità patologica» (nascono male, troppo manipolabili) e processuale (raccolti senza alcuna garanzia). Se si riduce a esorcismo, il processo genera quanti colpevoli servono perché, con fonti di prova così fluide, si può combinare la verità storica come si vuole. La mossa milanese di annichilire quelle carte non appare avventata.
E´ il primo punto di attrito con l´esito bresciano. Qui ogni lacerto investigativo, quale che sia la sua genesi e il suo dna, si trasforma in fonte di prova. Non si butta via niente, si può dire. Quasi stizzito, il giudice di Brescia scrive: «(A Milano) si dichiarano inutilizzabili i dati provenienti dalle cosiddette "fonti aperte" (articoli di giornale, estratti da internet?) ma poi non si spiega di quali apporti conoscitivi il giudicante si sia avvalso». Conviene allora vedere quali siano gli «apporti conoscitivi» del giudice bresciano.
Deve decidere di Ansar Al Islam. E´ un´organizzazione terroristica? E´ in contatto, strutturalmente o episodicamente, con Al Qaeda? Spanò butta lì una risposta, implacabile come un luogo comune. Scrive: «Non può ignorarsi al proposito che l´organizzazione Ansar al Islam, cui gli imputati sono riconducibili, è stata inserita dal governo degli Stati Uniti tra le organizzazioni terroristiche che intrattengono rapporti con la temibile Al Qaeda». Tutto qui, dunque, l´»apporto conoscitivo»: lo dicono gli americani. Hanno fatto anche una lista, e tanto basta. Gli Stati Uniti, colpiti alle spalle l´11 settembre, hanno modificato il loro occhio sul mondo secondo una prospettiva amico/nemico, molto poco giuridica, che apre la porta a comportamenti e decisioni essenzialmente fondati sul sospetto e sul pregiudizio. Di sospetto e pregiudizio è impastata evidentemente anche quella lista che però, con pragmatica intelligenza, è maneggiata con esiti a contenuto variabile. Spanò sembra ignorarlo. Un esempio.
L´MKO, Mujahedin-e Khalq Organition, l´Esercito di liberazione nazionale dell´Iran, è nella lista Usa delle formazioni del terrore, ma poi dà una mano in Iraq e due mani lungo i confini e nelle città iraniane. Allora si chiude un occhio. Negli Stati Uniti e in Europa. In Italia, per dire, l´MKO ha sedi regolari e militanti noti. A volte si possono chiudere anche due occhi. E´ il caso più recente. A quanto sostengono fonti informate, il governo Berlusconi si è impegnato con Washington a "prendere in carico", alla fine delle operazioni irachene, duemila uomini dell´MKO "esfiltrandoli" dal terreno, dove hanno combattuto con le forze della coalizione. Tutti terroristi? Pare di no. Oggi quelli dell´MKO sono «combattenti per la libertà».
Sono i chiaroscuri della politica internazionale. Le ambiguità ripropongono il ragionevole interrogativo - guerriglia o terrorismo? - che il giudice milanese ha cercato di affrontare interpretando i fatti del processo e la legge 270 bis (associazione terroristica internazionale) alla luce della Convenzione dell´Onu sul Terrorismo. Decisione che si può discutere, come ogni decisione (il vantaggio, nel processo, è nell´impugnazione delle conclusioni).
Vediamo ora qual è il criterio interpretativo del giudice di Brescia. «Le leggi - scrive Spanò - sono espressione del comune modo di sentire di una collettività radicata in un determinato contesto storico e geografico».
Dunque «il comune sentire di una collettività». La formula deve essere apparsa alquanto vaga al giudice che la definisce meglio più avanti: «? alla luce del comune modo di sentire della comunità politica (o delle comunità politiche) che ha prodotto l´articolo 270 bis C. P. (o altre norme equivalenti) deve ritenersi che azioni violente condotte, anche con il ricorso a "kamikaze", da portatori di ideologie estremiste islamiche nei confronti di unità militari attualmente impiegate in Asia (tra cui un contingente italiano) non possono qualificarsi come atti di legittima e giustificata "guerriglia", ma vanno senz´altro definiti ad ogni effetto come atti di "terrorismo"».
Terrorismo e non guerriglia, allora, perché è questa la volontà definitoria della «comunità politica», la sola a poter dettare (per Spanò) il criterio interpretativo della legge. Va da sé che, con una comunità politica spaccata in due come una mela sui temi della guerra, la comunità che conta, per il giudice di Brescia, deve essere quella governativa. L´interpretazione della legge si degrada così a «volontà della legge». L´atto normativo acquista pensieri, desideri, sentimenti. Volontà, appunto. La volontà del legislatore di quella stagione. La volontà della maggioranza politica di quegli anni. Se poi cambia la maggioranza (la «comunità politica»), viene da chiedersi, deve cambiare anche l´interpretazione della legge?
Era negli auspici di una grottesca proposta di legge l´abrogazione per "editto del principe" dell´attività interpretativa del giudice. Il malaccorto che in Senato la propose la lasciò cadere, travolto dalle critiche. Ora c´è un giudice a Brescia. Respira l´aria dell´ambiente e sembra patirla in modo molto preoccupante.
Se le conclusioni del giudice milanese Clementina Forleo (guerriglia o terrorismo?) meritano una discussione, l´argomento del giudice bresciano (come interpretare la legge?) invoca una attenzione ancora più viva. Si intravede, allo stato nascente, un canone sgrammaticato e impuro: è la volontà della maggioranza del momento a decidere l´interpretazione della legge.

1.2.05

Da Mussolini a Clarissa Burt
"Contrordine" di Alessandro Robecchi

Nel corso di una toccante e maschia cerimonia alla presenza delle minime autorità della Repubblica e di un manipolo di valorosi intellettuali tipo Clarissa Burt, Alleanza Nazionale ha festeggiato i suoi primi dieci anni. Anniversario importante e decisivo, con tanto di rimembranze, ricostruzioni e nostalgie: si festeggia la fatidica data in cui gli ex fascisti trovarono un fidanzato molto ricco e decisero di mettersi al suo servizio. Una serena posizione politica che molti definiscono di sudditanza, ma che in certi circoli popolari si ostinano a chiamare «a pecora». Un amore sincero. Ne ebbero in cambio un nuovo nome, cariche di governo, posti chiave nell'amministrazione dello stato e persino il ministero degli esteri, con la promessa che questa volta non dichiareranno guerra alla Francia, non spezzeranno le reni alla Grecia e si sforzeranno di non invadere la Russia. Speriamo bene. I grandi festeggiamenti cominciano con un filmone per la tivù commissionato da Gasparri - uno che si chiama come una legge di merda - e pagato da tutti noi. Poi proseguono con la lettura di brani scelti, la passerella degli onorevoli, l'omaggio dovuto ai colonnelli che hanno guidato la truppa per questi dieci anni, per finire con il volitivo discorso di Fini Gianfranco. La serena atmosfera dei festeggiamenti rischia di essere un po' appannata dalle ultime giravolte del famoso ricco fidanzato che, non sapendo più dove sbattere la testa per trovare un candidato in Campania che prenda più del 3%, vorrebbe richiamare all'ovile la signora Mussolini. Manovra azzardata e quasi impossibile, che se per caso riuscisse, farebbe finire nel cesso i 10 anni di faticosa finzione sulla de-fascistizzazione dei fascisti. Del resto, da uno che va ad Auschwitz a citare Pol Pot non ci si poteva aspettare niente di meno.

Ora però, il gioco si fa duro. Il successo politico ottenuto grazie al ricco fidanzato che passa a pagare i conti (e a cui non si finisce di rendere omaggio con leggi e leggine che ne tutelano e ampliano gli interessi) sembra non bastare.
Dunque si passa all'assalto della cultura, quell'oggetto misterioso da sempre in mano ai comunisti che - pur difficile da maneggiare - sembra essere il nuovo status symbol, più e meglio di un nuovo telefonino. Su giornali, periodici e riviste di riflessione teorica (!) comincia una frenetica campagna acquisti. Corto Maltese, Lucio Battisti, Giorgio Gaber vengono prontamente ingaggiati. Essendo morti stecchiti, o addirittura soltanto disegnati, essi non possono dissociarsi, né rendere la tessera, né querelare. Dunque, si procede a spron battuto. Vittorini, perché no? Sciascia, ci mancherebbe. Montanelli, ovvio. E poi persino Piero Gobetti. E addirittura Gramsci, uno morto nelle loro galere e ripescato ora per rimpolpare l'album delle figurine. «Italianità», è il motto con cui Fini tenta l'appropriazione di tutte queste luminose figure della cultura nazionale. Un minimo comun denominatore piuttosto ampio: se basta l'italianità per essere iscritti d'ufficio ad An, allora che si prendano anche Vanna Marchi, Topo Gigio, Erica e Omar. L'ardito assalto riguarda anche - e ci mancherebbe - la cultura pop, l'immaginario collettivo diffuso dal cinema. Gli Incredibili della Pixar (supereroi di cartoon che non possono fare giustizia a cazzotti perché i soliti lacci e lacciuoli glielo impediscono), il Tom Cruise de L'ultimo Samurai, il Russel Crowe di Master & Commander e moltissimi altri. Tutti assunti (contrattino a progetto) per dare l'assalto a quel moloch terrificante che si chiama «egemonia culturale». Un bel disegno. Ambizioso. Coraggioso. Resta però l'enorme abisso che separa la realtà dalla fantasia e, nel caso specifico, i vivi dai morti. Già, perché per dare l'assalto alla cultura, le falangi si presentano con tanti fantasmi illustri, pensatori, filosofi, scrittori da tempo deceduti. Mentre se guardi i vivi, ti trovi lì Clarissa Burt e Veneziani, Lando Buzzanca, Luca Barbareschi e 90° minuto. E' proprio il caso di dire che se ne vanno sempre i migliori, e con quel che resta si mette su una festicciola di celebrazione in cui ci si scambiano le figurine di una grandezza culturale molto immaginaria, costruita lì per lì a forza di espropri e fantasiose appropriazioni dell'ultima ora. Perbacco, questi astuti post-fascisti! Virtualmente possono vantare la crema della cultura italiana. Poi, di reale, possono mostrare un Gasparri, un La Russa, persino una Santanché. Niente male come egemonia culturale.
"La vittoria della democrazia"
di Paolo Giorgi - www.aprileonline.info

"La vittoria della democrazia". Questo il commento pressoché generale alle elezioni irachene, le prime multipartitiche dopo oltre cinquant'anni. E' l'interpretazione data da un raggiante Bush, dai fedeli Blair e Berlusconi, ma anche da Chirac, dal Papa, dal premier Allawi. Un coro unanime, insomma, che nell'intento di porre in rilievo il successo delle elezioni, grazie al coraggio degli iracheni che hanno "battuto i kamikaze", si sbilancia in calcoli sull'affluenza francamente improbabili.
Il punto è proprio questo: quanti iracheni sono andati a votare, e in quali zone? Perché dell'esito politico delle consultazioni sembra non importare a nessuno: i risultati, nel caos totale della macchina organizzativa (d'altronde ha problemi il Viminale, figuriamoci i pur volenterosi funzionari di Baghdad) saranno noti solo tra dieci giorni, e solo allora si saprà come assegnare i 275 seggi del nuovo Parlamento Nazionale. Ma l'importante era che, dopo quasi due anni di guerra, oltre 100.000 morti iracheni, 152 miliardi di dollari spesi, gli Usa potessero finalmente presentare al mondo un risultato concreto, la mobilitazione "spontanea" di un paese pronto a celebrare la ritrovata democrazia, un'immagine che è mancata quando i marines, sulla via di Baghdad, non trovarono ragazze coi mazzi di fiori, ma guerriglieri coi kalashnikov. Ed ecco dunque il balletto delle cifre: nella mattinata si era parlato addirittura di un'affluenza del 72%, poi ridotta a un più prudente 60-65%. Un dato comunque incredibile: considerando che i seggi elettorali nella vasta area sunnita erano deserti (e si parla di un elettorato potenziale di quattro milioni di persone), si dovrebbe assegnare una cifra altissima alle zone curde e sciite, dove avrebbe votato, come riporta temerariamente persino "Repubblica", il 90% della popolazione. Tutti, in pratica: sfidando le distanze, la mancanza di mezzi, la paura di attentati, oltre a problemi più naturali come le malattie, la vecchiaia, e tutti quegli impedimenti che collocano mediamente un valore massimo di affluenza attorno al 75-80%. Considerando anche la scarsità dei seggi (erano 8.000, sono stati ridotti a 5.520 per motivi di sicurezza) e il poco tempo per votare (dalle 7 alle 17 di domenica) si può parlare di "un vero miracolo", come lo ha definito lo stesso Bush con involontaria onestà. Secondo alcuni osservatori, tra cui Gorbaciov che ha parlato di "elezioni farsa", le cifre andrebbero dimezzate: si può ragionare partendo da un 30% di elettori probabili.
Detto questo, è indubbio che la strategia di Zarqawi di tenere lontani gli iracheni dei seggi ha fallito: gli sciiti e i curdi hanno votato con una buona affluenza, con entusiasmo e con coraggio, dimostrando una voglia di democrazia vera che i giornali allineati descrivono come reazione ai trent'anni di regime Saddam, ma che si può tranquillamente estendere anche ai due anni di occupazione angloamericana. Perché se l'affluenza premia la strategia Usa, l'esito del voto potrebbe riservare brutte sorprese. I curdi, ad esempio, hanno votato con lo sguardo soprattutto al loro parlamento autonomo, con 111 deputati, che veniva eletto in contemporanea con quello nazionale, ed è visto dai più come il germe di un Kurdistan indipendente. Un 20-25% dei voti alla "Lista per l'Alleanza Curda", il partito unitario guidato da Barzani e Talabani, potrebbe essere il grimaldello per scardinare gli ultimi legami con la lontana Baghdad. Una prospettiva inquietante per la Turchia, che deve a sua volta fare i conti con la minoranza curda al suo interno. Vista la diserzione dei sunniti, inoltre, sarà sicuramente premiato con una percentuale molto alta (forse la maggioranza assoluta) il listone sciita, benedetto dal grande Ayatollah al Sistani, con alcune preoccupanti venature fondamentaliste. A fargli da contrappeso soprattutto la "Lista Irachena" del premier Allawi, di concezione laicista. Il rischio è quello di una deriva confessionale sciita, con il confratello Iran che assiste sornione, e gli altri stati arabi (tutti sunniti, dalla Giordania alla Siria) che non nascondono la loro preoccupazione. Ma il grande punto interrogativo è quel 23% sunnita che ha disertato le urne: prevedibilmente solleverà una questione di legittimità, mettendo altra carne al fuoco della follia terroristica di Zarqawi, per un Parlamento nazionale senza partiti sunniti (se si escludono formazioni più "borghesi" come l'Assemblea dei democratici indipendenti e il Partito Nazional Democratico), e senza uno sbocco politico per quel ceto che ha regnato sull'Iraq per un trentennio.
Su questa china si gioca la difficile transizione verso una reale democrazia, e la possibilità che davvero le truppe straniere abbandonino il paese in 18 mesi, come ha annunciato un ottimista Allawi. Altrimenti, c'è il rischio concreto di una guerra civile, e dello sgretolarsi di quella costruzione artificiosa creata nel 1921 dagli inglesi, chiamata Iraq.
Le risate della Madonnina
di STEFANO BENNI

Come ogni anno, ritorna il mistero delle Madonne e dei Santi Piangenti. Quest'anno è accaduto a Civitavecchia. E subito sulla legittima emozione dei fedeli si è abbattuta un'invasione di giornalisti, esorcisti, vescovi lacrimologi, esperti ieratico-idraulici e soprattutto politicanti religiosi e laici, ognuno con la palese intenzione di spiegare perché la Madonna piangeva, armati non del dubbio del mistero, ma della certezza del partito.

La Madonna piange perché è contro il referendum sugli embrioni, è contro la distruzione della famiglia, è turbata dalla divisione tra Buttiglione, Follini e Mastella, è preoccupata per le regionali. Naturalmente questo ha acceso il clima di suggestione, e in Italia si segnalano ulteriori portenti.

La Madonna del Tir di Lagonegro. Su un camion bloccato tre giorni nella neve sulla Salerno-Reggio Calabria, una madonna luminosa in bachelite che si trovava dentro a una cabina, ha iniziato miracolosamente a battere i denti, e poco dopo, a ricoprirsi di un magico strato di brina. Molti automobilisti, prima di svenire assiderati , l'hanno vista e hanno parlato con lei. Ma il fatto più sconcertante è avvenuto su un'auto.

Da un Non-correre-pensa-a-me con l'effigie di San Cristoforo, è iniziato a trasudare un vapore sulfureo e si è sentita chiaramente la voce del Santo proferire le seguenti parole: Se becco questi dell'Anas gli faccio passare un guaio. Il solerte Lunardi ha detto che lui si occupa di Grandi opere e non di stradacce meridionali senza neanche un casello per incassare: comunque ha mandato sul posto tre cugini ingegneri e un demonologo.

Lo Stalin di Cecina. Anche la sinistra ha voluto la sua apparizione. Nel giardino di un operaio comunista, un nano di gesso, precisamente un Brontolo, ha iniziato a imperlarsi di strane gocce, subito identificate dagli esperti come sudore umano. Gli esperti mandati da Rutelli hanno stabilito che la statua è addolorata per l'estremismo in seno all'Ulivo. Subito, in un casolare vicino, un attivista di Rifondazione ha segnalato che il suo busto di Stalin si era arroventato ed emetteva odore di ragù. Secondo gli esperti gastronomi, è un segnale esoterico che la sinistra non deve essere il condimento, ma il primo piatto nella coalizione di Prodi.

L'elefantino di Roma. Nel carcere di Regina Coeli, un senegalese detenuto per commercio abusivo, ha detto di aver visto il suo elefantino sacro di legno alzare la proboscide e camminare per alcuni centimetri. Del fatto sono stati testimoni i compagni di cella. Subito le guardie carcerarie hanno segnalato l'evento. Questo ha scatenato l'indignazione della classe politica. È ignobile, ha detto il senatore Pera, che questi selvaggi pretendano di ottenere dei miracoli che, come sappiamo, sono esclusiva delle religioni vere e superiori.

Già ci irrita il fatto che una Madonna pianga sotto Firenze, ha detto il ministro Calderoli, ma degli infedeli delinquenti pretendano che crediamo alle loro visioni, è il segno del lassismo morale dei tempi e della politicizzazione della magistratura. Mentre Calderoli rilasciava l'intervista, è giunta notizia che nel ristorante del signor Cheng a Milano, un Buddha di porcellana è improvvisamente dimagrito della metà. Calderoli ha avuto un collasso.

Il David di Firenze. L'ondata di suggestione ha investito simulacri, idoli e statuette in molte altre parti d'Italia. Una nota duchessa vip televisiva, che ha voluto mantenere l'anonimato avendo venduto l'esclusiva a un giornale, ha assicurato che la Barbie di sua figlia ha pianto diversi litri di Chanel numero cinque.

Ma davvero straordinario è ciò che è successo a Firenze in piazza della Signoria. Il David di Donatello, famoso per la sua bellezza virile ma casta, ha avuto una spaventosa erezione. Dove c'era il pistolino marmoreo ora hanno trovato appoggio ben sette piccioni in fila. Si era pensato a uno scherzo, ma sembra che l'aumento di volume sia reale e pesabile. La solita commissione Grandi Opere formata da tre ingegneri cugini di Lunardi, un andrologo e una pornostar sta esaminando il caso. La piazza è transennata.

L'omino di Arcore. Il caso più portentoso è avvenuto in un piccolo centro della Lombardia. Protagonista un uomo modesto e riservato, che ama definirsi esponente unico del Bene e Unto da Dio. Già in passato quest'uomo era stato oggetto di eventi portentosi, come miliardi piovuti dal cielo e miracolose prescrizioni da processi. Ebbene quest'uomo ha da tempo inspiegabili stimmate e mutamenti somatici.

Anzitutto la faccia gli si è modificata tre o quattro volte. Poi gli sono apparsi sul cranio pelato dei capelli di materiale misterioso, forse setole di unicorno. Il viso si è coperto di una specie di fanghiglia rosea, simile a un incarnato angelico, ma con forte odore di profumeria. La misteriosa stimmate pilifera è sparita, per riapparire in alcune foto di tipo diverso e in color nero pece. Di nuovo la peluria portentosa si è dileguata, ma ultimamente sulla testa dell'uomo è apparsa una rada chioma stavolta di colore rossiccio. Le autorità ecclesiastiche e cosmetiche sono perplesse.

Il piccolo asilo. Il caso più miracoloso è avvenuto nell'asilo di un piccolo paese. Alcuni ragazzini che stavano giocando a pallone sul campo dell'oratorio, hanno notato che una madonnina situata dietro una porta, non piangeva, bensì rideva ogni volta che veniva fatto gol. Proprio una risata argentina di allegria. Sembra inoltre che la statuina parteggiasse, con garbo, per una delle due formazioni, e che abbia in alcune occasioni fischiato maliziosamente interrompendo il gioco. I bambini non hanno chiamato né esorcisti né madonnologi, e soprattutto neanche un giornalista, e hanno tenuto ben segreta la cosa. Grazie a Dio, a Buddha e Manitù, nelle religiosità di cose semplici, gioiose e nascoste che non hanno bisogno né di Inquisizioni, né di arbitri, né di telecamere.