11.3.05

Lo scandalo Radicale
Pier Paolo Pasolini

Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili.
Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.

Prima di tutto devo giustificare la presenza della mia persona qui. Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Non sono qui come progressista. Sono qui come marxista che vota per il Partito Comunista Italiano, e spera molto nella nuova generazione di comunisti. Spera nella nuova generazione di comunisti almeno come spera nei radicali. Cioè con quel tanto di volontà e irrazionalità e magari arbitrio che permettono di spiazzare - magari con un occhio a Wittgenstein - la realtà, per ragionarci sopra liberamente. Per esempio: il Pci ufficiale dichiara di accettare ormai, e sine die, la prassi democratica. Allora io non devo aver dubbi: non è certo alla prassi democratica codificata e convenzionalizzata dall'uso di questi tre decenni che il Pci si riferisce: esso si riferisce indubbiamente alla prassi democratica intesa nella purezza originaria della sua forma, o, se vogliamo, del suo patto formale.
Alla religione laica della democrazia. Sarebbe un'autodegradazione sospettare che il Pci si riferisca alla democraticità dei democristiani; e non si può dunque intendere che il Pci si riferisca alla democraticità, per esempio, dei radicali.
Paragrafo primo.
A) Le persone più adorabili sono quelle che non sanno di avere dei diritti. B) Sono adorabili anche le persone che, pur sapendo di avere dei diritti, non li pretendono o addirittura ci rinunciano. C) Sono abbastanza simpatiche anche quelle persone che lottano per i diritti degli altri (soprattutto per coloro che non sanno di averli). D) Ci sono, nella nostra società, degli sfruttati e degli sfruttatori. Ebbene, tanto peggio per gli sfruttatori. E) Ci sono degli intellettuali, gli intellettuali impegnati, che considerano dovere proprio e altrui far sapere alle persone adorabili, che non lo sanno, che hanno dei diritti; incitare le persone adorabili, che sanno di avere dei diritti ma ci rinunciano, a non rinunciare; spingere tutti a sentire lo storico impulso a lottare per i diritti degli altri; e considerare, infine, incontrovertibile e fuori da ogni discussione il fatto che, tra gli sfruttati e gli sfruttatori, gli infelici sono gli sfruttati.
Tra questi intellettuali che da più di un secolo si sono assunti un simile ruolo, negli ultimi anni si sono chiaramente distinti dei gruppi particolarmente accaniti a fare di tale ruolo un ruolo estremistico. Dunque mi riferisco agli estremisti, giovani, e ai loro adulatori anziani. Tali estremisti (voglio occuparmi soltanto dei migliori) si pongono come obiettivo primo e fondamentale quello di diffondere tra la gente direi, apostolicamente, la coscienza dei propri diritti. Lo fanno con determinazione, rabbia, disperazione, ottimistica pazienza o dinamitarda impazienza, secondo i casi (...)
Paragrafo secondo
Disobbedendo alla distorta volontà degli storici e dei politici di mestiere, oltre che a quella delle femministe romane - volontà che mi vorrebbe confinato in Elicona esattamente come i mafiosi a Ustica - ho partecipato una sera di questa estate a un dibattito politico in una città del Nord. Come sempre poi succede, un gruppo di giovani ha voluto continuare il dibattito anche per strada, nella serata calda e piena di canti. Tra questi giovani c'era un greco. Che era, appunto, uno di quegli estremisti marxisti "simpatici di cui parlavo. Sul suo fondo di piena simpatia, si innestavano però manifestamente tutti i più vistosi difetti della retorica e anche della sottocultura estremistica. Era un "adolescente un po' laido nel vestire; magari anche addirittura un po' scugnizzo: ma, nel tempo stesso, aveva una barba di vero e proprio pensatore, qualcosa tra Menippo e Aramis; ma i capelli , lunghi fino alle spalle, correggevano l'eventuale funzione gestuale e magniloquente della barba, con qualcosa di esotico e ir
razionale: un'allusione alla filosofia braminica, all'ingenua alterigia dei gurumparampara. Il giovane greco viveva questa sua retorica nella più completa assenza di autocritica: non sapeva di averli, questi suoi segni così vistosi, e in questo era adorabile esattamente come coloro che non sanno di avere diritti... Tra i suoi difetti vissuti così candidamente, il più grave era certamente la vocazione a diffondere tra la gente ("un po' alla volta , diceva: per lui la vita era una cosa lunga, quasi senza fine) la coscienza dei propri diritti e la volontà di lottare per essi. Ebbene; ecco l'enormità, come l'ho capita in quello studente greco, incarnata nella sua persona inconsapevole. Attraverso il marxismo, l'apostolato dei giovani estremisti di estrazione borghese - l'apostolato in favore della coscienza dei diritti e della volontà di realizzarli - altro non è che la rabbia inconscia del borghese povero contro il borghese ricco, del borghese giovane contro il borghese vecchio, del borghese impotente contro il
borghese potente, del borghese piccolo contro il borghese grande. E' un'inconscia guerra civile - mascherata da lotta di classe - dentro l'inferno della coscienza borghese. (Si ricordi bene: sto parlando di estremisti, non di comunisti). Le persone adorabili che non sanno di avere diritti, oppure le persone adorabili che lo sanno ma ci rinunciano - in questa guerra civile mascherata - rivestono una ben nota e antica funzione: quella di essere carne da macello. Con inconscia ipocrisia, essi sono utilizzati, in primo luogo, come soggetti di un transfert che libera la coscienza dal peso dell'invidia e del rancore economico; e, in secondo luogo, sono lanciati dai borghesi giovani, poveri, incerti e fanatici, come un esercito di paria "puri , in una lotta inconsapevolmente impura, appunto contro i borghesi vecchi, ricchi, certi e fascisti.
Intendiamoci: lo studente greco che qui ho preso a simbolo era a tutti gli effetti (salvo rispetto a una feroce verità) un "puro anche lui, come i poveri. E questa "purezza ad altro non era dovuta che al "radicalismo che era in lui.
Paragrafo terzo
Perché è ora di dirlo: i diritti di cui qui sto parlando sono i "diritti civili che, fuori da un contesto strettamente democratico, come poteva essere un'ideale democrazia puritana in Inghilterra o negli Stati Uniti - oppure laica in Francia - hanno assunto una colorazione classista. L'italianizzazione socialista dei "diritti civili non poteva fatalmente (storicamente) che volgarizzarsi. Infatti: l'estremista che insegna agli altri ad avere dei diritti, che cosa insegna? Insegna che chi serve ha gli identici diritti di chi comanda. L'estremista che insegna agli altri a lottare per ottenere i propri diritti, che cosa insegna? Insegna che bisogna usufruire degli identici diritti dei padroni. L'estremista che insegna agli altri che coloro che sono sfruttati dagli sfruttatori sono infelici, che cosa insegna? Insegna che bisogna pretendere l'identica felicità degli sfruttatori. Il risultato che in tal modo eventualmente è raggiunto è dunque una identificazione: cioè nel caso migliore una democratizzazione in se
nso borghese. La tragedia degli estremisti consiste così nell'aver fatto regredire una lotta che essi verbalmente definiscono rivoluzionaria marxista-leninista, in una lotta civile vecchia come la borghesia: essenziale alla stessa esistenza della borghesia. La realizzazione dei propri diritti altro non fa che promuovere chi li ottiene al grado di borghese.
Paragrafo quarto
In che senso la coscienza di classe non ha niente a che fare con la coscienza dei diritti civili marxistizzati? In che senso il Pci non ha niente a che fare con gli estremisti (anche se alle volte, per via della vecchia diplomazia burocratica, li chiama a sé: tanto, per esempio, da aver già codificato il Sessantotto sulla linea della Resistenza)? E' abbastanza semplice: mentre gli estremisti lottano per i diritti civili marxistizzati pragmaticamente, in nome, come ho detto, di una identificazione finale tra sfruttato e sfruttatore, i comunisti, invece, lottano per i diritti civili in nome di una alterità. Alterità (non semplice alternativa) che per sua stessa natura esclude ogni possibile assimilazione degli sfruttati con gli sfruttatori. La lotta di classe è stata finora anche una lotta per la prevalenza di un'altra forma di vita (per citare ancora Wittgenstein potenziale antropologo), cioè di un'altra cultura. Tanto è vero che le due classi in lotta erano anche - come dire? - razzialmente diverse. E in rea
ltà, in sostanza, ancora lo sono. In piena età dei consumi.
Paragrafo quinto
Tutti sanno che gli "sfruttatori quando (attraverso gli "sfruttati ) producono merce, producono in realtà umanità (rapporti sociali). Gli "sfruttatori della seconda rivoluzione industriale (chiamata altrimenti consumismo: cioè grande quantità, beni superflui, funzione edonistica) producono nuova merce: sicché producono nuova umanità (nuovi rapporti sociali). Ora, durante i due secoli circa della sua storia, la prima rivoluzione industriale ha prodotto sempre rapporti sociali modificabili. La prova? La prova è data dalla sostanziale certezza della modificabilità dei rapporti sociali in coloro che lottavano in nome dell'alterità rivoluzionaria. Essi non hanno mai opposto all'economia e alla cultura del capitalismo un'alternativa, ma, appunto, un'alterità. Alterità che avrebbe dovuto modificare radicalmente i rapporti sociali esistenti: ossia, detta antropologicamente, la cultura esistente. In fondo il "rapporto sociale che si incarnava nel rapporto tra servo della gleba e feudatario, non era poi molto diver
so da quello che si incarnava nel rapporto tra operaio e padrone dell'industria: e comunque si tratta di "rapporti sociali che si sono dimostrati ugualmente modificabili. Ma se la seconda rivoluzione industriale - attraverso le nuove immense possibilità che si è data - producesse da ora in poi dei "rapporti sociali immodificabili? Questa è la grande e forse tragica domanda che oggi va posta. E questo è in definitiva il senso della borghesizzazione totale che si sta verificando in tutti i paesi: definitivamente nei grandi paesi capitalistici, drammaticamente in Italia. Da questo punto di vista le prospettive del capitale appaiono rosee. I bisogni indotti dal vecchio capitalismo erano in fondo molto simili ai bisogni primari. I bisogni invece che il nuovo capitalismo può indurre sono totalmente e perfettamente inutili e artificiali. Ecco perché, attraverso essi, il nuovo capitalismo non si limiterebbe a cambiare storicamente un tipo d'uomo: ma l'umanità stessa. Va aggiunto che il consumismo può creare dei "r
apporti sociali immodificabili, sia creando, nel caso peggiore, al posto del vecchio clericofascismo un nuovo tecnofascismo (che potrebbe comunque realizzarsi solo a patto di chiamarsi antifascismo), sia, com'è ormai più probabile, creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili. In ambedue i casi lo spazio per una reale alterità rivoluzionaria verrebbe ristretto all'utopia o al ricordo: riducendo quindi la funzione dei partiti marxisti ad una funzione socialdemocratica, sia pure, dal punto di vista storico, completamente nuova.
Paragrafo sesto
Caro Pannella, caro Spadaccia, cari amici radicali, pazienti con tutti come santi, e quindi anche con me: l'alterità non è solo nella coscienza di classe e nella lotta rivoluzionaria marxista. L'alterità esiste anche di per sé nell'entropia capitalistica. Quivi essa gode (o per meglio dire, patisce, e spesso orribilmente patisce) la sua concretezza, la sua fattualità. Ciò che è, e l'altro che è in esso, sono due dati culturali. Tra tali due dati esiste un rapporto di prevaricazione, spesso, appunto, orribile. Trasformare il loro rapporto in un rapporto dialettico è appunto la funzione, fino a oggi, del marxismo: rapporto dialettico tra la cultura della classe dominante e la cultura della classe dominata. Tale rapporto dialettico non sarebbe dunque più possibile là dove la cultura della classe dominata fosse scomparsa, eliminata, abrogata, come dite voi. Dunque, bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura. E' ciò che avete fatto voi in tutti questi anni, specialmen
te negli ultimi. E siete riusciti a trovare forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro della città, e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili. Non avete avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità, e non siete soggiaciuti ad alcun ricatto. Non avete avuto paura né di meretrici né di pubblicani, e neanche - ed è tutto dire - di fascisti.
Paragrafo settimo
I diritti civili sono in sostanza i diritti degli altri. Ora, dire alterità è enunciare un concetto quasi illimitato. Nella vostra mitezza e nella vostra intransigenza, voi non avete fatto distinzioni. Vi siete compromessi fino in fondo per ogni alterità possibile. Ma una osservazione va fatta. C'è un'alterità che riguarda la maggioranza e un'alterità che riguarda le minoranze. Il problema che riguarda la distruzione della cultura della classe dominata, come eliminazione di una alterità dialettica e dunque minacciosa, è un problema che riguarda la maggioranza. Il problema del divorzio è un problema che riguarda la maggioranza. Il problema dell'aborto è un problema che riguarda la maggioranza. Infatti gli operai e i contadini, i mariti e le mogli, i padri e le madri costituiscono la maggioranza. A proposito della difesa generica dell'alterità, a proposito del divorzio, a proposito dell'aborto, avete ottenuto dei grandi successi. Ciò - e voi lo sapete benissimo - costituisce un grande pericolo. Per voi - e voi
sapete benissimo come reagire - ma anche per tutto il paese che invece, specialmente ai livelli culturali che dovrebbero essere più alti, reagisce regolarmente male. Cosa voglio dire con questo? Attraverso l'adozione marxistizzata dei diritti civili da parte degli estremisti - di cui ho parlato nei primi paragrafi di questo mio intervento - i diritti civili sono entrati a far parte non solo della coscienza, ma anche della dinamica di tutta la classe dirigente italiana di fede progressista. Non parlo dei vostri simpatizzanti... Non parlo di coloro che avete raggiunto nei luoghi più lontani e diversi: fatto di cui siete giustamente orgogliosi. Parlo degli intellettuali socialisti, degli intellettuali comunisti, degli intellettuali cattolici di sinistra, degli intellettuali generici (...)
Paragrafo ottavo
So che sto dicendo delle cose gravissime. D'altra parte era inevitabile. Se no cosa sarei venuto a fare qui? Io vi prospetto - in un momento di giusta euforia delle sinistre - quello che per me è il maggiore e peggiore pericolo che attende specialmente noi intellettuali nel prossimo futuro. Una nuova "trahison des clercs : una nuova accettazione; una nuova adesione; un nuovo cedimento al fatto compiuto; un nuovo regime sia pure ancora soltanto come nuova cultura e nuova qualità di vita. Vi richiamo a quanto dicevo alla fine del paragrafo quinto: il consumismo può rendere immodificabili i nuovi rapporti sociali espressi dal nuovo modo di produzione "creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili . Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi, attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo d
i sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto delle bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera. Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili.
Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.

9.3.05

La mia verità
di GIULIANA SGRENA

«La nostra auto andava piano, gli americani hanno sparato senza motivo, Calipari è morto fra le mie braccia». Giuliana Sgrena torna in Italia e racconta il suo rapimento e la sua sanguinosa liberazione. Gli Usa insistono: solo un incidente. Ma la versione americana è smentita dai testimoni Il governo italiano tace, solo Ciampi insiste: «Mi aspetto spiegazioni». I pm indagano per omicidio volontario

Sto ancora nel buio. E' stata quella di venerdì la giornata più drammatica della mia vita. Erano tanti i giorni che ero stata sequestrata. Avevo parlato solo poco prima con i miei rapitori, da giorni dicevano che mi avrebbero liberato. Vivevo così ore di attesa. Parlavano di cose delle quali soltanto dopo avrei capito l'importanza. Dicevano di problemi «legati ai trasferimenti». Avevo imparato a capire che aria tirava dall'atteggiamento delle mie due «sentinelle», i due personaggi che mi avevano ogni giorno in custodia. Uno in particolare che mostrava attenzione ad ogni mio desiderio, era incredibilmente baldanzoso. Per capire davvero quello che stava succedendo gli ho provocatoriamente chiesto se era contento perché me ne andavo oppure perché restavo. Sono rimasta stupita e contenta quando, era la prima volta che accadeva, mi ha detto «so solo che te ne andrai, ma non so quando». A conferma che qualcosa di nuovo stava avvenendo a un certo punto sono venuti tutti e due nella stanza come a confortarmi e a scherzare: «Complimenti - mi hanno detto - stai partendo per Roma». Per Roma, hanno detto proprio così.

Ho provato una strana sensazione. Perché quella parola ha evocato subito la liberazione ma ha anche proiettato dentro di me un vuoto. Ho capito che era il momento più difficile di tutto il rapimento e che se tutto quello che avevo vissuto finora era «certo» ora si apriva un baratro di incertezze, una più pesante dell'altra. Mi sono cambiata d'abito. Loro sono tornati: «Ti accompagniamo noi, e non dare segnali della tua presenza insieme a noi sennò gli americani possono intervenire». Era la conferma che non avrei voluto sentire. Era il momento più felice e insieme il più pericoloso. Se incontravamo qualcuno, vale a dire dei militari americani, ci sarebbe stato uno scontro a fuoco, i miei rapitori erano pronti e avrebbero risposto. Dovevo avere gli occhi coperti. Già mi abituavo ad una momentanea cecità. Di quel che accadeva fuori sapevo solo che a Baghdad aveva piovuto. La macchina camminava sicura in una zona di pantani. C'era l'autista più i soliti due sequestratori. Ho subito sentito qualcosa che non avrei voluto sentire. Un elicottero che sorvolava a bassa quota proprio la zona dove noi ci eravamo fermati. «Stai tranquilla, ora ti verranno a cercare...tra dieci minuti ti verranno a cercare». Avevano parlato per tutto il tempo sempre in arabo, e un po' in francese e molto in un inglese stentato. Anche stavolta parlavano così.

Poi sono scesi. Sono rimasta in quella condizione di immobilità e cecità. Avevo gli occhi imbottiti di cotone, coperti da occhiali da sole. Ero ferma. Ho pensato...che faccio? comincio a contare i secondi che passano da qui ad un'altra condizione, quella della libertà? Ho appena accennato mentalmente ad una conta che mi è arrivata subito una voce amica alle orecchie: «Giuliana, Giuliana sono Nicola, non ti preoccupare ho parlato con Gabriele Polo, stai tranquilla sei libera».

Mi ha fatto togliere la «benda» di cotone e gli occhiali neri. Ho provato sollievo, non per quello che accadeva e che non capivo, ma per le parole di questo «Nicola». Parlava, parlava, era incontenibile, una valanga di frasi amiche, di battute. Ho provato finalmente una consolazione quasi fisica, calorosa, che avevo dimenticato da tempo. La macchina continuava la sua strada, attraversando un sottopassaggio pieno di pozzanghere, e quasi sbandando per evitarle. Abbiamo tutti incredibilmente riso. Era liberatorio. Sbandare in una strada colma d'acqua a Baghdad e magari fare un brutto incidente stradale dopo tutto quello che avevo passato era davvero non raccontabile. Nicola Calipari allora si è seduto al mio fianco. L'autista aveva per due volte comunicato in ambasciata e in Italia che noi eravamo diretti verso l'aeroporto che io sapevo supercontrollato dalle truppe americane, mancava meno di un chilometro mi hanno detto...quando...Io ricordo solo fuoco. A quel punto una pioggia di fuoco e proiettili si è abbattuta su di noi zittendo per sempre le voci divertite di pochi minuti prima.

L'autista ha cominciato a gridare che eravamo italiani, «siamo italiani, siamo italiani...», Nicola Calipari si è buttato su di me per proteggermi, e subito, ripeto subito, ho sentito l'ultimo respiro di lui che mi moriva addosso. Devo aver provato dolore fisico, non sapevo perché. Ma ho avuto una folgorazione, la mia mente è andata subito alle parole che i rapitori mi avevano detto. Loro dichiaravano di sentirsi fino in fondo impegnati a liberarmi, però dovevo stare attenta «perché ci sono gli americani che non vogliono che tu torni». Allora, quando me l'avevano detto, avevo giudicato quelle parole come superflue e ideologiche. In quel momento per me rischiavano di acquistare il sapore della più amara delle verità.

Il resto non lo posso ancora raccontare.

Questo è stato il giorno più drammatico. Ma il mese che ho vissuto da sequestrata ha probabilmente cambiato per sempre la mia esistenza. Un mese da sola con me stessa, prigioniera delle mie convinzioni più profonde. Ogni ora è stata una verifica impietosa sul mio lavoro. A volte mi prendevano in giro, arrivavano a chiedermi perché mai volessi andar via, di restare. Insistevano sui rapporti personali. Erano loro a farmi pensare a quella priorità che troppo spesso mettiamo in disparte. Puntavano sulla famiglia. «Chiedi aiuto a tuo marito», dicevano. E l'ho detto anche nel primo video che credo avete visto tutti. La vita mi è cambiata. Me lo raccontava l'ingegnere iracheno Ra'ad Ali Abdulaziz di "Un Ponte per" rapito con le due Simone, «la mia vita non è più la stessa», diceva. Non capivo. Ora so quello che voleva dire. Perché ho provato tutta la durezza della verità, la sua difficile proponibilità. E la fragilità di chi la tenta.

Nei primi giorni del rapimento non ho versato una sola lacrima. Ero semplicemente infuriata. Dicevo in faccia ai miei rapitori: «Ma come, rapite me che sono contro la guerra?!». E a quel punto loro aprivano un dialogo feroce. «Sì, perché tu vai a parlare con la gente, non rapiremmo mai un giornalista che se ne sta chiuso in albergo. E poi il fatto che dici di essere contro la guerra potrebbe essere una copertura». E io ribattevo, quasi a provocarli: «E' facile rapire una donna debole come me, perché non provate con i militari americani?». Insistevo sul fatto che non potevano chiedere al governo italiano di ritirare le truppe, il loro interlocutore «politico» non poteva essere il governo ma il popolo italiano che era ed è contro la guerra.

E' stato un mese di altalena, tra speranze forti e momenti di grande depressione. Come quando, era la prima domenica dopo il venerdì del rapimento, nella casa di Baghdad dove ero sequestrata e su cui svettava una parabolica, mi fecero vedere un telegiornale di Euronews. Lì ho visto la mia foto in gigantografia appesa al palazzo del comune di Roma. E mi sono rincuorata. Poi però, subito dopo, è arrivata la rivendicazione della Jihad che annunciava la mia esecuzione se l'Italia non avesse ritirato le sue truppe. Ero terrorizzata. Ma subito mi hanno rassicurata che non erano loro, dovevo diffidare di quei proclami, erano dei «provocatori». Spesso chiedevo a quello che, dalla faccia, sembrava il più disponibile che comunque aveva, con l'altro, un aspetto da soldato: «Dimmi la verità, mi volete uccidere». Eppure, molte volte, c'erano strane finestre di comunicazione, proprio con loro. «Vieni a vedere un film in tv», mi dicevano, mentre una donna wahabita, coperta dalla testa ai piedi girava per casa e mi accudiva.

I rapitori mi sono sembrati un gruppo molto religioso, in continua preghiera sui versetti del Corano. Ma venerdì, al momento del mio rilascio, quello tra tutti che sembrava il più religioso e che ogni mattina si alzava alla 5 per pregare, mi ha fatto le sue «congratulazioni» incredibilmente stringendomi fortemente la mano - non è un comportamento usuale per un fondamentalista islamico -, aggiungendo «se ti comporti bene parti subito». Poi, un episodio quasi divertente. Uno dei due guardiani è venuto da me esterrefatto sia perché la tv mostrava i miei ritratti appesi nelle città europee e sia per Totti. Sì Totti, lui si è dichiarato tifoso della Roma ed era rimasto sconcertato che il suo giocatore preferito fosse sceso in campo con la scritta «Liberate Giuliana» sulla sua maglietta.

Ho vissuto in una enclave in cui non avevo più certezze. Mi sono ritrovata profondamente debole. Avevo fallito nelle mie certezze. Io sostenevo che bisognava andare a raccontare quella guerra sporca. E mi ritrovavo nell'alternativa o di stare in albergo ad aspettare o di finire sequestrata per colpa del mio lavoro. «Noi non vogliamo più nessuno», mi dicevano i sequestratori. Ma io volevo raccontare il bagno di sangue di Falluja dalle parole dei profughi. E quella mattina già i profughi, o qualche loro «leader» non mi ascoltavano. Io avevo davanti a me la verifica puntuale delle analisi su quello che la società irachena è diventata con la guerra e loro mi sbattevano in faccia la loro verità: «Non vogliamo nessuno, perché non ve ne state a casa, che cosa ci può servire a noi questa intervista?». L'effetto collaterale peggiore, la guerra che uccide la comunicazione, mi precipitava addosso. A me che ho rischiato tutto, sfidando il governo italiano che non voleva che i giornalisti potessero raggiungere l'Iraq, e gli americani che non vogliono che il nostro lavoro testimoni che cosa è diventato quel paese davvero con la guerra e nonostante quelle che chiamano elezioni.

Ora mi chiedo. E' un fallimento questo loro rifiuto?

7.3.05

I misteri da chiarire prima degli spari
di Giuseppe D'Avanzo (Repubblica)

Che gli americani fossero informati o meno della missione di Nicola Calipari a Badgad ? e al momento non c´è alcuna evidenza che ne siano stati informati ? non sposta la questione di un millimetro. I soldati americani sparano e uccidono il funzionario del governo italiano senza alcuna ragione. Al contrario, Calipari ha tutte le ragioni, la sera di venerdì, per sentirsi in condizione di massima sicurezza dinanzi alle truppe Usa. L´auto, con a bordo Giuliana Sgrena e un maggiore dei carabinieri in forza al Sismi, rispetta per intero le procedure imposte dalle forze della coalizione. Gli agenti italiani hanno un regolare badge che li autorizza a muoversi armati.
Il maggiore, che è al volante dell´auto, conosce le regole della circolazione di quella città in guerra. Non è la prima volta che "lavora" a Bagdad. È falso che l´auto corresse. La velocità della vettura è alquanto moderata. Il maggiore sa di dover superare il check point prima dell´aeroporto ed è pronto a rallentare alle viste del blocco. Ogni condizione di sicurezza è stata rispettata (addirittura, anche se per caso, l´abitacolo è già illuminato dalla luce interna) e, nonostante ciò, la pattuglia americana accende un faro e contemporaneamente spara. Non una gragnuola di proiettili, ma un numero sufficiente per ammazzare Nicola Calipari, ferire Giuliana e l´ufficiale alla guida dell´auto. È venerdì 4 marzo e sono le 20.55, ora di Bagdad.
La responsabilità americana dell´assassinio è certa e ineludibile, ma questa consapevolezza non lascia cadere la domanda: che cosa è accaduto prima di quell´ora? Di quel che è accaduto prima delle 20.55 di venerdì siamo responsabili soltanto noi italiani e rendere trasparenti i nostri comportamenti rafforza l´obbligo ? per gli altri ? di dar conto della morte del nostro funzionario.
Alla radice dei nostri comportamenti c´è una trattativa e il pagamento di un riscatto. «Calipari l´ho sentito ogni giorno per un mese, mi aggiornava sullo stato della trattativa», diceva l´altra notte a Ciampino Silvio Berlusconi. Il denaro, si dice, è stato consegnato ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi. Dicono: sei, otto milioni di euro. Il governo finora non ha smentito la notizia nemmeno per forma e consuetudine, perché forse non è in grado di farlo. D´altronde abbiamo sempre pagato per far rientrare in Italia i prigionieri. Abbiamo pagato per riavere indietro Agliana, Cupertino e Stefio. Abbiamo pagato per dare sepoltura a Fabrizio Quattrocchi. Abbiamo pagato per salvare le due Simone. Siamo disposti a pagare per riavere i resti di Enzo Baldoni.
Gli italiani pagano. È la nostra condizione di assoluta, catastrofica debolezza in un Paese dove la sicurezza è già problematica per tutti gli occidentali. Gli italiani sono disposti a pagare. Questa verità è cancellata dal dibattito pubblico. È accettata come una necessità dal governo, come un dovere dall´opposizione, come una routine dall´opinione pubblica. Anche in queste ore non c´è chi si chieda se è giusto pagare. Se, soprattutto, è conveniente farlo. Se averlo fatto e ancora rifatto, non abbia avviato una coazione a ripetere che alla fine espone a maggiori rischi gli italiani che sono costretti a restare in Iraq per lavoro (ce ne sono e non sono soltanto militari, giornalisti o agenti segreti). Rimosso con leggerezza il problema, si può credere che la maggiore appetibilità, diciamo così, degli italiani non esista. Anche una giornalista sapiente e sperimentata come Giuliana Sgrena sembra dimenticare che incombe su di lei un pericolo maggiore e più nero non perché è una giornalista o è una cittadina di un Paese alleato di Washington, ma perché è italiana, e Roma è sempre disposta a pagare. Giuliana Sgrena dimentica quel che, nella loro crudele concretezza, i banditi iracheni (qui non importa se tagliagole, resistenti o terroristi) hanno bene a mente: l´Italia è un Paese emotivo e fragile. Che "si mobilita", come si dice. Che riempie le piazze e si paralizza commosso per settimane. Ha in odio e non vuole conoscere le durezze della guerra perché ipocritamente nemmeno chiama "guerra" il conflitto a cui partecipa in armi. Siamo una comunità che, nel momento della tragedia, cerca, chiede e invoca una via d´uscita incruenta, quale che sia il prezzo materiale o simbolico da pagare. Condizioni eccellenti per chi deve muovere il ricatto. Condizioni politicamente avventurose per chi, come il governo, deve fronteggiarlo.
Ne nasce una prassi politica e militare che deforma responsabilità e funzioni. L´ostaggio è soltanto da qualche ora nelle mani dell´aggressore e già s´annuncia pubblicamente la trattativa. Il patteggiamento, con il plauso delle opposizioni e il sollievo dell´opinione pubblica, è la sola soluzione che viene presa in considerazione da chi governa. Con un altro capovolgimento di ruolo. L´intelligence, che dovrebbe raccogliere informazioni per annientare il nemico o metterlo nelle condizioni di non essere aggressivo, si dà da fare per individuarlo con lo scopo di arricchirlo con ampie risorse finanziarie. Milioni e milioni di euro che è superfluo chiedere come saranno utilizzate.
In questa scena dove le figure sono capovolte lavora Nicola Calipari. Quando è a Damasco dove incontra il figlio del Gran Muftì (intermediario per la liberazione delle Simone) è iperprotetto da un corteo di cinque auto. A Bagdad deve muoversi da solo e senza protezione. Non può dire agli alleati del suo incarico. Non l´approverebbero. Forse si darebbero addirittura da fare per danneggiarlo. In ogni caso, in Iraq sono gli Stati Uniti che scrivono le regole e anche l´alleato italiano deve rispettarle. Se vuole trasgredirle, deve farlo con doppiezza e qualche furba bubbola. Venerdì Calipari sbarca, con il maggiore, all´aeroporto di Bagdad. Incontra un capitano americano e un generale italiano, ufficiale di collegamento con le forze della coalizione. In attesa che in Italia sia nota la relazione di servizio del generale, la sola testimonianza utile la offre l´ufficiale del Sismi. Il maggiore è un subalterno. Non sa che cosa si siano detti il generale, il capitano e il suo capo. Sa che gli americani consegnano il bagde e autorizzano il decollo notturno di un aereo del governo italiano diretto a Roma. Gli americani sanno che a bordo ci sarà l´ostaggio? Se nessuno glielo ha detto (e secondo gli inquirenti italiani «non c´è ancora alcuna evidenza che fossero informati»), non possono intuirlo. Vedono Calipari e l´altro agente noleggiare un´auto. Come credere che quei due si preparino ad affrontare la fase finale di una missione a rischio con un´auto presa a nolo? Ma è così, proprio così. I carabinieri del Ros di stanza a Bagdad potrebbero scortarli. Non lo fanno. Non possono farlo. Il maggiore conosce Bagdad. Sa che deve raggiungere un luogo dove attende un furgone che condurrà gli italiani al luogo del rilascio. Vedono il furgone. Lo seguono. Non fanno molta strada. Un braccio indica dal finestrino del furgone un´auto scalcagnata. Nell´auto c´è Giuliana Sgrena. Quel che accade poi è purtroppo noto. Il tranquillo avvicinamento all´aeroporto. Il gaudio di Palazzo Chigi e del Manifesto, la felicità di tutti noi. Poi, la sparatoria irragionevole che attende una spiegazione del Pentagono.
Quali che siano le responsabilità degli americani, è difficile spingere sotto il tappeto la nostra responsabilità collettiva. Non c´è dubbio che sia stato il "fuoco amico" a uccidere Nicola Calipari, ma egli è finito davanti a quel mitra in una vettura presa a nolo sospinto dalla tartuferia nazionale che impone di pagare il riscatto negli inferi di Bagdad come se fossero i boschi della Sila o le rocce del Supramonte. Perché non si deve dire, non si deve sapere e nemmeno si deve discutere di riscatto, della sua convenienza strategica.
Forse, nel giorno in cui il Paese rende l´omaggio dovuto a un generoso funzionario dello Stato, è giusto anche per noi tutti sentire la responsabilità di questa collettiva ipocrisia.
Colombo, ex direttore de 'l'Unità', e i suoi giudici in palese conflitto di interessi
di Eugenio Scalfari (L'Espresso)

In un suo 'Otto e mezzo' di qualche giorno fa (un dibattito televisivo sulla rete La7 che merita di essere visto perché esprime con efficacia l'aspetto intelligente del populismo all'italiana) Giuliano Ferrara ha messo sotto processo 'l'Unità' di Furio Colombo all'indomani della sua sostituzione con il condirettore di quel giornale, Antonio Padellaro.

"Non è usuale fare le bucce a un direttore appena licenziato", ha premesso Ferrara. Infatti non è usuale, di solito vale il riserbo e l'onore delle armi riservato a chi resta sul terreno dopo aver sostenuto una difficile competizione. Ma Ferrara, e con lui alcuni degli interlocutori convocati per la bisogna, quel processo lo volevano ad ogni costo; uno di essi, editorialista del 'Giornale', aveva addirittura dedicato a Colombo un articolo intitolato 'Il disonore delle armi'. Così il processo è andato in onda con un pubblico ministero che sosteneva l'accusa (affidato appunto all'editorialista del 'Giornale'), un difensore scelto nella persona d'un valoroso (in gergo avvocatesco si dice così) giornalista de 'l'Unità', un collegio giudicante composto dal direttore del 'Riformista', Antonio Polito, il direttore di 'Liberazione', Piero Sansonetti, e i due conduttori della trasmissione, Ferrara e Ritanna Armeni. Colombo, naturalmente, contumace non so se per sua scelta o per mancata convocazione. Ovviamente la sentenza non poteva che essere di condanna e così è stato.

L'argomento mi interessava, se non altro per ragioni professionali, perciò ho seguito la trasmissione fino in fondo. Mancava, nella procedura para-giudiziaria, un testimone. Lacuna grave, che cercherò ora di riempire. Testimone non d'accusa né di difesa. Diciamo testimone 'pro veritate' almeno per quel tanto che una verità può essere raggiunta. I temi dell'accusa erano due. Il primo e più bruciante riguardava il reato ascritto a Colombo, al suo successore Padellaro e all'intera redazione de 'l'Unità', di pubblicare quotidianamente notizie inventate di sana pianta a conforto della linea politica colombiana e di omettere volutamente notizie vere che potevano inficiare la predetta linea. Il secondo d'aver pervicacemente praticato un giornalismo d'opposizione pervaso di anti-berlusconismo e per di più 'gridato' a tal punto da ritorcersi contro la stessa opposizione. Un falso gridato, una faziosità spinta oltre ogni limite di decenza, meritevole addirittura di espulsione dall'albo dei giornalisti. Perciò, come invocato dal giornalista del 'Giornale', il di sonore delle armi.

Documentazione dei falsi? Nessuna. Il pubblico accusatore si è limitato ad asseverare che sarebbe bastato consultare la collezione de 'l'Unità' per vederli emergere a grappoli. Inutilmente la difesa lo ha incalzato a produrre le prove: l'accusa non le aveva sottomano, ma nell'empito dell'eloquio ha definito per tre volte di seguito quello de 'l'Unità' un giornalismo criminale.

Mi sarei aspettato che a quel punto conduttori della trasmissione censurassero severamente il pubblico ministero e gli chiedessero di formulare seduta stante le dovute scuse per l'uso della parola criminale. In particolare me lo sarei aspettato dalla gentile Ritanna, se non altro a difesa del collega de 'l'Unità' soverchiato da quella foga inconsulta. Ma nulla di ciò è avvenuto. La Armeni si è limitata a spostare il tema sul secondo dei reati colombiani, quello del giornalismo gridato; sicché l'accusa del falso sistematico e criminale è rimasta agli atti e nella mente degli ascoltatori, che è quel che più conta. Qui sento il dovere testimoniale di spendere qualche parola. Se c'è nell'Italia di oggi un giornalismo che si pasce di notizie inventate e sistematicamente propalate nonché un giornalismo gridato strampalatamente oltre ogni limite di decenza, questo è quello praticato dal 'Giornale'. Se c'è un processo televisivo che bisognerebbe fare, con le dovute garanzie sia per l'accusa che per la difesa, questo dovrebbe avere per oggetto il 'Giornale'. Ma chi può farlo? Non certo Ferrara. Non certo le schede di Lanfranco Pace. Ma neppure il riformista Antonio Polito, né il moderato rifondarolo Sansonetti. O la gentilissima Armeni. E neppure i cosiddetti 'radical chic' alla cui tribù (non so perché) anch'io vengo ascritto: un 'radical chic' che si rispetti e che soprattutto abbia rispetto di se stesso non si sporca le mani con simili porcherie. Confida il 'radical chic', che la moneta buona scacci la cattiva. Ma purtroppo è vero il contrario, il trash di solito ha la meglio, grida di più, è più truculento, si ricopre volutamente di immondizia e la esibisce come mercanzia degna degli spiriti forti, cibo per gli spiriti animali, droga efficace per stimolare gli istinti viscerali di un'opinione pubblica frastornata. E così degradando il mestiere, il buon senso, la politica, le istituzioni, si procede verso il peggio.

Furio Colombo, secondo me, è riuscito in un'impresa editoriale estremamente difficile: quella di resuscitare un giornale che era morto; impresa più difficile che non creare un giornale nuovo. Per ottenere questo risultato ha commesso anche parecchi errori, che possono essere pacatamente esaminati da chi ne avesse voglia. Da un collegio (se vogliamo restare nella metafora del processo) non composto da persone in conflitto palese di interessi con il tema in discussione. Ma, essendo che il conflitto di interessi è ormai diventato parte integrante della nostra Costituzione, questo dibattito è manifestamente impossibile e anzi addirittura anticostituzionale. Perciò non resta che archiviare la pratica.

6.3.05

Merola al Festival di Ulumabe
Satira Preventiva di Michele Serra

Altro che Sanremo. Nel mondo, da Nashville a Pechino, sono tantissime le manifestazioni canore. Ma perché sono meno conosciute?

Contrariamente a quanto si crede, il Festival di Sanremo non è una manifestazione unica al mondo. In diversi altri luoghi della Terra si disputano concorsi musicali assai simili, meno pubblicizzati per ragioni di decoro pubblico e a volte osteggiati dai governi per il danno arrecato all'immagine del Paese. Questi i principali.

Festival di Pechino È l'appuntamento più prestigioso della musica popolare cinese. Fino a qualche anno fa dominava la tradizione, di solito brani per voce e gong dedicati alla fioritura dei ciliegi. Durante la Rivoluzione Culturale i dirigenti comunisti imposero importanti innovazioni, introducendo nell'orchestrazione anche i timpani e imponendo che il tema della fioritura dei ciliegi venisse fortemente riformato: nel 1970 vinse infatti la canzone 'La fioritura dei ciliegi è molto più intensa da quando operai e contadini si tengono per mano', interpretata dai Poveri e Poveri. Ultimamente, grazie alla sterzata liberista, si cerca di andare incontro ai gusti internazionali: le canzoni cinesi classiche non erano esportabili perché all'estero venivano scambiate per istruzioni per il montaggio dei radiatori. La manifestazione è diventata la vetrina della nuova economia, e i brani sono contraffazioni quasi perfette, e a bassissimo costo, delle canzoni occidentali più famose. Grande successo per 'O sole tuo', 'Una lacrima sul riso' e 'La bela Ji-gu-jin'. Il gong è stato sostituito dal computer, che ne riproduce fedelmente il suono.

Festival di Parigi Ormai semiclandestino, si disputa in un localino della Rive Gauche tra gli ultimi esistenzialisti vestiti di nero, che cantano a bassissima voce, in penombra, i brani minori degli chansonniers scomparsi per cirrosi epatica. È qui che sono stati lanciati 'Le foglie morte', 'L'ultimo autunno', 'Un cimitero in Normandia', 'Ti ho perduta per sempre' e altri celebri brani della canzone d'autore francese. Famoso lo scandalo del 1956: Charles Trenet venne allontanato dalla rassegna perché gli spettatori delle prime file riuscivano a udire distintamente quello che cantava, ed ebbero la netta impressione che fosse felice. A termini di regolamento, scattò la squalifica.

Festival di Ulumabe Scoperto da Levi-Strauss tra le tribù antropofaghe del Borneo, è un'impressionante esibizione di prestanza canora: vince chi riesce a urlare più forte, dentro una enorme conchiglia, minacce e insulti contro i clan avversari. Nel 1983 trionfò a sorpresa Mario Merola, che riuscì a far fuggire, terrorizzato, l'idolo locale Mulele, un capo antropofago che si è poi rifatto una vita diventando avvocato matrimonialista in California.

Festival di Nashville È il trionfo della tradizione country americana. Vietato ai negri e agli omosessuali (ma ultimamente, dopo una dura polemica, aperto alle donne), si disputa nel locale bowling tra cantanti rigorosamente rispettosi della Old Rule (la Vecchia Regola): indispensabili la giacca di pelle bianca con le frange, gli stivaletti argentati e la faccia da stronzo. I brani, tutti per banjo, banjo tenore e voce, rievocano la vita semplice e i valori forti del cuore profondo della nazione. Tra i più gettonati 'La buona vecchia torta di mele di mia madre', 'Il buon vecchio Winchester di mio padre' e 'Non capisco perché mio figlio si droga'.

Festival di Innsbruck Tutto il fascino delle valli alpine, nella cornice del suggestivo Palazzo Strudel, echeggia in questa manifestazione ritenuta, ed è una vera fortuna, unica al mondo. Cori di mungitori, stagionatori di formaggi, raccoglitori di genziana e impagliatori di sedie (in rappresentanza delle quattro Consorterie che ancora reggono le sorti del Tirolo) si sfidano intonando le polifonie tradizionali, da 'Ioli-ioli-ho' a 'Aili-Aili-là', accompagnandosi con la danza degli schiaffi e soffiando nei lunghissimi corni di montagna, che hanno l'imboccatura nel salone delle feste e la tromba terminale nel parcheggio degli autobus. Gli idoli locali erano i Fratelli Hoenschwantzen, periti in un incidente di funivia e vanamente emulati da una muta di cani da slitta nell'ultima edizione.

Festival dei Giardini Vaticani Rassegna dei nuovi cantautori cattolici, che eseguono per il Papa le loro composizioni, efficace esempio di fusion tra la pullman-music e i testi degli ex-voto. Tra i maggiori successi 'Non ti abbronzare' e 'Mortificati': quest'ultimo ha avuto buona diffusione anche tra i gruppi punk più estremi della scena londinese. Obbligatori il giro di do nelle musiche, e la parola 'letizia' nei testi. I medici curanti del Pontefice hanno attribuito la sua recente malattia all'ultima edizione del Festival.

1.3.05

Nel nome dei bimbi
"Contrordine" di Alessandro Robecchi

Come tutti i padri di famiglia anch'io sono molto attento al futuro dei miei figliuoli: non è nemmeno da dubitare che voglio per loro soltanto il meglio. Dunque, ho fatto tesoro degli insegnamenti della nostra guida politica e spirituale, il cavalier Silvio Berlusconi, e mi sono attrezzato perché i miei bimbi non abbiano in futuro a soffrire di inedia e scarsa liquidità. O perché non rischino di cadere un giorno o l'altro nel baratro di povertà che si sta aprendo come una botola sotto i piedi del famoso ceto medo. Vi insegno il sistema, ma non ditelo troppo in giro, è semplice ma bisogna stare attenti. Compro la macchina nuova. Cioè, faccio comprare la mia macchina nuova a una mia holding alle Isole Vergini che la vende poi a una mia holding di Aruba, che poi la gira a me. La macchina costava diecimila euro, ma risulta che l'ho pagata ventimila: diecimila vanno a pagare la macchina, gli altri diecimila costituiscono un piccolo fondo nero all'estero con cui i miei pargoli potranno un giorno togliersi qualche sfizio. Non contento di ciò, chiedo vantaggi fiscali sull'acquisto della mia macchina, cioè sfrutto la famosa legge Tremonti. Per essere sicuro di non incorrere in sanzioni chiedo prima un parere sull'utilizzo di questa legge, e lo chiedo direttamente allo studio Tremonti che mi dice, ok, usa pure i miei sgravi fiscali. Ripeto l'operazione con la nuova cucina, tutto l'arredamento, qualche computer e le piccole spese di casa.

Le mie holding gonfiano i prezzi, io sfuggo al fisco, e anzi ottengo favorevoli sgravi fiscali, e intanto allargo il gruzzoletto in nero che ho costituito in una qualche banca delle Antille dove per aprire un conto non ti chiedono nemmeno se sei vivo. Come vedete è una cosa alla portata di tutti. Nel caso qualcuno se ne accorga o metta il naso nelle mie faccende, posso sempre chiedere al ministero della Giustizia di rallentare le rogatorie. Se qualcosa va storto posso sempre trasferire un camion di documenti compromettenti dalla Svizzera al Lussemburgo. Se qualcosa non funziona posso sempre portare valigiate di contanti da una banca europea a una dei Caraibi.

Visto? E' abbastanza facile, una cosetta alla portata di tutti. Naturalmente per fare questo servono alcuni accorgimenti che anche voi, nel vostro piccolo, non avrete difficoltà ad architettare. Qualche manager compiacente che si mette a bruciare i documenti nel cesso di un aeroporto, se la cosa può servire a farla franca. Qualche avvocato esperto di costruzioni finanziarie che smonta e rimonta il vostro meccano di scatole cinesi, società off-shore, controllate delle controllate eccetera eccetera. Qualche socio occulto. Qualche segretaria compiacente che al vostro ordine ripulisce tutti i computer dove c'è traccia delle operazioni. Qualche parlamentare che all'occorrenza chiede di abolire il falso in bilancio e un parlamento intero che ubbidisce. Qualche giornale o telegiornale amico che sostiene che è tutto un complotto contro di voi ordito dai magistrati, dai comunisti e dai magistrati comunisti. Tutte cose che ognuno di noi può fare senza alcun problema, armato soltanto di quel po' di spirito di iniziativa derivante dall'amore per i figliuoli. Nel frattempo, mentre cioè costituite il vostro salvadanaio all'estero per le spesucce dei bimbi, ci sono altre cose che potrebbero aiutarvi nella vostra sacrosanta impresa di sostegno alla famiglia. Potete, per esempio, quotarvi in Borsa, chiedendo ai cittadini risparmiatori di comprarsi a caro prezzo i debiti che avete pazientemente realizzato gonfiando i prezzi dei vostri acquisti. Come vedete non c'è italiano che, con un minimo di creatività, non possa mettere da parte qualcosa, invece di lamentarsi. Naturalmente c'è sempre qualcuno che vuole spaccare il capello in quattro e fare il precisino. Nel qual caso potreste vedervi accusato di appropriazione indebita, falso in bilancio e frode fiscale. A questo punto - se proprio si dovesse arrivare a tanto - vi consiglio di fare una faccia addolorata, di gridare al complotto politico e di mandare Bondi a dire che chi racconta questi vostri trucchetti è fazioso e che si usa la magistratura per far politica. Ecco, a grandi linee è tutto. La grande guida morale, politica e spirituale del Paese vi ha indicato la strada per un prospero e benestante avvenire. Allora, cosa aspettate? Datevi una mossa, fatelo per i bimbi!

26.2.05

Prodi e Giudamaccablog
Il Foglio (26/02/2005)

Blogger geniale dice tutto quel che c’è da dire sulla (non) politica di Prodi

Rubiamo il testo dell’editoriale a un blogger talentuoso, Giudamaccablog, che ha parodiato l’articolo di Romano Prodi pubblicato ieri nel Corriere della Sera. E lo ringraziamo.
“Saluti al Direttore, anche se il mio precedente articolo era per Repubblica voglio bene anche a voi. Siete tanto bravi e mi fate riflettere molto. (Mille battute circa). Mi avete fatto due domande, che mi hanno fatto riflettere a lungo – ve l’avevo già detto? – e queste domande sono: perché ho detto a Bush benvenuto, mentre a giugno dell'anno scorso gli avevo mandato a dire vaffanculo brutto cowboy guerrafondaio? E il fatto che dica oggi a Bush benvenuto significa forse che ho cambiato idea? Per rispondere a questa domanda ci vorrebbe una linea di politica estera dell’Unione, ma non c’è, quindi potrei dirvi di rifarmi la domanda quando e se ne avremo concordata una e di non romper l’anima, che sono così impegnato che non riesco nemmeno ad aggiornare il blog. Ma siccome sono stato il capo dell’Europa per cinque anni – ve l’ho mai detto? – e adesso sono il capo dell’Unione, me ne fotto che non ci sia una linea di politica estera e vi dico la mia. (Millesettecento battute).
Non ho cambiato idea, Bush è un puzzone e non doveva fare la guerra, le elezioni sono state carine ma ci vuole l’Onu. Se non mando più Bush a quel paese è solo perché adesso è stato carino con l’Europa. E poi la democrazia non si esporta con le armi, ha visto Bush come siamo stati bravi in Europa a vincere la guerra fredda e far diventare democratico tutto l’est europeo e parte dell’Africa? – dei turchi non parlo che l’ultima volta ho fatto una gaffe – così bisogna fare. (Duemilaquattrocento battute). In Iraq il vuoto di potere ha creato il terrorismo, per sistemare tutto ci vuole l’Onu. (Duemiladuecentocinquanta battute). La politica estera dell’Unione è la pace. La guerra non si fa. La Costituzione dice che non si fa la guerra. La politica estera dell’Unione è l’articolo undici della Costituzione. (Duemilatrecento battute). La guerra la può autorizzare solo l’Onu, in tutti i casi tranne uno. Tranne cioè che non sia fatta da un governo di centrosinistra e da un presidente americano democratico, in questo caso non si chiama guerra ma “intervento armato”. (Duemilaottocento battute). Prima che i riformisti si incazzino, questa non è la linea ufficiale dell’Unione, quella non c’è, questo è solo il contributo del capo, che sarei io. Saluti. (Cinquecentosessanta battute)”.
Sulle orme dell'Anticristo
Satira preventiva di Michele Serra

Il Vaticano rivela: l'Anticristo è un rivenditore di autoricambi di Trani

Chi è dunque l'Anticristo? La questione è stata autorevolmente riaperta da Ali Agca che ha chiesto al Vaticano di rivelarne il nome. Alcuni eminenti demonologhi hanno subito sostenuto che l'Anticristo non può che essere lo stesso Alì Agca, secondo il principio teologico "gallina che canta ha fatto l'uovo". Per sopire sul nascere inutili polemiche, il Vaticano ha rivelato che l'Anticristo è invece Pino Sciumé, un rivenditore di autoricambi di Trani che però sarebbe molto dispiaciuto del suo passato e intenderebbe chiedere perdono a 'Domenica in'. La moglie, invece, nega recisamente e ha presentato ricorso al garante della privacy. Il problema è che Sciumé, come Anticristo, può reggere a malapena la seconda serata, e gli inserzionisti pubblicitari hanno già fatto sapere di non essere disposti a investire un solo euro su una soluzione così mediocre. Perché, piuttosto, non scegliere l'Anticristo attraverso un reality-show da realizzare a Fatima, o a Lourdes, o a Rapallo (tanto chi se ne frega), incoronando il Principe del Male con il televoto? La figura delle pastorelle, tra l'altro, potrebbe finalmente rimpiazzare quella ormai logora delle veline: si segnalano già i primi casi di calciatori che trombano con pastorelle, ulteriore segno del ritorno generalizzato alla spiritualità.

Nel frattempo l'identità dell'Anticristo scuote le coscienze e infiamma le polemiche. Secondo il quotidiano 'Libero' la descrizione tradizionale dell'Anticristo ("Bestia innominabile, infezione della Terra, nato da porco") indicherebbe con precisione assoluta un sindacalista dell'Usigrai. Il quotidiano 'La Padania', escludendo che l'Anticristo possa essere un padano, ritiene di avere identificato l'Anticristo nel cantante napoletano Nino D'Angelo, assicurando di averlo individuato dopo lunghe e inconfutabili ricerche: un sondaggio tra i suoi redattori durante la pausa mensa. Oriana Fallaci propende invece per una figura simbolica, non immediatamente collegabile a una singola persona, della quale si sa solo che "indossa il turbante, va sul cammello e parla in arabo". I no-global vedono la più convincente incarnazione dell'Anticristo nelle multinazionali, e propongono di abolirle tutte entro mercoledì prossimo, trasformando l'economia mondiale in una cooperativa non profit con sede a Salerno.

Don Gianni Baget Bozzo, confermando un generalizzato ritorno alla spiritualità, ha accusato l'opposizione di avere candidato alle elezioni regionali numerosi adepti dell'Anticristo, e ha proposto di abolire il suffragio universale o, in alternativa, di sottoporre gli elettori di sinistra alla prova del fuoco: se a contatto con le fiamme urlano, il loro voto è nullo. Più pacata la posizione di Roberto Formigoni, che invita a ragionare: tra i contratti della Compagnia delle Opere c'è anche l'appalto per la nuova autostrada Lione-Torino-Praga, che collega il triangolo della magia nera ed è stata costruita in un solo mese, asfaltandosi da sola durante la notte. Non si può mandare tutto all'aria per un banale sospetto. Molta impressione ha destato un'infiammata omelia del pope ortodosso Fatùk, che ha descritto l'Anticristo come un fanatico pazzo dalle lunghe vesti maleodoranti, dallo sguardo di brace e con la barba da caprone, finché il suo segretario personale non lo ha interrotto facendogli notare che sembrava un autoritratto.

Sostanziale indifferenza in Cina e in India e in quasi tutta l'Asia, dove la questione dell'Anticristo non è molto sentita anche perché pochissimi conoscono Cristo, e la principale curiosità religiosa sull'Occidente è se Elvis Presley sia o non sia ancora vivo. L'opinione pubblica, qui da noi, è disorientata: secondo i sondaggi solo il 2 per cento credeva nell'esistenza dell'Anticristo fino a un secondo prima che gli venisse posta la domanda 'esiste l'Anticristo?' Dopo la domanda, la percentuale è salita al 76 per cento, con attacchi di panico e immediata stipula di assicurazioni sulla vita e contro gli incidenti domestici, a conferma di un generalizzato ritorno alla spiritualità.

24.2.05

"Arrigoni? Sì, era unpazzo ma non l'avevo capito"
Parla l'onorevole Ascierto (An) presidente dell'associazione della quale faceva parte l'ex parà (La Repubblica - Giovedì 24 febbraio 2005)

ROMA -"Basta con le allusioni. E poi non c'e nessun imbarazzo: che c'entriamo io o An se uno che a malapena conosciamo impazzisce e uccide tre persone?" Il funerale dei due agenti dl polizia è concluso da poco. L'onorevole Filippo Ascierto, maresciallo dei carabinieri e una specie di ministro dell'interno ombra in Alleanza Nazionale, lascia Verona e raggiunge Padova. "Non torno subito a Roma, voglio stare vicino alla famiglie, alle mogli, alle madri e ai figli dei poliziotti uccisi. È la cosa più importante in questo momento."
Onorevole, lasciamo perdere le allusioni. Sono un fatto le foto sue e di Arrigoni al convegno sulla droga che lei ha organizzato a Montecitorio, il 17 Febbraio.
"Che c'entra… . Arrigoni era un megalomane che s'era fatto fare qualche foto con me poi esibita sul sito."
Comunque lei lo ha frequentato: convegni alla Camera, audizioni in Commissione Affari costituzionali, messaggi via mail. Che impressione ha avuto?
"L'ho conosciuto ma non sapevo nulla della sua vita privatan nemmeno che era stato un legista guardia-spalla di Bossi. Era un dirigente di questa associazione degli investigatori privati…"
Il Con.Ipi?
"Si, quella, non so bene neppure il nome..."
Onorevole, ne è il presidente.
"Me lo chiese il generale Servolini un anno fa. Ricordo di avergli detto: "Non so dov'è la fregatura, me ne accorgerò strada facendo. "
E Arrigoni?
"L'ho incontrato quattro o cinque volte e mi è sembrato più preparato e equilibrato di molti altri. Non ho mai intravisto la follia dietro di lui."
A Verona è stato un raptus di follia?
"C'è un'inchiesta in corso. Ma sembra la tragedia di un disperato che ha ucciso una prostituta e poi, sorpreso dalla polizia, ha esploso la sua follia contro due poveri poliziotti."
Come ha conosciuto Arrigoni?
"Circa due anni fa viene presentato dal governo e dal ministero dell'interno un disegno di legge sulla sicurezza sussidiaria, quello attualmente in discussione alla Camera, con cui si intende regolarizzare vigilanza privata e investigatori privati con tanto di albo professionale. Fui contattato dall'associazione degli investigatori tramite il generale Servolini. Ci troviamo d'accordo sul fatto che una cosa è la vigilanza, altro gli investigatori. Le due categorie devono essere regolarizzate ma in albi diversi."
Investigatori come poliziotti. Perché questa convinzione?
"Il giusto processo consente alla difesa di fare indagini in proprio. Ecco perché servono investigatori privati validi e specializzati. Su questo punto nasce un feeling con la Confederazione."
Un feeling è una cosa. Altro organizzare convegni con lei e il ministro Gasparri, i referenti delle forze dell'ordine in Alleanza nazionale.
"I1 generale Servolini ha suggerito ad Arrrigoni di starmi sotto perché mi dessi da fare per stralciare gli investigatori dal disegno di legge sui vigilantes ."
Il presidente del Forum sulle droghe Franco Corleone fa notare come lei organizzi consegni sul proibizionismo con gente dal grilletto facile.
"Sono il primo ad essere esterrefatto da questo tragico episodio: è chiaro che ci sono dei pazzi che vanno in giro con le armi. La pistola va data solo a chi ha i requisiti e la testa."
Il sottosegretario all'interno Alfredo Mantovano (An) non ha più la delega per la sicurezza sussidiaria. La tragedia di Verona è stata l'occasione per FI per met tere da parte An e il suo progetto?
"Il Viminale è contrario a dividere vigilanza privata da investigatori. An invece vorrebbe tenerli insieme. Ma la delega è stata rimessa da Mantovano prima che succedesse la tragedia."

23.2.05

LO STRANO CASO DI JEFF GANNON…
da Aldo Vincent (via Dagospia)

Ma chi è Jeff Gannon? Le sue domande, anche riguardo a temi scottanti, non sono mai state critiche, punzecchianti o perlomeno serie. Anzi, il più delle volte hanno avuto l'intento di lodare l'operato del presidente Bush e del suo staff.

Agli innumerevoli briefing nella sala stampa della Casa Bianca il reporter Jeff Gannon, accreditato ufficialmente, ha sempre posto quesiti del tutto frivoli, poco importanti; il più delle volte totalmente assurdi agli occhi dei colleghi. Quando nelle sala stampa della Casa Bianca al podio si trovava poi G.W.Bush a rispondere a questioni troppo "scomode", il presidente americano interrompeva il giornalista di turno dando la parola a "Mr. Gannon" che spesso cambiava poi radicalmente argomento. Si è scoperto che "Mr. Gannon" in realtà non esiste.

La scoperta che Gannon è solo una figura fittizia, mai esistita in quanto essere umano e tantomeno come giornalista, è da attribuire agli anti-Bush-blogger. Il sito dailykos.com ha scoperto che Gannon in realtà è un certo James D. Guckert, uno "pseudo-giornalista", dalla carriera alquanto discutibile che interpretava il ruolo di reporter (pro) Bush ai briefing.

Guckert non è del tutto sconosciuto al mondo dei blog. Il 47enne è un repubblicano convinto e il suo intento è sempre stato quello di "diffondere il pensiero conservativo in America", come lui stesso scrive su diversi siti. Resta la domanda perché ha potuto farlo anche alla Casa Bianca.

Il dubbio rimane. Resta l'ipotesi però che sia coinvolta in modo attivo la stessa Casa Bianca che assieme al reporter hanno inscenato per diversi mesi questi teatrini in sala stampa, il tutto per mettere in buona luce il presidente e disorientare i colleghi dei media. Lo stesso portavoce del presidente Bush, Scott McClellan, ha nel frattempo ammesso di conoscere l'identità del giornalista Guckert - lo ha però sempre chiamato col nome di "Mr. Gannon" durante i vari briefing. Non ha però chiarito il motivo di questi sui "lapsus" nel sbagliare il nome.

Il blogger si chiedono come mai per Guckert è stato così semplice avere il tanto ambito accredito alle conferenze stampa alla Casa Bianca anche durante le situazioni più delicate. Guckert non ha avuto un carriera intensa o brillante. Ha solamente scritto saltuariamente per lo sconosciuto sito d'informazione "Talon News".

Dopo che anche il "New York Times" ed il "Washington Post" sono venuti a conoscenza del "caso Guckert", quest'ultimo ha rassegnato le dimissioni ed è scomparso nel nulla, nessuno sa dove sia "scappato". "L'aria si faceva sempre più pesante", ha scritto sul suo sito.

I democratici però a questo punto pretendono un inchiesta seria. (Elmar Burchia)

22.2.05

15 TESI "INATTUALI"
di Valerio Evangelisti

1. Viene detto “di sinistra” chi ponga al centro del proprio discorso e della propria azione i lavoratori e le classi subalterne, con l’obiettivo di ampliarne il peso sociale, la libertà oggettiva, l’incidenza politica e di sottrarli a un mercato che li usa quali merci, indifferente alla loro sfera umana di desideri e bisogni.
2. La “sinistra” è dunque continuatrice degli ideali della rivoluzione francese di libertà, eguaglianza e fraternità, che aggiorna con una visione moderna delle motivazioni anzitutto economiche che ledono quei principi, senza tuttavia rinunciare a nessuno di essi.
3. Chiunque si dica “di sinistra” è contrario alla guerra soprattutto per un motivo: perché in essa i lavoratori e le classi subalterne di ogni parte belligerante divengono ancor di più “oggetti”, sia che siano spinti al reciproco massacro, sia che restino vittime delle distruzioni e degli eccidi che accompagnano un conflitto.
4. Possono esistere eccezioni a questo atteggiamento solo in pochi casi: quando la guerra è ormai scatenata ed è ispirata a motivi di conquista territoriale, tali da “reificare" interi popoli o intere etnie, generando guerre ulteriori; o quando si è in presenza di una guerra civile in cui una parte si batte per i principi elencati sopra, che l’altra le nega.
5. In tutti gli altri casi la guerra, quale negazione dell’ideale di fraternità, è puramente e semplicemente respinta da chiunque voglia dirsi “di sinistra”.
6. La recente guerra all’Iraq, che ha condotto alla distruzione delle strutture portanti di quel paese e ha causato un numero incalcolabile di vittime, per lo più innocenti, è stata scatenata con pretesti menzogneri: possesso di armi di distruzione di massa, lotta al terrorismo, lotta alla minaccia dell’integralismo islamico, ecc. In realtà, come oggi è evidente a tutti, era causata da motivazioni geopolitiche ed economiche.
7. Il motivo non era, e non poteva essere, la liberazione del popolo iracheno dalle sofferenze di una dittatura. Se così fosse stato, chi ha preso l’iniziativa del conflitto, e cioè i governi di Stati Uniti e Gran Bretagna, non avrebbe scelto quella specifica dittatura tra le molte altre a lui gradite o da lui tollerate, né si sarebbe scatenato contro la popolazione civile da “liberare”.
8. Comunque, per chi si voglia di “sinistra”, anche una guerra “per la democrazia” è intollerabile. Sa che le strutture portanti di una guerra, dagli eserciti alle forme di controllo del territorio conquistato, sono per loro natura autoritarie. Generano altre guerre, regimi semicoloniali oppure divisioni difficilmente sanabili, dagli esiti tragici.
9. In linea di massima, è “di sinistra” ciò che unisce gli oppressi, non ciò che li divide. Ciò che diffonde il potere e le forme di autodeterminazione dal basso, non ciò che sostituisce un potere più forte a un altro più debole.
10. In nome dei principi che determinano la sua identità, la sinistra non confiderà nelle Nazioni Unite e in altri organismi sovrannazionali se non nella misura in cui questi assecondano i suoi ideali di fondo. Non sosterrà l’idea di “patria” o “nazione” se non sotto il peso di una minaccia, o quale rivendicazione della propria autonomia. Sostenere tali concetti in senso aggressivo significa disconoscere il principio di fraternità.
11. La sinistra, a differenza del campo liberale, sa che il suffragio universale, per il quale si è storicamente battuta più di ogni altra forza, non può essere esercitato che in condizioni di libertà e di uguaglianza. Esso è privo di valore in un contesto di soggezione militare o di regime coloniale.
12. La sinistra, facendosi qui erede di un pensiero liberale che i liberali tendono a dimenticare, è per l’assoluta laicità degli ordinamenti civili. Pertanto non riconoscerà forze politiche direttamente ispirate a un pensiero religioso, siano esse governative o di opposizione, vedendo in esse un fattore di divisione contrario all’ideale di unione tra gli oppressi che la ispira e la fonda.
13. Se messa a confronto con un’impresa bellica in contrasto con gli ideali cui si richiama, la sinistra risponderà semplicemente “no”, senza ricorrere a tergiversazioni strumentali.
14. Nel caso dell’Iraq, prima preoccupazione della sinistra dovrebbe essere quella di dissociarsi dalla macchina di morte allestita dal governo degli Stati Uniti e dai suoi complici, visto che a due anni dall’invasione seguita a generare sempre maggiori lutti e divisioni. Soluzioni in chiave anticoloniale per restituire l’Iraq agli iracheni, e le ricchezze oggi rubate ai loro proprietari, potranno essere pensate solo dopo che gli Usa avranno manifestato la volontà netta di riparare il “vulnus” inflitto a un popolo, a una regione del mondo, al concetto stesso di democrazia nel senso etimologico del termine.
15. Chi non si riconosce nelle quattordici tesi precedenti non è necessariamente di destra, ma sicuramente non è di sinistra.

Postilla dell'autore. Sono ben consapevole che ciò che ho detto qui sopra può suscitare ironia. "E' roba vecchia", "Siamo nel XXI secolo", "La realtà è cambiata", "Non è più tempo di idealismi". La mia risposta è: "Non mi fottete più, banda di stronzi. Se il vostro programma non somiglia almeno un poco a quello qui sopra, col cazzo che vi voto. Ne ho abbastanza del vostro cinismo, del vostro abbandono di ogni principio etico. Se volete combattere Berlusconi, vedete di non somigliargli. La realpolitik di cui vi compiacete (spinta al punto di rimpiangere Craxi!) non solo è una stronzata capace di logorare il lieve vantaggio di cui godete. E' un insulto a 150 anni di storia del movimento operaio italiano. Pensateci bene. Quanti milioni erano, due anni fa, a manifestare contro la guerra in Iraq? E quante decine sono a leggere Il Riformista? Badate che sono voti!"

21.2.05

I RAMPOLLI
da Tgcom.it

Una serata benefica per raccogliere fondi per i bambini colpiti dallo tsunami. E' questa l'idea che hanno avuto i giovani rampolli della "Milano bene". Il risultato? Una festa in grande stile. C'erano tutti i rappresentati del neonato comitato Milano Young: Barbara Berlusconi, Giovanni Tronchetti Provera, Nicolò Cardi, Natalie Dompé, Geronimo La Russa, Gilda Moratti, Paolo Ligresti, Micol Sabbadini e Francesca Versace.
Giovani e impegnati. E' questo il messaggio, in risposta alle accuse di mancanza di iniziative, che hanno voluto lanciare questi ragazzi, figli di personaggi famosi, spesso schiacciati dal pesante cognome che portano.
E così in una cornice veramente glamour si è svolta una serata divertente e ricca di avvenimenti. Loro, le giovani promesse del nostro Paese, sono carini e alla mano. Le ragazze sono davvero affascinanti: fresche, sorridenti con gambe chilometriche e avvolte in abiti molto eleganti, da grande soirée. I "maschietti", invece, nonostante gli abiti scuri e le cravatte, non riescono a nascondere la loro giovane età. Visi sbarbati, imbarazzati, meno "sciolti" rispetto alle loro coetanee.
La prima ad arrivare è la piccola di casa Berlusconi, Eleonora. Bionda, avvolta in un abito nero che valorizza le sue grazie. La neo diciottenne, alle sue prime uscite ufficiali, si fa fotografare ma è visibilmente imbarazzata. Poi ecco spuntare la sorella Barbara di appena due anni più grande. In tailleur nero e capelli raccolti appare, rispetto alla sua sorellina, molto più avvezza ai flash.
Poi, uno a uno, compaiono i rampolli della Milano che conta. Sono affabili. Gerolamo La Russa, portavoce del comitato spiega come è partita l'avventura di Milano Young: "Il 26 dicembre, dopo la tragedia nel Sudest asiatico ci siamo sentiti telefonicamente e abbiamo deciso di organizzare una serata benefica per i bambini colpiti dallo tsunami. Questo il risultato". Ma come è nata l'amicizia tra questi nove ragazzi dalle belle speranze? Gerolamo sorride: "Non è soltanto per merito dei nostri genitori. Siamo più o meno tutti coetanei e molti di noi hanno frequentato le stesse scuole. Poi le vacanze. Insomma ci conosciamo da anni", afferma La Russa Jr.
Versione confermata dall'affascinante e solare Mikol Sabbadini, figlia di famosi gioiellieri di Milano: "Sì, è così. Io e Francesca (Versace n.d.r.) siamo cresciute insieme. Invece, tra me e Geronimo c'è una strana storia: lui è venuto alla festa del mio 14mo compleanno, ma non ci conoscevamo. Poi io sono andata alla sua festa di 18 anni e soltanto lì ci siamo presentati, dopo 4 anni che ci si vedeva sempre: è buffo".
Ragazzi in gamba, che vivono tra Milano, New York e Londra e che vogliono dimostrare di valere. "Sì è proprio questo il messaggio che abbiamo cercato di lanciare. Ci siamo detti che dovevamo impegnarci nel sociale. Ne abbiamo la possibilità e dovevamo farlo", ci dice Giovanni Tronchetta Provera che nella vita studia economia alla Bocconi.
Inizia la serata. Sfilano gli abiti stile cow-girl di John Richmond. La passerella si chiude con una fugace apparizione di Elisabetta Canalis, modella d'eccezione. Poi tocca a dj Ringo che aiutato dai nove ragazzi del comitato dà il via alla lotteria. Tanti i premi in palio, ce n'è per tutti i gusti: si parte da casse di vino fino ad arrivare al primo premio, una Fiat Panda. E ancora: borse di Versace, telefonini Telecom, maglioni in cachemire, biglietti per la Scala o per assistere alle partite del Milan.
Ed è proprio in occasione dell'estrazione che l'aplomb dei ragazzi si scioglie. Qualche battuta, piccole e insignificanti parolacce scappano anche a loro. E per finire un piccolo show di Ringo che coglie la palla al balzo per stuzzicare Niccolò Cardi, uno dei galleristi più in voga a Milano, "beccato" qualche tempo fa in compagnia di Paris Hilton. Un'occasione che il biondo dj di Radio 105 non poteva farsi sfuggire: "Te la sei tromb.. eh?" gli dice, ammiccando. Lui diventa rosso, tutti ridono e lo scherniscono: a dimostrazione che vent'anni sono uguali per tutti...

20.2.05

Le cose importanti
di Stefano Benni - Il Manifesto, 18 febbraio 2005

Entro quarant'anni un terzo delle coste del mondo sarà sommerso dalle acque. Non lo dicono i catastrofisti, lo dice la maggioranza degli scienziati mondiali. Il protocollo di Kyoto ha già anni di ritardo, e c'è da credere che non verrà rispettato. Qualcuno dice che ci adatteremo. In fondo, che differenza c'è tra andare al mare a Cattolica o sulla spiaggia di San Marino? E finalmente verrà attuata la soluzione finale nella nostra bella Padania, dove solo i padani Doc potranno abitare sulle palafitte, e gli altri, che nuotino.

Ma il disastro climatico non è importante, appare e scompare come il trailer di un kolossal catastrofico. Perché lo scempio dell'informazione moderna si basa su tre censure.

La prima è quella evidente e brutale delle liste nere che percorre giornali, televisioni e istituti di cultura, il forbicione vecchio stile del Minculpop, in mano a mediocri impauriti da ogni talento.

La seconda è la censura indotta, nel senso che ormai nelle televisioni, nei giornali e persino nel cinema e nei libri quasi tutti si rimpiccoliscono o si censurano da soli. La terza, la più importante è la censura gerarchica, e cioè il diverso peso e visibilità che si dà alle notizie.

Sappiamo che nel nostro paese non possono mancare, nelle trasmissioni di cosiddetta informazione, almeno diecimila ore mensili di dichiarazioni di leader, dibattiti tra ospiti graditi all'azienda e amorazzi di Vip. Tolti gli spot, le sigle e la pubblicità a Vespa e alla Fallaci, non resta molto. Potremmo fare un lungo elenco delle notizie recenti o antiche, sepolte o offuscate da questo tipo di censura. Lo tsunami è quasi scomparso. Lo smog sopra una determinata soglia è un fastidio, sotto la soglia è un piacevole aerosol. Le nostre autostrade sono trappole mortali, ma finito l'ingorgo e il concerto dei clacson, torna il silenzio. Il fatto che la mafia viva il suo trionfo e tutta la Sicilia paghi il pizzo, è argomento quotidiano dei telegiornali (svedesi e inglesi). Ma sono sparite o poco importanti anche le guerre in Africa o Cecenia, i massacri latinoamericani e altre cose più fantasiose come la Sars, la mucca pazza, la Pidue, fate voi l'eccetera.

In compenso restano notizie importantissime la crisi degli arbitri di calcio, il Mibtel, il Nasdaq, le liti sul Pil e i dubbi dell'Udeur.

In questi giorni, ovviamente, la prima notizia è il rifinanziamento della spedizione in Iraq. Una decisione importante. Peccato che non sia mai stato altrettanto importante dire che la maggioranza degli italiani era ed è contraria alla guerra. Perché si impone come importante solo quello che accade in questo parlamento illegale (perché ha slealmente rotto le regole in base alle quali è stato eletto, regole che prevedevano il rispetto dell'opposizione, dell'equilibrio dei poteri e dell'opinione pubblica, quindi illegale perché ha scelto l'illegalità).

Perciò è importante assistere al continuo comizio del Ceausescu col toupè, col suo ultimo trapianto pilifero di ascella d'orango, e ascoltare ore e ore questo ometto che si lamenta perché lo odiano, quando è lui il primo vero seminatore d'odio in questo paese. Queste sono le cose importanti per l'informazione di regime. Ma talvolta succede qualcosa di inatteso.

Il video di Giuliana Sgrena è una di queste cose. Difficile da cancellare, anche se qualcuno ci proverà.

E' certamente una notizia importante, in quanto ogni politico deve occuparsene e ogni italiano deve vedere quelle immagini. Ma questa importanza è fragile. Dei politici che se ne occupano infatti, pochi possono o vogliono davvero salvarla, e molti del pubblico sono pronti a distogliere lo sguardo, una volta convinti con adeguato bombardamento di cospironi, che non si può fare nulla per lei. E' vero, per Giuliana c'è stato molto: il papa, l'unanimismo televisivo e parole bilateral, spesso sincere. Ma chi conosce l'informazione sa che tutte questo può svanire e arretrare, di fronte a una vera scelta che scavi nel dubbio, nell'orrore, nelle bugie di questa guerra. Una grande mobilitazione può aiutarla, la trattativa può procedere, ma resta un nodo: Giuliana testimonia la possibilità vera della pace e dell'autodeterminazione dell'Iraq. Questo è importante in modo pericoloso. Sono già pronti scarichi di responsabilità, retoriche, e operazioni di dimenticanza, come per Baldoni e tanti altri.

Cosa c'è di pericolosamente importante nel video di Giuliana e in video simili? Il calcolo elettorale dei nostri governanti, che peserà in ogni istante di questa vicenda. Il calcolo freddo della banda dei rapitori, dipinta come improvvisata, e che invece non sembra sprovveduta per niente, anzi misteriosamente inafferrabile e attenta a ogni sfumatura politica.

Ma la cosa davvero importante, quella che pesa come un macigno, è la frase che recentemente Condoleeza Rice e poi Rumsfeld, hanno lanciato con fredda nonchalance nei confronti della Siria : «Valuteremo tutte le opzioni in nostro possesso». Fetente ipocrisia per dire: stiamo decidendo nuove possibili guerre. Altre frasi simili sono state lanciate nei confronti dell'Iran, o della Corea del Nord, e la risposta è stata terribile, ma prevedibile: ci difenderemo con le armi nucleari.

Forse non c'è contro Giuliana un'opinione pubblica divisa o becera, siamo convinti che anche Calderoli e i suoi sceriffi sarebbero contenti che lei tornasse, ma contro di lei è in moto una macchina da guerra che non ha mai rallentato i motori. Non ha il tasto trattativa, ma neanche il tasto troppi morti o basta così sulla plancia di comando. E non sono il solo a pensare che la guerra stia per riprendere in nuovi scenari e che gli Usa non se ne andranno dal Medio Oriente, né tra un anno né tra vent'anni. Lì, in quel futuro immediato, forse si gioca la vita di Giuliana e di altri ostaggi.

Certo è difficile scrivere sapendo che da un momento all'altra gli eventi possono portarci via Giuliana, o ridarcela.

Cerchiamo di essere ottimisti: a volte la crudeltà della storia cambia per un volto, per un gesto di umanità, per qualcosa che si inceppa o stride, per un attimo di verità che riesce a travolgere le ipocrisie. E rimaniamo serenamente pessimisti. Sì, abbiamo un'alternativa al morire per il collasso climatico. Morire per una guerra convenzionale o atomica. E questo avendolo scelto freddamente, consapevolmente giorno per giorno. E non sarà responsabilità solo di piccoli Stati Canaglia o di grandi Stati Canaglia che chiamano canaglia gli altri. Sarà colpa della nostra rassegnazione, della resa ai crimini della propaganda. E quel giorno, apparirà evidente cosa è stato importante in questi anni. Quando, come succede agli uomini, la morte rende la vita una biografia, con un senso e una finalità. Così la morte della terra potrebbe diventare una grande biografia per pochi superstiti o la tesi di laurea di qualche perplesso studente venusiano. Ma apocalittici o fiduciosi, tutto questo è un motivo in più per avere fretta, frettissima nel fare il poco o il molto che ci resta per fermare l'orrore. Domani saremo tanti a sfilare per una persona sola che rappresenta le sofferenze dell'Iraq, ma rappresenta anche coraggiosamente e drammaticamente tutti noi. In questo sogno debole, ma irrinunciabile, per noi il più importante.

19.2.05

Un breviario contro lo smog
Satira preventiva di Michele Serra

Polmone espiatorio e targhe esterne per combattere l'inquinamento della Pianura Padana

Nelle foto satellitari la Pianura Padana, per molti mesi all'anno, è una chiazza giallo-grigiastra. Secondo gli ambientalisti è identica alla metastasi del fegato nelle endoscopie, secondo Formigoni è un'immagine poetica ispirata all'ultimo periodo dell'astrattismo lombardo. Secondo la realtà, è una galla mefitica formata dalle polveri inquinanti sospese a mezz'aria. Che fare? La circolazione a targhe alterne è un palliativo. Gli amministratori della Pianura Padana, in queste ore, sono riuniti per studiare misure più drastiche. Ecco le principali.

Sopraelevazione Poiché gli agenti inquinanti tendono a stagnare in basso, si sta pensando alla sopraelevazione dell'intera Padania su palafitte o con altri sistemi. C'è un progetto Renzo Piano (una suggestiva fuga, da Torino a Trieste, di alberi maestri, vele e trinchetti, con la popolazione issata sulle coffe), uno di Gae Aulenti (enormi amache di tulle colorata) e uno del geometra lecchese Gino Perego (costruire un unico immenso montarozzo di terra di riporto simile a quelli delle villette a schiera, ma lungo 300 chilometri). Scartato un progetto collettivo del manicomio criminale di Castiglione dello Stiviere, perché era troppo simile all'idea di Renzo Piano e a quella di Gae Aulenti. In pratica, una sintesi tra le due.

Polmone espiatorio È la proposta della Lega. Vengono individuati alcuni cittadini tra i più improduttivi (tossicomani, disoccupati, musulmani, omosessuali, donne) che hanno l'obbligo di camminare almeno 15 ore al giorno per le vie del centro inspirando profondamente l'aria inquinata. È stato calcolato che un immigrato sotto stress, specie se appena raggiunto dal provvedimento di espulsione e inseguito, lui a piedi, dai vigili urbani in motocicletta, può accelerare la respirazione fino al triplo del normale, ed è in grado di trattenere nei polmoni fino a due etti al giorno di polveri venefiche. Un magrebino in giovane età può sopravvivere anche due mesi e ripulire, da solo, cento metri di marciapiede in corso Buenos Aires. E un nero con capigliatura rasta, passando e ripassando davanti a un McDonald's, può trattenere tra i boccoli fino a 30 grammi di vapori d'olio fritto.

Vento artificiale La scarsa ventilazione naturale consente alle polveri sospese di stagnare troppo a lungo. Si potrebbe dunque ricorrere al vento artificiale, ottenuto impiantando enormi turbine in grado di creare tramontane, scirocchi e grecali a seconda delle necessità. Due le controindicazioni: la prima è che una turbina impiantata alla periferia di Milano, essendo alimentata a carbone, può pulire l'aria frontestante fino a Vimercate, ma emette gas di scarico fino a Napoli. La seconda è che non si trova un accordo sull'orientamento delle turbine: puntate verso Ovest ammassano le sostanze inquinanti contro le Alpi, provocando il caratteristico fenomeno della neve nera e una moria di maestri di sci, puntate verso Est affumicano la costa istriana, riaprendo il doloroso capitolo dell'odio etnico.

Targhe esterne A differenza delle inutili targhe alterne, si può circolare ogni giorno qualunque targa si possieda, però a piedi, tenendo la targa appesa al collo, bene in vista, e facendo 'brum brum' con la bocca. È la proposta degli ambientalisti.

Targhe interne È la seconda proposta degli ambientalisti. Si svita la targa dalla macchina, la si porta in casa e si trascorre la giornata a lume di candela, mangiando gallette di segale e leggendo un buon libro sullo sviluppo sostenibile stampato su carta riciclata con inchiostro vegetale. Per suicidarsi all'imbrunire, solo metodi naturali: ci si può impiccare a una corda di canapa o buttarsi dalla finestra avendo cura di non gridare, per combattere l'inquinamento sonoro.

Novena ecologica Sostenuta da Comunione e Liberazione: la gente continua a inquinare, le ciminiere a puzzare, le macchine a circolare, la Padania a produrre e la Compagnia delle Opere a fare affari, però pregando il buon Dio che mandi a piovere o faccia vento. Ogni sera dopocena raduno di massa in piazza del Duomo con maschera antigas e breviario.

18.2.05

Mario Lancisi
NO ALLA GUERRA!
L'obbedienza non è più una virtù, di don Milani e il movimento per la pace e la non violenza (1965-2005) PIEMME

L'11 febbraio 1965 i cappellani militari della Toscana approvarono un'ordine del giorno in cui criticarono duramente l'obiezione di coscienza, definendo gli obiettori vili e estranei alla morale cattolica. Don Lorenzo Milani e i ragazzi di Barbiana risposero con una lettera in difesa della pace, dell'obiezione di coscienza e di un'idea nuova della patria: "Se voi avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri", scrisse don Milani. La lettera, inviata a tutti i giornali, fu pubblicata solo da Rinascita, il settimanale del Pci. Ne scaturì un dibattito molto polemico, soprattutto a destra. Don Milani fu denunciato per apologia di reato. Non potendo partecipare direttamente al processo, perché già gravemente malato di tumore (sarebbe morto il 26 giugno 1967), il priore di Barbiana scrisse una lettera ai giudici del tribunale di Roma, dove si tenne il processo, il 15 febbraio del 1966. "La guerra difensiva non esiste più. Allora non esiste più una guerra giusta né per la Chiesa né per la Costituzione", scrisse don Milani. Dunque, no alla guerra, anche preventiva: è questo l'insegnamento di don Milani. Sì, perché - spiegò il priore di Barbiana- le guerre contemporanee colpiscono soprattutto i civili: "A più riprese gli scienziati ci hanno avvertiti che è in gioco la sopravvivenza della specie umana. E noi stiamo qui a questionare se al soldato sia lecito o no distruggere la specie umana". Don Milani fu assolto in primo grado e condannato in appello. Le sue due lettere 'ai cappellani militari e ai giudici' pubblicate in "L'obbedienza non è più una virtù", divennero un testo cult della contestazione del '68 e hanno fortemente influenzato il movimento per la pace. A quarant'anni dalla vicenda Mario Lancisi in "No alla guerra" ripropone le due lettere di don Milani, precedute da un'ampia ricostruzione storica e seguite da una sezione di interviste a protagonisti di quella vicenda, come gli allievi del priore, Francesco e Michele Gesualdi, Pietro Pinna, il primo obiettore di coscienza, Fabrizio Fabbrini, il primo obiettore cattolico, e mons. Loris Capovilla, ex segretario di papa Giovanni XXIII, che ricostruisce i rapporti tra il Vaticano e il priore di Barbiana. Nel libro sono pubblicate anche interviste a intellettuali e esponenti del movimento della pace come Massimo Cacciari, Franco Cardini, Giancarlo Caselli, don Luigi Ciotti, padre Tonino Dell'Olio, Gad Lerner, Adriano Sofri e padre Alex Zanotelli in cui viene dibattuto il tema dell'influenza di don Milani sul movimento della pace e di come sia possibile costruire, anche alla luce dell'esperienza di don Milani, una convivenza tra gli uomini in cui la guerra diventi un tabù. Anche a distanza di quarant'anni la battaglia di don Milani si connota come una storia di grande attualità perché ripropone il tema della guerra, della non violenza, dell'obiezione di coscienza, del ruolo dei civili nei conflitti armati, del pericolo nucleare e della responsabilità civile di ogni cittadino.

BRANI TRATTE DALLE INTERVISTE

MASSIMO CACCIARI

SE LA PACE NON E' DI QUESTO MONDO

Don Milani afferma che la guerra giusta non esiste più , siamo nel 1965, e quarant'anni dopo la guerra continua ad imperversare come strumento per risolvere i conflitti tra i popoli. Lei condivide il mai più guerra del priore di Barbina?

Quello di don Milani non è né un discorso politico né un utopia . E' piuttosto un imperativo categorico e come tutti gli imperativi categorici sono idee regolative e possono svolgere anche una grande funzione politica, ma è evidente che finché ci sarà mondo, ci saranno guerre e che il regno di Dio non è di questo mondo. Come si fa a definire la guerra giusta? La guerra giusta è qualcosa di assolutamente indefinibile.

Quale è il limite che lei ravvisa nel movimento per la pace?

L'enorme difficoltà ad elaborare proposte vere di organizzazione degli equilibri internazionali. Una debolezza politica, di programma politico, non tanto etica o di testimonianza personale.

MONS. LORIS CAPOVILLA

GIOVANNI XXIII, PAOLO VI E DON MILANI

Ex segretario di Papa Giovanni XXIII e collaboratore di Paolo VI, mons. Loris Capovilla ha tenuto un importante carteggio con il priore di Barbiana e la sua testimonianza è fondamentale per ricostruire i rapporti tra il Vaticano e don Milani. (Vedi "Il carteggio Capovilla", in Giorgio Pecorini, I care ancora, Emi, 2001, pagg.59-77)

Quando don Milani le inviò la Lettera ai giudici e quale fu la sua impressione?

Don Milani mi inviò la Lettera l'8 novembre 1965, prima del processo. "La conservo tra le mie carte come testimonianza del nostro tempo e dei problemi che ha sollevato", gli risposi l'11 novembre.

Il 28 maggio 1962 don Milani le scrisse una lunga lettera per denunciare il duro impatto che , durante una visita con i suoi ragazzi ai musei vaticani, ebbe con la burocrazia e il cerimoniale dello Stato pontificio. Che cosa ne fece della lettera?

La passai a mons. Angelo Dell'Acqua che il 31 maggio mi trasmise una nota in cui, tra l'altro, era scritto: "E' una lettera che va letta e riletta e, se fosse possibile, fatta leggere o almeno conoscere in Vaticano". Aggiungeva di considerare don Milani "un buon parroco" e proponeva di inviargli 500 mila lire per i parrocchiani. Giovanni XIII rimase turbato e commosso dalla lettera. Commosso nel senso che la lettera esprimeva la figura di un prete dotto, zelante, sincero.

Ha mai parlato di don Milani con Paolo VI?

Una sola volta parlai con Paolo VI per ringraziarlo di avermi fatto tramite della sua carità a proposito delle medicine che inviai a don Milani su sua richiesta perché esse si trovavano solo nella farmacia del Vaticano.


FRANCO CARDINI S

E LA PACE NON E' PIU' UNA SPERANZA

Medioevalista di fama internazionale, lo storico fiorentino Franco Cardini è un'intellettuale cattolico che, pur muovendosi da posizioni e radici di destra, esprime posizioni non facilmente riconducibili ad una determinata area culturale e politica. La sua testimonianza riveste perciò una particolare originalità. Alle domande poste ha preferito rispondere con uno scritto che in qualche modo ne segue il filo con un carattere di unitarietà nell'approccio all'esperienza del priore di Barbiana Ecco due passi dell'intervento.

Ho letto "L'obbedienza non è più una virtù" e tutte le altre cose di don Lorenzo Milani credo appena sono state pubblicate, e mano a mano che uscivano dalla sua "fucina": così le sue grandi lettere (ai cappellani, ai giudici, a una professoressa): e, fino dal principio, ne ricevetti un'impressione caratterizzata da un dissenso su alcuni punti forse secondari, da un grande consenso di fondo e da un'impressionante sintesi di entusiastica adesione e di durissima repulsione. Quel che non riesco comunque ad accettare, di don Milani, è il "mai guerra". Continuo a credere che la Chiesa faccia bene a sostenere la possibilità, per il cristiano, di andare in guerra senza per questo commettere peccato, ai patti già stabiliti da sant'Agostino: guerre legittimamente proclamate da un'autorità costituita, guerre di difesa.


GIANCARLO CASELLI

Procuratore generale della Repubblica di Torino

Nella Lettera ai giudici don Milani afferma che il giudice giudica in base a leggi anche ingiuste mentre il maestro deve formare i ragazzi al senso della legalità ma anche della disubbidienza civile come "volontà di leggi migliori". In quale misura oggi la scuola, la politica, la Chiesa, la famiglia, cioè le grandi agenzie educative, insegnano la disubbidienza civile e il primato della coscienza nel senso dilaniano?

Resto convinto del fatto che al giudice è chiesto il dovere di applicare la legge interpretandola in senso conforme ai principi costituzionali. Ma è dovere di tutti ' nessuno escluso ' fare in modo che al giudice venga dato un patrimonio di norme quanto più possibile aderente alla giustizia. Quindi non si tratta di educare alla disobbedienza, ma di formare quel senso civico che rende possibile la critica costruttiva indirizzata a migliorare non solo le leggi, ma anche il senso di legalità dei cittadini. Le leggi devono difendere il debole: è questo il valore profondo di ogni legislazione. Ed è questa la tensione, il filo rosso che deve guidare lo sforzo di tutte le agenzie educative (famiglia, scuola, chiese, associazioni). Solo con questo percorso la legge diventa supporto alla coscienza del cittadino, e non strumento e "peso" ( o alibi) che si sostituisce alla coscienza.



FABRIZIO FABBRINI

Obiettore cattolico, autore del libro "Tu non ucciderai", si offrì di difendere don Milani in tribunale

IO, OBIETTORE CATTOLICO CHE OSAI CRITICARE PAOLO VI

Lei è stato citato da don Milani anche per una lettera aperta inviata a Paolo VI.

Sì, a quel tempo facevo ancora il servizio militare, ma non facevo mistero delle mie idee nonviolente. Papa Montini aveva tenuto a una delegazione di ufficiali belgi un discorso contro l'obiezione di coscienza, affermando che nel Vangelo la professione del soldato è ritenuta lecita, che anzi Gesù loda il centurione che a lui si rivolge per chiedergli la guarigione del suo servitore. Allora gli scrissi una Lettera aperta in cui, dandogli del Tu, gli facevo osservare l'abbaglio da lui preso nell'interpretare il Vangelo. Gesù infatti non loda il mestiere del centurione, bensì la fede di lui. Allo stesso modo Gesù loda la fede della peccatrice, ciò non significa che lodasse anche il mestiere della peccatrice. E ai soldati Giovanni Battista ammonisce chiaramente: non fare violenza alcuna a nessuno! E tutto il Vangelo è un chiaro invito alla nonviolenza. Inviai la lettera a sette giornali, ricordo che la pubblicò solo Paese Sera. Poiché ero ancora militare fui punito con 15 giorni di carcere.

Paolo VI le rispose?

Personalmente no ma il suo segretario padre Marco chiamò padre Balducci per dirgli che il papa aveva gradito la lettera e che intendeva che io lo sapessi. Il papa fu poi protagonista nei miei confronti di un altro gesto bellissimo, che finora non ho mai rivelato pubblicamente. Durante il mio processo, proprio alla vigilia della sentenza, su suggerimento del papa mons. Capovilla, che abitava ancora in Vaticano, mandò un dignitario papale a casa mia con una lettera di stima, la benedizione del papa e due medaglie d'oro a mio padre a mio fratello e due rosari, a mia madre a mia sorella, aggiungendo che il papa mi era molto vicino. Un gesto che mi commuove ancora oggi.



ADRIANO SOFRI

Don Milani afferma che la guerra giusta non esiste più. Siamo nel 1965. Quarant'anni dopo la guerra continua ad imperversare come strumento per risolvere i conflitti. Condivide il "mai guerra" del priore di Barbiana oppure don Milani ha avuto torto?

Ha avuto piena ragione. In particolare ha contribuito a demolire il militarismo, cioè il cattivo deposito delle cose peggiori: lo spirito di corpo, il maschilismo, il culto della virilità e della forza, il culto dell'abnegazione che aliena la personalità e l'individuo. L'obiezione di coscienza mossa da don Milani è stato un fenomeno decisivo anche dal punto di vista dei diritti umani.

In che misura don Milani ha influenzato il pacifismo?

Non vedo un rapporto di stretta filiazione. Don Milani aveva uno straordinario realismo. Le utopie facili che si tramutano facilmente in slogan gli davano un grande fastidio. Era un uomo che aveva molta attenzione alle cose concrete e che non nutriva alcuna illusione che l'ultimo di oggi potesse diventare il primo di domani. Io credo che questo assolutismo morale e sloganistico di una parte di questo movimento che si chiama pacifista, una parte perché per fortuna si tratta di un reale arcipelago con posizioni molto diverse, è talmente ideologico che non corrisponde alla natura profondamente realista dell'utopia di don Milani. In definitiva quella del priore di Barbiana era un'utopia concreta, quella di una parte del pacifismo è invece molto sloganistica, quando ad esempio esalta principi quali il "senza se e senza ma". Io trovo che poche cose siano così insopportabili sul piano educativo come questo slogan. Bisogna invece fare un monumento ai se e ai ma. Dopodiché verrà il momento di dire "sì" e "no" ma prima uno deve passare anche attraverso i "se" e i "ma".

17.2.05

LE FOTO SUGLI EFFETTI DELLE CLUSTER BOMB CITATE DA GIULIANA SGRENA
(corriere.it)




SOTTO LA CHIOMA, MENTE
di Marco Travaglio (dall'Unità del 16 febbraio 2005)

Debilitato dai postumi della bronchite del Male, ma soprattutto messo alle corde dalle incalzanti domande di Anna La Garofana, l'altra sera il Cavalier Peluria è apparso in leggera difficoltà. Saranno state le vertigini provocate dal cuscino a sei piazze sistemato sulla poltrona per non dover segare le gambe alle telecamere, saranno state le stigmate aperte sulla sacra nuca dal vile cavalletto («ne porto ancora i segni»): fatto sta che il Foltocrinito di Arcore non ha ancora ripreso conoscenza. Dimentica, rimuove, confonde. Prima denuncia la «canea di giornalisti plaudenti», mettendo in allarme Anna La Garofana, che temeva ce l'avesse con lei (poi s'è chiarito che parlava del congresso Ds). Poi cita ancora una volta l'Unità, sempre in cima ai suoi pensieri (e non solo ai suoi): «Mi hanno chiamato mostro bavoso, re dei bari, Peròn di plastica». Eccoli, i danni irreversibili inferti dal maledetto cavalletto: il Foltocrinito confonde l'Unità col Giornale e con la Lega Nord. È stato Paolo Guzzanti a scrivere «mascalzone bavoso». Ma non di Berlusconi: di Prodi. Che ora attende le sue scuse, prima di confrontarsi in tv.
Quanto al «baro» e al «Peròn», è tutta farina del sacco di Bossi: nel '94, prima che Bellachioma gli pagasse i debiti, il Senatur lo chiamava «Peròn della mutua» (23-12-94), «il baro» (5-4-94), «piccolo tiranno dittatore» (20-12-94), «Berluskaiser» (6-4-94), «Berluskaz» (1-9-94), «qualcosa di nazistoide e di mafioso» (13-4-95), «mafioso di Arcore» (8-2-95).
Poi c'è l'opera omnia di Roberto Calderoli, in arte Gianduja. L'8 marzo '95 interroga il governo per sapere «se a Palermo si indaga su Dell'Utri per mafia», essendo «stonata e illogica la definizione di stalliere per Vittorio Mangano». Il 26 maggio '95 Dell'Utri è arrestato a Torino per false fatture: «Gli uomini più vicini a Berlusconi si sono posti fuori dalla politica, dalla morale e dalla legge. Si smentisce la presunta persecuzione contro Berlusconi. Mani pulite non è finita, anzi per Berlusconi è appena iniziata». Inchiesta All Iberian: «È paradossale che Berlusconi fosse all'oscuro del versamento di ben 10 miliardi dalla sua azienda a Craxi. Quesito: Berlusconi è anche uno spergiuro?» (23-11-95). Il Cavaliere si sottrae agli interrogatori. E Calderoli: «A Milano non c'è posto per chi ha come scopo la distruzione del pool Mani pulite. Se Berlusconi pensa di essere milanese, ha un modo per dimostrarlo: vada dai giudici» (29-11-95). Ma Calderoli è anche un luminare dell'odontoiatria: «A Berlusconi i principi della democrazia sono insopportabili, gli provocano uno shock allergico. Sarebbe auspicabile, e lo dico da medico quale sono, che il dottor Berlusconi si facesse visitare da un buon internista. Sono a sua disposizione per consigliargliene qualcuno, anche gratuitamente» (19-2-96). Berlusconi ricandidato nel '96: «Inquietanti ombre si stagliano sulla politica italiana. C'è chi si candida alla guida del Paese nonostante sia imputato di gravi reati. C'è chi ha fondato un partito giudicato appetibile e utile agli interessi dei vertici della mafia. Invece di rinviare i processi, bisognerebbe rinviare le elezioni per accertare, prima, se siamo di fronte a uno statista o a un tangentista» (20-2-96). «Berlusconi accusa Dini di avergli copiato il programma. Strano, mi risultava che fosse Berlusconi ad aver copiato il programma di Licio Gelli» (28-2-96). Berlusconi paragona il pool alla banda della Uno Bianca. Calderoli lo fulmina: «Un'infamia. Berlusconi sappia che “complici” di questo “corpo deviato” dello Stato sono le centinaia di migliaia di milanesi che sostengono da anni i magistrati di Mani Pulite contro gli attacchi del regime di Roma, al quale Berlusconi era legato anche sentimentalmente, dato che Craxi era suo testimone di nozze» (14-3-96). Appello al voto, per una nuova Resistenza: «Fini dice che Mussolini è stato il più grande statista del secolo. Berlusconi è l'unico presidente del Consiglio rinviato a giudizio per corruzione. Gli elettori prima e il presidente della Repubblica sanno cosa fare» (27-3-96). I miliardi di Berlusconi a Craxi diventano 15: può mancare una dichiarazione di Calderoli? Certo che no: «Cos'ha dato Craxi a Berlusconi in cambio di 15 miliardi? Si sgretola la maschera televisiva di Berlusconi e appare l'inconfondibile ghigna dell'uomo di Hammamet» (31-3-96). Bicamerale: «Forza Italia voleva barattare le riforme del Paese con la fedina penale di Berlusconi» (3-6-98). Prima pagina della "Padania": «Berlusconi, rispondi: sei un mafioso?». Forza Italia protesta. Calderoli: «Reazioni un tantino scomposte e ingiustificate. È legittimo porsi certi interrogativi» (19-8-98). «Potremmo tappezzare la Lombardia con la prima pagina della Padania che chiede se Berlusconi è un mafioso» (27-8-98).
Ora, non vorremmo aggravare le già precarie condizioni del Cavalier Bellicapelli. Ma ci corre l'obbligo di informarlo: a questa rubrica collaborano, clandestinamente, l'onorevole Bossi e il ministro Calderoli. Noi ci limitiamo a depurare i loro testi dalle frasi da querela. E a tradurli in italiano.

16.2.05

CHE DEMOCRAZIA E' SE TEME I SIMBOLI?
di Massimo Fini (Il Giorno, 15/02/05)

Qualche settimana fa, dopo la goliardata del principino Harry che a una festa in maschera si era presentato vestito da nazista, suscitando grande scandalo, il neocomissario europeo alla Libertà, Giustizia e Sicurezza, Franco Frattini, che evidentemente non ha cose più importanti cui pensare, aveva proposto di "bandire totalmente, per legge, in modo chiaro ed esplicito, ogni simbolo che ricordi la dittatura nazista". Iniziativa accolta dal plauso delle sinistre, europee e italiane che non saranno più comuniste ma che dei comunisti d?antan conservano il vizietto censorio senza averne però l?intelligenza. Quando infatti, nei primi anni Cinquanta, si discuteva in Parlamento la legge che vietava la ricostituzione, in qualsiasi forma, del Partito fascista (la cosiddetta "legge Scelba"), uno degli avversari più ostinati fu proprio Palmiro Togliatti, il segretario del Pci. "Il Migliore" capiva benissimo che si comincia con i fascisti e si va a finire con i comunisti. Allora, con il Pci molto forte e con alle spalle l?Unione Sovietica, non si osò, ma adesso che il vento è cambiato l?iniziativa di Frattini è stata colta al volo da due zelanti eurodeputati, l?ungherese Josef Szaier e il lituano Vytautas Landsbergis, che hanno proposto di estenderla alla falce, al martello e agli altri simboli del comunismo. A questo punto le sinistre hanno gridato al sacrilegio e ne è seguita la solita, stucchevole, diatriba se nazismo e comunismo, in quanto totalitarismi, possano essere messi sullo stesso piano. Ma qui in realtà il problema non riguarda i totalitarismi di ieri, ma la democrazia di oggi. Sembra infatti che man mano che trionfa sui suoi antagonisti (nazismo, comunismo, Islam, culture tradizionali) la democrazia perda coscienza di propri presupposti e diventi, a sua volta, concettualmente totalitaria. Abolire i simboli delle culture antagoniste è infatti una concezione, un metodo e una prassi proprie dei totalitarismi, in diametrale contrasto con i principi della democrazia. Una democrazia infatti è tale solo se accetta che nel suo ambito abbiano libero corso tutte le idee, anche quelle che le paiono più aberranti e ad esse antitetiche. La democrazia è un metodo e in essa ogni opinione ha diritto di esistere e di esprimersi, anche attraverso i propri simboli, si tratti della falce e martello, della svastica o di quant?altro, purché rinunci a farsi valere con la violenza. Questo è il solo, ma decisivo, discrimine. Punto e basta. Dirò di più, liberticide, e quindi antidemocratiche, sono anche le norme che puniscono "l?odio razziale", come, in Italia, la "Legge Mancino" contro la quale in questi giorni sta manifestando la Lega, ministro Calderoli in testa, perché sei suoi esponenti sono stati condannati per istigazione all?odio razziale. Per la verità i leghisti, con l?ottusità che li contraddistingue, non protestano contro la legge ma contro il magistrato, Papalia, che l?ha applicata, coerentemente e correttamente visto che esiste e del resto i leghisti non avevano mosso orecchia quando dalla "Legge Mancino" erano stati colpiti esponenti di Forza Nuova, naziskin e altri stracci della destra estrema. L?odio è un sentimento e, ancor meno che alle idee, non gli si possono mettere le manette. Io ho il diritto di odiare chi mi pare e di manifestare questo mio odio. Ho diritto di essere razzista e di dichiararlo. Nel momento in cui però torco anche un solo capello all?oggetto del mio odio o del mio razzismo, devo essere accompagnato d?urgenza nelle patrie galere e punito con leggi adeguate. Il discrimine, lo ripetiamo, è l?azione, è la violenza, anche la più piccola. Infine la strada delle epurazioni, di ideologie, di simboli, di persone, oltre che grottesca (non potremo più portare, nell?Europa Unita, la camicia nera o rossa o bruna o magari anche verde? Dovremo abbattere la Casa della Cultura all?Eur, la Stazione Centrale e il Palazzo di Giustizia di Milano e quel che resta, mi pare la facciata del Museo della pittura di Hitler a Berlino, perché ricordano il nazifascismo? E anche lo "stile Impero", diciamo la verità, è un po? sospetto. E, come nel "1984" di Orwell, Parodia dell?Unione Sovietica sotto Stalin, espungeremo dalle enciclopedie, dai testi e persino dal linguaggio, i termini indesiderabili e i nomi "maledetti") è scivolosa e pericolosa anche per chi la imbocca. Epurare significa eliminare in nome della "purezza", in questo caso della purezza democratica. E, come diceva il vecchio e saggio Nenni, "alla fine trovi sempre uno più puro di te che ti epura".