19.1.05

Toghe alterne
di Marco Travaglio (L'Unità del 18 Gennaio 2005)

C'è almeno un vantaggio, a vivere in un regime. Quello di scoprire il vero volto delle persone. Perchè i regimi hanno almeno questo di buono: tracciano confini netti, chi non è con loro è contro di loro, sicchè costringono la gente a scegliere, a schierarsi, a gettare la maschera. E, nei regimi, anche il non schierarsi diventa una scelta di campo: ovviamente a favore del regime. Fanno quasi tenerezza i terzisti di destra e di sinistra, quelli che un mese fa attaccavano Prodi per aver definito mercenari i mercenari di Berlusconi, e ora non trovano una parola per definire l'ultima sparata del ministro Buttiglione che dà del «pedofilo» a Daniel Cohn-Bendit e l'ultimo delirio del ducetto - collegato telefonicamente dalla clinica con gli azzurri in settimana bianca - sui «comunisti portatori di miseria, terrore e morte». Comunisti italiani, s'intende (quelli che in cinque anni di governo gli lasciarono le tv e gli levarono i debiti, invece del contrario). Perché Berlusconi gli orrori del comunismo li denuncia in Italia, salvo scordarsene a Mosca e a Pechino.
Gli effetti del regime si sono misurati anche sabato nelle inaugurazioni dell'anno giudiziario. La stragrande maggioranza della magistratura, sentendosi un bersaglio fisso del regime, s'è schierata apertamente contro (anche giudici conservatori come il Pg di Genova, che ha evocato il Piano di rinascita di Licio Gelli). Ma c'è pure una ristretta minoranza che, affascinata o intimorita dal regime, ha fatto finta di niente. Da una parte le moltissime toghe che uscivano mentre gli emissari del regime entravano. Dall'altra parte le pochissime toghe che entravano, o restavano (senza parlare di quelle che collaborano, come il giudice che ha denunciato a un politico governativo il segretario dell'Anm Fucci per l'sms sul ducetto). E dire che il regime aveva organizzato una serie di provocazioni talmente indecenti da rendere davvero improbo il compito ai magistrati terzisti. A Milano il governo ha inviato il giudice Angelo Gargani, fratello del più noto Peppino (responsabile giustizia di Forza Italia): cioè il presidente di tribunale a Roma che nel 2002, cooptato dall'ingegner Castelli al ministero, lasciò giù il processo che portava avanti da sei anni sulle mazzette della cooperazione proprio alla vigilia della sentenza, e che ripartì praticamente da capo garantendo agli imputati la sospirata prescrizione. Scelta perfettamente coerente, nell'anno giudiziario dedicato alla denuncia delle prescrizioni: ad ascoltare quella del Pg Favara, in Cassazione, c'era il più grande collezionista di prescrizioni (sei, su dieci processi) che la Storia ricordi: il presidente del Consiglio. A Palermo, com'è noto, s'è paracadutato l'Ingegner Ministro in persona. Il quale, non contento di esibire la sua faccia, già di per sè significativa, ha pure preso la parola per «sfidare gli intelligenti» (impresa pienamente riuscita) e paragonarsi al «fanciullo della fiaba di Andersen che grida 'il re è nudo'». Metafora geniale, per uno che ha lasciato la Giustizia in brache di tela. Come se non bastasse l'Ingegner Fanciullo, in sala c'era pure il governatore Totò Cuffaro, in rappresentanza degl'imputati. Una specie di fiera del tartufo, alla presenza di pochi intimi: le cosiddette autorità. Fiutando l'aria, l'Anm palermitana all'unanimità aveva deciso di inaugurare l'anno giudiziario prima nel piazzale della Memoria (che ricorda i martiri dell'antimafia), poi in un'altra aula del palazzo di giustizia. Ma il procuratore generale e il presidente della Corte d'appello si son presi paura e hanno pensato bene di negarle l'ingresso, almeno finchè era in corso la fiera del tartufo. Così centinaia di giudici e pm di tutte le età, le correnti, le funzioni e le sedi (Palermo, Marsala, Sciacca, Trapani, Agrigento) sono rimasti fuori, mentre dentro l'imputato Cuffaro era comodamente assiso in poltrona, a poche decine di metri dall'aula in cui in febbraio verrà processato per favoreggiamento alla mafia (essendo le accuse di concorso esterno in associazione mafiosa e di rivelazione di segreti cadute nel frattempo). E a qualche sedia di distanza dal procuratore capo che rappresenterà l'accusa residua. Probabilmente Grasso non poteva fare altrimenti, come del resto gli altri capiufficio. Ma il presidente del tribunale Giovanni Puglisi è almeno passato in piazza a solidarizzare con i colleghi. Il pm Gioacchino Natoli, uno degli epurati dell'antimafia palermitana, ha osservato: «Oggi si misura sul campo il vero grado di indipendenza di ciascun magistrato rispetto ai desideri, anche impliciti, dei potenti di turno». Il procuratore s'è sentito chiamato in causa e ha replicato con dichiarazioni piuttosto infelici: «Facile cercare la propria indipendenza protetti dal branco» (Ansa), «Quella era una manifestazione sindacale, roba da Cobas...» (La Stampa). Pare che i pm della sua Procura (tutti in piazza, tranne l'aggiunto Pignatone) non abbiano gradito la degradazione animalesca a «branco» e l'accostamento ai duri del sindacato di base che paralizzano i servizi pubblici. Ma in fondo non è questa la filosofia della controriforma dell'ordinamento giudiziario: al vertice, un gerarca onnipotente e, ai suoi piedi, il branco?
Il mio amico comunista
(Cosmo de La Fuente)

Malgrado il freddo dicembrino quella giornata del 1978 era cominciata bene, mi ero alzato alle 6.45 come ogni mattina ed ero arrivato a scuola con un po’ di anticipo come di mia abitudine. Com’era diversa la vita in Venezuela, pensai, il freddo non si sa cosa sia. Ero infatti da poco arrivato in Italia, mio padre dopo anni di lavoro all’estero aveva deciso di rientrare in Italia, non riusciva a starne lontano e noi figli ci eravamo rassegnati, avevamo salutato per sempre il paese dov’eravamo nati e cresciuti.
Quel giorno conobbi Tony, mi sembrò un tipo a posto e malgrado non parlassi ancora un italiano correttissimo mi avvicinai a lui e commentai qualcosa circa un lavoro che ci aveva assegnato un insegnante. Da quel giorno diventammo amici, presi a frequentare la sua casa e lui la mia, scoprii che sua madre e la mia erano nate in due paesi della Campania a pochi km di distanza l’uno dall’altro. Studiavamo insieme, il sabato e la domenica uscivamo, lungi da noi discorsi di tipo politico e quant’altro che potesse in qualche modo nuocere il normale andamento della nostra amicizia, anche perché non m’interessavo proprio a queste cose.
Un giorno però Tony mi telefonò a casa e mi chiese di vederci al solito bar a metà strada, dov’eravamo soliti incontrarci. Capii che c’era qualcosa che non andava, la sua voce aveva toni inquietanti e durante il tragitto in autobus pensai che il mio amico aveva qualcosa che lo preoccupava e avrei fatto di tutto per aiutarlo.
Arrivai al bar e lo vidi già seduto a un tavolino, mi sedetti anch’io e lui guardando fisso il posacenere cominciò a parlare così: - Carlos…sono imbarazzato devo dirti qualcosa che non vorrei dire, ma sono costretto. Mio padre non vuole che io abbia a che fare con te – Mi sentii un tuffo al cuore e nell’incredulità non riuscii a dire niente ma dalla mia bocca uscii solo la parola ‘perché’. Tony continuo: - mio padre dice che tu appartieni a una famiglia di capitalisti, del tipo filo-americana e dice anche che tuo padre è titolare di un’azienda, mentre lui è un povero operaio attivista di sinistra, di quelli che partecipano alle manifestazioni contro il potere capitalista, ai picchetti, agli scioperi, ecc. ecc. quindi non può accettare che io sia amico tuo – A quel punto replicai e gli dissi che mio padre era sempre stato un operaio, che era emigrato in cerca di fortuna e che se era riuscito a fare qualcosa gli era costato anni di sacrifici all’estero e lontananza dal suo paese natio e che qui la sua azienda era solo qualcosa di piccolo con pochi dipendenti…niente di più. A nulla servirono le mie spiegazioni, la nostra amicizia era stata rovinata dalla politica questa sconosciuta, da qualcosa di cui io non mi ero mai occupato. Imparai ad odiare questo modo di fare e da quel giorno cominciai a guardarmi intorno e conobbi simpatizzanti di sinistra e simpatizzanti di destra. Potei constatare che il Comunista doc, quello che andava in giro con l’eschimo, la borsetta fatta all’uncinetto e che sedersi a terra era il suo massimo concetto di aggregazione, arricchito al massimo da una canna in compagnia, per intenderci, era posseduto da un’invidia lacerante rivolta a tutto quello che intorno a lui aveva una funzione attiva ed emancipata.
Ancora oggi è così, il comunista è attaccato al vecchiume, ma non nelle tradizioni e usanze che anch’io apprezzo, ma nei concetti che servono solo a inceppare il complicato funzionamento dei rapporti sociali. Il comunista tipo ha sempre da scaricare la colpa a qualcuno se qualcosa nella sua vita non va, non utilizza il suo tempo a rinnovarsi bensì lo perde a odiare chi invece si fa il mazzo per raggiungere obiettivi di rilievo nel campo professionale. Riduce tutto alla parola ‘capitalista’. E’ esperto nel linguaggio subdolo, si attacca alle caratteristiche fisiche delle persone che hanno pensieri politici e sociali diversi dai suoi per deriderle, e conclude il discorso definendoti un fascista. Troppo comodo.
Non si tira su le maniche, per lui è più semplice sparlare di tutti dal suo anemico punto di osservazione e adora auto commiserarsi e addossare le colpe dei suoi fallimenti a tutti tranne che a sé stesso. Il suo male è proprio questo, non è capace di edificare nulla, si crogiola nel cumulo di macerie che egli stesso ha procurato con fare autolesionista dice che il suo paese è marcio, che i capitalisti hanno rovinato la società, che l’America è la sede di tutto il male nel mondo, e bla bla bla.
Dopo qualche anno di esperienze varie ho capito che il Comunismo è una specie di virus degradante che oltre che autoledersi (il che è un bene) danneggia anche gli altri, è un virus che rallenta il normale andamento della vita di tutti i giorni come i virus nel web rallentano i computers…si proprio i computers simbolo della modernizzazione tecnologica dei nostri tempi. Forse preferite ancora gli emanuensi.
Il Comunismo è morto e sepolto e la nostra società ha bisogno di operatività, lavoro professionale, investimenti anche da parte degli industriali per aumentare il lavoro. L’Italia non può e non deve retrocedere a cento anni fa. Vorrei soltanto dire a quanti, dopo aver letto il mio precedente intervento dal titolo ‘italiani…popolo autodistruttore’, mi hanno accusato di capitalismo e di avere chissà quali affari nel mondo, che di affari purtroppo non ne ho, che il mio mestiere e fin troppo noto, facile da scoprire, che sono sono un capitalista e che se avessi affari per il mondo starei solo lavorando e non commetterei niente di male e magari potrei offrire del lavoro ad altri. Continuo a dire che apprezzo Silvio Berlusconi perché modernizza e rende laboriosa un Italia che merita di stare tra i paesi industrializzati nel mondo.
Cari comunisti interrompete quello sguardo misto tra compassione a sufficienza, non sentitevi sempre così intelligenti, non siate presuntuosi, invidiosi, taccagni, egoisti e miseri. Adoperatevi a migiore la nostra società, il Comunismo è roba del passato…per fortuna!
Dal giorno in cui il mio amico mi fece questo discorso cominciai a odiare il vostro modo di pensare e di confrontarvi con gli altri, questo stupido modo di fare che tradotto in linguaggio di tutti i giorni significa soltanto miseria.

18.1.05

All'ultimo stadio
"Contrordine" di Alessandro Robecchi

Forse la statistica non è una scienza esatta, ma qualcosa conta. Per esempio, è statisticamente difficile che uno si faccia truffare due volte allo stesso modo. Potranno fregarlo forse in altri mille modi diversi (e lo fanno!), ma non proprio alla stessa maniera in cui l'hanno già derubato una volta. Eppure, ecco qui: battendosi come leoni contro la statistica (e la logica) pare che gli italiani non siano particolarmente indignati di fronte all'annuncio della nuova priorità nazionale: costruire nuovi stadi. Abbiamo bisogno di nuovi stadi come il pane, in effetti. Vorremmo ospitare gli Europei di calcio del 2012 e quindi è assolutamente prioritario costruire nuovi bestioni in cemento armato. Quelli vecchi non vanno bene, dopotutto li abbiamo rifatti soltanto quindici anni fa. Siamo un paese dalle mille risorse, e ci rifacciamo gli stadi più frequentemente di quanto la signora Pina si rifà il tinello.

Dicono le cronache che il monarca in carica fosse titubante. Dopotutto, a una popolazione che si schianta in treno perché si risparmia sulla sicurezza potrebbe non far piacere di dedicare tanta energia per ricostruire cose che già esistono. Ma pare che Franco Carraro - un grande collezionista di presidenze - abbia sventolato sotto il naso del re un bigliettino con scritto che il Portogallo con gli Europei di pallone ha aumentato di un punto il suo prodotto interno lordo.

Il re, con gli occhi a dollaro, ha dato la sua benedizione. E rieccoci qui a costruire stadi. Il dolce sapore della nostalgia ci pervade se ripensiamo all'ultima volta che ci siamo rifatti gli stadi. Notti magiche. Il pupazzo Ciao... deliziose madeleine di quando eravamo tanto fessi da pensare di essere ricchi.

Qualche imbecille ci disse che per ospitare i Mondiali dovevamo avere stadi coperti. Ed eccoci lì a dannarci l'anima per coprire gli stadi. Nessun mondiale dopo di quello ebbe stadi coperti: fu uno scherzo, insomma. Spendemmo 1.248 miliardi di lire, appena l'84 per cento in più del preventivo iniziale. Alcuni lavori sforarono di oltre il 200 per cento (Torino). Si diede lavoro a molta gente e soprattutto alle procure della Repubblica che per anni hanno indagato su quella nostra inesausta voglia di rifare gli stadi. Alcuni lavoratori edili cascarono dalle impalcature, mi pare il minimo per un paese civile. Alcune mirabolanti realizzazioni come stazioni e infrastrutture si possono ancora osservare mentre marciscono allegramente, inutilizzate e coperte di erbacce.

Fu l'ultimo ballo del craxismo imperante e, a pensarci adesso, proprio molto simile a una serata di gala sul Titanic. Sembra un film in costume, ma sono passati appena quindici anni. Capirete che gli stadi non vanno più bene.

Si dirà che quella classe dirigente fu spazzata via, che dopo tanti guasti siamo ora in grado di ricostruire il Paese e soprattutto, gli stadi. Eppure, scorrendo l'indice dei nomi, ecco molti casi di omonimia. Naturalmente il Franco Carraro che oggi è presidente della Federazione Gioco Calcio (oltre che consigliere di amministrazione di Capitalia) non ha nulla a che vedere con il Franco Carraro di allora, che era sindaco di Roma, presidente dell'organizzazione dei Mondiali. E del resto nemmeno l'attuale monarca è lo stesso Silvio Berlusconi che quindici anni fa era presidente del Milan, palazzinaro (e costruttore di stadi). Si tratta dunque di una classe dirigente completamente nuova e diversa, che chiede giustamente di superare le malefatte del passato e di costruire finalmente dei nuovi stadi, di cui abbiamo tanto bisogno. Come direbbe Biscardi «tutta l'Italia lo vuole!».

Ora basta con i bei ricordi, corriamo tutti a costruire nuovi stadi, presto! Carraro ha lanciato l'idea e Berlusconi l'ha subito accettata e benedetta. Un punto di prodotto interno lordo! Ma ve lo immaginate? Programmazione? Pianificazione e urbanistica? Sono cose da comunisti che certo non hanno nulla a che fare con il gioco del pallone. Quindici anni fa volevamo stadi grandi. Ora vogliamo stadi piccoli con il ristorante, la piscina e la sala da the. E' la normale evoluzione di un paese, il procedere del suo sviluppo culturale. Si fa notare, con gentilezza, che allora furono sperperati denari pubblici, mentre oggi si punta sui privati, garanzia di serietà. Tipo Cirio, tipo Parmalat, per intenderci, quelli che si facevano i conti in banca coi trasferelli. Poche storie, comunque, è un fatto che abbiamo impellente e insopprimibile bisogno di nuovi stadi. E che anche questa volta ci sarà un Franco Carraro a vigilare, attentissimo e severo, che vada tutto bene. Tranquilli.

17.1.05

La prescrizione è uguale per tutti
di Marco Travaglio (L'Unità del 14 Gennaio 2005)

Di certa gente non si riesce mai a pensare abbastanza male. È il caso, per esempio, del neosottosegretario alla Giustizia Luigi Vitali, Gigetto Salvapreviti per intenderci. Il Corriere gli ha chiesto che ne pensasse dell'anatema del Pg Francesco Favara contro la sua legge che dimezza la prescrizione per centinaia di reati e migliaia di imputati al solo nobile scopo di sistemare il processo all'amico Previti. Già il fatto che il procuratore generale della Cassazione si sia dovuto occupare di questo principino del foro di Francavilla Fontana, balzato ai disonori delle cronache per una legge che lui stesso ha definito «una porcata meno porca di altre», ha provocato nel nostro un brivido di emozione. Poi, riavutosi dalla botta, ha esternato: «Chiaramente questa è una visione autoritaria dello Stato. Solo i regimi autoritari concedono allo Stato la pretesa punitiva assoluta imprescrittibile. Invece dev'esserci un tempo ragionevole, certo, nel quale il cittadino deve essere processato. Noi abbiamo reso la prescrizione uguale per tutti».
Ecco: un tempo era la legge a essere uguale per tutti. Ora è la prescrizione. Che diventa un diritto naturale, come l'acqua, l'aria, l'acqua, il pane, il lavoro. La prescrizione è democratica («uguale per tutti»), mentre la condanna è autoritaria. In quale sede del Cepu o della scuola Radioelettra il pover'uomo abbia studiato la storia e il diritto comparato, non è dato sapere. Ma, a suo modo, non ha tutti i torti. Perché la diversità dell'Italia dal resto del mondo libero è tale che i casi sono due: o l'Italia non è più una democrazia (del che esistono parecchi indizi), o non lo sono più tutte le altre. Gigetto, ovviamente, sceglie la seconda: sono autoritari tutti gli altri. Per esempio gli Usa dell'amico Bush e la Gran Bretagna dell'amico Blair, dove la prescrizione di fatto non scatta mai perché il 90 per cento dei processi si chiudono col patteggiamento o col rito abbreviato, non esiste appello nel merito se non in presenza di fatti nuovi, e chi presenta ricorsi infondati e pretestuosi per perdere tempo viene mazzuolato con multe talmente salate da fargli passare la voglia.
Se Gigetto avesse davvero a cuore la durata dei processi, si batterebbe per ridurre i gradi di giudizio o per cancellare i cavilli da azzeccagarbugli: se invece accorcia la prescrizione, le aspettative di farla franca aumentano e così, di pari passo, i tempi dei processi. Si pensava che Gran Bretagna e Stati Uniti fossero le culle della democrazia e del «common law». Ma per Gigetto Cepu sono stati autoritari anch'essi: non garantiscono ai colpevoli il loro sacrosanto diritto alla prescrizione. Perchè - lo ricordiamo - la prescrizione non riguarda gli innocenti (per quelli c'è l'assoluzione): riguarda i colpevoli. Tipo Andreotti e Berlusconi, per dire. Gente che sarebbe in galera in qualunque altra parte del mondo. Quello autoritario, s'intende. In Italia no: uno è senatore a vita, l'altro capo del governo. La forza della democrazia.
Ora bisognerà correre a riscrivere i libri di storia, che continuano a definire autoritari gli stati in cui il potere politico manomette i contropoteri, perseguitando la stampa libera e la magistratura indipendente; e in cui gli oppositori vengono arbitrariamente processati per fatti leciti.
Nella nostra Italia finalmente democratica dopo 50 anni di comunismo, per esempio, accade che il ministro della Giustizia - e quindi il Pg della Cassazione - trascini dinanzi al Csm per il processo disciplinare due pm, Colombo e Boccassini, colpevoli di un gravissimo illecito: aver opposto agli ispettori ministeriali il segreto investigativo su un fascicolo coperto da segreto investigativo, che però interessava tanto a Previti e Berlusconi. Il Tribunale di Brescia e il Csm hanno già stabilito che i due pm applicarono la legge, mentre la Procura di Brescia ha indagato Previti per averli calunniati. In una democrazia vera, chi tiene segreto un segreto viene premiato: da noi viene processato da chi ha tentato abusivamente di violare quel segreto.
Nella nostra Italia finalmente democratica accade pure che gli stessi ispettori ministeriali chiedano alla Procura generale di Napoli una relazione su Carlo Fucci, il segretario dell'Anm denunciato al governo da uno zelante collega per un altro grave illecito: aver girato agli amici, la sera di Capodanno, un sms di presa in giro al premier. Sentito informalmente dal capo dell'ispettorato, Fucci ha ammesso il fatto, spiegando che era uno scherzo. E ha fatto malissimo a rispondere: in una democrazia liberale, la vita privata è sacra e inviolabile. L'illecito è dei delatori che hanno rivelato l'sms, non di chi l'ha inviato. Ma il regime è giunto a tal punto da indurre un magistrato a giustificarsi per un atto pienamente lecito che non può e non dovrebbe esser sindacato da nessuno. L'unica risposta corretta, alle domande sull'sms, era questa: «Sono cazzi miei». Ma c'è tempo per rimediare. Se gl'ispettori tornassero a visitarlo a domicilio, il dottor Fucci si faccia trovare in mutande, circondato da tre bionde in perizoma, con uno spinello in bocca e un bicchiere di whisky in mano, davanti al televisore acceso su un film hard. Così magari capiscono l'antifona, e si dedicano a qualcosa di più serio. Tipo farci sapere quanti colpevoli la faranno franca grazie al Salvapreviti.
Gigetto alla prima porcata
di Marco Travaglio (L'Unità del 12 Gennaio 2005)

All'inaugurazione dell'anno giudiziario erano presenti ieri il presidente Ciampi, in rappresentanza degli italiani incensurati, e il premier Berlusconi, in rappresentanza degli imputati prescritti. Doveva aver saputo, il Cavaliere, che si sarebbe parlato della piaga delle prescrizioni: cioè di lui. Infatti sorrideva tutto soddisfatto: quello che per il Pg Favara è una catastrofe - «la prescrizione sempre più frequente che vanifica il processo penale» per lui è manna dal cielo. Favara ha pure denunciato il malvezzo di fare «sconcertanti processi paralleli in tv»: infatti, in sala, c'era l'avvocato Taormina. C'era anche - presenza inspiegabile, visto che si parlava di giustizia - l'ingegner Roberto Castelli. E' colui che - come da Contratto con gli italiani - avrebbe dovuto «ridurre sensibilmente il numero dei reati» e ridurre i tempi dei processi. Il Pg della Cassazione, dopo avergli demolito a una a una tutte le cosiddette «riforme», ha comunicato che i reati sono aumentati (+3,7%) e i processi si sono allungati. Il Contratto era una truffa e infatti - assicura Favara - «le truffe sono raddoppiate». Ma l'ingegner ministro non deve aver capito, tant'è che all'uscita era tutto giulivo: «Per la prima volta la relazione del Pg contiene più luci che ombre». Giubilo comprensibile. Castelli pensava che, dopo tre anni di cura Castelli, la Giustizia fosse morta. Invece ha appreso dal Pg che è solo «in stato comatoso». Un successone. Si capisce, a questo punto, perchè le telecamere di Rai1, collegata in diretta, indugiassero sulle volte affrescate della sala e il telecronista Francesco Giorgino si soffermasse estasiato su un mirabile dipinto raffigurante un uccello.
Ora le inaugurazioni del Danno Giudiziario proseguono nei vari tribunali. Castelli sarà a Palermo, dove riceverà un'accoglienza degna di lui. Negli altri tribunali sguinzaglierà i suoi emissari. A Milano non vuole andarci a nessuno. Il sottosegretario Michele Vietti, memore delle contestazioni rimediate nella natia Torino, si arrampicherà fino a Trento. È considerato l'ala «ragionevole» di Via Arenula. E in effetti, visti gli altri, sembra Cavour. Nel maggio scorso, a un convegno torinese sulla questione morale, accusò i magistrati: «Sulla riforma rifiutano il dialogo col governo, mi ricordano Bertoldo, che non trovava mai l'albero a cui farsi impiccare». Così fu chiaro a tutti lo scopo della controriforma: impiccare i giudici. Il pubblico esplose in un ironico applauso. Ma Vietti, non contento, si fece ancora del male: «Sono contrario a cambiare di nuovo il falso in bilancio: una nuova riforma farebbe sospettare che la precedente sia stata fatta per salvare dal processo qualche imputato in particolare». Il pubblico, chissà perché, pensò a un imputato in particolare. E si fece altre grasse risate. Fu allora che Vietti, per un impegno urgente, lasciò la sala.
Ancora incerta la destinazione dell'altro sottosegretario alla Giustizia, l'avvocato brindisino Luigi Vitali (FI), detto familiarmente il Salvapreviti per essersi caricato sulle spalle la croce della legge omonima. Favara chiede di allungare i termini di prescrizione? Lui li accorcia, allungando vieppiù quelli dei processi. Ma Gigetto Salvapreviti ha pure una straordinaria qualità: spesso e volentieri, confessa. In due memorabili interviste a Repubblica, ammise coraggiosamente di evadere le tasse («Guadagno 220mila euro dichiarati». Nemmeno un po' di extra in nero? «Condonati»). Poi, sulla sua creatura, concesse: «Non nego che la legge in qualche modo possa servire a Previti». E non negò nemmeno che l'amico Cesare se ne fosse interessato: «Solo una volta Previti mi ha chiesto: "Hai messo mano a questa cosa?"». E lui mise mano. Anche Berlusconi lo chiamò: «Si è voluto informare sulla qualità di questa legge: "Molti giornali scrivono che è una porcheria - mi ha detto - tu che ne dici?". Io gli ho risposto: !Guarda, presidente, è molto meno porca di quel che si dica"». Rassicurato da quel «molto meno porca», il premier lo incoraggiò: «Vai avanti». E lui andò: Salvapreviti approvata, Vitali promosso sottosegretario proprio alla vigilia del suo 50° compleanno, mentre la stampa del paesello natìo festeggiava «il primo francavillese della storia a entrare nel Governo Italiano». Berlusconi gliel'aveva promesso: «Se quella cosa andrà a buon fine...». E ci è andata. Spontaneamente: «Non posso escludere che l'amico Previti abbia sostenuto la mia legittima aspirazione. Diciamo che è molto molto probabile». Ma non solo per la Salvapreviti: Gigetto ha ben altri meriti da vantare: «Ho lavorato al falso in bilancio, a tanti altri provvedimenti». Tutte porcherie, ma sempre meno porche di quelle che verranno. E poi le esternazioni, a getto continuo, ai ritmi di un James Bondi. Piccolo florilegio: «La Boccassini rappresenta solo una parte del processo Sme, e sicuramente non la migliore» (molto meglio gli imputati); «I magistrati si contrappongono al governo coalizzandosi con altre fasce sociali e magari con girotondini e no global»; «Se dovessero proclamare lo sciopero, sarebbe un atto proditorio a sangue freddo»; «Per fortuna la costituzionalità dell'ordinamento giudiziario non la decide il Csm nè il centro-sinistra». Infatti, per fortuna, l'ha decisa Ciampi. Perchè Gigetto ha anche questo di buono: si porta rogna da solo.

16.1.05

RELAZIONE DEL PROCURATORE DI TORINO GIANCARLO CASELLI
INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO 2005


Autorità, Signore e Signori:

Vi ringrazio – innanzitutto – per la Vostra presenza. L'attenzione, partecipe e sensibile, che così dimostrate ai problemi della giustizia e della magistratura, ci onora. E ci sprona ad impegnarci sempre di più (con la preziosa collaborazione del personale amministrativo e della polizia giudiziaria) per rendere un servizio che non sia troppo distante dalle sacrosante pretese dei cittadini.
Quest'anno – come avrete notato – non è stato possibile stampare la relazione del Procuratore generale. Il libretto distribuito (oltretutto in un numero assai limitato di copie) contiene soltanto le statistiche elaborate dal Ministero. Nel libretto sono anche ricordati, con rimpianto, tutti coloro che ci hanno lasciati. Qui voglio aggiungere il dott. Umberto Agnelli, che tanta parte ha avuto nella storia della città di Torino.
L'impossibilità di stampare la relazione è diretta conseguenza dell'insufficienza dei fondi stanziati per le spese d'ufficio. Insufficienza talmente grave e soffocante, che nel luglio scorso i Procuratori della Repubblica del Distretto, dopo due incontri dedicati all'esame della materia, hanno incaricato il Procuratore generale di scrivere una nota al Ministro della Giustizia e ai suoi collaboratori, per segnalare l'insostenibilità della situazione.
Riassumo la nota nei suoi principali passaggi:
• La situazione si sta avviando – quanto ad efficienza e funzionalità – verso la soglia della ingestibilità, mettendo in forse la stessa sopravvivenza degli uffici;
Vi è un abisso ormai cronico tra quanto viene assegnato e le richieste, pur essendo tali richieste motivate in base a ciò che non può non essere speso e nel quadro di un faticoso, quotidiano monitoraggio che riesce sì a comprimere la spesa, ma con effetti spesso mortificanti, difficili da spiegare all'interno dell'amministrazione e ai terzi utenti;
• Per gli uffici di Procura del nostro Distretto, nel 2004 sono stati assegnati euro 241.115,00 - a fronte di una richiesta quasi doppia, pari ad euro 439.657,47;
Proseguendo su questa strada si rischia la paralisi o quanto meno un pesante rallentamento dell'attività;
• Negli adempimenti di segreteria, sta comunque diventando impossibile soddisfare le esigenze di celerità e tempestività (valori costituzionali posti a presidio della ragionevolezza dei tempi processuali, fondamento principe del giusto processo);
• Negli uffici del Distretto, si noti, non v'è traccia di spese voluttuarie o sovrabbondanti;- le attività che si son dovute ridurre appartengono tutte ad altra categoria;- ad esempio, non si possono più fornire testi normativi aggiornati (indispensabili anche per il diluvio di innovazioni che da anni contraddistingue la normazione penale, civile e processuale);- ai magistrati onorari in servizio alla Procura di Torino non possono essere fornite toghe (anche per uso collettivo) da indossare in udienza, come il decoro della funzione vorrebbe;- per far comunque fronte ad alcune urgenze, si è spesso costretti ad "accettare" il supporto di una qualche pubblica amministrazione locale, con evidenti rischi anche d'immagine.
La nota del luglio scorso al Ministro e ai suoi collaboratori si conclude con le considerazioni seguenti:
• Siamo sicuri che mai presso il Ministero della Giustizia si è anche solo ipotizzato che gli Uffici giudiziari debbano far meno o far peggio o far più lentamente per calibrare resa e costi, produzione e somme spendibili. Lo escludono il rispetto dovuto al lavoro giudiziario e quello dovuto alle tante persone (indagati, imputati, persone offese, parti nel processo civile, avvocati e semplici richiedenti atti o certificati) che tutti i giorni si affannano nelle nostre cancellerie e segreterie per ottenere ciò che di solito è loro diritto e deve essere loro garantito;
• La tendenza all'impoverimento delle potenzialità e delle stesse possibilità di lavoro degli Uffici, s'accompagna a ripetuti e costanti inviti e moniti a spendere sempre meno e razionalizzare la spesa (formula elegante per esprimere il primo concetto). Comprendiamo questi inviti e moniti, ma li consideriamo per certi versi impropri, poiché sembrano ignorare – con burocratica miopia – la serietà e fatica con cui ci si è condotti in questi ultimi anni sul fronte del contenimento della spesa. Ciò che è essenziale tale rimane e non può essere ridotto (del superfluo o di quello che costituiva decoro formale si è perso il ricordo da lungo tempo). Nessuna regola economica, di bilancio o di spesa pubblica può intaccare l'essenziale. Infatti, se si toglie l'essenziale si impedisce o si taglia la stessa attività cui gli Uffici del Distretto sono istituzionalmente chiamati.
Alla nostra lettera il Ministero ha subito risposto, segnalando un leggero aumento degli stanziamenti del 2004 rispetto al 2003;- sottolineando i problemi derivanti dal "decreto taglia spese";- condividendo in ogni caso "l'allarme paventato, in quanto esso rappresenta la situazione di tutti gli uffici giudiziari d'Italia";- rivendicando infine la propria buona volontà per la soluzione di tali problemi.
Nessuno, ovviamente, pone in dubbio questa buona volontà. Ci mancherebbe. Ma il problema è diverso. Costringere gli uffici a contenere la spesa entro limiti sganciati dalla realtà, fissati a priori in base a valutazioni di carattere meramente "ragionieristico", senza considerare più di tanto le concrete, specifiche esigenze del settore giudiziario, potrebbe avere un senso se analogo contenimento fosse Imposto ai mezzi in dotazione al crimine e al malaffare, ovvero se si potesse ordinare in qualche modo una riduzione della litigiosità. Ma poiché non risulta che chi delinque si ponga problemi di bilancio nel programmare le sue imprese, né risulta che qualcuno abbia mai pensato di rinunziare a far valere quelli che considera suoi diritti per non gravare sulle finanze dell'amministrazione della giustizia, allora – sarà banale, ma è purtroppo semplicemente vero – impoverire gli uffici giudiziari significa ridurre le possibilità di fare adeguatamente fronte alla domanda di giustizia, penale e civile, che la collettività esprime. Significa rischio di minor sicurezza o di minor tutela dei cittadini.
Di identico tenore le "doglianze" che esprime la magistratura giudicante. La carenza di risorse finanziarie incide fortemente sull'adeguatezza delle risorse materiali disponibili. Per esemplificare si può prendere in esame la sezione GIP del Tribunale di Torino. Continuano ad essere in funzione macchine fotocopiatrici obsolete, che richiedono ripetuti interventi di manutenzione e riparazione (dunque: i frequenti stralci, imposti dai diversi riti alternativi in processi di medie e grandi dimensioni, soffrono tempi necessariamente più lenti, imposti dal materiale inadeguato disponibile). Non tutte le aule di udienza sono dotate di impianti fissi di fonoregistrazione (dunque: se è necessaria la registrazione dell'udienza, occorre coordinarsi tra giudici e cancellerie per trovare la giornata in cui l'aula idonea è libera da altre udienze). La sezione non dispone di uno - neanche uno! - scanner (di conseguenza: più fotocopie, maggiore usura delle fotocopiatrici esistenti, le vecchie e le nuove).
Presso il Tribunale di Torino, il servizio di fono-registrazione delle udienze penali (in molti casi obbligatorio per legge) è a rischio di paralisi. Il 25 giugno 2004 il Ministero ha emanato una circolare con cui ha imposto condizioni uniformi per le gare annuali, fra le quali un prezzo base (per pagina trascritta) inferiore a quello di mercato. La conseguenza è stata disastrosa:
a) una delle due società che ha sempre vinto le gare degli scorsi anni ha deciso di non partecipare al bando per il 2005 ed ha chiuso l'attività, licenziando i dipendenti;
b) le altre imprese invitate non hanno formulato offerte e (seguendo una strategia consigliata dalle loro associazioni nazionali) hanno presentato una dichiarazione comune, giudicando "non congruo" il prezzo indicato dal Ministero.

La gara per il 2005, pertanto, è andata praticamente deserta. Intanto, alla fine del 2004 il servizio è rimasto scoperto al 50% a causa della cessazione di attività, con decorrenza 15 ottobre 2004, di una delle due imprese aggiudicatarie.
Alla impresa superstite è stata concessa una proroga, scaduta la quale – nel febbraio 2005 - il servizio dovrà probabilmente cessare. Non si vedono vie d'uscita, a meno che il Presidente del Tribunale:
- non assuma in proprio la responsabilità di proseguire il servizio in regime di prorogatio (soluzione di dubbia legittimità, suscettibile di reazioni da parte dei concorrenti);
- non indìca una gara a condizioni diverse da quelle ministeriali (soluzione che lo esporrebbe a rischi pressoché certi di responsabilità contabile).

Come non bastasse, l'emergenza dei mezzi si intreccia con quella delle risorse umane. Il Tribunale di Torino soffre di una scopertura nel personale amministrativo - considerate tutte le qualifiche - pari al 18,49% – La percentuale diventa addirittura del 25,40% se si considerano le qualifiche "strategiche". Intorno al 20% è la scopertura della Corte d'Appello, ma vi sono uffici del Distretto che versano in condizioni decisamente peggiori. E le cifre sono tali che davvero non occorrono commenti.
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Il discorso ora svolto per le cosiddette spese d'ufficio può sostanzialmente ripetersi per le cosiddette spese di giustizia. Tradizionalmente esse erano iscritte a "Modello 12", incidevano sul Ministero dell'Economia e delle Finanze, potevano essere disposte di fatto senza limiti, salvi i controlli della Corte dei Conti. Ora le cose sono cambiate, in forza di una legge del 2002 riguardante l'assestamento del bilancio dello Stato, nel senso che le spese di giustizia gravano sul bilancio del Ministero della Giustizia, con previsione per esse di un "tetto" che non si può "sfondare". La riforma (pur presentando alcuni aspetti positivi) rischia di provocare una serie di problemi a catena nel funzionamento degli uffici giudiziari.
Nella seduta 7.10.2003 della Commissione Giustizia del Senato, il Ministro Guardasigilli - definita "assolutamente epocale" la riforma in oggetto - vi ha ricollegato la necessità di «far nascere nel mondo della magistratura la cultura del controllo del 'budget'», ma anche il problema di «intervenire sui principi costituzionali che informano l'azione penale».
Posto che ogni anno non si potrà spendere più della somma stanziata nel capitolo relativo alle spese di giustizia (numero 1360), e che il Tesoro - sottolinea il Ministro - non intende aumentare la capienza volta a volta stabilita, il Guardasigilli ha sostenuto che «bisognerà individuare un soggetto, ad esempio presso l'amministrazione centrale oppure presso le corti d'appello, in grado di monitorare le spese di giustizia, che oggi sono (secondo il Ministro) assolutamente fuori controllo». Ed ha concluso chiedendosi "Quando saranno finiti i soldi, perché saranno stati sprecati, cosa faremo?".
L'interrogativo del Ministro è sacrosanto. Lo sarebbe ancor più se fosse posto con riferimento all'ipotesi che i soldi finiscano anche senza sprechi, com'è ben possibile, per non dire sicuro: visto l'enorme scarto fra la "domanda" degli uffici giudiziari ed il "tetto" decretato dal Governo. Sacrosanto interrogativo, perché comporta (come ha osservato un Senatore intervenendo nel dibattito di Commissione) anche l'esigenza – una volta finiti i soldi – di ... "non farlo sapere ai delinquenti".

Perché si può – e si deve – essere d'accordo che le spese di giustizia abbiano dei limiti e che vi siano adeguati controlli per evitare gli sprechi. Si sa bene, infatti, che le risorse sono limitate e che occorre stabilire delle priorità. Ma devono essere chiare le conseguenze delle scelte operate.

In quest'ottica, è evidente che un taglio secco delle spese di giustizia (aprioristicamente ed irreversibilmente stabilito in base ad esigenze meramente contabili valutate come "in vitro";- senza combinarle con le esigenze concrete delle indagini e delle altre attività di giustizia;- senza nessuna possibilità di adattamento all'effettività delle situazioni da affrontare o delle emergenze contingenti), un taglio secco di fatto potrebbe tradursi in un non indifferente condizionamento dell'attività dell'Autorità giudiziaria, costretta a ridimensionare i suoi interventi e quindi la sua capacità di risposta alla domanda di giustizia proveniente dal Paese. Un Paese in cui i fenomeni criminali (estesi e diffusi come ognun sa) non sono certo frutto dell'immaginazione di qualche "giustizialista", ma la quotidiana realtà, percepita con preoccupazione ed allarme da tutti i cittadini onesti.

Va dato atto al Guardasigilli di aver ben presenti anche questi profili, che egli stesso ha esposto nel corso di un incontro del settembre scorso, in Roma, con i Presidenti delle Corti d'Appello, i Procuratori Generali ed i Dirigenti amministrativi. Quel che a noi sembra giusto chiedere, allora, è che si proceda ad una completa revisione delle voci destinate ad alimentare il capitolo 1360 delle spese di giustizia.

Oggi questo capitolo comprende: "spese per testimoni, spese per custodi, spese per giudici popolari, trasferte per funzioni dei magistrati, patrocinio a spese dello Stato, difensori d'ufficio, ufficiali giudiziari, compensi della magistratura onoraria, intercettazioni telefoniche, altre spese non classificabili" (così il Ministro nella già citata seduta della Commissione giustizia del Senato 7.10.03). Come si vede, sono ricompresse nello stesso capitolo voci tutt'affatto eterogenee. E la singolare conseguenza di ciò rischia di essere che le spese per il gratuito patrocinio e per la difesa d'ufficio vadano a scapito di quelle sostenute dallo Stato per indagare e punire i reati che affliggono il Paese. Anche le prime sono spese necessarie – sia ben chiaro - e però sarebbe giusto collocarle in altro separato capitolo, senza farle incidere sulle indagini e sulle altre attività di accertamento della responsabilità penale.
Quelle per il gratuito patrocinio (ripeto a scanso di equivoci) sono spese necessarie, ma stanno crescendo in misura impressionante, fino al punto che ( insieme alle indennità dei magistrati onorari) finiranno per lasciare ben poco alla spese di giustizia strettamente intese. Troppo poco. Con la conseguenza che si potrebbe persino temere – con paradossale ironia – che alle tradizionali formule di proscioglimento per mancanza di prove se ne possa aggiungere una nuova: assolto per mancanza di fondi…

Il problema, dunque, è grave. Le spese per le intercettazioni telefoniche, le spese per le consulenze tecniche e le perizie, le spese le missioni delle forze di polizia giudiziaria (che andrebbero ridistribuite tra i vari Ministeri interessati, e non fatte gravare esclusivamente sul Ministero della giustizia), tutte queste spese debbono essere ancorate al perimetro dell'effettiva necessità, ma non possono essere compresse al di sotto di questo limite. Evitare gli sprechi va bene, ma non è spreco ciò che risulta (anche a seguito di adeguate verifiche) necessario all'accertamento della verità e alla tutela dei diritti dei cittadini. Se non fosse possibile spendere quel che è necessario per garantire sicurezza e diritti, sarebbero per primi i cittadini a doverne subire pesanti, negative conseguenze.

Senza dimenticare le ricadute sul principio costituzionale dell'obbligatorietà dell'azione penale, che l'indisponibilità di fondi (meglio: la disponibilità di fondi esclusivamente sotto un tetto stabilito come invalicabile dal potere esecutivo, unico ed esclusivo regolatore del "rubinetto" delle erogazioni) potrebbe alla fine svuotare di concretezza.

E non si dica che i guai – in tema di spese di giustizia – nascono dall'eccessivo ricorso alle intercettazioni telefoniche o ambientali. Certo anche qui vi sono problemi di controlli per evitare eventuali sprechi.
Senza mai dimenticare – però – che in un paese in cui la criminalità organizzata ha ancora tanto potere, "sterilizzare" uno strumento d'indagine insostituibile – per considerazioni legate a prospettive che siano non di risparmio controllato ma di….lesina – finirebbe per essere miope. Tanto più in un periodo in cui l'altrettanto indispensabile contributo dei "collaboratori di giustizia" sembra essersi pressoché esaurito.

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Fare un po' di "conti", come ho cercato di fare nella prima parte della relazione, mi sembra di decisiva importanza. Perché, se i "conti" dimostrano un costante, sostanziale impoverimento dell'amministrazione della giustizia, invece che un obiettivo possibile, la giustizia diventa una grande illusione, se non un inganno. Ma in questo modo si alimenta e si rafforza quella sfiducia verso la giustizia che già è ampiamente diffusa fra i cittadini italiani.
Di ragioni (reali o strumentalmente indotte) per non avere fiducia nella giustizia i cittadini ne hanno, purtroppo, davvero molte:
• Soffrono sulla loro pelle i tempi vergognosamente lunghi ed i costi elevatissimi di un processo incomprensibile e farraginoso;
• Rilevano che il servizio giudiziario, oltre ad essere inefficiente, è incapace di produrre – come dovrebbe – eguaglianza;- e che la disuguaglianza è aggravata dalla filosofia dei condoni e delle leggi che, quando non sono "ad personam", sono "sui et sibi", cioè non dettate da interessi generali;
• Avvertono (forse confusamente, ma lo avvertono) che il modello penale "mite" riguarda solo i rami alti della società: come plasticamente indicato dal nuovo art. 624 bis codice penale (introdotto con legge 128/2001), che ha reso il borseggio di pochi spiccioli – nella tavola dei valori tutelati – più grave della miliardaria; e come confermato dalla trasformazione del falso in bilancio in reperto d'archivio;-
• Chiedono sicurezza, ma spesso ottengono soltanto proclami elettorali o campagne mediatiche di vuota rassicurazione;
• Sono disorientati dalle polemiche e dai dibattiti a senso unico che accompagnano ogni processo di rilievo (spesso veri e propri "teatrini" costruiti ad arte nei salotti televisivi);
• A forza di sentirselo ripetere in modo martellante, anche da "pulpiti" istituzionali autorevolissimi, alla fine finiscono per credere che sia buono e giusto definire i magistrati "associazione a delinquere" o "cancro da estirpare";
• Ma non si raccapezzano più, quando constatano che proprio a questi "inaffidabili" giudici vengono assegnati sempre nuovi compiti, essendo l'Italia (come sappiamo) il paese in cui persino i campionati di football aspettano – per il calcio d'inizio – il fischio di un Tribunale;
• E ancor meno si raccapezzano se apprendono che nel 2001,2002,2003 e 2004 si sono prescritti – rispettivamente - 123mila, 151mila, 184mila e circa 210mila procedimenti e che a fronte di questi dati impressionanti (in costante, inesorabile crescita), invece di sforzarsi di diminuire i casi di prescrizione riducendo drasticamente la durata dei processi, è in cantiere una riforma che abbatte i tempi entro cui si può accertare se e da chi un reato è stato effettivamente commesso, causando inevitabilmente un ulteriore aumento delle prescrizioni: una specie di resa, di rinunzia alla pretesa punitiva per una fascia estesissima di reati;- l'esatto contrario di un sistema giustizia efficiente e moderno.

Questa sfiducia ( o disorientamento) dei cittadini preoccupa e inquieta. Più che gli insulti di alcuni vertici istituzionali. Perché l'impopolarità nelle stanze del potere, per una giurisdizione indipendente, è fisiologica (talora, per chi voglia fare il suo dovere senza sconti o ammiccamenti, tenendo la schiena dritta, addirittura necessaria). Ma una società che perde la fiducia nella giustizia e nei suoi magistrati è una società a rischio. Inevitabilmente esposta al pericolo di derive patologiche, illiberali e disgreganti.

In democrazia, infatti, la fiducia dei cittadini nella giustizia e nei magistrati non è un optional, ma un elemento strutturale. Perciò, è essenziale per la saldezza della democrazia che questa fiducia sia recuperata. Dove fiducia non significa condivisione di questa o quella decisione (il giudice risolve conflitti e non può – per definizione – essere ugualmente apprezzato da tutti i contendenti). Neppure significa consenso, poiché ai giudici compete decidere in base alle regole, non secondo le aspettative di questo o di quello, si tratti pure della maggioranza del momento. Fiducia significa accettazione del ruolo sociale della giurisdizione, accettazione condivisa da tutti, in un quadro di controllo sociale sull'operato della magistratura e di legittimità di tutte le critiche argomentate.

Nel recupero di fiducia, un ruolo centrale hanno gli stessi magistrati. Prima di tutto sottoponendosi senza riserve a quel controllo e a quelle critiche e assumendosi (ad ogni livello) le responsabilità conseguenti. Poi acquisendo (tutta la magistratura, in ogni sua articolazione) la capacità di un maggior rigore sul versante delle insufficienze, impreparazioni e cadute di professionalità che ancora ci vengono – anche giustamente - rimproverate.
Decisivi sono pure i comportamenti quotidiani. Nella sua carriera, ogni magistrato incontra migliaia di cittadini. Non ne ricorderà quasi nessuno, mentre si può essere sicuri che ognuna delle persone incontrate dal magistrato si ricorderà di lui. E lo giudicherà bene (indipendentemente dal fatto che abbia avuto torto o ragione) se il magistrato sarà stato disponibile e non arrogante, rispettoso delle persone e capace di ascoltarle invece che burocraticamente ottuso, equilibrato ed attento anziché scostante e frettoloso. E' anche in questo modo, giorno dopo giorno, con umiltà, che si conquista la fiducia dei cittadini.

Spetta ai magistrati, inoltre, organizzare al meglio il proprio lavoro, eliminando ovunque si annidino eventuali "sacche di neghittosità". Esigenza di cui i magistrati sono ben consapevoli (come dell'importanza della posta in gioco), al punto da presentare al Ministro – come ANM - concrete proposte di controlli quadriennali sulla produttività, con riduzione dello stipendio per chi non lavori abbastanza. Sono quindi gli stessi magistrati ad aver fatto propria la sfida della professionalità, con proposte che nessun'altra categoria sindacale al mondo ha mai neppure ipotizzato per i suoi associati.

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Ma non spetta soltanto ai magistrati ( neppure spetta soprattutto ai magistrati) operare per il recupero di efficienza e quindi di credibilità dell'amministrazione della giustizia. Una grande occasione, per fare qualcosa di concreto in questa direzione, c'era. In teoria c'è ancora. Era ( ed è) la riforma dell'ordinamento giudiziario. E'stata invece – e c'è il timore che possa continuare ad essere – una grande occasione sprecata.

Il vero problema della giustizia italiana, il problema dei problemi, è la durata eccessiva dei processi. Se i processi non finiscono mai, non c'è giustizia, ma denegata giustizia. Su questo versante innanzitutto un riformatore responsabile ha il dovere di intervenire. E' proprio su questo versante, invece, che la legge delega di riforma dell'ordinamento giudiziario approvata dal Parlamento non contiene niente di niente. Le interminabili, intollerabili lungaggini dei processi non si ridurranno neanche di un piccolissimo giorno. Anzi: la carriera dei magistrati viene pensata come una specie di "concorsificio", con la conseguenza che – dovendo i magistrati distogliere parte del proprio tempo per sostenere un esame dopo l'altro – la durata dei processi è destinata ineluttabilmente a crescere. Ecco perché la riforma – purtroppo - è stata fin qui un'occasione, una grande occasione, semplicemente sprecata.

Fermo l'assoluto rispetto dovuto alle prerogative del Parlamento;- fermo altresì l'inderogabile dovere della magistratura di applicare lealmente tutte le leggi della Repubblica;- vi è tuttavia il diritto-dovere di ciascuno di ragionare intorno alle conseguenze che potrebbero derivare dalla legge, pur lealmente osservandola. Conseguenze obiettive, che prescindono dal tipo di maggioranza contingente e quindi dall'essere al governo questo o quello.
In quest'ottica, è diffusa la preoccupazione che possa trattarsi non di una riforma della giustizia, ma di una riforma dei giudici. Che invece di farsi carico di migliorare l'efficienza del sistema giustizia, si punti ad un altro obiettivo: controllare i giudici, sterilizzare l’indipendenza della magistratura, “colpevole” di aver fatto il suo dovere indirizzando il controllo di legalità non solo verso i deboli e gli emarginati, ma anche (ricorrendone i presupposti in fatto e diritto) verso i “colletti bianchi” e verso le deviazioni del potere.

A questo tipo di controllo dei magistrati inesorabilmente si arriva ogni volta che si svuoti di decisivi poteri il CSM, argine che la Costituzione pone a difesa dell’indipendenza della magistratura . Se si indebolisce questa indipendenza, cede una condizione indispensabile per l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Il rischio è che si torni agli anni Cinquanta. Quando la magistratura era un corpo culturalmente e socialmente inserito nell’orbita del potere dominante. Il rischio è che la scritta “La legge è uguale per tutti”, che campeggia nelle aule dei tribunali, torni ad essere non un’indicazione di percorso concretamente praticabile, ma una vuota formula.

Nella filosofia della riforma, poi, appaiono univocamente delineate solide premesse che porteranno alla separazione non delle funzioni (sulla cui necessità più nessuno avanza dubbi o riserve) ma delle carriere fra PM e giudici. Ovunque (in tutti i Paesi del mondo che la prevedono), separazione delle carriere significa che il PM – per un verso o per l’altro - deve adeguarsi alle direttive del Governo. La storia del nostro Paese ha già conosciuto, nel passato, forme di controllo politico del PM. Sono state esperienze negative. Perché ritornare ad esse oggi? - Oggi, quando alcuni imputati “di peso” (come l’esperienza ci mostra) hanno a volte la tentazione di non considerarsi eguali agli altri di fronte alla legge e di “aggredire” i magistrati che abbiano la ventura di doversi occupare di loro.
Introdurre la separazione, poi, sarebbe in contrasto con quella raccomandazione del comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa agli stati membri (6 ottobre 2000 – punto 18) che richiede “provvedimenti concreti al fine di consentire ad una stessa persona di svolgere successivamente le funzioni di PM e quelle di giudice o viceversa”.

Il nuovo ordinamento disegna un’organizzazione iper-gerarchica delle Procure, mettendo di fatto sotto tutela l’obbligatorietà dell’azione penale. Il dirigente della Procura potrà – se vorrà – comportarsi sostanzialmente come un capo-padrone ed i PM del suo ufficio potrebbero ritrovarsi con ben pochi margini per quell’esercizio dell’azione penale diffusa che ha consentito - negli ultimi decenni – importanti risultati nella tutela di diritti fondamentali come la salute, la sicurezza sul lavoro, l’ambiente.

Tanto più che gli uffici direttivi rischiano di essere assegnati non tanto a chi ha autorevolezza e capacità organizzative, quanto piuttosto a chi viene cooptato dall’alto, posto che i relativi concorsi sembrano congegnati prevalentemente come “prove di omogeneità culturale”. Riesumando quel “buon tempo antico” che Franco Cordero ha scolpito con queste parole: «… i selettori erano alti magistrati col piede nella sfera ministeriale; tale struttura a piramide orientava il codice genetico; l’imprinting escludeva scelte, gesti, gusti ripugnanti alla biensèance filogovernativa; ed essendo una sciagura l’essere discriminati, come in ogni carriera burocratica, regnava l’impulso mimetico».
Nel contempo, la riforma spalanca di fatto le porte ad eventuali forme di controllo politico del Governo (poco importa, ovviamente di quale colore) sull’attività giudiziaria. Estraneità al dibattito culturale - quasi un bavaglio - e conseguente conformismo si profilano come possibile stigma dei magistrati che vogliano evitare noie disciplinari.

In sostanza: tassello su tassello, sembra delinearsi un disegno che potrebbe favorire, nell’esercizio della giurisdizione, la gerarchizzazione e la burocratizzazione, vale a dire un’interpretazione del proprio ruolo che contrasta con una completa indipendenza e con la soggezione dei giudici soltanto alla legge, facilitando altre dipendenze: dal palazzo e dai suoi esponenti, dalle contingenti maggioranze (quale che sia, ovviamente, il loro segno o colore), dai potentati economici o culturali.

E’ per le preoccupazioni ricollegabili a questo disegno che la magistratura italiana si è trovata costretta, con sofferenza, cercando di ridurre al minimo i disagi causati, persino a scioperare. Perché vuole poter continuare ad esercitare le sue funzioni ispirandosi al primato dell’uguaglianza e dei diritti.

Perché ritiene contrario a giustizia e all’interesse dei cittadini che il metro di valutazione degli interventi giudiziari non sia quello della correttezza e del rigore, ma quello dell’utilità, misurata sui rapporti di forza contingenti.

Perché è ben consapevole che la propria indipendenza non garantisce in modo meccanico giustizia, libertà ed uguaglianza per tutti, ma è una delle condizioni per rendere possibile tale risultato. Risultato verso cui la magistratura italiana, pur coi suoi limiti e le sue insufficienze, ha da tempo intrapreso una “lunga marcia”. Ancora incompiuta, è vero. Ma che chiediamo di poter continuare. Senza privilegi o penalizzazioni per nessuno. Semplicemente attuando – per tutti - il controllo di legalità previsto dalla legge, e dando risposta (senza distinzioni) a chiunque deduca la lesione di propri diritti.

Con il messaggio alle Camere che richiede una nuova deliberazione sulla legge delega per la riforma dell’ordinamento giudiziario, il Capo dello Stato - rilevando un palese contrasto con vari articoli della Costituzione5 - ha riaperto la discussione ed il confronto.
Ora il Parlamento è chiamato a valutare i rilievi del Presidente della Repubblica, che sostanzialmente riguardano, da un lato, l’esigenza di non svuotare di effettività i poteri del CSM;- e dall’altro l’esclusione in capo al Ministro di poteri che oltrepassino il limite costituzionale dell’organizzazione e del funzionamento dei servizi, evitando che sia intaccato il principio – fondamentale in democrazia – della separazione dei poteri .
L’auspicio del Capo dello Stato è che alla versione ultima della riforma, partendo da queste basi, si approdi mediante scelte largamente condivise, essendo quella sull’ordinamento giudiziario una legge di diretta attuazione della Costituzione.

La mia speranza è che in questo modo possano svanire molte delle preoccupazioni sopra prospettate. Spero anche che non si dimentichi l’insegnamento del Federalist di Alexander Hamilton: « il giudiziario è senza paragone il più debole dei tre rami del potere e non può insidiare con successo alcuno degli altri due; per questo ogni possibile precauzione deve essere adottata per difenderlo dagli attacchi degli altri. Del pari, sebbene l’oppressione di un individuo possa ora e in futuro esser conseguenza di decisioni delle corti di giustizia, le libertà fondamentali del popolo non possono mai essere messe in pericolo da questa branca del potere; ciò sin quando il giudiziario rimanga effettivamente separato dal legislativo e dall’esecutivo».

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Qui mi fermo. Il quadro che ho ritenuto doveroso tracciare è cupo, per certi versi suscettibile di preoccupanti sviluppi. Per questo, chiedendo scusa a tutti i Colleghi, ho ritenuto di concentrare su di esso la relazione, togliendo spazio al tradizionale resoconto analitico dell’attività della Corte d’Appello, dei Tribunali e delle Procure del Distretto.
In ogni caso, i dati relativi, elaborati grazie ai preziosi resoconti forniti dai Dirigenti dei vari uffici, saranno presto disponibili sul sito web della Procura generale (www.comune.torino.it\procuragenerale).

So bene, e ne voglio qui darne formale testimonianza, quanti lodevoli sforzi siano quotidianamente posti in essere ad Acqui come ad Alba, ad Alessandria come ad Aosta, ad Asti come a Biella, a Casale come a Cuneo, ad Ivrea come a Mondovì, a Novara come a Pinerolo, a Saluzzo come a Tortona, a Verbania come a Vercelli e Torino: nei Tribunali e nelle Procure ordinarie come negli uffici di Sorveglianza e dei Minori.

I risultati complessivamente ottenuti nel Distretto, nel campo civile come in quello penale, con il decisivo concorso della magistratura onoraria, sono di assoluto rilievo, specie se rapportati alle incredibili carenze d’organico che ovunque affliggono il personale ausiliario (è dal 2001 che non si svolge più nessun concorso per l’assunzione di personale amministrativo).
Ma è la possibilità stessa di confermarli in futuro che risulta fortemente a rischio, per i problemi strutturali cui - lo ribadisco – mi è sembrato doveroso limitare le mie considerazioni in questa sede di inaugurazione dell’anno giudiziario, al fine di meglio evidenziare la gravità della situazione generale.

Non si può confidare sempre e soltanto sullo spirito di sacrificio – ai limiti della materiale sopportabilità - dei componenti degli uffici giudiziari.

L’inefficienza non è ineluttabile. Il quadro esistente, per quanto cupo, resta aperto a soluzioni migliorative. Cambiare e migliorare è possibile. Basta volerlo.

Ed è con l’auspicio che si facciano presto, finalmente, concreti passi avanti sul terreno delle soluzioni possibili per il miglioramento del servizio giustizia, abbandonando la strada della mortificazione dell’efficienza e dell’indipendenza della magistratura;-

è con questo fermo auspicio, ringraziando tutti i presenti per la loro cortese attenzione, che Le chiedo – signor Presidente – di voler dichiarare aperto l’anno giudiziario 2005 del Distretto della Corte d’appello di Torino.

11.1.05

L'etica del taglione
"Contrordine" di Alessandro Robecchi

Leggere su un giornale italiano che la tortura, tutto sommato, in fondo in fondo, a pensarci bene, non è poi così male, fa un certo effetto. Ma, pardon, mi correggo, non è tortura, stolto che sono. Il Foglio, l'unico quotidiano al mondo che sa l'inglese (compresi quelli americani e inglesi, ovvio) ci fa la lezioncina: il nuovo ministro della giustizia di Bush (e della nazione, ci mancherebbe!) non ha mai parlato di «tortura», ma di «stimoli» sui prigionieri. E' un decisivo argomento dialettico, una sfumatura: se mai un giorno dovrete stare a Guantanamo inginocchiati per tre anni con una tuta arancione e una buona razione di legnate stimolanti, avrete tempo per riflettere sulla sottigliezza. Dunque, alla fine, la decisione degli Stati uniti di non applicare la convenzione di Ginevra nelle sue attuali guerre in corso non è così male. Dopo Ashcroft che metteva il reggiseno alla statua della giustizia, ecco il signor Gonzales, che fa il suo brillante discorsetto, naturalmente condanna la «tortura», e nel contempo sollecita gli «stimoli». Già mi vedo i prigionieri di Abu Grahib che festeggiano nelle foto e nei filmini. Fin qui siamo, per così dire, alla constatazione di come va il mondo: la prima potenza mondiale eccetera eccetera che fa parlare i prigionieri a suo modo. Un po', credo, come ha sempre fatto. O fatto fare a professionisti ingaggiati sul posto in tutta l'America latina, o con le minoranze interne durante la seconda guerra mondiale, o con gli attori e gli sceneggiatori comunisti di Hollywood, o con le popolazioni indigene eccetera eccetera. Ecco, è la cara vecchia America. Di questi tempi poi, particolarmente impegnata nella dimostrazione dell'antica logica che il più stronzo deve picchiare più forte. Si chiama Impero, credo.

Ma se le guardie imperiali incutono un certo timore, altrettanto non si può dire dei loro uffici stampa, pericolosamente a corto di idee.
L'illuminato ragionamento che giustifica la tortura è il seguente. A) Ci troviamo di fronte a un nuovo nemico e a un nuovo tipo di guerra. B) Dobbiamo usare metodi nuovi. C) Tagliamo le palle a quei bastardi finché non parlano! Vedete anche voi che il ragionamento è deboluccio: si invoca modernità e adeguamento al nuovo nemico e si finisce per usare gli stessi sistemi di venti secoli fa. Senza contare che ogni nemico in ogni guerra è sempre «nuovo», e ogni guerra è sempre una «nuova» guerra, e dunque allegramente ci adegueremo e compreremo nuovi elettrodi e pinze e strumenti stimolanti per sempre «nuovi» prigionieri. Non fa una grinza, ma dal punto di vista culturale - diciamolo - il ragionamento si avvicina più al modello Di Canio che a quello dell'intellettuale colto, sia pure neocon. Urge dunque correre ai ripari. Sì, va bene, tortura, stimoli, costrizioni, convenzione di Ginevra, belle parole. Ma, fateci caso, tutto viene più bello e luccicante se ci spalmate sopra, come una vernicetta trasparente, un po' di etica. Anche le peggiori scempiaggini (torturiamo la gente perché è una guerra nuova, ah, ah, ma chi gli scrive i testi a Ferrara?) sono più digeribili se condite con l'etica giusta. Come per il confetto Falqui, basta la parola: etica! Guardare in faccia questa cosa, cercare informazioni dai prigionieri e non aver paura di usare «stimoli» per convincerli, e dirlo in un'aula del Congresso degli Stati uniti è una cosa etica. Se lo dite con atteggiamento pensoso, magari con un po' di trombonica retorica sul male e il bene, e qualche trucchetto da buon prosatore, chissà, qualcuno può anche cascarci. Bene, salutiamo con un bell'applauso questa new entry del nuovo millennio, la tortura etica. Ora, abbellito e agghindato, reso accettabile dai sottili ragionamenti dei ponzatori e placcato di etica, anche il vecchio caro tubo di gomma per picchiare la gente è sdoganato, accettato, reso più umano e dolorosamente utile. Bisognerà avvertire le maestranze, quei bravi ragazzi americani di Abu Grahib: ehi, gente, tranquilli, è il vostro vecchio manganello, nuovo modello, modello etico.

Anche se, in tutta franchezza, mi sfugge il motivo per cui uno che giustifica la tortura debba poi darsi anche una giustificazione morale. Dico, va bene armarsi di strumenti teorici, è lodevole. Ma se sei arrivato alle pinze roventi, al guinzaglio e alla deprivazione sensoriale, che te ne fai dell'etica?

10.1.05

NON DATEMI DEL NAZISTA
Roberto Grassilli su Macchianera

Ho vissuto e lavorato per anni in uffici dove i dipendenti erano in maggioranza fumatori. Entrando in quegli ambienti alle nove del mattino, trovavo una nebbia azzurrognola già stagnante. Si chiese la cortesia di limitare le sigarette, almeno al mattino e si continuò a chiederlo per parecchi mesi: nessun cambiamento. Gli amici colleghi a cui facevo notare la cosa, reagivano con sorpresa dicendo cose tipo: "cavolo scusa, non mi sono reso conto..." e spegnevano all'istante. Dopo più di un anno così, la direzione decise di proporre la "zona fumatori". Ovvero: la saletta "relax", che non aveva nessuna separazione fisica dagli altri ambienti e che da quel momento divenne off-limit per chi non fumava. Inoltre venne assegnata ai tabagisti la metà dell'open-space. Il quale non aveva alcuno schermo a proteggere l'altra metà. Era, diciamo così, la coraggiosa affermazione di un concetto. Dopo altri mesi, la direzione fece apparire timidi cartelli col divieto di fumo. Nulla. Chi del resto, dopo una serie di discussioni, richieste cortesi e sbottamenti con sfanculata, era diposto a inimicarsi i tre quarti dei colleghi, incaponendosi a far rispettare il divieto? Riprese piede la rassegnazione. Agli occhi arrossati, ai vestiti puzzolenti. Al passare dall'ufficio nebbioso alla tavola calda ugualmente maleodorante. Un non fumatore tollerante come me, continuava a limitarsi a chiedere: per favore, almeno NON mentre mangio, grazie. E le cose sono andate avanti così fino a che ho frequentato quel mondo.
Evitando per anni di polemizzare con chi fuma: cercavo di avere comprensione verso i portatori di un'evidente disturbo, verso chi ha problemi a contenere una propria debolezza. Non potevo pensare che tutte quelle persone che stimavo e apprezzavo sotto mille aspetti, diventassero volontariamente dei prevaricatori, no: doveva essere una patologia. Provate a metterla su questo piano, ripensate all'orrore negli occhi di certi vostri amici davanti ad uno sciopero dei tabaccai e vedrete che il dialogo potrà riprendere. Ed eccoci a questa legge. Non desiderata e non sostenuta da gente come me, cioè adulta e convinta che proibizioni di questo tipo non possono modificare pieghe culturali compresse da decenni di avvallo totale. Però un piccolo disagio lo devo esprimere: quello di sentirmi paragonato, dopo anni e anni di pazienza, ad un totalitarista brutale. Amici, non potete trattarmi così. Mettete da parte le statistiche sul fumo passivo: voi state discutendo di libertà. Nei passati 30 anni da cittadino adulto, in molti, moltissimi casi, la mi unica libertà è stata quella di scegliere fra una stanza dove soffrivo (lo potete accettare questo? Che, al di là di ogni possibile danno da inalazione passiva, chi non fuma patisce fisicamente questa vostra abitudine? ) e l'alzarmi ed uscire. Lo dico anche a quella persona che per me è come un fratello, che doveva smettere se si fosse verificato un fatto molto importante ma che poi, anche davanti all'esito positivo di quella vicenda non l'ha fatto: davvero sono io quello che non rispetta i diritti degli altri? Te lo dico sorridendo, anche perchè pure tu sei uno che cerca di praticare la tolleranza nella vita: non ho mai pensato, tutte le volte che mi facevi scegliere fra una congestione da finestra spalancata in inverno e la camera a gas del tuo ufficio, che mi stessi imponendo uno di quegli esperimenti di resistenza umana tipo Dr. Mengele :-) Forse chi fuma dovrebbe provare a ribaltare il proprio punto di vista: pensate ai decenni di tolleranza che vi sono stati accordati e pensate al cattivo uso che molti di voi ne hanno fatto. Davanti a certe esagerazioni di questi giorni, verrebbe da reagire con uguale veemenza: miei cari, facciamo un po' per uno? Un secolo di prevaricazione a testa, che ne dite? Adesso tocca a voi. Purtroppo anche i miei amici più spiritosi, se fedeli del Gran Monopolio di Stato, su questo argomento perdono ogni capacità autoironica. Allora, dimensionandolo alla portata di questo piccolo problema, mi limito ad un rantolo personale, quello di un non-fumatore consapevole che è da un pezzo che il bue dà del cornuto all'asino, o che Berlusconi dice i media sono in mano ai comunisti. Al mondo capovolto ci si abitua, persino a sedersi sul lampadario swarowsky. Ma per favore, togliete quella icona con la bandiera nazista.

Fumare meno fumare meglio
di MICHELE SERRA (Repubblica.it)

OGNI vizio contiene il sottile ma netto discrimine tra il piacere e il dispiacere. Fellini ci ha mostrato un Casanova che si non si accoppia più per godere, ma per dovere, e copula con zelo meccanico, come un orologio a cucù, come uno schiavo della reiterazione. Da fumatore conosco bene quel discrimine, e odio il mio vizio più spesso di quanto lo ami. Le sigarette godute sono una piccola minoranza, la maggioranza brucia nell'esercizio spesso nauseante della dipendenza. I posacenere zeppi e fetidi, l'abitacolo della macchina pregno di fumo vecchio, il mal di testa da overdose nicotinica descrivono il fallimento di un piacere divenuto routine irriflessiva, condanna quotidiana. Come un lavoro?

Ecco, accanto alla giusta preoccupazione sugli eccessi di zelo dello Stato ficcanaso e salutista, è bene inserire anche una riflessione su quanto invadente e costrittivo sia anche il tabagismo, che ci impone un obbligo, quello di accenderne sempre una di troppo, almeno tanto pesante, e pedante, quanto la nuova legge anti-fumo. Per questo saluterò questo primo giorno proibizionista con serenità, vedendo se riesco a coglierne le opportunità sopportandone gli obblighi.

Fumare, intanto, non è vietato. È consentito laddove non si ledano i polmoni altrui, o se non credete alla nomea funebre del fumo passivo, dove non si colonizzi l'aria degli altri, per i quali magari è fetore ciò che a noi sembra aroma. Dalla mezzanotte di ieri noi fumatori abbiamo un vantaggio: siamo indotti a riconsiderare ogni sigaretta come una scelta, un'occasione, una piccola vacanza, e non più come un gesto ovvio e abusato. La nuova legge impreziosisce il fumo, lo restituisce alla sua nobile natura di vizio. Un vizio inflazionato non è più tale, non è più un gioioso sgarro alle regole, è un tic devastante, un meccanico obbedire.

Poiché viviamo in un'epoca bulimica, nella quale ogni qualità diventa quantità da ingurgitare, e ogni assaggio indigestione, qualunque discorso sul limite e sulla misura diventa per ciò stesso interessante, e perfino seducente. Capisco le perplessità dei miei fratelli fumatori, e condivido soprattutto l'antipatia contro un certo maccartismo salutista che vede l'uomo come un'entità vergine da purificare ad ogni costo.

Non voglio essere purificato, amo sentirmi moderatamente contaminato perché ritengo che vivere e contaminarsi (e consumarsi, perché non dobbiamo essere avari) siano quasi sinonimi. Però, se lo spirito critico vale nei confronti dello Stato infermiere, deve valere anche nei conti privati che ciascuno di noi fa con le proprie abitudini, e attitudini. Il vizio, quando si trasforma in una specie di maschera immodificabile (l'ubriaco depresso, il cocainomane sopra le righe, il mangione che non parla d'altro, il tabagista che ti fuma in faccia senza nemmeno chiedersi se ti avvelena l'aria) è anch'esso artefice (nonché vittima) di un'ossessione totalitaria.

È esiziale per se stesso, ma è anche ingombrante e sgradevole per gli altri. Il moltiplicarsi dei narcisismi ("io sono così e mi piaccio così, che ci volete fare") che già ammorba la convivenza sociale suggerirebbe - per mitezza, per intelligenza - di provare, ciascuno nel suo, a contenersi, ovvero a modificarsi, a cambiare, a non rimanere impermeabili alla presenza e al giudizio degli altri.

Si tratterebbe, poi, più o meno di quello che i nostri vecchi chiamavano buona educazione. Le leggi intervengono, in genere, laddove le persone non sono più in grado di normarsi da sé sole, di chiedersi, cioè, dove e quando il proprio diritto invade e lede quello altrui. Così questa legge, che mi è sommamente antipatica perché nasce (lo spiegava bene Maurizio Ricci ieri su questo giornale) dal paternalismo di Stato, e insomma ci tratta da discoli immaturi, mi sembra comunque una legge necessaria e inevitabile, perché fa da contrappasso a una delle tante incontinenze sociali, e aiuta a percepire meglio l'esistenza del prossimo.

Fumare meno, fumare meglio potrebbe essere lo slogan giusto per rinobilitare un vizio elegante come il tabacco, scaduto da tempo, per colpa di noi fumatori, al rango di rovinosa e banale intossicazione di massa.

9.1.05

Globalizzazione e catastrofi
di Massimo Fini (Il Gazzettino, 08/01/05)

Lo Tsunami è stato un fenomeno naturale globale che ha inferto un duro colpo proprio alla globalizzazione, come fatto e come concezione. Sul Foglio, Giuliano Ferrara contesta questa interpretazione sostenendo che lo Tsunami ha colpito regioni "fra le meno globalizzate" del mondo e proprio per questo ha avuto le conseguenze devastanti che ha avuto. È vero il contrario. "Globalizzazione" non è lo sviluppo e la crescita dell'attuale modello economico nei Paesi occidentali che hanno imboccato questa strada da due secoli e mezzo, dalla Rivoluzione industriale, ma è l'esportazione di questo modello nei mondi "altri", in quello che noi chiamiamo il "Terzo mondo". Ed è questa globalizzazione contaminante che ha indebolito le popolazioni indigene (in questo caso malaysiani, indonesiani, cingalesi, thailandesi e anche indiani) sotto ogni punto di vista, rendendole, tra l'altro, anche più vulnerabili allo Tsunami.
Se un'onda di pari potenza si fosse abbattuta su quelle coste due o tre secoli fa il disastro sarebbe stato di gran lunga minore, molti meno i morti, anzi forse non ci sarebbe stato nessun morto. Per alcuni buoni motivi.
1) Perché ci sarebbe stata molto meno gente sulle coste, oggi sovraffollate per sfruttare il turismo occidentale (o per dir meglio: per essere sfruttati dal turismo occidentale). 2) Perché le mangrovie, oggi in gran parte abbattute per far posto alle spiagge, avrebbero fatto da barriera all'acqua. 3) Perché capanne di paglia e legno sarebbero state sicuramente spazzate via, ma il legno galleggia e al legno ci si può aggrappare, mentre le strutture di cemento possono trasformarsi in una trappola senza uscita e, se cedono, in proiettili mortali. 4) Perché non ci sarebbe il problema delle infrastrutture dato che allora le infrastrutture non esistevano ma gli indigeni vivevano lo stesso. 5) Perché infine, e soprattutto, la contaminazione con la "way of life" occidentale, la globalizzazione appunto, ha profondamente pervertito gli istinti vitali di questa gente.In altri tempi queste popolazioni del mare avrebbero avvertito il pericolo con ampio anticipo, sarebbero state colte da orrore al primo cenno del ritirarsi delle acque e avrebbero saputo come mettersi in salvo. Invece molti di loro non hanno capito ciò che una bambina inglese di dieci anni, curiosa di fenomeni naturali, sapeva e che peraltro è intuitivo: che come le acque dell'oceano si ritirano, non per una marea conosciuta e periodica, la prima cosa da fare è correre nella direzione opposta con tutto il fiato che si ha in corpo.
La conferma di ciò che dico viene da quanto è successo alle isole Andamane. Le Andamane sono un arcipelago di piccole isole, le più vicine all'epicentro del terremoto verso Sumatra. Sulla parte, diciamo così, "civilizzata" delle Andamane (il sette gennaio vi si doveva tenere addirittura il "Festival del turismo") i morti sono stati 9.571 e i dispersi 5.801.
Sulle isole più piccole delle Andamane vivono anche alcuni popoli cosiddetti "primitivi", ma che i tedeschi chiamano, più correttamente, "popoli della natura" perché vivono allo stato di natura e in armonia con essa. Tribù che non hanno mai accettato intromissioni, non solo degli occidentali ma anche degli indiani del cui territorio formalmente fanno parte. Quando si presenta qualche seccatore lo accolgono con archi e frecce e lo mettono in fuga. Hanno riservato questo trattamento anche a un elicottero che, in questi giorni, tentava di atterrare, per portare "aiuti", su una spiaggia dove, passata la buriana, i Sentinelesi - così si chiama una di queste tribù - se ne stavano tranquillamente seduti. I pochi che sono riusciti ad avvicinare gli Onga delle "Piccole Andamane" o gli Jarawa o i Grandi Andamanesi della minuscola Strail Island o gli stessi Sentinelesi che vivono nell'isola più remota dell'arcipelago, da cui il nome di North Sentinel Island (e hanno potuto farlo solo accettando il rituale scambio di doni, perché per millenni fra le popolazioni malaysiane e polinesiane lo scambio non poteva avvenire se non nella forma del dono e del controdono) hanno descritto questi "primitivi" come miti, affettuosi, sorridenti, esuberanti". La situazione è tale che lo stesso governo indiano ha, intelligentemente, vietato, per legge, di prendere contatto con queste popolazioni. Ogni tanto un funzionario del governo di Nuova Dehli si reca da loro, in visita, compie il rituale scambio di doni e poi se ne va. Questi contatti molto saltuari li accettano, ma, come ha scritto Viviano Dominici, "sono decisi a tenersi lontani da tutti e ogni volta che qualcuno tenta di sbarcare nel loro piccolo mondo loro lo respingono a frecciate".
Ebbene fra questi "primitivi", benché siano stati investiti dal maremoto con molta più violenza dei più lontani indiani della costa, dei thailandesi, dei cingalesi, non c'è stato nemmeno un morto. La ragione è molto semplice e la spiega una responsabile della Croce Rossa, la dottoressa Namita Ali: "Sono più furbi dei cosiddetti civilizzati: conoscono l'oceano, non costruiscono le abitazioni sulla spiaggia ma sulle colline". E quelli che stavano sulle rive, per qualche loro faccenda, appena hanno visto il mare ritirarsi sono scappati sulle alture.
Sono cose che dovrebbero far meditare. Invece mi pare che la grande macchina delle sottoscrizioni internazionali, globali, sia presa soprattutto dall'ansia di ripristinare al più presto la situazione di prima, di ricostruire, di ricreare quei Paradisi artificiali, come se volessimo cancellare e rimuovere un incubo senza farsi troppe domande sul perché lo abbiamo vissuto. E senza rendersi conto che la potente onda di quel denaro potrebbe rivelarsi, alla lunga, più devastante di quella dello Tsunami.

8.1.05

Bush bombarda l'onda anomala
"Satira preventiva" di Michele Serra

Il presidente Usa parla dell'operazione umanitaria in Asia come se fosse una campagna bellica. Gli psicanalisti di tutto il mondo si interrogano

Le Società di psicoanalisi di tutto il mondo stanno studiando la nuova, inquietante svolta del caso Bush, che si è proclamato 'comandante' dei soccorsi umanitari nel Sud-Est asiatico. Secondo i primi commenti, è del tutto normale che il presidente sia apparso in tv solo tre giorni dopo la tragedia: sono i tempi di reazione normali in un soggetto che ha bisogno di almeno due giorni per capire quello che gli stanno dicendo, e nel caso in questione pare che Bush non avesse sentito il telefono perché indossava il costume da Babbo Natale e la barba di ovatta gli aveva occluso le orecchie. Meno normale è che il paziente, con una grave ricaduta della sua sindrome ossessiva, parli di un'operazione umanitaria come se fosse una campagna bellica, e si sia presentato alle telecamere in tuta mimetica, per giunta dimenticando di togliersi la barba finta che ha reso poco intelligibili le sue parole.

I suoi più stretti collaboratori (la moglie Laura, le figlie, l'assistente sociale) hanno cercato di spiegargli che il maremoto non era doloso, ma Bush è convinto che surfisti arabi abbiano comunque dirottato l'onda anomala verso le coste affollate di turisti occidentali, tra i quali suo cugino Dummy, governatore di due o tre Stati del Middle West, che non è riuscito a salvarsi perché è rimasto incastrato nella sedia a sdraio. Difficili anche i primi rapporti con gli ambasciatori dei paesi colpiti: Bush ha accettato di parlare con loro al telefono solo dopo averli fatti perquisire da uomini dell'intelligence. A ciascuno di essi ha poi chiesto di indicare con chiarezza dove fosse il loro paese, rendendosi subito conto delle gravi difficoltà logistiche che una catastrofe così estesa comporta: non era facile tenere la cornetta del telefono con una mano e con l'altra sfogliare l'atlante geografico, specie perché Thailandia e Sri Lanka sono su due pagine diverse, e la pagina con le Maldive era stata strappata dalla nipotina Sarah (governatrice di uno Stato) per una ricerca scolastica.

Riunito il suo staff d'emergenza (composto da 20 generali di corpo d'armata e un cappellano militare), Bush ha stabilito che la prima, evidente emergenza è indire libere elezioni in tutti i paesi colpiti dal disastro, invadendoli. Si è dunque informato sulle armi di distruzione di massa in possesso di quei regimi, grazie a un minuzioso rapporto di Condoleezza Rice. Desta molta preoccupazione la presenza (documentata) di cerbottane con frecce avvelenate nella giungla interna di Sumatra, ma non si sottovaluta la pericolosità delle flottiglie di piroghe, velocissime e infide, e delle terribili catapulte delle Isole Andamane, ottenute flettendo le palme e lanciando le noci di cocco fino a molte miglia di distanza.

Ne ha fatto le spese un cognato di Bush, governatore delle Hawaii, colpito in mezzo al Pacifico da una noce di cocco lanciata dalle Andamane mentre pescava merluzzi a bordo del suo motoscafo d'altura, il Popeye.

Una volta introdotta la democrazia nel Sud-Est asiatico, Bush affronterà il problema successivo: come cazzo si scrive tsunami, e come impedire che nuovi tsunami siano deviati contro le coste americane dell'Ovest, o magari dell'Est, a seconda di come si tiene in mano il fottuto atlante? Sono allo studio diversi progetti. Il primo consiste nel bombardare frontalmente, in tutto il mondo, ogni onda superiore al mezzo metro, ma è stato giudicato troppo costoso e vede la forte opposizione del ramo californiano della famiglia Bush, appassionata di surf. Il secondo prevede la costruzione di una enorme diga, a un miglio dalla costa, che circondi tutta l'America del Nord, con garitte ogni 500 metri per segnalare eventuali sbarchi saraceni e attacchi di squali. Quanto ai soccorsi ai paesi colpiti, Bush ha già stabilito un primo invio, un milione di ombrelloni e diversi container di ombrellini da cocktail: pare sia rimasto sconvolto dalle terribili immagini con migliaia e migliaia di olive e bottiglie di Martini che galleggiano sul mare di quei paesi devastati.

7.1.05

INTELLIGENZE IN FUMO
(Giuseppe de Bellis per Il Giornale)

La scena sarà più o meno questa: 10 gennaio, stazione Termini di Roma, appuntamento di fronte alla libreria, un gruppo di persone all’interno, accendini. Facce note: politici, intellettuali, giornalisti. Pacchetto in mano. Ore 14, direzione l’interno di un bar della stazione: «All’interno mi accenderò la prima sigaretta vietata, una fumata in libertà contro una legge illiberale e offensiva».
La boccata sarà di Giordano Bruno Guerri, storico e direttore del quotidiano "L’Indipendente". Sfida, protesta, provocazione. Gli altri del gruppo lo seguiranno: aspirata a pieni polmoni, e fuorilegge nel primo giorno di entrata in vigore del provvedimento che vieta di fumare nei locali pubblici, pena la multa al gestore del locale, che dovrebbe impedire ai clienti di consumare tabacco e nicotina nel suo bar.
«È proprio questa l’idea - spiega Guerri -, far avere la contravvenzione al titolare del locale, per poi poterla impugnare legalmente, prima davanti al Tar, poi eventualmente davanti alla Corte costituzionale, per vedere se effettivamente questa legge sia o meno costituzionale». Se non riusciranno a vincere, bisognerà pagare:«Sarà "L’Indipendente" a pagare la contravvenzione». C’è già un pool di avvocati che avrà il compito di assistere legalmente la «squadra» dei manifestanti quando verranno impugnate le multe.
Contro allora. Contro questa legge che entra in vigore proprio il 10 gennaio tra mille polemiche, con le associazioni dei commercianti arrabbiate e pronte al ricorso, ma divise anche al loro interno: a Napoli faranno rispettare il provvedimento, in altre città no.
Il caos in nome di sigari, sigaretta e pipe è già cominciato da giorni così come l’idea di campagne e manifestazioni di protesta. A Milano, per esempio, domenica 9 andrà in scena un’altra iniziativa, quella dei «Fumatori cortesi». L’hanno chiamata «l’ultima cena»: si ritroveranno in un ristorante il giorno prima dell’inizio dei divieti e accenderanno sigarette a tutto spiano per l’ultima volta, scollinando il confine orario che apre l’era del proibizionismo.
Giordano Bruno Guerri e il suo "L’Indipendente" hanno già cavalcato il risentimento contro le nuove norme, pubblicando alcuni articoli di Gian Turci, veterano della lotta al salutismo e cofondatore di Forces Italia, associazione «fondata in favore dei diritti dell'uomo, ed in particolare in difesa di coloro che vogliono avere la libertà di fumare, di alimentarsi, di bere e di godere l'esistenza senza pretestuose restrizioni».
È così che è nata l’idea della protesta della stazione di Roma. Plateale, forzata, ma assolutamente alla luce del sole: sarà avvertita la polizia. Anche perché il gruppo che seguirà Guerri, Turci e Nunzia Garoffolo, non ha certo l’obiettivo di fumare di nascosto per non farsi beccare. È proprio il contrario. In quel bar, alle 14 in punto, ci saranno Marco Taradash, Paolo Villaggio, Gianfranco Funari, il segretario dei Radicali Daniele Capezzone, i giornalisti Sandro Curzi, Valentino Parlato, Oscar Giannino e Pierluigi Diaco, il regista Pasquale Squitieri. Ci sarà, ovviamente, anche Filippo Facci, autore del libro "Fumo negli occhi - Le crociate contro il tabacco e altri piaceri della vita".
Sostengono l’iniziativa «carbonara», anche Marco Pannella e Carlo Lottieri, l’economista Sergio Ricossa, il giornalista del Tg5 Toni Capuozzo. Gente che fuma, o a smesso di fumare, ma che non sopporta l’idea che chi gira con le sigarette in tasca non possa entrare nei locali pubblici. Non ci saranno, ma appoggiano in blocco il progetto. Dalla loro parte, contro il divieto c¹è anche una fetta della maggioranza di governo che questa legge l’ha approvata. Come l’onorevole Dario Rivolta di Forza Italia, vicepresidente della commissione Esteri, che sull'attuazione dei prossimi divieti antifumos¹è già espresso chiaramente: «Ci ripensi Sirchia, cercando di coniugare la tolleranza al buon senso e acconsenta alla proroga oppure il Governo abbia il coraggio di metterlo in minoranza in nome della libertà e dei diritti individuali».
C’è poi il giornale. "L’Indipendente" cercherà di convincere anche i suoi lettori ad aderire all’iniziativa. Giordano Bruno Guerri vuole che lunedì 10 alla stazione di Roma siano in tanti. Cercheranno di avere più multe possibili, per tentare di farle poi annullare. Più ne otterranno, più probabilità ci sarà che un giudice gli dia ragione. Magari un giudice fumatore.

5.1.05

ALEX ZANOTELLI: ABOLIAMO IL DEBITO
da "Il manifesto" del 31 dicembre 2004

[Alessandro Zanotelli, missionario comboniano, ha diretto per anni la rivista "Nigrizia" conducendo inchieste sugli aiuti e sulla vendita delle armi del governo italiano ai paesi del Sud del mondo, scontrandosi con il potere politico, economico e militare italiano: rimosso dall'incarico e' tornato in Africa a condividere per molti anni vita e speranze dei poveri, solo recentemente e' tornato in Italia; e' direttore responsabile della rivista "Mosaico di pace" promossa da Pax Christi; e' tra i promotori della "rete di Lilliput" ed e' una delle voci piu' prestigiose della nonviolenza nel nostro paese. Tra le opere di Alessandro Zanotelli: La morte promessa. Armi, droga e fame nel terzo mondo, Publiprint, Trento 1987; Il coraggio dell'utopia, Publiprint, Trento 1988; I poveri non ci lasceranno dormire, Monti, Saronno 1996; Leggere l'impero. Il potere tra l'Apocalisse e l'Esodo, La meridiana, Molfetta 1996; Sulle strade di Pasqua, Emi, Bologna 1998; Inno alla vita, Emi, Bologna 1998; Ti no ses mia nat par noi, Cum, Verona 1998; La solidarieta' di Dio, Emi, Bologna 2000; R...esistenza e dialogo, Emi, Bologna 2001; (con Pietro Ingrao), Non ci sto!, Piero Manni, Lecce 2003; (co n Mario Lancisi), Fa' strada ai poveri senza farti strada. Don Milani, il Vangelo e la poverta' nel mondo d'oggi, Emi, Bologna 2003; Nel cuore del sistema: quale missione? Emi, Bologna 2003; Korogocho, Feltrinelli, Milano 2003. Opere su Alessandro Zanotelli: Mario Lancisi, Alex Zanotelli. Sfida alla globalizzazione, Piemme, Casale Monferrato (Al) 2003]
Il maremoto nel Sud-est asiatico e' qualcosa di talmente immane che ci colpisce dritti al cuore. Ma non vorrei che questo dolore sparisse di colpo il giorno in cui riprenderemo i voli per andare a fare le nostre vacanze in quei paesi martoriati. Vorrei che questa tragedia costituisse invece un'occasione per riflettere sui poveri del Sud-est asiatico, che sono quelli che hanno pagato maggiormente il prezzo del disastro. In questo senso, ritengo necessario rilanciare la discussione sul debito: penso che sia imperativo cancellare immediatamente e senza condizioni il debito a tutte le nazioni coinvolte in questo cataclisma. Al di la' dell'emergenza immediata, che pure deve essere affrontata con urgenza, penso poi che tale campagna per la remissione del debito debba essere inserita in un'azione a piu' vasto raggio, che riguardi tutti i paesi poveri. Al G8 dell'anno prossimo, che si terra' a Edimburgo, dovra' essere esaminata l'idea lanciata dal ministro delle finanze britannico Gordon Brown, che ha proposto l'abolizione del debito ai 42 paesi piu' impoveriti della Terra. Per quanto parziale - dal momento che non riguarda paesi non poverissimi ma comunque strozzati dal debito, come ad esempio il Brasile e l'Argentina - questa proposta e' estremamente interessante e deve rappresentare un punto di partenza per un'azione di pressione internazionale della societa' civile sui governi europei. Campagne in questo senso sono gia' partite in Inghilterra; non in Italia. Mi meraviglia il silenzio italiano, soprattutto dopo che nel 2000 il nostro paese ha approvato la miglior legge internazionale sulla remissione del debito. La legge 209, votata da tutti i partiti di destra e di sinistra, prevedeva la cancellazione del debito come minimo per ottomila miliardi di vecchie lire. Purtroppo, questo testo e' rimasto lettera morta: nel giro di tre anni abbiamo cancellato il debito totalmente a solo due nazioni. Credo che bisogna cogliere la tragica occasione di questo maremoto per rilanciare la discussione sulla legge 209 e sulla necessita' di una campagna internazionale affinche' lo spirito di tale testo divenga la politica comune di tutta l'Unione europea. L'importante e' cercare di ottenere la remissione del debito senza condizioni: una tale decisione politica non deve infatti costituire un cavallo di Troia per richiedere in contropartita ai paesi interessati la liberalizzazione dei loro mercati e l'implementazione di quel pacchetto di misure liberiste note come "consenso di Washington". A chi dice che i conti non torneranno, rispondo che basterebbe che il Fondo monetario internazionale (Fmi) venda una minima parte delle sue riserve in oro per spianare tutti i debiti della terra. Una proposta di questo tipo non lo si puo' lanciare semplicemente con un editoriale su un giornale. Mi piacerebbe invece che tutte le organizzazioni che si sono messe insieme per lanciare la remissione del debito nel 2000 e hanno ottenuto la legge 209 si ritrovino al piu' presto da qualche parte a Roma, per cercare di far ripartire alla grande questo movimento. In un momento cosi' tragico e cosi' grave penso che questa sia l'unica cosa decente e veramente seria che possiamo fare. Il problema e' profondamente politico e dobbiamo tentare di risolverlo in maniera politica attraverso misure economiche e finanziarie che davvero facciano respirare le popolazioni piu' povere del pianeta e restituiscano un po' di giustizia a un mondo profondamente disuguale.